Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e, del porto di Sapri negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare sulle nostre terre, il basso Cilento nel periodo storico che va dalla caduta dell’Impero Romano ai Longobardi. In questo mio saggio cercherò di fare il punto sulle notizie storiche che riguardano le nostre terre all’epoca a cavallo tra la dominazione Bizantina e la formazione del Ducato longobardo di Benevento.

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…) (Archivio Attanasio)

(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Attanasio)

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco. L’Italia annessa al codice greco ‘Conventi Soppressi 626′, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze (Archivio Attanasio)

(Fig….) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (…)
IL BASSO CILENTO NEL MEDIOEVO
Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto.
Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘AGER VIBONENSIS ACTUS’ nel ‘De Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: “..ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autoità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3.” :

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Ager Vibonensis Actus’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis libellus’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. L’Antonini scrive a riguardo che: “E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Riguardo Frontino e la citazione dell’Antonini ha scritto anche Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio;etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Front. De Colon. 109”.

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63
Da Wikipedia leggiamo che ai tempi di Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto a Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità” che riguardano il sito di Pixous, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Dunque, l’Antonini e molto più tardi alcuni scrittori come il Tancredi (…) riportano l’interessante notizia di un “Ager Vibonensis actus” citato da Giulio Sesto Frontino nella sua opera “De Coloniis libellus”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino (…): “De Coloniis libellus”. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Ager Vibonensis Actus”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Ager Vibonensis actus”. L’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Am. ſterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Il Gaetani, nella sua nota (….) postillava che l’opera del Frontino era contenuta nell’opera di Guglielmo Goesio: “(1) Rei Agrariae Auctores legesque variae etc…, ed. Goesio, Amstelredami, 1674, vol. I, p. 78 – Gromatici Vetera etc., ed. Lackmann, Berolini, 1848, p. 141.”. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibifactam nescio mentionem”.

La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p…… Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio, molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio. Il Goesio riportando il passo del “De Coloniis libellus” di Giulio Sesto Frontino, nel suo “Rei Agrarie auctorie legesque variae” del 1674, in cui a p. 109, Frontino scriveva che: “Provincia Brutiorum. Centuriae ecc…Ager Vibonensis. actus N. e x. G.P. XXV. Cardo in Orientem Decimanus in Meridianum.”. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”.
Nel 13 d.C. (I sec. d.C.), la villa a S. Croce a Sapri (?) di Giulia, figlia di Augusto (Ottaviano) e moglie dell’Imperatore Tiberio

Nel 1700, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 418 parlando del campanile della cattedrale scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto ben ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici.”, poi proseguendo la sua dissertazione sul campanile l’Antonini a p. 419 in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è il seguente GERMANICO CAESARI….AVG….F. DIVI. AVG. N……DIVI. IVLII…PRON…AVG….COS. II. IMPERAT…..l’altro è questo AUGUSTAE IULIAE….DRVSI F…..DIVI….AVGVST…..”. Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Giulia maggiore, figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Dunque, l’Antonini fu il primo a segnalare le antiche iscrizioni marmoree o epigrafi latine presenti sul campanile della Cattedrale di Policastro Bussentino allora Buxentum.


(Fig….) Campanile della cattedrale di Policastro Bussentino – lapide dedicata ad Augusta Iulia
Sulle due epigrafi presenti incastonate nel campanile della cattedrale di Policastro ha scritto mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): “Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, in una di queste lapidi marmoree si legge: “A GERMANICO CESARE FIGLIO DI TIBERIO AUGUSTO NIPOTE DEL DIVO AUGUSTO PRONIPOTE DEL DIVO GIULIO AUGUSTO PER DUE VOLTE CONSOLE E IMPERATOR. Germanico Cesare visse intorno al 12 dopo Cristo. Era figlio figlio naturale di Druso e figlio adottivo di Tiberio, suo zio; perciò fu nipote del divo Augusto, che a sua volta era padre di Tiberio e figlio di Giulio Cesare; Germanico inoltre fu console per due volte col secondo imperatore, cioè con Tiberio. Ebbe il soprannome di Germanico perchè dopo la morte di Augusto partì per la Germania e, rifiutato il titolo di imperatore con cui era stato acclamato dall’esercito, dopo aver vinto i nemici ritornò a Roma dove ottenne l’onore del trionfo. Partito anche per l’oriente per sedare delle dedizioni, vinse il re dll’Armenia; perciò Tiberio fu preso dalla gelosia e nello stesso tempo dall’odio, e per suo comando Germanico fu avvelenato ad Antiochia dal re di Siria pisone, quando aveva 34 anni di età, nel 19 dopo Cristo. Egli aveva pubblicato diverse opere, ma ci restano di lui soltanto la versione in esametri latini dei ‘Phaenomena’ che Arato aveva scritto nel 275 prima della nascita di Cristo, e alcuni epigrammi. Ecc…”. Il Laudisio proseguendo il suo racconto sulle due epigrafi poste sul campanile della Cattedrale diPolicastro, in proposito aggiungeva della seconda epigrafe marmorea: “Si vede anche un’altra iscrizione in onore di Augusta Giulia Drusilla che fu l’unica figlia del divo Augusto e moglie di Tiberio; ma per loro ordine fu mandata in esilio a causa della sua vita scandalosa, e secondo la tradizione morì in esilio. L’iscrizione è questa: AD AUGUSTA GIULIA FIGLIA DEL DIVO AUGUSTO.”. Ecco ciò che scriveva il Laudisio a proposito delle due epigrafe marmoree. Le frasi scolpite delle due epigrafi marmoree riportate ivi del testo tradotto dal Visconti, che curò la versione del Laudisio che in originale è a p. 58. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a p. 58, nella sua nota (231) postillava che: “(231) ‘Italia Sac.’, tom. 7, col. 758: Satis admodum eius (scil. urbis Polycastri) origo antiqua, nomen retinens a Greco vocabulo, quasi magnum castrum, seu urbis castrum; amplam fuisse indicant eius vestigia et ruinae, diversis enim ex varia fortuna bellis cessit in praedam).”. Il Laudisio riportava una frase di Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, col. 758, vol. VII. L’Ughelli scriveva in proposito alle due lapidi che: “La sua origine (cioè la città di Polycastrus) è piuttosto antica, conservando il suo nome dal nome greco, come fosse un grande castello, o un castello di una città; indicano che i suoi resti e le sue rovine erano estesi; ecc..”. Dunque, le due epigrafi furono citate anche dall’Ughelli ove parlava della Diocesi di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “La romana Buxentum, invece, non ha mai raggiunto importanza fino al I secolo a. C.. Sotto ‘Silla’, verso l’87 a.C. divenne ‘municipio’ romano (22). Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. La figlia di ‘Augusto, moglie di Tiberio, ‘Giulia’, che il padre non poteva tollerare a Roma, perchè la sua vita privata era troppo licenziosa, deve essere morta nelle vicinanze di Buxentum, come dimostra la sua lapide, incastonata nel campanile di Policastro (23). Augusto morì a Nola; probabilmente doveva allontanare la figlia dal luogo degli scandali, senza, però, perderla di vista, o almeno poterla raggiungere entro un tempo non proibitivo. Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio. Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Il Tancredi, a p. 15, nella sua nota (23) postillava che: “(23) “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”. Tacito C., ‘Annales’, I. Dione Cassio, ‘ad annum a. U.c. 748; Svetonio, In vita Tiberii, LIII.”. Dunque, il Tancredi postillava che ci parlano di questo personaggio, Giulia maggiore sia Tacito (…) che Svetonio. L’epigrafe lapidea vi è scolpita una iscrizione che recita in latino la seguente frase: “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”: “l’Augusta Giulia figlia di Druso, divino Augusto”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Devo però segnalare una strana notizia al riguardo che proviene da Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, dove, a p. 96 parlando di Buxentum egli in proposito scriveva che: “Ma ruderi di antichità non esistono in Policastro…Eppure l’Antonini, quantunque avesse dichiarata questa città di epoca recente, e vuota di abitanti, pure attestò, che un miglio fuori le sue mura a levante si trovi un avanzo di edifizio romano, che mostra di essere stato un tempio. Oggi è detto ‘castellare’. Questo solo indizio per bocca di un contraddittore ci basta. Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG. ET IVLIA DRVSI F….DIVI AVGVSTI.”. Innanzitutto faccio presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite. Il Romanelli a p. 96, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, è un manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, argomentandosene che Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI IVLIA DRVSI F…..DIVI AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Dunque, l’epigrafe in questione è dedicata all’Imperatore Tiberio che fu proprio il marito di Giulia maggiore, figlia di Augusto e di Livia. Secondo il Mannelli, Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio e di Giulia, che sposò lo stesso Tiberio, suo fratellastro dimorarono a Buxentum. Io non credo che essi dimorarono a Buxentum ma credo che la loro villa fosse a Sapri. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Dunque, secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Sulle epigrafi hanno scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura ecc…”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Diciamo subito che non sono le due iscrizioni o le epigrafi citate dall’Antonini a p. 419 e a cui mi riferisco, le due o una che ci parlano di Giulia maggiore, figlia di Augusto. Dunque, i due studiosi non si riferivano a questa testimonianza ancora presente sulla base del campanile della Cattedrale di Policastro. Sulle epigrafi marmoree a cui si riferivano i due studiosi Natella e Peduto che scrivevano che il Mommsen le aveva ritenute false, ci viene incontro Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie’, nel suo vol. III, ci parla di Bussento e a pp. 63 riportava le due epigrafi di cui i due studiosi Natella e Peduto dicevano che il Mommsen sosteneva la loro falsità. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano “C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). I due studiosi segnalavano che le epigrafi di Policastro Bussentino, alcune delle quali risalivano alla suindicata antica e romana Buxentum, furono riportate e pubblicate dal viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Di fronte alla cattedrale giacciono, semi interrate, alcune bellissime colonne di marmo. evidentemente resti di un tempio che doveva eregersi dove oggi sorge l’odierna cattedrale. Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C.. L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVSTI…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Essa si attirò l’odio di Messalina, tanto che, istigato da lei, l’imperatore Claudio nel 59 d.C., la fece condannare a morte. Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV.”. Angelo Guzzo (…) che, sulla scorta del Laudisio, nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, quando parlando di Policastro a p. 119 in proposito scriveva che: “”In ricordo di Giulia figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio, ecc…., afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia unica di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia. Sposò prima Marcello, poi Agrippa, infine Tiberio, futuro imperatore romano, figlio adottivo della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Giulia fu celebre per la sua meravigliosa bellezza, per intelligenza e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da uomo intransigente e severo qual era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare prima nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria) ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni. Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Ma, come possiamo leggere dalla trascrizione del testo di Laudisio, egli non dice “Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia.”. Rileggendo il passaggio del Guzzo mi colpisce la frase secondo cui Giulia, oltre ad essere stata esiliata da Tiberio “nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria)”, aggiunge anche che Giulia fu esiliata “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Leggendo le cronache alla voce “Giulia figlia di Augusto”, per esempio ciò che scrive Wikipedia o la Treccani non si evince che ella fosse stata esiliata o “confinata” a Buxentum (Bussento), “ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Il Guzzo, sulla scorta del Cataldo, scrive che l’esilio forzato di Giulia a Buxentum “Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Dunque, il Guzzo a p. 119, postillava del sacerdote Giuseppe Cataldo. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Le due epigrafe di IVLIA e di GERMANICO, citate dall’Antonini furono pure citate con un disegno dal sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc..e tre lapidi, di cui una incompleta. La (I) “In ricordo di Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio” e la (2) ecc…Facciamo alcune possibili precisazioni circa le lapidi I^ e 2^. I) – Chi è Augusta Giulia ? – Mons. Laudisio, nelle ultime pagine della sua Sinopsis, afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata (a Bussento) e fatta morire di fame per la sua disonesta condotta (Lapis erectus etc….). Codesta Giulia era l’unica figlia di Augusto, ecc…, sposò…..ed infine Tiberio, figlio adottato dalla terza moglie Livia Drusilla. Giulia fu celebre per bellezza, per spirito e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da severo ed intransigente che era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare nell’isola Pandataria (Vendotene), poi a Reggio Calabria (Regium Julium), infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni. Ecc..”. Dunque, rilegendo il passo del Cataldo notiamo che egli non scrive ciò che aferma il Guzzo, ovvero che Giulia Augusta fu esiliata da Tiberio “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.” ma, più correttamente, il Cataldo sulla scorta di Tacito e di Svetonio parla di “infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni.”. Dunque, la notizia che Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, fosse da questo esiliata anche ed infine a Buxentum è una illazione del Guzzo. Dunque, il Cataldo parla di una piccola città della Campania. Ed è per questo motivo che io escludo che si trattasse di Buxentum ma potrebbe trattarsi della villa bellissima che ancora oggi ne restano le vestigia a Sapri in località S. Croce. Il Cataldo continuando il suo racconto scriveva pure che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum accolunt, clausa” (Annali, I). Non credo chedovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia. Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto ecc…ecc…”. Dunque, il Cataldo in questo ultimo passaggio cerca di chiarire al suo lettore che vi erano pure altre Giulie citate dalla storia. Dunque, della Giulia “augusta”, figlia unica di Augusto hanno scritto Tacito (…), nei suoi “Annali”, libro I; hanno scritto “Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII).”. Chi era “Giulia maggiore” o “IVLIA” che ritroviamo nell’altra epigrafe ?. Leggendo Wikipedia vediamo che si tratta di Giulia maggiore figlia di Augusto. La madre di Augusto, Azia maggiore era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore (nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) era una nobildonna romana, figlia dell’imperatore Augusto, l’unica naturale, e della sua seconda moglie Scribonia. Dopo la morte di Agrippa, Augusto fece sposare Giulia e Tiberio, allo scopo di legittimare la successione del figliastro. Per sposare Giulia (11 a.C.), Tiberio dovette divorziare da Vipsania Agrippina, la figlia di primo letto di Agrippa che egli amava profondamente e da cui aspettava un secondo figlio, (dopo Druso minore). Si dice che lo perse per via dello shock dovuto a questo improvviso cambiamento. Il matrimonio con Tiberio non ebbe un corso positivo. Perseguendo gli interessi politici della famiglia, Tiberio nel 12 a.C. era stato costretto da Augusto a divorziare dalla prima moglie, Vipsania Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, che aveva sposato nel 16 a.C. e da cui aveva avuto un figlio, Druso minore. L’anno successivo sposò dunque Giulia maggiore, figlia dello stesso Augusto e quindi sua sorellastra, vedova di Agrippa. Tiberio era sinceramente innamorato della prima moglie Vipsania e se ne allontanò con grande rammarico; il sodalizio con Giulia, vissuto dapprima con concordia e amore, si guastò ben presto, dopo la morte del figlio ancora infante che era nato loro ad Aquileia. Il carattere di Tiberio, particolarmente riservato, si contrapponeva inoltre a quello licenzioso di Giulia, circondata da numerosi amanti. Il figlio che ebbero morì durante l’infanzia; alla scarsa opinione che il marito aveva del carattere della moglie, Giulia rispondeva considerando Tiberio non alla sua altezza, lamentandosi di questo fatto persino attraverso una lettera, scritta da Sempronio Gracco, destinata all’imperatore. Quando Tiberio si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Giulia maggiore era figlia di Augusto e sorellastra di Tiberio che la sposò nel 17 a.C. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Augusto tentennò sull’opportunità di mandare a morte la propria figlia, decidendo poi per l’esilio. Giulia fu confinata sull’isola di Pandateria (moderna Ventotene), dove venne accompagnata dalla madre Scribonia. Le condizioni di vita erano disagevoli: sull’isola, di meno di due chilometri quadrati, non erano ammessi uomini, mentre eventuali visitatori dovevano essere prima autorizzati da Augusto, dopo che l’imperatore fosse stato informato della loro statura, carnagione, segni particolari o cicatrici; inoltre, non era concesso a Giulia di bere vino né alcuna forma di lusso. L’esilio di Giulia causò ad Augusto sia rimorso che vergogna e rancore, per il resto della sua vita. Cinque anni dopo le fu permesso di tornare sulla terraferma in condizioni migliori, a Reggio Calabria, dove secondo la leggenda sarebbe stata ospitata nella Torre di Giulia. Augusto non accolse nessuna intercessione che potesse richiamarla presso di sé e quando il popolo romano gli implorò la grazia con insistenza, egli gli augurò di avere tali figlie e tali spose. Decretò che le ceneri della figlia non venissero inumate nel mausoleo di famiglia. Secondo Svetonio (…), Giulia maggiore, moglie di Tiberio, dopo l’arresto fu confinata sull’isola di Ventotene e poi in seguito, secondo la leggenda sarebbe stata ospitata a Reggio Calabria. Ma sappiamo dalle fonti e dallo stesso Svetonio che quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio; è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. Il Cataldo, riguardo l’esilio forzato di Giulia citava “Svetonio (in Vita Tiberii, LIII)”. Di Svetonio Tranquillo Gaio, le sue opere sono le Vite dei dodici Cesari in otto libri, sono ben più ampie e sono a noi giunte pressoché complete (manca solo una breve parte iniziale). Comprendono, in ordine cronologico, i ritratti di dodici Imperatori romani, tra cui lo stesso Cesare, a cui seguono Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano. Secondo Wikipedia Svetonio ne ha parlato nella sua opera “Augustus”, 65 e in “Tiberius”, 7. Sempre secondo Wikipedia hanno parlato di Giulia Velleio Patercolo, II, 10; Cassio Dione in “Storia romana”, LIV, 35.4; Tacito in “Annali”, I, 53. Dunque, la mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).“. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca, nella sua disamina, citando le epigrafi di cui ci stiamo occupando scriveva però che quella di IVLIA era riferita a “…(per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia,”. Infatti, il La Greca, a p. 37 pubblica l’immagine dell’epigrafe e scrive che si tratta di un iscrizione romana che menziona Livia moglie di Augusto (qui chiamata Augusta Iulia). Dunque, per il La Greca non si trattava di un epigrafe riferita a “Giulia maggiore” ma l’epigrafe è riferita a Livia, la seconda moglie di Augusto. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 278, in proposito scriveva che: “A Bussento, troviamo una dedica a Livia (6), la moglie di Augusto, la quale, dopo la morte del marito (a. 14 d.C.), fu adottata per testamento nella gente Giulia, ed ebbe il titolo di “Augusta”, onde nelle lapidi la troviamo indicata come ‘Iulia Augusta’. Da Svetonio (‘Claud.’ 11,2) veniamo a sapere che Claudio onorò la sua memoria di culto divino. Abbiamo conosciuto una sacerdotessa di Giulia Augusta a Volceio e ad Atina (p. 246). A Volceio, s’incontra una lapide in onore di Agrippa Postumo (1), figlio postumo di Agrippa e di Giulia, figlia di Augusto, adottato dall’Imperatore, il quale non avendo avuto figli maschi, sperò di avere trovato in lui il successore ecc…”. Il Magaldi, a p. 278, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. C.I.L., X, 459: ‘Augustae Iulia(e) / Drusi f. / divi Augusti’. Cfr. la C.I.L., X, 799 da Pompei, e l’annotazione del Mommsen: “Augusta vocabulum nomini ideo praeponitur, quod pro dea Livia colitur (cfr. n. 823)”.”. Dunque, il Magaldi, sulla scorta del Mommsen propendeva per Livia Drusilla, seconda moglie di Augusto. Il Magaldi, a p. 278, riferendosi alla sacerdotessa dice di parlarne a p. 246. Infatti, il Magaldi, a p. 246, in proposito scriveva che: “In Lucania noi incontriamo, oltre quello di Roma e di Augusto a Potenza, un “flamine perpetuo del divo Augusto” a Grumento, a Volceio e ad Atina una sacerdotessa di Giulia Augusta, e cioè di Livia, che si chiamò così dopo la morte di Augusto ed ebbe culto divino, un flamine di Tiberio a Pesto, uno di Vespasiano e uno di Adriano a Volceio, ecc…”. Il Magaldi, a p. 279, aggiungeva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Dunque, è molto probabile che le due epigrafi siano legate alle due figure di Livia e di Germanico. Livia Drusilla Claudia (in latino: Livia Drusilla Claudia; Roma, 30 gennaio 58 a.C. – Roma, 28 settembre 29), anche conosciuta semplicemente come Livia e dopo il 14 come Giulia Augusta, è stata una nobildonna romana, moglie dell’imperatore romano Augusto e Augusta dell’Impero. Fu la madre di Tiberio e di Druso maggiore, nonna di Germanico e Claudio, nonché bisnonna di Caligola e trisavola di Nerone. Fu divinizzata da Claudio. Dunque, l’epigrafe murata ed ancora visibile sul campanile della cattedrale di Policastro si riferisce a “Giulia” detta “maggiore”, figlia unica di Augusto Ottaviano e di Strabonia o si riferisce a Livia Augusta, seconda moglie di Augusto Ottaviano, come scrive il La Greca ?. A questo riguardo posso dire che il La Greca citava Gualtieri (….) ed il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a pp. 10-11 in proposito aggiungeva che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann.Urb.Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum occolunt, clausa” (Annali, I).”. Il Cataldo cioè scriveva che Tacito nei suoi annali, parla di Julia e del padre Augusto. Il Cataldo, continuando il suo racconto a p. 11 scriveva che: “Non credo che dovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia (Nuova Enciclopedia Popolare Italiana: p. 596-97, G-GU, vol. 9: Torino, 1959). Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto, figlia di Druso e di Livia, sorella di Germanico; sposa di Nerone e di Rebellio Blando. Relegata nelle isole Tremiti, per la condotta depravata, morì nel 59 d.C. per ordine dell’imperatore Claudio. b) Giulia Augusta, adottata per testamento da Augusto e detta così da lui: era Livia Drusilla, discendente dai Claudii, figlia di Livio Druso Claudiano, già morto Tiberio Claudio Nerone e madre di Tiberio imperatore. Donna retta ed esemplare, ma così bella da indurre Augusto a divorziare da Scribonia per sposarla. Nata nel 57 a.C., morì nel 29 d. C. a 86 anni.”. Dunque, il Cataldo pur portando altri esempi riteneva si trattasse della Giulia maggiore, figlia unica di Augusto e di Strabonia e moglie dell’imperatore Tiberio. Ma quali che fossero questi due personaggi a cui si riferiscono le due epigrafiche latine e marmoree di sicuro a Policastro, l’antica Buxentum, ville d’epoca romana non ne sono state trovate e di contro abbiamo la bella e opulenta villa d’epoca romana in località S. Croce a Sapri. Infatti, il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “…..risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.”. Dunque, Nicola Corcia ci parla di un’iscrizione dedicata Giulia Augusta, madre di Tiberio. Sulle due iscrizioni o epigrafi latine murate nel campanile della cattedrale di Policastro devo citare la curiosa notizia che è forse collegata.
Nel 10 ottobre 19 d.C. a Buxentum GERMANICO CESARE
Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 419 parlando della cattedrale di Policastro e del suo Campanile, in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è il seguente GERMANICO CAESARI….AVG….F. DIVI. AVG. N……DIVI. IVLII…PRON…AVG….COS. II. IMPERAT…..“. Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Germanico:

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “Dell’antica Buxentum restano, dunque, tracce di mura romane, costruite su quelle greche, un tratto di una via lastricata e tre lapidi di cui una incompleta. 2):
GERMANICO CAESARI
TI-AVG – F. -DIVI AVG. N.
DIVI IVLI – PRO N. AVG.
COS. – II- IMPERATORI –II.
Trad.: “In ricordo dell’imperatore Germanico, figlio naturale di Druso, adottivo di Tiberio e nipote di Augusto.”. La prima e la seconda sono iscrizioni fatte su pietre tombali, incastonate nel Campanile, con le quali fu costruito; Cesare Germanico (14 a.C.-19 d.C.) era figlio di Druso Nerone Germanico e di Antonia, nipote di Tiberio e fratello di Claudio. Fu console prima sotto Augusto poi sotto Tiberio. Eletto imperatore dell’esercito e rientrato vincitore a Roma, rifiutò la carica ed andò a combattere in Oriente. Tiberio, geloso della popolarità e della gloria del nipote, pose come governatore delle terre conquistate in Siria l’ambizioso Gneo Pisone. Fu questo che, spinto dalla moglie Plancina, avvelenò Germanico. Le sue spoglie furono portate in Italia e, probabilmente, passarono per Bussento.”. La Del Prete afferma che le spoglie di Germanico, dopo essere stato avvelenato da Gneo Pisone furono portate in Italia e, probabilmente transitarono per Bussento. Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Etc…”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): “Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, in una di queste lapidi marmoree si legge: “A GERMANICO CESARE FIGLIO DI TIBERIO AUGUSTO NIPOTE DEL DIVO AUGUSTO PRONIPOTE DEL DIVO GIULIO AUGUSTO PER DUE VOLTE CONSOLE E IMPERATOR. Germanico Cesare visse intorno al 12 dopo Cristo. Era figlio figlio naturale di Druso e figlio adottivo di Tiberio, suo zio; perciò fu nipote del divo Augusto, che a sua volta era padre di Tiberio e figlio di Giulio Cesare; Germanico inoltre fu console per due volte col secondo imperatore, cioè con Tiberio. Ebbe il soprannome di Germanico perchè dopo la morte di Augusto partì per la Germania e, rifiutato il titolo di imperatore con cui era stato acclamato dall’esercito, dopo aver vinto i nemici ritornò a Roma dove ottenne l’onore del trionfo. Partito anche per l’oriente per sedare delle dedizioni, vinse il re dell’Armenia; perciò Tiberio fu preso dalla gelosia e nello stesso tempo dall’odio, e per suo comando Germanico fu avvelenato ad Antiochia dal re di Siria Pisone, quando aveva 34 anni di età, nel 19 dopo Cristo. Egli aveva pubblicato diverse opere, ma ci restano di lui soltanto la versione in esametri latini dei ‘Phaenomena’ che Arato aveva scritto nel 275 prima della nascita di Cristo, e alcuni epigrammi. Ecc…”. Dunque, su questa storia il Laudisio cita il poeta Arato di Sodio (….) che scrisse nel 275 a.C. il poema “Phaenomena”. Da Wikipedia leggiamo che Arato di Soli (in greco antico: Ἄρατος ὁ Σολεύς, Áratos ho Solèus; Soli in Cilicia, 315 a.C. circa – 240 a.C. circa) è stato un poeta greco antico del primo ellenismo. Fenomeni e pronostoci. Il poema didascalico consta complessivamente di 1154 versi divisi in due parti: Phainòmena la prima, Diosemeîa la seconda, da cui i termini Fenomeni e Pronostici con cui furono già chiamate da Cicerone. Per quanto concerne l’etimologia del lemma Diosemeîa, in base alla sfumatura di significato che assume il “semeiòn”, può essere intesa in doppio senso, vale a dire “Costellazione del Cielo” o “Segnalazione del Cielo”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio. Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C….L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVSTI…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 279, in proposito scriveva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, parte I, cap. ……, a p. 373 (vedi pure ristampa p. 96) parlando di Buxentum egli in proposito scriveva che: “Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG. ET IVLIA DRVSI F….DIVI AVGVSTI.”. Innanzitutto faccio presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite. Il Romanelli, parte I, cap. ……, a p. 373 (vedi pure ristampa p. 96), nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, al manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “….città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI IVLIA DRVSI F…..DIVI AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Infatti, sulle epigrafi, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507, in proposito scrivevano che: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura ecc…”. I due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano “C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Da Wikipedia leggiamo che Germanico Giulio Cesare (in latino: Germanicus Iulius Caesar; 24 maggio 15 a.C. – Antiochia di Siria, 10 ottobre 19), nato probabilmente come Nerone Claudio Druso (Nero Claudius Drusus), noto per un periodo come Nerone Claudio Druso Germanico ma meglio conosciuto semplicemente come Germanico, è stato un politico e militare romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia. Questore, console e infine proconsole in Gallia [Gallia Aquitania, Gallia Lugdunense e Gallia Belgica], proconsole in Germania, proconsole in tutto l’Oriente romano [Galazia, Licia e Panfilia, Siria ((con Giudea)), Egitto, Acaia, Asia, Bitinia e Ponto, Cipro, Cilicia, Creta e Cirene, Macedonia, Mesia e Cappadocia]. Poco dopo la partenza di Pisone, Germanico cadde malato ad Antiochia e morì il 10 ottobre dopo lunghe sofferenze; prima di spirare, lo stesso Germanico confessò la propria convinzione di essere stato avvelenato da Pisone, e rivolse un’ultima preghiera ad Agrippina affinché vendicasse la sua morte. Officiati i funerali, dunque, Agrippina tornò con le ceneri del marito a Roma, dove grandissimo era il compianto di tutto il popolo per il defunto. Tiberio, tuttavia, evitò di manifestare pubblicamente i suoi sentimenti, e non partecipò neppure alla cerimonia in cui le ceneri di Germanico furono riposte nel mausoleo di Augusto. In effetti Germanico potrebbe essere deceduto di morte naturale, ma la popolarità crescente enfatizzò molto l’avvenimento, che comunque è anche ingigantito dallo storico Tacito. Nerone Claudio Druso (in latino: Nero Claudius Drusus; Roma, 14 gennaio 38 a.C. – Mogontiacum, 9 a.C.), nato come Decimo Claudio Druso o Decimo Claudio Nerone (Decimus Claudius Drusus o Decimus Claudius Nero) e meglio conosciuto come Druso maggiore (Drusus maior, per distinguerlo dal nipote Druso minore), è stato un militare e politico romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia in quanto figlio della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Secondo Svetonio, Druso nacque con il prenome di Decimus, in seguito cambiato in Nero. Egli nacque poco dopo il divorzio di sua madre Livia Drusilla dal padre, Tiberio Claudio Nerone, al tempo del suo matrimonio con Augusto. Sposò Antonia minore, figlia di Marco Antonio e di Ottavia minore (sorella di Augusto) dalla quale ebbe diversi figli, ma soli tre gli sopravvissero: Germanico (15 a.C.-19), il futuro imperatore Claudio (10 a.C.-54) e Claudia Livilla o Livia Giulia (13 a.C.-31).
Le due epigrafi sul campanile della chiesa di S. Maria d’Episcopio di Scalea, provenienti da Lavinium e simili a quelle del campanile di Policastro
Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, dveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Inoltre, padre Russo, a p. 49, in proposito scriveva pure che: “E’ probabile che da ‘Laos’ provengano le due iscrizioni, di epoca imperiale, che furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea. Le riporto per la loro rarità e perchè possano servire di base ad ulteriore ricerche e deduzioni sulla latinizzazione della celebre colonia di Sibari:
GERMANICO. CESARI
TI. AVC. F. DIVI. AUG.
DIVI. IVLI. PRO II A. V. C.
COS. II. IMPERATORI. II
AVGUSTAE – IVLIA
DRVSI. F.
DIVI – AVGVSTI
Dunque, padre Russo citava le due iscrizioni o epigrafi latine d’epoca imperiale che egli dice “furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea”. La notizia è molto interessante, non solo perchè padre Russo dice che le due iscrizioni provenissero dall’antica Laos, colonia magno greca colegata con Sibari, ma anche perchè le due iscrizioni da egli riportate sono simili alle due iscrizioni o epigrafi latine che ritroviamo murate sul campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Dunque due iscrizioni simili murate sui due campanili, quello “normanno” della chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea e quello bizantino della chiesa di S. Maria a Policastro Bussentino. Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Da Wikipedia leggiamo che la chiesa, meglio conosciuta come “Madonna del Carmine”, è ricca di monumenti e opere d’arte. La Madonna del Carmine è la patrona di Scalea e si festeggia il 15 e 16 luglio di ogni anno. Il primo nucleo della chiesa Madonna del Carmine risale all’VIII secolo. Periodo questo di maggiore attività dei monaci Basiliani nella zona, conosciuta con il nome di Mercurion. In questi anni la chiesa fu anche sede episcopale o almeno di corepiscopi, gli ausiliari dei vescovi. In questa epoca, la chiesa, già dedicata a Santa Maria Annunziata, prese il nome di Santa Maria d’Episcopio: inoltre vicino alla chiesa resta un edificio signorile, con pseudo loggiato normanno, che per tradizione è indicato come il “palazzo del Vescovo”. In epoca normanna la chiesa fu notevolmente ingrandita e affidata ai Benedettini di Cava dei Tirreni. Questo perché con l’avvento dei normanni le chiese di rito bizantino dovettero latinizzarsi. Molti monasteri greci, pertanto, furono affidati ai monasteri latini. Il superbo finestrone absidale della chiesa è appunto una testimonianza di questo periodo.
Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), ‘SCIDRO’ è ricordata da Ateneo
Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “(Σχιδρος) , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Dunque, il Napoli, oltre ad Erodoto dice che la colonia sibaritica di Scidro si fa cenno anche in “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. A quale autore si riferiva Mario Napoli ?. L’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Riguardo l’interessante citazione di Ateneo (…), del Napoli, essa andrebbe ulteriormente indagata in quanto leggendo wikipedia alla voce “Ateneo” troviamo tre autori con lo stesso nome. E’ il sacerdote Luigi Tancredi (….) che ci viene in soccorso. Infatti, il Tancredi (…), nel suo capitolo “SKIDROS” del suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” a p. 93 in proposito scriveva che: “Degli infelici abitanti parla una sola riga: dice che essi (i sopravvissuti) si rifugiarono a ‘Laos’ e a ‘Skidros’ (2).”. Il Tancredi, a p. 93, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Idem. Cfr. Ateneo, ‘Dipnosofisti’, XII, 523.”, che è la stessa citazione che postillava il Napoli. I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. In Wikipedia troviamo “Ateneo di Neucrati” che era una città dell’Egitto. Mario Napoli scriveva che, Ateneo da lui citato, “si rifà a Timeo o ad Aristotele”. Infatti, Ateneo di Naucrati, in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios (Naucrati, … – dopo il 192), è stato uno scrittore egizio dell’età imperiale. Dovrebbe aver scritto dopo la morte di Commodo (192 d.C.) perché ne parla con esecrazione, tra l’altro introducendo come anfitrione del banchetto da cui prende nome l’opera Publio Livio Larense, procurator dell’imperatore tra 189 e 192. Sappiamo dalle titolazioni dei manoscritti che fu di Naucrati e, dunque, greco egiziano, probabilmente grammatico e consultatore della Biblioteca di Alessandria, visto che cita circa 700 autori e 2.500 opere che, pur non consultate tutte direttamente, erano conservate ad Alessandria. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Dipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera.
Nel II-III sec. d.C., ATENEO ricorda il vino di Bussento
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”.
Nel 98 d.C. (tempi di Nerva), l’epigrafe latina trovata da Antonini al Mingardo
Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” (I ed., 1745), a pp. 370-371 parlando della Molpa in proposito scriveva che: “Per molte diligenze fra quelle ruine, e suoi contorni praticate, affatto non mi è riuscito trovar cosa che sapesse d’antico a riserva dun cippo, che in una vigna al piano del Mengardo è tenuto per dar peso allo strettojo dell’uva: In esso travasi la seguente iscrizione mezo consumata, tanto che appena si è potuta copiare: ……
XENT IN REM
VRBIC. SILV.
IVG. LX. ADSIG.
DDI. S. K. ….
a qual uso queste selve potessero esser destinate cè ‘l dice ‘Aggeno comment. ad Front. de controv. agr. In tutelam rei urbanae assignatae sunt silvae, de quibus ligna, in reparatoniem pubblicorum moenium traherentur. Hoc genus agri tutelatum dicitur’. Con poc’altre parole, ma forse più chiaramente ‘Igino de limit. conflit. di cotali assegnazioni ragiona: ‘……………………..’. Ma Niccolò Rigaltio, siccome niente contentossi della sentenza di Aggeno, così molto si compiacque di quella d’Igino. Egli nelle note a quest’autore così scrive: ‘Namque in tutelam rei urbanae sunt assegnata, & quae operibus pubblicis fuerunt data, aut destinata, ad unam soli conditionem pertinent, videlicet urbani; & Aggenus ipse in tutelam rei urbanae assignatas esse sylvas ait, da quibus ligna in reparationem pubblicorum operum traherentur. Liber Arcerii hunc lectionem suggerit, unam Urbani soli, alteram agrestis quod in tutelam agri suerit assignatum; urbani, quod operibus pubblicis datum suerit, aut destinatum’. E finalmente va a dire, che dalla rendita di cotali selve si ricava quello, che bisognava per la riparazione delle pubbliche mura.”. L’Antonini, a p. 371, nella nota (I) postillava che: “Parmi che così iterpretar si possa, rimettendomene al giudizio miglior etc….
BUXENTO. IN REM.
URBICARIAM. SILVARUM.
IUGERA. LX. ADSIGNATA.
DESTRA. DECUMANUS. PRIMUS. SINISTRA. KARDO.
Quali poi fossero queste misure, con poche parole ce ‘il dice Plinio, nel c. 3. lib. 18 così: ‘Jugerum vocabatur, quod uno jugo, boum in die exarari posset. Actus in quo boves agerentur cum aratur uno impetu justo. Hic erat CXX. pendum, duplicatusque in longitudinem jugerum faciebant. Vide Authors Rei Agrar.’. E Frontino In expo. sitione. formarum’ lo stesso ci conferma.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 15 parlando dell’antica città di Bussento in proposito scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve, e situato quindi fuori del suo primitivo posto:
……XENT IN REM
VRBIC. SILV
IVG. LX. ADSIG.
DDI. S K…….
che interpreta: ‘Buxento. In. rem. Urbicariam. Silvarum. Jugera. LX. Adsignata. Destra. Decumanus. Primus. Sinistra. Cardo. (11) Ma bisognava dimostrare che sia quello il posto primitivo del cippo e non altro; difatti potè esservi trasportato. Ritenuta poi la interpretazione, e concesso, come pare, che le lettere XENT. siano da supplirsi Buxento, osserviamo che il frammento porta due termini locali, il Bussento ed i sessanta Jugeri; dunque il cippo era terminale perchè non era presso il Bussento, ma sessanta jugeri al di là. Dunque, il luogo dove fu trovato non era il sito del Bussento, ma un confine da esso ben sessanta jugeri lontano. Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.

(Fig…..) Gaetani Rocco, op. cit., p. 15 parla del Bussento e della Molpa
Il Gaetani, a p. 28, nella nota (11) di p. 15, postillava di Antonini, La Lucania, p. 370-371, dove l’Antonini ci parla del cippo rinvenuto a Mingardo presso la Molpa. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani dava torto all’Antonini, affermando ed argomentando che il cippo si riferiva a Bussento o Buxentum che si trovava a sessanta jugeri di distanza dal cippo rinvenuto nel fiume Mingardo. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc…”.
……..BVXENT IN REM
VRBIC. SILV
IVG. LX. ADSIG.
DDI. S K…….
Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura, la cui spesa si prelevava da una specie di assegnazione sulle rendite de’ boschi’. E’ da precisare che l’iscrizione non fu trovata a Policastro ma sul fiume Mingardo, e ciò farebbe supporre, dando un qualche credito antiscentifico all’iscrizione stessa, che in età Romana il territorio del Golfo di Policastro si nominasse dalla principale colonia, cioè da Buxentum, e che lo stesso territorio fosse regolato secondo gli usuali sistemi della centurazione. L’iscrizione, inoltre, potrebbe anche riferirsi al citato φρουριον, risultato anch’esso in epoca romana.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Riccio (….), nel suo “Storia e topografia antica della Lucania”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. I due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano “C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Roma primitiva era di semplici costumi e di vita sobria; dopo le conquiste accumulò denari e ricchezze. Le terre assoggettate diventarono proprietà dello stato (ager publicus), altre furono vendute a basso prezzo alla famiglie più o meno agiate, altre date in affitto a privati. Diminuì, così, la piccola proprietà, perché i nuovi acquirenti non potendo più sopportare i pubblicani disonesti che abusavano nella riscossione dei tributi, finirono per appropriarsi del terreno che avevano. La maggior parte delle terre era incolta per mancanza di lavoratori, perché i giovani erano impegnati nelle guerre, o era devastata dagli eserciti di Annibale. Infine le terre abbandonate furono popolate da schiavi, duramente trattati, ed i piccoli proprietari, caduti ormai in rovina, non poterono più mantenere le loro famiglie numerose. La sete insaziabile di ricchezza continuò ancora finchè la crisi economica causò la nascita di insurrezioni e di guerre sociali.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel Liber Coloniarum il territorio di Bussento (ager Buxentinus) è posto nel Bruzio (Provincia Brittiorum)(78), e si accenna ad una assegnazione dei lotti ai coloni fatta in epoca graccana o triumvirale, per i veterani.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (78) postillava che: “(78) Liber Coloniarum, I, p. 209 L, 19-20”. Il La Greca si riferisce al testo di …….
Nel 21 ottobre 219 d.C. (III sec. d.C.), Costantino al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’
Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Dal rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-5 etc..”. Ebner, a p. 18, nella nota (77) postillava: “(77) Lanzoni, cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica lucania scomparve definitivamente.”.
BLANDA JULIA (SAPRI ?)
Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta
Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″. Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “:
IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.
EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.
III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE
MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)
Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: “Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”.

Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita “(CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via.mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323
Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino”
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Nel III sec. d.C., “CESERMAE” (Sapri ?) nell’Itinerario Antonino
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Altri studiosi precedenti prendono in considerazione l’Itinerario Antonino (uno stradario del III secolo in forma di testo) e molte altre rielaborazioni di una carta stradale antica dell’impero romano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.
A Rivello o a Sapri, CESARIANA per il Racioppi
Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. I, a pp. 476-477 riferendosi alla stazione di “ad Tanarum” citata nell’Itinerario Antonino, in proposito scriveva che: ” ….( o come in altro codice) ‘Canarum’. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è detta “Sammaro” accosto al paese odierno di Sacco; dessa è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ‘ad Samarum’ giungeva a Marrcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acqua-fredda (1). Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tanagro a Marcelliana e Nerulo, sia perchè parve di più breve e diretto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana.”.
Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino”
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Itinerarium Antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’altro. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.[senza fonte] L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo.
Blanda e Caesariana nella Tabula Peuntingheriana
La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”.
Nel III-IV sec. d.C., la ‘CAESARIANA’ o ‘CESERMA’ nella Tavola Teodosiana o Peuntingheriana
Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “…..Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana” faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted Ulrich, Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Infatti, assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri e, anche la citazione di una “Caesariana” nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “L’Antonini (35), a proposito di Sapri, riferiva che……“seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”. Infatti, a sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia’ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana’, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo, (fig.5)(36), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia’. Il Racioppi (37), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda.”. Il Battisti (38), che distingueva ‘Cesernia’ da ‘Cesariana’, ne propendeva per la localizzazione in Sapri.”. A sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia‘ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana‘, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo (…), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia‘. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce in proposito che: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “(1). L’accuratissimo Olstenio (….), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.“. L’Antonini (….), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (….), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma“, “seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”. Infatti, nella Tabula Peuntingheriana (….) o carta Teodosiana, di cui qui ho pubblicato lo stralcio che a noi interessa, è citata la stazione di “Ceserma”.

(Fig…..) Tavola Peuntingheriana o carta Teodosiana – particolare della Calabria, dove si legge ‘Ceserma e Blanda’
Nella mia nota (36) postillavo che: “(36) La “Tabula peuntingheriana, “Itineraria militare”, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit.”. L’immagine stralcio della lunga Tabula Peuntingheriana che ivi ho pubblicato non è la riproduzione di Stefano Bellinio (…) pubblicata dal Sacco (…), ma è l’immagine che rappresenta la vera carta di Peuntingherio che troviamo pubblicata su Wikipedia, ovvero l’immagine tratta dal Codice Vidobonensis (…), conservato alla Biblioteca Hofbibliotechek di Vienna. Da Wikipedia leggiamo che il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei secoli; numerosi sono i punti in comune con la Tavola Peutingeriana o Peuntingheriana. La ‘Tabula peuntingheriana, Itineraria militare’, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit. La Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta ‘Codex Vindobonensis’. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328, perché mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata in quell’anno; mentre per altre (come ad esempio nella Pars IV – Liguria di Levante) potrebbe essere antecedente al 109 a.C. data di costruzione della via Emilia Scauri, che non vi è indicata. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C.- 12 a. C.), amico e genero dell’imperatore Augusto e, tra l’altro, costruttore del primo Pantheon , in seguito ricostruito totalmente da Adriano nel 123. Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus pubblicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia. Un altra carta che si può definire tematica è la cosiddetta Tabula Peutingeriana. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. ll presunto originale della carta stradale della seconda metà del IV secolo (ca. 375 d.C.) contiene una rappresentazione grafica del mondo conosciuto allora, nella quale le strade erano rappresentate come linee di collegamento fra le singole tappe dei percorsi. L’originale tardo antico può essere ricondotto a diversi possibili carte precedenti, tra i quali una carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C. – 12 a.C.). Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus publicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nella sua lapide di marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia a Roma. Riguardo la stazione romana di ‘Ceserma’ vorrei qui ricordare la studiosa e archeologa Giovanna Greco (….), in un suo studio, a p. 19, in proposito scriveva che: “..è piuttosto sulla costa che si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘ville’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a Nord di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri a Sud. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (28) testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale essa sia (29). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….)(….). Si veda Giovanna Greco (….) ed il suo saggio, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32. L’Archeologa Giovanna Greco (…), a p. 19, nella sua nota (28) postillava che: “(28) W. Johannowsky, Sapri, in Atti XXIII, CSMG, Taranto, 1983, p. 528.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (29) postillava che: “(29) G. Antonini, Lucania, Napoli, 1745, p. 429 e p. 431; relazione Magaldi alla Soprintendenza di Napoli del 1938: descrive minuziosamente un complesso sistema idrico ed ambienti mosaicati venuti alla luce durante la costruzione di alcune palazzine.”. Sulla relazione di Josè Magaldi ho scritto quando parlo più in generale della villa marittima e monumentale in località S. Croce a Sapri. L’archeologa Giovanna Greco, a p. 19, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Nissen, Italische Landeskunde, vol. II, p. 899, n. 8; Karhsted, op. cit., p. 22.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (31) postillava che: “(31) CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da A. Russi in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. ‘Lucania, p. 1897.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 69-71-72 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Però la nuova colonia non ebbe quell’importanza che i Romani ne speravano; essa rimase fuori dal movimento stradale acquistando invece maggiore importanza il luogo dove in prosieguo sorse ‘Caesariana’ (Sapri).”. Il Dito, a p. 71, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo la porto naturale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’, (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da ‘Nerulo’ per ‘Caesariana’ costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’. Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipron’); ma la stessa situazione e i pochi vestigi antichi (‘le Camerelle’) che non vanno oltre l’epoca imperiale attestano della sua importanza come stazione navale a cui faceva capo il commercio per l’interno. Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Dunque, Oreste Dito (….) scriveva che la fondazione della stazione marittima di Caesariana (così viene indicata sulla tavola Peuntingeriana), in onore di qualche Imperatore (“Cesare”) romano, “non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario Antonino e la tavola Peuntingeriana o teodosiana (sec. IV)“. Nella mia Relazione del 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, quando scrivevo che: “Il Racioppi (37), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda.”.“. Nella mia nota (37) postillavo che: “(37) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902.”. Nella mia Relazione del 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, quando scrivevo che: “Il Battisti (38), che distingueva ‘Cesernia’ da ‘Cesariana’, ne propendeva per la localizzazione in Sapri.”. Nella mia nota (38) postillavo che: “(38) Battisti Carlo, op. cit.”. Il Battisti (….), che distingueva ‘Cesernia‘ da ‘Cesariana‘, ne propendeva per la localizzazione in Sapri. Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi “, vol. XXXII, Firenze, 1964. Nel 1815, Domenico Romanelli (….), nel suo “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, nel suo vol. I (vedi ristampa a cura di Ferdinando La Greca, dal titolo “Il Cilento, Paestum, e il Picentino”, p. 116), dopo aver detto di “7 – Mendicolco Vicus” ci parla di “8 – Caesariana”. Il Romanelli, fa il punto della sitauzione topografica e dei toponimi presenti in alcuni antichi autori come il Cluverio (…) e l’Olstenio (Holstein), e delle sue “Note all’Italia Antiqua al Cluverio”, ma soprattutto partendo dalle stazioni romane citate nell’Itinerario Antoninino, nell’Anonimo di Ravenna e nella Tabula Peuntingheriana. Il Romanelli a p. 116, in proposito scriveva che: “I soli itinerarj, e le tavole topografiche ci guidano finora nelle ricerche delle città Lucane. Camminiam perciò sull’incertezza, e tra dubbio lume, senza guida di alcuno scrittore, che ce ne insegni i veri nomi, e ci dia, conto di loro esistenza politica. Una di esse fu ‘Caesariana’, che nell’itinerario Antonino da Capua alla Colonna è segnata tra Marcelliana, e Nerulo a miglia 21 dalla prima, che noi abbiam rettificato in 14, perchè oggi se ne contano 12, ed a 33 da Nerulo, perchè oggi se ne contano 28: AD CALOREM IN MARCELLIANA…….M.P. XXV; CAESARIANA……M.P. XXI, leg. XIV; NERULO…..M.P. XXXIII ecc….Questa medesima città nella tavola peuntingeriana è descritta erroneamente col nome di ‘Caserma’ a miglia sette da Blanda, ma l’Olstenio (1) ha fatto ben osservare, che invece di ‘Caserma’ legger si debba ‘Caesariana’: Caserma. Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquiliae ad Casas Caesarianas, pro quibus hic corrupte Caserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea, nam inde XVI sunt mill. pass. ad Lainum fluvium. Eccone l’ordine topografico: CASERMA (leg. Caesariana); BLANDA……M.P. VII; LAVINIUM (leg. Laus)….M.P. XVI; CERILIS ecc….Riponendosi però Blanda a Maratea, se conviene la distanza di miglia 16 sino al fiume Lao, non conviene l’altra di sette sino a Cesariana, e perciò noi abbiamo stimato di aggiungere la cifra X, che forse fu tralasciata, e completare miglia 17, ch’esattamente vi corrispondono, fissandosi Cesariana a Casalnuovo, come saremo per dire. Questa topografia di Cesariana a Casalnuovo poco lontano da Sanza, devesi allo stesso Olstenio (2), da cui si aggiunge in altro luogo: “Caesariana, sive Casae Caesariannae ponendae videntur, ubi nunc” Casalnuovo. Corrispondendo adunque tutte le segnate distanze da Nerulo, da Blanda, e da altri luoghi al sito di Casalnuovo, noi abbiamo tutta la ragione di credere, che qui fosse Cesariana, che dalla via Aquilia veniva attraversata.”. Il Romanelli, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Holsten. in Cluver. pag. 288.”. Il Romanelli, a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Id. pag. 293.”. Il Romanelli, parlando dell’Olstenio si riferiva al testo di Luca Holstenio (…) e del suo ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, Roma, pubblicato nel 1666. Dunque, il Romanelli voleva che l’antica stazione Romana di “Ceserma”, segnata nella Tavola di Peuntingherio, fosse da identificarsi con l’odierno Casalnuovo nel Vallo di Diano e vicino a Sanza (SA). E’ vero che nella Tabula Peuntingheriana la stazione romana di Ceserma è segnata vicino al fiume Silaro che dal golfo di Policastro risale verso il Vallo di Diano ma è anche vero che la stazione di Ceserma è segnata abbastanza prossima al mare e proprio in prossimità della baia naturale di Sapri, che anche nella carta è facilmente distinguibile. Sulla Tabula Peuntingheriana, la stazione romana di “Ceserma” è segnata come toponimo “Ceserma VII”. Il Romanelli, citava l’Holsteino (…), a p. 288 e a p. 293. Vediamo l’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, ovvero al testo del 1666 ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, un testo di geografia storica che rivede l’altro testo di Cluverio: “Italia Antiqua”. Infatti, l’Olstenio, a p. 288, in proposito scriveva che: “Lin. 42. ‘Ceserma, &.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquilliae ad Casas Caesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m.p. ad Lainum fl.”.


Nel VI-VII sec. d.C. (?), l’antica “Ceserma” nell’Anonimo Ravennate
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, studio redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “L’Antonini (35), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (lib. 4 e 5), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma”, ecc…”. Nella mia nota (35) postillavo che: “(35) Antonini G., La Lucania, parte II, Napoli, 1745, discorso XI, nota 1, p. 430.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce in proposito che: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “L’accuratissimo Olstenio (….), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.“. L’Antonini (….), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (….), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma“. Dunque, secondo l’Antonini l’Anonimo di Ravenna o Ravennate nei suoi Libri 4 e 5 della sua “Cosmografia Ravennate” “ragionando dei luoghi posti sul mare”, chedeva che “voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma”. L’Anonimo di Ravenna, detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di “Cosmografia ravennate”. L’Anonimo di Ravenna (…), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di “Cosmografia ravennate”. Il Porcheron (…), nella trascrizione del testo dell’Anonimo di Ravenna (…), a p. 253, in proposito scriveva che: “II. Itinerum civitas Columpna Regia, Arciades, Tauriana, Vibona Valentia, Tenna, Tempsa, Clampetia (c) Ercules, Cerillis, Lanimunium, Blandas, Cesernia, (d) Veneris, (e) Boxonia, ecc…”. Il Porcheron, a p. 253 nella sua nota (d) postillava: “(d. Sive lucus, sive templum aut quid aliut fuerit, nemo nos docet, hunc enim locum ceteri omnes neghexere.” e, nella nota (e) postillava che si trattava di Buxentum.

Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “(p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Dunque, Oreste Dito cita l’Anonimo di Ravenna (…), in cui viene citata “Cesernia”. Oreste Dito scriveva che: “nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Il geografo di Ravenna. Da Wikipedia leggiamo che il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.; numerosi sono i punti in comune con la Tavola Peutingeriana o Peuntingheriana. La Cosmografia ravennate è una lista di luoghi e città del VII secolo d.C., che presenta il mondo allora conosciuto. Prende il suo nome dalla città italiana di Ravenna, dove il testo fu realizzato da un autore anonimo. Consiste in una sequenza di toponimi che vanno dall’India fino all’Irlanda. Il testo lascia supporre che probabilmente l’autore ha frequentemente usato delle mappe come fonti. Sebbene graficamente si presenti come una mappa, è in realtà una metodica elencazione di località, tratte dalla mappa. Le tre copie manoscritte distano dall’originale tre o quattro generazioni. Di conseguenza le copie sono affette da errori di ortografia, divisioni di parole ed errori di trascrizione che sembrano provenire da una cattiva interpretazione di una dettatura. Le variazioni tra i testi non sono limitate ai nomi delle località, ma ci sono variazioni significative nei commenti. Da questo si può dedurre che gran parte degli errori sono attribuibili ai copisti. I cinque libri che compongono l’opera sono stati pubblicati per la prima volta a Parigi da dom Porcheron con il titolo: “Anonymi Ravennatis de geographia libri V” nel 1688. Sono stati pubblicati di nuovo a Parigi con notevoli miglioramenti da A. Jacobs nel 1858 e a Berlino da Parthey nel 1860. L’edizione critica più recente dei tre manoscritti è quella di Joseph Schnetz, Itineraria Romana, vol. II: Ravennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, 1942 (ristampa 1990), B. G. Teubner, Stuttgart. Tradizione del testo: Fra i tre manoscritti che formano la tradizione diretta della Cosmographia dell”Anonimo Ravennate, il ms. Città del Vat., Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. Lat. 961 e il ms. Basel, Universitätsbibliothek, F V 6 danno luogo a un ramo, il ms. Paris, Bibliothèque Nationale, lat. 4794 a un altro; il testo si fonderà sul Vaticano e sul Parigino, dal momento che il Basiliense, restituendo usi tradizionali del latino estranei all”epoca dell”autore (sec. VIIIin ), non è affidabile. È necessaria l”integrazione con i geografi che si sono serviti della Cosmographia, particolarmente Guidone Pisano, il quale nelle Historiae variae si serve di un codice perduto della Cosmographia che conteneva una redazione più completa e corretta (sei i mss. di Guidone, più due testimoni secondari); poi Riccobaldo da Ferrara (De locis orbis) e l”anonimo pisano autore del Liber de existencia riveriarium et forma maris nostri Mediterranei. I problemi critici principali sono la corretta ortografia e identificazione degli oltre cinquemila toponimi della Cosmographia. (da Te.Tra. I, scheda a cura di Annapaola Mosca). Bibliografia filologica: Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, ed. J. Schnetz, Stutgardiae 19902 (prima ed., Lipsiae 1940), pp. 1-110 (Itineraria Romana, II); Ravennatis anonymi cosmographia et Guidonis geographica, edd. M. Pinder – G. Parthey, Berolini 1860 (rist. Aalen 1962); J. SCHNETZ, Untersuchungen über die Quellen der Kosmographie des anonymen Geographen von Ravenna, München 1942 (Sitzungsberichte der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Phil.-hist. Abt., 1942, n. 6). Dunque, come ho già scritto, nel 1688, i cinque libri che compongono l’opera sono stati pubblicati per la prima volta a Parigi da dom Porcheron con il titolo: “Anonymi Ravennatis de geographia libri V”.
Nel VII sec. d.C., Blanda e Ceserma nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate
Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Guido da Pisa, nella sua “Geographica” parla di Blanda
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Da Wikipedia leggiamo che Guido da Pisa (Pisa, … – XII secolo) è stato un geografo italiano. Diverse fonti citano un Guido compilatore di testi storici e geografici. Nella raccolta che costituisce il codice Vaticanus latinus 11.564 della Biblioteca apostolica Vaticana, egli unì le Chronica maiora di Isidoro di Siviglia con le Historiae adversus paganos di Paolo Orosio, aggiungendo (c. 184 recto) la notizia di un terremoto avvenuto a Pisa nel 1117. Un’altra compilazione, contenuta nel codice Egerton 818 della British Library di Londra, comprende le Collectanea rerum memorabilium di Gaio Giulio Solino e il De septem miraculis mundi del venerabile Beda, e si conclude con sei esametri nei quali Guido si presenta come autore della raccolta: «Me Guido collegit studiose» (c. 52 recto). L’opera più nota di Guido è la Geographica, in quattro libri: il primo libro, composto da brani tratti dalla Cosmographia dell’Anonimo ravennate, dall’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e dalle Collectanea di Solino, descrive i territori dei quali si componeva l’Impero romano; il secondo libro descrive brevemente l’antica società romana, seguendo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, il terzo tratta della geografia, seguendo ancora l’Anonimo ravennate, e il quarto libro descrive la guerra di Troia secondo il De excidio Troiae historia di Darete Frigio e le gesta di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene. Il nome dell’autore è presente sia nel prologo – «ego Guido inductus pro scientia mea» – che alla fine dell’opera – «Ex quibus haec Guido documenta decora reliquit» – menzionando anche l’anno in cui fu scritta l’opera: «anno ab incarnatione eius millesimo centesimo XIX». L’opera è contenuta nel codice Bruxellensis 3897-3919 della Bibliothèque Royale di Bruxelles; parzialmente nel Florentinus Riccardianus 881, nel Mediolanensis Ambrosianus R 114, nel Romanus Sessorianus 286 della Biblioteca nazionale di Roma, e nel Caesareus CCCXXXIII, Endlicheri 3.190 di Vienna.
Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella “Cosmographia” dell’Anonimo Ravennate
Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Eutropio
Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Su Eutropio, da Wikipedia leggiamo che egli era probabilmente di origine italica (così è citato nella Suda). Ricoprì in due riprese importanti cariche pubbliche sotto vari imperatori. Professava il paganesimo. Prese parte alla campagna sasanide dell’imperatore Giuliano nel 363. Successivamente ricoprì incarichi di estrema importanza a Costantinopoli, al servizio dell’imperatore Valente (364–378), di cui fu segretario e storico (magister memoriae) e su richiesta del quale scrisse il Breviarium ab Urbe condita (“Breviario dalla fondazione di Roma”). Nel 371/372 fu proconsole (governatore) della provincia d’Asia; restaurò alcune costruzioni di Magnesia al Meandro, e fu accusato di tradimento dal suo successore Festo, ma assolto. Sotto Teodosio I fu prefetto del pretorio dell’Illirico nel 380-381, e nel 387 fu console posterior. Un altro storico, Giorgio Codino, nel suo De originibus Constantinopolitanis (“Sulle origini di Costantinopoli”), afferma che Eutropio fu segretario di Costantino I, ma non è chiaro se si tratta della stessa persona. Morì dopo il 387. Il Breviarium ab urbe condita, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L’attenzione dell’autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute, come ad esempio la famigerata e dibattuta Enmannsche Kaisergeschichte e ai ricordi personali dell’autore.
Nel 305, gli Imperatori Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio alla Molpa
Da Wikipedia leggiamo che secondo Orosio, l’Imperatore romano Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato, nell’anno 305 d.C. (IV sec. d.C.) si ritirò nella sua villa in Lucania e, un anno dopo, nel 306 d.C., suo figlio Massenzio ricevette la notizia della sua acclamazione ad Imperatore dell’Impero. Marco Aurelio Valerio Massenzio (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278 – Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l’Italia e l’Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo (da lui fatto uccidere), che riconosceranno Costantino mentre Massenzio l’otterrà anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore. Figlio dell’imperatore Massimiano, coregnante di Diocleziano, e di Eutropia. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, padre dell’Imperatore Massenzio è noto più semplicemente come Massimiano (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius; Sirmio, 250 circa – Massilia, luglio 310), è stato cesare privo di tribunicia potestas (dal luglio 285) e poi augusto (dal 1º aprile 286 al 1º maggio 305) dell’Impero romano. Condivise quest’ultimo titolo con il suo amico, co-imperatore e superiore Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Stabilì la propria capitale a Milano, ma passò gran parte del proprio tempo impegnato in campagne militari. Riguardo il suo ritiro su wikipedia leggiamo che: Il 1º maggio 305, in cerimonie separate a Mediolanum e Nicomedia, Diocleziano e Massimiano lasciarono il potere contemporaneamente; la successione, però, non andò esattamente come Massimiano aveva sperato, in quanto, forse per l’influenza di Galerio, i nuovi cesari furono Severo e Massimino, con l’esclusione dunque di Massenzio. Entrambi i nuovi cesari avevano delle lunghe carriere militari ed erano vicini a Galerio: Massimino era suo nipote e Severo un suo vecchio collega nell’esercito. Massimiano rimase subito contrariato dalla nuova tetrarchia, che vide Galerio assumere la posizione dominante già ricoperta da Diocleziano; sebbene Massimiano avesse diretto la cerimonia che aveva proclamato cesare Severo, in due anni l’augusto ritirato era divenuto talmente insoddisfatto da sostenere la ribellione del figlio Massenzio contro il nuovo regime. Diocleziano si ritirò nel suo nuovo palazzo costruito vicino a Salona, nella sua terra natale, la Dalmazia; Massimiano scelse invece delle ville in Campania o Lucania, dove visse una vita di agi e lussi (125). Sebbene lontani dai centri politici dell’impero, Diocleziano e Massimiano rimasero in contatto regolare tra loro. Nella nota (125) si postillava che: “Barnes, Constantine and Eusebius, p. 27; Southern, p. 152.”.
Nel 305 (IV sec. d.C.), la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli imperatori Massimiano Erculeo ed il figlio Massenzio
Da Wikipedia leggiamo che Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:
- il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
- il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: “Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Il Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La Lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia, si tratta di Nicola Corcia (…). Infatti, già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica. Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”.
Macrobio
Macrobio visse nel IV secolo d.C.., ma, lo scrittore antico che l’Antonini chiama “Pestano” non si è capito chi fosse. Vediamo ora il Libro 6 dei ‘Saturnali’ dove l’Antonini scrive che Macrobio lo cita. Ambrogio Teodosio Macrobio (in latino: Ambrosius Theodosius Macrobius; 385 circa – 430 circa) è stato uno scrittore, grammatico e funzionario romano del V secolo. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. I Saturnalia, la sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in tre giornate, raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno. L’opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura di Virgilio, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla letteratura e alla storia fino alle scienze naturali. Macrobio contribuì significativamente all’esegesi dell’Eneide e dell’opera di Virgilio più in generale; inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti frammenti di vari autori famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è mantenuto il ricordo di poeti meno conosciuti come Egnazio e Sueio. Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall’origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. È questa la parte più ampia e la più sentita (libro III-VI). Si discorre di passi difficili e controversi, della superiorità rispetto ad Omero dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica ecc. e si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l’uovo o la gallina? (Ovumne prius fuerit an gallina?) (libro VII però incompleto). Assai raramente Macrobio accenna alle proprie fonti immediate, tra le quali furono senza dubbio Aulo Gellio e Plutarco, forse Varrone.
Nel 339 d.C. (IV sec. d.C.), alcune famiglie patrizie Romane, in viaggio verso Costantinopoli fondarono “Amalphi vecchia”
Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di Sant’Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Nel 1700, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (….) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria verso la fascia costiera tra Scario e gli Infreschi. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Luca Mannelli (…), nella sua ‘La Lucania sconosciuta’, al cap. X cita il Malaterra (…) e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui riporto trascritto il testo delle pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi se ne vennero in Eboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, ecc..ecc..”. Il Mandelli riporta la notizia della fondazione di Amalfi vecchia ma fa risalire la fondazione della città di Molpa ai Normanni di Roberto il Guiscardo. L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”. Infatti, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c. 4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta “che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico, che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”. La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: “Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva campbiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”.
Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: “Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Su questo cittadino di “Vibone” detto “Pestano” e citato dall’Antonini ha scritto Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’unisoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2), e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria’ (3) rilevarono però questa svista dell’Antonini, poichè siccome per passo di ‘Cicerone’ (4), che prima della correzione ‘Granoviana’ corrottamente leggeasi in ‘Macrobio’ (5), il dotto ‘Barrio’ (6) dè golfi ‘Pestano’, e ‘Vibonese’ coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’, che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori ‘Calabresi’, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore, ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8), per cui con molta lepidezza il suddivisato ‘Soria’ gli dice che ecc..ecc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, letera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “.


(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315
Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.
Le origini della Chiesa di Buxentum (BUSSENTO)
Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, etc…”. Sempre il Russo, a p. 115, in proposito scriveva che: “L’assenza di vestigia di cimeli cristiani e la scarsissima suppellettile paleocristiana, affiorata nella zona, avvalorano l’ipotesi che il Cristianesimo vi si è affermato in epoca tardiva e che, probabilmente, vi erano ancora dei pagani, specie nell’interno, alla caduta dell’Impero Romano. Nè ciò deve far meraviglia, se S. Benedetto ne trovò ancora a Montecassino più di mezzo secolo dopo. Se ne può avere conferma negli inconvenienti denunziati dai Papi Innocenzo I e Gelasio I nel V secolo (1). Ma, durante le dominazioni barbariche, non affiora nulla del genere, nemmeno nella vasta produzione cassiodoriana. Solo nel secolo IX, Cassano e Laino vengono ricordati come sedi di Castaldi longobardi, senza tuttavia che si spenda una sola parola sulla loro attività spirituale.”. Il Russo, a p. 115, nella nota (1) postillava: “(1) Taccone-Gallucci, Regesti, p. 3 ss.”. Si tratta del testo di Domenico Taccone-Gallucci (….), Regesti dei romani pontefici per la chiesa della Calabria fino al secolo XII, Roma, 1901. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134). Altri cimeli sono alcune monete costantiniane, colla figura della Croce a bracci uguali e quattro fiammelle agli angoli, trovate fra gli scavi in Piazza Duomo, presso la fontana di Pescefritto; come anche resti di lucerne battesimali di terracotta, fittili, di forma caratteristica ed istoriate nella parte superiore, con frasi greche, rinvenute negli scavi fatti in occasione di lavori pubblici (strada e ferrovia) (135). Esiste un cipo battesimale tronco, con frase: A Ω INI (tium et finis)”. Del secondo periodo (sec. VI-X) restano le memorie dei primi vescovi storici (Rustico e Sabbazio), degli effetti funesti delle invasioni barbariche, sia pre incompleti, della Chiesa primitiva di fattura bizantina (136).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”.
Nel 370 d.C. (IV sec. d.C.), GAVINIO, San Matteo apostolo martire, ed il suo corpo portato a Velia
Matteo apostolo ed evangelista (Cafarnao, 4/2 a. C. – Etiopia, 24 gennaio 70) fu, secondo i Vangeli, uno dei dodici apostoli di Gesù e, secondo la tradizione, l’autore del Vangelo secondo Matteo. L’Apostolo Matteo, nel III secolo a.C., insieme alle sante Archelaa (Archelaide), Tecla e Susanna, subì il martirio. San Matteo, è venerato a Salerno a Casal Velino (SA) nella frazione Marina dove le spoglie dimorarono per circa 4 secoli presso l’odierna cappella di San Matteo “ad duo flumina”. A metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Ma nell’anno 954 d.C. il San Matteo appare in sogno a Pelagia, madre del monaco Attanasio, di farne accurata ricerca. nell’antico abitato di Velia. Questi infatti andò e, come nel sogno, nei pressi di una terme riconobbe l’oratorio in rovina e, nascosto da un roveto, ritrovò l’altare. Estirpati spini e pruni e rimosso il marmo che copriva l’altare, apparve il vano ricoperto di mattonelle quadrate e, nel vano, il corpo dell’Apostolo. Allora Atanasio, reverente e commosso, con mani tremanti avvolse le sacre spoglie con molta riverenza e diligenza in un mondo lenzuolo e andò a consegnarlo alla madre. Il monaco però tentò per ben due volte di trasportare per via mare le rinvenute reliquie in Oriente, ma entrambe le volte il tentativo fallì. Improvvisi marosi lo ricacciarono sulla riva. Fu allora che Attanasio depose le reliquie in una chiesa non distante dalla sua cella: era la cappella che viene detta di S. Matteo, l’unica che da documenti risulti all’epoca esistente nella zona. Ma qui la reliquia non restò per molto tempo. Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107). Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina”,e scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Il Barone Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, ci parla di ‘Aulo Gabinio’, che ebbe un ruolo nella guerra dei Romani contro i Lucani. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.), sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di un “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia e poi trasferiti a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britannia” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Ebner (…), a p. 27, che: “La critica moderna, nonostante le motivate obiezioni dello Stilting e dopo di aver superato notevoli dubbi circa la veridicità delle narrazioni scritte nel Codice Cassinese, sembra ora orientata ad accogliere la versione favorevole alla tumulazione a Velia “ad duo flumina”, dice Ugo da Venosa, del corpo dell’apostolo.”. A p. 28, Ebner (…), continua e scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Ebner (…), nella sua nota (1), a pp. 448-449, postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397)…”.

(Fig….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 517, nota (14)
Nel ……., Gavinio, la chiesa (o la villa) a Velia dove furono nascoste le sacre spoglie dell’apostolo Matteo
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 164, scriveva che: “Di un’oratorio è notizia solo a Velia, come si è visto, nella villa della ‘gens’ Gavinia, poi ampliato a basilica quando vi si tumularono i sacri resti dell’apostolo Matteo.”. Il corpo del santo, fu rinvenuto nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide (Velia) e, le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.“. Ebner, a p. 27, nella sua nota (71), postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.), sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di un “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia e poi trasferiti a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Riguardo al sepolcro dell’evangelista, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 28, nella sua nota (73), scriveva che: “(73) La mancanza di notizie più precise sull’immobile ne derminava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Arch. R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei-Cerasoli, op. cit., p. 22,no. 20), come si fece osservare in RSS 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1022, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43 e sgg., scriveva in proposito che: “ove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti e ben diversi.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 730 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d.C. (scomparsa della basilica paleo-cristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, nella nota (7) postillava che: “(7) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Toedora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, secondo questi autori citati da Ebner, Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, nel 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo. La notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054.
Nel IV sec. d.C., la S. Elena o “S. Eliena” (Consalvo) che viveva in una grotta a Laurino e che a volte si recava nel cenobio di S. Maria di Rofrano
Su Wikipedia alla voce monumenti di Laurino troviamo scritto la chiesa di Santa Elena Consalvo, vergine ed anacoreta di Laurino, che visse nella grotta di Pruno. Elena Consalvo (Laurino, 509 – Pruno, 530) è stata una santa italiana. Vergine anacoreta, è la santa patrona di Laurino. Nonostante nel paese natale sia venerata il 22 maggio, il martirologio romano prevede la sua ricorrenza il 20 aprile (1). La nascita della giovane è tradizionalmente collocata agli inizi del VI secolo, più precisamente nel 509; tuttavia nuovi studi la ricollocherebbero tra l’VIII e il IX secolo. Secondo la tradizione proveniva da una famiglia molto devota e di umili origini. Costretta da maldicenze locali ad allontanarsi dal paese natale, intraprese una vita di ascetismo e preghiera in una grotta di Pruno (frazione di Laurino), luogo in cui morì all’età di 21 anni. Inizialmente le reliquie della santa erano conservate nella città di Ariano, dove erano state portate, secondo la tradizione, da sant’Elzearo da Sabrano; tuttavia, l’urna con la statua distesa di Sant’Elena e le stesse ossa furono trasferite a Laurino nel 1882 dal vescovo di Ariano. In Wikipedia alla nota (1) si postilla un blog dove si può scaricare il Martirologio Romano di Cesare Baronio (….). Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 200, in proposito scrivevano che: “Rofrano. Quivi fin dall’VIII-IX secolo vi dimoravano monaci orientali, nelle loro “laure”. La pia tradizione popolare ricorda Sant’Elena, la donna-eremita del Monte Pruno, che spesso si recava, alla badia per servire ai monaci, in cambio di un pò di cibo.”. I tre autori, a p. 204 parlando di Laurino scrivevano che: “Laurino…..La tradizione rimase tanto a lungo che le grotte continuarono ad essere il rifugio di eremiti. Tra questi la leggenda ascrive anche una donna, Santa Elena, che visse per molti anni in una grotta del Monte Pruno. La patrona di Laurino è Sant’Elena (dialetto: Santa Lena) che si festeggia il 18 agosto. La tradizione vuole che la Santa per conservare la sua verginità si fosse rifugiata fino alla morte in una grotta. Quando dopo molto tempo dalla sua morte fu trovato il corpo della Santa, i contadini lo posero su un carro trainato da due buoi non appoggiati, in modo che le bestie potessero andare a Teggiano, a piaggine o a Laurino liberamente. E così “Santa Lena”, quando fu sera e le bestie contavano la stanchezza del girovagare, giunse a Laurino dove ancora oggi è venerata come patrona.”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori (…), scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofrano vetere, e molte ruine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano: “Questa terra fu edificata dagli abitanti di Rofrano Vecchio, vedendosi tuttavia gli avanzi nel luogo, ove chiamano ‘Rofrano-vetere’. Non saprei la ragione di sua distruzione. Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…“. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13, in proposito scriveva che: “Questo era sito circa quattro miglia al Nord-ovest del Nuovo, sotto il monte Rotondo. Era in piedi almeno il suo Cenobio, a’ tempi di Teodosio, ed Onorio, e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Ne avanza il nome conservato nel linguaggio comune, ed in molti antichi documenti, e sul luogo i ruderi del Cenobio, e della Chiesa, e sparsi rottami di mattoni, embrici, e creta cotta. Gli diedero un tal nome per quel naturale pendio, che hanno le nazioni migranti a’ novelli luoghi da essi posseduti un qualche nome, che loro rammenti quelli che furono abbandonati, e dove pur tante memorie carissime lasciarono.”. Proseguendo il suo racconto il Ronsini ci parla di Rofrano nuovo che sorse in un altro luogo, ovvero dove si trova ora. Il Ronsini riteneva che ai piedi del monte Rotondo, un tempo vi fosse un luogo, che all’epoca fosse già da secoli abbandonato chiamato “Rofranovetere”. Il Ronsini scrive che in Rofranovetere, un casale posto ai piedi del monte Rotondo, nel IV secolo, ai tempi di Teodosio e dell’Imperatore Onorio “Era in piedi almeno il suo Cenobio”. Sempre secondo il Ronsini, “….e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’…vi sono sparsi ruderi e rottami”. Dunque, il Ronsini, forse sulla scorta dell’Antonini scriveva che dal ‘Bios’ di S. Elena si desumono alcune notizie, oltre che sulla Santa che sull’origine di questo antico eremo o cenobio basiliano ai tempi di S. Benedetto da Norcia. Secondo il Ronsini, sul Bios di S. Elena è scritto: “Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Dunque, il Ronsini scriveva che nella “vita” della Santa “Eliena” di Laurino l’antico paese di Rofrano vetere era detto “Horreum Rofrani”. Domenicantonio Ronsini, nel 1873, a p. 14 scriveva sulle origini di Rofrano nuovo: “Egli è naturale che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò intorno ad un Cenobio di Basiliani sito presso la Chiesa di Grotta Ferrata, dove ora torreggia il palazzo Baronale. Quivi si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato Fugento in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania). Etc…”. Dunque, secondo il Ronsini, “Rofranovetere” dovrebbe corrispondere ad un casale il cui antico toponimo sarebbe “Fujenti”, come si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II”. Sempre il Ronsini, a p. 14, in proposito scriveva pure che: “Quindi le antichità di Rofrano Nuovo si riduce a quella del Basiliano Cenobio. Or in qual’anno questo fu fondato ? Ruggero II primo Re di Sicilia con suo Diploma etc….(Documento A) etc…Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del Secolo XI.”. Il Ronsini, a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “In Rofrano Vetere esistono i ruderi di un Monastero, che è ricordato nella vita di S. Elena, o Eliena di Laurino. Secondo la leggenda del suo Uffizio visse in una Grotta sopra Rofrano Vetere: il pio Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo o rattoppando le tonache de’ Monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni. Morì in quella Grotta or convertita in Oratorio sacro al suo nome. Il corpo fu deposto nella Chiesa di Laurito sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. ‘Ibique tandiu quievit, donec varios post casus Autisiodorum translatum, uti ex Martyrologio R. 11 Kal: Junii: La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani p. 234)(1) avvenne circa l’anno 534. Or sottratti gli anni necessarii allo sviluppo delle molte vicende accennate nella leggenda, e sottratti gli anni, che la Santa passò presso quel Cenobio, deve conchiudersi, che quel Cenobio di Rofrano Vetere esisteva già prima del 480, in cui nacque S. Benedetto. Dunque, il Cenobio non era ancora dei Benedettini, la culla de’ quali fu Montecassino fondato nel 529, ma sibbene di Basiliani, che dall’Oriente ben presto si diffusero in queste Meridionali Provincie allor soggette al Greco Imperatore. Anzi il Baronio nelle note al Martirologio R. scrive che S. Elena fiorì ai tempi di Teodorico il Grande, e di Onorio 379 a 423. ‘De eadem Helene Virgine item hac die Beda Vsuardus, Ado, et Petrus in Catalogo’ L. II. Mentio habetur de eadem in rebus gestis S. Amatoris. Vixit temporibus Theodosii Senioris, et Honorii ejus filii, ut ex iisdem actis colligitur’. Etc…”.


(Fig…..) Ronsini Domenicantonio, pp.
Il Ronsini, proseguendo il suo ragionamento sulle origini del monastero di Rofrano Vetere, a p. 18, in propsito aggiunge che: “Ho qui contraria la leggenda dell’Uffizio, e molti valenti scrittori di Laurino, tra i quali Niccolò Politi, che attribuiscono a’ Benedettini quel Cenobio. Non amo di cozzare se non come i flutti, che ricadono congiunti etc…”. Il Ronsini prosegue il suo racconto dissertando sull’origine del Cenobio di Laurino e adducendo che non credeva fosse stato un monastero Benedettino, come invece adduceva Niccolò Politi (….) che egli stessa cita e per avvalorare la sua tesi cita il Mabillon (….). Inoltre, il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”. Sempre il Ronsini, a p. 18, in proposito scriveva che: “Mabillon nella Prefazione agli annali Benedettini assicura “che sino a San Benedetto, nel secolo VI, spesso ad arbitrio del superiore si adottava una nuova Regola, e spesso nello stesso Cenobio erano in vigore più regole, e si aggiungeva, e toglieva ciò che richiedevano le diverse circostanzedi tempo, e di luogo. Quindi era facile, e promiscuo il passaggio da un Cenobio all’altro non solo de’ Latini fra loro, ma anche tra Latini, e Greci”. Anzi mi pare che il costume vigeva anche dopo S. Benedetto; altrimenti non può spiegarsi quel che narra lo stesso Mabillon, cioè che verso l’anno 720 in Montecassino ‘officium faciebant Graeci, et Latini, cioè Basiliani e Benedettini. E neppure può spiegarsi la dimora di S. Nilo Basiliano tra Benedettini di Rocca Gloriosa, di S. Nazario di Montecassino e di Casaluce. Può dunque dirsi, che i Cenobiti di Rofrano Vetere erano Basiliani in origine, ma all’apparir del Celebre S. Benedetto o ne adotarono per qualche tempo la Regola, o l’unirono all’altra di S. Basilio. O se assolutamente si vogliono Benedettini di origine, potrà dirsi, che un maggior numero di Basiliani lor si contrappose nel Cenobio. Etc..”. Sempre il Ronsini, a pp. 18-19 concludendo scriveva che: “Adunque senza moltiplicar Cenobii, può senza grave ostacolo ammettersi che i medesimi Basiliani di Rofrano Vetere migrarono col popolo nel Nuovo, spinti da motivi, che non si sanno con precisione, ma che spinsero tanti altri abitanti di luoghi piani, come Rofrano Vetere, a ridursi in Rocce per arte o per natura inaccessibili, qual’è Rofrano Nuovo. Nei secoli VII. VIII, e IX, in cui cader dovrebbe la migrazione, i paesi della Lucania furono schermo infelice de’ Greci, de’ Longobardi, e de’ Saraceni: presi or dagli uni, or dagli altri, per sottrarsi al ferro nemico cercavano asilo, come le acquile sulle creste de’ monti, ed in luoghi inaccessibili. Ma non sappiamo determinar l’anno con precisione: l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una volta, che un mistero avvolge come la generazione, così tutte le origini.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Mancano altre notizie su Rofrano vetere, eccetto il cenno nella leggendaria vita di S. Elena di Laurino. La santa anacoreta in cambio del poco cibo offerto dai monaci avrebbe loro rattoppato le tonache. Rofrano nuovo sorse intorno alla chiesa di S. Maria. Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Dunque, Ebner scriveva che un cenno del vecchio abitato di Rofrano vetere si trova nella leggendaria vita dell’anacoreta e Santa Elena di Laurino che rattoppò le tonache o sai dei monaci di Rofrano che gli offrivano del cibo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Volpi ricorda pure la “romitella S. Elena (47) di Laurino”, i cui resti dapprima vennero trasportati in Francia, “intorno all’anno 1310″, da S. Elisario della famiglia Sabrana, conti di Ariano. Il vescovo di Ariano Giacinto della Calce, donò una reliquia della santa al suo vicario Rosario Riccio Pepoli di Piaggine, il quale l’offrì alla chiesa di S. Maria Maggiore di Laurino, dove si celebra annualmente la sua vestività il 22 maggio.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”. Ebner, a p. 88, nella sua nota (47) postillava che: “(47) ‘Beata Eliana non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est’ si ritirò in una grotta del monte Pruno a 8 miglia da Laurino, sopra Rofrano vetere, un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890, a dire di G. Pecori, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii’. Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Giustino Pecori scriveva che la grotta o l’eremo di S. Elena i trovava ad 8 miglia da Laurino, sopra il paese, oggi scomparso, di Rofrano Vetere, “in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii'”. Inoltre, Ebner scrive di Rofrano Vetere, un casale oggi scomparso e dice che questo casale si trovava sotto la grotta sul monte Pruno e pure “un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890″. Ebner scrivendo del cenobio italo-greco di cui si vedevano i ruderi ancora nel 1890 si riferiva alla Relazione di Giustino Pecori. Inoltre, Ebner scriveva del cenobio italo-greco anche che: “Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, non molto distante da Rofrano Vetere vi era un primitivo cenobio basiliano di cui però Ebner scrive solo che se ne vedevano i ruderi ancora nel 1890. Forse Ebner (….), parlando di Laurino, si riferiva al cenobio italo-greco quando a pp. 85-86 scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel ‘700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Symeonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno nel 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava che: “(41) Guillaume, cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Giustino Pecori (….), “Attestato giurato su Sant’Elena da Laurino” del 1891 che Pecori, Real Ispettore alle Antichità per la Provincia di Salerno redisse nel 1891. La sua relazione la troviamo sul blog “Zadalampe”. Sul sito o blog troviamo scritto che: “L’anno milleottocentonovantuno, addì del mese di Settembre. Il sottoscritto, preso ad esame i monumenti relativi alla vita ed al culto della Beata Eliena od Elena Vergine anacoreta e concittadina di Laurino, sotto la santità del giuramento, o per la verità Attesta Notizie Biografiche della Beata Eliena. Che la leggenda dell’Uffizio di detta Beata, ed i numerosi biografi della sua vita, umanimi concordano: I° Che Ella nacque in Laurino da umili ma onesti parenti, nei primordi del secolo VI° II° che giovinetta prese stanza negli orrori d’una spelonga del monte e Bosco di Pruno, 16 chilom. da Laurino, 2 da Rofrano Vetere e dal quel Cenobio di P.P. Benedettini, ove visse da Anacoreta, ed ove santamente mori. III° Che in quel tempo il Cenobio era abitato dai P.P. Benedettini, i quali offrivano qualche cibo alla scarsa mensa dell’austera anacoreta che li retribuiva cucendo o rattoppando le loro tonache. IV° Che il Suo Santo corpo tumolato in pria nella detta spelonga e di poi esumato dal Vescovo Pestano nel 534 veniva trasportato nella sua Chiesa Cattedrale. V° Che nel luogo detto Gorgonero sul fiume Calore, ove l’aria con la salma della Beata veniva formata, il detto Vescovo ordinava in quel sito la costruzione d’una Cappella sacra in suo nome VI° Che mano ignota rapiva dalla Cattedrale di Pesto e trasportava in Auxerre il santo corpo, e che nel 1310 S. Elgiario Conte di Ariano riportatolo nel regno ne arricchiva quella sua chiesa (Volpi Cron. Vesc. Pest. P. 234; Garrasi Abate Luigi, vicende storiche della Beata Gatta Lucania illustrata p. 78 De Stefano Lucido di Valle di Fasanella in verba Laurini m.s.) VII° Che in Ariano, in occasione della consacrazione di quella cattedrale, ai tempi di Monsignor Giacinto della Calce 1714 furono le sue reliquie scoperte con l’autentica, logora dal tempo portante la scritta S. ELENA VERGINE CONCITTADINA DI LAURINO, come rilevasi dalla relazione manoscritta contemporanea del detto antiquario Reginaldo Mazzei del 1714 (v. la relaz. Giurata del sottoscritto 12 dicembre 1890 Ricci Pepoli, pratica Ecclesiastica p.) VIII° Che finalmente il Vescovo d’Ariano D. Francesco Trotta, alle insistenti premure della cittadinanza Laurinese e del zelante e dotto abate Chiesa Collegiata di S. Maria, D. Luigi Garrasi, permise che le reliquie ritornassero nella sua patria diletta, ove addì 8 ottobre del 1882 fecero il loro solenne ingresso.”. Sempre in “Zadalanpe” vi è scritto che il Pecori parla dei seguenti documenti antichi: “10 Dall’Ufficio della Beata in carta membranacea. 11 Da due frammenti della sua vita in carattere longobardo. 12 Da tre incisione in rame. 13 Dal Cenobio di Rofrano Vetere, ove dimorarono ai tempi della Beata Eliena i P.P. Benedettini, ricordati dall’Ufficio già detto, e dai suoi numerosi biografi.”. Il Pecori scriveva pure che: “MONUMENTI PALEOGRAFICI. Presi in esame primieramente i monumenti scritti. I più vetusti codici sono i due antichi frammenti della leggenda della sua vita in carattere longobardo, ed il suo ufficio in carta membranacea con antifone, capitoli, versicoli respensori ed orazioni in carattere romano bastardo. Un minuto esame paleografico dei codici suddetti può menare alla conclusione della lor epoca, quantunque la scrittura longobarda ha durata con si poco cambiamento per vari secoli, che spesso la paleografia è costretta a limitarsi ad alcune congetture. Esaminati e messi a confronto detti frammenti con le tavole di Bernard, e di Norton uno di essi sembra più antico del secolo IX° mentre l’altro ha già le lettere che cominciano a presentare quella specie di angoli che indicano un avviamento alla forma gotico, e che non può appartenere che alla fine del secolo XI°. L’Ufficio poi della Beta Eliena, quantunque copia di altro più antico, non va oltre il secolo XV°.”. Su Giustino Pecori, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II , a p. 211, in proposito scriveva che: “Il Mezzacane dice che la copia manoscritta conservata nel Comune era da attribuirsi a Giustino Pecori che nel 1890 scrisse 227 pp. su ‘Laurino e l’omonimo suo stato’ (copia dattiloscritta nella Biblioteca del museo provinciale di Salerno che non contiene però gli Statuti), dal quale trasse le notizie su Laurino (generiche le note sugli statuti). La copia del Foglia ecc…”. Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: “Fin dal 400 d.C. l’area che va da Laurino a Rofrano fu all’avanguardia del Cristianesimo: vi si innalzarono numerosi templi: sotto Gisulfo, in una grotta del monte ‘Costa della Salvia’ fu innalzato un altarino in legno a S. Michele, a devozione del Santo protettore dei Longobardi. In quell’epoca si levò la voce e l’esempio di S. Eliena (detta comunemente Elena) da Laurino, “Beata Eliena non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est”, la quale consacratasi all’amore di Dio, della penitenza di una grotta in località ‘Pruno’ nei pressi di Rofrano Vetere, non lontano da un Cenobio di monaci Basiliani, soffrì e pregò per i peccatori fino al giorno della morte. “L’Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo e rattoppando le tonache de’ monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni” Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Il Barra, a p. 11, nella nota (8) postillava che: “(8) Ronsini, pp. 17-18. Molti storici riportano che il Cenobio di Laurino era dei Benedettini. Ciò non è possibile perchè San Benedetto è nato nel 480 e Montecassino, patria del monachesimo Benedettino, è stato fondato nel 529, quando Eliena era già morta. Uno dei tanti che ha commesso questo errore è stato Bruno, p. 11. Consecutivamente il cenobio Basiliano di Rofrano Vetere passò all’ordine dei Benedettini. Quando erano in uso i cenobi italo-greci ed essi vi stanziavano dei Benedettini, questi potevano liberamente celebrare in latino come accadeva anche per i Basiliani quando andavano dai Benedettini. Un monastero poteva cambiare ordine se i superiori lo ritenevano necessario e questo è accaduto fino all’inizio del XVI secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 308 riferendosi al Vescovo della Diocesi di Capaccio-Vallo, mons. Siciliani, in proposito scriveva che: “Né, afferma è possibile fare “appello alla pietà degli abitanti, perché quasi tutti indigenti”. Il vescovo riferì da Capaccio (13 giugno 1867) pure sul culto di S. Elena a Laurino. Il 12 novembre 1868, poi, nel richiamare la sua prima e “satis accuratam relationem de statu Caputaquensi ac Vallensis ecclesiae”, osservava che non “sine ingenti animo dolore cognitum est, quanto cum furore tempestas quae nunc universam concutit Italiam, in istam dioecesim, incubuerit”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 108, in proposito scriveva che: “Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino (“castrum Lorini”)(6) sede della contea ai tempi di Gisulfo I che l’assegnò a Landolfo, figlio dell’omonimo principe spodestato da Capua (7). Casale racchiuso in poterose mura, tuttora ben individuabili, nonostante le insidie del tempo.”. Ebner, a p. 108, nella nota (6) postillava che: “(6) CDS, I, pp. 157-158: “Castrum Lorini (anche Laurini) debet reparari per homines baronie Fasanella (nel 1294, Faxanella), per homines Corveti (il Carucci l’ubica a Corleto Monforte, ma Corneto – sulla collina, etc…”. Riguardo la Santa ha scritto anche l’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 329 e ssg., dove parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia de’ Vesc. di Capaccio’, pag. 40 e 50.”. Egli a pp. 332-333 scriveva pure che: “E’ stato per verità questa Terra un Seminario di Uomini illustri. Sua Cittadina fu Santa Eilena, o Elena Vergine Romita. Ella in un’aspra Spelonca distante da Laurino miglia otto, ch’è appunto nel Bosco deto ‘Pruno’, santamente visse, e giovanetta morì nell’anno di nostra Salute 530. Fu il suo Corpo circa gli anni 534, o 536 trasferito in Isiodoro di Francia. Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città, ove in un Urna si venerano sett’ossa del suo Corpo, e riposta su l’Altare maggiore a 3 ottobre 1713 da Mons. Simone Viglino Vescovo di Trevico allorche quella Cattedrale consacrò, come si legge nella Sinodo Diocesana di Ariano, celebrata nel 1714 sotto Mons. della Calce, da cui ne fu uno di detti Ossi donato all’Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore, con celebrarsi il dilui dì festivo a 21 di maggio. Le gloriose gesta di questa Santa, oltre gli altri Autori, le scrisse in un Drama, o sia opera sacra il P. Generale da Laurino, stampato in Napoli presso il Pace nel 1721.”. Forse il testo consigliato è Alessandro Vimercati, Vita de’ gloriosissimi santi Elzeario, e Delfina conti d’Ariano, a cura di Pietro Antonio Sapiente, Torino, Santo Officio, 1736. La congiuntura con Ariano, attuale Comune di Ariano Irpino credo sia dovuta al fatto che nel 1495 la contea è comprata da Alberico Carafa, il quale tre anni più tardi otterrà da re Ferdinando II di Napoli il titolo di duca di Ariano e che nel frattempo aveva acqistato il feudo o lo Stato di Laurino. Il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (….) scriveva che le reliquie della Santa, settanta ossa, furono traslate nell’anno 534 o 536 trasferiti in Isidoro di Francia. Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: “Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Dunque, le reliquie della santa anacoreta, intorno al 530 furono traslate in Auxerre in Francia. Auxerre (pron. /o’sɛʁ/) è una città francese di 38.791 abitanti capoluogo del dipartimento della Yonne nella regione della Borgogna-Franca Contea. Scrive il Di Stefano ed il Ronsini che “Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città”. Da Auxerre, in Francia, nel 1310, il Conte di Ariano li fece riportare ad Ariano nella chiesa di S. Elizario Sabrana. Da Wikipedia leggiamo che la Cattedrale di Maria Assunta ad Ariano è stata dedicata a sant’Elzeario da Sabrano (compatrono), le cui statue troneggiano sui portali, mentre gli interni sono ricchi di opere d’arte di varia epoca. Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Nei pressi di ‘San Luca’ l’indicazione di ‘Santèrna’ (112), e precisamente alla Cupa soprana (“Cupa soprana seu santerna), può suggerire che il luogo riferisca d’un ormai dimenticato e lontano culto tributato a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, se s’accetta l’evoluzione di ‘Elena’ in ‘Elna’ e, quind, in ‘Erna’, per fenomeno tipico della fonetica dialettale locale (113). Gli onori assegnati dai Greci alla Santa insieme con San Costantino (114) già negli anni dell’impero di questi, con un incremento nell’avanzare del quarto secolo, quando si diffondono le storie dell’Invenzione della Santa Croce per interessamento di Elena – ragion per cui si legano al suo nome anche dedicazioni alla Santa Croce, come quella, detta in Gerusalemme, a Roma (115) – troviamo riscontro in due contrade fra i tenimenti di Polla e di Brienza, nella provincia potentina, Sant’Elena e San Costantino, vicine tra loro e con avanzi di fabbriche e iscrizione d’età imperiale (116): volgarmente la prima è detta ‘Sandèlla’ – con un’evoluzione simile e parallela a quella considerata di Padula – , cosa che attribuisce vigore alla congettura relativa al toponimo padulese. E’ questo un interessante indizio della comunità del grecismo nelle contrade meridionali, a cui già s’è fatto riferimento, a partire dalla suaprima diffusione, con punte di maggiore intensità negli anni ‘d’oro’ che segnarono la storia dell’Impero orientale. Nel medesimo luogo, a oriente di ‘Santerna’, sui primi rilievi del monte Romito, era una Santa Maria dell’Alvanéta (117), inserita nel quadro d’insediamenti religiosi di cui s’è detto, particolarmente se il toponimo testimonia la presenza d’estnie slave (118).”. Il Tortorella, a p. 57, nella nota (113) postillava: “(113) Si tratta della caduta della vocale interconsonantica davanti a liquida e della confusione della consonante laterale con la vibrante: vedi il mio ‘A l’us’ andicu cit. (“I dialetti”), p. 300.”. Il Ronsini, a p. 17, in proposito a S. Elena di Conversano scriveva che: “La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani, p., 234)(1) avvenne circa l’anno 534.”. Il Ronsini si riferiva al testo di Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, a p. 234. Il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Lucania illustrata”, a p….., cap. II, in proposito scriveva che: “…………
LE FONTI STORICHE:
Le fonti: Giordane ed i “Getica” (termine attribuito dal Mommsen) tratto dall’opera di Cassiodoro
Gabriele De Rosa (…), nel suo “Le dominazioni barbariche – Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, ed. Libreria Ferraro del 1970, a p. 32-33, in proposito scriveva che: “Giordane fu chiamato lo storico dei Goti”. Da Wikipedia leggiamo che Giordane, o Giordano (in latino: Iordanes; … – …; fl. 550 circa), è stato uno storico bizantino di lingua latina del VI secolo. Scrisse verso il 552 il De origine actibusque Getarum, un riassunto della perduta Storia dei Goti di Cassiodoro in dodici libri, noto anche come Getica, la cui prima edizione critica fu pubblicata da Theodor Mommsen nei Monumenta Germaniae Historica. La maggiore differenza tra l’opera di Giordane e quella di Cassiodoro sta nel fatto che il secondo scrisse per glorificare Teodorico e la sua stirpe, mentre il primo, mostrando la tradizione e la forza dei Goti, per accrescere la fama delle gesta di Giustiniano I (527-565), loro vincitore. I Getica (il nome che lo studioso tedesco Theodor Mommsen assegnò al De origine actibusque Getarum) furono scritti dallo storico goto Giordane, forse mentre era tenuto prigioniero a Costantinopoli dall’imperatore Giustiniano I e furono probabilmente pubblicate nel 551. L’intento dichiarato di Giordane è quello di “condensare col mio stile in questo piccolo libro i 12 volumi della storia dei Goti, scritta da Cassiodoro”. Giordane ammette comunque di non aver avuto accesso all’intera opera di Cassiodoro, aggiungendo particolari di sua memoria. Nulla del lavoro è scritto con le parole di Cassiodoro ed è quindi oggi impossibile discernere ciò che davvero proviene da questo autore. I Getica sono l’unica fonte rimasta sull’origine dei Goti, popolo che per un certo periodo dominò l’Europa orientale, prima di essere scacciati dagli Unni. È lo stesso Giordane a dire di aver interrotto la sua opera sulla Storia romana per scrivere i Getica. Vista la perdita dell’opera di Cassiodoro, i Getica sono una delle fonti contemporanee più importanti per la conoscenza delle migrazioni barbariche dal III secolo in poi, in particolare di quelle di Ostrogoti e Visigoti. Nell’opera si menziona anche la campagna militare condotta in Gallia da Riotamo, “re dei Britanni”, in cui alcuni studiosi hanno individuato una possibile ispirazione per la figura di re Artù. I sacerdoti P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. L’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Dunque, in questo testo, l’Agatangelo postillava e citava l’opera “Getica” di Cassiodoro (….), mentre nel volume scritto a quattro mani con il Falco citava il Muratori. L’Agatangelo postillava di un’epitoma di “IORDANIS” che conteneva l’opera “Getica” del cronista del tempo Cassiodoro (….), opera perduta e riscritta appunto da Giordane. Luigi Tancredi (….), nel 1982, nel suo “Alarico, Re dei Visigoti”, a p. 11 riguardo Jordane e riferendosi alle opere perdute di Cassiodoro, in proposito scriveva che: “Purtroppo, non tutte ci sono perveute, ma autori posteriori conoscevano i suoi scritti, che ora sono perduti, e ne hanno tramandato il contenuto, specialmente Secondo (3), considerato da alcuni Vescovo di Trento, e Jordanes (Giordano)(4) probabilmente vescovo, che apparteneva al seguito del Papa Vigilio e lo seguì nell’esilio di Costantinopoli. Tutt’e due sono stoiografi di limitata importanza, ma trasmettono fatti contenuti in Cassiodoro. Segue poi Paul Wanfried, nobile Longobardo che la storia ricorda come Paolo Diacono (5), una figura importante, autore di una delle fonti storiche di prim’ordine. Rimase per gran parte della sua vita alla corte di Carlomagno ed era probabilmente uno dei suoi maestri. L’opera che c’interessa vide la luce fra il 790 e il 795; il più vecchio manoscritto che conosciamo si trova a Cividale del Friuli e risale al principio del IX secolo; quindi lo separa più di un secolo dall’originale e, probabilmente, c’è più d’una copiatura in mezzo. Una stupenda edizione critica fu curata dal Mommsen (6) nel 1878 per “Monumenta Germanica”. Mommsen ha pure curato la “Getica” di Jordanes e il “Chronicon” di Cassiodoro. Anche dello stesso secolo di Alarico abbiamo cronache del teologo Orosio (7), del greco Zosimo (8) e del cronista Socrates (9).”.
Nel VI sec. d.C., Procopio di Cesarea, cronista dell’epoca
Da Wikipedia leggiamo che Procopio di Cesarea (in greco antico: Προκόπιος ὁ Καισαρεύς, Prokópios ho-Kaisaréus; Cesarea marittima, 490 circa o inizio VI secolo – Costantinopoli, 560 circa) è stato uno storico e generale bizantino. Nel 551 scrisse una Storia delle guerre in sette libri che narra delle guerre di cui è stato per molti fatti testimone diretto; un ottavo libro dell’opera, un aggiornamento, uscì nel 553. Su richiesta dell’Imperatore scrisse anche Sugli Edifici, uno scritto encomiastico relativo alle opere edilizie sorte per iniziativa di Giustiniano. Fu autore anche di una Storia segreta (gr. Anékdota), un libello astioso contro Giustiniano e Teodora venuto alla luce molti secoli dopo la morte dell’autore. È stato identificato da taluni con il Procopio prefetto di Costantinopoli nel 562, anche se tale identificazione non è certa e potrebbe essere un caso di omonimia. Le sue opere, scritte in greco, raccontano il periodo dell’imperatore bizantino Giustiniano I, le sue guerre contro i Vandali, i Persiani e gli Ostrogoti d’Italia (Guerra gotica), la cronaca della vita politica alla corte di Costantinopoli e le descrizioni delle opere edilizie effettuate da Giustiniano. Storico militare e politico, la sua ottica e la sua tecnica storiografica risulta di matrice fondamentalmente pagana, utilizzando i modelli greci e latini (Erodoto, Tucidide, Livio, Tacito) che la storiografia cristiana-europea riscoprirà solo nel Quattro e Cinquecento con gli umanisti. I Libri V, VI e VII riguardano invece la guerra gotica, cioè la guerra di Giustiniano condotta contro gli Ostrogoti che occupavano l’Italia e la Dalmazia. I primi capitoli parlano brevemente dello stato dell’Italia prima della guerra gotica, si passa poi a narrare la guerra gotica di Giustiniano. Importante è la descrizione di Procopio, testimone oculare, sull’assedio di Roma ad opera dei Goti nel 537-538, molto dettagliata. Il libro VII narra gli avvenimenti della guerra gotica dal 540 al 551. Il libro VIII fu scritto in seguito, nel 553, e i primi capitoli sono dedicati alla guerra lazica contro i Persiani dal 551 al 553 mentre quelli conclusivi parlano della vittoriosa campagna di Narsete contro i Goti, grazie alla quale l’Italia venne annessa all’Impero. Giovanni Cammarano (….), nel suo “Storia di Centola – Centola nella storia e nell’Arte”, vol. I, a p. 63 in proposito scriveva che: “Visse al tempo dell’imperatore Giustiniano (VI sec.). Seguì Belisario nelle varie spedizioni in Asia, in Africa e in Italia. A noi interessa ma molto relativamente sia in relazione alla storia di Centola, come a quella della distruzione della Molpa. Difatti in “De bello Ghotico” non parla in modo diretto della Molpa e della fuga dei suoi abitanti, ma delle parole che dedica alle spedizioni di Belisario è facile cogliere gli elementi che mettono in relazione le spedizioni di Belisario, e con quanto sappiamo da altre fonti, come dalla Cronica di Mercurio, e la distruzione della Molpa e la fondazione di Centola. Il discorso riguarda il IV volume “La Molpa”. Amedeo La Greca (….), nel suo “………………………”, a p……, in proposito scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Etc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Da Procopio, I, nel testo I Barbari di E. Bartolini, Longanesi, Milano; B. Lavagnini, ‘Belisario in Italia, storia di un anno (535-536), Palermo 1948.”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Orosio Paolo. Scrittore spagnolo, seguace di S. Agostino, morì dopo il 418. Nel libro “Apologetico” ecc…..Orosio scrisse, inoltre, “Adversus paganos”, storia in sette libri, da Adamo al 417, in cui ribatte l’accusa che il Cristianesimo fosse la causa della decadenza dell’impero romano”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Zosimo. Storico bizantino, pagano, visse nella seconda metà del secolo quinto. E’ autore di una “Nuova Storia” dell’impero romano, da Augusto al 410; l’opera è pervasa di spirito anticristiano.”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Socrates. E’ del secolo V, Procuratore legale a Costantinopoli, autore di una interessante “Storia Ecclesiastica”, relativa al periodo 305-450″. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; vedi anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. Dunque, questo passaggio dell’Agatangelo riguarda prima dell’anno 553. L’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, scriveva di Belisario. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito.
Il Martirologio romano e la storia di beati, anacoreti e i martiri della chiesa
Il Martirologio Romano è un libro liturgico e costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose del cattolicesimo. La prima edizione ufficiale, risalente al XVI secolo, fu approvata da papa Gregorio XIII nel 1584. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno della loro morte, intesa come passaggio-nascita alla “nuova” vita eterna (detto per questo dies natalis), e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie. Nel XVI secolo si decise di unificare i vari martirologi in un solo elenco nel quale trovassero posto tutti i santi e i beati riconosciuti come tali dall’autorità della Chiesa cattolica: la grande opera di revisione fu affidata da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto al cardinale Cesare Baronio che la completò nel 1586: venne allora pubblicato il primo Martyrologium Romanum (1). Successivamente vi furono apportate aggiunte e modifiche (le prime già nel 1593, 1602 e poi nel 1613) e furono realizzate nuove edizioni: fondamentali le revisioni volute dai papi Urbano VIII (1630), Clemente X (1673) e Benedetto XIV (1749). Nella nota (1) si postilla del seguente testo del Baronio: Martyrologium Romanum ad novam kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum. Gregorii XIII pontificis maximi iussu editum. Accesserunt notationes atque tractatio de Martyrologio Romano. Auctore Caesare Baronio Sorano, ex typographia Dominici Basae, Romae 1586; poi anche apud Petrum Dusinellum, Venetiis 1587. Edizioni simili erano già uscite a stampa nel 1583.
I BARBARI E LE LORO PRIME INVASIONI NEL CILENTO
Nel 401 (IV sec. d.C.), Alarico I, re dei VISIGOTI e la 1° invasione dell’Italia
Da Wikipedia leggiamo che Alarico I, o Alarico dei Balti, noto anche come Flavio Alarico, Flavius Alaricus in latino (370 circa – fiume Bussento, 410), è stato re dei Visigoti dal 395 alla morte. Fu inoltre magister militum dell’Illyricum, nominato nel 398 dall’imperatore Arcadio. Fu il primo vero re dei Visigoti, il ramo occidentale dei Goti, opposto agli Ostrogoti, che, dopo circa vent’anni di guerra ininterrotta, compresero la necessità della figura di un re che amministrasse il potere supremo e non fosse solo un consigliere o un condottiero. Appartenente alla dinastia dei Balti, non se ne conoscono gli ascendenti. Nel novembre 401, i Visigoti di Alarico, abbandonando l’Illirico, invasero improvvisamente l’Italia. Le laconiche fonti antiche non chiariscono i motivi di questa invasione. I panegirici di Claudiano sostengono che Alarico avrebbe invaso l’Italia unicamente spinto dal desiderio di “penetrare nell’Urbe” rimasta inviolata fin dai tempi di Brenno, e raggiungere così fama perpetua presso i posteri. In passato, diversi studiosi moderni, come Demougeot e Stein, avevano congetturato che Alarico sarebbe stato istigato dalla corte di Arcadio a invadere l’Italia, al duplice fine di liberarsi della loro scomoda presenza e al contempo danneggiare Stilicone, con il quale la pars orientis era in cattivi rapporti. Nel 395 i Visigoti di Alarico della Mesia, foederati di Roma, ruppero l’alleanza con Roma e saccheggiarono la Tracia. La ragione era che Alarico era infuriato per non aver ottenuto un ruolo di comando nell’esercito romano, anche se vi furono sospetti di collusione con il prefetto del pretorio d’Oriente Rufino, che avrebbe spinto Alarico a rivoltarsi. Stilicone mise insieme un esercito e marciò contro di loro, ma Arcadio, spinto dal prefetto del pretorio Flavio Rufino, nemico di Stilicone, ordinò alle truppe orientali, che formavano una parte dell’armata di Stilicone, di far ritorno a Costantinopoli per proteggere la capitale. In Oriente infatti si aveva ancora timore che in realtà Stilicone mirasse a conquistare il dominio anche di Costantinopoli prendendo il posto di Rufino come reggente di Arcadio. Lo stesso Alarico, a capo di un popolo che non era più stato sconfitto dai Romani dopo la disastrosa Adrianopoli del 378, si trovò a giocare abilmente in mezzo alle rivalità esistenti tra le due parti dell’Impero. Stilicone obbedì e rimandò indietro le truppe che di fatto non avevano fatto ritorno in Oriente dopo la battaglia del Frigido, indebolendo così il suo esercito. Intanto, giunte a Costantinopoli, le truppe, al comando del goto Gainas, uccisero Rufino: i sospetti che fossero state sobillate dallo stesso Stilicone furono alti. Riguardo le citazioni storiche di questi fatti le fonti rimandano a Zosimo (…), a Gaudiano e alla Gethica di Jordaine (…). A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una cronistoria allegata), il Troyli (….) afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa. Nel novembre del 401 Alarico invase l’Italia, varcando le Alpi Giulie, devastò le province di Venezia, Liguria ed Etruria, espugnando Aquileia e diverse altre città senza incontrare alcuna seria resistenza; Alarico giunse persino ad assediare Mediolanum, capitale dell’Impero romano d’Occidente, e, a un certo punto, si diffuse il timore che il re goto sarebbe riuscito ad avanzare fino a Roma. Stilicone, inizialmente, non poté reagire, in quanto dovette respingere un’incursione di Vandali in Rezia prima di marciare contro Alarico. Una volta vinti gli invasori della Rezia in battaglia, ne approfittò per rinforzare la sua armata spingendo una parte dei Barbari vinti ad arruolarsi come ausiliari nel suo esercito. Mandò inoltre ordini alle legioni poste alla difesa della frontiera del Reno e della Britannia di raggiungerlo in Italia per affrontare i Visigoti di Alarico. Tornato in Italia, Stilicone riuscì ad attraversare l’Adda, nonostante i ponti fossero caduti in mano nemica, e a costringere Alarico a levare l’assedio della capitale. Alarico fu costretto a ripiegare verso le Alpi Marittime ma fu affrontato da Stilicone nella battaglia di Pollenzo, che ebbe luogo il 6 aprile 402 durante le celebrazioni pasquali e fu vinta dai Romani: Stilicone, in seguito alla vittoria di misura in questa battaglia, recuperò il bottino dei Goti ma soprattutto fece prigionieri la moglie e i figli di Alarico. Alarico, tuttavia, pur avendo subito delle perdite, costituiva ancora una seria minaccia, avendo ancora la cavalleria intatta. Stilicone riuscì tuttavia a convincerlo a ritirarsi dalla Penisola e a fare ritorno nell’Illirico promettendogli in cambio la liberazione dei suoi famigliari catturati in seguito alla battaglia di Pollenzo. Durante la ritirata dei Goti, tuttavia, Alarico violò almeno in parte i patti, costringendo Stilicone ad affrontarlo di nuovo presso Verona nel 403, battaglia che si concluse con un’ulteriore sconfitta dei Goti. Pertanto i Goti furono costretti ad abbandonare l’Italia varcando di nuovo le Alpi Giulie e a fare ritorno in Illiria. Su Stilicone ha scritto il poeta Claudio Claudiano. Claudio Claudiano (latino: Claudius Claudianus; Alessandria, 370 circa – Roma, 404) è stato un poeta e senatore romano, sostenitore del generale Stilicone. La sua poesia, prevalentemente in esametri (nelle prefazioni, però, prediligeva il distico elegiaco), e quasi tutta d’occasione (De tertio consulatu Honorii Augusti, Epithalamium de nuptiis Honorii et Mariae, le invettive contro Rufino ed Eutropio, rivali di Stilicone, eccetera), trova non di rado accenti di sincerità e vigore, specie nel sentimento della grandezza e della missione civile di Roma e nell’ammirazione per il generale Stilicone, in cui Claudiano vedeva l’estremo baluardo dell’impero incarnante la virtus della romanità ideale (De Consulatu Stilichonis; De bello Gildonico contro l’usurpatore mauritano Gildone; De bello Gothico, sulla vittoria di Stilicone contro Alarico I a Pollenzo). I due studiosi Romano Giacinto e Arrigo Solmi (…), nel loro ‘Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888)’, nel 1940, nel suo cap. IV, a pp. 75-76 scrivevano che: “Da quei dissidi non tardò a trarre partito Alarico, invadendo una prima volta la Macedonia e la Grecia nell’anno 395. Avvertitone Stilicone, questi accorse con l’esercito in Oriente; e già stringeva i Visigoti nel Peloponneso, quando un ordine di Arcadio l’obbligava a tornare in Italia, non solo, ma anche a restituire una parte delle milizie che avevano servito l’imperatore Teodosio. Stilicone ubbidì, ma la parte dell’esercito da lui mandata sotto il comando del goto Gaina, appena giunto a Costantinopoli, uccise Rufino, ecc….Non perciò le relazioni di Stilicone con la corte orientale migliorarono. Alarico, sempre pronto a profittare del disaccordo dei due imperi, invase una seconda volta la Grecia nel 396 e si spinse fin nel cuore del Peloponneso. Stilicone, nel frattempo era andato nella Gallia e aveva rinforzato l’esercito con nuove leve, accorse anche questa volta a combattere l’invasore, e con bili mosse giunse a stringerlo nei luoghi montuosi dell’Elide e dell’Epiro. Come, tra queste angustie, Alarico sia riuscito a mettersi in salvo, non è ben chiaro. Che un accordo sia intervenuto tra Stilicone ed Alarico, è sicuro; ma se ne ignorano i particolari. Ecc…Le fonti gli danno il titolo di ‘dux’, e in questa qualità posiede la provincia e la governa in nome dell’impero, rendendo giustizia agli abitanti ecc…Insomma egli è nel tempo stesso capo di ‘federati’ e governatore romano (2).”. Romano (…), a p. 92, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il titolo di ‘dux’ si trova in Claudiano, De bello getico, vv. 553 sgg. Cfr. Hodgkin, I, 258-9 e Mommsen, op. cit., p. 109.”. L’opera citata del Theodor Mommsen (…), Die Conscriptionsordnung der rom, Kaiserzeit, in Hermes, 19, 1884, (Ges. Schriften, XI, 20 sgg) e Das romische Militariwesen seit Diokletian, in Hermes, lémées ecc.., ecc…..Gabriele De Rosa (…), nel suo “Le dominazioni barbariche – Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, ed. Libreria Ferraro del 1970, a p. 31, in proposito scriveva che: “4- Stilicone e Alarico. Teodosio moriva ad appena cinquant’anni il 17 gennaio 395, lasciando l’impero ai figlio Arcadio, diciottenne, la parte orientale, e ad Onorio, appena doi dieci anni la parte occidentale. Affidò i due figli al bravo generale Stilicone, di origine vandalica. Con Onorio ed Arcadio si ha una vera e propria spartizione dell’Impero. Quando il capo dei goti Alarico, nello stesso anno della morte di Teodosio, invase l’Illirico, Stilicone si mosse per cacciare l’invasore. Ma appena arrivò in Tessalia fu invitato da Arcadio a ritirarsi perchè l’Illirico era sotto la giurisdizione di Costantinopoli e non della parte Occidentale. Poi nel 401 Alarico puntò sull’Italia, ma Stilicone lo battè due volte a Pollenzo e a Verona (402). Stilicone però non annientò le forze di Alarico. Alla fine del 405 un esercito di ostrogoti, guidato da Radagaiso, calò in Italia. Ancora una volta Stilicone riuscì ad operare il miracolo sconfiggendo Radagaiso sotto Fiesole (406). Poco dopo una impetuosa e massiccia ondata di Barbari, alemanni, vandali, burgundi, alani si riversò sui confini della parte occidentale. Le Gallie furono perdute……Onorio (riferito a Stilicone) lo fece uccidere. Ecc..”. Il generale Stilicone, nel 397 affrontò Alarico nel Peloponneso, che il re visigoto aveva invaso, riuscendo ad accerchiarlo su un colle; tuttavia, Alarico riuscì in qualche modo a sfuggirgli, e a devastare l’Epiro. Il modo in cui Alarico riuscì a sfuggire all’accerchiamento romano non è chiaro: secondo Claudiano la colpa sarebbe di Arcadio che, questa volta consigliato da Eutropio, avrebbe ordinato a Stilicone di ritirarsi, e il comandante romano obbedì; secondo invece Zosimo, la colpa sarebbe stata di Stilicone stesso, reo di non essere riuscito a mantenere la disciplina nel suo esercito, che si sarebbe sparpagliato nelle campagne predando quel poco che gli stessi Goti non avevano ancora saccheggiato invece di dare il colpo decisivo ai Visigoti di Alarico. Probabilmente a causa di questa intromissione di Stilicone negli affari orientali, Eutropio fece dichiarare dal senato di Costantinopoli Stilicone hostis publicus dell’Impero d’Oriente. Nel frattempo Alarico, giunto a un accordo con Arcadio, ottenne nuove terre di insediamento in Macedonia e venne nominato magister militum per Illyricum, e ciò gli permise di riequipaggiare il suo esercito di nuove armi romane. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Mentre l’Impero Romano d’Occidente si avviava al suo tramonto, le orde devastatrici dei barbari si aprivano col ferro e con fuoco la loro strada di sangue fino al cuore del mondo ed alle pianure dell’Italia meridionale; la Lucania, Paestum ed il suo territorio, si trovarono fatalmente sul loro cammino. Nel 410 i Visigoti di Alarico, dopo aver tentato inutilmente di prendere Salerno, saccheggiarono ‘l’ager Picentinus’, cioè i territori limitrofi dell’attuale Pontecagnano, devastarono le campagne e la città di Eboli, risalirono il corso del Sele e poi quello del fiume Tanagro per riversarsi infine nel Vallo di Diano (1). Sempre seguendo la via ‘Annia’, la strada militare romana che da Capua metteva a Reggio (2). Le devastazione ed i saccheggi subìti allora dalle popolazioni della Lucania e del Bruzio furono così rilevanti da indurre l’imperatore Onorio (395-423) ad emanare un decreto con cui le sgravava d’una notevole parte dei carichi fiscali: “Ex omni praestationis modo, quem antiqua solemnitas detinebat, quator partes iubemus auferri” (3). Sembra che Paestum, protetta da mura ancora saldissime non sia stata allora investita dai barbari; probabilmente furono solo le sue campagne settentrionali, già per larghi tratti squallide e desolate come lo saranno poi interamente per secoli, che subirono la loro furia, rendendo però palesi le molte difficoltà di una eventuale marcia lungo le aree costiere della Lucania tirrenica.”. Il Cantalupo a p. 49, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Probabilmente allora furono distrutte le antiche città di Diano (od. Teggiano) e Consilino (v. n. 2, p. 53); in tutto il Vallo però si erano andati ulteriormente aggravando i fenomeni dello spopolamento e dell’abbandono, che, stando alla testimonianza di PLINIO IL VECCHIO (N.H., III, 5, 70), erano già preoccupanti nel I sec. d.C.”. Il Cantalupo, a p. 49, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. n. 1, p. 41; la stessa strada ripercorse Ataulfo nel ricondurre i Visigoti verso la Gallia, dopo la morte di Alarico a Cosenza.”. Il Cantalupo, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) COD. THEOD. XI, 28: 7 (Constit. VII; in G. Antonini, op. cit., p. 119).”. L’Antonini, però a p. 119 parla dei Goti ma di quelli che arrivarono con Totila. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini, a p. 118, nella nota (I) postillava: “(I) Nostro intendimento non è riferire, quanti mali avessero all’Italia i primi Goti recato, trovandosene piene le storie, solamente scrivere ci giova quelli, op arte di essi, che alla nostra Lucania fecero. I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX. secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Etc…”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244” scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) mirum in modum in eà parte, qua versabatur, idest Ponti in litore, creverat.”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando del casale di “Petina”, a pp. 297-298, in proposito scriveva che: “Sui villaggi della Valle del Tanagro (‘Campus Atìnas’) bisogna sempre far capo a V. Bracco che, nelle numerose sue pubblicazioni, ci offre un quadro quanto mai vivo del territorio (1). Ultimamente ha scritto un saggio proprio su Petina (2) al quale rinvio. In esso non mancano cenni sulla civiltà del Gaudio dei villaggi prossimi a Petina, come non mancano testimonianze dell’età romana: dalla via Popilia, che V. Bracco attribuisce a Tito Annio (3), alla notizia sul passaggio per il Vallo di Spartaco con i suoi (4) e poi di Alarico, Belisario e dei longobardi.”. Ebner, a p. 297, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Bracco, oltre le ‘Inscriptiones’ cit. (III, Civitas vallium Silari et Tanagri’), v. Volcei (Forma Italiae) Firenze 1978 e Polla cit.”. Ebner, a p. 297, nella nota (2) postillava che: “(2) V. Bracco, La storia di Petina, Salerno 1981, pp. 9-103”. Ebner a p. 298, nella nota (3) postillava che: “(3) V. Bracco, Della via popilia (che non fu mai Popilia), “Studi lucani e meridionali”, Galatina, 1977″. Ebner, a p. 298, nella nota (4) postillava che: “(4) Sallustio, Historiae, III, 98”.
Nel ‘396 d.C. (IV sec. d.C.), il generale Stilicone nel basso Cilento
Flavio Stilicone (latino: Flavius Stilicho, greco: Στιλίχων; 359 circa – Ravenna, 22 agosto 408) fu un patrizio e console dell’Impero romano d’Occidente e magister militum dell’esercito romano. De facto esercitò la reggenza della parte occidentale dell’impero romano dalla morte di Teodosio I, sotto l’impero del giovane figlio di Teodosio I, Onorio, senza riuscire a imporre la sua autorità anche all’Impero romano d’Oriente. Condusse numerose campagne militari contro i Barbari e combatté contro l’usurpatore Gildone in Africa. Respinse i Visigoti di Alarico e sconfisse gli Ostrogoti di Radagaiso. Infatti, dopo la morte dell’imperatore Teodosio I, suo figlio Onorio salì così sul trono d’Occidente, mentre al fratello Arcadio andò la parte orientale. Stilicone divenne de facto il comandante in capo delle truppe dell’esercito d’Occidente. Stilicone rivendicò in realtà che le ultime volontà di Teodosio fossero che Stilicone fosse il reggente di entrambi i suoi figli, l’undicenne Onorio e il diciottenne Arcadio, a cui lasciò rispettivamente l’Occidente e l’Oriente, al fine di mantenere la coesione delle due parti dell’Impero. Tuttavia, il prefetto del pretorio d’Oriente Rufino, che di fatto era il reggente di Arcadio (associato al trono dal padre fin dal 383) mentre Teodosio era in Italia, rifiutò di cedere a Stilicone il potere detenuto fino a quel momento, accusando il generalissimo d’Occidente di menzogna. Il conflitto tra Stilicone e Rufino per la reggenza di Arcadio ingenerò un forte deterioramento dei rapporti tra le due partes dell’Impero. I due fratelli, infatti, invece di dirigere l’Impero in maniera collegiale, si disputarono il controllo delle terre confinanti, specialmente dell’Illirico. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 55, in proposito scriveva che: “Salerno bizantina. Nel 395 Onorio, un fanciullo di appena undici anni, divenne imperatore d’Occidente sotto la tutela di un barbaro, un vandalo: Flavio Stilicone, assai più romano di molti suoi contemporanei nati in Italia e in Roma, e generalissimo di tutti gli eserciti dell’Impero, ‘magister utriusque militiae (1).”.
Nel ‘396 d.C. (IV sec. d.C.), la città di “Stiliconia” (a Roccagloriosa) e il generale Stilicone che sbarcò nel Golfo di Policastro e con le sue truppe si accampò in un luogo vicino
In Wikipedia, alla voce “Roccagloriosa” leggiamo che alla fine del IV secolo, il generale bizantino Stilicone, durante la Guerra Gotica, sbarcò con i suoi soldati nel Golfo di Policastro, trovò la zona adatta per l’accampamento delle sue truppe. Le sorti di Patrizia vennero scritte dal generale Stilicone che di ritorno dalla Grecia, dopo che vi aveva inseguito i Goti, sbarco’ nel golfo di Policastro depredando i centri abitati tra cui la stessa Patrizia, lasciandola spoglia e impoverita di ogni sorta di bene. Alcuni soldati del generale Stilicone, che avevano militato prima negli eserciti di Teodosio e poi nelle fila di Onorio, entrambi imperatori romani di religione cristiana, seguendo questa religione edificarono poco lontano da Patrizia su di un altro colle, una chiesetta dedicata al culto della “Gloriosamadre di Dio Benedetto”, attorno ad essa costrui’ un piccolo centro abitato. Queste si diedero al saccheggio e alla distruzione degli abitati vicini, e gli abitanti di Patrizia furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Altre notizie riguardano Magliano Nuovo e Agropoli di cui parlerò in seguito. Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 hanno scritto i due studiosi P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. I due studiosi, dopo aver detto della distruzione di “Orbitania” all’epoca della II guerra Punica, a p. 14 parlando della città romana di “Patrizia”, in proposito scrivevano che: “Trascorsero così oltre cinque secoli, fino a quando gli abitanti di Patrizia non vennero disturbati da nuove guerre e distruzioni. Quando nel 396 d.Cr. il generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano. Quando, dopo alcuni mesi, andò via, lasciando il luogo estremamente impoverito (27) e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei abitati, fu denominata “Stiliconia”. Oggi il popolo la chiama “Li Stritani” e “Orbitani”, nonchè le “Ruine” (28) per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine.”. I due studiosi a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. I sacerdoti P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. Non conosciamo la provenienza delle notizie intorno al passaggio da Roccagloriosa del generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dateci dai due studiosi locali P. Agatangelo e Fulco (….), di cui ho già scritto. Come si è visto i due studiosi citavano il Muratori ma egli come si è visto non diceva nulla di Roccagloriosa. Il Muratori (….), il suoi “Annali”, vol. IV, II edizione del ………., a p. 13, ci parla dell’anno 396 (e non come è scritto nella nota di Agatangelo dell’anno 296). Il Muratori parla dell’anno 396 (CCCXCVI. Indizione IX), in proposito scriveva che: “Intanto i masnadieri Goti seguitavano a devastare la Grecia. Ancorchè questa fosse della giurisdizione di Arcadio, non lasciò Stilicone di voler passare con assai forze sopra una Flotta di navi, che approdò nel Peloponneso, o sia nella Morea. Zosimo (a) scrive ciò fatto nell’anno precedente, ma secondo Claudiano ciò sembra avvenuto nel presente; e forse non sussiste, che egli si fosse ritirato da quelle contrade.”. Il Muratori nella sua nota (a) postillava che: “(a) Zosimus, l. 5. e 7.”. Il Muratori, nel suo vol. IV, II edizione parlando dei Goti e di Alarico, a pp. 32-33 scriveva che: “Ciò si raccoglie da un Poema di Claudiano (c), composto molto prima ch’egli eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio (d), parendio eziandio, ecc…Nell’Anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quietare i Goti, che avevano fatta una terribile irruzione nella Grecia, sotto il comando ch’esso Alarico, l’aveva creato Generale delle milizie dell’Illirico Orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o nella Mesia inferiore, oppure nella Macedonia. Giordano Istorico (e) pretende che rincrescendo a què Goti, chiamati poi Visigoti ecc…..Chiaramente scrivono San Prospero (f), e il suddetto Giordano che, nel Consolato di Stilicone e d’Aureliano i Goti sotto il comando di ‘Alarico’ e di ‘Radagaiso’ entrarono nell’Italia che mali facessero (certamente far ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale VIII recitato da San Paolino Vescovo di Nola (a) nel Gennaio dell’anno seguente che gran rumore fece la guerra dè Goti ecc…“. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Claud. De Bello Getico.”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Prudentius in Symmach.”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (e) postillava che: “(e) Jordan ut Supra”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (f) postillava: “(f) Prosper. in Chronicon”. Il Muratori a p. 33, nella sua nota (a) postillava che: “(a) paulin. Nolanus. Natal. 8”. Dunque, il Muratori ci dice del generale Stilicone e dei fatti storici raccontati da San Prospero e da Giordane (…), nella sua i “Getica” (che scrisse sulla scorta di Cassiodoro. Il Muratori ci parla che i Goti, al comando di Alarico e di “Radagaiso” furono respinti dal generale e Console Stilicone. La notizia di Stilicone, riferita dai due studiosi è riferita alla tradizione orale. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano pure che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Questa citazione è ripresa più tardi da altri scrittori locali ed in particolare da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, dove a p. 415, egli scrive che: “Mancano altre sicure notizie del luogo, eccetto le tradizioni (5) tra cui quella riportata anche in Giustiniani (6) e cioè che il villaggio ecc…”. Ebner a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65) nell’Archivio parrocchiale di Roccagloriosa vi è un documento del ‘600 che dice che il primo nucleo abitato era intorno alla rupe alla quale è addossato il l’odierno cimitero. I predetti AA. parlano d’impianti romani (Orbitania, Patrizia e Stilicona) fondandosi sulla tradizione. Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, i due studiosi ritenevano che nell’anno 396, Stilicone, generale di Onorio, Imperatore Romano d’Occidente, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia, “fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano.”. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Patrizia e Stilicona”, a pp. 24-25 riportava più o meno le stesse notizie scritte a due mani con il Falco ma a p. 24 scriveva che: “Però venne il tempo in cui gli abitanti di Patrizia vennero disturbati da guerre e distruzioni, quando nel 396 d.C. il generale dell’imperatore Onorio, Stilicone, dopo di avere inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel golfo di Policastro. Trovò la regione del Mingardo (dove gli antichi insediamenti erano già “sepolti”) molto adatta per l’accampamento delle sue truppe: e lì si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano, ricercando anche nelle zone vicine: perciò rubarono, razziarono e dissanuarono (28).”. L’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Dunque, in questo testo, l’Agatangelo postillava e citava l’opera “Getica” di Cassiodoro (….), mentre nel volume scritto a quattro mani con il Falco citava il Muratori. L’Agatangelo postillava di un’epitoma di “IORDANIS” che conteneva l’opera “Getica” del cronista del tempo Cassiodoro (….), opera perduta e riscritta appunto da Giordane. L’Agatangelo, a p. 25 continuando il suo racconto su Roccagloriosa scriveva che: “Quando, dopo alcuni mesi, il generale Stilicone andò via, lasciò il luogo (dell’antica Fistelia) estremamente impoverito e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei sparsi, fu denominata Stilicona: oggi il popolo la chiama “Le Ruine” per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine (29).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Doc. in Arch. Parrocchiale di Roccagloriosa”. Riguardo il generale Bizantino Stilicone ha scritto pure Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Nel 396 d.C., Stilicone, generale dell’Imperatore Onorio, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fece ritorno in Italia. Trovò la regione del Mingardo particolarmente adatta ecc…(5).”. Il Guzzo nella sua nota (5) postillava di Agatangelo e Falco senza dare alcun ulteriore riscontro. Dunque, i due studiosi, scrivevano che, nell’anno 396 d.C., il generale Stilicone, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia (nel Peloponneso) fu obbligato dall’Imperatore Onorio a ritornare in Italia. Maurizio Gualtieri (….), nel suo “Roccagloriosa – un antico centro lucano sul golfo di Policastro”, ed. Ediprint, Siracusa, 1990, espone i risultati di scavi effettuati in località Scala e non solo. Ma, si tratta di manufatti risalenti ad avanti Cristo. Questi centri fortificati, pre-colonizzazione greca furono citati dal Corcia e da La Geniere (…) ed in seguito furono oggetto di una sistematica campagna di scavo archeologica di Mario Napoli (….), poi, in seguito, dopo la sua morte proseguiti dal Gualtieri. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno” nel vol. VIII, a pp. 33-34 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Questa terra vedesi edificata in un’altura distante dal Golfo di ‘Policastro’ miglia 2. Dalla sua situazione prese il nome, e dicono che l’aggiunta di ‘Gloriosa’ preso avesse da un’immagine di nostra ‘Donna’ che in una chiesetta nel suo castello di qualche anticihità. Vedesi ancora tutta cinta di mura con le rispettive sue porte, In oggi però tutto è diruto……Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’ “. Riguardo Roccagloriosa ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nel discorso VIII, a pp. 381, in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi fermarono, e fortificarono; vedendosi fin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli, nel luogo appunto dove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più di un miglio lontano, e le vestigia dell’altra fortezza, che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome alla terra.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il castello di Roccagloriosa, oggi parte diruto, fu costruito dai Bulgari. L’Antonini, sempre parlando di Roccagloriosa, a p. 385, in poposito scriveva che: “Sul declinar di quella montagna chiamata di Bulgaria a tramontana trovasi la Rocca gloriosa; paese grande ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro picciolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta nè piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonense, o sia golfo di Policastro, e delle montagne di Basilicata e di Calabria ecc…ecc…Fu il paese così detto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono verso il Castello.”.
Nel 410 (V sec. d.C.), la Molpa presidio Goto
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Essa era stata conquistata ed occupata in precedenza dai Goti Buti che in seguito furono sconfitti dal generale Belisario. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Su questo passo dell’Antonini, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, dopo non aver scritto nulla o quasi nulla sui barbari in Lucania, a p. 8, nella nota (2) postillava che: “L’Antonini (La Lucania, etc., Disc. VIII) scrive: “Ebbero i Goti nella nostra regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano e la Molpa, ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Belisario…..”. – Ma da quali fonti abbia egli tratto questo elenco di nomi geografici, non si sa.”. Giuseppe Antonini (…..), a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: “La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: “Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg. continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: “In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Etc…”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Infatti, riguardo le notizie su Molpa, Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, …….Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: “Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: “Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò……Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Etc…”, segno, dunque che a Molpa vi era un presidio Goto, con un fortificato castello già preesistente alla venuta di Belisario. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della “Amalfi vecchia” (forse la città di Molpa) fosse dovuta “che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta “che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”. Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico, che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”. La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: “Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva cambiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”.
Nel 410 (V sec. d.C.), Alarico II, 2° invasione dell’Italia e sua morte presso il fiume Bussento
Da Wikipedia leggiamo che nel 410, i Visigoti lasciarono Roma carichi di bottino dopo tre giorni di saccheggio e Alarico, passando da Capua e da Nola in Campania, che fu devastata, si diresse a Reggio, nel Bruzio. La sua intenzione era invadere con una flotta dapprima la Sicilia e poi l’Africa, il granaio dell’Impero. Secondo il pagano Olimpiodoro, tuttavia, una statua pagana eretta nei pressi dello stretto di Messina con la funzione di impedire il passaggio ai Barbari, lo avrebbe indotto a rinunciare all’invasione e a ritirarsi più a Nord. Secondo il cristiano Orosio, invece, una provvidenziale tempesta disperse e affondò le navi quando erano già in parte cariche e pronte a partire, inducendo il re goto a rinunciare ai suoi piani. Allora Alarico lasciò la città diretto a nord; ma quando era ancora in Calabria, nei pressi di Cosenza (dicono alcuni ed altri vogliono nel letto deviato del fiume Bussento presso Policastro), si ammalò improvvisamente e morì. Secondo la leggenda, tramandata da Giordane, venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento a Cosenza (dicono alcuni mentre altri intendono le parole di Giordane si riferissero al letto del fiume Bussento presso Policastro). Gli schiavi, che avevano lavorato alla temporanea deviazione del corso del fiume, furono uccisi perché fosse mantenuto il segreto sul luogo della sepoltura. Ad Alarico succedette il cognato Ataulfo, che successivamente avrebbe sposato la sorella di Onorio, Galla Placidia. Gabriele De Rosa (…), nel suo “Le dominazioni barbariche – Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, ed. Libreria Ferraro del 1970, a p. 32-33, in proposito scriveva che: “Scomparso Stilicone, nulla più ormai poteva fermare Alarico. Scese in Italia, senza incontrare ostacoli. Onorio non mosse un dito ma privo di un autentico generale, Onorio non aveva nessuna possibilità di ostacolare la marcia di Alarico. Il 24 agosto del 410 Alarico entrava in Roma e la metteva a ferro e a fuoco. Fu in questo clima che Agostino concepì la sua poderosa opera, ‘La Città di Dio’, destinata ad avere un’influenza grandissima lungo tutto il Medio evo sino all’età moderna, nella storia dei rapporti tra Chiesa e Stato (1). Alarico continuò la sua marcia verso il Sud con l’intento di passare in Africa. Ma la morte lo colse alla fine del 410 cicino a Cosenza. Fu seppellito dai suoi soldati nel letto del fiume Bussento, le cui acque furono deviate. Il suo successore Ataulfo, si ritirò nelle Gallie, dove tentò di mettere su uno stato con il consenso di Onorio, di cui aveva sposato la sorella Galla Placidia, che egli stesso teneva già presso di sè come ostaggio. Ataulfo però ben presto scomparve e la povera Galla Placidia tornava a Ravenna per sposare Costanzo, successo a Stilicone come comandante dell’esercito. Da questo matrimonio nacque Valentiniano III, che successe nel 425 ad Onorio.”.
Nel 410, Alarico assedia Rossano Calabro, l’antica Turio
Alfredo Gradilone (…..), nel suo “Storia di Rossano”, nel cap. II: “Rossano Bizantina”, a p. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “La lenta fine di Turio segnò l’inizio dello sviluppo storico di Rossano. Il fato di quella città fu analogo a quello di altri grandi centri della Magna Grecia, che prima dell’Era Volgare erano già in stato di progressivo decadenza, sia per l’aumentato spopolamento dovuto alle continue guerre, sia per effetto delle invasioni barbariche, che non lasciavano tracce di vita sul loro passaggio. Basti pensare ai Vandali che, dopo aver dato prova della loro furia distruggitrice a Capua e Nola, scesi in Calabria (1), misero a sacco Locri, Crotone e Turio, etc….Poi vi passarono i Goti di Alarico, che vi portarono altri gravissimi segni di desolazione e di morte: e infine il territorio fu teatro ancora della guerra goto-bizantina etc…”. Il Gradilone, a p. 39, nella nota (1) postillava: “(1) Il nome: Calabria è qui adoperato per ragioni di opportunità; ma s’intende che la regione nel periodo considerato era chiamata Bruzio.”. Il Gradilone (….), a p. 40, scriveva che: “Quando Alarico, lasciate Roma e Napoli dopo un saccheggio memorabile, venne in Calabria con il proposito di invadere successivamente la Sicilia, essendo stato ostacolato dalla sua impresa dall’accanita resistenza di Reggio, sulla via della ritirata, saccheggiata Crotone (2) prima di procedere verso Cosenza, dove trovò la morte, mise l’assedio a Rossano senza riuscire peraltro ad espugnare la città, nonostante i ripetuti assalti.”. Il Gradilone, a p. 40, nella nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Jordanes: “De rebus geticis”, cap. XXXI.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 23, nella nota (102) postillava che: “(102) IX, ep. 33”. Sempre Ebner, a p. 25 scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. “.
Nel 411, Alarico distrusse Policastro – leggenda o verità ?
Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: “La storiografia locale largheggia nell’attribuire distruzioni a ‘Buxentum’. Ci pare che bastino quelle vere, senza bisogno di aggiungerne altre, anche perchè le vicende della città sono le stesse di tutte le altre del Meridione. ‘Alarico’, re dei Visigoti, fu uno dei primi che avrebbe distrutto Buxentum nel 411.”. Inoltre, il Tancredi, proseguendo il suo racconto si chiedeva che: “Ciò che principalmente ci interessa in questo caso, è la presunta distruzione di Bussento da parte di Alarico nel 411 (28). Nel 411 Alarico non visse più e i Visigoti sono passati da Buxentum, e il passaggio di un esercito affamato non è uno scherzo: scompare il bestiame minuto e tutto il mangiabile nelle bocche dei soldati; però non conosciamo alcun documento dal quale si può concludere che una vera distruzione ebbe luogo.”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Claudiano, De Bello Getico, in Nuova Enc. Pop. Italiana, Torino, UTET, vol. I, p. 561.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: “Ciò che principalmente ci interessa in questo caso, è la presunta distruzione di Bussento da parte di Alarico nel 411 (28). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Baronio Cesare, Annalium Ecclesiasticorum, apud Georgium Variscum et Socios, Venetiis 1602, pp. 433-434, ad annum 411.”, ovvero per l’anno 411 d.C. Del sacerdote Luigi Tancredi (….), vorrei segnalare anche il suo “Alarico, Re dei Visigoti – La localizzazione del sepolcro e del tesoro”, pubblicato a Salerno nel 1982, ed. Santos Cantelmi. Dunque, il Tancredi cita Cesare Baronio (….). Il Baronio, nel suo ‘Annalium Ecclesiasticorum, apud Georgium Variscum et Socios’, pubblicato a Venezia nel 1602, a pp. 433-434, parlando dell’anno 411, in proposito scriveva che: “Joannem diaconum”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 410 i Visigoti di Alarico, dopo aver tentato inutilmente di prendere Salerno, saccheggiarono ‘l’ager Picentinus’,…..Sembra che Paestum, protetta da mura ancora saldissime non sia stata allora investita dai barbari; probabilmente furono solo le sue campagne settentrionali, già per larghi tratti squallide e desolate come lo saranno poi interamente per secoli, che subirono la loro furia, rendendo però palesi le molte difficoltà di una eventuale marcia lungo le aree costiere della Lucania tirrenica.”. Il Cantalupo a p. 49, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Probabilmente allora furono distrutte le antiche città di Diano (od. Teggiano) e Consilino (v. n. 2, p. 53); in tutto il Vallo però si erano andati ulteriormente aggravando i fenomeni dello spopolamento e dell’abbandono, che, stando alla testimonianza di PLINIO IL VECCHIO (N.H., III, 5, 70), erano già preoccupanti nel I sec. d.C.”. Il Cantalupo, a p. 49, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. n. 1, p. 41; la stessa strada ripercorse Ataulfo nel ricondurre i Visigoti verso la Gallia, dopo la morte di Alarico a Cosenza.”.
Nel 410 d.C. (V sec. d.C.), Alarico, re dei Visigoti saccheggiò alcuni luoghi del basso Cilento tra cui Policastro (Buxentum), Roccagloriosa e Fulgenti (Laurino)
Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito e del casale scomparso di “Fulgenti”, in proposito scriveva che: “Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Etc…”. Dunque, Cosimo De Giorgi voleva che l’antica città di “Fulgentium”, oggi scomparsa era stata distrutta dai Goti di Alarico. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: “La storiografia locale largheggia nell’attribuire distruzioni a ‘Buxentum’. Ci pare che bastino quelle vere, senza bisogno di aggiungerne altre, anche perchè le vicende della città sono le stesse di tutte le altre del Meridione. ‘Alarico’, re dei Visigoti, fu uno dei primi che avrebbe distrutto Buxentum nel 411.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nell’anno 410 i Visigoti di Alarico, dopo immani saccheggi perpretati nella Campania, giunsero sulle rive del Sele. Qui probabilmente si arrestarono, scoraggiati dalle mura di Paestum e dalle difficoltà oggettive di proseguire la marcia lungo la costa che appariva impervia e non florida. Perciò, dopo aver saccheggiato gli insediamenti delle campagne e delle colline circostanti verso settentrione, risalendo il corso del Sele, del Calore e del Tanagro, si riversarono nel Vallo di Diano, dove attraverso il passo di Buonabitacolo e Sanza, raggiungero il corso alto del Bussento, con l’intento di ridiscenderlo fino a Policastro e saccheggiare gli abitati costieri; quindi imbarcarsi per veleggiare alla volta dell’Africa con la sua flotta che aveva seguito la spedizione. Ma nel tragitto Alarico morì e venne seppellito, ecc…“. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “…..al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario etc…”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”.
Nel 411 d.C. (V sec. d.C.), la morte di Alarico nel letto del fiume Bussento presso Policastro: leggenda o verità ?
Nel 410, i Visigoti lasciarono Roma carichi di bottino dopo tre giorni di saccheggio e Alarico passando da Capua e da Nola in Campania, che fu devastata, si diresse a Reggio, nel Bruzio. La sua intenzione era invadere con una flotta dapprima la Sicilia e poi l’Africa, il granaio dell’Impero. Secondo il pagano Olimpiodoro, tuttavia, una statua pagana eretta nei pressi dello stretto di Messina con la funzione di impedire il passaggio ai Barbari, lo avrebbe indotto a rinunciare all’invasione e a ritirarsi più a Nord. Secondo il cristiano Orosio, invece, una provvidenziale tempesta disperse e affondò le navi quando erano già in parte cariche e pronte a partire, inducendo il re goto a rinunciare ai suoi piani. Allora Alarico lasciò la città diretto a nord; ma quando era ancora in Calabria, nei pressi di Cosenza (dicono alcuni ed altri vogliono nel letto deviato del fiume Bussento presso Policastro), si ammalò improvvisamente e morì. Secondo la leggenda, tramandata da Giordane, venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento a Cosenza (dicono alcuni mentre altri intendono le parole di Giordane si riferissero al letto del fiume Bussento presso Policastro). Gli schiavi, che avevano lavorato alla temporanea deviazione del corso del fiume, furono uccisi perché fosse mantenuto il segreto sul luogo della sepoltura. Sul passaggio di Alarico ha scritto mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Synopsi doieceseos etc…”. Il Laudisio, parlando della Diocesi di Policastro, a pp. 72-73 (vedi versione cuata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Nell’alveo di questo fiume Bussento fu sepolto nel 411 Alarico, re dei Goti, che fu ucciso a Cosenza dopo che ebbe saccheggiato la Campania, la Lucania e la Calabria. Il suo esercito trasportò il suo cadavere per vie impervie, deviò il corso del fiume, e dopo averlo sepolto assieme ad immense ricchezze fece di nuovo scorrere le acque del Bussento nel loro alveo. Coloro che avevano scavato il sepolcro furono fatti annegare nel fiume affinchè nessuno conoscesse il luogo – ha scritto Giovanni Diacono (44) – dove assieme alle ceneri di Alarico erano state sepolte tante ricchezze depredate in Italia (45).”. Mons. Laudisio, a p. 16, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Lib. 13, Hist. miscell. (si veda nota seguente).”. Il Laudisio a p. 16, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Bern., Haer., tom. I, saec. 5, cap. 1 (Domenico Bernino, Historia di tutte l’eresie, Venezia, 1711, p. 387: “Dopo tre giorni dunque di depredabile sacco ecc…”. Il testo citato dal Laudisio è di Domenico Bernino (…), nel suo vol. I del 1726, a pp. 174-175 troviamo scritto che: “Sotto il Rè (l) Alarico vennero i Goti, popoli della Svezia, i quali fin da tempo del gran Costantino professarono la fede Cattolica, ecc…”. Il Bernino, a p. 174, vol. I, nella sua nota (l) postillava che: “(i) Orosio, lib. 7, c. 19 (l) idem lì. 7.”. Dunque il Bernino si riferisce ad Orosio (…). Sempre il Bernino (…), a p. 175, in proposito scriveva che: “E finalmente dopo tre giorni di deplorabil sacco si partirono…..”. Il Bernino, dopo aver detto della partenza di Alarico da Roma passa direttamente a Pelagio e papa Innocenzo e non dice nulla della sua morte, come cita il Laudisio. Il Laudisio a p. 16 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (45) postillava che: “(45) Bern., Haer., tom. I, saec. 5, cap. 1 (Domenico Bernino, Historia di tutte l’eresie, Venezia, 1711, p. 387: “Dopo tre giorni dunque di depredabile sacco, quasi havendo adempito i Gothi al termine prescritto dalla divina vendetta, più tosto come fuggendo che ritirandosi, fuor di ogni humana aspettazione si partirono da Roma (….); e partendosi funestarono con terribili depredazioni le prossime provincie di della Campagna, Basilicata e Calabria, fintanto che giunti a Cosenza con intenzione di passar quindi nella Sicilia e nell’Africa, trovò quivi improvvisamente Alarico i confini di sua vita, morendo ecc…con ardimentoso ardimento iscavando nuovo letto al fiume Bussento, ……come disse l’allegato historico (Giovanni Diacono, lib. 13, Hist. miscell.), ‘scire posset’ dove con le ceneri di Alarico si ritrovassero sepolte le ricchezze dell’Italia e di Roma).”. Dunque, il Laudisio scriveva sulla scorta di Domenico Bernino (…) che, a sua volta scriveva alcuni passi tratti da Giovanni Diacono. Il Bernino però non parlava del fiume Bussento di Policastro ma parlava di Cosenza. Infatti il Bernino è uno di questi autori del ‘700 che parla di Cosenza. Stessa cosa mi pare fosse la versione del cronista medievale Giovanni Diacono. Ma perchè il Laudisio cita questi due autori e gli fa dire che Alarico fosse morto e poi seppellito nel fiume Bussento di Policastro ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, inedito del 1973, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “Per nascosti sentieri i soldati seppellirono il corpo di Alarico e i suoi tesori nel letto del fiume Bussento, affluente del Crati. Così affermano gli storici: Giambattista Pacichelli (Il Regno di Napoli, Na., 1703, vol. 2) e P. Placido Troyli (Istoria generale del Reame di Napoli, Na., 1748, T. I°, p. 186, e tomo III, p. 53), sulla scorta di Paolo Diacono: “Inter haec Alaricus dum deliberat qui ageret, apud Consentiam, subita morte, defunctus est. Gothi Basentium amnem, alveo suo captivorum labore derivantes, Alaricum in medio alveo cum multibus opibus sepelierunt, amnemque proprio meatui reddentes. Ne quis locum scire posset, captivos, qui interfuerunt, extingunt” (Historia Miscellae, lib. XIII). Il Laudisio sostiene che il Bussento, detto Basentium nel Diacono, sia il nostro Bussento, fiume citato spesso dagli storici e dai geografi antichi. Può darsi che il corpo di Alarico sia stato portato fino a Policastro; ma il fatto resta avvolto nella leggenda, perchè furono uccisi anche coloro che lo seppellirono, affinchè se ne perdesse la memoria.”. Dunque, il Cataldo, non solo cita il Pacichelli e il Troyli richiamandosi a Paolo Diacono e non a Giovanni Diacono. Inoltre, il Cataldo spiega perchè il Laudisio credesse che il corpo di Alarico fosse stato sepolto nel fiume Bussento di Policastro e non nel fiume Basento affluente del Crati nei pressi di Cosenza in Calabria. Giambattista Pacichelli (….) ed il suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, 1703, vol. II, parlando di Cosenza a p. 7. Il Pacichelli in proposito scriveva che: “presso il ‘Vallo’ di Crati, che sorgi lungi sei miglia, si diede già sepoltura: in un’arca doviziosa, con più ricco tesoro, al celebre Re de Vice Goti Alarico, il quale dopo il sacco doloroso di Roma, e l’occupazione ardita di questa vi terminò gli anni nel 412 mentre reggeva le chiavi di S. Pietro ‘Papa Innocenzo I’ e amministrava l’Imperio Teodosio.”. Sulla morte di Alarico nel fiume Bussento ha scritto il sacerdote Luigi Tancredi. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, parlando degli ultimi giorni di Alarico, in proposito scriveva che Alarico con il suo esercito dopo aver raggiunto il corso alto del Bussento: “Ma nel tragitto Alarico morì e venne seppellito, secondo una suggestiva leggenda, nel letto del fiume: questo fu deviato dal suo corso e una volta creata la tomba e ivi deposto il re col suo tesoro, l’acqua venne fatta defluire di nuovo. Ecc…“. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 410 i Visigoti di Alarico, dopo aver tentato inutilmente di prendere Salerno, saccheggiarono ‘l’ager Picentinus’, cioè i territori limitrofi dell’attuale Pontecagnano, devastarono le campagne e la città di Eboli, risalirono il corso del Sele e poi quello del fiume Tanagro per riversarsi infine nel Vallo di Diano (1). Sempre seguendo la via ‘Annia’, la strada militare romana che da Capua metteva a Reggio (2). Ecc..”. Il Cantalupo, a p. 49, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. n. 1, p. 41; la stessa strada ripercorse Ataulfo nel ricondurre i Visigoti verso la Gallia, dopo la morte di Alarico a Cosenza.”. Ad Alarico succedette il cognato Ataulfo, che successivamente avrebbe sposato la sorella di Onorio. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: “La storiografia locale largheggia nell’attribuire distruzioni a ‘Buxentum’. Ci pare che bastino quelle vere, senza bisogno di aggiungerne altre, anche perchè le vicende della città sono le stesse di tutte le altre del Meridione. ‘Alarico’, re dei Visigoti, fu uno dei primi che avrebbe distrutto Buxentum nel 411. Egli morì in quell’anno, ma è assai probabile che nell’anno precedente si trattenesse da queste parti; la prima volta dopo il sacco di Roma, riuscito così bene che, dopo tre giorni di assedio, Alarico dovette lasciare la città perchè gli venivano a mancare i viveri per le sue truppe. Di conseguenza fu costretto a ritirarsi in Campania, forse in vicinanza di Buxentum e attendere che la flotta fosse pronta per salpare in Africa. Questa flotta fu organizzata frettolosamente; probabilmente non era molto efficiente e una tempesta la distrusse nello stretto di Messina. Allora Alarico si ritirò di nuovo nella Campania, ma è incerto, anzi, poco probabile che la raggiunse vivente, perchè nel dicembre 410 morì. La leggenda che pretende che i tesori di Alarico siano stati sepolti con lui, si basa su due fatti storici che hanno colpito la fantasia popolare. Il bottino di Alarico portò via da Roma dopo i tre giorni di saccheggio, era probabilmente ingente, e quindi anche importante. Gli oggetti sacri che Tito nel 70 a.C. aveva portato via dal tempio di Gerusalemme (26) da lui distrutto, facevano ora parte della preda di Alarico e si può senz’altro credere che erano di inestimabile valore. Poi sono scomparsi, senza lasciar traccia alcuna. Su questi due fatti si basa la leggenda che connette la morte di Alarico con la scomparsa del tesoro (27). Il successore di Alarico era ‘Athaulf’ che, appena eletto (411), guidò il suo popolo nelle Gallie. Sarebbe più logico che Athaulf portasse gli oggetti con sè, ma è anche possibile che volesse liberarsi del peso durante una lunga ed incerta migrazione; e perciò nascose tutto nella tomba di Alarico, riservandosi di ritornare più tardi e preservarli. Ciò spiegherebbe anche il preteso deviamento del Bussento, per nascondere il posto della tomba o del tesoro, un procedimento che i Goti non usavano mai. Pochi anni dopo, non viveva più nessuno di quelli che conoscevano il nascondiglio nel letto del Bussento e i Visigoti non entrarono più in Italia. Ciò che principalmente ci interessa in questo caso, è la presunta distruzione di Bussento da parte di Alarico nel 411 (28). Nel 411 Alarico non visse più e i Visigoti sono passati da Buxentum, e il passaggio di un esercito affamato non è uno scherzo: scompare il bestiame minuto e tutto il mangiabile nelle bocche dei soldati; però non conosciamo alcun documento dal quale si può concludere che una vera distruzione ebbe luogo.”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Claudiano, De Bello Getico, in Nuova Enc. Pop. Italiana, Torino, UTET, vol. I, p. 561.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: “Ciò che principalmente ci interessa in questo caso, è la presunta distruzione di Bussento da parte di Alarico nel 411 (28). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Baronio Cesare, Annalium Ecclesiasticorum, apud Georgium Variscum et Socios, Venetiis 1602, pp. 433-434, ad annum 411.”, ovvero per l’anno 411 d.C. Del sacerdote Luigi Tancredi (….), vorrei segnalare anche il suo “Alarico, Re dei Visigoti – La localizzazione del sepolcro e del tesoro”, pubblicato a Salerno nel 1982, ed. Santos Cantelmi. Dunque, il Tancredi cita Cesare Baronio (….). Il Baronio, nel suo ‘Annalium Ecclesiasticorum, apud Georgium Variscum et Socios’, pubblicato a Venezia nel 1602, a pp. 433-434, parlando dell’anno 411, in proposito scriveva che: “Joannem diaconum”.

