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Nel IV-V-VI sec. d.C., Barbari, Goti e Bizantini nel basso Cilento

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e, del porto di Sapri negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare sulle nostre terre, il basso Cilento nel periodo storico che va dalla caduta dell’Impero Romano ai Longobardi. In questo mio saggio cercherò di fare il punto sulle notizie storiche che riguardano le nostre terre all’epoca a cavallo tra la dominazione Bizantina e la formazione del Ducato longobardo di Benevento.

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(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…) (Archivio Attanasio)

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Attanasio)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco. L’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626′, conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana e Palatina di Firenze (Archivio Attanasio)

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(Fig….) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (…)

IL BASSO CILENTO NEL MEDIOEVO

Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto.

Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘AGER VIBONENSIS ACTUS’ nelDe Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: ..ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autoità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3.” :

Antonini, p. 424

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Ager Vibonensis Actus’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis libellus’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. L’Antonini scrive a riguardo che: E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Riguardo Frontino e la citazione dell’Antonini ha scritto anche Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio;etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Front. De Colon. 109”.

Corcia, p. 63.PNG

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63

Da Wikipedia leggiamo che ai tempi di Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto a Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità” che riguardano il sito di Pixous, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Dunque, l’Antonini e molto più tardi alcuni scrittori come il Tancredi (…) riportano l’interessante notizia di un “Ager Vibonensis actus” citato da Giulio Sesto Frontino nella sua opera “De Coloniis libellus”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino (…): “De Coloniis libellus”. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Ager Vibonensis Actus”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Ager Vibonensis actus”. L’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Am. ſterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il  “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Il Gaetani, nella sua nota (….) postillava che l’opera del Frontino era contenuta nell’opera di Guglielmo Goesio: “(1) Rei Agrariae Auctores legesque variae etc…, ed. Goesio, Amstelredami, 1674, vol. I, p. 78 – Gromatici Vetera etc., ed. Lackmann, Berolini, 1848, p. 141.”. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibifactam nescio mentionem”.

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La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p…… Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio, molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio.  Il Goesio riportando il passo del “De Coloniis libellus” di Giulio Sesto Frontino, nel suo “Rei Agrarie auctorie legesque variae” del 1674, in cui a p. 109, Frontino scriveva che: “Provincia Brutiorum. Centuriae ecc…Ager Vibonensis. actus N. e x. G.P. XXV. Cardo in Orientem Decimanus in Meridianum.”. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”.

Nel 13 d.C. (I sec. d.C.), la villa a S. Croce a Sapri (?) di Giulia, figlia di Augusto (Ottaviano) e moglie dell’Imperatore Tiberio

Giulia

Nel 1700, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 418 parlando del campanile della cattedrale scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto ben ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici.”, poi proseguendo la sua dissertazione sul campanile l’Antonini a p. 419 in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è il seguente GERMANICO CAESARI….AVG….F. DIVI. AVG.  N……DIVI. IVLII…PRON…AVG….COS. II. IMPERAT…..l’altro è questo AUGUSTAE IULIAE….DRVSI F…..DIVI….AVGVST…..”. Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Giulia maggiore, figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Dunque, l’Antonini fu il primo a segnalare le antiche iscrizioni marmoree o epigrafi latine presenti sul campanile della Cattedrale di Policastro Bussentino allora Buxentum.

Antonini, p. 419

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(Fig….) Campanile della cattedrale di Policastro Bussentino – lapide dedicata ad Augusta Iulia 

Sulle due epigrafi presenti incastonate nel campanile della cattedrale di Policastro ha scritto mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, in una di queste lapidi marmoree si legge: “A GERMANICO CESARE FIGLIO DI TIBERIO AUGUSTO NIPOTE DEL DIVO AUGUSTO PRONIPOTE DEL DIVO GIULIO AUGUSTO PER DUE VOLTE CONSOLE E IMPERATOR. Germanico Cesare visse intorno al 12 dopo Cristo. Era figlio figlio naturale di Druso e figlio adottivo di Tiberio, suo zio; perciò fu nipote del divo Augusto, che a sua volta era padre di Tiberio e figlio di Giulio Cesare; Germanico inoltre fu console per due volte col secondo imperatore, cioè con Tiberio. Ebbe il soprannome di Germanico perchè dopo la morte di Augusto partì per la Germania e, rifiutato il titolo di imperatore con cui era stato acclamato dall’esercito, dopo aver vinto i nemici ritornò a Roma dove ottenne l’onore del trionfo. Partito anche per l’oriente per sedare delle dedizioni, vinse il re dll’Armenia; perciò Tiberio fu preso dalla gelosia e nello stesso tempo dall’odio, e per suo comando Germanico fu avvelenato ad Antiochia dal re di Siria pisone, quando aveva 34 anni di età, nel 19 dopo Cristo. Egli aveva pubblicato diverse opere, ma ci restano di lui soltanto la versione in esametri latini dei ‘Phaenomena’ che Arato aveva scritto nel 275 prima della nascita di Cristo, e alcuni epigrammi. Ecc…”. Il Laudisio proseguendo il suo racconto sulle due epigrafi poste sul campanile della Cattedrale diPolicastro, in proposito aggiungeva della seconda epigrafe marmorea: “Si vede anche un’altra iscrizione in onore di Augusta Giulia Drusilla che fu l’unica figlia del divo Augusto e moglie di Tiberio; ma per loro ordine fu mandata in esilio a causa della sua vita scandalosa, e secondo la tradizione morì in esilio. L’iscrizione è questa: AD AUGUSTA GIULIA FIGLIA DEL DIVO AUGUSTO.”. Ecco ciò che scriveva il Laudisio a proposito delle due epigrafe marmoree. Le frasi scolpite delle due epigrafi marmoree riportate ivi del testo tradotto dal Visconti, che curò la versione del Laudisio che in originale è a p. 58. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a p. 58, nella sua nota (231) postillava che: “(231) ‘Italia Sac.’, tom. 7, col. 758: Satis admodum eius (scil. urbis Polycastri) origo antiqua, nomen retinens a Greco vocabulo, quasi magnum castrum, seu urbis castrum; amplam fuisse indicant eius vestigia et ruinae, diversis enim ex varia fortuna bellis cessit in praedam).”. Il Laudisio riportava una frase di Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, col. 758, vol. VII. L’Ughelli scriveva in proposito alle due lapidi che: La sua origine (cioè la città di Polycastrus) è piuttosto antica, conservando il suo nome dal nome greco, come fosse un grande castello, o un castello di una città; indicano che i suoi resti e le sue rovine erano estesi; ecc..”. Dunque, le due epigrafi furono citate anche dall’Ughelli ove parlava della Diocesi di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “La romana Buxentum, invece, non ha mai raggiunto importanza fino al I secolo a. C.. Sotto ‘Silla’, verso l’87 a.C. divenne ‘municipio’ romano (22). Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. La figlia di ‘Augusto, moglie di Tiberio, ‘Giulia’, che il padre non poteva tollerare a Roma, perchè la sua vita privata era troppo licenziosa, deve essere morta nelle vicinanze di Buxentum, come dimostra la sua lapide, incastonata nel campanile di Policastro (23). Augusto morì a Nola; probabilmente doveva allontanare la figlia dal luogo degli scandali, senza, però, perderla di vista, o almeno poterla raggiungere entro un tempo non proibitivo. Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio. Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Il Tancredi, a p. 15, nella sua nota (23) postillava che: “(23) “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”. Tacito C., ‘Annales’, I. Dione Cassio, ‘ad annum a. U.c. 748; Svetonio, In vita Tiberii, LIII.”. Dunque, il Tancredi postillava che ci parlano di questo personaggio, Giulia maggiore sia Tacito (…) che Svetonio. L’epigrafe lapidea vi è scolpita una iscrizione che recita in latino la seguente frase: “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”: “l’Augusta Giulia figlia di Druso, divino Augusto”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Devo però segnalare una strana notizia al riguardo che proviene da Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, dove, a p. 96 parlando di Buxentum egli in proposito scriveva che: “Ma ruderi di antichità non esistono in Policastro…Eppure l’Antonini, quantunque avesse dichiarata questa città di epoca recente, e vuota di abitanti, pure attestò, che un miglio fuori le sue mura a levante si trovi un avanzo di edifizio romano, che mostra di essere stato un tempio. Oggi è detto ‘castellare’. Questo solo indizio per bocca di un contraddittore ci basta. Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG.  ET  IVLIA  DRVSI  F….DIVI  AVGVSTI.”. Innanzitutto faccio presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite.  Il Romanelli a p. 96, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, è un manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, argomentandosene che Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI  IVLIA DRVSI  F…..DIVI  AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Dunque, l’epigrafe in questione è dedicata all’Imperatore Tiberio che fu proprio il marito di Giulia maggiore, figlia di Augusto e di Livia.  Secondo il Mannelli, Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio e di Giulia, che sposò lo stesso Tiberio, suo fratellastro dimorarono a Buxentum. Io non credo che essi dimorarono a Buxentum ma credo che la loro villa fosse a Sapri. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Dunque, secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Sulle epigrafi hanno scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura ecc…”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Diciamo subito che non sono le due iscrizioni o le epigrafi citate dall’Antonini a p. 419 e a cui mi riferisco, le due o una che ci parlano di Giulia maggiore, figlia di Augusto. Dunque, i due studiosi non si riferivano a questa testimonianza ancora presente sulla base del campanile della Cattedrale di Policastro. Sulle epigrafi marmoree a cui si riferivano i due studiosi Natella e Peduto che scrivevano che il Mommsen le aveva ritenute false,  ci viene incontro Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie’, nel suo vol. III, ci parla di Bussento e a pp. 63 riportava le due epigrafi di cui i due studiosi Natella e Peduto dicevano che il Mommsen sosteneva la loro falsità. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). I due studiosi segnalavano che le epigrafi di Policastro Bussentino, alcune delle quali risalivano alla suindicata antica e romana Buxentum, furono riportate e pubblicate dal viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Di fronte alla cattedrale giacciono, semi interrate, alcune bellissime colonne di marmo. evidentemente resti di un tempio che doveva eregersi dove oggi sorge l’odierna cattedrale. Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C.. L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVSTI…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Essa si attirò l’odio di Messalina, tanto che, istigato da lei, l’imperatore Claudio nel 59 d.C., la fece condannare a morte. Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV.”. Angelo Guzzo (…) che, sulla scorta del Laudisio, nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, quando parlando di Policastro a p. 119 in proposito scriveva che: “”In ricordo di Giulia figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio, ecc…., afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia unica di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia. Sposò prima Marcello, poi Agrippa, infine Tiberio, futuro imperatore romano, figlio adottivo della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Giulia fu celebre per la sua meravigliosa bellezza, per intelligenza e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da uomo intransigente e severo qual era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare prima nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria) ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni. Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Ma, come possiamo leggere dalla trascrizione del testo di Laudisio, egli non dice Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia.”. Rileggendo il passaggio del Guzzo mi colpisce la frase secondo cui Giulia, oltre ad essere stata esiliata da Tiberio nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria)”, aggiunge anche che Giulia fu esiliata “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Leggendo le cronache alla voce “Giulia figlia di Augusto”, per esempio ciò che scrive Wikipedia o la Treccani non si evince che ella fosse stata esiliata o “confinata” a Buxentum (Bussento), “ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Il Guzzo, sulla scorta del Cataldo, scrive che l’esilio forzato di Giulia a Buxentum Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Dunque, il Guzzo a p. 119, postillava del sacerdote Giuseppe Cataldo. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Le due epigrafe di IVLIA e di GERMANICO, citate dall’Antonini furono pure citate con un disegno dal sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc..e tre lapidi, di cui una incompleta. La (I) “In ricordo di Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio” e la (2) ecc…Facciamo alcune possibili precisazioni circa le lapidi I^ e 2^. I) – Chi è Augusta Giulia ? – Mons. Laudisio, nelle ultime pagine della sua Sinopsis, afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata (a Bussento) e fatta morire di fame per la sua disonesta condotta (Lapis erectus etc….). Codesta Giulia era l’unica figlia di Augusto, ecc…, sposò…..ed infine Tiberio, figlio adottato dalla terza moglie Livia Drusilla. Giulia fu celebre per bellezza, per spirito e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da severo ed intransigente che era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare nell’isola Pandataria (Vendotene), poi a Reggio Calabria (Regium Julium), infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni. Ecc..”. Dunque, rilegendo il passo del Cataldo notiamo che egli non scrive ciò che aferma il Guzzo, ovvero che Giulia Augusta fu esiliata da Tiberio “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.” ma, più correttamente, il Cataldo sulla scorta di Tacito e di Svetonio parla di infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni.”. Dunque, la notizia che Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, fosse da questo esiliata anche ed infine a Buxentum è una illazione del Guzzo. Dunque, il Cataldo parla di una piccola città della Campania. Ed è per questo motivo che io escludo che si trattasse di Buxentum ma potrebbe trattarsi della villa bellissima che ancora oggi ne restano le vestigia a Sapri in località S. Croce. Il Cataldo continuando il suo racconto scriveva pure che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum accolunt, clausa” (Annali, I). Non credo chedovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia. Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto ecc…ecc…”. Dunque, il Cataldo in questo ultimo passaggio cerca di chiarire al suo lettore che vi erano pure altre Giulie citate dalla storia. Dunque, della Giulia “augusta”, figlia unica di Augusto hanno scritto Tacito (…), nei suoi “Annali”, libro I; hanno scritto Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII).”. Chi era “Giulia maggiore” o “IVLIA” che ritroviamo nell’altra epigrafe ?. Leggendo Wikipedia vediamo che si tratta di Giulia maggiore figlia di Augusto. La madre di Augusto, Azia maggiore era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore (nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) era una nobildonna romana, figlia dell’imperatore Augusto, l’unica naturale, e della sua seconda moglie Scribonia. Dopo la morte di Agrippa, Augusto fece sposare Giulia e Tiberio, allo scopo di legittimare la successione del figliastro. Per sposare Giulia (11 a.C.), Tiberio dovette divorziare da Vipsania Agrippina, la figlia di primo letto di Agrippa che egli amava profondamente e da cui aspettava un secondo figlio, (dopo Druso minore). Si dice che lo perse per via dello shock dovuto a questo improvviso cambiamento. Il matrimonio con Tiberio non ebbe un corso positivo. Perseguendo gli interessi politici della famiglia, Tiberio nel 12 a.C. era stato costretto da Augusto a divorziare dalla prima moglie, Vipsania Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, che aveva sposato nel 16 a.C. e da cui aveva avuto un figlio, Druso minore. L’anno successivo sposò dunque Giulia maggiore, figlia dello stesso Augusto e quindi sua sorellastra, vedova di Agrippa. Tiberio era sinceramente innamorato della prima moglie Vipsania e se ne allontanò con grande rammarico; il sodalizio con Giulia, vissuto dapprima con concordia e amore, si guastò ben presto, dopo la morte del figlio ancora infante che era nato loro ad Aquileia. Il carattere di Tiberio, particolarmente riservato, si contrapponeva inoltre a quello licenzioso di Giulia, circondata da numerosi amanti. Il figlio che ebbero morì durante l’infanzia; alla scarsa opinione che il marito aveva del carattere della moglie, Giulia rispondeva considerando Tiberio non alla sua altezza, lamentandosi di questo fatto persino attraverso una lettera, scritta da Sempronio Gracco, destinata all’imperatore. Quando Tiberio si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Giulia maggiore era figlia di Augusto e sorellastra di Tiberio che la sposò nel 17 a.C. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Augusto tentennò sull’opportunità di mandare a morte la propria figlia, decidendo poi per l’esilio. Giulia fu confinata sull’isola di Pandateria (moderna Ventotene), dove venne accompagnata dalla madre Scribonia. Le condizioni di vita erano disagevoli: sull’isola, di meno di due chilometri quadrati, non erano ammessi uomini, mentre eventuali visitatori dovevano essere prima autorizzati da Augusto, dopo che l’imperatore fosse stato informato della loro statura, carnagione, segni particolari o cicatrici; inoltre, non era concesso a Giulia di bere vino né alcuna forma di lusso. L’esilio di Giulia causò ad Augusto sia rimorso che vergogna e rancore, per il resto della sua vita. Cinque anni dopo le fu permesso di tornare sulla terraferma in condizioni migliori, a Reggio Calabria, dove secondo la leggenda sarebbe stata ospitata nella Torre di Giulia. Augusto non accolse nessuna intercessione che potesse richiamarla presso di sé e quando il popolo romano gli implorò la grazia con insistenza, egli gli augurò di avere tali figlie e tali spose. Decretò che le ceneri della figlia non venissero inumate nel mausoleo di famiglia. Secondo Svetonio (…), Giulia maggiore, moglie di Tiberio, dopo l’arresto fu confinata sull’isola di Ventotene e poi in seguito, secondo la leggenda sarebbe stata ospitata a Reggio Calabria. Ma sappiamo dalle fonti e dallo stesso Svetonio che quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio; è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. Il Cataldo, riguardo l’esilio forzato di Giulia citava Svetonio (in Vita Tiberii, LIII)”. Di Svetonio Tranquillo Gaio, le sue opere sono le Vite dei dodici Cesari in otto libri, sono ben più ampie e sono a noi giunte pressoché complete (manca solo una breve parte iniziale). Comprendono, in ordine cronologico, i ritratti di dodici Imperatori romani, tra cui lo stesso Cesare, a cui seguono Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano. Secondo Wikipedia Svetonio ne ha parlato nella sua opera “Augustus”, 65 e in “Tiberius”, 7. Sempre secondo Wikipedia hanno parlato di Giulia Velleio Patercolo, II, 10; Cassio Dione in “Storia romana”, LIV, 35.4; Tacito in “Annali”, I, 53. Dunque, la mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca, nella sua disamina, citando le epigrafi di cui ci stiamo occupando scriveva però che quella di IVLIA era riferita a “…(per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia,”. Infatti, il La Greca, a p. 37 pubblica l’immagine dell’epigrafe e scrive che si tratta di un iscrizione romana che menziona Livia moglie di Augusto (qui chiamata Augusta Iulia). Dunque, per il La Greca non si trattava di un epigrafe riferita a “Giulia maggiore” ma l’epigrafe è riferita a Livia, la seconda moglie di Augusto. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 278, in proposito scriveva che: “A Bussento, troviamo una dedica a Livia (6), la moglie di Augusto, la quale, dopo la morte del marito (a. 14 d.C.), fu adottata per testamento nella gente Giulia, ed ebbe il titolo di “Augusta”, onde nelle lapidi la troviamo indicata come ‘Iulia Augusta’. Da Svetonio (‘Claud.’ 11,2) veniamo a sapere che Claudio onorò la sua memoria di culto divino. Abbiamo conosciuto una sacerdotessa di Giulia Augusta a Volceio e ad Atina (p. 246). A Volceio, s’incontra una lapide in onore di Agrippa Postumo (1), figlio postumo di Agrippa e di Giulia, figlia di Augusto, adottato dall’Imperatore, il quale non avendo avuto figli maschi, sperò di avere trovato in lui il successore ecc…”. Il Magaldi, a p. 278, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. C.I.L., X, 459: ‘Augustae Iulia(e) / Drusi f. / divi Augusti’. Cfr. la C.I.L., X, 799 da Pompei, e l’annotazione del Mommsen: “Augusta vocabulum nomini ideo praeponitur, quod pro dea Livia colitur (cfr. n. 823)”.”. Dunque, il Magaldi, sulla scorta del Mommsen propendeva per Livia Drusilla, seconda moglie di Augusto. Il Magaldi, a p. 278, riferendosi alla sacerdotessa dice di parlarne a p. 246. Infatti, il Magaldi, a p. 246, in proposito scriveva che: “In Lucania noi incontriamo, oltre quello di Roma e di Augusto a Potenza, un “flamine perpetuo del divo Augusto” a Grumento, a Volceio e ad Atina una sacerdotessa di Giulia Augusta, e cioè di Livia, che si chiamò così dopo la morte di Augusto ed ebbe culto divino, un flamine di Tiberio a Pesto, uno di Vespasiano e uno di Adriano a Volceio, ecc…”. Il Magaldi, a p. 279, aggiungeva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Dunque, è molto probabile che le due epigrafi siano legate alle due figure di Livia e di Germanico. Livia Drusilla Claudia (in latino: Livia Drusilla Claudia; Roma, 30 gennaio 58 a.C. – Roma, 28 settembre 29), anche conosciuta semplicemente come Livia e dopo il 14 come Giulia Augusta, è stata una nobildonna romana, moglie dell’imperatore romano Augusto e Augusta dell’Impero. Fu la madre di Tiberio e di Druso maggiore, nonna di Germanico e Claudio, nonché bisnonna di Caligola e trisavola di Nerone. Fu divinizzata da Claudio. Dunque, l’epigrafe murata ed ancora visibile sul campanile della cattedrale di Policastro si riferisce a “Giulia” detta “maggiore”, figlia unica di Augusto Ottaviano e di Strabonia o si riferisce a Livia Augusta, seconda moglie di Augusto Ottaviano, come scrive il La Greca ?. A questo riguardo posso dire che il La Greca citava Gualtieri (….) ed il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a pp. 10-11 in proposito aggiungeva che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann.Urb.Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum occolunt, clausa” (Annali, I).”. Il Cataldo cioè scriveva che Tacito nei suoi annali, parla di Julia e del padre Augusto. Il Cataldo, continuando il suo racconto a p. 11 scriveva che: “Non credo che dovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia (Nuova Enciclopedia Popolare Italiana: p. 596-97, G-GU, vol. 9: Torino, 1959). Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto, figlia di Druso e di Livia, sorella di Germanico; sposa di Nerone e di Rebellio Blando. Relegata nelle isole Tremiti, per la condotta depravata, morì nel 59 d.C. per ordine dell’imperatore Claudio. b) Giulia Augusta, adottata per testamento da Augusto e detta così da lui: era Livia Drusilla, discendente dai Claudii, figlia di Livio Druso Claudiano, già morto Tiberio Claudio Nerone e madre di Tiberio imperatore. Donna retta ed esemplare, ma così bella da indurre Augusto a divorziare da Scribonia per sposarla. Nata nel 57 a.C., morì nel 29 d. C. a 86 anni.”. Dunque, il Cataldo pur portando altri esempi riteneva si trattasse della Giulia maggiore, figlia unica di Augusto e di Strabonia e moglie dell’imperatore Tiberio. Ma quali che fossero questi due personaggi a cui si riferiscono le due epigrafiche latine e marmoree di sicuro a Policastro, l’antica Buxentum, ville d’epoca romana non ne sono state trovate e di contro abbiamo la bella e opulenta villa d’epoca romana in località S. Croce a Sapri. Infatti, il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”.  Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “…..risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.”. Dunque, Nicola Corcia ci parla di un’iscrizione dedicata Giulia Augusta, madre di Tiberio. Sulle due iscrizioni o epigrafi latine murate nel campanile della cattedrale di Policastro devo citare la curiosa notizia che è forse collegata.

Nel 10 ottobre 19 d.C. a Buxentum GERMANICO CESARE

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 419 parlando della cattedrale di Policastro e del suo Campanile, in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è il seguente GERMANICO CAESARI….AVG….F. DIVI. AVG.  N……DIVI. IVLII…PRON…AVG….COS. II. IMPERAT…... Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Germanico:

Antonini, p. 419

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “Dell’antica Buxentum restano, dunque, tracce di mura romane, costruite su quelle greche, un tratto di una via lastricata e tre lapidi di cui una incompleta. 2): 

                                                                                         GERMANICO CAESARI

                                                                                        TI-AVG – F. -DIVI AVG. N.
                                                                                         DIVI IVLI – PRO N. AVG.
                                                                                      COS. – II- IMPERATORI –II.

Trad.: “In ricordo dell’imperatore Germanico, figlio naturale di Druso, adottivo di Tiberio e nipote di Augusto.”. La prima e la seconda sono iscrizioni fatte su pietre tombali, incastonate nel Campanile, con le quali fu costruito; Cesare Germanico (14 a.C.-19 d.C.) era figlio di Druso Nerone Germanico e di Antonia, nipote di Tiberio e fratello di Claudio. Fu console prima sotto Augusto poi sotto Tiberio. Eletto imperatore dell’esercito e rientrato vincitore a Roma, rifiutò la carica ed andò a combattere in Oriente. Tiberio, geloso della popolarità e della gloria del nipote, pose come governatore delle terre conquistate in Siria l’ambizioso Gneo Pisone. Fu questo che, spinto dalla moglie Plancina, avvelenò Germanico. Le sue spoglie furono portate in Italia e, probabilmente, passarono per Bussento.”. La Del Prete afferma che le spoglie di Germanico, dopo essere stato avvelenato da Gneo Pisone furono portate in Italia e, probabilmente transitarono per Bussento. Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Etc…”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, in una di queste lapidi marmoree si legge: “A GERMANICO CESARE FIGLIO DI TIBERIO AUGUSTO NIPOTE DEL DIVO AUGUSTO PRONIPOTE DEL DIVO GIULIO AUGUSTO PER DUE VOLTE CONSOLE E IMPERATOR. Germanico Cesare visse intorno al 12 dopo Cristo. Era figlio figlio naturale di Druso e figlio adottivo di Tiberio, suo zio; perciò fu nipote del divo Augusto, che a sua volta era padre di Tiberio e figlio di Giulio Cesare; Germanico inoltre fu console per due volte col secondo imperatore, cioè con Tiberio. Ebbe il soprannome di Germanico perchè dopo la morte di Augusto partì per la Germania e, rifiutato il titolo di imperatore con cui era stato acclamato dall’esercito, dopo aver vinto i nemici ritornò a Roma dove ottenne l’onore del trionfo. Partito anche per l’oriente per sedare delle dedizioni, vinse il re dell’Armenia; perciò Tiberio fu preso dalla gelosia e nello stesso tempo dall’odio, e per suo comando Germanico fu avvelenato ad Antiochia dal re di Siria Pisone, quando aveva 34 anni di età, nel 19 dopo Cristo. Egli aveva pubblicato diverse opere, ma ci restano di lui soltanto la versione in esametri latini dei ‘Phaenomena’ che Arato aveva scritto nel 275 prima della nascita di Cristo, e alcuni epigrammi. Ecc…”. Dunque, su questa storia il Laudisio cita il poeta Arato di Sodio (….) che scrisse nel 275 a.C. il poema “Phaenomena”. Da Wikipedia leggiamo che Arato di Soli (in greco antico: Ἄρατος ὁ Σολεύς, Áratos ho Solèus; Soli in Cilicia, 315 a.C. circa – 240 a.C. circa) è stato un poeta greco antico del primo ellenismo. Fenomeni e pronostoci. Il poema didascalico consta complessivamente di 1154 versi divisi in due parti: Phainòmena la prima, Diosemeîa la seconda, da cui i termini Fenomeni e Pronostici con cui furono già chiamate da Cicerone. Per quanto concerne l’etimologia del lemma Diosemeîa, in base alla sfumatura di significato che assume il “semeiòn”, può essere intesa in doppio senso, vale a dire “Costellazione del Cielo” o “Segnalazione del Cielo”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio. Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C….L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVSTI…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 279, in proposito scriveva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, parte I, cap. ……, a p. 373 (vedi pure ristampa p. 96) parlando di Buxentum egli in proposito scriveva che: “Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG.  ET  IVLIA  DRVSI  F….DIVI  AVGVSTI.”. Innanzitutto faccio presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite.  Il Romanelli, parte I, cap. ……, a p. 373 (vedi pure ristampa p. 96), nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, al manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “….città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI  IVLIA DRVSI  F…..DIVI  AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Infatti, sulle epigrafi, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507, in proposito scrivevano che: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura ecc…”. I due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Da Wikipedia leggiamo che  Germanico Giulio Cesare (in latino: Germanicus Iulius Caesar; 24 maggio 15 a.C. – Antiochia di Siria, 10 ottobre 19), nato probabilmente come Nerone Claudio Druso (Nero Claudius Drusus), noto per un periodo come Nerone Claudio Druso Germanico ma meglio conosciuto semplicemente come Germanico, è stato un politico e militare romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia. Questore, console e infine proconsole in Gallia [Gallia Aquitania, Gallia Lugdunense e Gallia Belgica], proconsole in Germania, proconsole in tutto l’Oriente romano [Galazia, Licia e Panfilia, Siria ((con Giudea)), Egitto, Acaia, Asia, Bitinia e Ponto, Cipro, Cilicia, Creta e Cirene, Macedonia, Mesia e Cappadocia]. Poco dopo la partenza di Pisone, Germanico cadde malato ad Antiochia e morì il 10 ottobre dopo lunghe sofferenze; prima di spirare, lo stesso Germanico confessò la propria convinzione di essere stato avvelenato da Pisone, e rivolse un’ultima preghiera ad Agrippina affinché vendicasse la sua morte. Officiati i funerali, dunque, Agrippina tornò con le ceneri del marito a Roma, dove grandissimo era il compianto di tutto il popolo per il defunto. Tiberio, tuttavia, evitò di manifestare pubblicamente i suoi sentimenti, e non partecipò neppure alla cerimonia in cui le ceneri di Germanico furono riposte nel mausoleo di Augusto. In effetti Germanico potrebbe essere deceduto di morte naturale, ma la popolarità crescente enfatizzò molto l’avvenimento, che comunque è anche ingigantito dallo storico Tacito. Nerone Claudio Druso (in latino: Nero Claudius Drusus; Roma, 14 gennaio 38 a.C. – Mogontiacum, 9 a.C.), nato come Decimo Claudio Druso o Decimo Claudio Nerone (Decimus Claudius Drusus o Decimus Claudius Nero) e meglio conosciuto come Druso maggiore (Drusus maior, per distinguerlo dal nipote Druso minore), è stato un militare e politico romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia in quanto figlio della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Secondo Svetonio, Druso nacque con il prenome di Decimus, in seguito cambiato in Nero. Egli nacque poco dopo il divorzio di sua madre Livia Drusilla dal padre, Tiberio Claudio Nerone, al tempo del suo matrimonio con Augusto. Sposò Antonia minore, figlia di Marco Antonio e di Ottavia minore (sorella di Augusto) dalla quale ebbe diversi figli, ma soli tre gli sopravvissero: Germanico (15 a.C.-19), il futuro imperatore Claudio (10 a.C.-54) e Claudia Livilla o Livia Giulia (13 a.C.-31).

Le due epigrafi sul campanile della chiesa di S. Maria d’Episcopio di Scalea, provenienti da Lavinium e simili a quelle del campanile di Policastro

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, dveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Inoltre, padre Russo, a p. 49, in proposito scriveva pure che: “E’ probabile che da ‘Laos’ provengano le due iscrizioni, di epoca imperiale, che furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea. Le riporto per la loro rarità e perchè possano servire di base ad ulteriore ricerche e deduzioni sulla latinizzazione della celebre colonia di Sibari:

                                                                                                GERMANICO. CESARI

                                                                                                  TI. AVC. F. DIVI. AUG.

                                                                                                DIVI. IVLI. PRO II A. V. C.

                                                                                                 COS. II. IMPERATORI. II

                                                                                                      AVGUSTAE – IVLIA

                                                                                                                   DRVSI. F.

                                                                                                             DIVI – AVGVSTI 

Dunque, padre Russo citava le due iscrizioni o epigrafi latine d’epoca imperiale che egli dice “furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea”. La notizia è molto interessante, non solo perchè padre Russo dice che le due iscrizioni provenissero dall’antica Laos, colonia magno greca colegata con Sibari, ma anche perchè le due iscrizioni da egli riportate sono simili alle due iscrizioni o epigrafi latine che ritroviamo murate sul campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Dunque due iscrizioni simili murate sui due campanili, quello “normanno” della chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea e quello bizantino della chiesa di S. Maria a Policastro Bussentino. Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Da Wikipedia leggiamo che la chiesa, meglio conosciuta come “Madonna del Carmine”, è ricca di monumenti e opere d’arte. La Madonna del Carmine è la patrona di Scalea e si festeggia il 15 e 16 luglio di ogni anno. Il primo nucleo della chiesa Madonna del Carmine risale all’VIII secolo. Periodo questo di maggiore attività dei monaci Basiliani nella zona, conosciuta con il nome di Mercurion. In questi anni la chiesa fu anche sede episcopale o almeno di corepiscopi, gli ausiliari dei vescovi. In questa epoca, la chiesa, già dedicata a Santa Maria Annunziata, prese il nome di Santa Maria d’Episcopio: inoltre vicino alla chiesa resta un edificio signorile, con pseudo loggiato normanno, che per tradizione è indicato come il “palazzo del Vescovo”. In epoca normanna la chiesa fu notevolmente ingrandita e affidata ai Benedettini di Cava dei Tirreni. Questo perché con l’avvento dei normanni le chiese di rito bizantino dovettero latinizzarsi. Molti monasteri greci, pertanto, furono affidati ai monasteri latini. Il superbo finestrone absidale della chiesa è appunto una testimonianza di questo periodo.

Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), ‘SCIDRO’ è ricordata da Ateneo

Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “(Σχιδρος) , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Dunque, il Napoli, oltre ad Erodoto dice che la colonia sibaritica di Scidro si fa cenno anche in “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. A quale autore si riferiva Mario Napoli ?. L’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Riguardo l’interessante citazione di Ateneo (…), del Napoli, essa andrebbe ulteriormente indagata in quanto leggendo wikipedia alla voce “Ateneo” troviamo tre autori con lo stesso nome. E’ il sacerdote Luigi Tancredi (….) che ci viene in soccorso. Infatti, il Tancredi (…), nel suo capitolo “SKIDROS” del suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” a p. 93 in proposito scriveva che: “Degli infelici abitanti parla una sola riga: dice che essi (i sopravvissuti) si rifugiarono a ‘Laos’ e a ‘Skidros’ (2).”. Il Tancredi, a p. 93, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Idem. Cfr. Ateneo, ‘Dipnosofisti’, XII, 523.”, che è la stessa citazione che postillava il Napoli. I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. In Wikipedia troviamo “Ateneo di Neucrati” che era una città dell’Egitto. Mario Napoli scriveva che, Ateneo da lui citato, si rifà a Timeo o ad Aristotele”. Infatti, Ateneo di Naucrati, in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios (Naucrati, … – dopo il 192), è stato uno scrittore egizio dell’età imperiale. Dovrebbe aver scritto dopo la morte di Commodo (192 d.C.) perché ne parla con esecrazione, tra l’altro introducendo come anfitrione del banchetto da cui prende nome l’opera Publio Livio Larense, procurator dell’imperatore tra 189 e 192. Sappiamo dalle titolazioni dei manoscritti che fu di Naucrati e, dunque, greco egiziano, probabilmente grammatico e consultatore della Biblioteca di Alessandria, visto che cita circa 700 autori e 2.500 opere che, pur non consultate tutte direttamente, erano conservate ad Alessandria. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Dipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera.

Nel II-III sec. d.C., ATENEO ricorda il vino di Bussento

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”.

Nel 98 d.C. (tempi di Nerva), l’epigrafe latina trovata da Antonini al Mingardo

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” (I ed., 1745), a pp. 370-371 parlando della Molpa in proposito scriveva che: “Per molte diligenze fra quelle ruine, e suoi contorni praticate, affatto non mi è riuscito trovar cosa che sapesse d’antico a riserva dun cippo, che in una vigna al piano del Mengardo è tenuto per dar peso allo strettojo dell’uva: In esso travasi la seguente iscrizione mezo consumata, tanto che appena si è potuta copiare: ……

                                                                                                      XENT IN REM

                                                                                                        VRBIC. SILV.

                                                                                                     IVG. LX. ADSIG.

                                                                                                            DDI. S. K. ….

a qual uso queste selve potessero esser destinate cè ‘l dice ‘Aggeno comment. ad Front. de controv. agr. In tutelam rei urbanae assignatae sunt silvae, de quibus ligna, in reparatoniem pubblicorum moenium traherentur. Hoc genus agri tutelatum dicitur’. Con poc’altre parole, ma forse più chiaramente ‘Igino de limit. conflit. di cotali assegnazioni ragiona: ‘……………………..’. Ma Niccolò Rigaltio, siccome niente contentossi della sentenza di Aggeno, così molto si compiacque di quella d’Igino. Egli nelle note a quest’autore così scrive: ‘Namque in tutelam rei urbanae sunt assegnata, & quae operibus pubblicis fuerunt data, aut destinata, ad unam soli conditionem pertinent, videlicet urbani; & Aggenus ipse in tutelam rei urbanae assignatas esse sylvas ait, da quibus ligna in  reparationem pubblicorum operum traherentur. Liber Arcerii hunc lectionem suggerit, unam Urbani soli, alteram agrestis quod in tutelam agri suerit assignatum; urbani, quod operibus pubblicis datum suerit, aut destinatum’. E finalmente va a dire, che dalla rendita di cotali selve si ricava quello, che bisognava per la riparazione delle pubbliche mura.”. L’Antonini, a p. 371, nella nota (I) postillava che: Parmi che così iterpretar si possa, rimettendomene al giudizio miglior etc….

                                                                                                         BUXENTO. IN REM.

                                                                                                  URBICARIAM. SILVARUM.

                                                                                                     IUGERA. LX. ADSIGNATA.

                                                                             DESTRA. DECUMANUS. PRIMUS. SINISTRA. KARDO.

Quali poi fossero queste misure, con poche parole ce ‘il dice Plinio, nel c. 3. lib. 18 così: ‘Jugerum vocabatur, quod uno jugo, boum in die exarari posset. Actus in quo boves agerentur cum aratur uno impetu justo. Hic erat CXX. pendum, duplicatusque in longitudinem jugerum faciebant. Vide Authors Rei Agrar.’. E Frontino In expo. sitione. formarum’ lo stesso ci conferma.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 15 parlando dell’antica città di Bussento in proposito scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve, e situato quindi fuori del suo primitivo posto:

                                                                                              ……XENT  IN  REM

                                                                                                      VRBIC.  SILV 

                                                                                                     IVG.  LX. ADSIG.

                                                                                                           DDI. S K…….

che interpreta: ‘Buxento. In. rem. Urbicariam. Silvarum. Jugera. LX. Adsignata. Destra. Decumanus. Primus. Sinistra. Cardo. (11) Ma bisognava dimostrare che sia quello il posto primitivo del cippo e non altro; difatti potè esservi trasportato. Ritenuta poi la interpretazione, e concesso, come pare, che le lettere XENT. siano da supplirsi Buxento, osserviamo che il frammento porta due termini locali, il Bussento ed i sessanta Jugeri; dunque il cippo era terminale perchè non era presso il Bussento, ma sessanta jugeri al di là. Dunque, il luogo dove fu trovato non era il sito del Bussento, ma un confine da esso ben sessanta jugeri lontano. Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.

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(Fig…..) Gaetani Rocco, op. cit., p. 15 parla del Bussento e della Molpa

Il Gaetani, a p. 28, nella nota (11) di p. 15, postillava di Antonini, La Lucania, p. 370-371, dove l’Antonini ci parla del cippo rinvenuto a Mingardo presso la Molpa. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani dava torto all’Antonini, affermando ed argomentando che il cippo si riferiva a Bussento o Buxentum che si trovava a sessanta jugeri di distanza dal cippo rinvenuto nel fiume Mingardo. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc…”.

                                                                                        ……..BVXENT  IN  REM

                                                                                                      VRBIC.  SILV 

                                                                                                     IVG.  LX. ADSIG.

                                                                                                           DDI. S K…….

Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura, la cui spesa si prelevava da una specie di assegnazione sulle rendite de’ boschi’. E’ da precisare che l’iscrizione non fu trovata a Policastro ma sul fiume Mingardo, e ciò farebbe supporre, dando un qualche credito antiscentifico all’iscrizione stessa, che in età Romana il territorio del Golfo di Policastro si nominasse dalla principale colonia, cioè da Buxentum, e che lo stesso territorio fosse regolato secondo gli usuali sistemi della centurazione. L’iscrizione, inoltre, potrebbe anche riferirsi al citato φρουριον, risultato anch’esso in epoca romana.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Riccio (….), nel suo “Storia e topografia antica della Lucania”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. I due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Roma primitiva era di semplici costumi e di vita sobria; dopo le conquiste accumulò denari e ricchezze. Le terre assoggettate diventarono proprietà dello stato (ager publicus), altre furono vendute a basso prezzo alla famiglie più o meno agiate, altre date in affitto a privati. Diminuì, così, la piccola proprietà, perché i nuovi acquirenti non potendo più sopportare i pubblicani disonesti che abusavano nella riscossione dei tributi, finirono per appropriarsi del terreno che avevano. La maggior parte delle terre era incolta per mancanza di lavoratori, perché i giovani erano impegnati nelle guerre, o era devastata dagli eserciti di Annibale. Infine le terre abbandonate furono popolate da schiavi, duramente trattati, ed i piccoli proprietari, caduti ormai in rovina, non poterono più mantenere le loro famiglie numerose. La sete insaziabile di ricchezza continuò ancora finchè la crisi economica causò la nascita di insurrezioni e di guerre sociali.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel Liber Coloniarum il territorio di Bussento (ager Buxentinus) è posto nel Bruzio (Provincia Brittiorum)(78), e si accenna ad una assegnazione dei lotti ai coloni fatta in epoca graccana o triumvirale, per i veterani.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (78) postillava che: “(78) Liber Coloniarum, I, p. 209 L, 19-20”. Il La Greca si riferisce al testo di …….