Il Baronio, a p. 569, per l’anno 411 parlando della morte di Alarico citava Giovanni Diacono. Baronio (….), nel tomo VI, a p. 569, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paulus Diacono I, XIII, Historia Miscell. – 2 Sozom. I. IX. c. 12 – Paul. Diac. l. XIII, – 2 Oros. I. VII. c. 40.”. Dunque, da come possiamo leggere non mi pare che il Baronio dica di una distruzione di Policastro da parte di Alarico. Inoltre, il Baronio ci parla del fiume a Cosenza, ovvero della morte di Alarico a Cosenza. Inoltre, il Baronio scrive sulla scorta di Paolo Diacono (…)(vedi la sua postilla), anche se nel testo cita “Joannem diacono”. Il Baronio postilla pure di Orosio (….). Il Laudisio riportando la notizia della sepoltura di Alarico nel fiume Bussento, cita Giovanni Diacono. Giovanni Diacono (o G. di Montecassino, o G. Imonide, lat. Iohannes Hymonides). – Monaco di Montecassino, storico (n. circa 852 – m. prima dell’882). Influente presso la curia di Giovanni VIII, amico di Anastasio Bibliotecario, compose su materiale archivistico una delle migliori vite di s. Gregorio Magno. Molto probabile è la sua collaborazione al Liber pontificalis; assai discutibile invece l’attribuzione a lui di altre opere, tra le quali la cosiddetta Coena Cypriani.
Nel 412 d.C. (IV sec. d.C.), gli abitanti di Patrizia e Stiliconia si spostarono verso la Rocca “Arce” a Roccagloriosa
Romaniello Agatangelo (….) proseguendo il suo racconto parlava della fondazione del nuovo casale di Roccagloriosa, nell’anno 410, ai tempi di Alarico, ovvero 14 anni dopo la venuta di Stilicone. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Intanto gli abitanti di Patrizia e i vari nuclei di Stilicona pensarono di riparare in un luogo più sicuro e più adatto alla difesa contro eventuali nemici. Avevano già ricevuto la religione cristiana probabilmente per il buono esempio di alcuni soldati dell’esercito di Stilicone: e, nell’anno 412, sulla cima del monte roccioso che stà a guardia delle vallate del Mingardo e del Bussento, poco distante da Patrizia, costruirono una chiesetta che dedicarono alla “Gloriosa Madre di Dio benedetto”: si raggrupparono intorno ad essa e costituirono la nuova città chiamata Rocca (30).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (30) postillava dell’appellativo di “Gloriosa”. Gli abitanti di Patrizia, in seguito ai saccheggi perpretati dalle truppe del generale Stilicone furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di “Roccagloriosa”, a pp. 11-12, in proposito scriveva che : “…..; Patrizia (fino al 396 d.C.); Stiliconia (inizio sec. V)(145). Trascorsi ormai cinque secoli di pace, Stilicone, generale dell’imperatore Onorio, dopo di avere inseguito i Goti della Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro (146). Accampatosi nella Valle del Mingardo colle sue truppe, consentì ai soldati di rifarsi con le sostanze che si trovavano, per cui in pochi mesi il luogo rimase in precarie condizioni per le continue depredazioni. (147). Gli abitanti di Patrizia, già in opposizione, sopravvissuti e uniti ai pochi di Stiliconia, ripararono in luogo più sicuro e difeso contro possibili nemici. Essi avevano ricevuto la religione cristiana per il buon esempio dei soldati di Stilicone, che avevano fatto parte dell’esercito di Teodosio e del figlio Onorio, imperatori cristiani (148); perciò, nell’anno 412 sulla cima della roccia, tra i fiumi Mingardo e Bussento, costruirono una cappella intitolata alla “Gloriosa Madre di Dio”, l’Assunta (149).”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (149) postillava: “(149) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, (a. 296).”.
Dal ‘440 al ‘460 d.C. (V sec. d.C.), i Vandali d’Africa di Genserico
Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (….). Genserico (o Gaiserico o Gianserico; Saline, circa 390 – Cartagine, 25 gennaio 477) è stato re dei Vandali e degli Alani (428 – 477), prima nella penisola iberica e poi in Africa. Fu una delle figure chiave dell’ultimo e tumultuoso periodo di vita dell’Impero romano d’Occidente (V secolo). Condusse i Vandali, gli Alani e una parte di Visigoti sbandati dalla penisola iberica al Nordafrica, fondando un regno che in pochi anni trasformò un “insignificante” popolo germanico in una delle maggiori potenze mediterranee; nel 455 guidò i Vandali nel Sacco di Roma. Genserico rimase signore incontrastato del Mediterraneo occidentale fino alla sua morte, regnando dallo stretto di Gibilterra alla Tripolitania. Morì il 25 gennaio del 477, all’età di 87 anni (77 secondo alcune fonti), a Cartagine. Di quel periodo ha scritto Pietro Ebner (….), che parlando di Velia in età post-romana, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 12, nella sua nota (13) postillava che: “(13); …Sulla desolazione della fascia costiera Velia-Salerno, RUTILIO, Itiner., I, 625. S. Nilo sarebbe morto di fame, nel tratto Policastro-Velia se non fosse stato soccorso da un Saraceno. Per altre notizie, v. RSS 1965, pp. 57 sgg. e 62 sgg.”. Non so cosa centri S. Nilo nel racconto di Ebner visto che S. Nilo si recò nel basso Cilento molti secoli dopo. Riguardo la citazione di Rutilio (….). Claudio Rutilio Namaziano era un aristocratico, originario della Gallia Narbonese che aveva percorso una brillante carriera nella città di Roma, culminata nel 412 con la carica di prefetto della città, una sorta di moderno sindaco. Fra il 415 e il 417 decise di lasciare la città che più aveva amato per fare ritorno ai suoi possedimenti familiari in Provenza al fine di porre riparo alle devastazioni provocate dal passaggio dei Goti. Riguardo l’altra citazione di Ebner riguarda un suo scritto sulla rivista “Rassegna Storica Salernitana”, del 1965, a p. 29: “Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più antichi al tramonto della feudalità”. Pietro Ebner, a p. 59 e 62, in proposito scriveva che:

Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “Danni ben peggiori subirono invece le coste dell’Italia meridionale ad opera dei Vandali di Genserico: impadronitisi di Cartagine e saldamente piantati sulle coste africane dall’Atlantico alla Cirenaica, spedirono, a partire dal 439, numerose ed agguerrite flotte contro le isole ed i litorali italiani, prendendo particolarmente di mira la Sicilia, il Bruzio, la Lucania e la Campania. Un pericoloso assalto portato proprio alle coste della Campania nel 457 fu respinto dall’imperatore Maggiorano, che nel 460 riuscì anche a comporre una pace con Genserico. Ecc..”. Nel 1923, Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, a p. 116, in proposito scriveva che: “Pochi anni di poi le coste non furono più sicure per le scorrerie dei Vandali di Genserico, sebbene questi, dopo il celebre sacco di Roma, fossero stati sconfitti dall’Imperatore Maggiorino in una loro scorreria sulle coste della Campania. Ma Genserico, da vero pirata, ogni anno cercava di far bottino sulle coste delle isole italiane e sulle coste del Tirreno, distruggendo le città e i borghi, seminando dappertutto morte e rovine, e portando molti degli abitanti che capitavano nelle sue mani, come schiavi, in Africa (1). Allora fu distrutta Marcina, l’antica città etrusca (2), i cui abitanti si sparsero nelle ‘cave’ dei monti vicini, facendo sorgere numerosi villaggi e lasciando traccia della loro vetusta origine nell’odierna Cava dei Tirreni.”. Il Carucci, a p. 116, nella sua nota (1) postillava: “(1) Gregorio I. ‘Dialog.’. II: I”. Il Carucci, a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando alla distruzione di Marcina V. Cassiodoro, ‘Chroni II, 156, in ‘Chronica Minora’, ed. Mommsen; Procop. ‘De bello vandal’., 1, 336; Ughelli, ‘italia Sacra’, I, 607; Giustiniani, Diz. Geogr. del Regno di Napoli, III, 403; Adinolfi, Storia di Cava, pag. 77.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Se il Cilento allora risultò salvo da quei saccheggi, fu invece investito alcuni decenni più tardi dalle scorrerie dei Vandali di Genserico che si erano stanziati sulle coste dell’Africa. Da qui, via mare, a partire dal 439, essi assalirono le coste della Sicilia, della Calabria e della Lucania, provocando la quasi totale scomparsa dei piccoli insediamenti costieri e la dispersione di gran parte degli abitanti, molti dei quali, catturati fiirono venduti come schiavi. Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 17 in proposito scriveva che: “Nel 440 ‘Genserico’, re dei Vandali, avrebbe di nuovo distrutto Buxentum. Questa volta la notizia non può venire accettata. Genserico prese nel 439 la città di Cartagine, poi s’imbarcò verso Lilibeo (l’odierna Marsala) e quella volta non mise più piede nell’Isola Meridionale, fino al 455. Se in base alle date di nostra conoscenza possiamo escludere la distruzione di Buxentum dai Vandali nel 440 (29) e riteniamo poco probabile la distruzione da parte dei Visigoti di Alarico, non possiamo con altrettanta sicurezza ragionare sulla presunta distruzione da parte dei ‘Longobardi di Alboino’ fra il 40 e il 650 . La data non coincide affatto, perchè Alboino morì verso il 572. Il re in questione potrebb’essere ‘Rotari’, ma poco importa perchè nessuno dei re Longobardi esercitava un reale potere nel beneventano.”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Ghisleri Arcangelo, op. cit., Tav. III, p. 14.”. Il Tancredi si riferiva all’opera di Arcangelo Ghisleri (…), Testo-Atlante di Geografia Storica, Medio Evo, Arti Grafiche Bergamo, 1952, tav. III, p. 14. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). L’antica città etrusca di Marcina, presso Salerno, fu distrutta (3), il tratto costiero fra il Sele ed il Golfo di Policastro subì frequenti sbarchi, che provocarono, oltre alla scomparsa di numerosi centri abitati minori, la disperazione di gran numero degli abitanti, che in parte si rifugiarono all’interno del territorio, in parte subirono il destino di essere venduti come schiavi di Africa. Stante la scarsità delle fonti non è possibile determinare con esattezza i danni prodotti dalle incursioni vandaliche sulle nostre aree litoranee; sembra però che gli insediamenti urbani protetti da validi circuiti di mura abbiano allora evitato la distruzione, per cui, al pari di Salerno, anche Velia, Molpe (4) e Bussento uscirono pressocchè indenni da quella generale rovina ecc….”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ROMANO / SOLMI, Le dominazioni barbariche etc…, cit. p. 90.”. Il Cantalupo citava il testo di Romano G. e Solmi A. (….), Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), ed. Vallardi, Milano, 1940. I due studiosi Romano G. e Solmi A., nel loro Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), nel 1940, riferendosi agli anni successivi al 442 così scrivevano a p. 90: “Padroni di Cartagine, dominarono sulle coste dell’Africa dall’Atlantico alla Cirenaica, ed allestirono flotte numerose ed agguerrite, con cui sparsero il terrore del loro nome per tutto il Mediterraneo e ne assoggettarono le isole. E l’Italia, come era da aspettarsi, fu il paese che più ebbe a sofrirne. Gli assalti contro la Sicilia, l’assedio di Palermo, i frequenti sbarchi sulla Lucania, che avvennero negli anni successivi, furono gli effetti immediati della nuova potenza sorta sulla costa africana.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, piuttosto che con l’abitato etrusco-campano messo in luce dagli scavi archeologici presso Fratte di Salerno, nel quale va riconosciuta IRNA (in evidente relazione con il fiume Irno che ivi scorre), a cui sono da iferirsi le monete con l’iscrizione YRINA, comunemente attribuite a Nola (v. V. Panebianco, in la Parola del Passato, CVIII-CX (1966), pp. 245 sgg). Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Su Molpe v. n. 2, p. 57“. Dunque, riguardo quel periodo storico e le incursioni dei Vandali di Genserico che funestarono le nostre coste l’antica, il Cantalupo, riferendosi alla città scomparsa di Molpa scriveva che: “Stante la scarsità delle fonti non è possibile determinare con esattezza i danni prodotti dalle incursioni vandaliche sulle nostre aree litoranee; sembra però che gli insediamenti urbani protetti da validi circuiti di mura abbiano allora evitato la distruzione, per cui, al pari di Salerno, anche Velia, Molpe (4) e Bussento uscirono pressocchè indenni da quella generale rovina che in qualche modo ebbe ripercussioni deleterie su Paestum. Etc…”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Velia Molpe e Bussento, essendo insediamenti urbani protette da alte e possenti mura (forse centri fortificati in passato) si salvarono dalle orde vandaliche di Genserico. Piero Cantalupo a p. 50 continuando il suo racconto scriveva che Paestum: “la rovina che in qualche modo ebbe ripercussioni deleterie su Paestum. La città infatti vide un’accentuarsi delle sue condizioni già critiche: la totale ed accertata scomparsa della circolazione monetaria (5) non potè non corrispondere ad una consistente diminuzione dei traffici e ad un conseguente, ulteriore e sensibile calo demografico. Gli assalti diretti alle sue mura certamente non mancarono quando i Vandali corsero a saccheggiare ed a distruggere per tutto l’entroterra pestano quella serie di abitati satelliti che costituivano la linfa vitale della città e ne permettevano la sopravvivenza pur nella sua estrema decadenza (6); ma un ruolo decisivo giocò anche il terrore, che, immobilizzando gli abitanti entro le mura urbane, a Paestum come altrove, determinò la più completa paralisi delle attività economiche e commerciali, al pari di quanto sarebbe accaduto quattro secoli più tardi, a seguito delle incursioni dei Saraceni. Ecc..”. Il Cantalupo, continuando il suo racconto sulle incursioni dei Vandali di Genserico scriveva che: “Gli abitati costieri non protetti da consistenti impianti difensivi scomparvero letteralmente, distrutti o abbandonati: sicché quale fu la sorte dei centri nella campagna pestana, tale fu quella del villaggio di S. Marco di Castellabate (1), del fondaco del Saùco, presso punta Tresino, e di ‘Erculam’, il ‘vicus’ di S. Marco di Agropoli…….(p. 52) Le incursioni vandaliche durarono fino al 475, quando Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore di Roma, riconoscendo a Genserico il possesso della Sicilia, che i barbari avevano conquistata nel 468, ottenne che questi non molestassero più le coste d’Italia.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Le monete antiche sono attestate a Paestum fino all’imperatore Arcadio (395-408) “. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (6) postillava che: “(6) V. p. 44“. Il Cantalupo, a p. 51, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il villaggio romano dell’odierna S. Marco di Castellabate etc….“. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Il sacerdote Rocco Gaetani (….) che, nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, ecc… Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche ecc….Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, il Gaetani disserta sulle sventure di Buxentum (Bussento) e delle località costiere come Buxentum, antica diocesi cristiana, e scriveva che le sue sventure non iniziarono con la venuta dei Longobardi ma esse vi erano state gia molto tempo prima con i Vandali di Genserico che vennero dall’Africa. Forse è proprio a quel periodo dei Vandali di Genserico a cui può riferirsi la leggenda secondo cui gli abitanti di Molpa (l’antica Amalphi vecchia) siano fuggiti verso Eboli e poi andarono a fondare la città di Amalfi sulla costiera Amalfitana.
Nel 450 (IV sec. d.C.), il probabile abbandono del sito di Sapri ? Ipotesi credibile ?
Riguardo Sapri, assume particolare importanza la Relazione dell’Archeologo Mario Incitti (…) redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a Santa Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S.) nell’estate del 1982. Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 11 in proposito scrivevo che: “Il Cesarino, in un suo scritto (56), riguardo ai resti della villa di S.Croce affermava che “del resto, la frequentazione della villa è accertata fino alla metà del V sec. d.C. Nella zona infatti è stata rinvenuta della ceramica’ sigillata’ di provenienza africana, in prevalenza del IV secolo.”. La relazione dell’archeologo Mario Incitti, redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a S.Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico nell’estate del 1982, così si esprimeva: “Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno 450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai Vandali sotto il regno di Genserico” (57). Ecc…”. Nella mia Relazione, nella nota (56) postillavo che: “(56) Cesarino F., Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Sapri, Aprile 1987, p. 5″. Nella mia Relazione, nella nota (57) postillavo che: “(57) Incitti M., Relazione redatta in occasione del rilevamento subacqueo delle rovine “Le Cammarelle”, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri, nell’estate del 1982.”. (Archivio Attanasio). Infatti, lo studioso Felice Cesarino (…), nel suo scritto “Sapri archeologica”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 5, 1987, dopo aver detto di una moneta dell’Imperatore romano Massimiano Erculio (….) scoperta a S. Croce, “coniata tra il 293 e il 297 d.C.”, in proposito scriveva che: “Ora, una moneta non è sufficiente ad accertare l’esistenza di una villa imperiale; ma è sicuramente una prova che la zona all’epoca era ancora frequentata. Del resto, la frequentazione della villa è accertata fino alla metà del V secolo d.C.. Nella zona infatti, è stata rinvenuta della ceramica “sigillata”, di provenienza africana, in prevalenza del IV secolo.“. A questo punto, il Cesarino per avvalorare la sua tesi trascrive la bozza della Relazione che stilò l’archeologo Mario Incitti, in occasione del rilevamento subacqueo tenutosi nel 1982 a Sapri in località S. Croce. Le conclusioni dell’Incitti erano proprio queste. Incitti (….), in proposito concludeva che: “Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno 450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai Vandali sotto il regno di Genserico”. Dunque, Mario Incitti, pone l’abbandono del sito archeologico di S. Croce intorno alla metà del secolo V (anno 450 d.C.) ponendo l’abbandono in relazione alle scorrerie dei vandali di Genserico. A questo punto, il Cesarino scrive pure che: “A partire dai primi secoli dell’era cristiana le tracce della Sapri antica vanno affievolendosi, per scomparire del tutto in età medievale. Le cause possono essere ricercate in una catastrofe naturale (tesi sostenuta dalla tradizione locale) o in un progressivo impaludamento della zona, soggetta anche a fenomeni di bradisismo. Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. Dunque, il Cesarino scrive che dal V secolo d.C., le notizie su Sapri si vanno affievolendosi fino al 1600 che secondo lui è il secolo in cui avverrebbe il suo possibile ripopolamento. La tesi del Cesarino era la stessa del sacerdote Rocco Gaetani che sebbene nei suoi scritti su Torraca avesse portato alla luce notevoli notizie sulla nostra terra sosteneva che: “In Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne”. Dunque, Felice Cesarino dal V secolo d. C. al 1600 fa un salto di oltre 11 secoli. E’ possibile che un luogo sia disabitato per così tanto tempo ?. E’ credibile ciò che scriveva il Gaetani che i primi cittadini di Sapri erano lavoratori di vigne apparsi, come scrive il Cesarino nel 1600 ?. Il Cesarino, nel suo scritto sulla moneta dell’Imperatore di Massimiano Erculio, aggiungeva che: “1600. A tale epoca risale il nucleo di abitazioni più antiche sulla collinetta del Timpone, dove intorno al 1670 era stata costruita la cappella di S. Antonio di Padova da fedeli della terra di Torraca, il cui clero vi celebrava le messe.”. Oltre a queste affermazioni e ricostruzioni storiche di cui io dubito, il Cesarino affermava che: “Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. In questo passaggio, il Cesarino citava il toponimo di “portus Saprorum” apparso nella “bolla di Alfano I”, databile intorno al 1079. Il documento di cui ho parlato in un mio saggio ivi pubblicato, è di notevole importanza per i toponimi citati che erano i nomi dei luoghi che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro. Secondo il Cesarino, che citava lo storico Giacomo Racioppi, il documento è apocrifo e secondo il Racioppi (….), nei suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” (vedi nota (1) del Cesarino) scriveva che: “(1) Di questo documento esiste soltanto una copia del 1737. In proposito, il sacerdote e storico attendibile G. Racioppi nella sua “Storia dei popoli della lucania e della Basilicata” così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Infatti il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 100, scriveva che “dubitava dell’autenticità di questa carta” d’epoca Normanna, dubitava ma non diceva che essa era non autentica. All’epoca di Racioppi 1913, vi era solo il testo del vescovo mons. Nicola Maria Laudisio a citarla ma gli studiosi precedenti compreso l’Antonini non l’avevano sufficientemente indagata. Recentemente lo studioso Biagio Moliterni (….) ha indagato tutta la questione confutando alcune affermazioni del Racioppi. Sulla carta esistono anche degli studi di Pietro Ebner. La “bolla di Alfano I” è uno dei documenti più antichi che noi oggi abbiamo e sebbene esista una copia del 1737 conservata presso l’Archivio della Diocesi di Policastro essa è un documento d’epoca Normanna. Inoltre, Alfano I, arcivescovo di Salerno in quegli anni, oltre ad aver nominato primo vescovo della rinata diocesi di Policastro, Pietro Pappacarbone ha scritto diverse cose su Policastro, l’antica Bussento. Come rifiutare la citazione di un “portus Saprorum” ?.
Nel 461, l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”
Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”. Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.
Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO SERPENZIO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ?
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: “Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale……E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia per non essere preso prigioniero di Costantino.”.
Nel ‘476 d.C. (V sec. d.C.), gli Eruli di Odoacre
Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, in proposito scriveva che: “Fu poi la volta degli Eruli di Odoacre, che si spinsero nel meridione della Penisola dopo il 476, l’anno che segna la fine dell’Impero Romano d’Occidente; essi giunsero a conquistare Salerno, ma non sembra che abbiano effettuato una penetrazione militare più a sud di questa città. La loro permanenza fu breve: dopo solo 17 anni di dominio furono cancellati dalla nostra storia dall’arrivo degli Ostrogoti di Teodorico.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Eruli di Odoacre nel 476, che però sembra non arrivarono oltre Salerno, e quindi degli Ostrogoti di Teodorico.”. Da Wikipedia leggiamo che Odoacre fu sconfitto dagli Ostrogoti di Teodorico. Gli Ostrogoti, in numero forse di 250.000 tra uomini, donne e bambini, da Nouae risalirono la Sava condotti da Teodorico loro re, si scontrarono con Odoacre ad Aquileia e lo batterono a Verona (489). Odoacre scese invano nell’Italia centrale per ottenere aiuti da Roma. Riguadagnata Ravenna riuscì a battere l’avversario e a chiuderlo in Pavia: ma i Visigoti, giunti dalla Spagna in aiuto dei loro consanguinei, ruppero il blocco. La guerra continuò un altro anno finché l’11 agosto 490 Odoacre fu sconfitto definitivamente sull’Adda e venne costretto a rifugiarsi a Ravenna. Dopo un lungo assedio a Ravenna, nel febbraio 493 Odoacre si arrese a Teodorico con la promessa di aver salva la vita; ma Teodorico, violando i patti, uccise Odoacre a tradimento durante un banchetto, con le proprie mani, e ne fece uccidere i parenti e i seguaci. Secondo altri, Odoacre fu invece giustiziato dopo rapido processo condotto dallo stesso Teodorico, in quanto stava tentando di indurre alcuni generali ostrogoti alla rivolta per riconquistare il trono.
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, scrisse un testo pubblicato poi in seguito nel 1976: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il sacerdote Giuseppe Cataldo, a p. 131, in proposito scriveva che: “Invasione dei Saraceni: (sec. IX) – Ab. D. Placido Troyli: Historia generale del Reame di Napoli: Tomo III, libro VIII, Cap. I, p. 370.”. Io l’ho trovata nel Tomo I, p. 370. Il Cataldo cita il Troyli (…), perche dice che: “Furono distrutte da loro nel mar Tirreno Formia, Minturno, Sinuessa, Miseno, Volturno, Literno, Cuma, Picenza, Pesto, Velia, Agropoli, Bussento, Cirella, Clampezia, Temsa, Terina, Ubona Valenza, ecc…Nella Lucania, Marcellina, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia, Petilia, ecc..”.

NEL 476, GLI OSTROGOTI (GOTI) DI TEODORICO
Da Wikipedia leggiamo che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. Il Regno Ostrogoto, ufficialmente il Regno d’Italia (Latino: Regnum Italiae), venne fondato dal popolo germanico degli Ostrogoti in Italia, e nelle zone confinanti, tra il 493 e il 553. In Italia gli Ostrogoti subentrarono a Odoacre, il padrone de facto dell’Italia che aveva deposto l’ultimo imperatore d’Occidente nel 476. La penisola venne quindi organizzata in 17 distretti con a capo dei governatori che avevano ampi poteri fiscali, giuridici e civili. Tutti costoro rispondevano del proprio operato direttamente al prefetto del pretorio che risiedeva a Ravenna ed era di nomina regia. Gli Ostrogoti (in latino Ostrogothi o Austrogothi) erano il ramo orientale dei Goti, una tribù germanica che influenzò gli eventi politici del tardo Impero romano. Sconfissero Odoacre, che aveva deposto Romolo Augusto, ultimo Imperatore Romano d’Occidente, e si insediarono in Italia. Gli Ostrogoti costituirono un nuovo regno romano-barbarico in Italia, che si estendeva fino alla Pannonia a nord est e alla Provincia (l’odierna Provenza) a nord ovest. Come Odoacre, anche Teodorico poteva vantare il titolo di patrizio e rispondeva all’imperatore di Costantinopoli con la qualifica di viceré d’Italia, titolo riconosciuto dall’imperatore Anastasio nel 497. Il suo regno fu caratterizzato da un relativo ordine interno, anche se i luogotenenti reali violarono sovente le disposizioni di Teodorico di rispettare la popolazione latina. Molti proprietari terrieri ancora fedeli al paganesimo furono eliminati con l’accusa di schiavismo, ma in molte circostanze fu un pretesto per consentire ai possidenti barbari e collaborazionisti (tra cui Quinto Aurelio Memmio Simmaco) di ingrandire le loro proprietà. Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 120 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Sempre il barone Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie mossero il pontefiice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Pietro Ebner (….) parlando di Velia in età post-romana ha parlato degli ostrogoti. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: “La loro permanenza fu breve: dopo solo 17 anni di dominio furono cancellati dalla nostra storia dall’arrivo degli Ostrogoti di Teodorico. Il nuovo conquistatore, barbaro quanto gli altri, ma suggestionato ed affascinato dalla cultura “romana”, con la quale era venuto in contatto a Costantinopoli, dove era stato educato per qualche tempo, non solo governò l’Italia col sol titolo di re ‘federato’ dell’Impero d’Oriente, ma volle anche che, nel rispetto delle leggi e delle istituzioni latine, i vinti Romani vivessero in pace con i Goti vincitori. Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4). Ai Goti furono distribuite un terzo delle terre d’Italia, ma da tale spartizione restarono fuori la Lucania, il Bruzio, la Campania, l’Apulia e la Sicilia, in cui i proprietari terrieri furono tenuti a pagare, in natura od in denaro, un terzo dei frutti. Sotto i nuovi dominatori la situazione del nostro territorio si mantenne tranquilla: non vi furono veri e propri insediamenti di abitati goti, essendo bastate ad essi le terre dell’Italia settentrionale; solo dei presìdi, ove permanenti ove temporanei, tenevano sotto controllo le strade consolari, insediati nelle principali città, ma dovunque i magistrati ed i funzionari locali conservavano le loro piene attribuzioni. In Napoli vi era una grossa guarnigione, comandata da un ‘comes’ goto, da cui dipendevano tutte le altre dell’Italia meridionale, fino a Reggio (1). In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, …….Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), ecc…”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Sul finire del V secolo d.C. vi erano più di 528.000 iugeri di terra incolta nella sola Campania (Cod. Theod., XI, 28: 2).”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: “Essa fu tra le province che vennero assoggettate direttamente al potere centrale e i proprietari terrieri furono ecc…ecc….Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…”, a p. 641 parlando del casale di “Magliano Nuovo”, in proposito scriveva che: “Inattendibili sono le informazioni riportate dall’Antonini (7) sull’abitato e sulla contea che egli riferisce fortificata dai Goti e poi posseduta “da Guiselgardo, e da Rodelgeimo, zii di Guaimario Balbo Principe di Salerno”.”. Ebner a p. 641, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Antonini, cit. pp. 122 e 317. e poi Giustiniani, cit. vol. V, Napoli, 1802, p. 238”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, nel suo capitolo “Aspetto guerresco della provincia di Salerno nell’età prenormanna”, a p. 135, in proposito scriveva che: “In tal modo alcune ‘curtes’ si trasformarono in ‘castra’ ed ebbero origine i ‘castelli’. Nelle vicinanze di questi si vennero poi agglomerando quelli che vivevano ancora dispersi, nei campi, e dentro di essi, nei momenti di pericolo, correvano a mettere in salvo le loro persone e le loro robe. Così tutto il territorio che riceveva protezione dal castello spesso prese il nome di ‘Castello’, il quale quindi comprese il territorio dipendente, le terre del signore e l’edilizio situato nel centro o nella parte più alta del luogo, che era anche la dimora del signore. Ed intanto, oltre questi castelli sorti nel contado, tra il VI e VIII secolo si fortificarono anche vecchie città ed antichi villaggi. Teodorico infatti ordinò che si riparassero le mura cadenti delle vecchie città fortificate (1) e i Greci, nei loro possedimenti d’Italia e nella regione salernitana, vollero che le autorità municipali (1) provvedessero alla sicurezza degli abitanti, erigendo nuovi ‘castra’ e fortificando i vecchi villaggi. Nei luoghi più esposti si innalzarono delle torri, affinchè vi si potessero ricoverare, nei primi assalti, glI abitanti campagnoli della città. I Longobardi poi moltiplicarono questi ‘castra’, spesso senza neppure provvederli di soldati e per tre secoli, anche colla venuta dei Normanni (2), fu continuo questo lavoro di costruzione di luoghi fortificati, per cui la campagna della provincia di Salerno, molto più che ogni altra dell’Italia meridionale, prese un aspetto del tutto guerresco.”. Il Carucci, a p. 135, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cassiod., I, 28”. Il Carucci, a p. 136, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gregorovius, op. cit., M. Epist. VIII, 219; IX, 240”.
Nel 476, il Castello della Molpa, presidio e fortezza dei Goti di Bultino detto Totila

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi e del quale è notizia nei ‘Registri angioini’. Infatti, nel 1269 re Carlo I ordinò di avocare alla regia Curia il castello della Molpa, con Camerota e S. Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi (17). Ecc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che: “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.
Nel 493, TEODORICO, re degli Ostrogoti
Alla fine del V secolo d. C., e nel VI secolo d.C., due nuovi fattori definiscono la storia della Basilicata: i Goti ed i Bizantini. I Goti erano riusciti infatti ad insediarsi in Italia con Teodorico nel 493 d.C. e avevano sostituito il dominio romano, in un primo momento per concessione data a Teodorico dall’Imperatore di Costantinopoli, che lasciava ai Goti l’amministrazione dei territori italiani. Il governo dei Goti iniziò con una epurazione di quanti vi si erano opposti: tutti gli oppositori italici subirono la perdita dei diritti politici e civili! In un secondo momento fu tentata però una integrazione nei ranghi del governo di alcune fasce della vecchia aristocrazia senatoria: nfatti fra le limitazioni che erano state imposte alla sovranità di Teodorico c’era l’obbligo di mantenere immutati gli antichi ordinamenti, e di lasciare l’amministrazione in mano ai Romani. I territori della Lucania subirono notevoli confische di terre, espropriate per essere destinate ai ranghi alti dei conquistatori. Allo spopolamento della zona costiera orientale, fa fronte la graduale importanza di alcuni centri interni situati in zone strategiche, come ad esempio quella del vallo di Diano o la rocca di Acerenza. Bisogna infatti dire che in questo periodo Acerenza va assumendo un ruolo militare sempre crescente, per via della sua posizione strategica. Così è anche per il Vallo di Diano, crocevia di traffici mercantili. Cassiodoro, uno storico del tempo che proprio sotto Teodorico aveva ricoperto la carica di correttore della Lucania e dei Bruzii, narra che a quei tempi si svolgeva tra Padula e Montesano uno dei più importanti mercati del sud.
Nel 493, TEODORICO, re degli Ostrogoti, la città fortezza della Molpa ed il basso Cilento
Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il basso Cilento subì diverse vessazioni dai Goti di Teodorico (Ostrogoti), nell’anno 493, dopo aver sconfitto Odoacre. Da Wikipedia leggiamo che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Etc…“. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Riguardo la città fortezza della Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, ci parla della Molpa e del periodo dell’occupazione dei Goti e traendo delle notizie storiche dalla: “La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”. L’Antonini, riporta un passo della cronaca del monaco di S. Mercurio che scriveva: “…..Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. ”, il cui significato dovrebbe essere che: “Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto.”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: “Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 50-51 e ssg., in proposito scriveva che: “La dominazione degli Ostrogoti in Lucania ha lasciato scarse tracce nelle fonti. Il quadro che si può delineare per i decenni che vanno dall’avvento di Teoderico all’invasione bizantina del 536 è quindi estremamente sommario: sappiamo qualcosa dell’economia, qualcosa dell’organizzazione ecclesiastica della regione, e poco altro (1). E’ del resto assai dubbio che si possa parlare di una “Lucania gotica”. L’insediamento di elementi ostrogoti nella regione pare si sia limitato alla guarnigione della località di Acerenza (2); a quanto si può capire dalle pagine di Cassiodoro e Procopio, ancora attorno alla metà del VI secolo sia i proprietari terrieri lucani etc…Nel 543 cadeva Napoli, nel 546 Roma; un nuovo intervento in Italia di Belisario (544-548) fu piuttosto inconcludente, nonostante i Bizantini riuscissero, sotto il suo comando, a rientrare nella vecchia capitale dell’Impero, ormai quasi completamente spopolata (547)(10)…etc..”.
I navicularii di Velia e dei porti Velini
Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53 continuando il suo racconto scriveva pure che: “La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella Gallia afflitta dalla carestia (6). Velia era allora l’unica città “lucana” sul Tirreno che potesse contare su ‘navicularii’, cioè armatori (7), in grado di muovere naviglia dai ricoveri costieri situati fra Punta Licosa ed il Capo Palinuro e, nonostante fosse anch’essa avviata verso un inelluttabile declino (8), risentì i benèfici influssi di questa temporanea ripresa economica, che non fu invece avvertita a Paestum.”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variar., VIII, 33”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variar., VI, 5”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Sui collegia degli armatori a Velia in questo periodo v. P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno (La baronia di Novi), Roma, 1973, p. 12”. Infatti, Pietro Ebner (…..), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano Ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre ecc….Ne è conferma (15) l’ordine dei “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere sopravvissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, a cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Corrector Lucania et Brutiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 13, in proposito scriveva che: “….Teodosio ordinò ai ‘naviculari’ lucani di far affluire grano nella Gallia affamata (56).”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.
Nel 494-5 (V sec. d.C.), la sede episcopale di MARCELLIANA (Marcellianum) ed il vescovo Sabino
Nel 1928, infatti, venne alla luce un’epigrafe in seguito al crollo di un muro: l’epigrafe era parte di una tomba imperiale recante la scritta D(is) M(anibus)/ MARC/ELLIN/O FILIO /PARENT(es) / FECER(unt). Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 127 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche per il Vallo di Diano, coe per tante altre regioni del Mezzogiorno e dell’Occidente in generale, non sono note le prime fasi di penetrazione del Cristianesimo, anche se non è difficile congetturare che essa sia avvenuta lentamente; e ciò a causa della resistenza che la diffusione della nuova religione incontrò tra i contadini, legati agli antichi culti pagani ed ai riti propriziatori ad essi connessi (1). Quello che è certo è che nell’ultimo decennio del sec. V è documentato un ‘Marcellianensis sive Consilinatis urbem antistitem’ nella persona di Sabino, il quale è menzionato in quattro lettere di papa Gelasio I scritte tra il 492 ed il 496 (2). Dopo di lui la carica vescovile fu ricoperta da Latino etc..”. Vitolo, a p. 127, nella nota (2) postillava: “(2) IP VIII, nr. 1-4, pp. 486 s.”. Il Vitolo, per “IP” intendeva il testo di (v. nota: “IP – P.F. Kehr, Italia Pontificia. VIII. Regnum Normannorum-Campania’, Berolini 1935.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), etc..”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), etc…”. Ebner, a p. 25, vol. I, aggiunge che: “…soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Ebner, ci dice che nella sede episcopale di Marcellianum, nel V secolo e precisamente nell’anno 494-5, risultava (egli dice “è cenno”) un vescovo “Sabino”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 21, in proposito scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Abiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabazio di Bussento per aver partecipato al concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellinum (92).”. Ebner, a p. 21, nella nota (92) postillava: “(92) Vol. X, p. 127 sgg. Cfr. Bracco, Antiquitates cit., p. 338.”. Si tratta del testo di Vittorio Bracco (…) e del suo “Antiquitates nuper repertae. Stabianam perforasti et patefecisti scaenam“, “Latinitas”, 17, IV 1969, pp. 67-70; oppure il suo “Marcellianum e il suo battistero”, in “Rivista di Archeologia cristiana”, 1958, estratto. Ebner, a p. 21, nella nota (90) postillava: “(90) Il Kehr, cit., p. 297, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla Diocesi di Plesta (Umbria).“. Su Sabino, vescovo di Marcellianum, Ebner scrive ancora nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, postillava nella nota (90) che: “F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Infatti, mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Consilinum, Marcellianum (Sala Consilina in Val di Tamagro ?). 1. Sabinus: 494-5 (J.L. 653); 495 (?)(J.L. 678); 496 (?) (J.L., 710; 727). 2. Latinus, electus (558-60)(J.L., 1015; 1017). – Nelle ‘Gesta S. Laverii’ di Grumentum (BHL 4801) vien detto: “Latinus de Theodora, custos sacrae aedis sanctissimi martyris Laverii”; ma ignorasi per quale ragione Latino così venga appellato.”. Dunque, il Lanzoni ci parla anche dell’altro Vescovo di Marcellianum nell’anno 558-560, Latino di Teodora). Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: “In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovani in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala. Il borgo era menzionato (XXIX) nell’Itinerario dell’Imperatore Antonino (53). Ricordato dal Baudrand (54), il Lenormant (55) l’ubica in località Civita, per opinione comune sede di ‘Consilinum’. La collocazione è respinta dal Riccio (56) che pone Marcelliana nella valle del Calore sulla collina Pruno tra Bellosguardo e Roscigno. Il Racioppi (57) l’ubica da Cassiodoro “come prossima anzi suburbana alla città di Consilino”, non lontano al ponte detto di “Siglia” sul Tanagro (dagli eruditi del passato detto di Silla) in località “Cozzo di Civita”. L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino. Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro”(59). Dalla lettera di papa Pelagio (60) si apprende che dal vescovo Latino di Teodora (61) noto per essere stato custode del tempio di S. Laviere. Il Corcia (62) designa Marcelliana una “grossa borgata anziché città, come qualche topografo scrive, e non più antica de’ tempi in cui la Lucania ormai obbediva a’ Romani. Tralasciamo l’origine del nome che Cassiodoro attribuiva al fondatore del fonte di S. Giovanni (S. Giovanni in Fonte), detto pure “aja Marciliana” (63), e che fu appunto papa Marcello,, egli l’ubica nei pressi di Sala. Suglia altri vescovi di Marcelliana, di cui è notizia, v. quanto ne ho detto altrove (64). Dagli “Atti” dei martiri è notizia di Marcelliana nel viaggio dei prigionieri Hadrumentini da Cosenza per Squillace, Grumento “et die altero Marcellianum properantes ad civitatem Potentia”.”. Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Ebner, a p. 473, nella nota (53) postillava che: “(53) Vetra romanorum itineraria, sive Antonini augusti itinerarium, Amsterdal 1725, p. 110”. Ebner, a p. 473, nella nota (54) postillava che: “(54) M. A. Baudrand, Lexicon Geogr.: ‘Marcelliano locus est Lucaniae apud Atinam oppidum, teste Celso cittadino, inter Calorem et Caesariam.”. Ebner, a p. 473, nella nota (55) postillava che: “(55) Lenormant, op. cit., II, p. 113”. Ebner, a p. 473, nella nota (56) postillava che: “(56) Riccio cit., Osservazioni ecc., p. 34 sgg.”. Ebner, a p. 473, nella nota (57) postillava che: “(57) Racioppi, cit., ibiden”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Ebner, a p. 473, nella nota (60) postillava che: “(60) Decretum Gratiani, I, 72.12: ‘Pietro episcopo potentino (…) Latinum ecclesiae Grumentinae diaconum ad episcopatum Marcellianensis (….) ecclesiae electum.”. Ebner, a p. 474, nella nota (61) postillava che: “(61) Ibid. I, 63.14 è detto ancora: ‘Latinum diaconum tuum ad episcopatum ecclesiae Marcellianensis a Clero et omnibus qui illi conveniunt postulari’ era stato posto.”. Ebner, a p. 474, nella nota (62) postillava che: “(62) Corcia, cit., III, p. 103.”. Ebner, a p. 474, nella nota (63) postillava che: “(63) Gatta, Lucania illust., p. 55 segnala che Sala era anche detta ‘Laterina’, p. 103 n. 7, per le rovinate fabbriche laterizie.”. Ebner, a p. 474, nella nota (64) postillava che: “(64) Ebner P., Economia e Società cit., I, p. 21; v. Ebner, Aree geografiche, culturali e religiose dell’antica lucania, relazione in “Società e religione in Basilicata”, I, Roma, 1978, p. 350; v. pure Ebner, L’assistenza religiosa nel gastaldato di Lucania, in “Studi di storia sociale e religiosa, scritti in onore di Gabriele De Rosa”, Napoli, 1980, p. 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala…..“. Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania- Discorsi”, nel Discorso VIII parla della Valle di Diano e a pp. 113-114, in proposito scriveva che: “Fra la Sala e la Padula era la città di Consilina, ed ivi stesso (mancata questa) forse Marcelliana, o sia Marcelliano, ch’ebbero ambedue il loro Vescovo, etc…Luca Olstenio, nelle ‘Note a Carlo di S. Paolo’, così ne scrive: “Consilina, antiquissima Lucaniae Civitas, sive Marcellianum, unde Marcellianensis Episcopus, et Consilinas promisque dicebatur: Latinum eius Episcopum suisse electum docent rescripta Pelagii Papae apud Ivonem decret. par. 6 cap. 112, et Gratian. distin. 76 cap. 12, et apud Anselmun lib. 7 cap. 57. Io però, con buona pace di un tant’uomo, non vuò credere, che Marcelliano fosse stato subborgo di Consilina, mentre Etico nella sua ‘Cosmografia’, ragionando delle Città ragguardevoli d’Europa dice: etc…e finisce: ‘Corsinios, Lupias, Marcellianum, Idrunto, Canusium, Salernum’, onde si scorge che Marcelliana, non era tanto da poco, quanto egli ce la descrive; e quindi m’uniformo al sentimento d’Ughellio, che crede essere state queste due Città una cosa sola. Anzi, questo chiarissimo autore ha preso diversi altri abbagli, intorno a Consilina e Marcelliana, da noi notati al fol. 483.”. Ebner, vol. II, a p. 473, scriveva a riguardo che: “L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino.”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. L’Antonini, fu ripreso da Pasquale Magnoni (….) e l’Ebner si riferiva agli “Opuscoli” di Pasquale Magnoni. In questa lettera indirizzata all’Antonini il Magnoni confuta alcune cose che l’Antonini aveva scritto intorno alla chiesetta di “S. Matteo ad duo flumina” (che egli pone a Casalicchio) e dove nel 974 pare che il monaco Attanasio avesse traslato e deposto le sacre spoglie di S. Matteo. Il Magnoni, per argomentare il suo discorso parla delle origini di Paestum (di “Pesto”) e ci parla di ciò che l’Antonini diceva sull’isolotto di Licosa e su un mercato che si teneva nel luogo. Il Magnoni argomentava su ciò che aveva scritto l’Antonini a p. 348. L’Antonini aveva criticato monsignor Marsilio Colonna. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna…. e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Ebner, a p. 473, continuando il suo discorso scriveva pure che: “Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro”(59).”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, nel 1974 pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Luis Duchesne (…), ovvero il suo I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). (L’opera del Duchesne si trova in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367)). Il Barni la pubblica a p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370. L’opera del Duchesne riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), etc…Sul sito web “Monaci in cammino” leggiamo che il battistero si trovava a Marcellianum soburbio dell’antica città di Cosilinum, lungo uno snodo viario particolarmente importante. In questo punto, sull’antica via Popilia, si innestava un percorso trasversale che raggiungeva la Valle dell’Agri, confluendo nella via Erculea, altra importante arteria che garantiva i collegamenti tra il golfo di Taranto e la Basilicata settentrionale. Proprio per questa collocazione strategica Marcellianum era sede di una fiera annuale che si teneva il giorno della festività di S. Cipriano (26 settembre). Il fonte battesimale di S. Giovanni in Fonte fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). Etc…”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)………….
Il Vitolo, a p. 44, scriveva pure che: “….la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)…….”.
Il battistero paleocristiano di “Marcellianum”, oggi detto di S. Giovanni in Fonte a Padula

Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte fu eretto nel IV secolo d. C. ed è situato a Padula, a poca distanza dalla Certosa di San Lorenzo. E’ uno dei più antichi battisteri cristiani di tutto l’occidente. Esso anticamente faceva parte del borgo di Marcellianum, suburbio dalla Civita di Cosilinum (oggi Padula e non Sala Consilina come si potrebbe credere) nella regione della Lucania e dei Bruzii. Inoltre Marcellanium era sede di una importante fiera che si svolgeva ogni anno il 14 o il 16 di settembre, in occasione della festa di San Cipriano e che richiamava gente da tutta la Lucania ed oltre. Fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. L’unicum di questo monumento è rappresentato dal fatto che la vasca battesimale, anzichè essere riempita artificialmente come di solito avveniva negli altri edifici, riceveva l’acqua in maniera naturale perchè realizzata su una sorgente perenne, permettendo il battesimo per immersione. Questo rende il Battistero paleocristiano di San Giovanni di Marcellianum unico nel mondo della cristianità. Il fatto, già singolare, diveniva miracoloso quando ogni anno puntualmente, durante la notte di Pasqua, riservata ai battesimi, la sorgente si gonfiava e l’acqua riempiva la vasca. Il prodigio richiamava folle di fedeli sempre più numerosi, desiderosi di assistere al miracolo delle acque. Proprio questo prodigio faceva di Marcellianum un luogo santo, meta di pellegrini in cerca di segni divini. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Il battistero passò ai benedettini, che gli diedero l’attuale nome e poi ai cavalieri dell’ordine dei Templari. L’edificio originario è a pianta quadrata con arcate in mattoni e corrisponde all’ambiente in cui si trova la grande vasca battesimale fiancheggiata da due ambulacri, mentre le altre strutture, come la cappella ed il portico, sono di epoca posteriore. Nella cappella si possono vedere i resti di affreschi raffiguranti gli apostoli, probabilmente di matrice bizantina. A Padula vi è un’antica fonte battesimale d’epoca paleocristiana chiamato “Battistero di S. Giovanni alla Fonte”, posto nei pressi della Certosa di Padula. Pur in assenza di fonti storiche, si può supporre che l’edificazione del Battistero risalga al V secolo e che sia da considerarsi legata all’evangelizzazione della zona operata da S. Prisco e da S. Paolino. La prima menzione dell’edificio, come Commenda di S. Giovanni in Fonte, compare per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa. Stranamente questo edificio a Padula, non è menzionato neanche nei documenti della certosa di S. Lorenzo, la più autorevole istituzione religiosa della regione. Non vi sono fonti storiche che ne attestino l’origine ma è presumibile che la costruzione del Battistero sia da collocare nel V secolo e che sia legata all’evangelizzazione dei santi Prisco e Paolino nel territorio valdianese. La “Commenda di San Giovanni in Fonte” è in assoluto la sua prima menzione e risale al periodo normanno quando Ruggero II affidò la cura dell’edificio ai Cavalieri Templari, già protettori dei luoghi di culto in Terra Santa. Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 (che posseggo) parlando di “Marcelliana”, a p. 68 leggiamo che: “Non altrove che quivi vi era sì famoso Tempio con il Fonte prodigioso, perchè quivi appunto erano i suborghi della città di Marcelliana, come a sufficienza provato abbiamo nella nostra ‘Lucania illustrata (b), e nelle ‘memorie Topografiche-storiche (c), ed al presente vi è una Chiesa consegrata a S. Gio: Battista entro cui sorge un Fonte di cristalline, ed abbondanti acque, che è celebre Commenda dè Cavalieri Gerosolomitani, e chiamasi S. Giovanni in Fonte.”. Giuseppe Gatta, a p. 68, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Lucania illust. cap. 3.”. Gatta a p. 68, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Mem. Topograf. della Prov. di Luc. par. I. cap. 9.”. Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Memorie storico topografiche della Provincia di Lucania”, parte I, cap. IX, a p. 72, in proposito scriveva che: “ma quivi è assai manifesto, sendovi uno meraviglioso Fonte di freddissime e limpidissime acque in uno Tempio al presente consegrato al Precursore di Cristo, e già famosa Commenda dè Cavalieri di Gerosolomitani”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nelvol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda…Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “…….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Dal ‘Liber pontificalis’ (cronache del papato) si apprende che S. Marcello nei due anni del suo pontificato consacrò ventuno vescovi e benedisse altrettanti battisteri, tra cui quello “in acqua corrente” di Marcellianum per cui “habeat in Lucania Jordanum suum” in una località dove sorge “aemulabatur serenum diem acqua subtilissima” ricca di pesci vietati alla pesca “pro reverentia loci”. Da una puntuale ricostruzione in plastica del battistero risulta che esso era formato da un vasto ambiente absidato (“naturalis antri apsidis fabricata concavitas”) composto di quattro arcate con al centro una vasca quadrangolare (“lacum quem non dubitas esse plenissimum”) sovrastata da una cupola poggiante su arcate. Fino ad oggi non si sa nulla dell’episcopio nè della chiesa cattedrale, presumibilmente attigui al battistero.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, senza dubbio tra i più interessanti esempi di architettura paleocristiana pervenutici, complesso scoperto due decenni fa da Vittorio Bracco. Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando d“i “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 473 ci parla di “Marcelliana” parlando di Sala Consilina e non di Padula. Ebner, a p. 473, in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol.. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede sia stata un borgo di Sala. Anche il Gatta (59) scrive che ect…”. Ebner, a p. 473, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini, cit., II, p. 113”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, dattiloscritto inedito del 1986 parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Presso il foro sorgeva “Marcellianum”, sede vescovile dove si vedono i resti del Battistero paleocristiano (164). Questo fonte ad acqua corrente era ricco di pesci, mai pescati per riverenza al luogo che rende bello l’ambiente e ne rievoca la mistica meravigliosa grandezza. Nelle acque del Marcellianum, suburbio di “Consilinum”, ricevevano il battesimo le nuove famiglie convertite dal paganesimo, sull’esempio di altre già praticanti, dopochè la religione cristiana era diventata con Teodosio, nel 380, ufficiale di stato (165). Questo battistero di Polla era singolare, perchè, fondato sopra una sorgente perenne, sulla via Annia, vi scendevano direttamente i catecumeni per rivevere il sacramento (166). Accanto al battistero sorsero il “Castrum di Polla” e di Consilina. Il battistero prese il nome di “S. Giovanni in Fonte”, in memoria di S. Giovanni Battista, etc…“. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (162) postillava: “(162) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (163) postillava: “(163) C.I.L., X, 6950 – Ebner P., op. cit., p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (164) postillava: “(164) Bracco Vittorio: Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, Città del Vaticano, XXXIV, 1958, p. 193.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (166) postillava: “(166) Bracco V., Mondo Archeologico.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (167) postillava: “(167) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiera che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7). In questa località, chiamata oggi S. Giovanni in Fonte, c’era anche una fonte, su cui era stata costruita una vasca con sette gradini, alla qule la notte del Sabato Santo o, come propone F. Bulgarella, nella veglia dell’Epifania (8), i catecumeni affluivano per ricevervi il battesimo. In quell’occasione, narra Cassiodoro (9), avveniva anche un miracolo: appena il sacerdote pronunciava le prime parole del rito battesimale, l’acqua cresceva di volume fino a ricoprire tutti i gradini della vasca, per poi ritornare all’altezza di prima, per cui lo scrittore, riferendosi al fiumicello che scaturiva da quella miracolosa sorgente, esclama: “Habet et Lucania Iordanem suum” (10).”. Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”.
VELIA, BUXENTUM, BLANDA, VIBONE, TALAO, SEDI EPISCOPALI
Nel 501, papa Simmaco ed il Concilio Romano
Da Wikipedia leggiamo che Papa Simmaco (Sardegna, … – Roma, 19 luglio 514) è stato il 51º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Il suo papato durò dal 22 novembre 498 alla sua morte. È noto in particolare per lo scisma causato dalla sua lotta contro Lorenzo, considerato antipapa. Il Synodus Palmaris. Tuttavia, il partito bizantino, guidato dai due senatori Festo e Probino, rimase ostile a Simmaco e continuava a coltivare la speranza di rovesciare il papa e guadagnare la sede di Roma a Lorenzo. L’occasione si presentò l’anno seguente, il 501. Simmaco celebrò la Pasqua il 25 marzo, secondo l’antica usanza romana, mentre i bizantini osservavano la festività il 22 aprile, secondo il nuovo conteggio. La fazione di Lorenzo si appellò a Teodorico contro Simmaco, aggiungendo altre accuse oltre a questa sulla celebrazione della Pasqua. Teodorico convocò Simmaco che partì per incontrarlo; a Rimini, però, venne a conoscenza che le vere accuse erano ben altre (rapporti con donne e sperpero delle proprietà della Chiesa) e, rifiutando di riconoscere il re quale suo giudice, tornò a Roma. Il partito avversario si rinforzò ed occupò il Palazzo Laterano. Simmaco fu costretto a trasferirsi nei pressi della basilica di san Pietro in Vaticano, fuori dalle mura cittadine. I suoi oppositori invitarono il re a convocare un sinodo per indagare sulle accuse e a nominare un reggente per la sede di Roma. Simmaco acconsentì alla convocazione del sinodo, ma protestò contro l’invio di un reggente, che Teodorico, tuttavia, scelse nella persona di Pietro, vescovo di Altinum, ed inviò a Roma per amministrare la Chiesa al posto del papa incriminato. Pietro giunse a Roma e, contravvenendo alle disposizioni del re, prese posizione in favore di Lorenzo e confiscò le proprietà pontificie. Nel maggio 501 il sinodo si riunì nella basilica Giuliana (Basilica di Santa Maria in Trastevere). Il papa dichiarò di fronte all’assemblea che si era presentato di sua spontanea volontà e che era pronto a rispondere alle accuse di fronte al sinodo, a condizione che il reggente fosse rimosso e lui fosse ristabilito come amministratore dei beni della Chiesa confiscati. La maggior parte dei vescovi acconsentì a queste richieste, ma Teodorico rifiutò e richiese, in primo luogo, un’indagine sulle accuse contro il papa. Una seconda sessione del sinodo, si riunì il 1º settembre nella basilica Sessoriana (Basilica di Santa Croce in Gerusalemme), dove fu letto, dalla minoranza, l’atto d’accusa redatto dalla fazione laurenziana.
Nel 501, FIORENTINO, vescovo di Agropoli e RUSTICO, vescovo di Bussento al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco prima della guerra Gotica
Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a pp. 19-20, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; etc….Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: “La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, etc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc..”. Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323
Francesco
Nel 559 d. C., le prime diocesi: Paestum, Velia, Bussento e Blanda e Marcellianum
Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 19, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i Monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.