Nel 21 ottobre 219 d.C. (III sec. d.C.), Costantino al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Dal rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-5 etc..”. Ebner, a p. 18, nella nota (77) postillava: “(77) Lanzoni, cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica lucania scomparve definitivamente.”.

BLANDA JULIA (SAPRI ?)

Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta

Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″. Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che,  parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “: 

                                                                                        IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.

                                                                                       EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.

                                                                                            III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE

                                                                                        MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)

Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”.

C.I.L., vol. X, p. 964

Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via.mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323 

Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino” 

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Nel III sec. d.C., “CESERMAE” (Sapri ?) nell’Itinerario Antonino

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Altri studiosi precedenti prendono in considerazione l’Itinerario Antonino (uno stradario del III secolo in forma di testo) e molte altre rielaborazioni di una carta stradale antica dell’impero romano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.

A Rivello o a Sapri, CESARIANA per il Racioppi

Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. I, a pp. 476-477 riferendosi alla stazione di “ad Tanarum” citata nell’Itinerario Antonino, in proposito scriveva che: ” ….( o come in altro codice) ‘Canarum’. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è detta “Sammaro” accosto al paese odierno di Sacco; dessa è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ‘ad Samarum’ giungeva a Marrcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acqua-fredda (1). Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tanagro a Marcelliana e Nerulo, sia perchè parve di più breve e diretto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana.”.

Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino” 

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Itinerarium Antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’altro. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.[senza fonte] L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo.

Blanda e Caesariana nella Tabula Peuntingheriana

La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”.

Nel III-IV sec. d.C., la ‘CAESARIANA’ o ‘CESERMA’ nella Tavola Teodosiana o Peuntingheriana

Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “…..Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana” faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted Ulrich, Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Infatti, assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri e, anche la citazione di una “Caesariana” nella  Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: L’Antonini (35), a proposito di Sapri, riferiva che……“seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”. Infatti, a sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia’ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana’, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo, (fig.5)(36), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia’. Il Racioppi (37), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda.”. Il Battisti (38), che distingueva ‘Cesernia’ da ‘Cesariana’, ne propendeva per la localizzazione in Sapri.”. A sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia‘ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana‘, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo (…), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia‘. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce in proposito che: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “(1). L’accuratissimo Olstenio (….), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.“.  L’Antonini (….), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (….), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma“, “seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”. Infatti, nella Tabula Peuntingheriana (….) o carta Teodosiana, di cui qui ho pubblicato lo stralcio che a noi interessa, è citata la stazione di “Ceserma”.

Tabula Peuntingheriana

(Fig…..) Tavola Peuntingheriana o carta Teodosiana – particolare della Calabria, dove si legge ‘Ceserma e Blanda’

Nella mia nota (36) postillavo che: “(36) La “Tabula peuntingheriana, “Itineraria militare”, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit.”. L’immagine stralcio della lunga Tabula Peuntingheriana che ivi ho pubblicato non è la riproduzione di Stefano Bellinio (…) pubblicata dal Sacco (…), ma è l’immagine che rappresenta la vera carta di Peuntingherio che troviamo pubblicata su Wikipedia, ovvero l’immagine tratta dal Codice Vidobonensis (…), conservato alla Biblioteca  Hofbibliotechek di Vienna. Da Wikipedia leggiamo che il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei secoli; numerosi sono i punti in comune con la Tavola Peutingeriana o Peuntingheriana. La ‘Tabula peuntingheriana, Itineraria militare’, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit. La Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis’. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328, perché mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata in quell’anno; mentre per altre (come ad esempio nella Pars IV – Liguria di Levante) potrebbe essere antecedente al 109 a.C. data di costruzione della via Emilia Scauri, che non vi è indicata. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C.- 12 a. C.), amico e genero dell’imperatore Augusto e, tra l’altro, costruttore del primo Pantheon , in seguito ricostruito totalmente da Adriano nel 123. Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus pubblicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia. Un altra carta che si può definire tematica è la cosiddetta Tabula Peutingeriana. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. ll presunto originale della carta stradale della seconda metà del IV secolo (ca. 375 d.C.) contiene una rappresentazione grafica del mondo conosciuto allora, nella quale le strade erano rappresentate come linee di collegamento fra le singole tappe dei percorsi. L’originale tardo antico può essere ricondotto a diversi possibili carte precedenti, tra i quali una carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C. – 12 a.C.). Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus publicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nella sua lapide di marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia a Roma. Riguardo la stazione romana di ‘Ceserma’ vorrei qui ricordare la studiosa e archeologa Giovanna Greco (….), in un suo studio, a p. 19, in proposito scriveva che:  “..è piuttosto sulla costa che si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘ville’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a Nord di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri a Sud. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (28) testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale essa sia (29). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….)(….). Si veda Giovanna Greco (….) ed il suo saggio, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32. L’Archeologa Giovanna Greco (…), a p. 19, nella sua nota (28) postillava che: “(28) W. Johannowsky, Sapri, in Atti XXIII, CSMG, Taranto, 1983, p. 528.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (29) postillava che: “(29) G. Antonini, Lucania, Napoli, 1745, p. 429 e p. 431; relazione Magaldi alla Soprintendenza di Napoli del 1938: descrive minuziosamente un complesso sistema idrico ed ambienti mosaicati venuti alla luce durante la costruzione di alcune palazzine.”. Sulla relazione di Josè Magaldi ho scritto quando parlo più in generale della villa marittima e monumentale in località S. Croce a Sapri. L’archeologa Giovanna Greco, a p. 19, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Nissen, Italische Landeskunde, vol. II, p. 899, n. 8; Karhsted, op. cit., p. 22.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (31) postillava che: “(31) CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da A. Russi in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. ‘Lucania, p. 1897.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 69-71-72 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Però la nuova colonia non ebbe quell’importanza che i Romani ne speravano; essa rimase fuori dal movimento stradale acquistando invece maggiore importanza il luogo dove in prosieguo sorse ‘Caesariana’ (Sapri).”. Il Dito, a p. 71, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo la porto naturale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’, (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da ‘Nerulo’ per ‘Caesariana’ costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’. Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipron’); ma la stessa situazione e i pochi vestigi antichi (‘le Camerelle’) che non vanno oltre l’epoca imperiale attestano della sua importanza come stazione navale a cui faceva capo il commercio per l’interno. Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Dunque, Oreste Dito (….) scriveva che la fondazione della stazione marittima di Caesariana (così viene indicata sulla tavola Peuntingeriana), in onore di qualche Imperatore (“Cesare”) romano, “non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario Antonino e la tavola Peuntingeriana o teodosiana (sec. IV)“. Nella mia Relazione del 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, quando scrivevo che:  “Il Racioppi (37), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda.”.. Nella mia nota (37) postillavo che: “(37) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902.”. Nella mia Relazione del 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, quando scrivevo che:  Il Battisti (38), che distingueva ‘Cesernia’ da ‘Cesariana’, ne propendeva per la localizzazione in Sapri.”. Nella mia nota (38) postillavo che: “(38) Battisti Carlo, op. cit.”. Il Battisti (….), che distingueva ‘Cesernia‘ da ‘Cesariana‘, ne propendeva per la localizzazione in Sapri. Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi “, vol. XXXII, Firenze, 1964. Nel 1815, Domenico Romanelli (….), nel suo “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, nel suo vol. I (vedi ristampa a cura di Ferdinando La Greca, dal titolo “Il Cilento, Paestum, e il Picentino”, p. 116), dopo aver detto di “7 – Mendicolco Vicus” ci parla di “8 – Caesariana”. Il Romanelli, fa il punto della sitauzione topografica e dei toponimi presenti in alcuni antichi autori come il Cluverio (…) e l’Olstenio (Holstein), e delle sue “Note all’Italia Antiqua al Cluverio”, ma soprattutto partendo dalle stazioni romane citate nell’Itinerario Antoninino, nell’Anonimo di Ravenna e nella Tabula Peuntingheriana. Il Romanelli a p. 116, in proposito scriveva che: “I soli itinerarj, e le tavole topografiche ci guidano finora nelle ricerche delle città Lucane. Camminiam perciò sull’incertezza, e tra dubbio lume, senza guida di alcuno scrittore, che ce ne insegni i veri nomi, e ci dia, conto di loro esistenza politica. Una di esse fu ‘Caesariana’, che nell’itinerario Antonino da Capua alla Colonna è segnata tra Marcelliana, e Nerulo a miglia 21 dalla prima, che noi abbiam rettificato in 14, perchè oggi se ne contano 12, ed a 33 da Nerulo, perchè oggi se ne contano 28: AD CALOREM IN MARCELLIANA…….M.P. XXV; CAESARIANA……M.P. XXI, leg. XIV; NERULO…..M.P. XXXIII ecc….Questa medesima città nella tavola peuntingeriana è descritta erroneamente col nome di ‘Caserma’ a miglia sette da Blanda, ma l’Olstenio (1) ha fatto ben osservare, che invece di ‘Caserma’ legger si debba ‘Caesariana’: Caserma. Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquiliae ad Casas Caesarianas, pro quibus hic corrupte Caserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea, nam inde XVI sunt mill. pass. ad Lainum fluvium. Eccone l’ordine topografico: CASERMA (leg. Caesariana); BLANDA……M.P. VII; LAVINIUM (leg. Laus)….M.P. XVI; CERILIS ecc….Riponendosi però Blanda a Maratea, se conviene la distanza di miglia 16 sino al fiume Lao, non conviene l’altra di sette sino a Cesariana, e perciò noi abbiamo stimato di aggiungere la cifra X, che forse fu tralasciata, e completare miglia 17, ch’esattamente vi corrispondono, fissandosi Cesariana a Casalnuovo, come saremo per dire. Questa topografia di Cesariana a Casalnuovo poco lontano da Sanza, devesi allo stesso Olstenio (2), da cui si aggiunge in altro luogo: “Caesariana, sive Casae Caesariannae ponendae videntur, ubi nunc” Casalnuovo. Corrispondendo adunque tutte le segnate distanze da Nerulo, da Blanda, e da altri luoghi al sito di Casalnuovo, noi abbiamo tutta la ragione di credere, che qui fosse Cesariana, che dalla via Aquilia veniva attraversata.”. Il Romanelli, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Holsten. in Cluver. pag. 288.”. Il Romanelli, a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Id. pag. 293.”. Il Romanelli, parlando dell’Olstenio si riferiva al testo di Luca Holstenio (…) e del suo ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, Roma, pubblicato nel 1666. Dunque, il Romanelli voleva che l’antica stazione Romana di “Ceserma”, segnata nella Tavola di Peuntingherio, fosse da identificarsi con l’odierno Casalnuovo nel Vallo di Diano e vicino a Sanza (SA). E’ vero che nella Tabula Peuntingheriana la stazione romana di Ceserma è segnata vicino al fiume Silaro che dal golfo di Policastro risale verso il Vallo di Diano ma è anche vero che la stazione di Ceserma è segnata abbastanza prossima al mare e proprio in prossimità della baia naturale di Sapri, che anche nella carta è facilmente distinguibile. Sulla Tabula Peuntingheriana, la stazione romana di “Ceserma” è segnata come toponimo “Ceserma VII”. Il Romanelli, citava l’Holsteino (…), a p. 288 e a p. 293. Vediamo l’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, ovvero al testo del 1666 ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, un testo di geografia storica che rivede l’altro testo di Cluverio: “Italia Antiqua”. Infatti, l’Olstenio, a p. 288, in proposito scriveva che: “Lin. 42. ‘Ceserma, &.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquilliae ad Casas Caesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m.p. ad Lainum fl.”

Holstenio, p. 288

Holstenio, su Cesariana, p. 293

Nel VI-VII sec. d.C. (?), l’antica “Ceserma” nell’Anonimo Ravennate

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, studio redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: L’Antonini (35), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (lib. 4 e 5), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma”, ecc…”. Nella mia nota (35) postillavo che: “(35) Antonini G., La Lucania, parte II, Napoli, 1745, discorso XI, nota 1, p. 430.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce in proposito che: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: L’accuratissimo Olstenio (….), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.“.  L’Antonini (….), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (….), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma“. Dunque, secondo l’Antonini l’Anonimo di Ravenna o Ravennate nei suoi Libri 4 e 5 della sua “Cosmografia Ravennate” “ragionando dei luoghi posti sul mare”, chedeva che “voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma”. L’Anonimo di Ravenna, detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di “Cosmografia ravennate”. L’Anonimo di Ravenna (…), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di “Cosmografia ravennate”. Il Porcheron (…), nella trascrizione del testo dell’Anonimo di Ravenna (…), a p. 253, in proposito scriveva che: “II. Itinerum civitas Columpna Regia, Arciades, Tauriana, Vibona Valentia, Tenna, Tempsa, Clampetia (c) Ercules, Cerillis, Lanimunium, Blandas, Cesernia, (d) Veneris, (e) Boxonia, ecc…”. Il Porcheron, a p. 253 nella sua nota (d) postillava: “(d. Sive lucus, sive templum aut quid aliut fuerit, nemo nos docet, hunc enim locum ceteri omnes neghexere.” e, nella nota (e) postillava che si trattava di Buxentum. 

Pocheron, p. 253

Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Dunque, Oreste Dito cita l’Anonimo di Ravenna (…), in cui viene citata “Cesernia”. Oreste Dito scriveva che: “nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Il geografo di Ravenna. Da Wikipedia leggiamo che il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.; numerosi sono i punti in comune con la Tavola Peutingeriana o Peuntingheriana. La Cosmografia ravennate è una lista di luoghi e città del VII secolo d.C., che presenta il mondo allora conosciuto. Prende il suo nome dalla città italiana di Ravenna, dove il testo fu realizzato da un autore anonimo. Consiste in una sequenza di toponimi che vanno dall’India fino all’Irlanda. Il testo lascia supporre che probabilmente l’autore ha frequentemente usato delle mappe come fonti. Sebbene graficamente si presenti come una mappa, è in realtà una metodica elencazione di località, tratte dalla mappa. Le tre copie manoscritte distano dall’originale tre o quattro generazioni. Di conseguenza le copie sono affette da errori di ortografia, divisioni di parole ed errori di trascrizione che sembrano provenire da una cattiva interpretazione di una dettatura. Le variazioni tra i testi non sono limitate ai nomi delle località, ma ci sono variazioni significative nei commenti. Da questo si può dedurre che gran parte degli errori sono attribuibili ai copisti. I cinque libri che compongono l’opera sono stati pubblicati per la prima volta a Parigi da dom Porcheron con il titolo: “Anonymi Ravennatis de geographia libri V” nel 1688. Sono stati pubblicati di nuovo a Parigi con notevoli miglioramenti da A. Jacobs nel 1858 e a Berlino da Parthey nel 1860. L’edizione critica più recente dei tre manoscritti è quella di Joseph Schnetz, Itineraria Romana, vol. II: Ravennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, 1942 (ristampa 1990), B. G. Teubner, Stuttgart. Tradizione del testo: Fra i tre manoscritti che formano la tradizione diretta della Cosmographia dell”Anonimo Ravennate, il ms. Città del Vat., Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. Lat. 961 e il ms. Basel, Universitätsbibliothek, F V 6 danno luogo a un ramo, il ms. Paris, Bibliothèque Nationale, lat. 4794 a un altro; il testo si fonderà sul Vaticano e sul Parigino, dal momento che il Basiliense, restituendo usi tradizionali del latino estranei all”epoca dell”autore (sec. VIIIin ), non è affidabile. È necessaria l”integrazione con i geografi che si sono serviti della Cosmographia, particolarmente Guidone Pisano, il quale nelle Historiae variae si serve di un codice perduto della Cosmographia che conteneva una redazione più completa e corretta (sei i mss. di Guidone, più due testimoni secondari); poi Riccobaldo da Ferrara (De locis orbis) e l”anonimo pisano autore del Liber de existencia riveriarium et forma maris nostri Mediterranei. I problemi critici principali sono la corretta ortografia e identificazione degli oltre cinquemila toponimi della Cosmographia. (da Te.Tra. I, scheda a cura di Annapaola Mosca). Bibliografia filologica: Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, ed. J. Schnetz, Stutgardiae 19902 (prima ed., Lipsiae 1940), pp. 1-110 (Itineraria Romana, II); Ravennatis anonymi cosmographia et Guidonis geographica, edd. M. Pinder – G. Parthey, Berolini 1860 (rist. Aalen 1962); J. SCHNETZ, Untersuchungen über die Quellen der Kosmographie des anonymen Geographen von Ravenna, München 1942 (Sitzungsberichte der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Phil.-hist. Abt., 1942, n. 6). Dunque, come ho già scritto, nel 1688, i cinque libri che compongono l’opera sono stati pubblicati per la prima volta a Parigi da dom Porcheron con il titolo: “Anonymi Ravennatis de geographia libri V”.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Ceserma nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Guido da Pisa, nella sua “Geographica” parla di Blanda

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Da Wikipedia leggiamo che Guido da Pisa (Pisa, … – XII secolo) è stato un geografo italiano. Diverse fonti citano un Guido compilatore di testi storici e geografici. Nella raccolta che costituisce il codice Vaticanus latinus 11.564 della Biblioteca apostolica Vaticana, egli unì le Chronica maiora di Isidoro di Siviglia con le Historiae adversus paganos di Paolo Orosio, aggiungendo (c. 184 recto) la notizia di un terremoto avvenuto a Pisa nel 1117. Un’altra compilazione, contenuta nel codice Egerton 818 della British Library di Londra, comprende le Collectanea rerum memorabilium di Gaio Giulio Solino e il De septem miraculis mundi del venerabile Beda, e si conclude con sei esametri nei quali Guido si presenta come autore della raccolta: «Me Guido collegit studiose» (c. 52 recto). L’opera più nota di Guido è la Geographica, in quattro libri: il primo libro, composto da brani tratti dalla Cosmographia dell’Anonimo ravennate, dall’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e dalle Collectanea di Solino, descrive i territori dei quali si componeva l’Impero romano; il secondo libro descrive brevemente l’antica società romana, seguendo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, il terzo tratta della geografia, seguendo ancora l’Anonimo ravennate, e il quarto libro descrive la guerra di Troia secondo il De excidio Troiae historia di Darete Frigio e le gesta di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene. Il nome dell’autore è presente sia nel prologo – «ego Guido inductus pro scientia mea» – che alla fine dell’opera – «Ex quibus haec Guido documenta decora reliquit» – menzionando anche l’anno in cui fu scritta l’opera: «anno ab incarnatione eius millesimo centesimo XIX». L’opera è contenuta nel codice Bruxellensis 3897-3919 della Bibliothèque Royale di Bruxelles; parzialmente nel Florentinus Riccardianus 881, nel Mediolanensis Ambrosianus R 114, nel Romanus Sessorianus 286 della Biblioteca nazionale di Roma, e nel Caesareus CCCXXXIII, Endlicheri 3.190 di Vienna.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella “Cosmographia” dell’Anonimo Ravennate

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Eutropio

Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Su Eutropio, da Wikipedia leggiamo che egli era probabilmente di origine italica (così è citato nella Suda). Ricoprì in due riprese importanti cariche pubbliche sotto vari imperatori. Professava il paganesimo. Prese parte alla campagna sasanide dell’imperatore Giuliano nel 363. Successivamente ricoprì incarichi di estrema importanza a Costantinopoli, al servizio dell’imperatore Valente (364–378), di cui fu segretario e storico (magister memoriae) e su richiesta del quale scrisse il Breviarium ab Urbe condita (“Breviario dalla fondazione di Roma”). Nel 371/372 fu proconsole (governatore) della provincia d’Asia; restaurò alcune costruzioni di Magnesia al Meandro, e fu accusato di tradimento dal suo successore Festo, ma assolto. Sotto Teodosio I fu prefetto del pretorio dell’Illirico nel 380-381, e nel 387 fu console posterior. Un altro storico, Giorgio Codino, nel suo De originibus Constantinopolitanis (“Sulle origini di Costantinopoli”), afferma che Eutropio fu segretario di Costantino I, ma non è chiaro se si tratta della stessa persona. Morì dopo il 387. Il Breviarium ab urbe condita, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L’attenzione dell’autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute, come ad esempio la famigerata e dibattuta Enmannsche Kaisergeschichte e ai ricordi personali dell’autore.