(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., p. 19
Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc..”. Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: “La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc..”. Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323
Nel 507 (VI sec. d.C.)(ogni 26 settembre), la festa di San Cipriano tra Sala Consilina e Padula
Il Vallo di Diano, crocevia di traffici mercantili. Cassiodoro, uno storico del tempo che proprio sotto Teodorico aveva ricoperto la carica di correttore della Lucania e dei Bruzii, narra che a quei tempi si svolgeva tra Padula e Montesano uno dei più importanti mercati del sud. Era la fiera di San Cipriano, che aveva luogo ogni anno il 6 di Settembre e richiamava mercanti e mercanzie da tutte le regioni limitrofe. Cassiodoro racconta come ancora in questo mercato si vendessero giovani ragazzi come schiavi! Un fatto molto interessante, che indica la permanenza della schiavitù, nonostante essa non fosse più l’asse portante dei modelli economici – come era stata ad esempio in epoca tardo repubblicana ed imperiale, quando grandi masse di uomini/merce affluivano dall’Europa e dal Mediterraneo per essere utilizzati nei latifondi, nell’allevamento e nelle industrie manifatturiere, nonchè nei cantieri imperiali e nelle economie domestiche cittadine. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) etc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68).“. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco, op. cit., p. 8.”. L’opera del Bracco citatata da Ebner è Vittorio Bracco (…) ed il suo “Inscriptiones Italiae”, Roma, 1974. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (68) postillava: “(68) Fin dai tempi della repubblica romana, come oggi, i mercanti concludevano i loro negozi nelle fiere con la consueta stretta di mano (sulle mani strette, le rispttive altre due una sull’altra) che i documenti segnalano con la formula “manu fidem facere”, “manum facere”. * O. Bartolini, I papi e le relazioni politiche di Roma con i ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, etc… “. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Nei casali, nodi viari obbligati, si tenevano mercati periodici (‘nundinae’) o permanenti (‘fora’) nei centri più grandi. La loro importanza non è solo di carattere economico ma anche sociale e culturale in quanto rappresentavano un’occasione di incontro e di scambio di idee nonché di aggiornamenti tecnici. Essi, normamente si svolgevano di domenica, malgrado le proibizioni che lo Stato e la Chiesa sovente imponevano. Lo stesso Carlo Magno fu costretto a consentire che “ubi antiquitus fuit” il mercato continuasse a tenersi “in die dominico” (66).”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica……Già ‘corrector Lucaniae et Brittorium’ (507-511 circa) – provincia di cui era originario e in cui la sua famiglia aveva cospicui interessi patrimoniali e politico-clientalari (6) – , Cassiodoro ha indubbiamente una conoscenza diretta della fiera, del luogo in cui essa si svolge e della peculiare situazione economica e sociale della regione. Perciò indulge nei particolari topografici, che hano trovato puntuale conferma nei dati dell’archeologia, come provano i recenti studi sul battistero di ‘Marcellianum’ (7). E rievoca il suggestivo portento delle acque che spontaneamente crescono nel fonte – vero Giordano della Lucania – mentr vi si celebra il rito battesimale durante la veglia dell’Epifania (8). Ci traccia, inoltre, una colorita descrizione del mercato che è “l’ultimo esempio di fiera dell’Italia antica”(9): in mezzo alla distesa dei campi coltivati, i padiglioni provvisori con tetti di fronde d’albero formano una vera e propria città che, pur non essendo in muratura, ricalca tuttavia un modulo urbanistico preodinato ed ospita la moltitudine avventizia di gente eterogenea e festeggiante (10).”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (7) postillava: “(7) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in Rivista di Archeologia cristiana, XXXIV (1958), pp. 193-207. Cfr. A. Ventitti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, p. 55 ss.”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (8) postillava: “(8) Escludo decisamente che il ‘dies sacrate noctis’ corrisponda al Natale, come suppone Th. Mommsen nella sua edizione delle ‘Variae’ (M.G.H., Auctorum Antiquissimorum XII, p. 535, s.v. ‘dies festi’). Infatti, la storia della liiturgia offre due soluzioni possibili: l’Epifania e la pasqua, entrambe festività con veglia liturgica e con riti battesimali etc..”. Bulgarella, a p. 15, nella nota (9) postillava: “(9) E. Gabba, art. cit., p. 159.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che: “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali.”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure che: “In questa stessa area, non lontano dal battistero di San Giovanni in Fonte, descritto in una lettera di Cassiodoro, si teneva la fiera annuale di ‘Marcellianum’, frequentata da Camapni, Lucani, Apuli, Bruzzi; un evento la cui importanza ribadisce “quel ruolo e quella funzione di mercato interno ricoperti dal Vallo di Diano fin dall’antichità” (4). Funzione che sembra confermata anche per i secoli medievali quando, presso il ponte dell”Altomuzio’, verosimilmente crocevia dei flussi appena descritti, risulta ancora documentato lo svolgimento di un altro importante evento fieristico (5).”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (4) postillava: “(4) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), Ibidem, p. 16. La Lettera di Cassiodoro che descrive sia lo svolgimento della fiera che il battistero di San Giovanni in Fonte si data al 527 d.C. (‘Variarum’, VIII). Sullo stesso complesso si veda l’articolo di Vittorio Bracco che per primo ne individuò i resti (Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, XXIV (1958), pp. 193-207); i lavori di P. Peduto, Insediamenti altomedievali e ricerca archeologica, in Guida alla Storia di Salerno e alla sua provincia, a cura di A. Leone e G. Vitolo, II, Salerno, 1982, p. 461; e di F. Bulgarella, Tardo antico e alto medioevo, cit. pp. 13-41.”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (5) postillava: “(5) Per la fiera presso il ponte dell’Altomuzio si veda A. Tortorella, A’ l’us andi’cu…’ Le tradizioni nel Vallo di Diano, Salerno, 1992, in particolare p. 93.”.
I correttori della Lucania
Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno, dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, nel cap. V, “La rovina della città e la desolazione delle campagne, nella provincia di Salerno, per le invasioni barbariche”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Nella divisione dell’Impero fatta da Adriano, il territorio da Salerno al Silaro fu chiamato Piceno suburbicario per distinguerlo dal Piceno sull’Adriatico, e, più tardi, cominciata la costruzione delle provincie, messi i ‘correctores’ all’amministrazione di intere regioni, il Bruzzio, la Lucania e il Piceno suburbicario furono riuniti in una sola ‘diocesi’, governata da due correttori, uno residente a Reggio e l’altro a Salerno (2).”. Carucci, a p. 111, nella nota (2) postillava: “(2) Veramente si son trovati dei titoli epigrafici posti a ‘correttori’, non solo a Reggio e Salerno, ma anche in altre città, tra cui Pesto e Velia. Pare quindi che, pur essendo Reggio e Salerno la residenza normale dei ‘correttori’, questi potevano anche risiedere altrove.”. Carucci, a p. 113, scriveva pure che: “Ma tutto ciò a nulla valse, e la Campania e la lucania non si sottrassero alla generle desolazione. Ivi le terre pianeggianti erano abbandonate, i monti e le colline si coprivano di boschi (3) e, mentre cominciava il flagello della malaria, le frequenti epidemie e le carestie aggiungevano l’opera loro alla diminuzione spaventevole della popolazione (4).”. Carucci, a p. 114, scriveva: “In molti luoghi dal celebre editto di Teodosio si parla di terre incolte, selvagge e vuote di abitatori, e da Teodosio stesso furono esentati dalle imposte due terzi delle terre della Campania, perchè non coltivate.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 in proposito scriveva che, con i Goti di Teodorico: “Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”.
Nel VI sec. d.C., lo spopolamento delle campagne ed il generale depauperamento dei territori
Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Le condizioni del Vallo di Diano (1) nel passaggio dall’antichità al Medioevo si presentano non dissimili da quelle del resto della Campania e del Mezzogiorno in generale, caratterizzato da una forma di recessione demografica, con conseguente spopolamento di città e campagne, che, pur essendo in quegli anni in atto anche nell’Italia centro-settentrionale, si era manifestata al Sud con maggiore precocità. Dappertutto l’abbandono dei lavori idraulici e lospopolamento causarono l’impaludamento di vaste zone e la diffusione della malaria che, a loro volta, facendo peggirare le condizioni ambientali, aggravano lo spopolamento: il fenomeno fu assai intenso nei tratti bassi dei bacini del Garigliano e del Volturno, dove scomparvero le città vescovili di miseno, Literno, Sinuessa, Avella, Suessula, e nella piana del Sele, dove Paestum conobbe una progressiva decadenza e quindi il trasferimento della popolazione e della sede vescovile sulle colline dell’attuale Capaccio. La popolazione rurale pertanto, abituata a vivere sparsa nei campi o nei ‘pagi’ e ‘vici’, che numerosi erano sorti lungole strade e ai piedi di cità preromane situate ui pianori e colline, cominciò presto a riconcentrarsi in vecchi e nuovi centri di sommità (2). Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). Etc…”. Il Vitolo, a p. 43, nella nota (1) postillava che: “(1) ………………………Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Pietro Ebner (….) parlando di Velia in età post-romana ha parlato degli ostrogoti. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano Ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre ecc….Ne è conferma (15) l’ordine dei “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere sopravvissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, a cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Corrector Lucania et Brutiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, in proposito scriveva che: “La loro permanenza fu breve: dopo solo 17 anni di dominio furono cancellati dalla nostra storia dall’arrivo degli Ostrogoti di Teodorico. Il nuovo conquistatore, barbaro quanto gli altri, ma suggestionato ed affascinato dalla cultura “romana”, con la quale era venuto in contatto a Costantinopoli, dove era stato educato per qualche tempo, non solo governò l’Italia col solo titolo di re ‘federato’ dell’Impero d’Oriente, ma volle anche che, nel rispetto delle leggi e delle istituzioni latine, i vinti Romani, vivessero in pace con i Goti vincitori. Restò immutato l’ordinamento delle province; tra questi la Lucania, sempre in unione con il Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati un Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus more regendos…..” (4). Ecc..”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: “La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella gallia afflitta dalla carestia (6). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”.
Nel 527, CASSIODORO, ministro di Teodorico, re Ostrogoto
Da Wikipedia leggiamo che: Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator; Scolacium, 485 circa – Scolacium, 580 circa) è stato un politico, letterato e storico romano, che visse sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente. Percorse un’importante carriera politica sotto il governo di Teodorico il Grande (493-526), ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato a un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di Severino Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere del re e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge; collaborò anche con i successori di Teodorico fino al 540. Riguardo la sua opera “Historia gothica” ci è giunto un compendio nell’opera di Giordane (….): ” i Getica”. I Getica (il nome che lo studioso tedesco Theodor Mommsen assegnò al De origine actibusque Getarum) furono scritti dallo storico goto Giordane, forse mentre era tenuto prigioniero a Costantinopoli dall’imperatore Giustiniano I e furono probabilmente pubblicate nel 551. L’intento dichiarato di Giordane è quello di “condensare col mio stile in questo piccolo libro i 12 volumi della storia dei Goti, scritta da Cassiodoro”. Giordane ammette comunque di non aver avuto accesso all’intera opera di Cassiodoro, aggiungendo particolari di sua memoria. Nulla del lavoro è scritto con le parole di Cassiodoro ed è quindi oggi impossibile discernere ciò che davvero proviene da questo autore. I Getica sono l’unica fonte rimasta sull’origine dei Goti, popolo che per un certo periodo dominò l’Europa orientale, prima di essere scacciati dagli Unni. Riguardo l’epoca delle guerre Gotiche ha scritto lo storico e cronista del tempo Flavio Cassiodoro (….). Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator; Scolacium, 485 circa – Scolacium, 580 circa) è stato un politico, letterato e storico romano, che visse sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente. Percorse un’importante carriera politica sotto il governo di Teodorico il Grande (493-526), ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato a un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di Severino Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere del re e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge; collaborò anche con i successori di Teodorico fino al 540. Nella “Chronica”, Cassiodoro fa uno scritto di chiari intenti politici è la Chronica, una sorta di storia universale scritta nel 519 su richiesta per celebrare il consolato di Eutarico Cillica (diviso con l’imperatore Giustino), genero di Teodorico e designato al trono. Il sovrano d’Italia non aveva eredi maschi mentre Eutarico, sposandone la figlia Amalasunta, era riuscito a donargli un nipote, Atalarico. Alla luce di questa nuova dinastia, la scelta di offrire il ruolo di console a Eutarico rappresentava quindi un importante evento politico: si trattava della celebrata unione tra i Romani e i Goti, progetto che poi fallirà tragicamente. Cassiodoro scrisse anche la “Historia Gothorum”. Una delle sue opere più importanti fu il De origine actibusque Getarum (più noto come Historia Gothorum) in dodici libri, nel quale la sua ideologia filogotica era tracciata e sviluppata in maniera più organica. Si considera l’opera contemporanea o poco successiva alla Chronica, anche se più studiosi tendono a ritenerla più recente, forse composta tra il 526 e il 533. Certamente la stesura fu caldeggiata da Teoderico, per essere infine pubblicata sotto Atalarico; nonostante ciò essa ci è pervenuta solo nella versione ridotta dello storico Giordane, i Getica. Riguardo la citazione di “IORDANIS” e della sua opera “Getica”, ha scritto Luigi Tancredi (…), nel suo “Alarico, Re dei Visigoti – La localizzazione del sepolcro e del tesoro”, del 1982. Luigi Tancredi (….), nel 1982, nel suo “Alarico, Re dei Visigoti”, a p. 11, in proposito scriveva che: “Le fonti. Sulla questione di Alarico scrisse Cassiodoro (2), ministro di Teodorico, Re degli Ostrogoti. Di Cassiodoro dobbiamo dire che era un uomo di grande formato, tanto come uomo di stato quanto come pensatore e come storiografo. Le sue opere meritano fiducia, sia per la sua serietà morale, sia per il suo amore della verità. Mommsen ha pure curato la “Getica” di Jordanes e il “Chronicon” di Cassiodoro.”. Tancredi a pp. 12-13 parlando di Cassiodoro (…), in proposito scriveva che: “Sulla morte di Alarico scrisse Cassiodoro (2), ministro di Teodorico, Re degli Ostrogoti. Di Cassiodoro dobbiamo dire che era un uomo di grande formato, tanto come uomo di stato quanto pensatore e come storiografo. Le sue opere meritano fiducia, sia per la sua serietà morale, sia per il suo amore della verità. Purtroppo, non tutte ci sono pervenute, ma autori posteriori conoscevano i suoi scritti, che ora sono perduti, e ne hanno tramandato il contenuto, specialmente Secondo (3), considerato da alcuni Vescovo di Trento, e Jordanes (Giordano) (4) probabilmente vescovo, che apparteneva al seguito del Papa Vigilio e lo seguì nell’esilio a Costantinopoli. Tutt’e due sono storiografi di limitata importanza, ma trasmettono fatti contenuti in Cassiodoro. Ecc…”. Dunque, il Tancredi scriveva che non tutte le opere di Cassiodoro ci sono pervenute e che alcuni autori posteriori, conoscendo i suoi scritti, hanno tramandato le notizie storiche che aveva scritto Cassiodoro. Il Tancredi cita Secondo (3) e cita Jordanes (Giordano). Il Tancredi (…), a p. 13, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Jordanes (Giordano) o Jornandes. Secondo gli ‘Analecta’ del Babillon, fu goto di origine e notio del re degli Alani. Abbracciato il Cristianesimo, fu vescovo di Ravenna verso il 552. Autore di una “Storia dei Goti” fino al regno di Vitige, vinto da Belisario (540), opera pubblicata in varie edizioni assieme a quella di Paolo Diacono e di Cassiodoro, e del “De origine mundi”, opera geografica dei paesi nordici, è contemporaneo di Secondo. (Cfr. Pianton Pietro: Enciclopedia Ecclesiastica, Venezia, 1858, vol. IV, pag. 1175).”. Riguardo le citazioni di Giordano o Jordanes, che ricorre spesso quando alcuni riferiscono alcune notizie storiche intorno al generale Stilicone l’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Dunque, riguardo l’opera di Jordaine (Giordano), il sacerdote Luigi Tancredi a p. 14 riferendosi all’opera di Paolo Diacono sui Longobardi, ci dice anche dell’opera di Giordano e scriveva che: “Una stupenda edizione critica fu curata dal Mommsen (6) nel 1878 per “Monumenta Germanica”. Mommsen ha pure curato la “Getica” di Jordanes e il “Chronicon” di Cassiodoro. Anche dello stesso secolo di Alarico abbiamo cronache del teologo Orosio (7), del greco Zosimo (8) e del cronista Socrates (9).”. Il sacerdote Luigi Tancredi a p. 14, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mommsen Theodor, ecc…”. Sull’opera di Cassiodoro devo aggiungere che è stata la prima storia nazionale di un popolo barbarico, la Historia Gothorum era tesa a glorificare la dinastia degli Amali, la stirpe regnante, attraverso una ricostruzione della storia dei Goti dalle origini ai tempi presenti. Il tentativo più ardito dell’opera fu – come emerge dal titolo stesso – l’identificazione dei Goti con i Geti, popolazione già nota a Erodoto e maggiormente conosciuta dal mondo romano. Il racconto narra eventi storici sino all’anno 551 e come scopo ha inoltre quello di celebrare l’unione tra Goti e Romani, qui comprovata dal matrimonio tra il romano Germano Giustino e l’amala Matasunta.
Nel 527, CASSIODORO, ministro di Teodorico e correttore della Lucania
Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Cassiodoro (Squillace 490 – Vivario 583 circa) fu il maggiore e più convinto sostenitore della politica teodoriciana di pacifica convivenza fra goti e romani, anche dopo la morte del suo re. La sua ‘Historia gothica’ (di cui ci è giunto un compendio ad opera di Giordane) doveva servire a questo scopo. Visse alla corte di Ravenna, fu questore, poi console, ‘magister officiorum’ cui faceva capo tutta l’ammnistrazione del regno, anche dopo la morte di Teodorico. Nei dodici libri delle ‘Variae’ è documentata tutta la sua complessa attività di amministratore, fornito ancora di un alto senso del diritto romano e nutrito di cultura classica. Le sue direttive ai funzionari che si recavano nei paesi popolati da barbari rivelano l’alta coscienza ch’egli aveva della missione civilizzatrice di Roma. Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, ecc…”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “1…Cassiodoro – che allora ‘magister officiorum’ (523-527) dei sovrani ostrogoti, dei quali sarà, poi, ‘praefectus praetorio’ (523-527) – etc..“. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso…., a p. 79, nella nota (129 postillava che: “(12) Lo stesso Gigli sogiugne, che il citato Cassiodoro da Correttore fu sublimato all’onori di prefetto Pretorio, e di Patrizio, maggiore della Prefettura. Indi nell’anno settantesimo di sua età, vivente ancora il Patriarca S. Benedetto, si fe’ suo Religioso, e in Squillaci sua patria fabbricò un Monistero del suo Ordine, ove morì d’anni 95, nell’anno 565 o 575, come altri vogliono presso il Popeblount in Censr. celeb. Auth. pag. 318, quale Monistero, dopo tenuto più tempo da’ detti Religiosi, passò a’ Basiliani fin quando fu da’ Saraceni rovinato. Il Sig. Barone Antonini però nella part. 2 Disc. 3 pag. 247, nota 2 coll’Autorità del citato Fornerio, e dell’Abate della Noce al cap. 12 dell’Ostiense, vuole il descritto Cassiodoro per Lucano, e Cittadino Pestan, sebbene ne rimetta la credenza ad ognuno di crederlo, o Lucano o Calabrese. Altri vogliono che fu Console in Roma e poi Senatore. Credo che lo vogliano Pestano, credendo essere stato Pesto chiamato anche Lucania, come altrove dirò; e perciò disse il cit. Fornerio: ‘Corrector Bruttiorum, et Lucaniae propriae Patriae’.”. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti….Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc..“. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Costituito il dominio dei Goti con Teodorico nell’anno 489 dopo Cristo, venne dato un nuovo ordinamento alle provincie, e la Lucania formò con i Bruzii la terza provincia del regno che ebbe la fortuna di avere al suo governo, tra i correttori che si succedessero durante quel regno, il celebre Cassiodoro, uno dei più importanti personaggi dell’epoca (2) e che vuolsi nativo di Pesto.”. Mazziotti, a p. 97, nella nota (2) postillava: “(2) Giannone, vol. I, pag. 469.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 48, in proposito scriveva che: “Eppure, a salvaguardia delle vie erano sorti posti fortificati, per ordine di Teodorico (41) ricostruite le mura delle antiche città e per volere di ‘stratigoi’ bizantini fortificati alcuni villaggi (42).”. Ebner, a p. 48, nella nota (41) postillava: “(41) Cassiodoro, cit., I, 28.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla”, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco. Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: “Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, …..Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 5, in proposito scriveva che: “Il territorio, che è ricco di acque per i numerosi torrenti precipiti da un groviglio di monti (11) e colline, manca di grandi fiumi etc…”. Ebner, a p. 5, nella nota (11) postillava: “(11) Sull’interno montuoso etc..; Cassiodoro, Var., XI, 3. 9”. Ebner, a p. 13, in proposito scriveva: “Sotto i sovrani ostrogoti, dopo la distruzione di Alarico e dei Vandali di Genserico, si ebbe una certa ripresa produttiva dovuta, forse, anche al ritorno dei proprietari nelle campagne. …..Cassiodoro riferisce dell’ordine di Atalarico a “possessores et curiales” del vicino Bruzzio (57) di lasciare le campagne per far ritorno nelle città.”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Ebner, a p. 13, nella nota (57) postillava: “(57) Cassiod., Var., VIII, 31: a. 527 circa. L’editto è indirizzato a Severo, ‘vir spectabilis’, forse il ‘Corrector Lucaniae et Bruttiorum’, Cfr. pure Var., 1, 16, dopo il 10 aprile 580; VII, 31 e 33 anno 527; XII, 5. 15 aa. 533 e 537.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68).“. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco, op. cit., p. 8.”. L’opera del Bracco citatata da Ebner è Vittorio Bracco (…) ed il suo “Inscriptiones Italiae”, Roma, 1974. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (68) postillava: “(68) Fin dai tempi della repubblica romana, come oggi, i mercanti concludevano i loro negozi nelle fiere con la consueta stretta di mano (sulle mani strette, le rispttive altre due una sull’altra) che i documenti segnalano con la formula “manu fidem facere”, “manum facere”. * O. Bartolini, I papi e le relazioni politiche di Roma con i ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, etc… “. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva che: “…i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea (154).”. Ebner, a p. 41, nella nota (154) postillava: “(154) In Oriente alcuni monaci univano la preghiera al lavoro: Cassiodoro, Collectiones, X, 7.”. Ebner, a p. 44, in proposito scriveva che: “Non i complessi nel significato moderno del termine o il ‘Vivarium’ di Cassiodoro, da considerare come un efficiente istituto universitario, ma il rustico “monasterio villanu de monaci greci” dei documenti (165).”. Sempre l’Ebner, a p. 117, in proposito scriveva: “Naturalmente tutti costoro (149), anche se non avevano nulla a che vedere con il tabellionato romano (150), ripetevano nei loro atti formule che richiamavano quelle romane del basso impero (‘notarii civitatis et ecclesiarum’) (151). Formule (152) che i notai ecclesiastici, etc…”. Ebner, a p. 117, nella nota (152) postillava: “(152) Raccolte di formule (‘ars dictandi’), precetti ed esempi si leggono negli scritti del monaco, francese Marculfo (seconda metà del VII secolo, nelle ‘Variae’ di Cassiodoro, etc…”. Ebner, a p. 391, in proposito scriveva: “La loro nota dominante fu la coltivazione dei campi (43) (“monasterio villano de monachi greci”), etc..”. Ebner, a p. 391, nella nota (43) postillava: “(43) ….e Cassiodoro (Instit., I, 28) che prescriveva ai suoi monaci del ‘Vivarium’: Nec ipsum est a monachi alienum hortis colere, agros exercere et pomarum fecunditate gratulari”. Ebner, a p. 397, nella nota (63) postillava: “(63) L’impianto di un mulino…..Sul mulino ad acqua, Vitruvio, X, 257, e Plinio XVIII, 23, e Cassiodoro, De insitutione’, c 29”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 390, in proposito scriveva che: “Pietro riteneva, dimostrando poi le spiccate sue capacità d’imprenditore agricolo come abate di Cava, che l’opera ‘in agris’ (44), etc…”. Ebner, a p. 390, nella nota (44) postillava: “(44) La regola non è certo una carta economica, ma un programma di perfezione spirituale (v. La bonifica Benedettina, Roma, s.d. passim.), tuttavia Cassiodoro (Instit., I, 28, ed. Mynors, p. 71) dice: ‘Nec ipsum est a monachis alienum ortos colere, agros exercere et pomorum fecunditate granulari’.”.
Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano Ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre ecc….Ne è conferma (15) l’ordine dei “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere sopravvissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, a cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Corrector Lucania et Brutiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.
Nel……, i Goti di Totila (Baduila) conquistarono la città di Marcelliana
Nel 526, ATALARICO e la reggenza della madre Amalasunta e di Cassiodoro
Da Wikipedia leggiamo che Atalarico, in gotico Aþalareiks e in tedesco Athalarich (516 o 518 – 2 ottobre 534), fu re degli Ostrogoti, sotto la reggenza di sua madre Amalasunta, dal 526 al 534. Atalarico, figlio di Eutarico (morto nel 522) e di Amalasunta, figlia di Teodorico, nacque nel 516 o nel 518. Fu designato suo successore dal nonno Teodorico, ma Amalasunta, essendo il figlio molto giovane, mantenne come reggente le redini del potere. Non sopportando la reggenza di una donna, né l’educazione romana impartita al ragazzo, né i rapporti ossequiosi di Amalasunta verso Bisanzio e neppure il suo spirito conciliante verso i Romani, la nobiltà gota riuscì a strapparle il figlio e a educarlo secondo le usanze del suo popolo. Il giovane morì prematuramente nel 534. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “A Teodorico successe il nipote Atalarico sotto la reggenza della madre, figlia del re defunto, Amalasunta. Sembrò dapprima che, specialmente per impulso di Cassiodoro, si tornasse alla politica del primo Teodorico. Ecc…”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “1…..Nel 527, Atalarico, che regnava sotto la reggenza della madre Amalasunta, etc..”. Bulgarella, a p….., nella nota (2) postillava: “(2) ….”.
Nel 527, Atalarico (re Ostrogoto) ordinò a Severo, correttore della Lucania invitandolo a prendere iniziative di ordine pubblico per la fiera di S. Cipriano a Marcellianum
Da Wikipidia, alla voce “Cassiodoro” leggiamo che tra le fonti vi è una lettera indirizzata dallo statista ed erudito lucano Cassiodoro al re Atalarico nel 527 per chiedere l’intervento dell’autorità pubblica al fine di ristabilire l’ordine, poichè in occasione della fiera di quell’anno si erano verificati gravi disordini che avevano impedito il regolare svolgimento delle negotiationes con danno degli abitanti della regione e dei negotiatiores colà convenuti dalla Campania, dall’Apulia, dal Bruzio e dalla Calabria, Cassiodoro stesso dà una descrizione del posto e accenna al miracolo delle acque che crescevano miracolosamente durante la veglia pasquale. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica. Dobbiamo a Cassiodoro Senatore una preziosa testimonianza su un particolare aspetto della vita economica del Vallo di Diano – allora parte integrante della provincia ‘Lucaniae et Bruttiorum’ – all’epilogo dell’età gotica (2). Nel 527, Atalarico, che regnava sotto la reggenza della madre Amalasunta, ordinò a Severo, ‘corrector’ di quella provincia (3), di garantire l’ordinato svolgimento della fiera che aveva luogo ogni anno a ‘Marcellianum’ – suburbanum quoddam Consilinatis antiquissimae civitatis’ -, l’odierno San Giovanni in Fonte, nella ricorrenza della festa di San Cipriano (14 o16 settembre)(14). Poiché i contadini (‘rustici’) ed i pastori indigeni con atti di brigantaggio attentavano alla sicurezza e ai beni dei numerosi mercanti lì convenuti, al ‘corrector’ è fatto obbligo di tutelare l’ordine pubblico con adeguate misure di polizia e in collaborazione con i possessori e gli affittuari (‘conductores’) delle grandi ‘massae’ private e regie della zona. Probabilmente sollecitate e redatte da Cassiodoro – che allora ‘magister officiorum’ (523-527) dei sovrani ostrogoti, dei quali sarà, poi, ‘praefectus praetorio’ (523-527) – , tali disposizioni ci sono pervenute in un’epistola che egli stesso inserì – certo dopo averne rifinito la forma letteraria – nella raccolta delle ‘Variae’, pubblicata nel 537/38 mentrela sua vicenda politica ed il regno ostrogoto volgevano all’epilogo (5).“. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (2) postillava: “(2) Magni Aurelii Cassidori, Variarum libri XII, ed. A. J. Fridh, Turnholti, 1973 (Corpus Christianorum, Series Latina XCVI), VIII, 33 (da ora in poi per le ‘Variae’ abbr. Var.)”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (3) postillava: “(3) Su Severo: ‘Var., 31, 32 e 33; J.R. Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire, II, A. D. 395-527, Cambridge, 1980, p. 1004 (Severus n. 16)”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (4) postillava: “(4) Il luogo della fiera era stato in tempi pagani sede del culto di Leucothea, divinità conessa con le acque, ed ora la fiera coincideva con il giorno del martirio di San Cipriano (14 o 16 settembre). La festività cristiana continuava molto probabilmente quella pagana e si può supporre che anche la fiera risalisse a tempi molto più antichi”: E. Gabba, Mercati e fiere nell’Italia romana, in Studi classici e orientali, XXIV (1975), pp. 160-1 “. Bulgarella, a p. 14, nella nota (5) postillava: “(5) Su Cassiodoro: A. Momigliano, s.v. Cassiodoro, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXI, pp. 494-504, in part. pp. 495-6; J.R. Martindale, op. cit., pp. 265-8. Sulla data di pubblicazione delle ‘Variae’: A. J. Fridh, Indroductio’ all’ed. cit., p. X”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 390, in proposito scriveva che: “Pietro riteneva, dimostrando poi le spiccate sue capacità d’imprenditore agricolo come abate di Cava, che l’opera ‘in agris’ (44), etc…”. Ebner, a p. 390, nella nota (44) postillava: “(44) La regola non è certo una carta economica, ma un programma di perfezione spirituale (v. La bonifica Benedettina, Roma, s.d. passim.), tuttavia Cassiodoro (Instit., I, 28, ed. Mynors, p. 71) dice: ‘Nec ipsum est a monachis alienum ortos colere, agros exercere et pomorum fecunditate granulari’.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 48, in proposito scriveva che: “Eppure, a salvaguardia delle vie erano sorti posti fortificati, per ordine di Teodorico (41) ricostruite le mura delle antiche città e per volere di ‘stratigoi’ bizantini fortificati alcuni villaggi (42).”. Ebner, a p. 48, nella nota (41) postillava: “(41) Cassiodoro, cit., I, 28.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando d“i “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco. Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti….Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc..“. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Costituito il dominio dei Goti con Teodorico nell’anno 489 dopo Cristo, venne dato un nuovo ordinamento alle provincie, e la Lucania formò con i Bruzii la terza provincia del regno che ebbe la fortuna di avere al suo governo, tra i correttori che si succedessero durante quel regno, il celebre Cassiodoro, uno dei più importanti personaggi dell’epoca (2) e che vuolsi nativo di Pesto.”. Mazziotti, a p. 97, nella nota (2) postillava: “(2) Giannone, vol. I, pag. 469.”. Da Wikipedia leggiamo che al padre di Cassiodoro furono indirizzate alcune lettere delle Variae, il che ci offre più dati su di lui; ricoprì il ruolo di comes rerum privatarum e successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di Odoacre, mantenne la propria posizione di funzionario d’amministrazione anche sotto Teodorico, tanto da diventare governatore provinciale. Attorno al 490 lo si ritrova governatore della Sicilia, e dopo essere entrato nelle grazie di Teodorico, governatore della Calabria[“Calabria” in senso moderno o nel significato antico di Salento?] fino al 507, quando si ritirerà a vita privata. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: “Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, …..Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 5, in proposito scriveva che: “Il territorio, che è ricco di acque per i numerosi torrenti precipiti da un groviglio di monti (11) e colline, manca di grandi fiumi etc…”. Ebner, a p. 5, nella nota (11) postillava: “(11) Sull’interno montuoso etc..; Cassiodoro, Var., XI, 3. 9”. Ebner, a p. 13, in proposito scriveva: “Sotto i sovrani ostrogoti, dopo la distruzione di Alarico e dei Vandali di Genserico, si ebbe una certa ripresa produttiva dovuta, forse, anche al ritorno dei proprietari nelle campagne. …..Cassiodoro riferisce dell’ordine di Atalarico a “possessores et curiales” del vicino Bruzzio (57) di lasciare le campagne per far ritorno nelle città.”. Ebner, a p. 13, nella nota (57) postillava: “(57) Cassiod., Var., VIII, 31: a. 527 circa. L’editto è indirizzato a Severo, ‘vir spectabilis’, forse il ‘Corrector Lucaniae et Bruttiorum’, Cfr. pure Var., 1, 16, dopo il 10 aprile 580; VII, 31 e 33 anno 527; XII, 5. 15 aa. 533 e 537.”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68). Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva che: “…i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea (154).”. Ebner, a p. 41, nella nota (154) postillava: “(154) In Oriente alcuni monaci univano la preghiera al lavoro: Cassiodoro, Collectiones, X, 7.”. Ebner, a p. 44, in proposito scriveva che: “Non i complessi nel significato moderno del termine o il ‘Vivarium’ di Cassiodoro, da considerare come un efficiente istituto universitario, ma il rustico “monasterio villanu de monaci greci” dei documenti (165).”. Sempre l’Ebner, a p. 117, in proposito scriveva: “Naturalmente tutti costoro (149), anche se non avevano nulla a che vedere con il tabellionato romano (150), ripetevano nei loro atti formule che richiamavano quelle romane del basso impero (‘notarii civitatis et ecclesiarum’) (151). Formule (152) che i notai ecclesiastici, etc…”. Ebner, a p. 117, nella nota (152) postillava: “(152) Raccolte di formule (‘ars dictandi’), precetti ed esempi si leggono negli scritti del monaco, francese Marculfo (seconda metà del VII secolo, nelle ‘Variae’ di Cassiodoro, etc…”. Ebner, a p. 391, in proposito scriveva: “La loro nota dominante fu la coltivazione dei campi (43) (“monasterio villano de monachi greci”), etc..”. Ebner, a p. 391, nella nota (43) postillava: “(43) ….e Cassiodoro (Instit., I, 28) che prescriveva ai suoi monaci del ‘Vivarium’: Nec ipsum est a monachi alienum hortis colere, agros exercere et pomarum fecunditate gratulari”. Ebner, a p. 397, nella nota (63) postillava: “(63) L’impianto di un mulino…..Sul mulino ad acqua, Vitruvio, X, 257, e Plinio XVIII, 23, e Cassiodoro, De insitutione’, c 29”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”.
Nel 522 (VI sec. d.C.), i Bulgari scesi in Italia a combattere Atalarico
Sui Bulgari e sulle nostre terre vorrei citare alcune notizie tratte dall’Antonini. Esse si riferiscono all’epoca dell’occupazione Ostrogota. Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 382 parlando del Monte Bulgheria e dell’origine dei Bulgari nelle nostre terre scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto a’ Bulgari sappiamo per testimonianza di Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperador Leone (posta davanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima, o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere, che mai fossero stati da questo, o dai suoi predecessori domati, poichè di lui non sappiamo, ecc…”. L’Antonini mettendo in dubbio che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino, aggiungeva che: “…., degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII. fino al DXXXII. fu contro di essi mandato Cipriano. Ricavasi questo dall’epist. 21 del lib. 8. di Cassiodoro, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; fra meriti che di lui ricorda, dice: “Vidit te adhuc gentilis Danubius bellatorem; non te terruit Bulgarum globus & c.”. Aveali bene il suo predecessore Teodorico vinti, ma forse non domati: E di questa vittoria sa il citato ‘Cassiodoro’ menzione nella sua ‘Cronaca’, oltre di ciò ch”Ennodio’ nel ‘panegirico’ di questo Principe ne dice. Anzi da quanto scrive ‘Suida’ in V. ‘Bulgari’, sappiamo che i medesimi ebbero tributarj gli stessi Imperatori Costantino figlio di Eraclio, e Giustiniano II. di che ‘Biondo’ ancora nel lib. 10 fa parola (2).”. L’Antonini scrivendo che non bisognava credere in assoluto alla notizia secondo cui alcuni Bulgari vennero a seguito dei Longobardi di Alboino, voleva intendere che vi erano altri cronisti dell’epoca che ci hanno tramandato altre notizie secondo cui i Bulgari nella nostra regione si stabilirono molto tempo prima della venuta di Bulgari al seguito dei Longobardi di Alboino. Infatti, l’Antonini a p. 382 prosegue e scriveva che: “….degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII fino al DXXXII. ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini, i Bulgari si stanziarono nella nostra zona (area del Monte Bulgheria) molto tempo prima che arrivassero le orde Longobarde di Alboino, ovvero si stanziarono al tempo dell’Imperatore d’Occidente degli Ostrogoti Atalarico. L’Antonini riferisce di Cassiodoro (….) riferendosi all’epoca in cui “in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; fra meriti che di lui ricorda, ….” nella sua “Cronaca” e, precisamente nella Epistola n. 21 del libro n. 8 faceva menzione della vittoria sui Bulgari di Cipriano e scriveva che: “Vidit te adhuc gentilis Danubis bellatorem, non te terruit Bulgarum globus & c.”, ovvero che: “Il guerriero greco del Danubio ti vedeva ancora, la palla dei Bulgari non ti terrorizzava.”. Su questo periodo e fatti accaduti ha scritto Paolo Lamma (….), nel suo “Oriente e Occidente nell’alto Medioevo”. L’Antonini mettendo in dubbio che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino, aggiungeva che: “…., degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII. fino al DXXXII. fu contro di essi mandato Cipriano. Ricavasi questo dall’epist. 21 del lib. 8. di Cassiodoro, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 382 scriveva che al tempo del nipote di Teodorico, Atalarico e della reggenza di sua madre Amalasunta, fu mandato Cipriano contro i Bulgari. Antonini scrive che i Bulgari calarono in Italia a quel tempo ed è molto probabile che a quel tempo, i Goti o Ostrogoti occupassero alcuni presidi delle nostre contrade. L’Antonini, continuando il suo racconto scriveva che contro Atalarico: “fu contro di essi mandato Cipriano ricavasi di essi dall’epist. 21. del lib. 8. di ‘Cassiodoro’, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che al tempo di Atalarico, allorquando egli diventò Imperatore d’Occidente, di cui ebbe la reggenza la madre Amalasunta, allorquando i Bulgari scesero in Italia gli furono mandati contro Cipriano (secondo quanto scrive Cassiodoro). Sulla figura di Cipriano, Antonini ricorda la frase di Cassiodoro che scriveva che fra i meriti di Cipriano lui ricordava che: “Vidit te adhuc gentilis Danubis bellatorem, non te terruit Bulgarum globus & c.”. Riguardo i Bulgari, l’Antonini scrive che essi probabilmente non furono del tutto sconfitti in precedenza dall’Imperatore Teodorico. Ma, l’episodio di Cipriano e dei Bulgari che vengono respinti da Cipriano riguarda l’epoca di Atalarico ovvero subito dopo la morte di Teodorico e della sua successione. Della figura di Cipriano hanno scritto G. Romano – A. Solmi, nel loro “Le dominazioni barbariche in Italia (395-888)”, del 1940, dove a p. 211, in proposito scrivevano che: “…erano per lo più dei funzionari che, come Cipriano e Cassiodoro, vivevano nell’intimità della corte e ne godevano i favori; dei funzionari che, come ricavasi da una lettera di Atalarico, facevano imparare e parlare dai figli la lingua ostrogota per dare al re una prova di affemazione e di fedeltà (8)…..(v. p. 213),….Trovasi il re a Verona nell’anno 523, quando Cipriano, che allora copriva l’ufficio di referendario, mosse formale ecc..ecc…”. Dunque, sulla figura di Cipriano (…) citato dall’Antonini, i due studiosi dicono che si trattava di un grande funzionario del regno Ostrogoto di Teodorico e che anche dopo la sua morte affiancò Amalasunta nella reggenza del figlio Atalarico. I due studiosi non dicono nulla dei Bulgari. Essi parlano dei Gepidi e dei Franchi. Su Cipriano ha scritto Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “A Teodorico successe il nipote Atalarico sotto la reggenza della madre, figlia del re defunto, Amalasunta. Sembrò dapprima che, specialmente per impulso di Cassiodoro, si tornasse alla politica del primo Teodorico. Ecc…Morto Atalarico nel 534, Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, figlio di Amalafreda, sorella di Teodorico. Ecc…”. L’Antonini scriveva che Atalarico regnò dal 522 fino alla sua morte avvenuta nel 532 (dieci anni di reggenza della madre Amalasunta). Antonini scrive pure che: “Aveali bene il suo predecessore Teodorico vinti, ma forse non domati: E di questa vittoria fa il citato Cassiodoro menzione nella sua ‘Cronaca’, oltre di ciò ch’ ‘Ennodio’ nel ‘panegirico’ di questo Principe ne dice. Ecc..”. Antonini sui Bulgari scrive che Teodorico forse non li aveva del tutto domati. Inoltre, l’Antonini scrive sui Bulgari che ne parla Cassiodoro (….) nella sua “Cronaca” Ennodio (…), nel suo “penegirico di questo principe”, riferendosi a Teodorico. Antonini, a p. 382 scriveva pure che dei Bulgari è scritto sulla “Suida” (….), alla voce “Bulgari” che “sappiamo che i medesimj ebbero tributari gli stessi Imperadori Costantino figlio di Eraclio e, Giustiniano II. di che ‘Biondo’ ancora nel libro 10. fa parola (2).”. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Errico Doduellio de Strabonis excerptore, nel tomo 2. è ‘Geografi antichi’, parla delle guerre e dei fatti di questa nazione ‘usque ad nauseam’. Dal Petavio, al lib. 7. par. I cap. I. Rat. semp. si ha, citando Marcellino, che i Bulgari: “Anno Christi CDXCIX. primum ausi in Rom. fines excurrere: Thraciam populati sunt; ed allora a poco a poco occuparono Acridia, e ne fecero loro Metropoli, siccome da ‘Cedreno’, da ‘Niceforo Gregora’, e da ‘Callisto’ ha ricavato il Weslelingio, lungamente ragionando sopra il Sineedemo di Hierocle.”. L’Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 382 parlando dei Bulgari nelle nostre terre scriveva che: “…..in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza di Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperador Leone (posta davanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima, o dopo Alboino (I); ecc…”. L’Antonini si riferiva a Filippo Pigafetta (….) ed alla sua opera Trattato brieue dello schierare in ordinanza gli eserciti et dell’apparecchiamento della guerra, di Leone, per la gratia di Dio imperatore. Nuouamente dalla greca nella nostra lingua ridotto da M. Filippo Pigafetta. Con le annotationi del medesmo ne’ luoghi, che n’hanno mestieri, Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi senese, 1586. L’Antonini dice che il Pigafetta ci parla dei Bulgari prima di parlare della Tattica di questo Imperatore. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno” nel vol. VIII, a pp. 33-34 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Questa terra vedesi edificata in un’altura distante dal Golfo di ‘Policastro’ miglia 2. Dalla sua situazione prese il nome, e dicono che l’aggiunta di ‘Gloriosa’ preso avesse da un’immagine di nostra ‘Donna’ che in una chiesetta nel suo castello di qualche antichità. Vedesi ancora tutta cinta di mura con le rispettive sue porte, In oggi però tutto è diruto……Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’ “. Riguardo Roccagloriosa ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nel discorso VIII, a pp. 381, in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi fermarono, e fortificarono; vedendosi fin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli, nel luogo appunto dove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più di un miglio lontano, e le vestigia dell’altra fortezza, che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome alla terra.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il castello di Roccagloriosa, oggi parte diruto, fu costruito dai Bulgari. L’Antonini, sempre parlando di Roccagloriosa, a p. 385, in poposito scriveva che: “Sul declinar di quella montagna chiamata di Bulgaria a tramontana trovasi la Rocca gloriosa; paese grande ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro picciolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta nè piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonense, o sia golfo di Policastro, e delle montagne di Basilicata e di Calabria ecc…ecc…Fu il paese così detto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono verso il Castello.”.
Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino
Da Wikipedia leggiamo che Benedetto da Norcia (Norcia, 480 – Montecassino, 21 marzo 547) è stato un monaco cristiano italiano, fondatore dell’Ordine di San Benedetto. Viene venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono il culto dei santi. San Benedetto da Norcia, fratello di santa Scolastica, nacque nel 480 nella città umbra di Norcia. Il padre Eutropio, figlio di Giustiniano Probo della gens Anicia, era Console e Capitano Generale dei Romani nella regione di Norcia, mentre la madre era Abbondanza Claudia de’ Reguardati di Norcia. Quando ella morì, secondo la tradizione, i due furono affidati alla nutrice Cirilla. Alla gens appartenevano anche san Gregorio Magno e Severino Boezio. Rimase a Subiaco per quasi trent’anni, predicando la “Parola del Signore” e accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di tredici monasteri, ognuno con dodici monaci e un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale. Negli anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di assassinio con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse quindi verso Cassino dove, sopra un’altura, fondò il monastero di Montecassino, edificato sopra i resti di templi pagani e con oratori in onore di san Giovanni Battista (da sempre ritenuto un modello di pratica ascetica) e di san Martino di Tours, che era stato iniziatore in Gallia della vita monastica. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apollo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che:“A questo grande movimento dei basiliani, che si effettuò principalmente sulle coste orientali d’Italia, fece riscontro un altro dei monaci benedettini. San Benedetto, nato a Norcia nell’anno 480, introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3). Dal famoso monastero di Montecassino, da lui fondato nell’anno 529, si irradiò una simile opera di propaganda monastica ed in pari tempo di civile redenzione in tutta la parte occidentale dell’ex Reame di Napoli e specialmente nella Campania e nella Lucania.”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava:“(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”.
NEL VI SECOLO, LE GUERRE GOTICHE ED I BIZANTINI NEL BASSO CILENTO
Nel 535 d.C. (VI sec. d.C.), l’Imperatore d’Oriente Giustiniano I, il generale Belisario e la riconquista dell’Italia: le guerre Gotiche di Belisario contro Teodato e poi contro Vitige
Da Wikipedia leggiamo che dopo la morte del figlio Atalarico II, nel 534, Amalasunta, che voleva mantenere il potere, sposò Teodato, duca di Tuscia e uno dei capi del partito nazionale. Costui, però, poco tempo dopo la fece imprigionare con l’inganno in un castello dell’Isola Martana, sul lago di Bolsena, dove poi la fece uccidere da due suoi sicari nel 535. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “Morto Atalarico nel 534, Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, figlio di Amalafreda, sorella di Teodorico. Teodato, uomo di pochi scrupoli e ambizioso, che s’atteggiava filosofo, è il capo della corrente dei goti intransigenti e nazionalisti. Egli rivelò presto i suoi intenti. Fece relegare Amalasunta in un’isola del lago di Bolsena, dove nel giugno del 535 venne strangolata. Fu il pretesto colto dall’imperatore di Bisanzio, Giustiniano, per intervenire in Italia. Il comando delle truppe bizantine fu affidato a Belisario, carico di trionfi contro i vandali in Africa e contro i persiani. Nell’estate del 535 Belisario sbarca in Sicilia, risale rapidamente la Calabria, conquista Napoli, che fu saccheggiata. La caduta di Napoli provocò il cedimento di tutto il fronte gotico nell’Italia meridionale. A questo punto, i goti, sdegnati per l’incapacità di Teodato, si ribellarono e lo uccisero, insediando al suo posto Vitige, prode guerriero, di nascita plebea, che aveva già combattuto contro i Bulgari e Franchi. Non fu facile per Belisario, pur godendo dell’appoggio dei romani, di avere ragione di Vitige, il quale cinse di assedio Roma, assedio che durò un anno, dal marzo del 537 al marzo 538. Intanti i franchi, passati dalla parte dei bizantini, scesero in Italia, devastando e saccheggiando l’Italia settentrionale…..Dal ‘Liber pontificalis’ allo storico Procopio è tutta una voce sulle condizioni tristissime dell’Italia durante la guerra greco-gotica, funestata tra l’altro da un susseguirsi di pestilenze e di carestie.”. Giustiniano fu l’ultimo imperatore di costumi e lingua latini di Bisanzio e il più grande autocrate che sedette sul trono bizantino. Nipote dell’imperatore Giustino I era, come lui, di umili origini e nato in un piccolo centro latinofono della Macedonia settentrionale. La sua provenienza e formazione romano-latine e non greche, furono gravide di conseguenze. L’aspirazione universalistica che sempre contraddistinse la sua opera aveva una matrice romana e cristiana a un tempo: il concetto di imperium romano si identificava infatti per Giustiniano sia con l’ecumene cristiana sia con la restaurazione della grandezza romana vista come una missione sacra. Sotto il suo regno «Per l’ultima volta il vecchio impero romano spiegò tutte le sue forze e visse il suo ultimo periodo di grandezza, sia dal punto di vista politico, sia da quello culturale». L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciare gli Ostrogoti inviò in Italia il generale Belisario. Durante il regno di Giustiniano I, salito al trono nel 527, si assistette all’ultimo concreto tentativo di riconquistare le regioni occidentali, per ristabilire l’unità dell’Impero romano (renovatio imperii). L’esilio e l’assassino di Amalasunta fu il casus belli che permise a Giustiniano di invadere l’Italia. Il generale incaricato di dirigere le operazioni fu Belisario, che da poco aveva combattuto con successo contro i Vandali. Tale tentativo fu coronato da un parziale, anche se in taluni casi effimero, successo. Sotto Giustiniano l’Impero bizantino raggiunse, attorno alla metà del VI secolo, la massima espansione territoriale della sua storia (395-1453). Per assolvere il nuovo incarico, Belisario chiese proprio a costoro di appoggiarlo nell’imminente guerra contro gli Ostrogoti. Sotto il comando dei generali Belisario prima e Narsete poi, i Bizantini riuscirono a riconquistare le province dell’Africa Settentrionale (533-534), parte della Spagna meridionale e, al termine della sanguinosissima guerra gotica (535-555) combattuta contro gli Ostrogoti, l’intera Italia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino: Akropolis”, a pp. 56 e ssg., in proposito scriveva che: “ Nel 535 l’imperatore Giustiniano inviò in Italia il generale Belisario, con il compito di liberare la Penisola dal dominio Gotico e ricongiungerla all’Impero d’Oriente; la pace che fino ad allora si era goduta sotto i Goti fu frantumata da una guerra terrificante, che imperversò per 18 anni sul suolo italico, sconvolgendolo e debilitandolo atrocemente. Lo stratego bizantino sbarcò a Catania nella primavera di quell’anno con un esercito di soli 7.500 uomini, quasi tutti a cavallo, e nel solo spazio di un quinquiennio occupò tutta l’Italia fino a Ravenna. Tra i territori conquistati nei primi due mesi di guerra vi fu quello di Paestum, nel 536, poco prima della presa di Salerno e di Napoli, che, dopo un’imprevista, accanita ed inutile resistenza, fu saccheggiata (novembre del 536). L’avanzata nel Meridione, favorita dalla mancanza di grossi insediamenti goti, non presentò per i Bizantini problemi strategici di rilievo, anzi nel Bruzio e nella Lucania Belisario fu visto come un liberatore acclamato dalle popolazioni, data la scarsità numerica degli uomini al seguito dello stratego, che, evidentemente, per la campagna d’Italia aveva fatto affidamento non sulla quantità ma sulla qualità e mobilità delle truppe. La guerra in definitiva provocata, e mal condotta, dal re goto Teodato (535-536), fu proseguita tra il 536 ed il 540 dal suo successore Vitige, ma con poca fortuna, sicchè Belisario, conquistata e messa sotto il controllo del suo esercito l’Italia centro-settentrionale, potè tornarsene a Costantinopoli nel 540.”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 56 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 535 l’Imperatore Giustiniano inviò in Italia il generale Belisario, con il compito di liberare la Penisola dal dominio gotico e ricongiungerla all’Impero d’Oriente; la pace che fino ad allora si era goduta sotto i Goti fu frantumata da una guerra terrificante, che imperversò per 18 anni sul suolo italico, sconvolgendolo e debilitandolo atrocemente. Lo stratego bizantino sbarcò a Catania nella primavera di quell’anno con un esercito di soli 7.500 uomini, quasi tutti a cavallo, e nel solo spazio di un quindicenio occupò tutta l’Italia fino a Ravenna. Ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 535 l’Imperatore Giustiniano inviò in Italia un suo generale, Belisario, con un piccolo esercito di cavalieri per riconquistare l’intera penisola. Costui, dopo essere sbarcato a Reggio di Calabria, facilmente ebbe ragione dei presidi gotici e, dopo cinque anni, riconquistata tutta l’Italia, se ne tornò in Oriente.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: “L’uccisione di Amalasunta offrì a Bisanzio il pretesto d’intervento armato in Occidente, contro Teodato. Ebbero, così, inizio le guerre Gotiche, che, per un ventennio, fecero del territorio Italiano un campo di sterminio, di miserie, di malattie epidemiche, di spopolamento (54).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: “Belisario sbarcò in Sicilia nel 535 (55)…”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (55) postillava che: “(55) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, e riferendosi allo sbarco di Belisario in Sicilia, in proposito scriveva che: “L’esercito procedette per terra per il Bruzio e la Lucania e seguivalo lungo il continente la flotta” (56). Ecc..”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Da Procopio, I, nel testo I Barbari di E. Bartolini, Longanesi, Milano; B. Lavagnini, ‘Belisario in Italia, storia di un anno (535-536), Palermo 1948.”. Sempre il Campagna scriveva che: “Una tappa di Belisario sulle alture meridionali della piana del Lao potrebbe essere attestata da contrada “Bulisario” (57), ad occidente di “Aloiro” di Majerà. Nei pressi vi è “Celle”, che conserva sul costone arenario a levante della contrada resti d’insediamenti arcaici, probabilmente monastici. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: “Evidentemente, prima di attaccare Cirella, Laos, Blanda e Buxentum, Belisario dovette sostare sul pianoro e studiare dall’alto i piani per le azioni militari, bloccare l’istimica Romano-Esaro-Jonio, mentre la flotta poteva intervenire sull’Isola di Cirella. Ecc…”. Dunque, il Campagna scriveva che Belisario attaccò e distrusse le cittadelle di Cirella, Laos, Blanda e Buxentum (la futura Policastro Bussentino). Sulla presenza delle truppe del generale bizantino Belisario, nel 535, sui nostri territori ha scritto Pietro Ebner (….) e Matteo Mazziotti. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I, a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano. Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Tuttavia, lo stesso Mazziotti, parlando delle origini di Agropoli scrive che la notizia di una fortezza bizantina sorta ad Agropoli ad opera degli eserciti di Belisario e poi di Narsete non è suffragata da testimonianze e documentazione certa. Della Campania abbiamo certezza del passaggio di Belisario solo riguardo le vicende della presa di Cuma, di Napoli e delle aree limitrofe. Delle nostre contrade vi sono solo congetture in quanto sicuramente i Bizantini dell’Imperatore Giustiniano I e poi di Giustino I, occuperanno solidamente alcuni avamposti del litorale nostro. Della presenza dei bizantini sul nostro territorio ha scritto Carlo Carucci (….), che nel 1923, nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ecc…”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 376 parlando della Molpa citava il casale di Pisciotta e nella sua nota (I) postillando dei casali scriveva che: “(I) Nella l. 6 C., de fund. rei priv. gl’Imperatori Arcadio e Onorio, scrivendo a Vincenzo Prefetto delle Gallie, dicono: “Eum qui Collegio, vel Curae, vel burgis, caeterisq; corporibus pre triginta annos servierit & t.”. Si fa di essi menzione nella l. 2. C. de Praes. Praet. Afr., dove Giustiniano a Belisario, dice: “Ubi ante invasionem Maurorum, & Vandalorum Resp. Romana fines habuerat, & ubi Custodes antiqui servabant, sicut et Clausuris, & burgis ostenditur”. Ma più chiaramente Zosimo nel lib. 2 delle ‘Storie’, ragionando egli dei soldati limitanei, che furono da Costantino tolti via, così dice in latino: “Nam cum Imperium Rom. extremis in limitibus ubique Diocletiani providentia quemadmodum a nobis dictum est oppidis, & castellis, atque burgis munitum esset & a.”.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: “L’uccisione di Amalasunta offrì a Bisanzio il pretesto d’intervento armato in Occidente, contro Teodato. Ebbero, così, inizio le guerre Gotiche, che, per un ventennio, fecero del territorio Italiano un campo di sterminio, di miserie, di malattie epidemiche, di spopolamento (54).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: “Belisario sbarcò in Sicilia nel 535 (55)…”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (55) postillava che: “(55) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Di Atalarico ha parlato Pietro Ebner (….) parlando di Velia in età post-romana.
Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade
Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I, a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono.
Nel 536 (VI sec. d.C.), Belisario conquista Paestum e poi Napoli e Salerno
Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 56 e ssg, in proposito scriveva che: “Tra i territori conquistati nei primi due anni di guerra vi fu quello di Paestum, nel 536, poco prima della presa di Salerno e di Napoli, che, dopo un’imprevista, accanita ed inutile resistenza, fu saccheggiata (novembre del 536). L’avanzata nel Meridione, favorita dalla mancanza di grossi insediamenti goti, non presentò per i Bizantini problemi strategici di rilievo, anzi nel Bruzio e nella Lucania Belisario fu visto come un liberatore ed acclamato dalle popolazioni; non vi fu la necessità di lasciarvi presìdi, né ve ne sarebbe stata la possibilità, data la scarsità numerica degli uomini al seguito dello stratego, che, evidentemente, per la campagna d’Italia aveva fatto affidamento non sulla quantità ma sulla qualità e mobilità delle truppe. La guerra in definitiva provocata, e mal condotta, dal re goto Teodato (535-536), fu proseguita tra il 536 ed il 540 dal suo successore Vitige, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, e riferendosi allo sbarco di Belisario in Sicilia, in proposito scriveva che: “Lesercito procedette per terra per il Bruzio e la Lucania e seguivalo lungo il continente la flotta” (56). Ecc..”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Da Procopio, I, nel testo I Barbari di E. Bartolini, Longanesi, Milano; B. Lavagnini, ‘Belisario in Italia, storia di un anno (535-536), Palermo 1948.”. Sempre il Campagna scriveva che: “Una tappa di Belisario sulle alture meridionali della piana del Lao potrebbe essere attestata da contrada “Bulisario” (57), ad occidente di “Aloiro” di Majerà. Nei pressi vi è “Celle”, che conserva sul costone arenario a levante della contrada resti d’insediamenti arcaici, probabilmente monastici. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: “Evidentemente, prima di attaccare Cirella, Laos, Blanda e Buxentum, Belisario dovette sostare sul pianoro e studiare dall’alto i piani per le azioni militari, bloccare l’istimica Romano-Esaro-Jonio, mentre la flotta poteva intervenire sull’Isola di Cirella. Ecc…”. Dunque, il Campagna scriveva che Belisario attaccò e distrusse le cittadelle di Cirella, Laos, Blanda e Buxentum (la futura Policastro Bussentino).
Nel 540 (VI sec. d.C.), Cassiodoro e la fondazione del monastero “Vivarium” a Squillace in Calabria
Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, dove fondò nei pressi di Squillace il monastero di ‘Vivarium’, che egli organizzò come comunità economicamente autosufficiente, dedita non tanto alla contemplazione, quanto alla conservazione e trascrizione dei libri antichi, nello scrupolo di sottrarre alla violenza barbarica le testimonianze della cultura antica. Alla base di questa attività monastica sono le ‘Institutiones divinarum lectionum’ e le ‘Institutiones humanorum lectiorum’, dove la concezione cassiodoriana del monastero come “saecularis eruditio” e non solo come “salus animae” emerge chiaramente. Tale concezione della vita monastica rientra anch’essa in una forma di esercitazione della pietà in senso lato, pietà che avrebbe dato in seguito frutti prodigiosi. Si pensi ai tanti maestri che chiusi nelle loro celle trascrivevano, correggevano e diffondevano la scienza antica in quegli anni di sconvolgimento, che andarono dalla guerra greco-gotica alla dominazione longobarda. Questo lavoro silenzioso ebbe un’iportanza fondamentale nella formazione della cultura medievale dell’Occidente. La differenza pertanto del monachesimo cassiodoriano da quello di S. Benedetto fu notevole: la spiritualità benedettina ecc…Vivarium è un centro, una scuola di erudizione, prima che un monastero in senso proprio. Vivarium, dunque, divenne uno dei più grandi e benemeriti centri di erudizione che la storia conosca. Anche quando nel secolo IX fu distrutto, i segni della sua presenza nella cultura cristiana e umanistica dell’Occidente continuarono a vivere nei suoi codici disseminati nelle biblioteche di mezza Europa.”. Da Wikipedia leggiamo che al termine della guerra gotica si stabilì in via definitiva presso la nativa Squillace, dove fondò il monastero di Vivarium con la sua biblioteca. Il periodo di fondazione di Vivarium non è certo, benché si tenda a considerare il 544 come una probabile datazione, coincidente con il ritorno di Cassiodoro da Costantinopoli. Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da Cassiodoro solo al ritorno in patria dopo la guerra gotica. A ogni modo non aiuta nelle varie ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e nessuna delle opere dell’ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest’idea fosse stata concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di Cassiodoro un avvicinamento potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all’Expositio Psalmorum), il monastero di Vivarium nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora: l’obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali, studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche; i codici e manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l’organizzazione monastica dal punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l’assenza di riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse Cassiodoro non ne conobbe neppure l’esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci. Alcuni storici avanzano l’ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso Cassiodoro; questo presunto rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le norme monastiche adottate da Vivarium.
Nel 542 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila andò a trovare S. Benedetto da Norcia a Montecassino
Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che: “San Benedetto, …..introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3).”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”.
Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila
Da Wikipedia leggiamo che la tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Da Wikipedia leggiamo che Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Dalla Treccani on-line leggiamo che “Baduila”, re degli Ostrogoti. Baduila apparteneva a una delle Sippen più illustri del suo popolo. Era nipote di Ildibado, che gli Ostrogoti avevano acclamato re dopo la resa di Vitige a Belisario in Ravenna nel maggio 540. E Ildibado era a sua volta nipote di quel Teudi, che Teoderico aveva mandato a governare il regno dei Visigoti, dopo la morte di Alarico II nella battaglia di Vouillé del 507, durante la minore età di Amalarico. Alarico II ed Amalarico erano, rispettivamente, genero e nipote di Teoderico. E dei Visigoti Teudi era divenuto re dopo l’assassinio di Amalarico nel 531. Da Wikipedia leggiamo che Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Sebbene Totila sia quello più usato dagli storici, è in realtà Baduila (o anche Badunila, Baduela) il nome più corretto essendo attestato nella monetazione dell’epoca. La questione dei due nomi non ha ancora trovato una spiegazione esauriente (qualcuno ha ipotizzato una ragione “fonetica”). Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Le disgrazie per i romani non erano ancora finite, nemmeno dopo la fine di Vitige. Belisario, per i soliti intrighi della corte bizantina, era stato richiamato in patria e mandato a combattere di nuovo contro i persiani di Cosroe. I goti approfittarono della sua lontananza per riorganizzarsi sotto la guida di Baduila detto Totila (l’Immortale), abile generale oltre che politico. La riscossa intrapresa da lui conquistò gli animi anche dei contadini italici, che egli liberò dalla servitù ai propri padroni. La nobiltà terriera romana, che era stata alleata infida di Teodorico, fu invece la sua nemica. Etc…”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo la sua partenza però le guarnigioni ed i presìdi bizantini, affidati ad inetti comandanti, mentre con atteggiamento autonomo si diedero ad infierire sulle popolazioni “liberate”, maltrattandole come schiave, si mostrarono incapaci ad opporre un fronte organico all’urto dei Goti, che iniziarono nel 541 la riconquista della Penisola guidati da Baduila, detto ‘Totila’, l’immortale. Chiusi nelle varie piazzeforti, i Bizantini assistettero impotenti all’avanzata del re goto, che da Treviso e da Verona si portò fino in Campania, da dove, occupata Napoli, si diresse in Lucania e nel Bruzio.”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 118, nella nota (I) postillava: “(I) Nostro intendimento non è riferire, quanti mali avessero all’Italia i primi Goti recato, trovandosene piene le storie, solamente scrivere ci giova quelli, op arte di essi, che alla nostra Lucania fecero. I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX. secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, Labriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto i Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero), governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi disperse nelle ‘Varie’ di Cassiodoro; e qualcuna ancora sostenuta dai Longobardi (che appresso li vennero) trovasi tra le loro registrata, specialmente quelli, etc….La quiete che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta de’ Longobardi chiamati da Narsete, disgustato dall’Imperador Giustiniano II, circa gli anni di Cristo DLXVIII. Questi, fierissima gente che dalla Germania erano nella Pannonia da quarant’anni venuti, volarono per così dire all’invito di Narsete.”. Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc..”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) Erano queste scorrerie cominciate fin da tempo di S. Gregorio, ed erano tali, che molte Vergini fuggite di Lucania erano ite fino in Sicilia a ricoverarsi in quei Monisteri, siccome si vede nell’Epistole 6. lib. 3. Ind. 12. del medesimo Pontefice.”. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: “La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: “Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 26. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 346, in proposito scriveva che: “Il re Totila batte i capitani lasciati da Belisario e ripiglia il dominio dell’intera Italia dalle alpi ai Bruzii, rimanendo solo Taranto ai Greci, 541-46…..(Collenuccio p. 31) Belisario ritorna in Italia, sottomette le Romagne e riprende Roma; il suo luogotenente Giovanni è battuto da Totila nel Salentino. Etc…”.
Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila, la conquista della Molpa e la sua distruzione da parte del generale bizantino Belisario
Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Conone a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, Labriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: “Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Magliano (‘Maliano’, a. 932; da un prediale lat.: ‘Manli – anus, composto col personale: ‘Manlius’), da identificarsi con l’attuale Magliano, non con Magliano Vetere; di questo grosso borgo, che ancora oggi conserva i resti delle sue fortificazioni, non si hanno notizie sicure prima del 1008, quando era già sededi Contea (v. p. 98).”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (Strabone, I, 22 = 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a.C., quando appare essere uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonini, cit., pp. 372-373), etc…”. Dunque, il Cantalupo, citando l’Antonini scriveva che nel 541 d.C., i Goti, al comando di Totila “Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a Sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino: Akropolis”, a pp. 57 e ssg., in proposito scriveva che: “Giustiniano fu costretto a mandare nuovamente in Italia Belisario; questi sbarcò a Ravenna nel 544 e, l’anno successivo, inviò verso il centro della Penisola il grosso delle truppe ad incontrare quelle nuove che gli erano state spedite da Costantinopoli, per costituire un grosso fronte contro Totila, che minacciava Roma; egli stesso navigava continuamente dall’una all’altra fortezza marittima, seguendo e coordinando le operazioni. Intanto le nuove milizie bizantine, sbarcate a Reggio, risalivano il Meridione per via terra, attraverso il Bruzio e la Lucania, mentre la flotta che le seguiva per le vettovaglie si teneva il più possibile sotto costa. Allora le zone tirreniche della Lucania furono liberate dai Goti e, sembra, riconquistata Molpe; poi Belisario provvide a far fortificare il promontorio posto nell’arco meridionale del golfo di Salerno. Evidentemente fu la contingente necessità di un ancoragio per la flotta, che in quel frangente appoggiava le truppe terrestri operanti in Lucania, a mostrare allo stratego la vitale necessità di avere un approdo sicuro e protetto sul versante tirrenico di questa regione, prima di dirigere le operazioni verso Salerno e Napoli, ancora nelle mani dei Goti. Etc…” e poi prosegue su Agropoli. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta dei cronisti Jornande e il “De Bello Gotico” di Procopio di Cesarea scriveva che la città scomparsa di “Molpa” è “La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario”, aggiungendo che: “ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto”. Secondo l’Antonini scriveva che la distruzione della città della Molpa ad opera di Belisario è accaduta quando “par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Jornande e di Procopio scriveva che il generale bizantino Belisario distrusse la città di Molpa quando venne in Italia nel secondo suo viaggio. Poi, l’Antonini proseguendo il suo racconto cita il racconto tratto dal chronicon “Cronaca del Monaco di San Mercurio”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini, che ha letto e copiato da questa cronaca che egli fa risalire all’XI secolo “(il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”, riporta il brano tratto dalla cronaca del Monaco di S. Mercurio “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” che tradotto dice che: “Belisario, il capo dei Romani, avendo sentito in Sicilia, dove fu poi trovato, delle crudeltà che Totila e Badiula stavano commettendo per tutta l’Italia, venne con un grande esercito a piedi, e con molte navi che portavano vettovaglie. A quel tempo Melpa era già stata presa dai Goti, ed era tenuta sotto stretta sorveglianza, come si era detto. Belisario, consapevole di tali cose, venne dalla terra e dalla riva del mare per assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e catturati altri. Paese.”. L’Antonini racconta di aver letto nel Chronicon di S. Mercurio che: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. L’Antonini, sulla scorta di ciò che aveva letto nel cronicon medioevale del monaco di S. Mercurio, di cui ho parlato in un altro mio saggio, scriveva che, la città fortificata della Molpa, conquistata ed occupata dagli Ostrogoti di Totila, chiamato dal monaco “Badiula” fu poi in seguito conquistata dal generale Belisario. Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a pp. 176-177 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorchè la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541. Di questa destruzione, col nome di Molpa parla la ‘Cronica di San Mercurio’, presso il Baron Antonini, part. 2 Disc. VII: ‘Belisarius, crive il Cronista, Dux Romeorum auditis in Sicilia, etc…’. Avendo anche scritto, che ‘prope istum Portum a parte orientis (Palinuri) est civitas Molpae, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni, de genere greco, ob comoditatem maris; quia illi erant omnes Nautae, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt greci.”. La frase tratta dall’Antonini ha il seguente significato: “vicino a questo porto dalla parte orientale (Palinuri) è la città di Molpae, che eressero in luogo altissimo e sopra uno scoglio sopra il mare ne’ tempi antichi de’ Pelasgi, e di stirpe tirrenica, per comodità de’ mare; perché erano tutti marinai, e vivevano della preda del mare, e fino ad oggi tutti gli abitanti di Molpe sono greci”. Il Di Stefano, a p. 177, continuando il suo racconto scriveva pure che: “O in questa destruzione, o allorchè fu la Città da’ Goti occupata, dovè il Vescovo abbandonarla, o per ragione della destruzione, o perchè i Goti erano eretici seguaci di Ario; e perchè tra i migliori luoghi della sua Diocesi, era la Città di Policastro; perciò ivi dovè egli ritirarsi; quindi dopo la di lui morte, scrisse San Gregorio la citata Lettera al Vescovo di Agropoli, incarnandogli, secondo l’uso di quei tempi, di visitare le vicine Chiese, vacanti del proprio Pastore, di Velia, di Bussento, e di Blanda, oggi Maratea. Circa questi tempi, credo, quei pochi Cittadini, edificarono Pisciotta, e dal nome della destrutta lor patria la chiamarono ‘Pyxuntum’ , nome, che in Latino, ancora ritiene.”. E’ evidente che in questo passaggio il Di Stefano, governatore di Centola sposava le tesi del Volpe. E’ interessante notare che il D Stefano (….), scriveva che: “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorchè la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541.“. Il Di Stefano si rferiva alla città scomparsa della Molpa vicino Palinuro. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”. Infatti, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c. 4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta “che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico, che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”. La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: “Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva campbiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Il sacerdote Giovanni Cammarano a p. 15, parlando dell’antichissima abbazia di S. Maria di Centola, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il sacerdote Giovanni Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44 e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate……… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Ecc…”. Dunque, il Cammarano, sulla scorta dell’Antonini e del Mannelli scriveva che secondo Venceslao 1°, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la cronaca di S. Mercurio citava diverse volte il passo di Procopio di Cesarea (….) e del suo “Del bello gothico”, in cui Procopio racconta che la città scomparsa della “Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Dunque, secondo questi autori che citano Procopio, la città della Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. Ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Sempre il La Greca scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Anche Lucania, sul Monte Cilento, fu occupata: correva l’anno 552. Belisario si affacciava così sul Golfo di Salerno. Sul promontorio che le chiude da sud, fu edificato un castron, cioè una fortificazione, cui fu dato il nome di ‘Acròpolis’, cioè “posta in alto”, con riferimento al fatiscente abitato di Ercula che ormai serviva solo come approdo alla flotta bizantina che appoggiava via mare l’avanzata dell’esercito. A ridosso della piana di Paestum, mentre i profughi della fascia costiera tra Paestum e Velia si rifugiarono sul Monte Cilento (oggi Monte Stella) nella città-fortezza di Lucania apportandone in tal modo un notevole incremento e probabilmente la comunità cristiana di Ercula portò con sé il culto di san Marco che rimmarrà vivo sulla montagna per secoli e sarà affiancato da quello della ‘Vergine Odighitria’ quando nel 552, nel corso della guerra gotico-bizantina, Lucania fu presa dall’esercito di Belisario al seguito del quale, a mò di cappellani militari, vi erano monaci greci, che furono gli antesignani del monachesimo greco nel Cilento.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,…..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 58, in proposito scriveva che: “L’armata fu posta al comando di Belisario, un gennerale valoroso, intelligente e geniale, al quale bastò solo uno scontro formidabile per abbattere definitivamente l’impero vandalico…….ecc….Ma nel 542 Totila, nuovo re dei Goti, riprese le ostilità e, sconfitto nel 547, riuscì presto a riorganizzare le sue forze e a riconquistare l’intero territorio, compresa Roma. Anche Salerno passò nelle mani dei Goti e vi restò per circa un decennio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che predette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20).”. Ebner, a p. 13, nella nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, parlando della “Molpa” (città scomparsa e promontorio), a p. 172, in proposito scriveva che: “E’ dubbio che la popolazione abbia subito danni nel corso della guerra gotica, certamente le locali famiglie ne subirono dalle incursioni saraceniche (12).”. Ebner, a p. 172, nella nota (12) postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.) trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio: “Belisario dux Romeorum suditis etc….”. La ‘Cronaca’ (assegnata al IX secolo) è troppo ricca di erudizione sul periodo imperiale di Roma (nascita vivi dell’Imperatore Livio Severo, 461-465, che vi si ritirò dopo l’abdicazione di Massimiliano Eraclio, collega di Diocleziano. Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa. Il Corcia (cit., III, 68) richiama Eutropio che parla della Lucania, non di Molpa. Etc…”. L’Ebner quando non sapeva cosa scrivere così liquidava le notizie storiche. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 21, in proposito scriveva che: “2. La conquista bizantina e la guerra tardo gotica. Il Vallo di Diano diviene così parte integrante del dominio bizantino che, dopo l’espugnazione di Napoli e l’entrata di Belisario a Roma (dicembre 536), si estende a tutte le regioni meridionali del versante adriatico in seguito alla spontanea sottomissione dei suoi abitanti (34). Al pari delle regioni confinanti, fu coinvolto direttamente nella spirale della guerra greco-gotica dopo la conquista bizantina di Ravenna ed il rientro di Belisario a Costantinopoli (540)(35). Infatti, Totila, artefice della ricostruzione del regno ostrogoto, intraprese subito, con piccole unità mobili, la riconquista delle indifese regioni meridionali: Campania, Sannio, Puglia e Salento, Lucania e Calabria (36).”. Il Bulgarella, a p. 21, nella nota (34) postillava che: “(34) B.G., I, 15”. Sempre il Bulgarella, a p. 21, nella nota (35) postillava che: “(35) B.G., II, 29-30”. Il Bulgarella, a p. 20, nella nota (26) postillava: “(26) Procopii Caesarensis,, opera omnia, II, Bellum Gothicum, ed. J. Haury e G. Wirth, Lipsiae 1962, I, 8. Da ora in poi abbr. B.G.”. Angelo Gentile, nel suo “Morigerati”, a pp. 35-36, in proposito così scriveva: “Le truppe dell’Imperatore d’Oriente, al comando di Belisario entrarono in guerra contro gli Ostogoti sconfiggendoli, la flotta aiutò non poco e sbarcò anche a Policastro per raggiungere le zone interne, seguendo le vie antiche già descritte. Via Belisario, gli Ostrogoti ripresero il sopravvento nel 541, ma i Bizantini si fortificarono: ad esempio Policastro fu rafforzata per proteggere la vallata del Bussento e il porto, punto strategico importantissimo. Etc…(4).”. Il Gentile, a p. 47, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Carucci C., La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, pag. 117.“. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, ecc…”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; vedi anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. Dunque, questo passaggio dell’Agatangelo riguarda prima dell’anno 553. L’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito.
Nel……, i Goti di Totila conquistano la città di Marcelliana
Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a p. 167 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Costantino Gatta nella sua ‘Lucania’ cap. 3 parlando della destruzione della Città di Marcelliana anche Vescovile, così scrive: “Detta Città creder si può essere stata destrutta nella commune desolazione d’Italia da Totila re dè Goti, sotto la cui barbara condotta devastante furono quasi che tutte le nobili Contrade d’Italia, come riferisce Procopio, quale desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne publici, e privati edificii, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”….Io però credo, che detta Città di Marcelliana, piuttosto da’ Saraceni fu destrutta, che da Totila perchè esisteva regnando Pelagio I Som. Pontef., che reggè la Cattedra di S. Pietro, secondo il Platina, dall’anno 556 sino a marzo 567, *** e Totila regnò in Italia prima come dalle sue ‘Decretali scritte’, la prima ‘Can. Literas Charitatis’, Dist. 63 diretta a Giulio Vescovo di Grumento, e la seconda nel Can. Dilectionis tuae’, Dist. 66 drizzata al Vescovo di Potenza Pietro dall’Ughellio, e dallo stesso Gatta citate, ove si fa menzione di Latino Teodoro, Diacono di Grumento etc…”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Il Gatta, a p. 57 aggiungeva che: “Detta Città creder si può esser stata distrutta nella comune desolazione d’Italia da Totila Rè de Goti, sotto la cui barbara condotta devastate furono quasi, che tutte le nobili contrade d’Italia, come riferisce Procopio, qual desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne pubblici, e privati edificij, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”. Sulla notizia di Gatta che Marcelliana fu distrutta dai Goti, posso solo aggiungere che Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 23, in proposito scriveva che: “Di Bussento nulla si sa dell’ubicazione del primitivo episcopio come della più antica chiesa cattedrale che conserva tuttora la dedica a Maria, l’hodigistria, la sovrana protettrice dei monaci itineranti greci dopo la diaspora del 726. Come nulla si può dire dell’episcopio e della chiesa di Marcellianum, centro di fondo valle della Consilinum ricordata da Cassiodoro (102).”. Ebner, a p. 23, nella nota (102) postillava che: “(102) IX, ep. 33”. Sempre Ebner, a p. 25 scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”. Riguardo Cassiodoro, Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni etc…”, vol. II, a p. 473, nella nota (59) postillava: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: Est etc…”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: “In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella gallia afflitta dalla carestia (6). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 23, in proposito scriveva che: “Di Bussento nulla si sa dell’ubicazione del primitivo episcopio come della più antica chiesa cattedrale che conserva tuttora la dedica a Maria, l’hodigistria, la sovrana protettrice dei monaci itineranti greci dopo la diaspora del 726. Come nulla si può dire dell’episcopio e della chiesa di Marcellianum, centro di fondo valle della Consilinum ricordata da Cassiodoro (102).”. Ebner, a p. 23, nella nota (102) postillava che: “(102) IX, ep. 33”. Sempre Ebner, a p. 25 scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 23, in proposito scriveva che: “Di Bussento nulla si sa dell’ubicazione del primitivo episcopio come della più antica chiesa cattedrale che conserva tuttora la dedica a Maria, l’hodigistria, la sovrana protettrice dei monaci itineranti greci dopo la diaspora del 726. Come nulla si può dire dell’episcopio e della chiesa di Marcellianum, centro di fondo valle della Consilinum ricordata da Cassiodoro (102).”. Ebner, a p. 23, nella nota (102) postillava che: “(102) IX, ep. 33”. Sempre Ebner, a p. 25 scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”.
I BIZANTINI DI BELISARIO
Nel 547, Belisario e la distruzione della Molpa
In Wikipedia leggiamo che Belisario tornò nel 544 in Italia, dove trovò una situazione radicalmente cambiata. Nel 541 gli Ostrogoti avevano eletto Totila loro nuova guida, ed avevano organizzato una vigorosa campagna contro i Bizantini, riconquistando tutto il settentrione d’Italia, nonché buona parte del meridione. Nel giugno 548, dopo un lungo viaggio, arrivarono i rinforzi guidati da Valeriano; Belisario, quindi, facendo affidamento sull’amicizia tra Antonina e Teodora, inviò la moglie a Costantinopoli per ottenere dall’Imperatrice ulteriori aiuti; al suo arrivo, tuttavia, Antonina scoprì che Teodora era morta (28 giugno 548) (155). Con i rinforzi tentò di liberare Rossano dall’assedio dei Goti, ma il suo sbarco venne impedito dal nemico (155). Belisario decise quindi di tornare a Roma, affidando l’esercito a Giovanni e a Valeriano. Qui venne richiamato a Costantinopoli dall’Imperatore, persuaso in questo da Antonina (155). Secondo la Storia Segreta, fu Belisario a chiedere di ritornare a Costantinopoli. In Wikipedia alla nota (155) si postilla: “Procopio, De Bello Gothico, III, 30.”.
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: “Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati“. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino (che altrove abbiamo visto chiamarsi Totila) ce teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa. Il Guzzo, a pp. 69-70 continuando il suo racconto sulla Molpa, per giustificare la notizia della prima distruzione di Molpa cita: “Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa.”. Ma, il Guzzo, proseguendo il suo racconto sulla Molpa, cita la frase tratta dal Cronicon del Monaco di S. Mercurio (e non di Procopio come egli scrive) pubblicata dall’Antonini. Il Guzzo, riferendosi a Procopio scriveva: “Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, il Guzzo postilla che il passo è tratto dal “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea, Libro I, cap. VIII, ma come si è detto il passo è lo stesso che cita l’Antonini a p. 370, ovvero il passo tratto dalla cronaca di S. Mercurio. Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: “La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”.
Nel 547, la prima distruzione del presidio goto di Molpa, la distruzione del generale Belisario e la nascita di “Centula”
Da Wikipedia leggiamo che la tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 348-349 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta Città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ma la poca cura e industria de’ Cittadini appena ne fa uso per i generosi vini, e per gli fichi, etc…”.