Nel 305, gli Imperatori Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio alla Molpa

Da Wikipedia leggiamo che secondo Orosio, l’Imperatore romano Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato, nell’anno 305 d.C. (IV sec. d.C.) si ritirò nella sua villa in Lucania e, un anno dopo, nel 306 d.C., suo figlio Massenzio ricevette la notizia della sua acclamazione ad Imperatore dell’Impero. Marco Aurelio Valerio Massenzio (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278 – Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l’Italia e l’Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo (da lui fatto uccidere), che riconosceranno Costantino mentre Massenzio l’otterrà anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore. Figlio dell’imperatore Massimiano, coregnante di Diocleziano, e di Eutropia. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, padre dell’Imperatore Massenzio è noto più semplicemente come Massimiano (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius; Sirmio, 250 circa – Massilia, luglio 310), è stato cesare privo di tribunicia potestas (dal luglio 285) e poi augusto (dal 1º aprile 286 al 1º maggio 305) dell’Impero romano. Condivise quest’ultimo titolo con il suo amico, co-imperatore e superiore Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Stabilì la propria capitale a Milano, ma passò gran parte del proprio tempo impegnato in campagne militari. Riguardo il suo ritiro su wikipedia leggiamo che: Il 1º maggio 305, in cerimonie separate a Mediolanum e Nicomedia, Diocleziano e Massimiano lasciarono il potere contemporaneamente; la successione, però, non andò esattamente come Massimiano aveva sperato, in quanto, forse per l’influenza di Galerio, i nuovi cesari furono Severo e Massimino, con l’esclusione dunque di Massenzio. Entrambi i nuovi cesari avevano delle lunghe carriere militari ed erano vicini a Galerio: Massimino era suo nipote e Severo un suo vecchio collega nell’esercito. Massimiano rimase subito contrariato dalla nuova tetrarchia, che vide Galerio assumere la posizione dominante già ricoperta da Diocleziano; sebbene Massimiano avesse diretto la cerimonia che aveva proclamato cesare Severo, in due anni l’augusto ritirato era divenuto talmente insoddisfatto da sostenere la ribellione del figlio Massenzio contro il nuovo regime. Diocleziano si ritirò nel suo nuovo palazzo costruito vicino a Salona, nella sua terra natale, la Dalmazia; Massimiano scelse invece delle ville in Campania o Lucania, dove visse una vita di agi e lussi (125). Sebbene lontani dai centri politici dell’impero, Diocleziano e Massimiano rimasero in contatto regolare tra loro. Nella nota (125) si postillava che: Barnes, Constantine and Eusebius, p. 27; Southern, p. 152.”.

Nel 305 (IV sec. d.C.), la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli imperatori Massimiano Erculeo ed il figlio Massenzio

Da Wikipedia leggiamo che Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:

  • il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
  • il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi. 

Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Il Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La Lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi.  Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia, si tratta di Nicola Corcia (…). Infatti, già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini.  Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica. Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva  che: E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”.

Macrobio

Macrobio visse nel IV secolo d.C.., ma, lo scrittore antico che l’Antonini chiama “Pestano” non si è capito chi fosse. Vediamo ora il Libro 6 dei ‘Saturnali’ dove l’Antonini scrive che Macrobio lo cita. Ambrogio Teodosio Macrobio (in latino: Ambrosius Theodosius Macrobius; 385 circa – 430 circa) è stato uno scrittore, grammatico e funzionario romano del V secolo. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. I Saturnalia, la sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in tre giornate, raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno. L’opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura di Virgilio, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla letteratura e alla storia fino alle scienze naturali. Macrobio contribuì significativamente all’esegesi dell’Eneide e dell’opera di Virgilio più in generale; inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti frammenti di vari autori famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è mantenuto il ricordo di poeti meno conosciuti come Egnazio e Sueio. Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall’origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. È questa la parte più ampia e la più sentita (libro III-VI). Si discorre di passi difficili e controversi, della superiorità rispetto ad Omero dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica ecc. e si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l’uovo o la gallina? (Ovumne prius fuerit an gallina?) (libro VII però incompleto). Assai raramente Macrobio accenna alle proprie fonti immediate, tra le quali furono senza dubbio Aulo Gellio e Plutarco, forse Varrone.

Nel 339 d.C. (IV sec. d.C.), alcune famiglie patrizie Romane, in viaggio verso Costantinopoli fondarono “Amalphi vecchia”

Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di Sant’Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Nel 1700, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (….) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria verso la fascia costiera tra Scario e gli Infreschi. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Luca Mannelli (…), nella sua ‘La Lucania sconosciuta’, al cap. X cita il Malaterra (…) e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui riporto trascritto il testo delle pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni  gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi  se ne vennero in Eboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, ecc..ecc..”. Il Mandelli riporta la notizia della fondazione di Amalfi vecchia ma fa risalire la fondazione della città di Molpa ai Normanni di Roberto il Guiscardo. L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”. Infatti, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c. 4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva campbiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”.

Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Su questo cittadino di “Vibone” detto “Pestano” e citato dall’Antonini ha scritto Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’unisoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2), e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria’ (3) rilevarono però questa svista dell’Antonini, poichè siccome per passo di ‘Cicerone’ (4), che prima della correzione ‘Granoviana’ corrottamente leggeasi in ‘Macrobio’ (5), il dotto ‘Barrio’ (6) dè golfi ‘Pestano’, e ‘Vibonese’ coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’, che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori ‘Calabresi’, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore, ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8), per cui con molta lepidezza il suddivisato ‘Soria’ gli dice che ecc..ecc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, letera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “.  Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “

giustiniani, p. 313

giustiniani, su vibonati, 314

(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315

Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.

Le origini della Chiesa di Buxentum (BUSSENTO)

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, etc…”. Sempre il Russo, a p. 115, in proposito scriveva che: “L’assenza di vestigia di cimeli cristiani e la scarsissima suppellettile paleocristiana, affiorata nella zona, avvalorano l’ipotesi che il Cristianesimo vi si è affermato in epoca tardiva e che, probabilmente, vi erano ancora dei pagani, specie nell’interno, alla caduta dell’Impero Romano. Nè ciò deve far meraviglia, se S. Benedetto ne trovò ancora a Montecassino più di mezzo secolo dopo. Se ne può avere conferma negli inconvenienti denunziati dai Papi Innocenzo I e Gelasio I nel V secolo (1). Ma, durante le dominazioni barbariche, non affiora nulla del genere, nemmeno nella vasta produzione cassiodoriana. Solo nel secolo IX, Cassano e Laino vengono ricordati come sedi di Castaldi longobardi, senza tuttavia che si spenda una sola parola sulla loro attività spirituale.”. Il Russo, a p. 115, nella nota (1) postillava: “(1) Taccone-Gallucci, Regesti, p. 3 ss.”.  Si tratta del testo di Domenico Taccone-Gallucci (….), Regesti dei romani pontefici per la chiesa della Calabria fino al secolo XII, Roma, 1901.  Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134). Altri cimeli sono alcune monete costantiniane, colla figura della Croce a bracci uguali e quattro fiammelle agli angoli, trovate fra gli scavi in Piazza Duomo, presso la fontana di Pescefritto; come anche resti di lucerne battesimali di terracotta, fittili, di forma caratteristica ed istoriate nella parte superiore, con frasi greche, rinvenute negli scavi fatti in occasione di lavori pubblici (strada e ferrovia) (135). Esiste un cipo battesimale tronco, con frase: A Ω INI (tium et finis)”. Del secondo periodo (sec. VI-X) restano le memorie dei primi vescovi storici (Rustico e Sabbazio), degli effetti funesti delle invasioni barbariche, sia pre incompleti, della Chiesa primitiva di fattura bizantina (136).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”.    

Nel 370 d.C. (IV sec. d.C.), GAVINIO, San Matteo apostolo martire, ed il suo corpo portato a Velia

Matteo apostolo ed evangelista (Cafarnao, 4/2 a. C. – Etiopia, 24 gennaio 70) fu, secondo i Vangeli, uno dei dodici apostoli di Gesù e, secondo la tradizione, l’autore del Vangelo secondo Matteo. L’Apostolo Matteo, nel III secolo a.C., insieme alle sante Archelaa (Archelaide), Tecla e Susanna, subì il martirio. San Matteo, è venerato a Salerno a Casal Velino (SA) nella frazione Marina dove le spoglie dimorarono per circa 4 secoli presso l’odierna cappella di San Matteo “ad duo flumina”. A metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Ma nell’anno 954 d.C. il San Matteo appare in sogno a Pelagia, madre del monaco Attanasio, di farne accurata ricerca. nell’antico abitato di Velia. Questi infatti andò e, come nel sogno, nei pressi di una terme riconobbe l’oratorio in rovina e, nascosto da un roveto, ritrovò l’altare. Estirpati spini e pruni e rimosso il marmo che copriva l’altare, apparve il vano ricoperto di mattonelle quadrate e, nel vano, il corpo dell’Apostolo. Allora Atanasio, reverente e commosso, con mani tremanti avvolse le sacre spoglie con molta riverenza e diligenza in un mondo lenzuolo e andò a consegnarlo alla madre. Il monaco però tentò per ben due volte di trasportare per via mare le rinvenute reliquie in Oriente, ma entrambe le volte il tentativo fallì. Improvvisi marosi lo ricacciarono sulla riva. Fu allora che Attanasio depose le reliquie in una chiesa non distante dalla sua cella: era la cappella che viene detta di S. Matteo, l’unica che da documenti risulti all’epoca esistente nella zona. Ma qui la reliquia non restò per molto tempo. Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107). Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina”,e scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Il Barone Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, ci parla di ‘Aulo Gabinio’, che ebbe un ruolo nella guerra dei Romani contro i Lucani. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Circa il primo oratorio di Velia (v.), sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di un “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia e poi trasferiti a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britannia” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Ebner (…), a p. 27, che: “La critica moderna, nonostante le motivate obiezioni dello Stilting e dopo di aver superato notevoli dubbi circa la veridicità delle narrazioni scritte nel Codice Cassinese, sembra ora orientata ad accogliere la versione favorevole alla tumulazione a Velia “ad duo flumina”, dice Ugo da Venosa, del corpo dell’apostolo.”. A p. 28, Ebner (…), continua e scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”.  Ebner (…), nella sua nota (1), a pp. 448-449, postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397)…”.

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(Fig….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 517, nota (14)

Nel ……., Gavinio, la chiesa (o la villa) a Velia dove furono nascoste le sacre spoglie dell’apostolo Matteo

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 164, scriveva che: “Di un’oratorio è notizia solo a Velia, come si è visto, nella villa della ‘gens’ Gavinia, poi ampliato a basilica quando vi si tumularono i sacri resti dell’apostolo Matteo.”. Il corpo del santo, fu rinvenuto nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide (Velia) e, le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.. Ebner, a p. 27, nella sua nota (71), postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.), sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di un “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia e poi trasferiti a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Riguardo al sepolcro dell’evangelista, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 28, nella sua nota (73), scriveva che: “(73) La mancanza di notizie più precise sull’immobile ne derminava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Arch. R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei-Cerasoli, op. cit., p. 22,no. 20), come si fece osservare in RSS 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1022, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43 e sgg., scriveva in proposito che: “ove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti e ben diversi.”Pietro Ebner (….), che nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 730 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d.C. (scomparsa della basilica paleo-cristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, nella nota (7) postillava che: “(7) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Toedora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, secondo questi autori citati da Ebner, Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, nel 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo. La notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054.

Nel  IV sec. d.C., la S. Elena o “S. Eliena” (Consalvo) che viveva in una grotta a Laurino e che a volte si recava nel cenobio di S. Maria di Rofrano

Su Wikipedia alla voce monumenti di Laurino troviamo scritto la chiesa di Santa Elena Consalvo, vergine ed anacoreta di Laurino, che visse nella grotta di Pruno. Elena Consalvo (Laurino, 509 – Pruno, 530) è stata una santa italiana. Vergine anacoreta, è la santa patrona di Laurino. Nonostante nel paese natale sia venerata il 22 maggio, il martirologio romano prevede la sua ricorrenza il 20 aprile (1). La nascita della giovane è tradizionalmente collocata agli inizi del VI secolo, più precisamente nel 509; tuttavia nuovi studi la ricollocherebbero tra l’VIII e il IX secolo. Secondo la tradizione proveniva da una famiglia molto devota e di umili origini. Costretta da maldicenze locali ad allontanarsi dal paese natale, intraprese una vita di ascetismo e preghiera in una grotta di Pruno (frazione di Laurino), luogo in cui morì all’età di 21 anni. Inizialmente le reliquie della santa erano conservate nella città di Ariano, dove erano state portate, secondo la tradizione, da sant’Elzearo da Sabrano; tuttavia, l’urna con la statua distesa di Sant’Elena e le stesse ossa furono trasferite a Laurino nel 1882 dal vescovo di Ariano. In Wikipedia alla nota (1) si postilla un blog dove si può scaricare il Martirologio Romano di Cesare Baronio (….). Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 200, in proposito scrivevano che: “Rofrano. Quivi fin dall’VIII-IX secolo vi dimoravano monaci orientali, nelle loro “laure”. La pia tradizione popolare ricorda Sant’Elena, la donna-eremita del Monte Pruno, che spesso si recava, alla badia per servire ai monaci, in cambio di un pò di cibo.”. I tre autori, a p. 204 parlando di Laurino scrivevano che: “Laurino…..La tradizione rimase tanto a lungo che le grotte continuarono ad essere il rifugio di eremiti. Tra questi la leggenda ascrive anche una donna, Santa Elena, che visse per molti anni in una grotta del Monte Pruno. La patrona di Laurino è Sant’Elena (dialetto: Santa Lena) che si festeggia il 18 agosto. La tradizione vuole che la Santa per conservare la sua verginità si fosse rifugiata fino alla morte in una grotta. Quando dopo molto tempo dalla sua morte fu trovato il corpo della Santa, i contadini lo posero su un carro trainato da due buoi non appoggiati, in modo che le bestie potessero andare a Teggiano, a piaggine o a Laurino liberamente. E così “Santa Lena”, quando fu sera e le bestie contavano la stanchezza del girovagare, giunse a Laurino dove ancora oggi è venerata come patrona.”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori (…), scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofrano vetere, e molte ruine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano: “Questa terra fu edificata dagli abitanti di Rofrano Vecchio, vedendosi tuttavia gli avanzi nel luogo, ove chiamano ‘Rofrano-vetere’. Non saprei la ragione di sua distruzione. Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13, in proposito scriveva che: “Questo era sito circa quattro miglia al Nord-ovest del Nuovo, sotto il monte Rotondo. Era in piedi almeno il suo Cenobio, a’ tempi di Teodosio, ed Onorio, e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Ne avanza il nome conservato nel linguaggio comune, ed in molti antichi documenti, e sul luogo i ruderi del Cenobio, e della Chiesa, e sparsi rottami di mattoni, embrici, e creta cotta. Gli diedero un tal nome per quel naturale pendio, che hanno le nazioni migranti a’ novelli luoghi da essi posseduti un qualche nome, che loro rammenti quelli che furono abbandonati, e dove pur tante memorie carissime lasciarono.”. Proseguendo il suo racconto il Ronsini ci parla di Rofrano nuovo che sorse in un altro luogo, ovvero dove si trova ora. Il Ronsini riteneva che ai piedi del monte Rotondo, un tempo vi fosse un luogo, che all’epoca fosse già da secoli abbandonato chiamato “Rofranovetere”. Il Ronsini scrive che in Rofranovetere, un casale posto ai piedi del monte Rotondo, nel IV secolo, ai tempi di Teodosio e dell’Imperatore Onorio “Era in piedi almeno il suo Cenobio”. Sempre secondo il Ronsini, “….e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’…vi sono sparsi ruderi e rottami”. Dunque, il Ronsini, forse sulla scorta dell’Antonini scriveva che dal ‘Bios’ di S. Elena si desumono alcune notizie, oltre che sulla Santa che sull’origine di questo antico eremo o cenobio basiliano ai tempi di S. Benedetto da Norcia. Secondo il Ronsini, sul Bios di S. Elena è scritto: “Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Dunque, il Ronsini scriveva che nella “vita” della Santa “Eliena” di Laurino l’antico paese di Rofrano vetere era detto “Horreum Rofrani”. Domenicantonio Ronsini, nel 1873, a p. 14 scriveva sulle origini di Rofrano nuovo: “Egli è naturale che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò intorno ad un Cenobio di Basiliani sito presso la Chiesa di Grotta Ferrata, dove ora torreggia il palazzo Baronale. Quivi si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato Fugento in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania). Etc…”. Dunque, secondo il Ronsini, “Rofranovetere” dovrebbe corrispondere ad un casale il cui antico toponimo sarebbe “Fujenti”, come si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II”. Sempre il Ronsini, a p. 14, in proposito scriveva pure che: “Quindi le antichità di Rofrano Nuovo si riduce a quella del Basiliano Cenobio. Or in qual’anno questo fu fondato ? Ruggero II primo Re di Sicilia con suo Diploma etc….(Documento A) etc…Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del Secolo XI.”. Il Ronsini, a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “In Rofrano Vetere esistono i ruderi di un Monastero, che è ricordato nella vita di S. Elena, o Eliena di Laurino. Secondo la leggenda del suo Uffizio visse in una Grotta sopra Rofrano Vetere: il pio Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo o rattoppando le tonache de’ Monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni. Morì in quella Grotta or convertita in Oratorio sacro al suo nome. Il corpo fu deposto nella Chiesa di Laurito sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. ‘Ibique tandiu quievit, donec varios post casus Autisiodorum translatum, uti ex Martyrologio R. 11 Kal: Junii: La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani p. 234)(1) avvenne circa l’anno 534. Or sottratti gli anni necessarii allo sviluppo delle molte vicende accennate nella leggenda, e sottratti gli anni, che la Santa passò presso quel Cenobio, deve conchiudersi, che quel Cenobio di Rofrano Vetere esisteva già prima del 480, in cui nacque S. Benedetto. Dunque, il Cenobio non era ancora dei Benedettini, la culla de’ quali fu Montecassino fondato nel 529, ma sibbene di Basiliani, che dall’Oriente ben presto si diffusero in queste Meridionali Provincie allor soggette al Greco Imperatore. Anzi il Baronio nelle note al Martirologio R. scrive che S. Elena fiorì ai tempi di Teodorico il Grande, e di Onorio 379 a 423. ‘De eadem Helene Virgine item hac die Beda Vsuardus, Ado, et Petrus in Catalogo’ L. II. Mentio habetur de eadem in rebus gestis S. Amatoris. Vixit temporibus Theodosii Senioris, et Honorii ejus filii, ut ex iisdem actis colligitur’. Etc…”.

Cattura

Cattura 7

(Fig…..) Ronsini Domenicantonio, pp.

Il Ronsini, proseguendo il suo ragionamento sulle origini del monastero di Rofrano Vetere, a p. 18, in propsito aggiunge che:  Ho qui contraria la leggenda dell’Uffizio, e molti valenti scrittori di Laurino, tra i quali Niccolò Politi, che attribuiscono a’ Benedettini quel Cenobio. Non amo di cozzare se non come i flutti, che ricadono congiunti etc…”. Il Ronsini prosegue il suo racconto dissertando sull’origine del Cenobio di Laurino e adducendo che non credeva fosse stato un monastero Benedettino, come invece adduceva Niccolò Politi (….) che egli stessa cita e per avvalorare la sua tesi cita il Mabillon (….). Inoltre, il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”.  Sempre il Ronsini, a p. 18, in proposito scriveva che: “Mabillon nella Prefazione agli annali Benedettini assicura “che sino a San Benedetto, nel secolo VI, spesso ad arbitrio del superiore si adottava una nuova Regola, e spesso nello stesso Cenobio erano in vigore più regole, e si aggiungeva, e toglieva ciò che richiedevano le diverse circostanzedi tempo, e di luogo. Quindi era facile, e promiscuo il passaggio da un Cenobio all’altro non solo de’ Latini fra loro, ma anche tra Latini, e Greci”. Anzi mi pare  che il costume vigeva anche dopo S. Benedetto; altrimenti non può spiegarsi quel che narra lo stesso Mabillon, cioè che verso l’anno 720 in Montecassino ‘officium faciebant Graeci, et Latini, cioè Basiliani e Benedettini. E neppure può spiegarsi la dimora di S. Nilo Basiliano tra Benedettini di Rocca Gloriosa, di S. Nazario di Montecassino e di Casaluce. Può dunque dirsi, che i Cenobiti di Rofrano Vetere erano Basiliani in origine, ma all’apparir del Celebre S. Benedetto o ne adotarono per qualche tempo la Regola, o l’unirono all’altra di S. Basilio. O se assolutamente si vogliono Benedettini di origine, potrà dirsi, che un maggior numero di Basiliani lor si contrappose nel Cenobio. Etc..”.  Sempre il Ronsini, a pp. 18-19 concludendo scriveva che: “Adunque senza moltiplicar Cenobii, può senza grave ostacolo ammettersi che i medesimi Basiliani di Rofrano Vetere migrarono col popolo nel Nuovo, spinti da motivi, che non si sanno con precisione, ma che spinsero tanti altri abitanti di luoghi piani, come Rofrano Vetere, a ridursi in Rocce per arte o per natura inaccessibili, qual’è Rofrano Nuovo. Nei secoli VII. VIII, e IX, in cui cader dovrebbe la migrazione, i paesi della Lucania furono schermo infelice de’ Greci, de’ Longobardi, e de’ Saraceni: presi or dagli uni, or dagli altri, per sottrarsi al ferro nemico cercavano asilo, come le acquile sulle creste de’ monti, ed in luoghi inaccessibili. Ma non sappiamo determinar l’anno con precisione: l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una volta, che un mistero avvolge come la generazione, così tutte le origini.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Mancano altre notizie su Rofrano vetere, eccetto il cenno nella leggendaria vita di S. Elena di Laurino. La santa anacoreta in cambio del poco cibo offerto dai monaci avrebbe loro rattoppato le tonache. Rofrano nuovo sorse intorno alla chiesa di S. Maria. Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Dunque, Ebner scriveva che un cenno del vecchio abitato di Rofrano vetere si trova nella leggendaria vita dell’anacoreta e Santa Elena di Laurino che rattoppò le tonache o sai dei monaci di Rofrano che gli offrivano del cibo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Volpi ricorda pure la “romitella S. Elena (47) di Laurino”, i cui resti dapprima vennero trasportati in Francia, “intorno all’anno 1310″, da S. Elisario della famiglia Sabrana, conti di Ariano. Il vescovo di Ariano Giacinto della Calce, donò una reliquia della santa al suo vicario Rosario Riccio Pepoli di Piaggine, il quale l’offrì alla chiesa di S. Maria Maggiore di Laurino, dove si celebra annualmente la sua vestività il 22 maggio.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”. Ebner, a p. 88, nella sua nota (47) postillava che: “(47) ‘Beata Eliana non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est’ si ritirò in una grotta del monte Pruno a 8 miglia da Laurino, sopra Rofrano vetere, un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890, a dire di G. Pecori, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii’. Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Giustino Pecori scriveva che la grotta o l’eremo di S. Elena i trovava ad 8 miglia da Laurino, sopra il paese, oggi scomparso, di Rofrano Vetere, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii'”. Inoltre, Ebner scrive di Rofrano Vetere, un casale oggi scomparso e dice che questo casale si trovava sotto la grotta sul monte Pruno e pure  un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890″. Ebner scrivendo del cenobio italo-greco di cui si vedevano i ruderi ancora nel 1890 si riferiva alla Relazione di Giustino Pecori. Inoltre, Ebner scriveva del cenobio italo-greco anche che: Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, non molto distante da Rofrano Vetere vi era un primitivo cenobio basiliano di cui però Ebner scrive solo che se ne vedevano i ruderi ancora nel 1890. Forse Ebner (….), parlando di Laurino, si riferiva al cenobio italo-greco quando a pp. 85-86 scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel ‘700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Symeonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno nel 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava che: “(41) Guillaume, cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Giustino Pecori (….), “Attestato giurato su Sant’Elena da Laurino” del 1891 che Pecori, Real Ispettore alle Antichità per la Provincia di Salerno redisse nel 1891. La sua relazione la troviamo sul blog “Zadalampe”. Sul sito o blog troviamo scritto che: “L’anno milleottocentonovantuno, addì del mese di Settembre. Il sottoscritto, preso ad esame i monumenti relativi alla vita ed al culto della Beata Eliena od Elena Vergine anacoreta e concittadina di Laurino, sotto la santità del giuramento, o per la verità Attesta Notizie Biografiche della Beata Eliena. Che la leggenda dell’Uffizio di detta Beata, ed i numerosi biografi della sua vita, umanimi concordano: Che Ella nacque in Laurino da umili ma onesti parenti, nei primordi del secolo VI° II° che giovinetta prese stanza negli orrori d’una spelonga del monte e Bosco di Pruno, 16 chilom. da Laurino, 2 da Rofrano Vetere e dal quel Cenobio di P.P. Benedettini, ove visse da Anacoreta, ed ove santamente mori. III° Che in quel tempo il Cenobio era abitato dai P.P. Benedettini, i quali offrivano qualche cibo alla scarsa mensa dell’austera anacoreta che li retribuiva cucendo o rattoppando le loro tonache.  IV° Che il Suo Santo corpo tumolato in pria nella detta spelonga e di poi esumato dal Vescovo Pestano nel 534 veniva trasportato nella sua Chiesa Cattedrale.  Che nel luogo detto Gorgonero sul fiume Calore, ove l’aria con la salma della Beata veniva formata, il detto Vescovo ordinava in quel sito la costruzione d’una Cappella sacra in suo nome VI° Che mano ignota rapiva dalla Cattedrale di Pesto e trasportava in Auxerre il santo corpo, e che nel 1310 S. Elgiario Conte di Ariano riportatolo nel regno ne arricchiva quella sua chiesa (Volpi Cron. Vesc. Pest. P. 234; Garrasi Abate Luigi, vicende storiche della Beata Gatta Lucania illustrata p. 78 De Stefano Lucido di Valle di Fasanella in verba Laurini m.s.) VII° Che in Ariano, in occasione della consacrazione di quella cattedrale, ai tempi di Monsignor Giacinto della Calce 1714 furono le sue reliquie scoperte con l’autentica, logora dal tempo portante la scritta S. ELENA VERGINE CONCITTADINA DI LAURINO, come rilevasi dalla relazione manoscritta contemporanea del detto antiquario Reginaldo Mazzei del 1714 (v. la relaz. Giurata del sottoscritto 12 dicembre 1890 Ricci Pepoli, pratica Ecclesiastica p.) VIII° Che finalmente il Vescovo d’Ariano D. Francesco Trotta, alle insistenti premure della cittadinanza Laurinese e del zelante e dotto abate Chiesa Collegiata di S. Maria, D. Luigi Garrasi, permise che le reliquie ritornassero nella sua patria diletta, ove addì 8 ottobre del 1882 fecero il loro solenne ingresso.”. Sempre in “Zadalanpe” vi è scritto che il Pecori parla dei seguenti documenti antichi: “10 Dall’Ufficio della Beata in carta membranacea. 11 Da due frammenti della sua vita in carattere longobardo. 12 Da tre incisione in rame. 13 Dal Cenobio di Rofrano Vetere, ove dimorarono ai tempi della Beata Eliena i P.P. Benedettini, ricordati dall’Ufficio già detto, e dai suoi numerosi biografi.”. Il Pecori scriveva pure che: “MONUMENTI PALEOGRAFICI. Presi in esame primieramente i monumenti scritti. I più vetusti codici sono i due antichi frammenti della leggenda della sua vita in carattere longobardo, ed il suo ufficio in carta membranacea con antifone, capitoli, versicoli respensori ed orazioni in carattere romano bastardo. Un minuto esame paleografico dei codici suddetti può menare alla conclusione della lor epoca, quantunque la scrittura longobarda ha durata con si poco cambiamento per vari secoli, che spesso la paleografia è costretta a limitarsi ad alcune congetture. Esaminati e messi a confronto detti frammenti con le tavole di Bernard, e di Norton uno di essi sembra più antico del secolo IX° mentre l’altro ha già le lettere che cominciano a presentare quella specie di angoli che indicano un avviamento alla forma gotico, e che non può appartenere che alla fine del secolo XI°. L’Ufficio poi della Beta Eliena, quantunque copia di altro più antico, non va oltre il secolo XV°.”. Su Giustino Pecori, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II , a p. 211, in proposito scriveva che: “Il Mezzacane dice che la copia manoscritta conservata nel Comune era da attribuirsi a Giustino Pecori che nel 1890 scrisse 227 pp. su ‘Laurino e l’omonimo suo stato’ (copia dattiloscritta nella Biblioteca del museo provinciale di Salerno che non contiene però gli Statuti), dal quale trasse le notizie su Laurino (generiche le note sugli statuti). La copia del Foglia ecc…”. Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: “Fin dal 400 d.C. l’area che va da Laurino a Rofrano fu all’avanguardia del Cristianesimo: vi si innalzarono numerosi templi: sotto Gisulfo, in una grotta del monte ‘Costa della Salvia’ fu innalzato un altarino in legno a S. Michele, a devozione del Santo protettore dei Longobardi. In quell’epoca si levò la voce e l’esempio di S. Eliena (detta comunemente Elena) da Laurino, “Beata Eliena non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est”, la quale consacratasi all’amore di Dio, della penitenza di una grotta in località ‘Pruno’ nei pressi di Rofrano Vetere, non lontano da un Cenobio di monaci Basiliani, soffrì e pregò per i peccatori fino al giorno della morte. “L’Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo e rattoppando le tonache de’ monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni” Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Il Barra, a p. 11, nella nota (8) postillava che:  “(8) Ronsini, pp. 17-18. Molti storici riportano che il Cenobio di Laurino era dei Benedettini. Ciò non è possibile perchè San Benedetto è nato nel 480 e Montecassino, patria del monachesimo Benedettino, è stato fondato nel 529, quando Eliena era già morta. Uno dei tanti che ha commesso questo errore è stato Bruno, p. 11. Consecutivamente il cenobio Basiliano di Rofrano Vetere passò all’ordine dei Benedettini. Quando erano in uso i cenobi italo-greci ed essi vi stanziavano dei Benedettini, questi potevano liberamente celebrare in latino come accadeva anche per i Basiliani quando andavano dai Benedettini. Un monastero poteva cambiare ordine se i superiori lo ritenevano necessario e questo è accaduto fino all’inizio del XVI secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 308 riferendosi al Vescovo della Diocesi di Capaccio-Vallo, mons. Siciliani, in proposito scriveva che: “Né, afferma è possibile fare “appello alla pietà degli abitanti, perché quasi tutti indigenti”. Il vescovo riferì da Capaccio (13 giugno 1867) pure sul culto di S. Elena a Laurino. Il 12 novembre 1868, poi, nel richiamare la sua prima e “satis accuratam relationem de statu Caputaquensi ac Vallensis ecclesiae”, osservava che non “sine ingenti animo dolore cognitum est, quanto cum furore tempestas quae nunc universam concutit Italiam, in istam dioecesim, incubuerit”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 108, in proposito scriveva che: “Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino (“castrum Lorini”)(6) sede della contea ai tempi di Gisulfo I che l’assegnò a Landolfo, figlio dell’omonimo principe spodestato da Capua (7). Casale racchiuso in poterose mura, tuttora ben individuabili, nonostante le insidie del tempo.”. Ebner, a p. 108, nella nota (6) postillava che: “(6) CDS, I, pp. 157-158: “Castrum Lorini (anche Laurini) debet reparari per homines baronie Fasanella (nel 1294, Faxanella), per homines Corveti (il Carucci l’ubica a Corleto Monforte, ma Corneto – sulla collina, etc…”. Riguardo la Santa ha scritto anche l’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 329 e ssg., dove parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia de’ Vesc. di Capaccio’, pag. 40 e 50.”. Egli a pp. 332-333 scriveva pure che: “E’ stato per verità questa Terra un Seminario di Uomini illustri. Sua Cittadina fu Santa Eilena, o Elena Vergine Romita. Ella in un’aspra Spelonca distante da Laurino miglia otto, ch’è appunto nel Bosco deto ‘Pruno’, santamente visse, e giovanetta morì nell’anno di nostra Salute 530. Fu il suo Corpo circa gli anni 534, o 536 trasferito in Isiodoro di Francia. Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città, ove in un Urna si venerano sett’ossa del suo Corpo, e riposta su l’Altare maggiore a 3 ottobre 1713 da Mons. Simone Viglino Vescovo di Trevico allorche quella Cattedrale consacrò, come si legge nella Sinodo Diocesana di Ariano, celebrata nel 1714 sotto Mons. della Calce, da cui ne fu uno di detti Ossi donato all’Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore, con celebrarsi il dilui dì festivo a 21 di maggio. Le gloriose gesta di questa Santa, oltre gli altri Autori, le scrisse in un Drama, o sia opera sacra il P. Generale da Laurino, stampato in Napoli presso il Pace nel 1721.”. Forse il testo consigliato è Alessandro Vimercati, Vita de’ gloriosissimi santi Elzeario, e Delfina conti d’Ariano, a cura di Pietro Antonio Sapiente, Torino, Santo Officio, 1736. La congiuntura con Ariano, attuale Comune di Ariano Irpino credo sia dovuta al fatto che nel 1495 la contea è comprata da Alberico Carafa, il quale tre anni più tardi otterrà da re Ferdinando II di Napoli il titolo di duca di Ariano e che nel frattempo aveva acqistato il feudo o lo Stato di Laurino. Il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (….) scriveva che le reliquie della Santa, settanta ossa, furono traslate nell’anno 534 o 536 trasferiti in Isidoro di Francia.  Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Dunque, le reliquie della santa anacoreta, intorno al 530 furono traslate in Auxerre in Francia. Auxerre (pron. /o’sɛʁ/) è una città francese di 38.791 abitanti capoluogo del dipartimento della Yonne nella regione della Borgogna-Franca Contea. Scrive il Di Stefano ed il Ronsini che “Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città”. Da Auxerre, in Francia, nel 1310, il Conte di Ariano li fece riportare ad Ariano nella chiesa di S. Elizario Sabrana. Da Wikipedia leggiamo che la Cattedrale di Maria Assunta ad Ariano è stata dedicata a sant’Elzeario da Sabrano (compatrono), le cui statue troneggiano sui portali, mentre gli interni sono ricchi di opere d’arte di varia epoca. Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Nei pressi di ‘San Luca’ l’indicazione di ‘Santèrna’ (112), e precisamente alla Cupa soprana (“Cupa soprana seu santerna), può suggerire che il luogo riferisca d’un ormai dimenticato e lontano culto tributato a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, se s’accetta l’evoluzione di ‘Elena’ in ‘Elna’ e, quind, in ‘Erna’, per fenomeno tipico della fonetica dialettale locale (113). Gli onori assegnati dai Greci alla Santa insieme con San Costantino (114) già negli anni dell’impero di questi, con un incremento nell’avanzare del quarto secolo, quando si diffondono le storie dell’Invenzione della Santa Croce per interessamento di Elena – ragion per cui si legano al suo nome anche dedicazioni alla Santa Croce, come quella, detta in Gerusalemme, a Roma (115) – troviamo riscontro in due contrade fra i tenimenti di Polla e di Brienza, nella provincia potentina, Sant’Elena e San Costantino, vicine tra loro e con avanzi di fabbriche e iscrizione d’età imperiale (116): volgarmente la prima è detta ‘Sandèlla’ – con un’evoluzione simile e parallela a quella considerata di Padula – , cosa che attribuisce vigore alla congettura relativa al toponimo padulese. E’ questo un interessante indizio della comunità del grecismo nelle contrade meridionali, a cui già s’è fatto riferimento, a partire dalla suaprima diffusione, con punte di maggiore intensità negli anni ‘d’oro’ che segnarono la storia dell’Impero orientale. Nel medesimo luogo, a oriente di ‘Santerna’, sui primi rilievi del monte Romito, era una Santa Maria dell’Alvanéta (117), inserita nel quadro d’insediamenti religiosi di cui s’è detto, particolarmente se il toponimo testimonia la presenza d’estnie slave (118).”. Il Tortorella, a p. 57, nella nota (113) postillava: “(113) Si tratta della caduta della vocale interconsonantica davanti a liquida e della confusione della consonante laterale con la vibrante: vedi il mio ‘A l’us’ andicu cit. (“I dialetti”), p. 300.”. Il Ronsini, a p. 17, in proposito a S. Elena di Conversano scriveva che: “La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani, p., 234)(1) avvenne circa l’anno 534.”. Il Ronsini si riferiva al testo di Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, a p. 234.  Il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Lucania illustrata”, a p….., cap. II, in proposito scriveva che: “…………

LE FONTI STORICHE:

Le fonti: Giordane ed i “Getica” (termine attribuito dal Mommsen) tratto dall’opera di Cassiodoro

Gabriele De Rosa (…), nel suo “Le dominazioni barbariche – Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, ed. Libreria Ferraro del 1970, a p. 32-33, in proposito scriveva che: “Giordane fu chiamato lo storico dei Goti”. Da Wikipedia leggiamo che Giordane, o Giordano (in latino: Iordanes; … – …; fl. 550 circa), è stato uno storico bizantino di lingua latina del VI secolo. Scrisse verso il 552 il De origine actibusque Getarum, un riassunto della perduta Storia dei Goti di Cassiodoro in dodici libri, noto anche come Getica, la cui prima edizione critica fu pubblicata da Theodor Mommsen nei Monumenta Germaniae Historica. La maggiore differenza tra l’opera di Giordane e quella di Cassiodoro sta nel fatto che il secondo scrisse per glorificare Teodorico e la sua stirpe, mentre il primo, mostrando la tradizione e la forza dei Goti, per accrescere la fama delle gesta di Giustiniano I (527-565), loro vincitore. I Getica (il nome che lo studioso tedesco Theodor Mommsen assegnò al De origine actibusque Getarum) furono scritti dallo storico goto Giordane, forse mentre era tenuto prigioniero a Costantinopoli dall’imperatore Giustiniano I e furono probabilmente pubblicate nel 551. L’intento dichiarato di Giordane è quello di “condensare col mio stile in questo piccolo libro i 12 volumi della storia dei Goti, scritta da Cassiodoro”. Giordane ammette comunque di non aver avuto accesso all’intera opera di Cassiodoro, aggiungendo particolari di sua memoria. Nulla del lavoro è scritto con le parole di Cassiodoro ed è quindi oggi impossibile discernere ciò che davvero proviene da questo autore. I Getica sono l’unica fonte rimasta sull’origine dei Goti, popolo che per un certo periodo dominò l’Europa orientale, prima di essere scacciati dagli Unni. È lo stesso Giordane a dire di aver interrotto la sua opera sulla Storia romana per scrivere i Getica. Vista la perdita dell’opera di Cassiodoro, i Getica sono una delle fonti contemporanee più importanti per la conoscenza delle migrazioni barbariche dal III secolo in poi, in particolare di quelle di Ostrogoti e Visigoti. Nell’opera si menziona anche la campagna militare condotta in Gallia da Riotamo, “re dei Britanni”, in cui alcuni studiosi hanno individuato una possibile ispirazione per la figura di re Artù. I sacerdoti P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. L’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Dunque, in questo testo, l’Agatangelo postillava e citava l’opera “Getica” di Cassiodoro (….), mentre nel volume scritto a quattro mani con il Falco citava il Muratori. L’Agatangelo postillava di un’epitoma di “IORDANIS” che conteneva l’opera “Getica” del cronista del tempo Cassiodoro (….), opera perduta e riscritta appunto da Giordane. Luigi Tancredi (….), nel 1982, nel suo “Alarico, Re dei Visigoti”, a p. 11 riguardo Jordane e riferendosi alle opere perdute di Cassiodoro, in proposito scriveva che: Purtroppo, non tutte ci sono perveute, ma autori posteriori conoscevano i suoi scritti, che ora sono perduti, e ne hanno tramandato il contenuto, specialmente Secondo (3), considerato da alcuni Vescovo di Trento, e Jordanes (Giordano)(4) probabilmente vescovo, che apparteneva al seguito del Papa Vigilio e lo seguì nell’esilio di Costantinopoli. Tutt’e due sono stoiografi di limitata importanza, ma trasmettono fatti contenuti in Cassiodoro. Segue poi Paul Wanfried, nobile Longobardo che la storia ricorda come Paolo Diacono (5), una figura importante, autore di una delle fonti storiche di prim’ordine. Rimase per gran parte della sua vita alla corte di Carlomagno ed era probabilmente uno dei suoi maestri. L’opera che c’interessa vide la luce fra il 790 e il 795; il più vecchio manoscritto che conosciamo si trova a Cividale del Friuli e risale al principio del IX secolo; quindi lo separa più di un secolo dall’originale e, probabilmente, c’è più d’una copiatura in mezzo. Una stupenda edizione critica fu curata dal Mommsen (6) nel 1878 per “Monumenta Germanica”. Mommsen ha pure curato la “Getica” di Jordanes e il “Chronicon” di Cassiodoro. Anche dello stesso secolo di Alarico abbiamo cronache del teologo Orosio (7), del greco Zosimo (8) e del cronista Socrates (9).”