(Fig…..) Antonini, op. cit., pp. 347-348
Dunque, l’Antonini scriveva che “Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario.”. Dunque, l’Antonini riporta la notizia che le origini di Centola derivano da un Centurione dell’esercito bizantino dell’esercito del generale Belisario incaricato dall’Imperatore Costantino di conquistare il regno Goto in Italia. Antonini, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio scriveva pure che questo centurione bizantino ai tempi di Belisario e ai tempi della prima della città della Molpa andò a fondare il casale di Centola con altri cento soldati che ivi si stabilirino. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 192, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “La Molpa fu distrutta nella seconda venuta in Italia di Belisario 544, donde ripartì il 558. Ora in questi quattro anni è giocoforza collocare la distruzione della Molpa. Tutto sta a precisare l’anno. Per riconquistare la Sicilia e la Magna Grecia è logico assegnare un tempo fino al 547, non sapendo quale mese indicare dell’anno di partenza e dell’anno di arrivo. Quindi l’operazione avrebbe comportato un anno e alcuni mesi. Il 548 Belisario è impegnato nella liberazione di Roma, occupata da Totila. E siccome la Molpa si trovava quasi alla fine della Magna Grecia, la sua distruzione non può non cadere che nel 547, etc…”. Inoltre, il Cammarano, a pp. 204-205, in proposito scriveva che: “Il Cristianesimo si insediò ben presto nella città della Molpa e non è difficile dimostrarlo. E’ certo che nella prima distruzione, 547, già era in massa cristiana. Difatti la laura di Centola sorse molto tempo prima di detta data in virtù di alcuni abitanti della Molpa, che vennero a menare vita eremitica nel luogo dove poi sorse la Badia di S. Maria di Centola.”. Giovanni Cammarano (…), a p. 186, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “In merito a detto documento dell’Abate Mercurio I, don Baldassarre nelle sue memorie riporta i giudizi anche di portata storica. 1) P. Gregorio Taliento, basiliano (* 1430) annotizia: “Nello scorrere del tempo che va dallo 543 al 554, fu presa la città della Molpa, città della Magna Grecia, occupata dai Goti, dallo generale bizantino, Belisario. I Goti facevano una forte resistenza, affavoriti dalle fortificazioni in muri, che cingevano la città con li posti di fortezza. E così Belisario per menare fuori i Goti, fu costretto dare fuoco e distruggere la città. E così li pochi scampati di quelli tanti abitatori si apportarono nelle terre dello internale. La maggioranza, come dice Mercurio, si fermarono sotto lo monte delle Fontanelle e a quasi lo vallone diedero esistenzia alle prime case del borgo, che chiamarono Centula, è addimostrabile”. (AFL) 2) P. Serafino 1° da Centola, cappuccino (1641+1712) riferisce in un magnifico notiziario: “Lo Abate Mercurio nulla si fece sfuggire nelle sue “Cronache” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita attenzione, studio e riflessione da parte nostra il contenuto della Molpa, il modo poi di vivere della nostra primitiva popolazione stazionata in località “Vallone” e le tristi vicende storiche etc…”. Ancora, il Cammarano (….), a p. 188 scriveva pure che: “Difatti di Mercurio I sappiamo che lasciò la Molpa e se ne andò a fondare una laura a Centola menandovi vita eremitica tra preghiera, studio e lavoro. Di Mercurio II conosciamo solo il nome. E né possono essere chiamati in causa i due martiri di nome Mercurio, uno il 25 novembre e l’altro il 10 dicembre perchè vissuti molto tempo prima.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 712 in proposito scriveva che: “CENTOLA. ‘Centula, Centola, Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini. Università autonoma etc…L’Antonini (1) ricorda la leggenda del centurione che con i suoi cento uomini vi si stabilì ai tempi di Belisario e dopo la prima distruzione di Molpa. Il villaggio s’ingrandì ancora dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464), ma non sappiamo se colà era già un villaggio o se questo s’ingrandì dopo l’arrivo dei monaci italo-greci che costituirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.”. Ebner, a p. 712, nella nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 349.”. Scrive ancora l’Ebner, a p. 714 che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino. ……Il Giustiniani pone Centola a 32 miglia da Salerno e a 3 miglia dal mare di Palinuro, su una collina con circostanti fertili terreni (grano, vino, olio, frutta). Traendone dall’Antonini ricorda anch’egli la leggenda del centurione che andò a stabilirsi temporaneamente ivi ai tempi di Belisario e la prima e la seconda distruzione di Molpa (13).”. Ebner, a p. 714, nella nota (10) postillava che: “(10) Trascrive da A. Baccio (Hist. natur. vin., lib. 5) “Extat novi nominis Centula oppidum, in cuius apricis collibus vinum gignitur, quod in Urbe praesertim Roma, et in communibus mensis, etiam Principatum, fama, atque usu cum Clarello contendit”, il cui significato tradotto è il seguente: “C’è un paese del nuovo nome di Centula, ne’ cui colli assolati si produce un vino, che nella città, specialmente in Roma, e nelle città del mese, anche nei principati, gareggia in fama e pratica col Clarello.”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Mercurio …..E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “……….”. Amedeo ed Emilio La Greca ed Antonio di Rienzo (….), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 215 parlando di Centola (VI itinerario), in proposito scrivevano che: “E’ tradizione che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa nel 554 ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.). I superstiti si rifugiarono in località detta “Vallone” ove costruirono un piccolo villaggio. Di qui si spostarono gradualmente più a monte dove nel 1207 sorse una Badia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (1). Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini, infatti, organizzavano il lavoro, etc…”. I tre autori, a p. 215, nella nota (1) postillavano: “(1) Antonini, p. 387”.
Nel 548, il goto Totila conquistò il ‘kastrum’ bizantino di Acerenza
Quando si parla di Totila, re Goto, ricorre spesso la fortezza di Acerenza. Da Wikipedia leggiamo che le prime notizie di insediamenti abitati risalgono al VI secolo a.C. e sul luogo dell’attuale abitato nacque l’antica Acheruntia, Αχερουντία in greco, citata dagli scrittori romani Tito Livio e Orazio, e nel Medioevo da Procopio. Tutti la citano come “Fortezza di guerra” e “presidio”. Nel V secolo fu istituita come una delle diocesi lucane. Al tempo dell’Imperatore Giustiniano e nella metà del VI secolo la città di Acerenza è ugualmente forte: Procopio, infatti, dice che Totila, avendo preso un certo presidio presso i Lucani, “che alcuni abitanti chiamano Acerenza, vi pose un presidio di 300 uomini”. E lo stesso Procopio ci dice che il suddetto presidio, comandato dal capitano Morra, passò all’Imperatore Giustiniano. Dalla Treccani on-line leggiamo che la città calabra di Rossano è stata un Municipio romano, R., ricordata nell’itinerario di Antonino e nella Tabula Peutingeriana, sostenne con successo l’assedio dei Visigoti di Alarico. Nel 548 fu presa da Totila. Ritornata sotto i Bizantini, dall’8° al 12° sec. fu una delle città più importanti della regione. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. II, a p. 111 parlando di “Acerenza”, in proposito scriveva che: “In prosieguo venuta sotto il dominio dei Goti, Totila vi mandava nel 550 dell’era secondo Procopio un presidio di 3000 soldati, e nel 553 vi si ricoverava un capitano del re Teia che era stato battuto dagli imperriali greci. Nel 613 fu invao assediata dall’Imperatore Costante il quale secondo l’Anonimo Salernitano dové ritirarsene.”. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…Allora fu che fattosi padrone dell’Acerenza, e consideratela per quel forte luogo, ch’ella era, non solo poi abbandonarla non volle, ma lasciovvi un presidio di trecento soldati comandati da Morra, siccome dal citato Procopio, lib. 3 e 4 etc…”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 49 e ssg., in proposito scriveva che: “Quelli che seguirono furono certamente gli anni più difficili per la Lucania. Belisario aveva lasciato nella base d’operazioni idruntina un generale tanto abile quanto spietato, Giovanni, destinato a guadagnarsi ben presto il soprannome di Sanguinario, che cominciò a condurre una lotta durissima per riaprire i collegamenti terrestri con la Sicilia e coordinare così gli sforzi bizantini nel Mezzogiorno…..etc…”.
Nel 548, i contadini di Tulliano contro i contadini di Totila e lo scontro nel Vallo di Diano
Da Wikipedia leggiamo che Totila, nel 548 d.C., Conseguì notevoli successi sul campo di battaglia assediando e saccheggiando Alatri nel 543, reclutando contadini e servi per rafforzare l’esercito, e riuscì a conquistare la città di Roma per ben due volte (alla fine del 546 e all’inizio del 550), pur non riuscendo a tenerla per molto tempo. Presa Napoli nel 543, si distinse per clemenza verso la popolazione, facendo distribuire viveri e dimostrando una generosità che Procopio di Cesarea non si sarebbe mai aspettato da un barbaro. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; tanto che Tulliano, Uomo nella Lucania potentissimo, altamente con Giovanni nipote e capitano dell’Imperatore, spiegossene, e se ne dolse: “Tullianus (continua in latino lo stesso autore) in Lucanis non minus divitis, quam viribus pollens, Joanni cum in comspectum vinisset, Imperatori id noxae dabat, quod in Italiam misisset exercitum, qui Italos graviter assecisset; unde pro indubitato asseverabat, quod si humanitate de cetero erga hos Romani uterentur, Brutios, & Lucanos in illorum potestatem se traditurum”; e puntulmente la parola osservogli, perchè tenne da’ que’ luoghi l’esercito di Totila lontano, coll’aver occupato alcuni angusti passi; tanto che lo stesso Totila, lasciata Roma (che ormai era di abitatori vuota) andovvi di persona a cacciarnelo; e felicemente la cosa riuscitagli, “Lucanian & Calabriam cum universis corum oppidis in potestatem redegit” scrive l’Aretino nel lib. 3 de bell. ad vers. Gothos. Allora fu che fattosi padrone dell’Acerenza, e consideratela per quel forte luogo, ch’ella era, non solo poi abbandonarla non volle, ma lasciovvi un presidio di trecento soldati comandati da Morra, siccome dal citato Procopio, lib. 3 e 4 etc…Ma danni, e mali niente minori ebbe la lucania in due viaggi, che nè tempi di appresso fece Bellisario da Sicilia a Napoli, ed a Roma, descritti da ‘Giornande de regn. succes. da Procopio, e da Lionardo Aretino, nel I libro de bell. Goth. giovando riportare qui le proprie parole di Procopio fatte latine, pontualmente copiate dall’Aretino stesso: ‘Exercitus autem per Brutius, Lucanosque ductus iter pedibus faciebat: Hunc quam proxime continentem classis subsequebatur’. Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra Regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da Agazia dal lib. 2 in poi etc…”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 49 e ssg., in proposito scriveva che: “Quelli che seguirono furono certamente gli anni più difficili per la Lucania. Belisario aveva lasciato nella base d’operazioni idruntina un generale tanto abile quanto spietato, Giovanni, destinato a guadagnarsi ben presto il soprannome di Sanguinario, che cominciò a condurre una lotta durissima per riaprire i collegamenti terrestri con la Sicilia e coordinare così gli sforzi bizantini nel Mezzogiorno……Principale interlocutore di Giovanni fu Tulliano, probabilmente il più prestigioso tra i ‘possessores’ romani etc…Concluso l’accordo, Tulliano con il suo contingente fu inviato a presidiare i passi che dalla Campania conducono alla Lucania occidentale: ma dopo alterne vicende – compreso un controverso tentativo, da parte di Totila, di convincere gli uomini raccolti da Tulliano a tornarsene ai loro campi con la promessa di donar loro le terre dei ‘possessores’ (11) – i Goti forzarono la linea difensiva bizantina, riversandosi in Lucania e respingendo le truppe imperiali nuovamente su Taranto. Taranto stessa finì per cadere nelle loro mani nel 550.”. Il Breccia (….), a p. 53, nella nota (11) postillava che: “(11) Lucida analisi del problema – centrato sulla ricostruzione corretta e sulla conseguente interpretazione di Procopio, ‘Bellum Gothicum’, III, 22, vol. II, p. 398 – in Bulgarella, ‘Bisanzio in Sicilia, cit., p. 146, nota 1.”. Il Breccia, a p. 50, nella nota (5) postillava: “(50) F. Bulgarella, Bisanzio in Sicilia e nell’Italia meridionale: i riflessi politici, in G. Galasso (a cura di), Storia d’Italia, vol. III, Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, Torino, 1983, pp. 127-248, in particolare p. 137.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 24 e ssg., in proposito scriveva che: “….si distingue Tulliano, che “godeva di grande autorità” nella Lucania e nel Bruzio in quanto cospicuo possessore e forse anche in quanto investito di funzioni di governo al pari del padre, Venanzio, ‘corrector Lucaniae et Brittiorum’ in età teodoriciana (507-511)(42). Reduce dall’incontro con Giovanni che ebbe luogo a Canosa, Tulliano si adopera proficuamente a coordinare il consenso degli abitanti della provincia alla sovranità imperiale; e collabora alla difesa attiva della Lucania dai goti, mentre suo fratello Deoferonte s’impegna di lì a poco con analoghi intenti nel Bruzio (Rossano)(43). Dal resoconto di Procopio sappiamo che Tulliano, al comando di un contingente di mercenari imperiali e di un manipolo di contadini, da lui stesso reclutati sui latifondi senatori del circondario, si mise “a guardia dell’unico accesso alla regione, che era molto stretto, affinché i nemici non potessero entrare a devastare i paesi lucani”(44). Alla luce di tale descrizione e dei contestuali riferimenti di Procopio che qualificano quel passo come accesso a distretti eminentemente agricoli e alle regioni del versante adriatico-jonico, è lecito supporre che Tulliano presidiasse uno dei varchi che immettevano nel Vallo di Diano: forse le ‘Nares Lucanae’ (lo “Scorzo”)(45) e il difficile valico di Campestrino, dai quali si passa alla piana del Sele, oppure il valico di Atena Lucana, che immette nell’Alta Val d’Agri (46). Si svolse, quindi, nel Vallo di Diano o, comunque, nelle sue immediate vicinanze uno degli episodi più importanti della guerra gotica: cioè lo scontro tra due opposte fazioni di contadini indigeni, l’una al comando di Tulliano, l’altra la servizio di Totila. Infatti,, anche questi, essendo il suo esercito impegnato nell’assedio di Roma, arma i contadini della zona con funzioni esclusivamente ausiliarie in risposta all’analoga mobilitazione attuata da Tulliano; e senza alcun scrupolo li invia contro i loro colleghi che fiancheggiano i mercenari e che li massacrano (47). Per quel che ci è dato di sapere, si tratta dell’unico caso di coinvolgimento diretto e scoperto della popolazione agricola italica nelle vicende di una guerra combattuta soprattutto da bande di mercenari stranieri (48). Il fatto che si sia verificato in Lucania sta a significare che la tradizionale turbolenza del contadiname indigeno è sfruttata e manovrata da entrambi i belligeranti. Ancora più interessante è il seguito della vicenda. Malgrado quel successo iniziale, Tulliano fu costretto al ritiro perché i contadini da lui reclutati deposero le armi e rientrarono nei campi, essendo stato loro garantito dai rispettivi proprietari che avrebbero potuto tenere per sé i beni dei padroni o, comunque, l’usufrutto integrale dei fondi. Una concessione, questa, che Totila estorse ai senatori confinati in Campania (nei dintorni di Capua e di Minturno), i quali, erano evidentemente i proprietari dei fondi da cui quei contadini provenivano (49). In simili circostanze, il provvedimento di Totila si qualifica come espediente tattico etc…Sta di fatto che, dopo il tracollo della linea presidiata da Tulliano, Totila poté respingere gli imperiali della Puglia, dalla Lucania e dalla Calabria- regioni in cui il generale Giovanni aveva riportato lusinghieri successi- e costringere, in tal modo, Belisario a rientrare a Costantinopoli col deludente bilancio della sua seconda spedizione (548)(50).”. Il Bulgarella, a p. 24, nella nota (43) postillava che: “(43) B.G., III, 22. Per Deoferonte: BG, III, 30”. Il Bulgarella, a p. 24, nella nota (44) postillava che: “(44) B.G., III, 22. La traduzione italiana è di M. Craveri, Procopio di Cesarea, Le Guerre, Torino, 1977, p. 594”. Il Bulgarella, a p. 24, nella nota (45) postillava che: “(45) Sulle Nares Lucanae: A. Russi, art. cit., p. 1945; V. Bracco, Trentadue iscrizioni inedite dalle Valli del Sele e del Tanagro, in Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Rendiconti Cl. Scienze morali, storiche e filologiche, XXIV (1969), pp. 230-1.”. Il Bulgarella, a p. 24, nella nota (46) postillava che: “(46) E. Greco, art. cit., p. 128.”. Per l’articolo di Greco citato il Bulgarella, a p. 15, nella nota (11) postillava che: “(11) E. Greco, Problemi topografici nel Vallo di Diano tra il VI sec. a.C., nel I vol. della presente ‘Storia del Vallo di Diano, p. 128”.
Nel 548, estate, Totila assedia e conquista la fortezza bizantina di Rossano Calabro
Da Wikipedia leggiamo che Rossano (AFI: [rosˈsaːno]), impropriamente chiamata anche Rossano Calabro per distinguerla da Rossano Veneto, è un’area urbana di 36 623 abitanti, attualmente parte del comune di Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza, in Calabria. La frazione è detta anche La Bizantina e Città del Codex, in omaggio al Codice Purpureo, uno degli evangeliari più antichi al mondo, custodito presso il Museo diocesano e del Codex e inserito nella lista dei beni del patrimonio UNESCO nella categoria “Memoria del mondo”. Nel II secolo l’imperatore Adriano vi costruì un porto capace di accogliere 300 navi. Tra il 540 e il 1059 Rossano visse una fase di grande splendore sociale, artistico, culturale sotto il dominio dei Bizantini: sede dello stratego, la sua posizione strategica – “la città attesta nel volto e nel sito la sua anima e storia. Arroccata su una irregolare prominenza dei primi contrafforti della Sila, alla quale guarda a mezzogiorno, sta su rossastra muraglia di roccia, fasciata e chiusa quasi da un vallo naturale, mentre a nord, rimpetto al golfo ionico, è congiunta alla piana marina da costoni precipiti…” (G. Sapia, Profilo Storico della città, Corigliano, 2001, 11) che ne costituirono una naturale protezione, assieme alla teoria di mura e fortificazioni, da incursioni esterne – la rese appetibile meta di conquista da parte di numerosi invasori (Visigoti nel 412, Longobardi nel 573, Saraceni di Sicilia. Dalla Treccani on-line leggiamo che Rossano fu Municipio romano, R., ricordata nell’itinerario di Antonino e nella Tabula Peutingeriana, sostenne con successo l’assedio dei Visigoti di Alarico. Nel 548 fu presa da Totila.
In Wikipedia leggiamo che Belisario nel giugno 548, dopo un lungo viaggio, arrivarono i rinforzi guidati da Valeriano; Belisario, quindi, facendo affidamento sull’amicizia tra Antonina e Teodora, inviò la moglie a Costantinopoli per ottenere dall’Imperatrice ulteriori aiuti; al suo arrivo, tuttavia, Antonina scoprì che Teodora era morta (28 giugno 548) (155). Con i rinforzi tentò di liberare Rossano dall’assedio dei Goti, ma il suo sbarco venne impedito dal nemico (155). Belisario decise quindi di tornare a Roma, affidando l’esercito a Giovanni e a Valeriano. Qui venne richiamato a Costantinopoli dall’Imperatore, persuaso in questo da Antonina (155). Secondo la Storia Segreta, fu Belisario a chiedere di ritornare a Costantinopoli. In Wikipedia alla nota (155) si postilla: “Procopio, De Bello Gothico, III, 30.”. Ritornata sotto i Bizantini, dall’8° al 12° sec. fu una delle città più importanti della regione. Sempre sulla Treccani on-line Giuseppe Isnardi dell’Enciclopedia italiana scriveva di Rossano che è ricordata nell’Itinerario di Antonino e nella Tavola Peutingeriana. Fu municipio romano, importante centro ellenistico. Alarico, i Longobardi, i Saraceni l’assediarono invano. Si arrese a Totila; ospitò Teofano, moglie di Ottone II. Romolo Caggese (…..), nel suo “L’Alto Medioevo”, ove a p. 72, in proposito scriveva che: “Nel 547, dunque, Belisario ritoglieva Roma ai Goti i quali, con evidente errore di visione e di calcolo, per correr dietro ai Bizantini in Campania e in Lucania, dove, intanto, Giovanni aveva riportato facili e molte strombazzate vittorie da Brindisi al Bruzio, avevano scoperta Roma senza pensare che Belisario tutto avrebbe osato per riprenderla e conservarla. La riprese e volle conservarla, ma poi, accesasi accanita intorno a Rossano (in Calabria) una battaglia senza dubbio sproporzionata alla importanza della posizione, e caduta la piazza nell’estate del 548, Belisario volle farsi richiamre in patria, sfiduciato e smarrito. Era morta Teodora etc…La caduta di Rossano, la partenza di Belisario, che, confessa l’amico suo Procopio, “riprendeva senza onore la via di Bisanzio” (2), etc…”. Caggese, a p. 72, nella nota (2) postillava che: “(2) Ecco le parole di Procopio, II, 425-426: “B. non aveva mai potuto in cinue anni calcare il suolo d’Italia nè percorrere le vie, chè in tutto quel tempo avea, ‘quasi in coperta fuga’, di continuo navigato da una ad un’altra fortezza marittima; perlocchè più liberamente poterono i nemici sottomettere Roma stessa e tutto il resto”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 59, in proposito scriveva che: “Durante tutto quell’anno, e parte del successivo, Goti e Bizantini si scontrarono con laterna fortuna, poi il Re pose l’assedio alla piazzaforte di Rossano e, nonostante lo stratego vi accorresse per difenderla, essa cadde in suo potere per fame nell’estate del 548. Belisario, sfiduciato, rientrò a Costantinopoli nello stesso anno, lasciando praticamente tutta l’Italia in mano a Totila, che, riprese Roma nel 548.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 346, in proposito scriveva che: “Il re Totila batte i capitani lasciati da Belisario e ripiglia il dominio dell’intera Italia dalle alpi ai Bruzii, rimanendo solo Taranto ai Greci, 541-46…..(Collenuccio p. 31) Belisario ritorna in Italia, sottomette le Romagne e riprende Roma; il suo luogotenente Giovanni è battuto da Totila nel Salentino. Totila riprende e fa saccheggiare Rossano. Anno 546. Belisario vien richiamato a Costantinopoli. Totila occupa Roma, ed assoggetta tutta Italia, fuorchè Otranto Crotone e Reggio presidiate dai Greci. Anno 547. Artavade capitano greco, ricupera la Sicilia, soccorre Crotone, ed indi riceve la dedizione di Taranto e di Acerenza, i presidii goti delle quali coi loro capitani passano allo stipendio dei Greci. Narsete eunuco etc…”. Sull’episodio della guerra gotica ha scritto anche Ernesto Pontieri (…..), nel suo “Il Dominio barbarico in Italia” pubblicato nel 1943 e, dove a p……, in proposito scriveva che: “Anche Roma era stata da Totila assediata e conquistata (546), nonostante gli aiuti inviati da Belisario che invase l’Italia meridionale, a difendere la quale accorse Totila, offrendo così l’occasione alle truppe di Belisario di occupare Roma (547). Fu una guerra senza risultati definitivi: il massimo sforzo di Belisario si concentrò su Rossano, in Calabria, che, assediata dai Goti, cadde per fame (548). Belisario veniva richiamato; …….Ben presto, allestita una flotta, Totila conquistò anche la Sicilia, dopo aver visto ancora una volta respinte le sue proposte di pace da parte di Costantinopoli.”. Il Pontieri nelle sue note, a p. 147, postillava che sul governo bizantino in Italia: Ch. Diehl, Etudes sur l’administration byzantine dans l’exarchat de Ravenne 558-751), Paris, 1888; L. M. Hartmann, etc…”.
Alfredo Gradilone (…..), nel suo “Storia di Rossano”, nel cap. II: “Rossano Bizantina”, a p. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “…….
Nel 550 d. C. (VI sec. d.C.), Narsete, generale bizantino dell’Imperatore Giustiniano
Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a p. 50, in proposito scriveva che: “Totila, l’eroe dei Goti riuscì a conquistare anche Roma, alla quale risparmiò, per intervento del vicario del Papa, Pelagio, il saccheggio. Bisanzio, allora, mandò in Italia Narsete. Una battaglia ebbe luogo a Tagina (Gualdo Tadino) nel luglio 552. Totila si battè con valore, ma fu sconfitto e morì nella fuga. A Totila successe Teia, che cercò di riprendere la lotta, ma nella battaglia del Vesuvio, combattuta accanitamente, fu sconfitto e ucciso. Con lui finiva del tutto la dominazione gotica in Italia. Tutta l’Italia ritorna sotto l’autorità di Bisanzio e del suo generale Narsete, ma per pochi anni, fino al 568, quando scenderanno nuovi più crudeli e bellicosi barbari, i longobardi.”. Il 30 giugno o il 1º luglio del 552 l’esercito gotico venne intercettato nei pressi del villaggio di Tagina (la moderna Gualdo Tadino) da Narsete. Dopo che Totila si accorse di avere un’armata molto meno numerosa del nemico, comunicò di voler arrendersi, ma invece attaccò di sorpresa i Bizantini e conquistò una piccola collina. L’armata di Narsete si dispose ad “arco”, con la fanteria formata dai Longobardi e dagli Eruli nel centro e ai lati gli arcieri con alle spalle la cavalleria. Totila dispose i suoi arcieri di fronte con la cavalleria alle spalle. Inizialmente, un gruppo di disertori bizantini si unì agli Ostrogoti e iniziarono un combattimento corpo a corpo, ma furono sconfitti; a questo punto comparve Totila, che eseguì una danza di guerra o un esercizio equestre (le testimonianze sono vaghe su questo punto). Dopo che furono arrivati in rinforzo a Totila 2000 cavalieri, tutta l’armata ostrogota pranzò; infatti il re voleva provocare un crollo di morale nell’esercito bizantino. Ovviamente Narsete era pronto a questo e mosse i suoi arcieri e fece attaccare la cavalleria sui lati dello schieramento avversario, provocando enormi perdite. Nel primo pomeriggio gli Ostrogoti erano completamente disorganizzati e, quando Narsete ordinò un’avanzata generale, scapparono e si dispersero. Gli Ostrogoti subirono un totale di 6000 vittime. Lo stesso Totila, con pochi fedeli seguaci, fuggì verso Caprae (Caprara di Gualdo Tadino), ma fu ferito dalle frecce dei tiratori dell’esercito bizantino o, secondo altre fonti, fu colpito alla spalla da una lancia e morì. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “In quello stesso anno il nuovo comandante delle forze bizantine, Narsete intensificò le operazioni militari e l’anno successivo inflisse il corpo mortale ai Goti nella battaglia del Monte Lattaro.”. Nel 551 Giustiniano I affidò il comando dell’esercito a un anziano eunuco di corte, Narsete, e lo mandò a occupare l’Italia; le sue truppe entrarono in Italia da nord attraverso i Balcani, evitando le linee difensive gotiche. Totila allora abbandonò Roma, portando con sé 300 giovani ostaggi scelti tra le famiglie più importanti della città. Orazio Campagna scriveva che: “La scomparsa di Vitige, la parentesi di Belisario in Oriente, l’inizio dell’abile politica sociale di Totila, il ritiro definitivo del generale bizantino dall’Italia, sostituito da Narsete, che riuscì vittorioso su Totila e Tagina, e, l’anno dopo, su Teia nei pressi del Vesuvio, furono le vicende più note delle infauste guerre Gotiche, terminate nel 553, dopo che ebbero trasformato, in meno di un ventennio, l’Italia in un vasto cimitero. Le nostre città non scomparvero del tutto, ma condussero vita asfittica, in continua lotta per la sopravvivenza contro gli uomini e l’acquitrino, che lentamente andava annullando conquiste umane di millenni. L’italia fu considerata una prefettura dell’Impero d’Oriente e riorganizzata secondo i canoni della Pragmatica Sanctio del 14 agosto 554. Ravenna ne fu la capitale. Dissacrata Roma ed avvilite le città, sorsero sparuti castra e nei pressi s’infittirono le organizzazioni monastiche basiliane con “celle”, “laure”, “asceteri” (59).”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Seguì la vittoria di Avari e Persiani del 572, che pare, abbia spinto Giustino II alla follia. Ch. Diehl, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957; ecc…”. Il Campagna citava anche il testo di Giovanni Minasi, Le chiese della Calabria dal quinto al duodecimo secolo, Napoli, 1893. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 454 ecc..parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “E cioè se dopo il primo (a. 535) o il secondo (a. 548) arrivo di Belisario in Italia, nel corso del riordinamento amministrativo di Narsete (14), in seguito alla distruzione dell’esercito di alemanni e alla fine della dominazione gotica, o ancora più tardi, nel 578 come vuole il Mandelli. Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 454 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. la leggenda sulla chiamata dei longobardi da parte di Narsete (+ Roma a. 568), destituito dal nuovo imperatore Giustino”. Dunque, il passaggio è interessante perchè l’Ebner ci informa che sul passaggio del generale Narsete, che il monaco agostiniano Luca Mandelli nel suo chronicon voleva passasse per il porto di Agropoli, l’Ebner dice che la notizia che Narsete avesse chiamato in aiuto i Longobardi di Alboino e perciò destituito dall’Imperatore Giustino è una leggenda. Narsete, eunuco di origine armena, è meglio noto per aver portato a termine la conquista dell’Italia avviata da Belisario sotto Giustiniano, sconfiggendo gli ultimi re goti Totila e Teia e i Franchi. Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. Ecc…”. Dunque, il Di Luccia (….) scriveva che: “…, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti ecc…”. Dunque, il Di Luccia scriveva che nell’anno 568, l’Imperatore d’Oriente Giustiniano succede allo zio a Narsete suo Capitano, il quale aveva sconfitto gli ultimi Ostrogoti di Teia. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 18 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che la sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e di Narsete.”. Dunque, secondo l’Ebner a Velia vennero a fargli visita molti monaci che vennero in Italia al seguito dei genarali Belisario e Narsete. Ebner però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia. Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che “nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Orazio Campagna (….) scriveva che: “La scomparsa di Vitige, la parentesi di Belisario in Oriente, l’inizio dell’abile politica sociale di Totila, il ritiro definitivo del generale bizantino dall’Italia, sostituito da Narsete, che riuscì vittorioso su Totila e Tagina, e, l’anno dopo, su Teia nei pressi del Vesuvio, furono le vicende più note delle infauste guerre Gotiche, terminate nel 553, dopo che ebbero trasformato, in meno di un ventennio, l’Italia in un vasto cimitero. Le nostre città non scomparvero del tutto, ma condussero vita asfittica, in continua lotta per la sopravvivenza contro gli uomini e l’acquitrino, che lentamente andava annullando conquiste umane di millenni. L’italia fu considerata una prefettura dell’Impero d’Oriente e riorganizzata secondo i canoni della Pragmatica Sanctio del 14 agosto 554. Ravenna ne fu la capitale. Dissacrata Roma ed avvilite le città, sorsero sparuti castra e nei pressi s’infittirono le organizzazioni monastiche basiliane con “celle”, “laure”, “asceteri” (59).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Procopio, III, 9, in J. Haury, Procopii C. opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Nel corso del 500 ebbe inizio l’allontanamento dei monaci orientali dalle sedi di origine. L’avanzata persiana di Cosroe (la campagna fu condotta da Belisario dal 529 al 532); le conquiste delle coste dell’Africa Settentrionale da parte dei Vandali con inaudite stragi (furono liberate dallo stesso Belisario nel 533) e le insofferenze dei Mauri verso i Latini costituirono avvenimenti negativi per le associazioni monastiche locali. Seguì la vittoria di Avari e Persiani del 572, che pare, abbia spinto Giustino II alla follia. Ch. Diehl, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957; ecc…”. Il Campagna citava anche il testo di Giovanni Minasi, Le chiese della Calabria dal quinto al duodecimo secolo, Napoli, 1893.
Nel 552-553 d.C. (VI sec. d.C.), Narsete e la riconquista del Cilento
Dopo la morte di Totila, gli Ostrogoti si riunirono sotto l’ultimo re Teia. Tuttavia, a causa della perdita della maggior parte della cavalleria che non poté più offrire una resistenza adeguata, il sogno degli Ostrogoti di un’affermazione in Italia ebbe fine, mentre il ricordo di Totila continuò a vivere come una figura eroica. Tuttavia, a causa della perdita della maggior parte della cavalleria che non poté più offrire una resistenza adeguata, il sogno degli Ostrogoti di un’affermazione in Italia ebbe fine, mentre il ricordo di Totila continuò a vivere come una figura eroica. Come ho già scritto il generale Narsete sbarcò nel Golfo di Policastro per combattere l’ultimo re degli Ostrogoti d’Italia, Teia. Teia (Teja, Theia, Thila, Thela o Teias; … – presso Nuceria Alfaterna, 553) fu l’ultimo re degli Ostrogoti in Italia dal 552 al 553. Sembra che fosse un ufficiale che servì sotto Totila e che venisse poi scelto come suo successore dopo che Totila era stato ucciso nella battaglia di Tagina (conosciuta anche come battaglia di Busta Gallorum). Venne eletto a Pavia. Si recò in Italia meridionale, dove ottenne il supporto di importanti personaggi quali Scipuar, Gundulf (Indulf), Gibal e Ragnaris con l’intento di chiudere la partita con i bizantini del generale Narsete. Si accampò sulle rive del Sarno. I due eserciti si scontrarono ai Monti Lattari, a sud di Napoli, presso Angri o Sant’Antonio Abate, nell’ottobre del 552 o agli inizi del 553. Lo scontro definitivo avvenne nella valle del Sarno, a qualche chilometro da Pompei. L’armata ostrogota fu sconfitta di nuovo e Teia fu ucciso nelle prime fasi della battaglia, colpito da un giavellotto ben mirato, mentre il fratello Aligerno si arrese al nemico. Anche Scipuar e Gibal furono probabilmente uccisi. Gundulf e Ragnaris, invece, riuscirono a scappare, ma il secondo dei due fu ferito a morte da un sicario di Narsete. Procopio narra che quando il cadavere di Teia venne riconosciuto fu decapitato e la sua testa innalzata su un’asta affinché i due eserciti la vedessero. In questo modo i Bizantini sarebbero stati incitati a combattere, mentre gli Ostrogoti, alla vista del proprio sovrano morto, si sarebbero convinti ad arrendersi. Tuttavia ciò non accadde e la battaglia continuò a protrarsi fino al tramonto del giorno dopo quando i pochi superstiti decisero di negoziare. Firmarono un trattato di pace con il quale accettavano di abbandonare l’Italia e si impegnavano a non fare mai più guerra all’Impero. La disperata battaglia sotto il Vesuvio segnò la loro sconfitta definitiva. L’ambizione di Giustiniano di riappropriarsi dell’Italia si era realizzata. Con la sconfitta di Nocera ebbe fine la resistenza organica ostrogota, sebbene l’ultimo nobile ostrogoto attestato sia Widin, che guidò una ribellione nell’Italia settentrionale nel corso degli anni cinquanta del VI secolo e fu catturato nel 561 o 562. Da questo momento non vi sono più riferimenti scritti riguardanti gli ostrogoti.
Nel 552, Buxentum viene conquistata dai Bizantini e diventa la bizantina Policastro
Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Il termine, a volte toponimo ‘kastrum’, in greco bizantino vuol significare ‘Fortezza’. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), parlando di Policastro, a p. 187, scriveva in proposito che: “Alcuni vogliono derivare il nome della città medievale, Policastro, da Castore e Polluce; altri dalla catena dei castelli che cingevano la città; altri invece, forse più semplicisticamente, da una etimologia che pensiamo non possa essere accolta ‘Polis’, (città) e ‘castrum’ (fortezza) = città-fortezza) per il fatto che il termine ‘Polis’ si trova sempre posposto al primo nome. Nè si può ricorrere all’ipotesi di molte fortezze, perchè è stato archeologicamente accertato che i castelli di epoca greca, romana e medievale sono sorti sempre sulla base della vecchia fortificazione risalente ad epoca Italica. Perciò noi, seguendo una ipotesi più probabile, perchè basata su elementi archeologici e sull’aleternanza vocalica, riteniamo che Policastro debba derivarsi da ‘palaion’ = antico, e ‘castron’ = castello. Quindi, ‘Policastro’ = antica fortezza.“. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4)…..L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”.
Agazia Scolastica
Da Wikipedia leggiamo che Agazia Scolastico (in greco bizantino: Ἀγαθίας Σχολαστικός, in latino: Agathias Scholasticus; Myrina, 536 circa – Costantinopoli, 582 circa) è stato un poeta e uno storico bizantino, fonte principale per parte del regno di Giustiniano I (527-565). Dell’attività come scholasticus é testimonianza da note a margine della Periegesi di Pausania. Infine, é pervenuta Sul regno di Giustiniano (Περί της Ιουστινιανού βασιλείας), un’opera storica in 5 libri che continua la storia di Procopio di Cesarea, di cui imita lo stile e che costituisce la principale fonte per il periodo 552-558. Gli argomenti centrali dell’opera sono le guerre combattute dall’esercito bizantino, agli ordini di Narsete, contro Goti, Vandali, Franchi e Sasanidi. Parlando di Agropoli, di Magliano, della Molpa e di Roccagloriosa, il barone Giuseppe Antonini (…) postillava anche di Agazia (…). Il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 121 postillava che: “(I)……Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“.
Nel 553-554, Bultino, “Butilino” ed il saccheggio della Molpa
Da Wikipedia leggiamo che Butilino o Buccellino (Βουτιλῖνος/Βουσελίνος/Butilinus/Buccellenus) (… – VI secolo) diresse, insieme al fratello Leutari, l’incursione franco-alemanna, che interessò l’Italia negli anni 553-554. Fratello di Leutari, egli e suo fratello vennero appoggiati ufficiosamente dal re franco Teodebaldo (figlio e successore di Teodeberto) nella loro invasione dell’Italia al momento della fine della guerra gotico-bizantina. Nel 553 degli inviati goti giunsero alla corte di re Teodebaldo, chiedendo aiuto contro i Bizantini comandati dal generalissimo Narsete che avevano ucciso in battaglia gli ultimi re goti Totila e Teia e sembravano ormai aver vinto la guerra; pur senza l’appoggio esplicito di Teodebaldo, Butilino e Leutari decisero di aiutare i Goti contro i Bizantini mettendo in campo un esercito di 75.000 uomini (secondo almeno Agazia, ma la cifra è stata messa in dubbio) tra Franchi e Alemanni per invadere l’Italia e conquistarla. Attraversato il fiume Po nell’estate 553, i Franchi occuparono Parma e sconfissero un esercito bizantino condotto dall’erulo Fulcari. Nel corso del 554 l’esercito di Butilino e Leutari avanzò verso l’Italia meridionale, devastando la zona; giunti nel Sannio, l’esercito si divise in due: uno comandato da Butilino, l’altro da Leutari. L’esercito di Butilino invase e devastò il Sannio, la Campania e il Bruzio, giungendo fino a Messina. A questo punto era estate, e Leutari propose al fratello di ritornare con l’intero bottino in patria, ma Butilino rifiutò, essendo determinato a sconfiggere Narsete, e sottomettere l’Italia intera governandola come re dei Goti. Ritornò quindi in Campania, dove si accampò a Capua in attesa di uno scontro decisivo con Narsete che avrebbe decretato il vincitore finale della guerra. Lo scontro avvenne nei pressi del Volturno e vide la vittoria totale di Narsete, facilitata da un’epidemia di dissenteria che aveva colpito i Franchi, e l’uccisione di Butilino. Il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 121 postillava che: “(I)……Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini citava la fonte storica del cronicon di Agazia (….), quando ci parla dei Goti, di Magliano e della Molpa. Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie ecc..“. Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’Istoria di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. In ogni caso la notizia data dall’Antonini è anche quella secondo cui la fortezza della Molpa era “Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Ecc…“. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati “. Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’“Istoria” di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Infatti, è da Agazia che abbiamo queste notizie. L’Antonini ci parla della Molpa e del periodo dell’occupazione dei Goti quando riferendosi alla cronaca del monaco di S. Mercurio a p. 372, in proposito scriveva che: “La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”. L’Antonini, a p. 372 citando la cronaca del Monaco di S. Mercurio ne riporta il brano che dice: “….Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese.”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: “Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini, a p. 372, nella nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati“. L’Antonini, però scriveva che nel chronicon di S. Mercurio, il monaco non lo chiamava “Bultino” ma lo chiamava “Badiula”. L’Antonini scriveva pure che questo capitano Ostrogoto veniva chiamato da Agazia (…), “Bultinus”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 347, in proposito scriveva pure: “Anno 553. Leutari e Butilino, Alamanni chiamati in soccorso dai goti prima della morte di Teia, scendono in Italia con un esercito di 75 mila combattenti tra Alamanni e Franchi, depredando quanto incontravano per via. Giunti al Sannio dividono l’armata: Butilino a dritta si avvia desolando e distruggendo Campania, Lucania e Bruzi fino allo stretto; Leutari etc…; Butilino carico di prede e prigioni, incontrato Narsete coll’esercito presso Capua, rimane in battaglia vinto e ucciso con grandissima strage dei suoi (Agatias Hist I, II).”. Angelo Gentile, nel suo “Morigerati”, a pp. 35-36, in proposito così scriveva: “Successivamente, passarono i Franchi e gli Alemanni di Buccellino (554) che però dovettero sbrigarsi ad attraversare la zona perchè non trovarono di che cibarsi! (4).”. Il Gentile, a p. 47, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Carucci C., La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, pag. 117.“. Si tratta del testo di Carlo Carucci che a p. 117, in proposito scriveva che: “Altri gravi danni apportarono alle terre salernitane le lotte che si svolsero intorno al Vesuvio tra’ Greci e i Goti, specialmente quando sulle rive del Sarno, per ben due mesi campeggiarono Narsete e Teia, prima della celebre battaglia combattuta ai piedi del monte Lattaro, che segnò la fine della dominazione ostrogota”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino che, teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa.
L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ecc..”. Dunque, Gerard Rohlfs (….) scriveva che: “Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Ecc..”. Dunque, secondo il Rohlfs, il Cilento, insieme alla Lucania ed alla Calabria saranno annessi all’Impero Bizantino di Giustiniano nell’anno 552 e rimase dipendente dall’Impero d’Oriente fino al VII secolo quando i suoi territori ricadranno nel Principato Longobardo di Salerno. Rohlfs aggiunge pure che: “In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Ecc..”. Il ducato di Calabria (bizantino), sorge dunque nel VI secolo aggregando la regione del ‘Brutium‘, cioè l’odierna area cosentina, con le terre ancora possedute nel Salento (la Calabria dei Romani) i cui confini settentrionali sono costituiti dal cosiddetto “Limitone de’ greci”, una sorta di muraglia difensiva costruita a salvaguardia del territorio dalla minaccia dei longobardi e ancora esistente in diversi tratti. Il nome Calabria (che in origine designava la penisola salentina) cominciava così a essere utilizzato per designare il Bruzio, mentre il Salento prendeva il nome di Terra d’Otranto, progressivamente conquistato dai Longobardi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro Bussentino che all’epoca era la vecchia Buxentum scriveva che: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, ecc…“. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (….).
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Ecc…”.
Nel 1923, Carlo Caucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ‘Monte Carace’ da ……..- corvo, monte del corvo, ‘Poderia’ da χαδηρησ – ai piedi del monte; ‘Futani’ da φυτανω – pianto; ‘Cammarota’ da χαμαρωτοσ camere fatte a volta, come magazzini; ‘pollica’ da πδλισ …….., molte case; ‘Policastro’ da πολισ-χαστρον, città fortificata (come città di Castello)(2). Hanno anche origine bizantina ‘Sicilì da σναη- fico e υλη-selva, selva di fichi; ‘Ascea’ da α-θχαιδ, non sinistro, e quindi, favorevole all’approdo; ecc…Nè bisogna dimenticare il Serapotamo, da ποταμοσ- fiume, affluente del Mingardo e la fiumara del Lambro, presso Palinuro, da λαμπροσ (acqua chiara).”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”. Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Infatti, Giacomo Racioppi, nel suo vol. I, a pp. 523-524, parlando di Buxentum-Pisciotta, in proposito scriveva che: “ma non sarebbe (città Enotria), se non si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiagge. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto: e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diede origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘pixoctum’, che è il paese odierno di Pisciotta. Ecc…”. Il Racioppi, a p. 524, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Corcia, Op. cit., III, 64.”. Dunque, il Carucci confutava il toponimo bizantino proposto dal Racioppi. Tuttavia l’argomento è approfondito avanti quando parlo del Kastrum bizantino di Policastro. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”.
Nel ‘550-553 d.C. (VI sec. d.C.), i Bulgari, al tempo della venuta di Narsete si fermarono definitivamente golfo di Policastro
Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (…) e credo, dell’Antonini parlando di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio, dopo aver detto della sua fondazione ad opera del conte Normanno Leone accenna pure ai Bulgari e scriveva che: ”…poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di greci e di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (…), affermava che “in seguito a varie vicende”, un esercito di Greci e di Bulgari erano venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale bizantino Narsete che fu mandato in Italia in aiuto del generale bizantino Belisario nella guerra Gota. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65)…..Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, pag. 151 parlando dei toponimi della Provincia di Salerno, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria poi ricorda i Bulgari trasportativi dai Bizantini verso la fine del VI secolo (1).”. Il Carucci, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) PAUL. DIAC., V, 29 Tribù slave abitavano pure sul golfo di Policastro, che poi furono assoldate da Roberto il Guiscardo. V. Goffredo Malaterra, I, 16.”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25, sulla scorta del Laudisio (….), in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; V anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Sulla scorta del Laudisio (….), Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Verso il 550 d.C., proveniente da Bisanzio, sbarcava nel Golfo di Policastro Narsete, generale dell’Imperatore Giustiniano, venuto in Italia, insieme con Belisario, per combattere i Goti di Teia. Dopo la sconfitta dei Barbari presso Nocera, nell’anno 553, i numerosi soldati bulgari che avevano seguito Narsete nell’impresa, attratti dalla bellezza dei luoghi, decisero di non far più ritorno nelle loro terre d’origine e si fermarono lungo le rigogliose valli del Bussento e del Mingardo, stabilendosi alle falde del ciclopico monte che da loro prese il nome di “Bulgheria”. Il gruppo più numeroso andò a stabilirsi sulla cima di un monte roccioso non distante da Patrizia, che offriva maggiori garanzie di sicurezza per la difesa contro eventuali attacchi nemici. Qui i Bulgari costituirono solide dimore che poi circonderanno di mura, un massiccio castello e, poichè convertiti al cristianesimo, anche una piccola chiesa dedicata alla Vergine Gloriosa. Di qui il nome di “Rocca Gloriosa” dato alla città (6) “. Il Guzzo nella sua nota (6) postillava che: “(6) L. A. Muratori: Annali d’Italia – Napoli – 1758 – vol. 5 – anno 546.”. Dunque, l’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito. L’Agatangelo a p. 26, nella nota (32) postillava anche dei nuovi villaggi che dopo l’anno 554, dopo la venuta di Narsete e Belisario si andarono formando alle falde del Monte Bulgheria: Acquavena, Celle di Bulgheria, Rocchetta. L’Agatangelo parlando di Stilicone citava Antonio Ludovico Muratori (…) ed i suoi ‘Annali’, vol. IV, anno 296 ed invece è l’anno 396, ma Muratori non dice nulla di Stilicone nel golfo di Policastro. Il Muratori (…) scriveva solo che Stilicone, dopo aver sconfitto i Goti di Alarico in Grecia, dovette ritornarsene in Italia. Mentre il Muratori scrive queste notizie a p. 546. Muratori scrive solo che Stilicone firmò un patto con Alarico in Grecia e se ne ritornò in Italia. Il Guzzo, sulla scorta del Laudisio affermava non solo che nell’anno 550 il generale dell’Imperatore Costantino, Narsete sbarcò nel golfo di Policastro con la sua potente armata proveniente da Bisanzio, che era venuto in Italia insieme al generale Belisario.
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: “Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”.
Nel 553, dopo la vittoria di Belisario a Nocera sui Goti di Teia, i Bulgari fondarono il nuovo “castrum” di “Arce Gloriosa” (Rocca Gloriosa)
Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono etc…”. Dunque, il primo a parlarne fu l’Antonini che scriveva dei Bulgari che si fermarono alle falde del Monte Bulgheria e costruirono dei castelli, uno dei quali è quello di Roccagloriosa, paese che secondo l’Antonini prese il nome proprio dalla rupe occupata dai Bulgari. Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (….) scrivendo di Roccagloriosa in proposito scriveva che: ”A Rocca Gloriosa……poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (11), affermava che un esercito di Bulgari, venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale Bizantino Narsete in aiuto di Belisario, nella guerra Gota “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”, e che nell’anno 550, entrarono nel castello di “Arce Gloriosa” (Roccagloriosa). Quindi, secondo il Laudisio (….), a Roccagloriosa, vi era un castello che nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (…). L’Antonini (….), riguardo il paese di Roccagloriosa, scriveva in proposito: “Fu paese cosiddetto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono il castello.”. Nel 590 fu conquistata dai Longobardi, che ingrandirono il castello. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fù Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppò “Celle”, attualmente “Celle di Bulgheria”. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo, ma il gruppo piu’ numeroso di questi venne a stabilirsi a Patrizia. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Dalla Relazione di De Micco (….), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Laudisio scriveva che i Bulgari, venuti in queste terre al seguito dell’“eunuco” Narsete, “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”. Il Laudisio affermava pure che questi Greci e Bulgari “rimasti nelle vicinanze di un castello” : “Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Dunque, il Laudisio riteneva che questi Greci e Bulgari, nell’anno ‘550, “non sentendosi sufficientemente sicuri” entrarono nel castello “il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio”, essi “lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Dunque, il Laudisio (….), sosteneva che i Greci ed i Bulgari, che in precedenza erano venuti al seguito del generale Narsete, si fermarono nel castello “ben munito” di (di Roccagloriosa) e diedero così il nome a Roccagloriosa chiamandola “Arce Gloriosa”, ovvero “Rocca Gloriosa”. In sostanza in questo passo il Laudisio voleva anche dire che, questo castello ben munito, posto su di una rocca “Arce” a Roccagloriosa, nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (…). Il Laudisio però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia intorno alla venuta dei Bulgari nel nostro territorio. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (….). Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fu’ Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppo’ “Celle”, attualmente Celle di Bulgheria. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Il Guzzo afferma pure che, il generale Narsete, nell’impresa contro i Goti di Teia si fece accompagnare anche da popolazioni di Bulgari. Dalla Relazione di De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ”In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”. Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti ecc…”. Dunque, il Di Luccia scriveva che nell’anno 568, l’Imperatore d’Oriente Giustiniano succede allo zio a Narsete suo Capitano, il quale aveva cacciato i Goti.
Nel 554, Narsete Prefetto d’Italia dell’Imperatore Giustiniano
Da Wikipedia leggiamo che Giustiniano affidò a Narsete il compito di far ritornare l’Italia una terra prospera, come pure assicurare l’aderenza alle dottrine religiose sostenute dall’Imperatore. La Prammatica Sanzione del 554 fu diretta a lui e al prefetto del pretorio d’Italia, come anche a Narsete fu indirizzata una legge riguardante i debitori in Italia e in Sicilia. Nel frattempo il generalissimo rimase coinvolto anche nelle questioni religiose riguardanti la questione dei Tre Capitoli: secondo il Liber Pontificalis, quando il clero romano si appellò all’Imperatore implorandolo di permettere a Papa Vigilio di tornare a Roma insieme agli altri clericali rimasti prigionieri a Costantinopoli, il generalissimo perorò la loro causa. Solo dopo aver ottenuto la condanna dei Tre Capitoli, Giustiniano permise a Vigilio di tornare in Italia ma il pontefice si spense in circostanze sospette a Siracusa il 7 giugno 555 durante il viaggio di ritorno. Narsete scortò a Roma Pelagio, consacrato Papa il 16 aprile 556 succedendo a Vigilio, proteggendolo dall’ostilità della popolazione che lo accusava di aver causato la morte del suo predecessore e assistendo di persona alla sua elezione, in occasione della quale il nuovo pontefice respinse le accuse dichiarandosi innocente. A Narsete Papa Pelagio indirizzò due epistole, in una delle quali (Epistola 60, marzo/aprile 559) invitò il generalissimo a prendere drastici provvedimenti contro i vescovi scismatici della Liguria e della Venezia e Istria, che si rifiutavano di riconoscere la condanna dei Tre Capitoli imposta da Giustiniano. Entro il 559 aveva ricevuto il titolo di patrizio, la più alta carica nobiliare nell’Impero bizantino; un’epigrafe datata 565, che lo loda per aver restaurato il Ponte Salario gravemente danneggiato da Totila, attesta che fu anche console onorario. In qualità di generalissimo d’Italia, Narsete cercò nei primi anni di governo della penisola (553-562) di pacificare l’Italia settentrionale, ancora in parte occupata da Goti e Franchi. Nel 556 iniziarono le operazioni di riconquista di questi territori ancora al di fuori del controllo imperiale e già nel 559 Milano e gran parte delle Venezie erano in mano bizantina. Intorno al 561 Narsete, di fronte al rifiuto del comandante dell’esercito franco nel Nord Italia, Amingo, di concedere agli Imperiali il permesso di varcare il fiume Adige, marciò contro i Franchi, che nel frattempo si erano alleati con un generale ribelle goto di nome Widin (forse comandante del presidio di Verona); Narsete sconfisse entrambi in battaglia, determinando l’espulsione dei Franchi dall’Italia e, più o meno contemporaneamente (561-562), la resa delle ultime sacche di resistenza gote, cioè Verona e Brescia, le cui chiavi vennero inviate a Costantinopoli. Sotto la sua guida furono costituiti quattro ducati a difesa delle Alpi, presso le Alpi Cozie e Graie, presso i laghi Maggiore e di Como, presso Trento e Cividale del Friuli. Narsete avviò inoltre la ricostruzione di un’Italia in forte crisi dopo un conflitto così lungo e devastante, ricostruendo, in tutto o in parte, numerose città distrutte dai Goti (tra cui Milano) ed edificando numerose chiese, e fonti propagandistiche parlano di un’Italia riportata all’antica felicità sotto il governo di Narsete. Secondo la storiografia moderna tali fonti sono però esageratamente ottimistiche, essendo i danni provocati dalla guerra troppo gravi per essere riparati in poco tempo: anni di guerra continua avevano devastato le campagne italiane a tal punto che, come ammise amaramente in un’epistola Papa Pelagio, «nessuno è in grado di recuperarle», mentre i saccheggi, le carestie, i continui assedi avevano provocato un grave crollo demografico; non va dimenticato che il senato romano entrò in una crisi irreversibile e si dissolse agli inizi del VII secolo. Tale situazione aprì la strada all’invasione longobarda della penisola. Dopo la conquista dell’Italia (553), Narsete la governò per conto dell’Imperatore, ma le proteste dei Romani persuasero l’Augusto Giustino II, successore di Giustiniano, a rimuoverlo dal governo dell’Italia, sostituendolo con Longino. La notizia, fornitaci dalle fonti primarie, secondo cui Narsete avrebbe per ripicca invitato i Longobardi in Italia è considerata dalla storiografia moderna inattendibile. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 125, in proposito scriveva che: “La successiva invasione degli Alemanni nel 553 e la peste del 566/67 e del 569/70, con carestie, alluvioni e terremoti, praticamente distrussero l’Italia, tanto che, quando Giustiniano all’indomani della vittoria sui Goti vi estese le nuove disposizioni legislative, essa altro non era che un cumulo di macerie.”.
Nel 16 aprile 556, Papa Pelagio I
Pelagio I, nato Pelagio Vicariani (Roma, … – 4 marzo 561), è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Pelagio morì il 4 marzo 561, dopo quattro anni, dieci mesi e diciotto giorni di pontificato. Fu sepolto nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Il suo epitaffio lo celebra come rector apostolicae fidei, che in un secolo terribile si è preso cura della Chiesa, si è adoperato per rendere chiare le decisioni dei Padri, ha risolto molte povertà sociali. Di papa Pelagio I e del suo tempo ha scritto Ferdinand Gregorovius (…). La Prammatica Sanzione (Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii) da poco promulgata da Giustiniano, conferiva al papa quelle funzioni civili di amministratore delle finanze e della giustizia anche laica che, in mancanza di un potere centrale visibile, gli consentirono di limitare le sofferenze della popolazione.
Nel 555-560 e 578-590 d.C. (VI sec. d.C.), Vescovi e vescovadi in Lucania all’epoca di papa Pelagio I
Notizie di Vescovi e di Vescovadi nella nostra regione si iniziano ad avere anche nel periodo che riguarda il papato di Pelagio I. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Ecc…“. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Le fonti (cronache e documenti), quelle poche che esistono, sono prevalentemente di provenienza ecclesiastica. Malgrado ciò, nulla o quasi nulla si conosce sulle abitudini, sulla pratica morale e sulle pratiche devozionali delle popolazioni locali nei primi secoli. Poco si sa dei vescovi, di cui ci è pervenuto solo qualche nome. Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (490-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc..”. Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Dunque, Pietro Ebner ci parla di Latino di Teodora, consacrato Vescovo da papa Pelagio I (555-560). L’Ebner a p. 21, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Florentius invece di ‘Florentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia, 1722, c. 156) ‘Florentius adfiut Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polistin. pro Paestanen”. Credo che qui l’Ebner si riferisca a Paul Fredolin Kehr (….) ed al suo ‘Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935. Sempre l’Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni, cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Riguardo i vescovi ai tempi di papa Pelagio I, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Sul Vescovo Agnello aveva scritto anche il Gaetani (….). Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: “Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 326, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213, 237, 248 e I, p. 499. Cfr. dello stesso ‘L’agiografia di S. Laverio del MCLXII, Roma, 1881, p. 36 e ssg.”. Infatti Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; Ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori: i Longobardi ed in proposito scriveva che: “Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna si riferiva all’opera di Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. Mons. Luis Duchesne (….), nel 1903 (Duchesne Luis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383: Duchesne Luis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi, I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383, parlando della Regione III, in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. Iprimi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Ecc…”. La citazione di Gianluigi Barni di “verso il 560 (J., 969, 1015, 1017)”, riguarda il testo di Jaffé-Loewenfeld (….), Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni (….) postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017. Mons. Duchesne scriveva che al tempo di Papa Pelagio I, intorno al 560, sulla costa Tirrenica, Paestum, Velia, Buxentum e Blanda, figurano nella corrispondenza di Papa Pelagio I, come unici Vescovadi esistenti sulla costa Tirrenica. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, parlando delle stragi dei primi Longobardi scriveva che: “Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Ecc…”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 75, scriveva che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che:“(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il Campagna postillava dell’opera di Francesco Russo (….). Si tratta del suo “Regesto Vaticano per la Calabria”, I, Roma, 1974.
Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro

(Fig….) Abside trilobata (trichora) della Cattedrale di Policastro Bussentino
A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”. In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense”, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p. 15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che: “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta. Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che: “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che: “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”.
Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: “La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro” pubblicato nel 1973, a p. 508, in proposito scrivevano che: “..della ‘trichora’. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastrica ( o Παλvιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico.”. Sempre i due autori, a p. 508, in proposito all’età moderna e, riferendosi all’anno 501, anno in cui è ricordato il vescovo Rustico, in proposito scrivevano che: “Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabbazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno di una documentazione storica di rilievo.”. I due autori, a p. 508, nella nota (59) postillavano che: “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che: “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous, con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: “nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.
Il Campanile del Duomo di Policastro è bizantino
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).“. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….).

(Fig….) Policastro – campanile della Cattedrale prima del restauro

(Fig…) Policastro Bussentino – Torre campanaria dopo il restauro
Il Castello di Policastro all’epoca bizantina
Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit., pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”.


(Fig…) Castello di Policastro – antico portale
Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a p. 131, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del 500, in seguito alla sconfitta gota, i Bizantini, occupata la romana Bussento e cambiatone il nome in Policastro, costruirono, oltre al castello, una piccola aula triabsidata chiamata “Trichora martirum” per la celebrazione de riti funerari. Tale edificio, la cui forma è perfettamente visibile sia dall’interno che dall’esterno dell’attuale presbiterio, può essere sen’altro considerato come iniziale costruzione della cattedrale, della cattedrale e ascriversi alla fine del VI secolo o all’inizio di quello successivo. La “Trichora” fu costruita sul luogo dell’antico foro romano e venne a chiudere il decumano maggiore, corrispondente pressappoco all’attuale via Vescovado.”.

(Fig…) Castello di Policastro- resti della Cappella comitale della chiesa del Castello
Nel 565 d.C. (VI sec. d.C.), Giustino II, Imperatore di Bisanzio e successore di Giustiniano I
Dalla Treccani leggiamo che Giustino II imperatore d’Oriente. – Nipote (m. 578) di Giustiniano, cui successe nel 565. Giustino II (520 – 5 ottobre 578) è stato un imperatore bizantino dal 565 al 578. Fu nipote e successore di Giustiniano I. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Il nuovo Imperatore Giustino II, invece di inviare rinforzi in Occidente per salvaguardare i territori riconquistati da Giustiniano, decise incautamente di violare la tregua con la Persia, ritenendo umiliante continuare a pagare il tributo ai Persiani che Giustiniano aveva accettato di versare per comprare la pace. La nuova guerra contro la Persia, iniziata nel 572 e terminata solo vent’anni dopo (591), portò inizialmente alla perdita di Dara e impegnò per parecchio tempo la maggior parte delle truppe dell’Impero d’Oriente, distogliendole dalla difesa dei Balcani e dei territori occidentali riconquistati da Giustiniano. Quando, dunque, intorno al 580, i Balcani furono invasi da Slavi e Avari, l’Impero non poté opporre forze sufficienti per respingerli, con il risultato che grosse porzioni dei Balcani furono occupate da Slavi (mentre gli Avari erano intenzionati a compiere incursioni non per stabilirsi entro i confini dell’Impero, ma per lo più a fini di saccheggio e per costringere l’Impero ad aumentare il tributo). Sull’imperatore Giustino e il generale Narsete ha scritto pure Pietro Ebner. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 454 ecc….parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “E cioè se dopo il primo (a. 535) o il secondo (a. 548) arrivo di Belisario in Italia, nel corso del riordinamento amministrativo di Narsete (14), in seguito alla distruzione dell’esercito di alemanni e alla fine della dominazione gotica, o ancora più tardi, nel 578 come vuole il Mandelli. Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 454 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. la leggenda sulla chiamata dei longobardi da parte di Narsete (+ Roma a. 568), destituito dal nuovo imperatore Giustino”. Dunque, il passaggio è interessante perchè l’Ebner ci informa che sul passaggio del generale Narsete, che il monaco agostiniano Luca Mandelli nel suo chronicon voleva passasse per il porto di Agropoli, l’Ebner dice che la notizia che Narsete avesse chiamato in aiuto i Longobardi di Alboino e perciò destituito dall’Imperatore Giustino è una leggenda.
Nel 568, l’imperatore d’Oriente, Giustino II destituì il generale Narsete
Dopo la conquista dell’Italia (553), Narsete la governò per conto dell’Imperatore, ma le proteste dei Romani persuasero l’Augusto Giustino II, successore di Giustiniano, a rimuoverlo dal governo dell’Italia, sostituendolo con Longino. La notizia, fornitaci dalle fonti primarie, secondo cui Narsete avrebbe per ripicca invitato i Longobardi in Italia è considerata dalla storiografia moderna inattendibile. La morte di Giustiniano nel 565 complicò l’ultimo decennio di Narsete come pure le sue relazioni con Giustino II che erano naturalmente meno strette. Nel 566 gli Eruli, stanziatisi in Italia settentrionale come truppe mercenarie (presumibilmente nella regione di Trento), si rivoltarono ed elessero re Sinduald; Narsete riuscì a sconfiggerli riportando l’ordine. Secondo la tradizione, tuttavia, il suo governo avrebbe causato le proteste dei Romani che, trovandolo oppressivo, si sarebbero rivolti a Giustino II sostenendo che rimpiangevano i tempi della dominazione gota e che se non avesse rimosso Narsete avrebbero consegnato Roma e l’Italia ai Barbari. Nel 568 Giustino destituì Narsete, forse per le già citate proteste dei Romani dovute all’oppressione fiscale, anche se potrebbero aver contribuito alla decisione intrighi di corte o la volontà di porre fine a un governo straordinario durato circa un quindicennio, non essendo più necessario con la fine dei combattimenti e la ricostruzione a buon punto. Narsete fu sostituito con Longino, che venne nominato prefetto del pretorio. Secondo molti storici medioevali, Narsete per vendetta avrebbe invitato i Longobardi a scendere in Italia, anche per le minacce dell’Imperatrice Sofia, che secondo Paolo Diacono aveva fatto sapere all’eunuco che quando sarebbe tornato a Costantinopoli l’avrebbe costretto a distribuire la lana alle ragazze del gineceo di Costantinopoli; secondo la tradizione Narsete avrebbe risposto che avrebbe tessuto per lei una tela inestricabile, riferendosi all’invito ai Longobardi, a cui avrebbe inviato dei frutti dall’Italia per invitarli a invadere la penisola. Oggi, però, questo racconto viene ritenuto inattendibile. Trasferitosi a Napoli, Narsete cedette alle pressioni di Papa Giovanni III facendo ritorno a Roma, dove, stando ad Agnello Ravennate, sarebbe morto all’età di novantacinque anni. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. La notizia di una donazione all’epoca Bizantina al Monastero potrebbe avere un fondamento. Fondata nel 529 da San Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre e di un tempio dedicato ad Apollo, situato a 516 metri sul livello del mare, ha subito nel corso della sua storia un’alterna vicenda di distruzioni, saccheggi, terremoti e successive ricostruzioni. Sulle sue origini ne ha parlato papa S. Gregorio Magno. Attorno al 580, durante l’invasione dei Longobardi, il monastero venne distrutto per la prima volta dai longobardi di Zotone e la comunità dei monaci, con le spoglie del santo fondatore, dovette riparare a Roma, trovando ospitalità presso il Palazzo del Laterano. Ricostruita intorno al 718 sotto l’impulso di Petronace di Montecassino. Ne ha parlato il monaco Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Dal Chronicon cassinese di Leone Marsicano sappiamo che l’abate Desiderio impiegò sforzi e capitali notevoli per la ricostruzione della chiesa abbaziale, compiuta nei soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando materiali lapidei provenienti da Roma e facendo venire da Costantinopoli anche mosaicisti e artefici vari. La maggior parte delle decorazioni – della chiesa e dei nuovi ambienti del monastero successivamente riedificati – erano costituite da pitture, in maggior parte perdute e delle quali conosciamo soltanto alcuni soggetti, come le Storie dell’Antico e Nuovo Testamento nell’atrio, di cui si conservano interamente i tituli scritti dall’arcivescovo di Salerno Alfano.
Nel ……., Policastro in epoca bizantina
Bussento o Policastro in epoca bizantina
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “La città poi riprese nuova vita in età bizantina, quando nel suo seno sicuro venivano convogliate, come un tempo, tutte le merci dell’interno, persino da Amantea (13), donde partivano anche per l’Oriente e i porti africani. Etc….”. L’Ebner a p. 331, nella sua nota (13) postillava che: “(13) P. Natella e P. Peduto, Pixous-Policastro, “Universo”, 3, 1973 (per altre notizie e per l’importante bibliografia), p. 483 sgg. Etc…”.
Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino
Fernando La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, ….ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “L’Antonini riporta anche una cronaca di Montecassino, nella quale si pone in Lucania la città di Vibone (Vibonam) (60). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (60) postillava: “(60) Chron. Casin. Epit., p. 353 Muratori.”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. La citazione del La Greca è tratta dall’Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a pp. 427-428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati; ma pure il P. Abbate Troilo nostro amico non piacendogli di esaminar queste ragioni, capricciosamente, fattosi seguace di Barrio, non vuol approvar nostra sentenza…….Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori, a p. 353 troviamo scritto che: “Per mantenere nello stesso stato l’amore di suo zio Giustino per P. Benedict, ma anche per ampliarlo, si è riversato in tutti i modi. Per Augusto, infatti, per l’amore che aveva per il Beato Padre, concesse allo stesso Padre, ea Cenobio da Casinense, di possedere in perpetuo, che abbiamo allegato sopra; ma in più diede 20.000 acri di terra in Africa vicino a Cartagine per la costruzione di un monastero: 30.000 acri di terra a Cesarea, in Mauritania, ……….tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Gramentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711. Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo.
L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……“giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni ed in proposito scriveva che: “Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc., op. cit., pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine “costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124)“. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che “I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’. Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) “Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che “Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpe (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”. Il Volpe (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 18 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che la sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e di Narsete.”. Dunque, secondo l’Ebner a Velia vennero a fargli visita molti monaci che vennero in Italia al seguito dei genarali Belisario e Narsete. Ebner però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia.
Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che “nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci greci a permettere la nascita di morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”.
I KASTRO BIZANTINI
Nel 568 (VI sec. d.C.), i ‘Kastron’ bizantini ai confini Calabro -Lucani
Il termine, a volte toponimo ‘kastrum’, in greco bizantino vuol significare ‘Fortezza’. Mario Vassalluzzo (…), parlando di Policastro, a p. 187, scriveva in proposito che: “Alcuni vogliono derivare il nome della città medievale, Policastro, da Castore e Polluce; altri dalla catena dei castelli che cingevano la città; altri invece, forse più semplicisticamente, da una etimologia che pensiamo non possa essere accolta ‘Polis’, (città) e ‘castrum’ (fortezza) = città-fortezza) per il fatto che il termine ‘Polis’ si trova sempre posposto al primo nome. Nè si può ricorrere all’ipotesi di molte fortezze, perchè è stato archeologicamente accertato che i castelli di epoca greca, romana e medievale sono sorti sempre sulla base della vecchia fortificazione risalente ad epoca Italica. Perciò noi, seguendo una ipotesi più probabile, perchè basata su elementi archeologici e sull’aleternanza vocalica, riteniamo che Policastro debba derivarsi da ‘palaion’ = antico, e ‘castron’ = castello. Quindi, ‘Policastro’ = antica fortezza.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4)…..L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 236, così scriveva che: “Se è vero che i “Kastra” avevano sostituito, soprattutto nelle istituzioni, le colonie, e che la lunga guerra gotica aveva reso la vita delle comunità asfittica, il totale sovvertimento si ebbe sulle coste con l’avvento dei Longobardi (162). Il “castello” divenne come una micro-città con ordinamenti e rapporti nuovi. Originariamente costruito su un colle, non tutti i castelli ressero alle fresche e virulente forze saracene che venivano dal mare, per cui di molti resta il solo toponimo di “Castiglione” ed un pugno di rovine. Le continue minacce saracene spinsero l’arimanno a costruire nuove fortezze su speroni rocciosi, inaccessibili, spesso preclusi alla vista dal mare. I rapporti della nuova signoria fondiaria o patrimoniale del castello con i coloni, e con la superiore Longobardia beneventana, dopo l’840 scissa nei principati di Benevento (163), di Salerno e nella contea di Capua, venivano regolati “Jure Langobardorum (163).”. Il Campagna (…), a p. 236, nella sua nota (162), postillava che: “(162) ………”. Il Campagna (…), a p. 236, nella sua nota (162), postillava che: “(163) Vigeva il diritto patrimoniale successorio, preferibilmente della primogenitura maschile. A differenza del feudaisesimo jure rancorum, non era richiesto il contratto vassallatico a un semplice giuramento.”. Il Campagna, a p. 237, continuava a scrivere sui catelli: “Dopo la riconquista greca, fine del IX secolo, la rivalutazione giuridico-amministativa del “Kastron” non annullò, sulle coste occidentali della Calabria Settentrionale, tutte le prerogative del castello: il signore continuò ad esercitare i poteri curtensi nei riguardi dei soli Longobardi (166), a godere del diritto successorio o di alienazione della proprietà fondiaria. Col ritorno dei Bizantini e il sopraggiungere dei Melchiti dalla Sicilia, si ebbe la rinascita dei monasteri basiliani, soprattutto nell’Eparchia mercuriana.”. Il Campagna, a p. 237, nella sua nota (166), postillava a riguardo che: “(166) N. Cilento, Italia Meridionale Longobarda, Napoli, 1966. Nella prima metà del XIV secolo, nel Prinicpato di Salerno vigeva il diritto romano e Longobardo”. Poi il Campagna, postillava anche del “Gay J., op. cit., e Hirsch, Il Ducato di Benevento, Roma, 1969.”. Castelli e fortificazioni, in epoca Longobarda, si consolidarono anche nell’immediato retroterra in alcuni centri come Rivello, Lagonegro e Lauria, nel Vallo di Diano a Teggiano. Sulla fascia costiera, troviamo i sistemi difensivi della Molpa, Policastro (‘Polis Castrum’ = Città fortificata), fino a spingersi verso i centri dell’attuale Basilicata con Castrocucco e poi Tortora e Scalea. Il Campagna, sulla scorta del Pochettino (…), nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Nel 1975, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel capitolo da lui dedicato alle “Fortificazioni e loro scopo”, sulla scorta di Nicola Cilento (…), credeva che le fortificazioni costruite sulle nostre terre, fossero il frutto della “minaccia dei barbareschi che aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di quei tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”.”. Pur concordando in parte a queste affermazioni, ritengo che nel basso Cilento, fortezze e castelli, non siano nati solo a causa della piaga dei saraceni, che pure vi è stata. Non è facile però, documentare e ricostruire la storia delle fortificazioni sorte sul territorio del baso Cilento in epoche anteriori a quella bizantino-Longobarda. Castelli, fortificazioni e rocche fortificate, sorsero ovunque sul nostro territorio ed ancora se ne vedono le vestigia: Cuccaro, Molpa, Camerota, San Severino di Centola, Roccagloriosa, Castel Ruggero, Policastro, il ‘Castellaro’ a Capitello, già all’epoca dell’invasione di Belisario, facevano parte di un organico, anche se per taluni aspetti, frammentario, sistema difensivo.
Il kastron bizantino di Molpa

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.).
Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi.
Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 90, parlando di “20 – Melphes fluvius” (fiume Melpi, fiume Lambro), in proposito scriveva che: “Nasce questo fiume da una montagna due miglia al di là da ‘Cuccaro’, detto ‘Lagorosso’, …., donde il fiume con altre termine fu detto ancora ‘Rubicante’. Quindi ingrossato da altre acque si scarica in un piccolo seno, che anche di Molpa ritiene il nome. Qui nè passati tempi sopra un’erta collina si alzò una città collo stesso nome, di cui restano molti avanzi. Varie notizie ne leggiamo negli autori, e nelle cronicche dè bassi tempi, e specialmente in Malaterra, e, nell’Anonimo Salernitano. L’Antonini ha preteso provare che qui nei prischi tempi fosse qui situato ‘Bussento’, cambiato poi in Molpa, o Melope, ma quanto sia errata questa opinione sarà nel seguente articolo discusso.”. Dunque per il Romanelli, si riferiva a questa città di Molpa, la città sorta sorta un’erta collina nel mezzo del seno del fiume Lambro, allora detto Melphes e poi Rubicante, quando cita due episodi raccontati dal cronista normanno Goffredo Malaterra e dal cronista detto Anonimo Salernitano. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421);…. Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”, di cui parleremo in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “donde dii esso sorge un’altra rupe, o sia eminenza, la quale da tre parti inaccessibile, solamente dalla banda di tramontana vi si può montare, e con difficoltà ancora, ed ha sulla cima un falso piano non molto ampio; sulla fine del quale trovasi una piccola sorgiva di acqua dolce, la quale se fosse ben tenuta, potrebbe per numero di gente bastare. Quì era fabbricata la Città, e l’immensa quantità di grossi mattoni, onde quel piano è coverto, colle vestigia di antiche fabbriche, fa vedere, che tutto era abitazione; solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto. Come non aveva il luogo da tre parti bisogno alcuno di mura, per essere straripevoli, ed inaccessibili, così solamente da tramontana si trovano le muraglie di antichissima fabbrica da parte di in parte guaste, ed interrotte. Il sito non può esser ne più bello, nè di migliore aria, perchè da ogni parte ventilato; e sebbene abbia da oriente il fiume Mengardo, e da occidente il Melpi; essendo però ambedue di correnti limpide acque, non potranno mai fare il luogo malsano. A mezzogiorno tiene, come una deliziosissima conca, il ià descritto seno, e da tramontana gode, la veduta di lontane montagne; eppure con tutto ciò non si è trovato dopo l’ultima sua desolazione, chi si fusse arrisciato ad abitarla, per lo già sperimentato pericolo delli corsari. Dopo i primi tempi, fu la Città chiamata Malfa, Melfa, Melpi, e fino (I) Melope; oggi ritiene solamente quello di Molpa.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Nicola Corcia (…), a p. 59, in proposito scriveva che: “Delle vicende di questa città nè tempi posteriori tornerà altrove il discorso; ora dico soltanto che nel fondo del seno che dalla città stessa prese il nome di ‘Molpa’, sorge un’altra rupe, appena accessibile all’oriente, che in sulla cima ha un falso piano, sul quale la città era posta. Ivi se ne veggono i pochi ruderi con gli avanzi di un portico, del quale si chiusero poi gli archi per farne un recinto che dicesi il ‘Castello’. Essendo il luogo, naturalmente fortificato, soltanto dalla parte di tramontana era difeso da muraglie di antichissima costruzione, che in parte or si veggono abbattute ed interrotte (2). Dopo il fiume Melpi e all’occidente del castello della Molpa, più copioso di acque mette foce nel mare a non molta distanza il ‘Mingardo’.”. Il Corcia (…), nel suo vol. III, a p. 59, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini, op. cit., t. I, p. 366.”.
Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”.
Nel 535 o 578, il kastron bizantino di Agropoli
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I, a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano. Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 453 ecc..parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “Narra la leggenda (Mandelli), Del Mercato, ecc…) che S. Paolo, nel suo viaggio da Reggio a Pozzuoli, fondata la diocesi di Velia, avesse convertito due fanciulli nella località detta S. Maria dell’acqua di Laureana, dove fu eretta poi l’omonima chiesa. Decisamente critico il Mandelli (10) a riguardo, perchè nessun cenno esiste su fermate intermedie dell’apostolo nel suo viaggio via mare (11) o di fortunali che l’avessero costretto a rifugiarsi prima a Bussento (Policastro) e Velia e poi ad Agropoli.”. Ebner a p. 454, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Luca, Atti degli Apostoli, XXVIII, 12-14 “E arrivati a Sicuracusa, ci fermammo ivi tre giorni (13) E di lì facendo il giro della costa, giungemmo a Reggio: e dopo un giorno, soffiando Austro, arrivammo in due dì a Pozzuoli (14) dove avendo trovato dei fratelli, fummo pregati a star con essi sette giorni e così c’incamminammo verso Roma”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 454 ecc..parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “La prima notizia sicura di Agropoli, però, è solo nella nota lettera (12) di papa Gregorio I (3 settembre 590 – 12 marzo 604) al vescovo pestano Felice, nel 592 ancora nella bizantina Agropoli dopo il rovinoso passaggio per il territorio della furia longobarda (13). Ma se non v’è dubbio su questa data, si discute ancora sul momento della scelta di quel roccioso e imprendibile promontorio, protentesi nel mare, da fortificare per allogarvi un presidio bizantino. E cioè se dopo il primo (a. 535) o il secondo (a. 548) arrivo di Belisario in Italia, nel corso del riordinamento amministrativo di Narsete (14), in seguito alla distruzione dell’esercito di alemanni e alla fine della dominazione gotica, o ancora più tardi, nel 578 come vuole il Mandelli. Nel qual caso quell’eccellente baluardo, scelto per lo sbarco di uomini e materiali a causa anche dei suoi seni sicuri per la limitata portata delle maree (15), sarebbe stato fortificato dopo il passaggio di Zotone, spintosi con le sue orde fin nella valle del Crati, il che non è possibile. E’ opinione comune oggi, infatti, che in quel tempo il dominio bizantino nel territorio si estendesse da Agropoli fino a licosa, come mostra una cartina pubblicata qualche anno fa (16).”. Ebner a p. 455, nella sua nota (16) postillava: “(16) ID, ibid., II, Tav. I”, dove per ibidem si riferiva all’altro suo testo “Economia e società etc..”. Pietro Ebner, a p. 454 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. la leggenda sulla chiamata dei longobardi da parte di Narsete (+ Roma a. 568), destituito dal nuovo imperatore Giustino”. Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave giunta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che “nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Su Agropoli ha scritto anche Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”. Il Mazziotti a p. 27, nel suo Cap. III, in proposito scriveva che: “L’esistenza di Agropoli non risale oltre il quinto secolo oltre l’era volgare, non trovandosene alcuna menzione negli scrittori e nei documenti precedenti a tale epoca…….; e di fatti sarebbe stata edificata dai greci bizantini allorchè, guidati da Belisario, occuparono la Lucania, cioè negli anni successivi al 535, epoca della venuta di lui in Italia (1). La sua posizione su di una collina, che da una parte scende a picco sul mare e da gli altri lati domina la pianura vicina, dovette sembrare ai greci vittoriosi molto adatta per invigilare su le terre da essi occupate. S’ignora ecc…”. Il Mazziotti, a p. 27, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il Padre Mandelli, nel manoscritto citato la dice edificata nell’anno 578.”. Dunque, il Mazziotti dice che Agropoli fu edificata come fortezza Bizantina da loro che arrivarono nell’anno 535 al seguito del generale Belisario. Sempre il Mazziotti postilla che il monaco agostiniano Luca Mannelli o Mandelli scriveva che Agropoli fu edificata nell’anno 578. In effetti, il Mannelli nel foglio 99 del suo manoscritto “La Lucania sconosciuta” ha scritto su Agropoli e su Belisario. E’ dal Mannelli che sono tratte alcune notizie. Il Mannelli, nel f. 12 scriveva di Agropoli che: “l’etimologia della voce, significare fosse Città da credersi fusse da essi edificata nell’abbassamento del Romano Imperio, quando inondando in Italia i Barbari, e particolarmente i Longobardi, non potendo gli Imperatori Greci difendere da quelle invasioni il luoghi mediterranei per la gran moltitudine di essi attendeva a conservarsi i littorali, potendo ben farlo con facilità per essere quei Barbari delle cose marittime affatto inesperti essendosi adunque i Longobardi impossessati di questi paesi, i Greci scorgendo questo Colle atto per edificarsi un forte castello in vicinanza di Pesto, con tale occasione vi edificarono Agropoli e vedesi in breve crescere in guisa tali habitatori, che potè sostenere il nome di città e divenne Luogo famoso in questa riviera ritrovandosene frequenti le memorie.”.
Il ‘kastron’ bizantino di Policastro, città fortificata
Nel lontano 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e, a p. 520, parlando del Castello di Policastro, pubblicarono l’interessante planimetria delle fortificazioni, cinta muraria, porte e castello di Policastro:

(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p. 517
Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 484, in proposito scrivevano che: “….produsse via via l’impaludamento del territorio, causa della formazione della medievale Policastro, almeno a quanto ipotizza uno studioso (7).”. Natella e Peduto, nella nota (7) si riferivano al Racioppi (…), a p. 524. Dunque, secondo il Racioppi (…), in seguito alla formazione della pianura alluvionale ed il suo progressivo impaludamento, nacque la nuova città medievale di Policastro. In seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla sottoscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Nel 1923, Carlo Caucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ‘Monte Carace’ da ……..- corvo, monte del corvo, ‘Poderia’ da χαδηρησ – ai piedi del monte; ‘Futani’ da φυτανω – pianto; ‘Cammarota’ da χαμαρωτοσ camere fatte a volta, come magazzini; ‘pollica’ da πδλισ …….., molte case; ‘Policastro’ da πολισ-χαστρον, città fortificata (come città di Castello)(2). Hanno anche origine bizantina ‘Sicilì da σναη- fico e υλη-selva, selva di fichi; ‘Ascea’ da α-θχαιδ, non sinistro, e quindi, favorevole all’approdo; ecc…Nè bisogna dimenticare il Serapotamo, da ποταμοσ- fiume, affluente del Mingardo e la fiumara del Lambro, presso Palinuro, da λαμπροσ (acqua chiara).”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpe (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpe (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”. Il Volpe (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Infatti, Giacomo Racioppi, nel suo vol. I, a pp. 523-524, parlando di Buxentum-Pisciotta, in proposito scriveva che: “ma non sarebbe (città Enotria), se non si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiagge. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto: e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diede origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘pixoctum’, che è il paese odierno di Pisciotta. Ecc…”. Il Racioppi, a p. 524, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Corcia, Op. cit., III, 64.”. Dunque, il Carucci confutava il toponimo bizantino proposto dal Racioppi. Tuttavia l’argomento è approfondito avanti quando parlo del Kastrum bizantino di Policastro. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Giacomo Racioppi (….), citava Nicola Corcia. Il Racioppi, sulla scorta di Nicola Corcia, riteneva che l’impaludamento del fiume Bussento e la malaria, fossero la causa principale della nascita del nuovo centro Bizantino di ‘Paleo-castrum’, che sorse spostata di posto, rispetto all’antica città di Pixo. Il Racioppi, scrive pure che il nuovo e attuale nome di “Policastro”, abbia avuto origine dal suo “antico Castello”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “Fiorente era tuttavia ‘Bussento’ almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (1); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (2); ne forse andò molto e cominciò a mancare di abitatori, per l’aria malsana, io credo, prodotta dalle inondazioni del prossimo fiume. Che in processo di tempo fosse abbandonata affatto pare accennarlo il nome di ‘Paleocastrum’, o di ‘antico castello’, con che trovasi ricordata nel medio evo, e che diede origine al nome odierno di ‘Policastro’, nella quale dopo le distruzioni dè Saraceni nel 915 e di Roberto il Guiscardo nel 1065 risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.”.

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64
Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo Pyxous-Buxentum, approfondì mirabilmente sul ‘kastrum’ bizantino. La studiosa, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco Παλαιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio su un punto più elevato della collina – cui s’è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961-62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di trichora (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Odeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Stef. Byzant., s.v. Πυξους”. La Trillmich, a p. 704, nella sua nota (10) postillava che: “(10) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in Gli studi in Italia, Periodico didattico, scientifico e letterario, a V. vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. Io posseggo l’edizione unica del singolo libretto. La Trillmich, a p. 704, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Natella-Peduto, op. cit., p. 494 e 520”. La Trillimich, a p. 704, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo si vedano oltre al Natella-Peduto, p. 508, I.G. Kalby, Contributi e note su nuove documentazioni paleocristiane nella Campania meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 272; A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Nel 1988, in seguito ad una campagna di scavi a cura della Soprintendenza, la studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…) pubblicò ‘Pyxous-Buxentum’, ed in proposito scriveva che: “Il centro storico di Policastro è racchiuso da una cinta muraria medievale, del periodo della dominazione Normanna, databile all’epoca di Ruggero I (XI secolo), ed è dominato da un castello fortificato, già fortezza bizantina del VI-VII secolo e rifatto nelle forme attuali ecc…”. Dunque la Trillmich confermava ciò che avevano già in precedenza scritto i due studiosi Natella e Peduto e cioè che il castello oggi visibile su una rocca a Policastro sorse come antica fortezza all’epoca Bizantina (VI-VII secolo d.C.). La Trillmich scriveva che il castello di Policastro era una fortezza bizantina. Da Wikipedia, alla voce Policastro Bussentino leggiamo che secondo la studiosa, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Fu dagli inizi del VI secolo sede vescovile. Nel VII secolo fu sede di un castello bizantino e prese il nome di Policastro (Πολύκαστρον in greco bizantino). Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 494 in proposito scrivevano che: “I termini estremi della murazione italica, segnati con la lettera C nella planimetria, non toccavano la parte alta del rilievo collinare ove poi fu edificato nei secoli VI-XV d. C. il castello. E’, codesto, un fatto di rilievo nella individuazione storica di Pixous. Si sa che le città italiche e magno-greche finivano con, un’acropoli, luogo di culto e di richiamo popolare in caso di assemblea o di guerra. Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebianco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; dalle fosse escavate al di sotto ed ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla lue le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibili alla prima occupazione neo-greca.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando di Policastro, a p. 256, in proposito scriveva che: “Policastro, sulla sinistra del Bussento, fu nota città magno-greca e romana (62), anche se il primo agglomerato, edificato nei pressi d’una fonte, ebbe origini pre-elleniche.”. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria. Il Campagna, a p. 257, ancora scriveva che: “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous, con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Ritornando alla notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: “nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, m la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”. Il Gentile, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”. Arechi II (734 circa – Salerno, 26 agosto 787) è stato un duca longobardo, duca di Benevento dal 758 al 774, e quindi principe della stessa città dal 774 fino alla morte. Dal 774 si radicò a Salerno, nella reggia che egli stesso aveva fatto costruire. Dunque, anche con Arechi II, duca di Benevento e di Salerno (anno 774), il nostro Golfo di Policastro restava d’influenza Bizantina che restavano padroni dell’area da Agropoli fino alla Calabria.
E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini). Anche Giuseppe Volpe citava il Mannelli. Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), sulla scorta del Laudisio (….), a p. 117 dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. In questo caso il Volpe citava il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…) di cui il suo passo su Policastro venne integralmente trascritto da Rocco Gaetani (….).

Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), sulla scorta del Laudisio (….), a pp. 116-117 parlando di Bussento e poi di Policastro, in proposito ricordava che: “Fiorente era tuttavia Bussento almeno sino alla metà del sesto secolo, quando era decorata da sede vescovile: e questo tanto più volentieri affermo, in quanto he sin dal 502 trovo il nome di un tal Rustico, il quale interveniva al III Concilio romano, indetto da Papa Simmaco, e ne sottoscriveva con gli altri Padri i decreti, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 da San Martino I, contro l’eresia dei monoteliti, quello di Sabazio vedo, entrambi vescovi bussentini (17). Ecc..”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Donde sia alla città derivata la denominazione di Policastro, difficil cosa è l’investigare. Il Luccia seguendo una certa tradizione di avere i policastrensi, dopo la venuta di Cristo, abbattuti gli idoli di ‘Polluce e Castore’, o ‘Poli’ e ‘Castro’, ne derivano il nome da queste divinità. Ma tale opinione è inverosimile, poichè se gli abitatori di detta città abbracciando la fede cattolica, vollero poerdere i nomi delle false loro deità, come poi dalle loro deità istesse dare il nome alla patria ? Avrebbero dovuto al certo ritenere la prima denominazione di Bussento, o darcela altrimenti di quella h’è al presente. Ecco perchè a me non dispiace l’opinione di chi vuole derivata da un vecchio castello di città (‘urbis castrum’), nel quale il Mandelli ed altri ravvisarono l’antica e chiara Bussento.”.
Il Campanile di Policastro all’epoca bizantina
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).“. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….).

(Fig….) Campanile o torre campanaria della cattedrale di Policastro Bussentino
Il Castello di Policastro all’epoca bizantina
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel 1745, a p. 416 postillava che: “Molto meno si sa l’antico suo nome, perchè il citato ‘Mario Nigro’ avendo scritto che ‘Juniores Paleocastrum vocant’ scordossi dirci come gli antichi il chiamassero. Vuò ben vedere che l’antico fosse anche ‘Paleocastrum’, voce Greca, che in essa mostra il suo significato fosse di antico Castello, del di cui nome abbiamo anche un altro in Calabria, ed in Cipro una città. ‘Merola’ con un positivo uguale abbaglio dice che: Citra medium Paestani Sinus juxta Palinuri, promontorium, Paleocastrum; e quì è da notarsi altro abbaglio, che prende dicendo che Policastro ‘Castellum est’, quando nelle sue vaste ruine dimostra essere stata non picciola Città.”.
Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 494 in proposito scrivevano che: “I termini estremi della murazione italica, segnati con la lettera C nella planimetria, non toccavano la parte alta del rilievo collinare ove poi fu edificato nei secoli VI-XV d. C. il castello. E’, codesto, un fatto di rilievo nella individuazione storica di Pixous. Si sa che le città italiche e magno-greche finivano con, un’acropoli, luogo di culto e di richiamo popolare in caso di assemblea o di guerra. Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebianco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; dalle fosse escavate al di sotto ed ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla lue le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibili alla prima occupazione neo-greca.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit., pag. 520.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); Ecc…”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit., p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”. Già nel 1970 i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono sulla rivista “Castellum” un interessante studio sul castello di Policastro, il primo in assoluto, “Nota sul castello di Policastro”:

I LONGOBARDI NEL CILENTO
Le fortificazioni e castelli in epoca bizantina-longobarda
Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Ecc..”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (63) postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (64) postillava che: “(64) P. Diacono, H. L., II, 17. N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storia Salernitana”, 1962.”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (65) postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.“. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”.Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.
Il Kastron di Caselle in Pittari
Il kastron di Arce Gloriosa
Il kastron bizantino di Castrocucco

(Fig…) Castello di Castrocucco di Maratea (PZ)
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando delle coste longobarde nell’antica Lucania, a p. 245, ci parla dei ruderi di un antico castello a Castrocucco di Maratea e in proposito scriveva che: “Da nuclei di marinai, stabili a “Sicca”, e da profughi dalla città sul “Palestro”, espugnata, probabilmente, da invasori longobardi, seguiti da altrettanto feroci incursioni saracene, intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di eppoca medievale (4). A prima vista, i ruderi di Castrocucco evidenziano insediamenti avvenuti in due fasi diverse, anche se, cronologicamente vicine. In un primo tempo avvenne l’incastellamento, forse parte di un arimanno e del suo sparuto esercito, in “fara”. Tutto il complesso difensivo fu chiuso da mura con feritoie. Il piccolo agglomerato extra moenia è di epoca posteriore, edificato da “confugientes” della piana, insicura ed esposta a continue incursioni, sia saracene, sia di predoni slavi (5). E nuclei saraceni e schiavoni furono stabili da S. Nicola al Noce. L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X……Tuttavia, le notizie su Castrocucco sono tarde e frammentarie (8). Sappiamo che nel 1079, la piccola chiesa parrocchiale era alle dipendenze dell’episcopato di Policastro, latinizzata (9).”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Soprattutto intorno al 930, in G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; R. Perrone-Capano, Sulla presenza degli slavi in Italia, estrat. Atti Acc. Pontaniana, n.s., XII, 1963; P. Ebner, Storia di un feudo, etc., op. cit., p. 91.”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Quanto resta nell’ASN e ciò che hanno scritto D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce, etc, Sapri, 1965; Fulco, Memorie storiche, op. cit.”. Riguardo la nota (8) e Fulco, il Campagna si riferiva a Fulco A., Memorie storiche di Tortora, Ed. Intercontinentalia, Napoli. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Da documenti manoscritti presso la Curia vescovile di Policastro, Arch. cit.”. Riguardo l’ultima nota (9), il Campagna, fa riferimento alla cosiddetta “Bolla di Alfano I”, un antichissimo documento del 1079, di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio, dove nell’elenco delle 30 parrocchie appartanente alla ricostuita Diocesi Paleocastrense, figurava anche Castrocucco.
Itavetere = l’Ajeta Bizantina vicino Castrocucco, turma del thema bizantino di Calabria
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 217, in proposito scriveva che: “AJETA (m 524 s.l.m.) è toponimo greco e metteva in videnza la posizione dominante, da aquila, del primo agglomerato, semitogloditico, sul costone di “Itavetere”. Nacque dalla fusione di nuclei di origine magnogreca con nuclei indigeni (84), per la necessità di una comune difesa (85).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, già alla prima metà del VII secolo, aveva ospitato una diaspora religiosa di Melchiti, i quali, sostenitori dell’imperialismo bizantino, avendo aderito ai postulati del Concilio di Calcedonia, furono cacciati dalla Siria, dalla Palestina e dall’Egitto da Cosroe II, che conquistò quei paesi dal 611 al 618 (91). I monaci si rifugiarono nei domìni occidenali dell’impero bizantino, per altro spopolati dalle guerre gotiche e longobarde-bizantine. Con la conquista araba di Siria, Palestina ed Egitto, 634-647, l’esodo di religiosi fu totale (92).”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (91) postillava che: “(91) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Tanto che presso toponimi greci romani, si pensi al diffuso “Massa” del tardo impero, si hanno toponimi di origine semita, come Magarosa (tra Biblo e Sidone, in Siria (Fenicia), scorre il fiume Magaros), Rosello, Rosaneto, Valle di Aronne, Macariota o, connessi all’agiografia basiliana, apostolica e del Martirologio cristiano, S. Elia, Balzo di S. Bsilio, S.Giovanni, S. Pietro, S. Cuono, etc.. (Alcune località appartengono all’attuale comune di Tortora).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………Dal nucleo bizantino di “Itavetere”, forse distrutto dai Normanni, prese l’avvio l’attuale centro di Ajeta, nel corso dell’XI secolo. Contrada “Castiglione fu certamente sede di un gastaldato longobardo con diritto misto (93): l’incastellamento o fu tollerato dalle autorità bizantine oppure si impose nei lunghi periodi di lassismo imperiale. Ecc…”. Dunque, il Fusco scriveva che vi era a Castrocucco un nucleo di origine bizantina dal nome “Itavetere”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Sempre il Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 219-220, parlando di Aieta in proposito scriveva che: “Ancora frammentarie sono le notizie sui feudatari di Ajeta. Il nucleo fu inizialmente bizantino, sembra che sia stato una “turma” del “Tema” di Calabria. Contrada “Castiglione”, come le omonime della costa, fu sede d’un gastaldato longobardo con diritto misto e circoscrizione limitata: gastaldati che alle frange del dominio imperiale si ponevano, a volte, in alternativa, a volte, in tacita convivenza col labile potere bizantino. Il Goffredo, per cui si fece la donazione pro-anima alla Badia di Cava, doveva essere un longobardo, rappresentante di quel particolarismo feudale, così diffuso ai confini tra impero e principato di Salerno. Normanno, sposandone la vedova, divenne signore di Aieta; la dominazione normanna, spesso, si diffuse e si consolidò con parentela acquisita.”.

(Fig…) Lomonaco, op. cit., p. 11
Vincenzo Lomonaco (…., nel suo ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11 cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’. Il Lomonaco, a p. 11, in proposito di Aieta scriveva che: “Aieta, Comune della provincia di Cosenza,….Secondo Barrio venne così addimandata da ‘aetos (aètos) che in greco vuol dire ‘aquila’ (1). Fu detta ‘Macariota’ da ‘macariotes’ (…………….) voce che in greco significa felicità. Un’antichissima tradizione vuole che la dimora di Ajeta-‘vetera’ siasi circa 900 anni dietro abbandonata per trasmigrare nella novella. La cagione fu la frequenza di orribili tempeste, che desolavano le eminente altura che prima si era prescelta. Ecc..”.
I LONGOBARDI DEL DUCATO DI BENEVENTO
Nel 568 d.C. (VI sec.d.C.), Alboino, i suoi Longobardi ed i Bulgari nel basso Cilento
Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, parlando della fine della guerra greco-gotica in Italia e riferendosi alla Provincia di Salerno, a p. 117, in proposito scriveva che: “Passarono allora anche le orde franche ed alemanne di Buccellino, le quali dovettero affrettarsi a lasciare le nostre terre, perchè nelle nude campagne e nei villaggi deserti non trovarono di che cibarsi (1).”. Il Carucci, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) IORDANIS, Getica, 41. Quest’opera è un’epitome della ‘Storia dei Goti’, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Nel 568-569 i Longobardi invadevano l’Italia stremata dalla guerra, molto probabilmente perché pressati dall’espansionismo avaro, anche se secondo la tradizione tramandata da Paolo Diacono (ma considerata inattendibile dalla storiografia odierna) sarebbero stati spinti a invaderla dallo stesso Narsete per vendetta contro Giustino II, che lo aveva richiamato a Costantinopoli. Ben presto l’Impero perse, dunque, il controllo dell’Italia a vantaggio dei Longobardi, conservando solo alcune zone costiere e, all’interno, un modesto corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna. Nel frattempo la Spagna bizantina subiva la controffensiva dei Visigoti condotti da re Leovigildo, che riconquistò varie città, mentre la Prefettura del pretorio d’Africa era minacciata dalle incursioni del re locale Garmul, sconfitto dal generale (e poi esarca d’Africa) Gennadio solo nel 578. Alboino (Pannonia, 530 circa – Verona, 28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa al 572, anno del suo assassinio. Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell’Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Riuscito nell’impresa che tutti i Germani avevano sognato (conquistare l’Italia), divenne un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda, rendendo la cronologia e i fatti molto spesso confusi. I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro città fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di un trasferimento concordato, anche se può spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell’esercito bizantino, che, piuttosto che affrontare l’invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l’esercito, preferiva attendere che l’invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre invase. La prima città di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all’inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), che il re assegnò al nipote Gisulfo, che divenne così il primo duca di Cividale con il compito di difendere l’avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fuga.
Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono si vennero, è ben difficile a determinare; …..Allor che Alboino in Italia venne, oltre à suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi ancora Bulgari, ed altra quantità di barbare nazioni; quali in questi, ed in quei luoghi distribuite, ed allogate, diedero à paesi, ove si fermarono lor nome. Ecco come ‘Paolo di Varnefrido’, al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’ cel fa sapere: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”.”. Antonini scriveva che “Paolo di Venefrido” (…), nel suo “al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’” scriveva dei Bulgari che: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”, ovvero “Alboin è certo che ci siano molti tipi diversi di fecce e così via”. L’Antonini citava “Paolo di Venefrido” e si riferiva a Paolo Diacono ed alla sua “Storia dei Longobardi”. L’Antonini a p. 381, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’eruditissimo autore della ‘Storia Civile del Regno’, allorchè al cap. 2 del libro 4, ragiona della venuta dè Bulgari in Italia, parla solamente di quella seguita nel DCLXVII sotto Grimoaldo (di cui appresso si fara parola) nè affatto fa menzione di questa al tempo d’Alboino; anzi scrive che: “Che fu qui introdotta una nuova nazione di Bulgari, quasi che mai altri non ci fossero stati di essi nelle nostre contrade; e questa stessa sentenza ostinatamente ho veduto da lui sostenere anche a voce, e prima che la sua storia scrivesse.”. L’Antonini, a p. 382 continuando il suo racconto sulle origini dei Bulgari scriveva che: “quas ali vel reges etc…………..”. L’Antonini (…) continuando il suo racconto sui Bulgari venuti al seguito dei Longobardi di Alboino, a p. 382 scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza da Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperator Leone’ (posta avanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, poichè di lui nol sappiamo, ecc..”. Dunque, L’Antonini scrive che Filippo Pighafetta (…), nel suo testo “Vita dell’Imperator Leone” segnalava chei Bulgari “partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, etc…”, ovvero che i Bulgari partiti dalle rive del fiume Volga vennero verso il Monte Bulgheria ma non si sa se essi vennero prima o dopo Alboino e che forse non vennero al seguito dei Longobardi di Alboino o vinti dai suoi predecessori. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Gio Antonio Magino nella sua ‘Geografia’ così della Bulgaria scrive: “Bulgaria quasi Volgaria dicitur, nimirum quia hujusmodi populi profecti a Volga circa annum domini DCLXVI. num regionem occuparunt.”. E questa opinione è stata tenuta anche da Pietro Bergeron nel suo ‘Trattato dè Tartari’ alli cap. 6 e 15.”.
Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, vol. I, a pp. 704-705, dopo aver detto dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Pietro Ebner segnalava che l’Antonini attribuiva “l’immigrazione” nel nostro territorio dei Bugari al re Longobardo Alboino che li portò con se al seguito del suo esercito Longobardo. Secondo l’Ebner, l’Antonini credeva che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino. Stessa notizia riferita da Antonini è riferita da Pietro Marcellino di Luccia (…). come vedremo in seguito. Pietro Ebner, a p. 704, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit. I, p. 383 dice di averne letto i documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu edificato quando il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti dè vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io verrei fermamente a credere”. Sul termine “celle”, v. a p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Angelo di Perdifumo con quello “presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio della Cava”. Pertanto ubica in questo cenobio il miracolo in cui ecc…”. Dunque, l’Antonini attribuiva la venuta dei Bulgari ad Alboino, il primo re dei Longobardi in Italia. L’Antonini (….), sulla scorta di Paolo Diacono e dell’Ignoto Cassinese, scriveva: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo; e fu loro Bojano (2) coi vicini luoghi assegnato. Di questa venuta e di assegnazioni di stanze l’Ignoto Cassinese al num. 3. troppo secca notizia ci da colle seguenti parole: ‘Alczecus Volgarius cum hominibus ab abitantum fuscipitur’; ma l’accuratissimo Camillo Pellegrino ‘de fin. Ducat. Benev.’ ad orientem, rischiarata alquanto il luogo”. L’Antonini, prosegue il suo racconto citando il Pellegrino: “Scrive egli così: ‘A Rege Grimoaldo in subsidium accersitos adversus Graecos, iisque loca ad Bojanum, e Aeserniam ad abitanndum fuisse concessa’.”. Sempre l’Antonini, sulla scorta del Pellegrino, scriveva: “Ma circa l’anno DCCCXXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questifossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospadavien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagna e poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. Dunque, l’Antonini scriveva che i Bulgari venuti nel basso Cilento potevano essere quelli venuti al seguito di Alboino e poi aggiungeva ed ipotizzava forse quelli venuti più tardi con il principe “Alczeco” che furono chiamati dal Principe Longobardo Grimoaldo, primo Duca di Benevento. Antonini, infatti, scriveva che: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo ecc..”. Riguardo le notizie dei bulgari al seguito di Alboino ha scritto anche il Di Luccia (…). Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato a tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36. Duchi, ma creato nell’anno 583. Rè. Ecc..”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia parlando del territorio di S. Giovanni a Piro racconta la cronistoria dei fatti da Giustiniano fino a Ruggero I d’Altavilla. Di Luccia scriveva che dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Costantino, nell’anno 568, il territorio di S. Giovanni a Piro che era stato assalito dai Barbari (Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni), nell’anno 571, dopo che il suo generale Narsete aveva sconfitto e cacciati gli ultimi Ostrogoti del re Teia “furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572″. Il Di Luccia aggiunge pure che nell’anno 571, il re Alboino morì per opera di sua moglie e gli successe suo figlio Clephe il quale fu ucciso nell’anno 572. Il Di Luccia scrive che subito dopo l’anno 572, dopo la morte di Clephe, gli successe Autari. Il Di Luccia scriveva che il regno Longobardo di Autari, figlio di Clephe, si estendeva fino a Reggio Calabria, compreso i territori conquistati a cui si aggiungevano la Lucania e la Calabria che gli erano stati donati dal Duca di Benevento Zotone. Scrive ancora il Di Luccia che Autari divise il regno Longobardo in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno.
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.
Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: “Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.
Nel 568 (VI sec. d.C.), il duca Longobardo Zottone
Da Wikipedia leggiamo che Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Zottone fu il duca Longobardo che guidò la prima fase dell’occupazione longobarda nel Mezzogiorno d’Italia, negli anni immediatamente successivi all’invasione della Penisola (a. 568). Fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono (…). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42:……ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. Ecc..”.
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “….. l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. …..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica…..3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Ebner, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42: “Quoniam Velina; Buxentina et Blandina Ecclesiae sibi in vicino constitutae Sacerdotis noscuntur vacare regimine, propterea fraternitati tuae earum sollemniter operam visitationis ingiungimus”; Jaffe-Ewald, Regesta pontif. Roman., n. 1195) ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. A questo duca seguì Arechi, nobile longobardo del Friuli, che tenne il ducato per 50 anni. Il “Felici episcopo de Acropoli” non indica, come vedremo, una locale sede vescovile. Ecc…. Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).“. Ebner, a p. 13, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Gregorio Magno, Epist., VI, 6”.
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 63, in proposito scriveva che: “In questa prima fase espansionistica i Longobardi Beneventani furono incapaci dei centri abitati posti sulle coste del Tirreno, fatta eccezione per Paestum, indifendibile ed impossibilitata a ricevere solleciti aiuti dal mare, sul quale i Bizantini muovevano flotte agguerrite; la stessa incapacità impedì loro la penetrazione del massiccio dell’odierno Cilento, dove, valutata allora anche la poca opportunità di dirigersi verso il Bruzio attraverso terre impervie ed inselvatichite a seguito della recente e gravissima crisi demografica,……..Restava così al di fuori dalla conquista longobarda il vasto territorio situato tra Agropoli, i Monti Alburni e Blanda, dove, oltre ai centri principali già ricordati, vi erano quelli di una certa importanza, quali Magliano e Molpe, e quelli destinati a diventare importantissimi, ma allora in gestazione, come Capaccio (3), sul……., e la cittadella fortificata denominata ‘Lucania (4), sul vertice inaccessibile del monte Cilento (5), vi erano inoltre piccoli nuclei abitati sparsi un pò ovunque, ma principalmente sulle balze delle colline e dei monti,……La regione così individuata, venutasi a trovare separata dai restanti domini greci d’Italia, ebbe l’immediata necessità di organizzarsi; a questo dovettero però provvedere i Vescovi, perchè i Bizantini erano allora impossibilitati ad occuparsi concretamente dei problemi della Penisola (1). Sedeva sul soglio pontificio, dal settembre del 590, Gregorio Magno,…….Poichè l’unico vescovo presente nell’area ancora bizantina tra i golfi di Salerno e di Policastro, era quello della diocesi pestana, Felice (2), allora residente ad Agropoli (‘episcopus de Agropoli’), a lui il Papa inviò nel luglio del 592 un lettera ecc…“. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi pp. 93 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 93, in proposito scriveva che: “Il “Castellum Caputaquensis”. Cap. V, il Cantalupo ci parla di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. pp. 69 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 69 e ssg., in proposito scriveva ed argomentava intorno ad un’antica città di Lucania sorta all’epoca dei primi Longobardi, di cui aveva argomentato lo studioso Emilio Guariglia (….), ed in parte Nicola Acocella (….) con alcune varianti. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. n. 2, p. 110.”. Riguardo lo studio di Emilio Guariglia (….), si tratta dell’articolo o saggio “La città di Lucania” apparso sulla rivista ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno V (1944). Il Cantalupo, a p. 110, stessa cosa il Cantalupo argomentava sul nome di Cilento di cui qui non voglio dilungarmi. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dalla metà alla fine del VI secolo la penisola balcanica e la Grecia furono invase a più riprese dalle popolazioni barbare degli Slavi e degli Avari; ai principi del secolo VII esse riuscirono anche a sfondare la linea del Danubio e, insediatesi nella prima metà dello stesso secolo sia nel Peloponneso che in parte della Grecia, nel 626 assediarono Costantinopoli. La città fu salvata allora dall’intervento della flotta bizantina, nonostante la minacciosa presenza dell’esercito persiano intervenuto in quell’assedio (cfr. OBOLENSKY, Il Commonwealth bizantino, Bari, 1974, pp. 72-74)”.
Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione dei Longobardi del duca Zottone e riferendosi alla lettera di papa Gregorio I che scrisse nel 592 indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”. In questo passo il Gaetani (….), pone in risalto la testimonianza della lettera di papa Gregorio I a Cipriano scritta nel 592, dove il papa cita e parla dell’invasione e delle stragi effettuate dai longobardi di Zottone nel 568.
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75 parlando dell’invasione Longobarda in proposito scriveva che: “Erano trascorsi appena quindici anni dalle guerre Gotiche, quando, nel 568, in “fara”(63), avvenne l’invasione longobarda, spezzando, così, l’unità politica della Penisola. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (63) postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (64) postillava che: “(64) P. Diacono, H. L., II, 17. N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storia Salernitana”, 1962.”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (65) postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.“. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (66) postillava che: “(66) P. Diacono, H.L., ibidem”. Il Campagna a p. 74, nella sua nota (67) postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (68) postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (69) postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Reg. Vat.,op. cit”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le ddiocesi d’Italia, op. cit.“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (73) postillava che: “(73) P. Diacono, H. L., IV, 9”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Reg. Episc., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (75) postillava che: “(76) P. Diacono, H.L., IV, 44. A. Peronaci, Evoluzione dei termini e dei concetti di servus e sclavus, in SM’, a. VIII (1975), fasc. III-IV”. Pietro Giannone (…), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Dunque, Pietro Giannone scriveva che quando arrivarono i Longobardi ai confini con il Ducato di Benevento fino a Salerno essi conquistarono molti territori della Calabria e della Lucania. Infatti, il Giannone scriveva: “e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte.”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.
Nel 571 (VI sec. d.C.), il duca longobardo Zottone e la fondazione del Ducato Longobardo di Benevento
Zottone fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono. Con le sue truppe, penetrò in Campania nell’agosto del 570, affrontando i Bizantini e sconfiggendoli ripetutamente. Si accampò a Benevento, che diventò la capitale del nuovo ducato. Provò a conquistare Napoli, ma fallì e dovette togliere l’assedio nel 581. Come duca era semi-indipendente, mentre il nord della Penisola era sotto il controllo del re longobardo Autari, che aveva poca influenza nel sud. Si piegò all’autorità reale nel 589. Morì nel 591 circa e gli successe Arechi I. Paolo Diacono, ‘Historia Longobardorum’ (‘Storia dei Longobardi’, cura e commento di Lidia Capo, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992). Si veda pure: Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Il ducato di Calabria (bizantino), sorge dunque nel VI secolo aggregando la regione del ‘Brutium‘, cioè l’odierna area cosentina, con le terre ancora possedute nel Salento (la Calabria dei Romani) i cui confini settentrionali sono costituiti dal cosiddetto “Limitone de’ greci”, una sorta di muraglia difensiva costruita a salvaguardia del territorio dalla minaccia dei longobardi e ancora esistente in diversi tratti. Il nome Calabria (che in origine designava la penisola salentina) cominciava così a essere utilizzato per designare il Bruzio, mentre il Salento prendeva il nome di Terra d’Otranto, progressivamente conquistato dai Longobardi. Infatti, Il Ducato Longobardo di Benevento (poi anche Principato) costituì l’estrema propaggine meridionale del dominio Longobardo in Italia e insieme al Ducato di Spoleto costituirono quella che venne chiamata ‘Longobardia minor’. Formalmente soggetta al dominio dei pontefici romani (Ducato romano), che con i loro possedimenti nelle regioni centrali la tagliavano fuori dal resto dell’Italia longobarda, Benevento fu sostanzialmente indipendente fin dal principio della fondazione del ducato. I suoi destini furono strettamente legati alla corona reale longobarda solo durante il regno di Grimoaldo e dei sovrani succeduti a Liutprando. Dopo la caduta del regno, tuttavia, il dominio beneventano rimase l’unico dei territori longobardi a mantenere ‘de facto’ la propria indipendenza per quasi trecento anni, malgrado la divisione dei suoi territori subita nell’anno 831. Sotto il regno dei successori di Zottone, il ducato cominciò a espandersi a danno dell’Impero bizantino. Ma già alla morte di Arechi, i presidi bizantini nel sud Italia erano notevolmente ridotti. A Bisanzio restavano solo Napoli, Amalfi, Gaeta, Sorrento, parte della Calabria e le città marittime della Puglia (Trani, Bari, Brindisi, Otranto). Pietro Giannone (…), parlando dei bizantini (Greci) nelle nostre terre e della conquista Longobarda sui loro territori come la Calabria, in proposito, scriveva che: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”.
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (1) postillava che: “(1) GREGORII M., Reg., III, 3”. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico.
Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato a tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36. Duchi, ma creato nell’anno 583. Rè Authari figliolo di Clephe questo fino alla città di Reggio arrivato pose il termine al Regno de Longobardi, & hebbe in donazione dal Duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto hauea in queste Provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Gio: venuto poi per successione in mano di Ruggieri Normanni Conte di Sicilia ecc…ecc..”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia parlando del territorio di S. Giovanni a Piro racconta la cronistoria dei fatti da Giustiniano fino a Ruggero I d’Altavilla. Di Luccia scriveva che dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Costantino, nell’anno 568, il territorio di S. Giovanni a piro che era stato assalito dai Barbari (Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni), nell’anno 571, dopo che il suo generale Narsete aveva sconfitto e cacciati gli ultimi Ostrogoti del re Teia “furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572″. Il Di Luccia aggiunge pure che nell’anno 571, il re Alboino morì per opera di sua moglie e gli successe suo figlio Clephe il quale fu ucciso nell’anno 572. Il Di Luccia scrive che subito dopo l’anno 572, dopo la morte di Clephe, gli successe Autari. Il Di Luccia scriveva che il regno Longobardo di Autari, figlio di Clephe, si estendeva fino a Reggio Calabria, compreso i territori conquistati a cui si aggiungevano la Lucania e la Calabria che gli erano stati donati dal Duca di Benevento Zotone. Scrive ancora il Di Luccia che Autari divise il regno Longobardo in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno. Autari (… – Pavia, 5 settembre 590) è stato re dei Longobardi e re d’Italia dal 584 al 590. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro Bussentino che all’epoca era la vecchia Buxentum scriveva che: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.“. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (10), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (8-9). Infatti, il Romanelli (25) ed il Troyli (6), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), sulla scorta del Laudisio (….), a pp. 116-117 parlando di Bussento e poi di Policastro, in proposito ricordava che: “Fiorente era tuttavia Bussento almeno sino alla metà del sesto secolo, quando era decorata da sede vescovile: e questo tanto più volentieri affermo, in quanto he sin dal 502 trovo il nome di un tal Rustico, il quale interveniva al III Concilio romano, indetto da Papa Simmaco, e ne sottoscriveva con gli altri Padri i decreti, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 da San Martino I, contro l’eresia dei monoteliti, quello di Sabazio vedo, entrambi vescovi bussentini (17). Ecc..”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. In questo caso il Volpe citava il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…) di cui ho già parlato e di cui il suo passo su Policastro ai tempi dei Longobardi venne integralmente trascritto dal Gaetani, ha pure citato l’opera di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia etc….”, a p. 148 del vol. II, parlava del V sinodo dei vescovi dove parteciparono alcuni vescovi di Bussento.
Nel 576 d.C. (VI sec. d.C.), l’Imperatore di Bisanzio, Giustino II inviò un esercito contro i Longobardi
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo capitolo III sui “I Longobardi in Italia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Contro l’immediata ed ulteriore minaccia costituita dalle mire espansionistiche manifestate dal ducato longobardo di Benevento fin dalla sua fondazione nel 571, mancarono dall’Oriente aiuti pari alla gravità del pericolo (4); i Bizantini si impegnarono solo nel rafforzamento dei sistemi difensivi delle città, dei borghi e dei castelli, per proteggere quei territori che erano ancora nelle loro mani. Probabilmente anche ad Agropoli fu allora potenziata la prima fortificazione con l’elevazione di mura dove lo strapiombo della roccia ecc…”. Il Cantalupo, a p. 61, nella sua nota (4) postillava che: “(4) L’unico intervento fu quello dell’imperatore Giustino II (565-578), che inviò in Italia un esercito al comando del generale Baduario; l’esercito però fu vinto e Baduario ucciso nel 576. Il successore di Giustino, Tiberio, fu interamente assorbito dalla guerra contro i Persiani.”. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Il nuovo Imperatore Giustino II, invece di inviare rinforzi in Occidente per salvaguardare i territori riconquistati da Giustiniano, decise incautamente di violare la tregua con la Persia, ritenendo umiliante continuare a pagare il tributo ai Persiani che Giustiniano aveva accettato di versare per comprare la pace. Rimase del tutto inerte di fronte all’invasione dell’Italia da parte dei Longobardi (568). Così nel 574 il governo fu affidato a Tiberio, capo della guardia palatina, da Giustino adottato come figlio e nominato Cesare: e a Tiberio passò il potere imperiale pochi giorni prima della morte di Giustino. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, esisteva in Lucania una città chiamata “Vibonem” che l’Antonini chiama “Vibonem ad Siccam” dalle note epistole di Cicerone ad Attico. E’ la storia delle nostre terre ad essere stata poco indagata per il periodo della caduta dell’Impero Romano e la dominazione Bizantina fino all’epoca Longobarda. Orazio Campagna a p. 74, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Seguì la vittoria di Avari e Persiani del 572, che pare, abbia spinto Giustino II alla follia. Ch. Diehl, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957; ecc…”. Il Campagna citava il testo di Charles Diehl (…), il suo “I grandi problemi della storia bizantina”, ed. Laterza, Bari, 1957. Il Campagna citava anche il testo di Giovanni Minasi, Le chiese della Calabria dal quinto al duodecimo secolo, Napoli, 1893.
Nel 582 (VI sec. d.C.), morì un Vescovo della Diocesi di Grumento (“Agromonte”)
Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). Ecc….“. Dunque, il Cappelletti, a p. 368 (vol. XX), scriveva che a Buxentum, nell’anno 582 troviamo un vescovo i cui non si conosce il nome e che esso era morto nell’anno 582. Scrive senpre il Cappelletti che per questo vescovo di Bussento, papa Gregorio I raccomandava al Vescovo di “Agromento” (forse Grumento), di visitare la diocesi di Bussento e poi cita la lettera di papa S. Gregorio Magno, dicendo di cui sopra (1). Il Cappelletti, a p. 368, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pag. 328”. Vediamo questa lettera che ci presenta il Cappelletti. A p. 328, il Cappelletti, riporta il testo della lettera di papa S. Gregorio Magno (Gregorio I): “Gregorius Felici Episcopi de Acropoli”: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42. Tuttavia, sebbene il Cappelletti, nella sua nota (1) avesse postillato di questa lettera, egli a p. 367, in proposito scriveva che: “Ma ne assicura una lettera del metropolita Alfano, scritta al clero di Bussento, l’anno XXII del suo pastorale governo; il qual anno corrisponderebbe al 1079: e con questa lettera l’arcivescovo da notizia al clero di quella chiesa di avere consacrato vescovo di Policastro il celebre Pietro Pappacarbone, monaco del monastero di Cava.”. Dunque, riepilogano ciò che affermava il Cappelletti che, secondo lui, nell’anno 582, era morto il vescovo di Policastro, di cui non si conosce il nome e, che, alla morte di questo vescovo, essendo la sede vescovile di Bussento vacante, nell’anno 582, papa S. Gregorio Magno “raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).”. In primo luogo devo precisare che la nota lettera di papa Gregorio I non è del 582 ma è stata scritta nell’anno 592; in secondo luogo, la lettera non fu indirizzata al vescovo di Agromento o Grumento ma è una lettera indirizzata al vescovo di Capaccio (che si era rifugiato ad Agropoli), Felice. In terzo luogo, la lettera di Alfano I, Arcivescovo di Salerno, non centra nulla con la lettera di papa S. Gregorio Magno al vescovo Felice. Infatti, padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42.
Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “L’Antonini riporta anche una cronaca di Montecassino, nella quale si pone in Lucania la città di Vibone (Vibonam) (60). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (60) postillava: “(60) Chron. Casin. Epit., p. 353 Muratori.”. Infatti, Giuseppe Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II° all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla citazione dell’Antonini trae la stessa notizia. Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711. Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II°. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo. Dalla Treccani leggiamo che Giustino II imperatore d’Oriente. – Nipote (m. 578) di Giustiniano, cui successe nel 565. Rimase del tutto inerte di fronte all’invasione dell’Italia da parte dei Longobardi (568); fu vinto anche dagli Avari e dai Persiani sino a quando gli insuccessi ripetuti gli fecero perdere la ragione. Così nel 574 il governo fu affidato a Tiberio, capo della guardia palatina, da Giustino adottato come figlio e nominato Cesare: e a Tiberio passò il potere imperiale pochi giorni prima della morte di Giustino. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, esisteva in Lucania una città chiamata “Vibonem” che l’Antonini chiama “Vibonem ad Siccam” dalle note epistole di Cicerone ad Attico. E’ la storia delle nostre terre ad essere stata poco indagata per il periodo della caduta dell’Impero Romano e la dominazione Bizantina fino all’epoca Longobarda. Giustino II (520 – 5 ottobre 578) è stato un imperatore bizantino dal 565 al 578. Fu nipote e successore di Giustiniano I. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Il nuovo Imperatore Giustino II, invece di inviare rinforzi in Occidente per salvaguardare i territori riconquistati da Giustiniano, decise incautamente di violare la tregua con la Persia, ritenendo umiliante continuare a pagare il tributo ai Persiani che Giustiniano aveva accettato di versare per comprare la pace. La nuova guerra contro la Persia, iniziata nel 572 e terminata solo vent’anni dopo (591), portò inizialmente alla perdita di Dara e impegnò per parecchio tempo la maggior parte delle truppe dell’Impero d’Oriente, distogliendole dalla difesa dei Balcani e dei territori occidentali riconquistati da Giustiniano. Quando, dunque, intorno al 580, i Balcani furono invasi da Slavi e Avari, l’Impero non poté opporre forze sufficienti per respingerli, con il risultato che grosse porzioni dei Balcani furono occupate da Slavi (mentre gli Avari erano intenzionati a compiere incursioni non per stabilirsi entro i confini dell’Impero, ma per lo più a fini di saccheggio e per costringere l’Impero ad aumentare il tributo).
Nel 591, Arechi I ed i Longobardi del ducato di Benevento
Arechi I (o Arigis o Aretchis; … – 641) è stato un duca longobardo, duca di Benevento dal 591 circa al 641 circa. Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. E’ infatti anche a questo periodo che si riferiscono le epistole di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno). Egli conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Il Cantalupo, scrive che, sebbene Arechi I avesse conquistato il Salerno nel 620, le nostre zone erano amministrate da Vescovi che assolvevano le funzioni giuridico-amministrative più importanti sostituendosi al “sacro Palatio” dei Longobardi. Dunque, secondo il Cantalupo, il territorio del Golfo di Policastro, verso la metà del VII secolo doveva appartenere al territorio ancor Bizantino della “Bricia” longobarda.
Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nelle grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Secondo la Descriptio orbis romani di Giorgio Cipro, opera geografica redatta all’inizio del VII secolo, suddivideva in cinque province o “eparchie”: quella di “Calabria”, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell’Apulia. Secondo Kazhdan (…), Giorgio Ciprio (greco: Γεώργιος Κύπριος, latinizzato come Georgius Cyprius; Lapithos, … – …) è stato un geografo bizantino degli inizi del VII secolo……Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “Iniziata da Leone, il Filosofo, fu proseguita dai suoi successori, che sottomisero al basileus la Calabria fino a Taranto e la Lucania orientale fino al Sinni e al Bradano, anzi il generale Niceforo Foca aveva sottomesso, anche se per poco, i Longobardi del Beneventano (6). Fu nel Golfo di Policastro, fra frange incerte del Thema di Calabria ed i particolarismi longobardi campani, che si ebbe la sostituzione dei gastaldi coi tumarchi o, più spesso, la tacita convivenza fra loro con l’applicazione d’un diritto misto (7).”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (6), postillava che: “(6) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, op. cit.; J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (7), postillava che: “(7) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904, op. cit.; L. Bréhier, Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949.”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, iporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”, del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 parlando di Policastro scriveva che: “Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: “Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta degli anni 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive: “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Proseguendo il suo racconto il Mannelli scrive che ad un certo punto i Saraceni d’Africa subirono una tremenda sconfitta dalle forze cristiane in Italia e cio accadde quando i Normanni li cacciarono dalla Sicilia. Il Mannelli scrive pure che “cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro”, solo dopo che i ‘Barbari d’Africa’ (Saraceni ?) furono cacciati dalla Sicilia da Ruggiero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Ciò accadde intorno alla metà dell’anno Mille. Dunque, secondo il Mannelli la città di Policastro prese il nuovo nome di “Policastrum” solo dopo la venuta dei Normanni in Sicilia. Il Mannelli, sotto le righe fa intendere anche di una tremenda sconfitta dei Saraceni. A quale battaglia e a quale periodo si riferiva ? Forse è quì che il Mannelli si riferisce al tempo del duca Longobardo Arechi I di Benevento ed all’anno 640. Infatti, Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. E’ infatti anche a questo periodo che si riferiscono le epistole di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno).
Nel 592 d.C. (VI sec. d.C.), RUFINO e VENANZIO, vescovi dell’antica diocesi di VIBONE (per Barrio, Laudisio, Lanzoni, ecc..)
Andrebbero ulteriormente indagate le notizie sulle origini e la localizzazione di un vescovado a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ (?). La notizia, tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I°), secondo cui nel 592 d.C. papa Gregorio Magno scrive (Epistola n. 49 ed epistola n. 18), scrisse a due Vescovi di Vibone o Vibona (“Vibonem”): RUFINO e VENANZIO. Gli studiosi del passato si sono arrovellati intorno a questo antico toponimo ed hanno cercato di avanzare delle ipotesi plausibili intorno alla localizzazione dell’antica sede vescovile ma ancor prima al sito dell’antica colonia o città di origine greca. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, pubblicato nel 1831 e in seguito nel 1976 ristampato da Gian Galeazzo Visconti (…), citava un’altra notizia che suffragava l’ipotesi di una sede Episcopale a Vibone e, scriveva che: “…antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, ecc…” e, nella sua nota (49), il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), citava due lettere (epistole) di Papa Gregorio Magno. Si tratta di due lettere che papa Gregorio Magno, scrisse ad alcuni Vescovi della Lucania. Ritornando al Tancredi (…), egli, a p. 74, nelle sue note, citava il sacerdote Rocco Gaetani, che pure, sulla scorta del Laudisio (…), parlava e citava queste due lettere di papa Gregorio Magno. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. Dunque, cerchiamo di analizzare ciò che scriveva il Laudisio (…), tradotto in seguito dal Visconti (…). Sulla notizia della sede vescovile di Vibona, il Laudisio a p. 73 (p. 17, versione latino della versione curata dal Visconti): “…a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città ecc..”. Il Visconti (…), nella traduzione alla ‘Synopsi’ del Laudisio (….), nella sua nota (49), fa riferimento alle epistole (lettere) di papa S. Gregorio Magno: ‘Lib. 8, ep.49, lib. 11, ep. 18′. Il Laudisio (…), riportando la notizia “…sorte sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”, il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”, egli citava due epistole (lettere) di Papa Gregorio Magno (papa Gregorio I) e, aggiungeva: “l’antica Vibona (Vibonam)….che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”. Dunque, il Laudisio (…), crede ed avanza l’ipotesi che l’antica sede Vescovile di Vibonem sia da porsi a Vibonati piccolo borgo medievale non lontano da Policastro. L’ipotesi del Laudisio è fatta sulla base etimologica del toponimo di Vibonati. Rileggendo il testo di Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73, apprendiamo che: “…l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. A proposito di questa notizia, ne parla anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…), affermava: ”Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.” . Il Porfirio (…), nella sua nota (2), trae la notizia dall’epistola di Papa S. Gregorio Magno: “Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18”. Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, ……altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio Magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia,Vibonatisi appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). La notizia citata dal Laudisio (…) e dal Volpe (…), è tratta dal Binio (…) e dal Gatta (…). Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′ (…), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Sulle epistole (lettere) di papa Gregorio Magno, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi a Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17 della verione scritta in latino.Per le due Epistole di papa S. Gregorio Magno I° si veda pure Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Il Laudisio (…) e il Porfirio citavano le due Epistole di Gregorio I: ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′. Il testo di Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia etc…’, pubblicato a Colonia nell’anno 1606 (I edizione)(forse si tratta del tomo II, cap. III, p. 736). Il Laudisio (…), nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Dunque si tratta delle due Epistole di papa S. Gregorio Magno I: l’epistola n° 49 nel Libro VIII e, l’epistola n° 18. Per queste due epistole (lettere papali) di papa S. Gregorio Magno I si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Dunque, si tratta dell’epistola n° 49 nel Libro III (come scrive il Porfirio) o il Libro VIII come scrive il Laudisio ?. A questa vi è pure l’epistola n° 18 nel Libro XI. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17, dove vi è la sua versione in latino.
Nei primi del VII sec. d.C., la ‘Bricia’ (parte del basso Cilento) amministrata dai Vescovi dipendenti dal Ducato bizantino di Napoli
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, ci parla della Lucania e della Bricia ed in proposito scriveva che: “Questa riorganizzazione che allora dovette sembrare temporanea, ma che era destinata a conservarsi a lungo, deteminò, stando ai dati che si possono rilevare solo da posteriori condizioni effettuali, una lenta serie di modifiche nelle ripartizioni e nelle denominazioni territoriali. La Lucania romana, che nel frattempo era caduta quasi interamente sotto il dominio dei Longobardi, perchè il suo nome (5), esso si restrinse ad indicare soltanto quella sua parte occidentale che si affaccia sul Tirreno e che è possibile circoscrivere, in modo approssimativo, entro i confini costituiti: a Nord-ovest da Agropoli, a Nord e ad Est dai corsi superiori dei fiumi Calore ed Alento ed a Sud da Velia ed il suo entroterra. Questa regione che noi possiamo chiamare Lucania Occidentale o Minore, per distinguerla dall’antica, e maggiore, Lucania romana, subì in seguito alcune modifiche territoriali (1), ma conservò sempre il nome di ‘Lucania’ fino all’XI secolo, per poi assumere quello odierno di Cilento (2). La conquista longobarda, costituendo un caposaldo a Laino, aveva fra l’altro scisso le terre intorno a Blanda da quelle restanti del Bruzio (3); queste però mantennero il nome di Bruzio, nome che, nella forma: ‘Britia’, e successivamente ‘Bricia (4), si estese gradualmente a comprendere prima le terre nel golfo di Policastro, poi quelle fino all’Alento (5). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Sul problema cfr. G. Racioppi, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1899, II, p. 11.”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. p. 75 e carta geografica, I”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127.”. In queste pagine il Cantalupo parla dei toponimi ‘Cilento’ e di ‘Lucania’ che si alternavano soprattutto dopo i Longobardi in epoca Normanna.