Nel VI sec. d.C., Procopio di Cesarea, cronista dell’epoca

Da Wikipedia leggiamo che Procopio di Cesarea (in greco antico: Προκόπιος ὁ Καισαρεύς, Prokópios ho-Kaisaréus; Cesarea marittima, 490 circa o inizio VI secolo – Costantinopoli, 560 circa) è stato uno storico e generale bizantino. Nel 551 scrisse una Storia delle guerre in sette libri che narra delle guerre di cui è stato per molti fatti testimone diretto; un ottavo libro dell’opera, un aggiornamento, uscì nel 553. Su richiesta dell’Imperatore scrisse anche Sugli Edifici, uno scritto encomiastico relativo alle opere edilizie sorte per iniziativa di Giustiniano. Fu autore anche di una Storia segreta (gr. Anékdota), un libello astioso contro Giustiniano e Teodora venuto alla luce molti secoli dopo la morte dell’autore. È stato identificato da taluni con il Procopio prefetto di Costantinopoli nel 562, anche se tale identificazione non è certa e potrebbe essere un caso di omonimia. Le sue opere, scritte in greco, raccontano il periodo dell’imperatore bizantino Giustiniano I, le sue guerre contro i Vandali, i Persiani e gli Ostrogoti d’Italia (Guerra gotica), la cronaca della vita politica alla corte di Costantinopoli e le descrizioni delle opere edilizie effettuate da Giustiniano. Storico militare e politico, la sua ottica e la sua tecnica storiografica risulta di matrice fondamentalmente pagana, utilizzando i modelli greci e latini (Erodoto, Tucidide, Livio, Tacito) che la storiografia cristiana-europea riscoprirà solo nel Quattro e Cinquecento con gli umanisti. I Libri V, VI e VII riguardano invece la guerra gotica, cioè la guerra di Giustiniano condotta contro gli Ostrogoti che occupavano l’Italia e la Dalmazia. I primi capitoli parlano brevemente dello stato dell’Italia prima della guerra gotica, si passa poi a narrare la guerra gotica di Giustiniano. Importante è la descrizione di Procopio, testimone oculare, sull’assedio di Roma ad opera dei Goti nel 537-538, molto dettagliata. Il libro VII narra gli avvenimenti della guerra gotica dal 540 al 551. Il libro VIII fu scritto in seguito, nel 553, e i primi capitoli sono dedicati alla guerra lazica contro i Persiani dal 551 al 553 mentre quelli conclusivi parlano della vittoriosa campagna di Narsete contro i Goti, grazie alla quale l’Italia venne annessa all’Impero. Giovanni Cammarano (….), nel suo “Storia di Centola – Centola nella storia e nell’Arte”, vol. I, a p. 63 in proposito scriveva che: “Visse al tempo dell’imperatore Giustiniano (VI sec.). Seguì Belisario nelle varie spedizioni in Asia, in Africa e in Italia. A noi interessa ma molto relativamente sia in relazione alla storia di Centola, come a quella della distruzione della Molpa. Difatti in “De bello Ghotico” non parla in modo diretto della Molpa e della fuga dei suoi abitanti, ma delle parole che dedica alle spedizioni di Belisario è facile cogliere gli elementi che mettono in relazione le spedizioni di Belisario, e con quanto sappiamo da altre fonti, come dalla Cronica di Mercurio, e la distruzione della Molpa e la fondazione di Centola. Il discorso riguarda il IV volume “La Molpa”. Amedeo La Greca (….), nel suo “………………………”, a p……, in proposito scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Etc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”.  Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Da Procopio, I, nel testo I Barbari di E. Bartolini, Longanesi, Milano; B. Lavagnini, ‘Belisario in Italia, storia di un anno (535-536), Palermo 1948.”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Orosio Paolo. Scrittore spagnolo, seguace di S. Agostino, morì dopo il 418. Nel libro “Apologetico” ecc…..Orosio scrisse, inoltre, “Adversus paganos”, storia in sette libri, da Adamo al 417, in cui ribatte l’accusa che il Cristianesimo fosse la causa della decadenza dell’impero romano”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Zosimo. Storico bizantino, pagano, visse nella seconda metà del secolo quinto. E’ autore di una “Nuova Storia” dell’impero romano, da Augusto al 410; l’opera è pervasa di spirito anticristiano.”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Socrates. E’ del secolo V, Procuratore legale a Costantinopoli, autore di una interessante “Storia Ecclesiastica”, relativa al periodo 305-450″. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; vedi anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. Dunque, questo passaggio dell’Agatangelo riguarda prima dell’anno 553. L’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, scriveva di Belisario. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito.

Il Martirologio romano e la storia di beati, anacoreti e i martiri della chiesa

Il Martirologio Romano è un libro liturgico e costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose del cattolicesimo. La prima edizione ufficiale, risalente al XVI secolo, fu approvata da papa Gregorio XIII nel 1584. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno della loro morte, intesa come passaggio-nascita alla “nuova” vita eterna (detto per questo dies natalis), e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie. Nel XVI secolo si decise di unificare i vari martirologi in un solo elenco nel quale trovassero posto tutti i santi e i beati riconosciuti come tali dall’autorità della Chiesa cattolica: la grande opera di revisione fu affidata da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto al cardinale Cesare Baronio che la completò nel 1586: venne allora pubblicato il primo Martyrologium Romanum (1). Successivamente vi furono apportate aggiunte e modifiche (le prime già nel 1593, 1602 e poi nel 1613) e furono realizzate nuove edizioni: fondamentali le revisioni volute dai papi Urbano VIII (1630), Clemente X (1673) e Benedetto XIV (1749). Nella nota (1) si postilla del seguente testo del Baronio: Martyrologium Romanum ad novam kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum. Gregorii XIII pontificis maximi iussu editum. Accesserunt notationes atque tractatio de Martyrologio Romano. Auctore Caesare Baronio Sorano, ex typographia Dominici Basae, Romae 1586; poi anche apud Petrum Dusinellum, Venetiis 1587. Edizioni simili erano già uscite a stampa nel 1583.

I BARBARI E LE LORO PRIME INVASIONI NEL CILENTO

Nel 401 (IV sec. d.C.), Alarico I, re dei VISIGOTI e la 1° invasione dell’Italia

Da Wikipedia leggiamo che Alarico I, o Alarico dei Balti, noto anche come Flavio Alarico, Flavius Alaricus in latino (370 circa – fiume Bussento, 410), è stato re dei Visigoti dal 395 alla morte. Fu inoltre magister militum dell’Illyricum, nominato nel 398 dall’imperatore Arcadio. Fu il primo vero re dei Visigoti, il ramo occidentale dei Goti, opposto agli Ostrogoti, che, dopo circa vent’anni di guerra ininterrotta, compresero la necessità della figura di un re che amministrasse il potere supremo e non fosse solo un consigliere o un condottiero. Appartenente alla dinastia dei Balti, non se ne conoscono gli ascendenti. Nel novembre 401, i Visigoti di Alarico, abbandonando l’Illirico, invasero improvvisamente l’Italia. Le laconiche fonti antiche non chiariscono i motivi di questa invasione. I panegirici di Claudiano sostengono che Alarico avrebbe invaso l’Italia unicamente spinto dal desiderio di “penetrare nell’Urbe” rimasta inviolata fin dai tempi di Brenno, e raggiungere così fama perpetua presso i posteri. In passato, diversi studiosi moderni, come Demougeot e Stein, avevano congetturato che Alarico sarebbe stato istigato dalla corte di Arcadio a invadere l’Italia, al duplice fine di liberarsi della loro scomoda presenza e al contempo danneggiare Stilicone, con il quale la pars orientis era in cattivi rapporti. Nel 395 i Visigoti di Alarico della Mesia, foederati di Roma, ruppero l’alleanza con Roma e saccheggiarono la Tracia. La ragione era che Alarico era infuriato per non aver ottenuto un ruolo di comando nell’esercito romano, anche se vi furono sospetti di collusione con il prefetto del pretorio d’Oriente Rufino, che avrebbe spinto Alarico a rivoltarsi. Stilicone mise insieme un esercito e marciò contro di loro, ma Arcadio, spinto dal prefetto del pretorio Flavio Rufino, nemico di Stilicone, ordinò alle truppe orientali, che formavano una parte dell’armata di Stilicone, di far ritorno a Costantinopoli per proteggere la capitale. In Oriente infatti si aveva ancora timore che in realtà Stilicone mirasse a conquistare il dominio anche di Costantinopoli prendendo il posto di Rufino come reggente di Arcadio. Lo stesso Alarico, a capo di un popolo che non era più stato sconfitto dai Romani dopo la disastrosa Adrianopoli del 378, si trovò a giocare abilmente in mezzo alle rivalità esistenti tra le due parti dell’Impero. Stilicone obbedì e rimandò indietro le truppe che di fatto non avevano fatto ritorno in Oriente dopo la battaglia del Frigido, indebolendo così il suo esercito. Intanto, giunte a Costantinopoli, le truppe, al comando del goto Gainas, uccisero Rufino: i sospetti che fossero state sobillate dallo stesso Stilicone furono alti. Riguardo le citazioni storiche di questi fatti le fonti rimandano a Zosimo (…), a Gaudiano e alla Gethica di Jordaine (…). A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una cronistoria allegata), il Troyli (….) afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa. Nel novembre del 401 Alarico invase l’Italia, varcando le Alpi Giulie, devastò le province di Venezia, Liguria ed Etruria, espugnando Aquileia e diverse altre città senza incontrare alcuna seria resistenza; Alarico giunse persino ad assediare Mediolanum, capitale dell’Impero romano d’Occidente, e, a un certo punto, si diffuse il timore che il re goto sarebbe riuscito ad avanzare fino a Roma. Stilicone, inizialmente, non poté reagire, in quanto dovette respingere un’incursione di Vandali in Rezia prima di marciare contro Alarico. Una volta vinti gli invasori della Rezia in battaglia, ne approfittò per rinforzare la sua armata spingendo una parte dei Barbari vinti ad arruolarsi come ausiliari nel suo esercito. Mandò inoltre ordini alle legioni poste alla difesa della frontiera del Reno e della Britannia di raggiungerlo in Italia per affrontare i Visigoti di Alarico. Tornato in Italia, Stilicone riuscì ad attraversare l’Adda, nonostante i ponti fossero caduti in mano nemica, e a costringere Alarico a levare l’assedio della capitale. Alarico fu costretto a ripiegare verso le Alpi Marittime ma fu affrontato da Stilicone nella battaglia di Pollenzo, che ebbe luogo il 6 aprile 402 durante le celebrazioni pasquali e fu vinta dai Romani: Stilicone, in seguito alla vittoria di misura in questa battaglia, recuperò il bottino dei Goti ma soprattutto fece prigionieri la moglie e i figli di Alarico. Alarico, tuttavia, pur avendo subito delle perdite, costituiva ancora una seria minaccia, avendo ancora la cavalleria intatta. Stilicone riuscì tuttavia a convincerlo a ritirarsi dalla Penisola e a fare ritorno nell’Illirico promettendogli in cambio la liberazione dei suoi famigliari catturati in seguito alla battaglia di Pollenzo. Durante la ritirata dei Goti, tuttavia, Alarico violò almeno in parte i patti, costringendo Stilicone ad affrontarlo di nuovo presso Verona nel 403, battaglia che si concluse con un’ulteriore sconfitta dei Goti. Pertanto i Goti furono costretti ad abbandonare l’Italia varcando di nuovo le Alpi Giulie e a fare ritorno in Illiria. Su Stilicone ha scritto il poeta Claudio Claudiano. Claudio Claudiano (latino: Claudius Claudianus; Alessandria, 370 circa – Roma, 404) è stato un poeta e senatore romano, sostenitore del generale Stilicone. La sua poesia, prevalentemente in esametri (nelle prefazioni, però, prediligeva il distico elegiaco), e quasi tutta d’occasione (De tertio consulatu Honorii Augusti, Epithalamium de nuptiis Honorii et Mariae, le invettive contro Rufino ed Eutropio, rivali di Stilicone, eccetera), trova non di rado accenti di sincerità e vigore, specie nel sentimento della grandezza e della missione civile di Roma e nell’ammirazione per il generale Stilicone, in cui Claudiano vedeva l’estremo baluardo dell’impero incarnante la virtus della romanità ideale (De Consulatu Stilichonis; De bello Gildonico contro l’usurpatore mauritano Gildone; De bello Gothico, sulla vittoria di Stilicone contro Alarico I a Pollenzo). I due studiosi Romano Giacinto e Arrigo Solmi (…), nel loro ‘Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888)’, nel 1940, nel suo cap. IV, a pp. 75-76 scrivevano che: “Da quei dissidi non tardò a trarre partito Alarico, invadendo una prima volta la Macedonia e la Grecia nell’anno 395. Avvertitone Stilicone, questi accorse con l’esercito in Oriente; e già stringeva i Visigoti nel Peloponneso, quando un ordine di Arcadio l’obbligava a tornare in Italia, non solo, ma anche a restituire una parte delle milizie che avevano servito l’imperatore Teodosio. Stilicone ubbidì, ma la parte dell’esercito da lui mandata sotto il comando del goto Gaina, appena giunto a Costantinopoli, uccise Rufino, ecc….Non perciò le relazioni di Stilicone con la corte orientale migliorarono. Alarico, sempre pronto a profittare del disaccordo dei due imperi, invase una seconda volta la Grecia nel 396 e si spinse fin nel cuore del Peloponneso. Stilicone, nel frattempo era andato nella Gallia e aveva rinforzato l’esercito con nuove leve, accorse anche questa volta a combattere l’invasore, e con bili mosse giunse a stringerlo nei luoghi montuosi dell’Elide e dell’Epiro. Come, tra queste angustie, Alarico sia riuscito a mettersi in salvo, non è ben chiaro. Che un accordo sia intervenuto tra Stilicone ed Alarico, è sicuro; ma se ne ignorano i particolari. Ecc…Le fonti gli danno il titolo di ‘dux’, e in questa qualità posiede la provincia e la governa in nome dell’impero, rendendo giustizia agli abitanti ecc…Insomma egli è nel tempo stesso capo di ‘federati’ e governatore romano (2).”. Romano (…), a p. 92, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il titolo di ‘dux’ si trova in Claudiano, De bello getico, vv. 553 sgg. Cfr. Hodgkin, I, 258-9 e Mommsen, op. cit., p. 109.”. L’opera citata del Theodor Mommsen (…), Die Conscriptionsordnung der rom, Kaiserzeit, in Hermes, 19, 1884, (Ges. Schriften, XI, 20 sgg) e Das romische Militariwesen seit Diokletian, in Hermes,  lémées ecc.., ecc…..Gabriele De Rosa (…), nel suo “Le dominazioni barbariche – Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, ed. Libreria Ferraro del 1970, a p. 31, in proposito scriveva che: “4- Stilicone e Alarico. Teodosio moriva ad appena cinquant’anni il 17 gennaio 395, lasciando l’impero ai figlio Arcadio, diciottenne, la parte orientale, e ad Onorio, appena doi dieci anni la parte occidentale. Affidò i due figli al bravo generale Stilicone, di origine vandalica. Con Onorio ed Arcadio si ha una vera e propria spartizione dell’Impero. Quando il capo dei goti Alarico, nello stesso anno della morte di Teodosio, invase l’Illirico, Stilicone si mosse per cacciare l’invasore. Ma appena arrivò in Tessalia fu invitato da Arcadio a ritirarsi perchè l’Illirico era sotto la giurisdizione di Costantinopoli e non della parte Occidentale. Poi nel 401 Alarico puntò sull’Italia, ma Stilicone lo battè due volte a Pollenzo e a Verona (402). Stilicone però non annientò le forze di Alarico. Alla fine del 405 un esercito di ostrogoti, guidato da Radagaiso, calò in Italia. Ancora una volta Stilicone riuscì ad operare il miracolo sconfiggendo Radagaiso sotto Fiesole (406). Poco dopo una impetuosa e massiccia ondata di Barbari, alemanni, vandali, burgundi, alani si riversò sui confini della parte occidentale. Le Gallie furono perdute……Onorio (riferito a Stilicone) lo fece uccidere. Ecc..”. Il generale Stilicone, nel 397 affrontò Alarico nel Peloponneso, che il re visigoto aveva invaso, riuscendo ad accerchiarlo su un colle; tuttavia, Alarico riuscì in qualche modo a sfuggirgli, e a devastare l’Epiro. Il modo in cui Alarico riuscì a sfuggire all’accerchiamento romano non è chiaro: secondo Claudiano la colpa sarebbe di Arcadio che, questa volta consigliato da Eutropio, avrebbe ordinato a Stilicone di ritirarsi, e il comandante romano obbedì; secondo invece Zosimo, la colpa sarebbe stata di Stilicone stesso, reo di non essere riuscito a mantenere la disciplina nel suo esercito, che si sarebbe sparpagliato nelle campagne predando quel poco che gli stessi Goti non avevano ancora saccheggiato invece di dare il colpo decisivo ai Visigoti di Alarico. Probabilmente a causa di questa intromissione di Stilicone negli affari orientali, Eutropio fece dichiarare dal senato di Costantinopoli Stilicone hostis publicus dell’Impero d’Oriente. Nel frattempo Alarico, giunto a un accordo con Arcadio, ottenne nuove terre di insediamento in Macedonia e venne nominato magister militum per Illyricum, e ciò gli permise di riequipaggiare il suo esercito di nuove armi romane. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”.  Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Mentre l’Impero Romano d’Occidente si avviava al suo tramonto, le orde devastatrici dei barbari si aprivano col ferro e con fuoco la loro strada di sangue fino al cuore del mondo ed alle pianure dell’Italia meridionale; la Lucania, Paestum ed il suo territorio, si trovarono fatalmente sul loro cammino. Nel 410 i Visigoti di Alarico, dopo aver tentato inutilmente di prendere Salerno, saccheggiarono ‘l’ager Picentinus’, cioè i territori limitrofi dell’attuale Pontecagnano, devastarono le campagne e la città di Eboli, risalirono il corso del Sele e poi quello del fiume Tanagro per riversarsi infine nel Vallo di Diano (1). Sempre seguendo la via ‘Annia’, la strada militare romana che da Capua metteva a Reggio (2). Le devastazione ed i saccheggi subìti allora dalle popolazioni della Lucania e del Bruzio furono così rilevanti da indurre l’imperatore Onorio (395-423) ad emanare un decreto con cui le sgravava d’una notevole parte dei carichi fiscali: “Ex omni praestationis modo, quem antiqua solemnitas detinebat, quator partes iubemus auferri” (3). Sembra che Paestum, protetta da mura ancora saldissime non sia stata allora investita dai barbari; probabilmente furono solo le sue campagne settentrionali, già per larghi tratti squallide e desolate come lo saranno poi interamente per secoli, che subirono la loro furia, rendendo però palesi le molte difficoltà di una eventuale marcia lungo le aree costiere della Lucania tirrenica.”. Il Cantalupo a p. 49, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Probabilmente allora furono distrutte le antiche città di Diano (od. Teggiano) e Consilino (v. n. 2, p. 53); in tutto il Vallo però si erano andati ulteriormente aggravando i fenomeni dello spopolamento e dell’abbandono, che, stando alla testimonianza di PLINIO IL VECCHIO (N.H., III, 5, 70), erano già preoccupanti nel I sec. d.C.”. Il Cantalupo, a p. 49, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. n. 1, p. 41; la stessa strada ripercorse Ataulfo nel ricondurre i Visigoti verso la Gallia, dopo la morte di Alarico a Cosenza.”. Il Cantalupo, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) COD. THEOD. XI, 28: 7 (Constit. VII; in G. Antonini, op. cit., p. 119).”. L’Antonini, però a p. 119 parla dei Goti ma di quelli che arrivarono con Totila. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini, a p. 118, nella nota (I) postillava: “(I) Nostro intendimento non è riferire, quanti mali avessero all’Italia i primi Goti recato, trovandosene piene le storie, solamente scrivere ci giova quelli, op arte di essi, che alla nostra Lucania fecero. I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX. secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Etc…”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244” scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) mirum in modum in eà parte, qua versabatur, idest Ponti in litore, creverat.”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando del casale di “Petina”, a pp. 297-298, in proposito scriveva che: “Sui villaggi della Valle del Tanagro (‘Campus Atìnas’) bisogna sempre far capo a V. Bracco che, nelle numerose sue pubblicazioni, ci offre un quadro quanto mai vivo del territorio (1). Ultimamente ha scritto un saggio proprio su Petina (2) al quale rinvio. In esso non mancano cenni sulla civiltà del Gaudio dei villaggi prossimi a Petina, come non mancano testimonianze dell’età romana: dalla via Popilia, che V. Bracco attribuisce a Tito Annio (3), alla notizia sul passaggio per il Vallo di Spartaco con i suoi (4) e poi di Alarico, Belisario e dei longobardi.”. Ebner, a p. 297, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Bracco, oltre le ‘Inscriptiones’ cit. (III, Civitas vallium Silari et Tanagri’), v. Volcei (Forma Italiae) Firenze 1978 e Polla cit.”. Ebner, a p. 297, nella nota (2) postillava che: “(2) V. Bracco, La storia di Petina, Salerno 1981, pp. 9-103”. Ebner a p. 298, nella nota (3) postillava che: “(3) V. Bracco, Della via popilia (che non fu mai Popilia), “Studi lucani e meridionali”, Galatina, 1977″. Ebner, a p. 298, nella nota (4) postillava che: “(4) Sallustio, Historiae, III, 98”.        

Nel ‘396 d.C. (IV sec. d.C.), il generale Stilicone nel basso Cilento

Flavio Stilicone (latino: Flavius Stilicho, greco: Στιλίχων; 359 circa – Ravenna, 22 agosto 408) fu un patrizio e console dell’Impero romano d’Occidente e magister militum dell’esercito romano. De facto esercitò la reggenza della parte occidentale dell’impero romano dalla morte di Teodosio I, sotto l’impero del giovane figlio di Teodosio I, Onorio, senza riuscire a imporre la sua autorità anche all’Impero romano d’Oriente. Condusse numerose campagne militari contro i Barbari e combatté contro l’usurpatore Gildone in Africa. Respinse i Visigoti di Alarico e sconfisse gli Ostrogoti di Radagaiso. Infatti, dopo la morte dell’imperatore Teodosio I, suo figlio Onorio salì così sul trono d’Occidente, mentre al fratello Arcadio andò la parte orientale. Stilicone divenne de facto il comandante in capo delle truppe dell’esercito d’Occidente. Stilicone rivendicò in realtà che le ultime volontà di Teodosio fossero che Stilicone fosse il reggente di entrambi i suoi figli, l’undicenne Onorio e il diciottenne Arcadio, a cui lasciò rispettivamente l’Occidente e l’Oriente, al fine di mantenere la coesione delle due parti dell’Impero. Tuttavia, il prefetto del pretorio d’Oriente Rufino, che di fatto era il reggente di Arcadio (associato al trono dal padre fin dal 383) mentre Teodosio era in Italia, rifiutò di cedere a Stilicone il potere detenuto fino a quel momento, accusando il generalissimo d’Occidente di menzogna. Il conflitto tra Stilicone e Rufino per la reggenza di Arcadio ingenerò un forte deterioramento dei rapporti tra le due partes dell’Impero. I due fratelli, infatti, invece di dirigere l’Impero in maniera collegiale, si disputarono il controllo delle terre confinanti, specialmente dell’Illirico. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 55, in proposito scriveva che: “Salerno bizantina. Nel 395 Onorio, un fanciullo di appena undici anni, divenne imperatore d’Occidente sotto la tutela di un barbaro, un vandalo: Flavio Stilicone, assai più romano di molti suoi contemporanei nati in Italia e in Roma, e generalissimo di tutti gli eserciti dell’Impero, ‘magister utriusque militiae (1).”.

Nel ‘396 d.C. (IV sec. d.C.), la città di “Stiliconia” (a Roccagloriosa) e il generale Stilicone che sbarcò nel Golfo di Policastro e con le sue truppe si accampò in un luogo vicino

In Wikipedia, alla voce “Roccagloriosa” leggiamo che alla fine del IV secolo, il generale bizantino Stilicone, durante la Guerra Gotica, sbarcò con i suoi soldati nel Golfo di Policastro, trovò la zona adatta per l’accampamento delle sue truppe. Le sorti di Patrizia vennero scritte dal generale Stilicone che di ritorno dalla Grecia, dopo che vi aveva inseguito i Goti, sbarco’ nel golfo di Policastro depredando i centri abitati tra cui la stessa Patrizia, lasciandola spoglia e impoverita di ogni sorta di bene. Alcuni soldati del generale Stilicone, che avevano militato prima negli eserciti di Teodosio e poi nelle fila di Onorio, entrambi imperatori romani di religione cristiana, seguendo questa religione edificarono poco lontano da Patrizia su di un altro colle, una chiesetta dedicata al culto della “Gloriosamadre di Dio Benedetto”, attorno ad essa costrui’ un piccolo centro abitato. Queste si diedero al saccheggio e alla distruzione degli abitati vicini, e gli abitanti di Patrizia furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Altre notizie riguardano Magliano Nuovo e Agropoli di cui parlerò in seguito. Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 hanno scritto i due studiosi P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. I due studiosi, dopo aver detto della distruzione di “Orbitania” all’epoca della II guerra Punica, a p. 14 parlando della città romana di “Patrizia”, in proposito scrivevano che: “Trascorsero così oltre cinque secoli, fino a quando gli abitanti di Patrizia non vennero disturbati da nuove guerre e distruzioni. Quando nel 396 d.Cr. il generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano. Quando, dopo alcuni mesi, andò via, lasciando il luogo estremamente impoverito (27) e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei abitati, fu denominata “Stiliconia”. Oggi il popolo la chiama “Li Stritani” e “Orbitani”, nonchè le “Ruine” (28) per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine.”. I due studiosi a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. I sacerdoti P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. Non conosciamo la provenienza delle notizie intorno al passaggio da Roccagloriosa del generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dateci dai due studiosi locali P. Agatangelo e Fulco (….), di cui ho già scritto. Come si è visto i due studiosi citavano il Muratori ma egli come si è visto non diceva nulla di Roccagloriosa. Il Muratori (….), il suoi “Annali”, vol. IV, II edizione del ………., a p. 13, ci parla dell’anno 396 (e non come è scritto nella nota di Agatangelo dell’anno 296). Il Muratori parla dell’anno 396 (CCCXCVI. Indizione IX), in proposito scriveva che: “Intanto i masnadieri Goti seguitavano a devastare la Grecia. Ancorchè questa fosse della giurisdizione di Arcadio, non lasciò Stilicone di voler passare con assai forze sopra una Flotta di navi, che approdò nel Peloponneso, o sia nella Morea. Zosimo (a) scrive ciò fatto nell’anno precedente, ma secondo Claudiano ciò sembra avvenuto nel presente; e forse non sussiste, che egli si fosse ritirato da quelle contrade.”. Il Muratori nella sua nota (a) postillava che: “(a) Zosimus, l. 5. e 7.”. Il Muratori, nel suo  vol. IV, II edizione parlando dei Goti e di Alarico, a pp. 32-33 scriveva che: “Ciò si raccoglie da un Poema di Claudiano (c), composto molto prima ch’egli eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio (d), parendio eziandio, ecc…Nell’Anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quietare i Goti, che avevano fatta una terribile irruzione nella Grecia, sotto il comando ch’esso Alarico, l’aveva creato Generale delle milizie dell’Illirico Orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o nella Mesia inferiore, oppure nella Macedonia. Giordano Istorico (e) pretende che rincrescendo a què Goti, chiamati poi Visigoti ecc…..Chiaramente scrivono San Prospero (f), e il suddetto Giordano che, nel Consolato di Stilicone e d’Aureliano i Goti sotto il comando di ‘Alarico’ e di ‘Radagaiso’ entrarono nell’Italia che mali facessero (certamente far ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale VIII recitato da San Paolino Vescovo di Nola (a) nel Gennaio dell’anno seguente che gran rumore fece la guerra dè Goti ecc…“. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Claud. De Bello Getico.”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Prudentius in Symmach.”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (e) postillava che: “(e) Jordan ut Supra”. Il Muratori, a p. 32, nella sua nota (f) postillava: “(f) Prosper. in Chronicon”. Il Muratori a p. 33, nella sua nota (a) postillava che: “(a) paulin. Nolanus. Natal. 8”. Dunque, il Muratori ci dice del generale Stilicone e dei fatti storici raccontati da San Prospero e da Giordane (…), nella sua i “Getica” (che scrisse sulla scorta di Cassiodoro. Il Muratori ci parla che i Goti, al comando di Alarico e di “Radagaiso” furono respinti dal generale e Console Stilicone. La notizia di Stilicone, riferita dai due studiosi è riferita alla tradizione orale. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano pure che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Questa citazione è ripresa più tardi da altri scrittori locali ed in particolare da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, dove a p. 415, egli scrive che: “Mancano altre sicure notizie del luogo, eccetto le tradizioni (5) tra cui quella riportata anche in Giustiniani (6) e cioè che il villaggio ecc…”. Ebner a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65) nell’Archivio parrocchiale di Roccagloriosa vi è un documento del ‘600 che dice che il primo nucleo abitato era intorno alla rupe alla quale è addossato il l’odierno cimitero. I predetti AA. parlano d’impianti romani (Orbitania, Patrizia e Stilicona) fondandosi sulla tradizione. Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, i due studiosi ritenevano che nell’anno 396, Stilicone, generale di Onorio, Imperatore Romano d’Occidente, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano.”. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Patrizia e Stilicona”, a pp. 24-25 riportava più o meno le stesse notizie scritte a due mani con il Falco ma a p. 24 scriveva che: Però venne il tempo in cui gli abitanti di Patrizia vennero disturbati da guerre e distruzioni, quando nel 396 d.C. il generale dell’imperatore Onorio, Stilicone, dopo di avere inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel golfo di Policastro. Trovò la regione del Mingardo (dove gli antichi insediamenti erano già “sepolti”) molto adatta per l’accampamento delle sue truppe: e lì si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano, ricercando anche nelle zone vicine: perciò rubarono, razziarono e dissanuarono (28).”. L’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Dunque, in questo testo, l’Agatangelo postillava e citava l’opera “Getica” di Cassiodoro (….), mentre nel volume scritto a quattro mani con il Falco citava il Muratori. L’Agatangelo postillava di un’epitoma di “IORDANIS” che conteneva l’opera “Getica” del cronista del tempo Cassiodoro (….), opera perduta e riscritta appunto da Giordane. L’Agatangelo, a p. 25 continuando il suo racconto su Roccagloriosa scriveva che: “Quando, dopo alcuni mesi, il generale Stilicone andò via, lasciò il luogo (dell’antica Fistelia) estremamente impoverito e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei sparsi, fu denominata Stilicona: oggi il popolo la chiama “Le Ruine” per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine (29).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Doc. in Arch. Parrocchiale di Roccagloriosa”. Riguardo il generale Bizantino Stilicone ha scritto pure Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Nel 396 d.C., Stilicone, generale dell’Imperatore Onorio, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fece ritorno in Italia. Trovò la regione del Mingardo particolarmente adatta ecc…(5).”. Il Guzzo nella sua nota (5) postillava di Agatangelo e Falco senza dare alcun ulteriore riscontro. Dunque, i due studiosi, scrivevano che, nell’anno 396 d.C., il generale Stilicone, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia (nel Peloponneso) fu obbligato dall’Imperatore Onorio a ritornare in Italia. Maurizio Gualtieri (….), nel suo “Roccagloriosa – un antico centro lucano sul golfo di Policastro”, ed. Ediprint, Siracusa, 1990, espone i risultati di scavi effettuati in località Scala e non solo. Ma, si tratta di manufatti risalenti ad avanti Cristo. Questi centri fortificati, pre-colonizzazione greca furono citati dal Corcia e da La Geniere (…) ed in seguito furono oggetto di una sistematica campagna di scavo archeologica di Mario Napoli (….), poi, in seguito, dopo la sua morte proseguiti dal Gualtieri. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno” nel vol. VIII, a pp. 33-34 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Questa terra vedesi edificata in un’altura distante dal Golfo di ‘Policastro’ miglia 2. Dalla sua situazione prese il nome, e dicono che l’aggiunta di ‘Gloriosa’ preso avesse da un’immagine di nostra ‘Donna’ che in una chiesetta nel suo castello di qualche anticihità. Vedesi ancora tutta cinta di mura con le rispettive sue porte, In oggi però tutto è diruto……Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’ “. Riguardo Roccagloriosa ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nel discorso VIII, a pp. 381, in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi fermarono, e fortificarono; vedendosi fin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli, nel luogo appunto dove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più di un miglio lontano, e le vestigia dell’altra fortezza, che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome alla terra.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il castello di Roccagloriosa, oggi parte diruto, fu costruito dai Bulgari. L’Antonini, sempre parlando di Roccagloriosa, a p. 385, in poposito scriveva che: “Sul declinar di quella montagna chiamata di Bulgaria a tramontana trovasi la Rocca gloriosa; paese grande ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro picciolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta nè piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonense, o sia golfo di Policastro, e delle montagne di Basilicata e di Calabria ecc…ecc…Fu il paese così detto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono verso il Castello.”.  

Nel 410 (V sec. d.C.), la Molpa presidio Goto

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Essa era stata conquistata ed occupata in precedenza dai Goti Buti che in seguito furono sconfitti dal generale Belisario. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Su questo passo dell’Antonini, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, dopo non aver scritto nulla o quasi nulla sui barbari in Lucania, a p. 8, nella nota (2) postillava che: “L’Antonini (La Lucania, etc., Disc. VIII) scrive: “Ebbero i Goti nella nostra regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano e la Molpa, ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Belisario…..”. – Ma da quali fonti abbia egli tratto questo elenco di nomi geografici, non si sa.”.  Giuseppe Antonini (…..), a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”.  Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg. continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Etc…”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Infatti, riguardo le notizie su Molpa, Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, …….Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò……Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Etc…”, segno, dunque che a Molpa vi era un presidio Goto, con un fortificato castello già preesistente alla venuta di Belisario. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della “Amalfi vecchia” (forse la città di Molpa) fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”.  Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva cambiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”.

Nel 410 (V sec. d.C.), Alarico II, 2° invasione dell’Italia e sua morte presso il fiume Bussento

Da Wikipedia leggiamo che nel 410, i Visigoti lasciarono Roma carichi di bottino dopo tre giorni di saccheggio e Alarico, passando da Capua e da Nola in Campania, che fu devastata, si diresse a Reggio, nel Bruzio. La sua intenzione era invadere con una flotta dapprima la Sicilia e poi l’Africa, il granaio dell’Impero. Secondo il pagano Olimpiodoro, tuttavia, una statua pagana eretta nei pressi dello stretto di Messina con la funzione di impedire il passaggio ai Barbari, lo avrebbe indotto a rinunciare all’invasione e a ritirarsi più a Nord. Secondo il cristiano Orosio, invece, una provvidenziale tempesta disperse e affondò le navi quando erano già in parte cariche e pronte a partire, inducendo il re goto a rinunciare ai suoi piani. Allora Alarico lasciò la città diretto a nord; ma quando era ancora in Calabria, nei pressi di Cosenza (dicono alcuni ed altri vogliono nel letto deviato del fiume Bussento presso Policastro), si ammalò improvvisamente e morì. Secondo la leggenda, tramandata da Giordane, venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento a Cosenza (dicono alcuni mentre altri intendono le parole di Giordane si riferissero al letto del fiume Bussento presso Policastro). Gli schiavi, che avevano lavorato alla temporanea deviazione del corso del fiume, furono uccisi perché fosse mantenuto il segreto sul luogo della sepoltura. Ad Alarico succedette il cognato Ataulfo, che successivamente avrebbe sposato la sorella di Onorio, Galla Placidia. Gabriele De Rosa (…), nel suo “Le dominazioni barbariche – Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, ed. Libreria Ferraro del 1970, a p. 32-33, in proposito scriveva che: Scomparso Stilicone, nulla più ormai poteva fermare Alarico. Scese in Italia, senza incontrare ostacoli. Onorio non mosse un dito ma privo di un autentico generale, Onorio non aveva nessuna possibilità di ostacolare la marcia di Alarico. Il 24 agosto del 410 Alarico entrava in Roma e la metteva a ferro e a fuoco. Fu in questo clima che Agostino concepì la sua poderosa opera, ‘La Città di Dio’, destinata ad avere un’influenza grandissima lungo tutto il Medio evo sino all’età moderna, nella storia dei rapporti tra Chiesa e Stato (1). Alarico continuò la sua marcia verso il Sud con l’intento di passare in Africa. Ma la morte lo colse alla fine del 410 cicino a Cosenza. Fu seppellito dai suoi soldati nel letto del fiume Bussento, le cui acque furono deviate. Il suo successore Ataulfo, si ritirò nelle Gallie, dove tentò di mettere su uno stato con il consenso di Onorio, di cui aveva sposato la sorella Galla Placidia, che egli stesso teneva già presso di sè come ostaggio. Ataulfo però ben presto scomparve e la povera Galla Placidia tornava a Ravenna per sposare Costanzo, successo a Stilicone come comandante dell’esercito. Da questo matrimonio nacque Valentiniano III, che successe nel 425 ad Onorio.”.

Nel 410, Alarico assedia Rossano Calabro, l’antica Turio

Alfredo Gradilone (…..), nel suo “Storia di Rossano”, nel cap. II: “Rossano Bizantina”, a p. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “La lenta fine di Turio segnò l’inizio dello sviluppo storico di Rossano. Il fato di quella città fu analogo a quello di altri grandi centri della Magna Grecia, che prima dell’Era Volgare erano già in stato di progressivo decadenza, sia per l’aumentato spopolamento dovuto alle continue guerre, sia per effetto delle invasioni barbariche, che non lasciavano tracce di vita sul loro passaggio. Basti pensare ai Vandali che, dopo aver dato prova della loro furia distruggitrice a Capua e Nola, scesi in Calabria (1), misero a sacco Locri, Crotone e Turio, etc….Poi vi passarono i Goti di Alarico, che vi portarono altri gravissimi segni di desolazione e di morte: e infine il territorio fu teatro ancora della guerra goto-bizantina etc…”. Il Gradilone, a p. 39, nella nota (1) postillava: “(1) Il nome: Calabria è qui adoperato per ragioni di opportunità; ma s’intende che la regione nel periodo considerato era chiamata Bruzio.”. Il Gradilone (….), a p. 40, scriveva che: “Quando Alarico, lasciate Roma e Napoli dopo un saccheggio memorabile, venne in Calabria con il proposito di invadere successivamente la Sicilia, essendo stato ostacolato dalla sua impresa dall’accanita resistenza di Reggio, sulla via della ritirata, saccheggiata Crotone (2) prima di procedere verso Cosenza, dove trovò la morte, mise l’assedio a Rossano senza riuscire peraltro ad espugnare la città, nonostante i ripetuti assalti.”. Il Gradilone, a p. 40, nella nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Jordanes: “De rebus geticis”, cap. XXXI.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 23, nella nota (102) postillava che: “(102) IX, ep. 33”. Sempre Ebner, a p. 25 scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. “.

Nel 411, Alarico distrusse Policastro – leggenda o verità ?

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: “La storiografia locale largheggia nell’attribuire distruzioni a ‘Buxentum’. Ci pare che bastino quelle vere, senza bisogno di aggiungerne altre, anche perchè le vicende della città sono le stesse di tutte le altre del Meridione. ‘Alarico’, re dei Visigoti, fu uno dei primi che avrebbe distrutto Buxentum nel 411.”. Inoltre, il Tancredi, proseguendo il suo racconto si chiedeva che: “Ciò che principalmente ci interessa in questo caso, è la presunta distruzione di Bussento da parte di Alarico nel 411 (28). Nel 411 Alarico non visse più e i Visigoti sono passati da Buxentum, e il passaggio di un esercito affamato non è uno scherzo: scompare il bestiame minuto e tutto il mangiabile nelle bocche dei soldati; però non conosciamo alcun documento dal quale si può concludere che una vera distruzione ebbe luogo.”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Claudiano, De Bello Getico, in Nuova Enc. Pop. Italiana, Torino, UTET, vol. I, p. 561.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: Ciò che principalmente ci interessa in questo caso, è la presunta distruzione di Bussento da parte di Alarico nel 411 (28). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Baronio Cesare, Annalium Ecclesiasticorum, apud Georgium Variscum et Socios, Venetiis 1602, pp. 433-434, ad annum 411.”, ovvero per l’anno 411 d.C. Del sacerdote Luigi Tancredi (….), vorrei segnalare anche il suo “Alarico, Re dei Visigoti – La localizzazione del sepolcro e del tesoro”, pubblicato a Salerno nel 1982, ed. Santos Cantelmi. Dunque, il Tancredi cita Cesare Baronio (….). Il Baronio, nel suo ‘Annalium Ecclesiasticorum, apud Georgium Variscum et Socios’, pubblicato a Venezia nel 1602, a pp. 433-434, parlando dell’anno 411, in proposito scriveva che: “Joannem diaconum”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 410 i Visigoti di Alarico, dopo aver tentato inutilmente di prendere Salerno, saccheggiarono ‘l’ager Picentinus’,…..Sembra che Paestum, protetta da mura ancora saldissime non sia stata allora investita dai barbari; probabilmente furono solo le sue campagne settentrionali, già per larghi tratti squallide e desolate come lo saranno poi interamente per secoli, che subirono la loro furia, rendendo però palesi le molte difficoltà di una eventuale marcia lungo le aree costiere della Lucania tirrenica.”. Il Cantalupo a p. 49, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Probabilmente allora furono distrutte le antiche città di Diano (od. Teggiano) e Consilino (v. n. 2, p. 53); in tutto il Vallo però si erano andati ulteriormente aggravando i fenomeni dello spopolamento e dell’abbandono, che, stando alla testimonianza di PLINIO IL VECCHIO (N.H., III, 5, 70), erano già preoccupanti nel I sec. d.C.”. Il Cantalupo, a p. 49, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. n. 1, p. 41; la stessa strada ripercorse Ataulfo nel ricondurre i Visigoti verso la Gallia, dopo la morte di Alarico a Cosenza.”.

Nel 410 d.C. (V sec. d.C.), Alarico, re dei Visigoti saccheggiò alcuni luoghi del basso Cilento tra cui Policastro (Buxentum), Roccagloriosa e Fulgenti (Laurino)

Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito e del casale scomparso di “Fulgenti”, in proposito scriveva che: Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Etc…”. Dunque, Cosimo De Giorgi voleva che l’antica città di “Fulgentium”, oggi scomparsa era stata distrutta dai Goti di Alarico. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: “La storiografia locale largheggia nell’attribuire distruzioni a ‘Buxentum’. Ci pare che bastino quelle vere, senza bisogno di aggiungerne altre, anche perchè le vicende della città sono le stesse di tutte le altre del Meridione. ‘Alarico’, re dei Visigoti, fu uno dei primi che avrebbe distrutto Buxentum nel 411.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nell’anno 410 i Visigoti di Alarico, dopo immani saccheggi perpretati nella Campania, giunsero sulle rive del Sele. Qui probabilmente si arrestarono, scoraggiati dalle mura di Paestum e dalle difficoltà oggettive di proseguire la marcia lungo la costa che appariva impervia e non florida. Perciò, dopo aver saccheggiato gli insediamenti delle campagne e delle colline circostanti verso settentrione, risalendo il corso del Sele, del Calore e del Tanagro, si riversarono nel Vallo di Diano, dove attraverso il passo di Buonabitacolo e Sanza, raggiungero il corso alto del Bussento, con l’intento di ridiscenderlo fino a Policastro e saccheggiare gli abitati costieri; quindi imbarcarsi per veleggiare alla volta dell’Africa con la sua flotta che aveva seguito la spedizione. Ma nel tragitto Alarico morì e venne seppellito, ecc…. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “…..al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario etc…”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”

Nel 411 d.C. (V sec. d.C.), la morte di Alarico nel letto del fiume Bussento presso Policastro: leggenda o verità ?

Nel 410, i Visigoti lasciarono Roma carichi di bottino dopo tre giorni di saccheggio e Alarico passando da Capua e da Nola in Campania, che fu devastata, si diresse a Reggio, nel Bruzio. La sua intenzione era invadere con una flotta dapprima la Sicilia e poi l’Africa, il granaio dell’Impero. Secondo il pagano Olimpiodoro, tuttavia, una statua pagana eretta nei pressi dello stretto di Messina con la funzione di impedire il passaggio ai Barbari, lo avrebbe indotto a rinunciare all’invasione e a ritirarsi più a Nord. Secondo il cristiano Orosio, invece, una provvidenziale tempesta disperse e affondò le navi quando erano già in parte cariche e pronte a partire, inducendo il re goto a rinunciare ai suoi piani. Allora Alarico lasciò la città diretto a nord; ma quando era ancora in Calabria, nei pressi di Cosenza (dicono alcuni ed altri vogliono nel letto deviato del fiume Bussento presso Policastro), si ammalò improvvisamente e morì. Secondo la leggenda, tramandata da Giordane, venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento a Cosenza (dicono alcuni mentre altri intendono le parole di Giordane si riferissero al letto del fiume Bussento presso Policastro). Gli schiavi, che avevano lavorato alla temporanea deviazione del corso del fiume, furono uccisi perché fosse mantenuto il segreto sul luogo della sepoltura. Sul passaggio di Alarico ha scritto mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Synopsi doieceseos etc…”. Il Laudisio, parlando della Diocesi di Policastro, a pp. 72-73 (vedi versione cuata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Nell’alveo di questo fiume Bussento fu sepolto nel 411 Alarico, re dei Goti, che fu ucciso a Cosenza dopo che ebbe saccheggiato la Campania, la Lucania e la Calabria. Il suo esercito trasportò il suo cadavere per vie impervie, deviò il corso del fiume, e dopo averlo sepolto assieme ad immense ricchezze fece di nuovo scorrere le acque del Bussento nel loro alveo. Coloro che avevano scavato il sepolcro furono fatti annegare nel fiume affinchè nessuno conoscesse il luogo – ha scritto Giovanni Diacono (44) – dove assieme alle ceneri di Alarico erano state sepolte tante ricchezze depredate in Italia (45).”. Mons. Laudisio, a p. 16, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Lib. 13, Hist. miscell. (si veda nota seguente).”. Il Laudisio a p. 16, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Bern., Haer., tom. I, saec. 5, cap. 1 (Domenico Bernino, Historia di tutte l’eresie, Venezia, 1711, p. 387: “Dopo tre giorni dunque di depredabile sacco ecc…”. Il testo citato dal Laudisio è di Domenico Bernino (…), nel suo vol. I del 1726, a pp. 174-175 troviamo scritto che: “Sotto il Rè (l) Alarico vennero i Goti, popoli della Svezia, i quali fin da tempo del gran Costantino professarono la fede Cattolica, ecc…”. Il Bernino, a p. 174, vol. I, nella sua nota (l) postillava che: “(i) Orosio, lib. 7, c. 19 (l) idem lì. 7.”. Dunque il Bernino si riferisce ad Orosio (…). Sempre il Bernino (…), a p. 175, in proposito scriveva che: “E finalmente dopo tre giorni di deplorabil sacco si partirono…..”. Il Bernino, dopo aver detto della partenza di Alarico da Roma passa direttamente a Pelagio e papa Innocenzo e non dice nulla della sua morte, come cita il Laudisio. Il Laudisio a p. 16 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (45) postillava che: “(45) Bern., Haer., tom. I, saec. 5, cap. 1 (Domenico Bernino, Historia di tutte l’eresie, Venezia, 1711, p. 387: “Dopo tre giorni dunque di depredabile sacco, quasi havendo adempito i Gothi al termine prescritto dalla divina vendetta, più tosto come fuggendo che ritirandosi, fuor di ogni humana aspettazione si partirono da Roma (….); e partendosi funestarono con terribili depredazioni le prossime provincie di della Campagna, Basilicata e Calabria, fintanto che giunti a Cosenza con intenzione di passar quindi nella Sicilia e nell’Africa, trovò quivi improvvisamente Alarico i confini di sua vita, morendo ecc…con ardimentoso ardimento iscavando nuovo letto al fiume Bussento, ……come disse l’allegato historico (Giovanni Diacono, lib. 13, Hist. miscell.), ‘scire posset’ dove con le ceneri di Alarico si ritrovassero sepolte le ricchezze dell’Italia e di Roma).”. Dunque, il Laudisio scriveva sulla scorta di Domenico Bernino (…) che, a sua volta scriveva alcuni passi tratti da Giovanni Diacono. Il Bernino però non parlava del fiume Bussento di Policastro ma parlava di Cosenza. Infatti il Bernino è uno di questi autori del ‘700 che parla di Cosenza. Stessa cosa mi pare fosse la versione del cronista medievale Giovanni Diacono. Ma perchè il Laudisio cita questi due autori e gli fa dire che Alarico fosse morto e poi seppellito nel fiume Bussento di Policastro ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, inedito del 1973, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “Per nascosti sentieri i soldati seppellirono il corpo di Alarico e i suoi tesori nel letto del fiume Bussento, affluente del Crati. Così affermano gli storici: Giambattista Pacichelli (Il Regno di Napoli, Na., 1703, vol. 2) e P. Placido Troyli (Istoria generale del Reame di Napoli, Na., 1748, T. I°, p. 186, e tomo III, p. 53), sulla scorta di Paolo Diacono: “Inter haec Alaricus dum deliberat qui ageret, apud Consentiam, subita morte, defunctus est. Gothi Basentium amnem, alveo suo captivorum labore derivantes, Alaricum in medio alveo cum multibus opibus sepelierunt, amnemque proprio meatui reddentes. Ne quis locum scire posset, captivos, qui interfuerunt, extingunt” (Historia Miscellae, lib. XIII). Il Laudisio sostiene che il Bussento, detto Basentium nel Diacono, sia il nostro Bussento, fiume citato spesso dagli storici e dai geografi antichi. Può darsi che il corpo di Alarico sia stato portato fino a Policastro; ma il fatto resta avvolto nella leggenda, perchè furono uccisi anche coloro che lo seppellirono, affinchè se ne perdesse la memoria.”. Dunque, il Cataldo, non solo cita il Pacichelli e il Troyli richiamandosi a Paolo Diacono e non a Giovanni Diacono. Inoltre, il Cataldo spiega perchè il Laudisio credesse che il corpo di Alarico fosse stato sepolto nel fiume Bussento di Policastro e non nel fiume Basento affluente del Crati nei pressi di Cosenza in Calabria. Giambattista Pacichelli (….) ed il suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, 1703, vol. II, parlando di Cosenza a p. 7. Il Pacichelli in proposito scriveva che: “presso il ‘Vallo’ di Crati, che sorgi lungi sei miglia, si diede già sepoltura: in un’arca doviziosa, con più ricco tesoro, al celebre Re de Vice Goti Alarico, il quale dopo il sacco doloroso di Roma, e l’occupazione ardita di questa vi terminò gli anni nel 412 mentre reggeva le chiavi di S. Pietro ‘Papa Innocenzo I’ e amministrava l’Imperio Teodosio.”. Sulla morte di Alarico nel fiume Bussento ha scritto il sacerdote Luigi Tancredi. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, parlando degli ultimi giorni di Alarico, in proposito scriveva che Alarico con il suo esercito dopo aver raggiunto il corso alto del Bussento: Ma nel tragitto Alarico morì e venne seppellito, secondo una suggestiva leggenda, nel letto del fiume: questo fu deviato dal suo corso e una volta creata la tomba e ivi deposto il re col suo tesoro, l’acqua venne fatta defluire di nuovo. Ecc…. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 410 i Visigoti di Alarico, dopo aver tentato inutilmente di prendere Salerno, saccheggiarono ‘l’ager Picentinus’, cioè i territori limitrofi dell’attuale Pontecagnano, devastarono le campagne e la città di Eboli, risalirono il corso del Sele e poi quello del fiume Tanagro per riversarsi infine nel Vallo di Diano (1). Sempre seguendo la via ‘Annia’, la strada militare romana che da Capua metteva a Reggio (2). Ecc..”. Il Cantalupo, a p. 49, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. n. 1, p. 41; la stessa strada ripercorse Ataulfo nel ricondurre i Visigoti verso la Gallia, dopo la morte di Alarico a Cosenza.”. Ad Alarico succedette il cognato Ataulfo, che successivamente avrebbe sposato la sorella di Onorio. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: “La storiografia locale largheggia nell’attribuire distruzioni a ‘Buxentum’. Ci pare che bastino quelle vere, senza bisogno di aggiungerne altre, anche perchè le vicende della città sono le stesse di tutte le altre del Meridione. ‘Alarico’, re dei Visigoti, fu uno dei primi che avrebbe distrutto Buxentum nel 411. Egli morì in quell’anno, ma è assai probabile che nell’anno precedente si trattenesse da queste parti; la prima volta dopo il sacco di Roma, riuscito così bene che, dopo tre giorni di assedio, Alarico dovette lasciare la città perchè gli venivano a mancare i viveri per le sue truppe. Di conseguenza fu costretto a ritirarsi in Campania, forse in vicinanza di Buxentum e attendere che la flotta fosse pronta per salpare in Africa. Questa flotta fu organizzata frettolosamente; probabilmente non era molto efficiente e una tempesta la distrusse nello stretto di Messina. Allora Alarico si ritirò di nuovo nella Campania, ma è incerto, anzi, poco probabile che la raggiunse vivente, perchè nel dicembre 410 morì. La leggenda che pretende che i tesori di Alarico siano stati sepolti con lui, si basa su due fatti storici che hanno colpito la fantasia popolare. Il bottino di Alarico portò via da Roma dopo i tre giorni di saccheggio, era probabilmente ingente, e quindi anche importante. Gli oggetti sacri che Tito nel 70 a.C. aveva portato via dal tempio di Gerusalemme (26) da lui distrutto, facevano ora parte della preda di Alarico e si può senz’altro credere che erano di inestimabile valore. Poi sono scomparsi, senza lasciar traccia alcuna. Su questi due fatti si basa la leggenda che connette la morte di Alarico con la scomparsa del tesoro (27). Il successore di Alarico era ‘Athaulf’ che, appena eletto (411), guidò il suo popolo nelle Gallie. Sarebbe più logico che Athaulf portasse gli oggetti con sè, ma è anche possibile che volesse liberarsi del peso durante una lunga ed incerta migrazione; e perciò nascose tutto nella tomba di Alarico, riservandosi di ritornare più tardi e preservarli. Ciò spiegherebbe anche il preteso deviamento del Bussento, per nascondere il posto della tomba o del tesoro, un procedimento che i Goti non usavano mai. Pochi anni dopo, non viveva più nessuno di quelli che conoscevano il nascondiglio nel letto del Bussento e i Visigoti non entrarono più in Italia. Ciò che principalmente ci interessa in questo caso, è la presunta distruzione di Bussento da parte di Alarico nel 411 (28). Nel 411 Alarico non visse più e i Visigoti sono passati da Buxentum, e il passaggio di un esercito affamato non è uno scherzo: scompare il bestiame minuto e tutto il mangiabile nelle bocche dei soldati; però non conosciamo alcun documento dal quale si può concludere che una vera distruzione ebbe luogo.”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Claudiano, De Bello Getico, in Nuova Enc. Pop. Italiana, Torino, UTET, vol. I, p. 561.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 16 in proposito scriveva che: Ciò che principalmente ci interessa in questo caso, è la presunta distruzione di Bussento da parte di Alarico nel 411 (28). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Baronio Cesare, Annalium Ecclesiasticorum, apud Georgium Variscum et Socios, Venetiis 1602, pp. 433-434, ad annum 411.”, ovvero per l’anno 411 d.C. Del sacerdote Luigi Tancredi (….), vorrei segnalare anche il suo “Alarico, Re dei Visigoti – La localizzazione del sepolcro e del tesoro”, pubblicato a Salerno nel 1982, ed. Santos Cantelmi. Dunque, il Tancredi cita Cesare Baronio (….). Il Baronio, nel suo ‘Annalium Ecclesiasticorum, apud Georgium Variscum et Socios’, pubblicato a Venezia nel 1602, a pp. 433-434, parlando dell’anno 411, in proposito scriveva che: “Joannem diaconum”.

Baronio, tomo VI, p. 569 su Alarico, anno 411

Il Baronio, a p. 569, per l’anno 411 parlando della morte di Alarico citava Giovanni Diacono. Baronio (….), nel tomo VI, a p. 569, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paulus Diacono I, XIII, Historia Miscell. – 2 Sozom. I. IX. c. 12 – Paul. Diac. l. XIII, – 2 Oros. I. VII. c. 40.”.  Dunque, da come possiamo leggere non mi pare che il Baronio dica di una distruzione di Policastro da parte di Alarico. Inoltre, il Baronio ci parla del fiume a Cosenza, ovvero della morte di Alarico a Cosenza. Inoltre, il Baronio scrive sulla scorta di Paolo Diacono (…)(vedi la sua postilla), anche se nel testo cita “Joannem diacono”. Il Baronio postilla pure di Orosio (….). Il Laudisio riportando la notizia della sepoltura di Alarico nel fiume Bussento, cita Giovanni Diacono. Giovanni Diacono (o G. di Montecassino, o G. Imonide, lat. Iohannes Hymonides). – Monaco di Montecassino, storico (n. circa 852 – m. prima dell’882). Influente presso la curia di Giovanni VIII, amico di Anastasio Bibliotecario, compose su materiale archivistico una delle migliori vite di s. Gregorio Magno. Molto probabile è la sua collaborazione al Liber pontificalis; assai discutibile invece l’attribuzione a lui di altre opere, tra le quali la cosiddetta Coena Cypriani.

Nel 412 d.C. (IV sec. d.C.), gli abitanti di Patrizia e Stiliconia si spostarono verso la Rocca “Arce” a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (….) proseguendo il suo racconto parlava della fondazione del nuovo casale di Roccagloriosa, nell’anno 410, ai tempi di Alarico, ovvero 14 anni dopo la venuta di Stilicone. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Intanto gli abitanti di Patrizia e i vari nuclei di Stilicona pensarono di riparare in un luogo più sicuro e più adatto alla difesa contro eventuali nemici. Avevano già ricevuto la religione cristiana probabilmente per il buono esempio di alcuni soldati dell’esercito di Stilicone: e, nell’anno 412, sulla cima del monte roccioso che stà a guardia delle vallate del Mingardo e del Bussento, poco distante da Patrizia, costruirono una chiesetta che dedicarono alla “Gloriosa Madre di Dio benedetto”: si raggrupparono intorno ad essa e costituirono la nuova città chiamata Rocca (30).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (30) postillava dell’appellativo di “Gloriosa”. Gli abitanti di Patrizia, in seguito ai saccheggi perpretati dalle truppe del generale Stilicone furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di “Roccagloriosa”, a pp. 11-12, in proposito scriveva che : “…..; Patrizia (fino al 396 d.C.); Stiliconia (inizio sec. V)(145). Trascorsi ormai cinque secoli di pace, Stilicone, generale dell’imperatore Onorio, dopo di avere inseguito i Goti della Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro (146). Accampatosi nella Valle del Mingardo colle sue truppe, consentì ai soldati di rifarsi con le sostanze che si trovavano, per cui in pochi mesi il luogo rimase in precarie condizioni per le continue depredazioni. (147). Gli abitanti di Patrizia, già in opposizione, sopravvissuti e uniti ai pochi di Stiliconia, ripararono in luogo più sicuro e difeso contro possibili nemici. Essi avevano ricevuto la religione cristiana per il buon esempio dei soldati di Stilicone, che avevano fatto parte dell’esercito di Teodosio e del figlio Onorio, imperatori cristiani (148); perciò, nell’anno 412 sulla cima della roccia, tra i fiumi Mingardo e Bussento, costruirono una cappella intitolata alla “Gloriosa Madre di Dio”, l’Assunta (149).”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (149) postillava: “(149) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, (a. 296).”.

Dal ‘440 al ‘460 d.C. (V sec. d.C.), i  Vandali d’Africa di