(Fig…) Il grafico è tratto da Piero Cantalupo, op. cit. ,vol. I, p. 75
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. In tale periodo si attuava nel nostro Meridione un processo di “bizantinizzazione” in base la quale le popolazioni ancora dipendenti dall’Impero Romano d’Oriente divennero profondamente grecizzate nella lingua, negli usi, nei costumi e nel rito religioso; esso iniziò nella seconda metà del VI sec. d. C., quando l’Italia meridionale servì come rifugio delle genti elleniche della penisola balcanica e della Grecia ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, parlando del Bruzio e ‘Britia’, a p. 66, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il Bruzio antico, i larga parte assorbito dai Longobardi che ne occuparono il territorio fra Laino e Cosenza, conservò il suo nome fino all’epca dell’imperatore bizantino Costante II (641-663); riassettandosi allora i territori bizantini, ad esso fu dato il nome di Calabria, che fino a quel tempo aveva indicato la penisola Salentina, la quale, a sua volta, incominciò a chiamarsi ‘Longobardia’ in concomitanza con la penetrazione longobarda in quelle terre. (Cfr. M. Schipa, ‘La migrazione del nome “Calabria”, estr. dall’Archivio Storico della Calabria, I, 1912.“. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La forma: BRITIA (VIII sec.) è riportata da Paolo Diacono (‘Historia Longobardorum’, II, p. 17: ecc..; la forma BRICIA (XI sec.) è registrata da Romualdo Guarna (‘Chonicon, in RR. II., SS. (2), VII, P. I ecc…”. Il Cantalupo (…), p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Il Cantalupo (…), a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Dunque, secondo il Cantalupo, Buxentum (Bussento) mutò il suo nome in Policastro solo dopo l’occupazione Bizantina del IX secolo dell’Imperatore Niceforo Foca.
Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, nel suo capitolo “Costituzione del principato longobardo di Salerno”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, la regione salernitana, la quale pure aveva sofferto non poco dalle prime incursioni dei Longobardi (1), ben presto ebbe ad avvantaggiarsi del nuovo dominio e soprattutto Salerno, che Arechi desiderò divenisse il porto del suo stato. Fatta allora oggetto di speciali cure, Salerno divenne la più cospicua città del Ducato (2) e la sua importanza si accrebbe poi di molto, quando il duca Arechi II, genero del re Desiderio, si proclamò principe di Benevento, e per prepararsi a resistere contro una probabile invasione franca (3), rese più sicure le mura e le torri di Salerno (1) e vi costruì un palazzo (2). Nell’840 poi, morto il pricipe Sicardo di Benevento, gli Amalfitani insorsero, si ordinarono in repubblica, e incitarono ecc…”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (1) postillava che: “(1) HERCHEMP., in R.I.S.T. vedi cap. 24, ricorda i saccheggi delle terre da Nocera a Sorrento e tali saccheggi son pure ricordati da Gregorio Magno, Epist. XI, 72”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo studio più pregevole su questo periodo della storia salernitana è ‘Il principato longobardo di Salerno’ di M. Schipa, pubblicato nell’Archivio Stor. per le prov. nap. l’anno 1887. L’opera fu fatta sulla scorta sorattutto dei documenti dell’archivio della SS. Trinità di Cava.”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herchemp., op. cit., cap. III: “Francorum territus metu, inter Lucaniam et Nuceriam, (Salernum) urbem munitissimam et praexcelsam in modum tutissimi castri, idem Arechis opere munifico munivit, et nova fabrica reparavit.”. Il Carucci, a p. 120, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dice GREGOROVIUS – ‘Storia di Roma, trad. it. II, 426 – che Arechi, quando seppe che Carlo era presso Capua, si rifugiò a Salerno e la fortificò. Invece dal passo citato di Erchemperto, come pure per altri documenti del tempo (V. pure Eginardo, M.G.H., SS. 1, 169) rilevasi che la città era già fortificata e che Arechi dovè soltanto riparare e migliorare le fortificazioni esistenti.”. Sul dominio di Arechi I, su Wikipedia leggiamo che prese Salerno nell’anno 620, mentre il Crucci scrive che Arechi (riferendosi ad Arechi I) “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, ecc…”. Dunque, nell’anno 640, almeno Agropoli e credo anche altre città marittime come Velia (che nel frattempo avevano perso di importanza) e Bussento restarono sotto il controllo giuridico-amministrativo dei Vescovi che erano direttamente collegati attraverso il Papato al Ducato bizantino di Napoli. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Ecc..”. Dunque, nel VII secolo e fino alla fine del VII secolo, buona parte dei territori, escluso l’area salernitana, rimmasero saldamente in mano ai Bizantini, soprattutto la fascia costiera che va da Agropoli fino a Salerno. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: “Ne è manzione nella lettera “Quod Velina” di papa Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, rifugiatosi, come si è detto, nella bizantina Agropoli (v.) per sfuggire all’irrompere delle orde longobarde di Zotone. Con essa il grande papa invitava il vescovo a visitare Velia, Policastro e Blanda prive di pastori, a ripristinarvi il culto e a tenerle in amministrazione apostolica, giurisdisdizione che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno'”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. Monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), riferendosi ai fatti accaduti negli anni successivi la venuta delle orde longobarde di Zottone, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. I due studiosi si riferivano all’opera di Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes). Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, riporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”, del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 scriveva che: “…; nè da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tanti altri di questi paesi trovasi scritto. Ne ciò sarà difficile a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte maritima, sicchè tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potevan ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli è chiaro. Egli parlando di Policastro scrive che i Bizantini, che chiama “Greci”, possedettero Policastro, anchi per la precisione egli scrive che non solo Policastro non fu conquistata dai longobardi e che all’epoca fu difesa dalle foze marittime dei Bizantini: “ma fu posseduta da Greci Monarchi.”. Riguardo quell’epoca, riguardo il VII secolo d.C., il Mandelli o Mannelli scrive che Policastro, che nel frattempo aveva già mutato il suo nuovo nome, ebbe le prime sciagure solo grazie alle incursioni dei Saraceni. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: “Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc….Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Il Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 9 (si veda versione a cura del Visconti), ruarda il Gatta e Policastro, postillava che: “(24) Constant. Gatta, Memor. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota (a): Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco).”. Il Visconti che curò la nota riedizione del Laudisio si riferiva a Costantino Gatta (….), “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), alla nota (a), p. 304, del cap. VI, dove il Gatta, postillava che: “(a) Livio nel lib. 34…….Livio lib. 39. Utrumque littus Italiae desertas Colonias, Sipontum Supero, Buxentum Infero mari in venisse &c. Carlo di San Paolo pag. 60 Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”. Dunque, nella sua nota (a) a p. 304 il Gatta postillava che Bussento è citato in “Carlo di San Paolo pag. 60″, dove scrive che: “Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”, riferendosi al testo di Luca Holstenio (….), “Note alll’Italia Antiqua” del Cluverio (….), di cui ho già parlato in un altro mio saggio. Il testo di Luca Holstenio è “Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii etc….”. Si tratta delle riflessioni postume al lessico geografico di Ortelio, alla Geografia Sacra di Carlo da S. Paolo e le riflesioni sull’Italia antica del Cluverio. L’Holstenio, nell’edizione del 1666, non scrive a p. 60, ma troviamo scritto su Buxentum a p. 22, parlando della Lucania scrive: “Buxentium &c. vulgo) Policastro…….Blanda &c. hodie ) Porto de Sapri”, mentre nelle sue riflessioni all’Ortellio: “Thesaurum Geographicum Annotationes a…”, a p. 60 non leggiamo ciò che postillava il Visconti. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Anche se riguarda gli anni sul finire del VI secolo è interessante l’analisi del Cantalupo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni, di tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico non si hanno più notizie.
Nel 591-592-593 (VI sec. d. C.), le scorrerie dei Longobardi nel golfo di Policastro
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone, a proposito dei primi Longobardi, in proposito scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).“. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (1) postillava che: “(1) GREGORII M., Reg., III, 3”. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, sul finire del VI secolo e durante tutto il VII secolo, per circa cento anni, di tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico non si hanno più solide notizie. Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) Erano queste scorrerie cominciate fin da tempo di S. Gregorio, ed erano tali, che molte Vergini fuggite di Lucania erano ite fino in Sicilia a ricoverarsi in quei Monisteri, siccome si vede nell’Epistole 6. lib. 3. Ind. 12. del medesimo Pontefice.”. Antonini si riferiva a papa Gregorio I o Gregorio Magno, di cui parlerò in seguito.
Nel 593 (VI sec. d.C.), Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia al tempo di papa Gregorio I
Dalla Treccani on-line leggiamo che “Cipriano” non si conosce nulla della famiglia di C., diacono, rettore del Patrimonio di Sicilia dal 593 al 598, ed è possibile ricostruire la sua biografia solo per gli anni in cui.ricopre questa carica. La sua attività, è documentata dal Registro di Gregorio Magno, in cui sono conservate le lettere che il papa gli invia durante il suo incarico, e dalla Vita dello stesso Gregorio, scritta da Giovanni Diacono, nella quale C. è ricordato nell’elenco dei rettori dei patrimoni ecclesiastici. Nel luglio del 593 è nominato per la prima volta nel Registro di Gregorio Magno, già con il titolo di rettore del riunificato Patrimonio di Sicilia. A questa carica doveva essere stato appena eletto, se, nell’agosto dello stesso anno, non aveva ancora occupato la sede a cui era stato destinato. C. come rettore non è soltanto l’amministratore dei beni della Chiesa, nel territorio affidatogli, ma è anche il rappresentante e l’intermediario ufficiale del papa. La sua autorità è riconosciuta dai vescovi della regione. Per la salvaguardia degli interessi economici della Chiesa si occupa nell’ottobre del 593 della raccolta, presso i singoli vescovi, dei vasi e arredi sacri portati in Sicilia dai sacerdoti fuggiti dalla penisola a causa dell’invasione longobarda, che per la morte. o l’incuria di questi andavano dispersi. Nel febbraio del 595 opera un controllo sul testamento di Teodoro, vescovo di Lilibeo, affinché non depauperi le ricchezze dei suo vescovato. Sempre nel febbraio del 595 riceve da Gregorio istruzioni, estremamente precise, anche se non ufficiali, sul candidato più idoneo alla successione di Mariniano, vescovo di Siracusa. Infatti nell’ottobre dello stesso anno darà tutto il suo appoggio e aiuto al nuovo vescovo di questa diocesi. Più volte deve far rispettare le decisioni disciplinari che riguardano la vita interna della Chiesa e la sua organizzazione. Ma si preoccupa anche di mantenere i migliori rapporti con il pretore bizantino, massima autorità amministrativa dell’isola, in modo che questi permetta ai vescovi della regione di recarsi a Roma ogni cinque anni. Fin dai primi mesi del suo incarico s’únpegna in un’opera di apostolato per la conversione di manichei ed ebrei, in modo speciale di quelli che si trovano nei possedimenti ecclesiastici, e per il soccorso di coloro che versano in disagiate condizioni economiche o di quelli che hanno subito soprusi e violenze. Resta a capo del Patrimonio di Sicilia fino all’ottobre del 598 quando ritorna a Roma. Dopo di lui il Patrimonio siciliano sarà definitivamente diviso in due parti, una che comprendeva la zona di Siracusa, Catania, Milazzo e Agrigento, l’altra con il suo centro a Palermo che comprendeva la Sicilia occidentale. Dopo la fine del suo mandato Cipriano sarà nominato ancora in tre lettere datate tra l’ottobre e il dicembre del 598. Trascorso questo periodo non si ha più nessuna notizia su di lui. Fonti e Bibl.: Gregorii I Papae Registrum Epistolarum, in Mon. Germ. Histor., Epistolae, I, 2, a cura di P. Ewald-L. M. Hartmann, Berolini 1887-1891, pp. 214-217, 237 s., 248, 288 s., 302-304, 308 s., 312-314, 383, 392, 398 s., 412-414, 462 s., 487, 489; II, a cura di L. M. Hartinann, ibid. 1893-1899, pp. 9 s., 51, 70, 74 s., 85; Sancti Gregorii Magni Vita a Ioanne diacono scripta libris quattuor, in Migne, Patrol. lat., LXXV, col. 110 A.
Nel 592 (VI sec. d.C.), la lettera di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia
Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) Erano queste scorrerie cominciate fin da tempo di S. Gregorio, ed erano tali, che molte Vergini fuggite di Lucania erano ite fino in Sicilia a ricoverarsi in quei Monisteri, siccome si vede nell’Epistole 6. lib. 3. Ind. 12. del medesimo Pontefice.”. Antonini si riferiva a papa Gregorio I o Gregorio Magno. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Sulla lettera di papa Gregorio I (papa San Gregorio Magno), ha scritto anche il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Ecc…”. Di questo passo del Gaetani ho già scritto parlando dell’invazione dei Longobardi del duca Zottone nel 568. Il Gaetani fa rilevare che è proprio da una delle prime lettere di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) del 592 a Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia che si rileva delle terribili stragi fatte dai Longobardi di Zottone nel 568. Sulla lettera a Cipriano (….), il sacerdore Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 19, in proposito scriveva che: “Dunque, nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione S. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accettarlo.”. E subito dopo a seguire il racconto del Gaetani sulla lettera di papa Gregorio I a Felice. Il Gaetani, a p….., nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lib. 4, Ep. VI.”.
Nel luglio del ‘593 (VI sec. d.C.), papa Gregorio Magno scrive e ordina a Felice, vescovo di Paestum di visitare le antiche Diocesi vacanti (senza Vescovo) di Velia, Bussento e Blanda
Andrebbero ulteriormente indagate le notizie della venuta nelle nostre terre, nel VI secolo, di alcune orde barbariche e di alcune diocesi abbandonate, tratte soprattutto da alcune testimonianze come le lettere di papa San Gregorio Magno che indirizzerà al vescovo di Paestum. In particolare bisognerebbe meglio indagare sulla figura di Felice, Vescovo di Paestum che a quei tempi si rifugiò nella vicina Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo. Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e, in seguito anche il Duchesne (…), è la citazione della lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero ‘il Grande’ (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. Papa Gregorio Magno. Sebbene il suo pontificato si sia svolto in uno dei periodi più bui della storia italiana, conservò una incrollabile fiducia nella forza del Cristianesimo; una delle anime più luminose del Medioevo europeo svolse il suo ministero racchiusa in un corpo minuto e sempre malato, ma dotato di una grandissima forza morale. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…).
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “….. l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. …..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica…..3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Ebner, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42: “Quoniam Velina; Buxentina et Blandina Ecclesiae sibi in vicino constitutae Sacerdotis noscuntur vacare regimine, propterea fraternitati tuae earum sollemniter operam visitationis ingiungimus”; Jaffe-Ewald, Regesta pontif. Roman., n. 1195) ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. A questo duca seguì Arechi, nobile longobardo del Friuli, che tenne il ducato per 50 anni. Il “Felici episcopo de Acropoli” non indica, come vedremo, una locale sede vescovile. Ecc…. Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).“. Ebner, a p. 13, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Gregorio Magno, Epist., VI, 6”.

Riguardo la Diocesi di Velia, papa Gregorio I, scrivendo la seconda lettera al Vescovo Felice, nell’anno 593, ci parla anche di Velia. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “…..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica. “. Sulla diocesi di Velia al tempo di papa Gregorio I, Pietro Ebner a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, ecc…“. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Per ciò che attiene alla sede della diocesi, si può senz’altro convenire che nel VI secolo essa da Paestum venne trasferita ad Agropoli, fondata dai bizantini negli anni seguenti il 533, epoca dell’arrivo di Belisario in Italia. In questa ben fortificata testa di ponte bizanina si rifugiarono i vescovi pestani per sfuggire all’orrore dell’invasione delle bande di Zotone, primo duca di Benevento (571-591) e il più pagano tra i Longobardi. Non sappiamo con precisione quando i vescovi ritornarno a Paestum……Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”.
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Nella sua nota si faceva riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”.
Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave giunta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che “nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”.
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “In questa prima fase espansionistica i Longobardi Beneventani……La regione così individuata, venutasi a trovare separata dai restanti domini greci d’Italia, ebbe l’immediata necessità di organizzarsi; a questo dovettero però provvedere i Vescovi, perchè i Bizantini erano allora impossibilitati ad occuparsi concretamente dei problemi della Penisola (1). Sedeva sul soglio pontificio, dal settembre del 590, Gregorio Magno, l’uomo energico che giustamente si preoccupò, nel generale sfacelo, di arginare in qualche modo la situazione, coodinando l’azione dei Vescovi onde evitare maggiori danni alle popolazioni, ai beni della Chiesa e, soprattutto, ostacolare l’estendersi del dominio longobardo a spese dei residui possedimenti italici di Costantinopoli. Poichè l’unico vescovo presente nell’area ancora bizantina tra i golfi di Salerno e di Policastro, era quello della diocesi pestana, Felice (2), allora residente ad Agropoli (‘episcopus de Agropoli’), a lui il Papa inviò nel luglio del 592 un lettera, in cui lo sollecitava a prendersi cura dei vescovati di Velia, Bussento e Blanda, rimasti privi della guida di presuli, affidandogli il personale ancora in sede di quelle diocesi e raccomandandogli le suppellettili sacre delle stesse chiese: “Gregorio a Felice, vescovo di Agropoli. Poichè si sa che le Chiese di Velia, Bussento e Blanda, che si trovano nelle tue vicinanze, sono prive della guida di un Vescovo, ti incarichiamo fraternamente di visitarle secondo l’usanza; avvertendoti soprattutto di questo, che, ove tu trovassi diaconi e religiosi di dette Chiese o delle loro diocesi, ti preoccupi di ammonirli a vivere sotto ogni rapporto con rigore ed in modo conforme alla regola. Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dalla metà alla fine del VI secolo la penisola balcanica e la Grecia furono invase a più riprese dalle popolazioni barbare degli Slavi e degli Avari; ai principi del secolo VII esse riuscirono anche a sfondare la linea del Danubio e, insediatesi nella prima metà dello stesso secolo sia nel Peloponneso che in parte della Grecia, nel 626 assediarono Costantinopoli. La città fu salvata allora dall’intervento della flotta bizantina, nonostante la minacciosa presenza dell’esercito persiano intervenuto in quell’assedio (cfr. OBOLENSKY, Il Commonwealth bizantino, Bari, 1974, pp. 72-74)”. Il Cantalupo, vol. I, a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Dato il breve lasso di tempo intercorrente fra l’occupazione longobarda di Paestum (590 c.) e la lettera del Papa a Felice (592), quest’ultimo è quasi sicuramente il vescovo sfollato di quella città”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) GREGORII M., Reg., II, 42 (= II, XLIII in Migne, Patrol. Lat., LXXVII, col. 581): Gregorius Felici Episcopi de Acropoli. Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi etc…”. Dunque, il Cantalupo, a p. 63 scriveva che: “Restava così al di fuori dalla conquista longobarda il vasto territorio situato tra Agropoli, i Monti Alburni e Blanda, dove, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi pp. 93 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 93, in proposito scriveva che: “Il “Castellum Caputaquensis”. Cap. V, il Cantalupo ci parla di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. pp. 69 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 69 e ssg., in proposito scriveva ed argomentava intorno ad un’antica città di Lucania sorta all’epoca dei primi Longobardi, di cui aveva argomentato lo studioso Emilio Guariglia (….), ed in parte Nicola Acocella (….) con alcune varianti. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. n. 2, p. 110.”. Riguardo lo studio di Emilio Guariglia (….), si tratta dell’articolo o saggio “La città di Lucania” apparso sulla rivista ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno V (1944). Il Cantalupo, a p. 110, stessa cosa il Cantalupo argomentava sul nome di Cilento di cui qui non voglio dilungarmi. Sempre il Cantalupo (….), nel suo vol. I, a pp. 65-66, in proposito scriveva che: “Enorme fu l’importanza rivestita da Agropoli in quel frangente, quando pochissime erano le città in grado di tener testa ai barbari sempre minacciosi; le sue fortificaioni avevano stabilito la nuova sede alla classe dirigente pestana, i cui membri allora probabilmente tentarono di ridare ordine alle terre circostanti, ricostruendovi una qualche forma di amministrazione, coadiuvati in ciò dalla presenza di un funzionario bizantino (forse un ufficiale inferiore, detto ‘tribuno’)(1), che, come capo della guarnigione ivi stanziata, si occupava dei problemi strettamente militari. Su tutti esercitava la sua sorveglianza il Vescovo, trasformato dalla legislazione di Giustiniano in un prestigioso rappresentante del potere civile (2).”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “Cfr. Romano/Solmi, op. cit., pp. 253 e 345.”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Romano Giacinto e Solmi A., ‘Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888)’, ed. Vallardi, Milano, 1940. Infatti, i due autori, Solmi e Romano, nel capitolo IV: “L’Italia bizantina e la controversia monotelitica”, a p. 342, in proposito scrivevano che: “f) Ducato di Napoli. Era costituito dal resto della Campania non aggregato al ducato di Roma,……….g) Sparsi frammenti di dominio bizantino erano ancora nella Lucania, nel Bruzio, nell’Apulia e nella Calabria. Nella Lucania i Greci conservarono solo Agropoli. Più solidamente invece si mantennero nel Bruzio, dove le conquiste longobarde non andarono più in là di Cosenza (680). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127”.
Riguardo questa importante lettera di papa Gregorio I (S. Gregrio Magno), il Russo (….) a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099, la lettera n° 43a:

Pietro Ebner (…), per questo travagliato periodo, cita il Lanzoni (…), e ne consiglia la lettura di pp. 316-329 sulla diffusione del Cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “I vescovi per l’alternarsi di invasioni e incursioni cui erano esposte le città, finirono col non avere una residenza stabile, come afferma il Lanzoni là dove dice (p. 323) che “si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome”. Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi e primo duca di Benevento (571-591). Le sue efferate schiere pare abbiano infierito più sulle chiese e sugli ecclesiastici (106) che sulle popolazioni civili. Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “…..La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Barni (…), scriveva che i Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro.
Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobarda, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 63, nella sua nota (…), postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (64), postillava che: “(64) P. Diacono, H.L., II, 17; N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storica Salernitana, 1962.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (65), postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (66), postillava che: “(66) P. Diacono, ibidem”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (67), postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (68), postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (69), postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.
Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”.
Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (…), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(…), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”.
Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.“. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (10), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (8-9). Infatti, il Romanelli (25) ed il Troyli (6), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria.
Il Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (…). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (…) che, nel 1831, pubblicò (…) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (…). Il Laudisio (…), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (…), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (…) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (…) e Acocella (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e poi il Duchesne (…) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous”. Il Tancredi nella nota n. 34 di Pyxous a p. 18 postillava che: “(34) Migne J.P., ‘Patologiae Corsus compl.’, Tomo 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentum e Blanda etc…”, continuando il suo racconto scriveva che: “Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099:

Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro, parlando dei Longobardi, Gianluigi Barni (…), nel suo “I Longobardi in Italia”, a pp. 366 e ssg. pubblicò il testo di Monsignor Luois Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…). Del VII secolo, il Louis Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905. Monsignor Duchesne (….)(vedi il testo di Barni, a pp. 382-383, parlando della Regione II (Napoletano), in proposito scriveva che: “In effetti non è possibile dimostrare che, nelle località di questa regione, rimaste fino al VII secolo più o meno inoltrato sotto il dominio dei Bizantini, si sia conservato un solo Vescovado. Al declino del VII secolo quello di Benevento fu ricostruito; più tardi si vedono riapparire quelli di Lucera, Conza, Canosa, Acerenza. Il primo fu assorbito da quello di Benevento. Quelli di Benevento, Canosa (Bari), Conza, Acerenza, si conservarono e diventarono persino, in seguito alla suddivisione della diocesi, delle metropoli ecclesiastiche.”. Continuando il suo racconto sulla “Regione III”, il Duchesne a p. 383 in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la lucania ed il ‘Brutium’. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che ‘Potentia’, ‘Grumentum’ e ‘Consilinum’ (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia (4), Buxentum (5) (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (6) (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (7). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di ‘Grumentum’ viveva ritirato in Sicilia (nota 8 = Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (9), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come ‘Episcopus de Acropoli’. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata d’Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (….). Nel Barni (….), a p. 383, nella sua nota (7) postillava che: “(7) J. , 969, 1015, 1017).”. Con questa nota il Barni postillava di R. Jaffé (….) ed il suo “Regesta pontificum romanorum”, Lipsia, 1885. Oppure Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017. Nel Barni, a p. 383, nella nota (8) postillava che: “(8) Ep., IX, 209, luglio 599”. Nel Barni, a p. 383, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ep., II, 42, luglio 592.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323 in proposito scriveva che: “1. Felix: 592 (J-L, 1195) – Questa lettera su scritta “Felici Episcopi de Acropoli visitatori provinciae Lucaniae”, cui il papa ingiunse la “visitatio Velinae, Buxentinae, et Blandanae ecclesiarum”, le quali “sacerdotis regimine vacabant”. Il Crivellucci (“Studi Storici”, an. 1897, p. 591, credette che la diocesi di Paestum fosse distinta da quella ‘de Acropoli’, ma io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di……. e Felice di Paestum nel 592 (91).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Si tratta di due lettere (“epistole”) scritte da papa San Gregorio Magno (…) a Felice, Vescovo di Paestum e rifugiatosi ad Agropoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi ecc…”. Si tratta di due lettere di papa Gregorio Magno (…), contenute nel ‘Registro Episcopale’, scritto tra il 590 e il 604. Si tratta dell’epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Si veda ‘Epistola 2, 42 o 43′ (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum; oppure si veda pure: Pietro Ebner, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) si riferivano alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…).
Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che, dopo di lui non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum; oppure si veda pure: Ebner Pietro, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…).
Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (17-18) e poi dal Duchesne (14). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Il Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11).
Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri
E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11).
Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde).
Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14).
Scrive la Bencivenga – Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani (….), proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, a pp. 19-20, in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus’; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimondi, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : ‘Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus’”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi di Giuseppe Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Pietro Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.
Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono (…). A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (1). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda ‘Bussento‘ (“Buxentum” – l’attuale Policastro Bussentino): nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di ‘Buxentum’ (Moroni). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (Barni e Duchesne). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene – quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro, ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (Natella e Barni), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640. Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (Epistulae, II, 29) la mancanza di titolare della sede bussentina. Pertanto si può ritenere che la datazione della Cattedrale di Policastro si può collocare intorno al VI secolo d.C. (…), epoca di costruzione delle maggiori trichorae del mondo cristiano. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (Barni e Duchesne), infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (Barni). Dice il Barni (…) in proposito: “Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi (590-604) in una lettera del 592, al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (Barni). E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel IX secolo, come ricordano il Cappelletti (…) ed il Cappelli (…) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (…) affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno, vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (8-9), su cui bisognerà indagare ulteriormente. Agropoli fu un’antica sede vescovile della Lucania. Tuttavia se ne conosce l’esistenza solo per una lettera di Papa San Gregorio Magno (Gregorio I) scritta attorno al 592 al vescovo Felice, al quale comanda la visita apostolica delle vicine diocesi, rimaste senza pastore, di Velia, di Blanda e di Bussento (…). Alcuni autori, tra cui Lanzoni (…) e Duchesne (…), ipotizzano che il Felice di cui parla papa Gregorio Magno sia in realtà un vescovo di Paestum (…) che, a causa dell’invasione dei Longobardi, che ha reso orfane le sedi menzionate dal pontefice, si sia rifugiato ad Agropoli, fortezza bizantina. Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» (Barni). A questo periodo si riferisce una notizia non molto attendibile (…). Gli Agareni (Saraceni), – che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola, nell’anno 915 (…). In proposito il Natella e Peduto scrivevano che: “…la notizia va destituita da ogni fondamento” (4). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X secolo questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio (…) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel VI sec. d. C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa San Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (forse il Vescovo di Paestum) (…). L’ Acocella (…), parlando del Cilento, affermava: “La Velia ecclesia era già, nell’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti ecc…”, e riferiva che la notizia era tratta dalla lettera di Papa San Gregorio Magno al Vescovo Felice di Agropoli (…). Nella sua lettera, il Papa San Gregorio Magno, nell’anno 592, scrive al Vescovo di Agropoli Felice, già Vescovo di Paestum (territorio Velino, forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata), nella quale, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (il Vescovo Felice di Paestum (forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata) (v. lettera di papa Gregorio Magno). Il Barni (…), parlando dei Longobardi in un suo studio, pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Duchesne (….), che riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), Buxentum (che riteneva essere l’odierna Policastro Bussentino), e Blanda (che riteneva essere la città lucana presso l’odierna Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J. , 969, 1015, 1017). Al tempo di S. Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia ( Ep., IX, 209, luglio 599). Dopo di lui non si trovano tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa confida al vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura di quel che rimane del loro personale. Lo stesso vescovo di Paestum viene qualificato come episcopus de Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarò costretto a trasferirsi all’interno, a Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (v. Barni). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (“S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43″)(…), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria. Gaetano Porfirio (…), nel suo: “Diocesi di ‘Policastro”, stà in Vincenzo D’Avino (…), nel suo ‘Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie’, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948, a p. 538, scriveva in proposito dell’origine dei Cenobi e della Chiesa Bussentina.

“…a quelle di una cattedra di Policastro: e questo noi tanto volentieri diciamo, in quanto che solamente dal 502 nel III concilio romano troviamo il nome di un tal Rustico, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 contro i monoteliti, quello di Sabazio vediamo, entrambi vescovi bussentini (1).”. Il Porfirio (…), parlando dei primi vescovi di ‘Buxentum’ o ‘Bussento‘, nella sua nota (1), postillava che le notizie erano tratte da Costantino Gatta (…), nelle sue “Memorie Lucane etc..”, cap. II, pag. 34 e in Severino Binio (…), tom. IV, cap. IV, pag. 736. Infatti, il Gatta (…), scriveva che: …………….., mentre il Severino Binio (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606, scriveva che: “His & Ruffum quoque Thessalonicensium Metropolitanum subscribere nihil ambiguo: Nam cùm per aduersam valetudinem ipsi huc venire integrum non esset, mihi ad sacram & magnam hanc Synodum proficiscenti, ut locum ipsius tenerem, mandavit.Quin omnes quoque Illyrici Episcopos in meam sententiam concedere, nihilque de iam lectis haesitare, certo persuasum habeo.”. Giuseppe Cappelletti (…), nel suo ‘Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni’, nel 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377, parlando di “Policastro”, a p……, scriveva di “Bussento” (Buxentum), e dei suoi vescovi:

Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Bussento, non ancora restaurata e chiamata “Paleocastrense”, scriveva in proposito che: “Le miserie in che di poi fu travolta l’Italia sotto la dominazione longobarda, fecero della regione Lucana quasi una vasta tomba; e la diocesi bussentina rimase si scema di abitatori, che papa S. Gregorio Magno si vide obbligato di darla in commenda a Felice di Acropoli (2): nella qual condizione poi stette, priva del proprio pastore, fino al 1079. Nè queste calamità per la sopravvenuta signoria dè greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acessimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella di Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, non ostante la fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), legatevi da Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure la Chiesa bussentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in che traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (an. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le Chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fossero in perpetue soggette. In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), ecc…”.

Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Libro II, epist. 29.”. Il Porfirio, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibli., in papa Paulo, apud Bern.hist.haer. tomo. 2. seculo 8. pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), si riferiva all’epistola papale, ecc… Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del 1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, secolo VIII, vol. II, p. 188 e s. Questi testi, venivano citati anche da Mons. Laudisio (…), nella sua “Synopsi” della Diocesi di Policastro. Anche Angelo Guzzo, nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, a p. 53 e s., parlando di Bosco, sulla scorta di Palazzo (…), parlando dell’origine della chiesa di S. Nicola di Bosco, scriveva in proposito che: “Essa faceva parte di un’importante Abbazia fondata dai monaci basiliani intorno all’anno Mille e dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa (1).“. Il Guzzo, nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Palazzo (…), p. 18, che, sulla scorta del Di Luccia (…), riferiva delle donazioni dei principi Longobardi ai cenobi basiliani o italo-greci dell’area tra cui quello di San Nicola a Bosco. La notizia delle donazioni Longobarde alla chiesa locale, citate anche dal Palazzo, dal Cataldo e poi dal Guzzo, si possono ascrivere al Di Luccia (…). Il Porfirio (…), proseuendo il suo racconto e parlandoci della diocesi di Policastro, a p……, nella sua nota (2), che riguardava la nascita del casale di Bosco, postillava che: “(1) Id. Ughel. Ital. Sac. tom.1 de ‘Episcop. Cavens.; (2) Lib. 3 epist. 49, lib. 11, epist. 18; (3) Apud. Card. Sirleti, in Bibliot. Vat. n. 2101, pag. 177; (4) Dizion. istor. tom. 1, Voc. Alt.”. Il Porfirio, nella sua nota (2), postillava che la notizia era tratta da “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Dunque, il Porfirio (…), nella sua nota (2), sulla scorta del passo dell’Ughelli (…), riguardo all’origine di alcuni centri paesi della Diocesi di Policastro, come Bosco, cita l’epistola papale di San Gregorio Magno, quando si lamenta delle invasioni e delle tragedie ed ai lutti causati dalla venuta dei Longobardi nell’Italia Meridionale. Dunque il Porfirio, si riferisce al periodo delle invasioni Longobarde e, cita gli stssi riferimenti del Laudisio (…) che faceva espresso riferimento all’epistole papali. Infatti, il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…) e, nella sua nota (49), fa riferimento ad una epistola di Papa S. Gregorio Magno: ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un vescovado bussentino a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ – notizia tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I), che fu papa nel 540 d.C.. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di una sede Episcopale a Vibona, secondo quanto scriveva anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit., p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pixous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pixous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Galiardo, citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), in un suo libretto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, a pp. 15-16, a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o dioccesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il Laudisio (…), infatti, a p. 7 (si veda il Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Il Laudisio, a p. 7, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Il Laudisio, a p. 7, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio, sulla scorta del Gagliardi e tradotto dal Visconti, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, sulla base di ciò che riportava il Laudisio, anzi ciò che scriveva il Gagliardi (vedi le note (14)), ci chiediamo se il documento trascritto dal Gagliardi, si possa riferire ad una Vibo Valentia, anzicchè a Vibonati, essendo una sede episcopale prossima alle altre due Velia e Bussento.
Nel 662-663 (VII sec. d.C.), Grimoaldo I, il ducato longobardo di Benevento e l’assalto dell’Imperatore di Bisanzio Costante II
Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Il Vallo di Diano…..Certamente esso non dové neanche rimanere estraneo all’impresa di Costante secondo nel Mezzogiorno, nel primo decennio della seconda metà del settimo secolo, essendo il Vallo un passaggio quasi obbligato per raggiungere la Calabria e, pertanto, attraversato dall’Imperatore nel suo passaggio da Napoli a Reggio nel luglio del 663 (190). E il contributo bizantino, fors’anche voluto da un indiretto intervento imperiale, nella formazione di Padula tra nono e decimo secolo s’evidenzia in due indicazioni toponomastiche, le quali affiancano il primo nucleo arroccato, e sono il ‘Tréscine’ (“alla Crocevia del trescene” (191)), ch’è ai piedi del poggio occupato dal Càssaro, nei pressi di S. Clemente etc..”. Il Tortorella, a p. 84, nella nota (190) postillava che: “(190) Nella ricostruzione grafica, inoltre, dalla partizione politica dell’Italia del sesto secolo, secondo la ………………(dhiijisis: ‘descrizione’) di Giorgio Cipro, il Cilento, la Lucania meridionale, il Salento sono compresi nell’………………………….(Eparkhjia Kalavrias: ‘Provincia di Calabria’): cfr. P.M. Conti, L’Italia bizantina nella “Descriptio orbis romani” di Giorgio Cipro, in “Memoria dell’Accademia Lunigianese di Scienze “G. Capellini”, XL (1970), pp. 88-93 e la seconda tavola in apendice. Vedi, per il racconto storico, R. Maisano, La spedizione italiana dell’imperatre Costante II, in “Siculorum Gymnasium”, XXVIII, 1 (gennaio-giugno 1975), pp. 141-143.Per l’incidenza dell’avvenimento nel Vallo, cfr. F. Bulgarella, op. cit., p. 30.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 30, in proposito scriveva che: “Né la spedizione di Costante II produsse alcuna inversione di tendenza. E’ vero che il ‘basileus’, sbarcato a Taranto nel 63, raggiunse Rma attraverso il tradizionale itinerario – via Traiana e via Appia – che collegava i porti pugliesi all’antica capitale; e che, poi, discese in Sicilia per la via di terra da Napoli a Reggio, servendosi forse della Popilia e, quindi, attraversando il Vallo. Ma i suoi tentativi, sovente falliti, di espugnare Lucera, Acerenza e Benevento sembrano finalizzati più all’esigenza occasionale di aprirsi una via di transito, che no all’intento di combattere ssematicamente i longobardi. Insediatosi a Siracusa, capitale effettiva dell’Impero dal 663 al 668, Costante II ebbe cura di consolidare i possedimenti rimasti nel Mediteraeo centrale e, in particolar modo, di restringere i legami amministrativi fra la Sicilia ed il Meridione peninsulare ancora bizantino, i cui collegamenti con l’esarcato erano ormai difficoltosi (80). Dunque, fra longobardi e bizantini si profila una delimitazione delle rispettive sfere di presenza e di influenza.”. Nell’anno 663, la città di Benevento fu messa sotto assedio dai bizantini che, guidati dall’Imperatore di Bisanzio Costante II, erano sbarcati a Taranto nel tentativo di recuperare i domini perduti e ristabilire l’autorità dell’Impero sul meridione d’Italia. L’imperatore bizantino Costante II, tentò di riconquistare l’intera Italia e sbarcò con forti contingenti militari nel Meridione; irruppe nei territori della Puglia sottomessi al ducato di Benevento, ottenne alcuni successi su Romualdo e cinse d’ assedio la stessa Benevento. Nato dall’unione di Grimoaldo con Ita (Itta), Romualdo si trovò in giovane età a reggere il ducato in luogo del padre divenuto Re a Pavia. Nell’anno 663, Romualdo dovette sostenere l’assalto dell’imperatore bizantino Costante II. Il figlio Romualdo I, fu duca di Benevento dal 671 al 687, già reggente in luogo del padre Grimoaldo dal 662 in seguito alla spedizione del padre per Pavia ed alla successiva usurpazione della corona di re dei Longobardi ai danni del fratello Pertarito. Romualdo I (figlio di Grimoaldo) difese coraggiosamente la città e respinse l’Imperatore bizantino Costante II verso Napoli. Nell’anno ‘663 Grimoaldo ottenne anche un’importante vittoria contro i Bizantini anche grazie alle resistenze del giovane figlio Romualdo I. L’intervento in forze di Grimoaldo costrinse tuttavia l’imperatore Costante II a ritirarsi a Napoli, dopo aver subito gravi perdite. La vittoria rafforzò la posizione del re, ancora precaria. In seguito suo figlio Romualdo passò all’offensiva e occupò l’intera Puglia, con la sola eccezione di Otranto. Dopo queste vittorie i Longobardi, ebbero campo aperto verso la Puglia centro-meridionale che verrà sottratta ai Bizantini e inglobata nel ducato.
Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate
Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”.
Blanda e Cesernia nella Tabula Peuntingheriana
La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto.
(Fig……) Tabula Peuntingheriana, riproduzione fattane da Stefano Bellinio
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840 (Archivio Attanasio)

(….) D’Amico Vincenzo, I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933 – XI, ed. Società Tipografica Molisana (Archivio Attanasio)
(….) Rohlfs Gerard, ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G., Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.
(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)
(….) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930 (Archivio Attanasio)
(….) Lavagnini Bruno, Belisario in Italia – Storia di un anno (535 – 536), Libreria Gino, Palermo, 1948 (Archivio Attanasio)
(….) Lamma Paolo, Oriente e Occidente nell’alto Medioevo, editrice Antenore, Padova, 1966 (Archivio Attanasio)
(….) Cantalupo Piero, Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento I Dalle origini al XIII secolo, Tip. Guariglia, Agropoli, 1981 (Archivio Attanasio)
(….) Romano Giacinto e Solmi A., Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), ed. Vallardi, Milano, 1940 (Archivio Attanasio)
(….) Ghisleri Arcangelo Testo-Atlante di Geografia Storica, Medio Evo, Arti Grafiche Bergamo, 1952, tav. III, p. 14
(…) Nissen Heinrich, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902 (Archivio Attanasio)
(….) Bartolini O., Longobardi e bizantini nell’Italia meridionale, in “Atti 3° Congresso intern. Studi sull’alto Medioevo”, …….
(….) Capasso Bartolomeo, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, vol. I, pp. 244-248 (Archivio Attanasio)
(….) Natella Pasquale -Peduto Paolo, Pixous-Policastro, p. 508,
(….) Trillmich Clara Bencivenga, Pyxus-Buxentum, in Mélanges de l’Ecole Francaise de Rome, Antiquitè, tome 100, nà 2, 1988, pp. 701-729 (Archivio Attanasio)
(…) Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988 (Archivio Attanasio)
(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio digitale Attanasio)
(….) Kalby I.G., Contributi e note su nuove documentazioni paleocristiane nella Campania meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 272
(….) Venditti Arnaldo, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541; oppure si veda
(…) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972
(….) Procopio di Cesarea, Guerra Gotica, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64)
(…) Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino, Chiesa Cattedrale di Policastro – La storia e i restauri, ed. ……, Salerno, (Archivio Attanasio)
(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia’, stà in rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, 2, Firenze, 1975 (Archivio Attanasio)
(….) Schipa Michelangelo, Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Lancusi, 2002, ristampa anastatica, p. 41 e 42. Lo storico napoletano, sulla scorta dei suoi precedenti studi giovanili: la ‘Storia del Principato Longobardo di Salerno’, inserita nel volume XII dell’Archivio storico per le provincie napoletane (1887) e, la ‘Storia del Ducato napoletano’, pubblicata nei volumi XVI-XIX dell’Archivio storico per le provincie napoletane (Archivio Attanasio)
(….) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29 (Archivio Attanasio)
(….) Gaetani Rocco, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385 (Archivio Attanasio)
(….) Borsari Silvano, Monasteri bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda
(….) Falla Castefranchi M., La statua lignea ottoniana di San Filadelfo di Pattano (Cilento), in Arte d’Occidente, temi e metodi, Studi in onore di Angiola Maria Romanini, Roma 1999 pp. 309-317
(…) Il ‘Liber censuum’ Nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, ‘Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216–1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…)
(….) Marzullo A., L’elogium di Polla, la via Popilia e l’applicazione della lex Sempronia agraria del
(….) Siviero Oreste, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925
(….) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di ed. Ripostes, 1998) (Archivio Attanasio)
(….) Binio Severino, Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…., vol. IV, p. 736, del 1606 (Archivio Attanasio)

(…) Pellecchi Silvia, Raccontare l’archeologia. Strategie e tecniche per la comunicazione dei risultati delle ricerche archeologiche (a cura di), ed. All’Insegna del Giglio, Sesto Fiorentino, Firenze, 2017 (e-book)

(…) Abbate Francesco, Visibile Latente. Il patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro, ed. Donzelli, Roma, 2004 (Archivio Attanasio). Sebbene molto interessante il testo non dice nulla sul castello di Policastro
(…) Siviero Oreste, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925
(…) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria, ed. E.S.I., Napoli, 1967, II, pp. 541-542; si veda dello stesso autore anche ‘Napoli Nobilissima
(…) Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium da Paolo Diacono, sia il nostro Bussento (Archivio Attanasio)
(…) Cusa Salvatore, I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Attanasio)
(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(…) Jaffé- Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)
(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968
(…) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323
(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Caserta, ed. A. Guida, 1930
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)
(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Attanasio)
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito. Il vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure dello stesso autore: ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932, pp. 1-7 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Carucci Carlo, Don Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, Salerno, Stab. Tip. Nazionale, 1899 (Archivio Attanasio)
(…) Hisch Ferdinando – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno, ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141
(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.
(….) Barni Gianluigi, I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974
(…) Duchesne Luis Marie Olivier, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383: Duchesne Luis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi, I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383 (Archivio Attanasio); di Duchesne si veda pure: Les premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898 (la storia dello Stato Pontificio). Louis Marie Olivier Duchesne /dy’ʃɛn/ (Saint-Servan-sur-Mer, 13 settembre 1843 – Roma, 21 aprile 1922) è stato un presbitero, filologo e insegnante francese, studioso (filone critico) della cristianità, della liturgia e delle istituzioni cattoliche. Nel 1887 pubblicò i risultati della sua tesi, seguiti dalla prima edizione critica completa del Liber Pontificalis (anche Theodor Mommsen stava lavorando a un’edizione critica dell’opera, ma non riuscì a portarla a compimento). In un’epoca difficile per la storiografia critica che applicava metodi moderni alla storia ecclesiastica, cercando una convergenza tra archeologia e topografia per suffragare le fonti letterarie, e descrivendo gli eventi ecclesiastici nel contesto della storia sociale, l’abbé Duchesne era in costante corrispondenza con storici dello stesso filone fra i Bollandisti, che lavoravano a edizioni critiche delle agiografie.
(….) Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (Archivio Attanasio). Dunque, il Barni postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017
(….) Diehl Charles, I grandi prblemi della storia bizantina, ed. Laterza, Bari, 1957 (Archivio Attanasio)
(….) Costantino Gatta, Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini)
(….) Kehr Paul Fredolin, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935
(….) Mansi Giuseppe, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099 (la lettra di papa Gregorio I al vescovo Felice)(Archivio Attanasio)
(….) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966, p. 9
(….) Fabiani L., ‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123
(….) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, Giuseppe Laterza e figli, 1923, p. 4 (Archivio Attanasio)
(….) Gams B., Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1

































































































































































































































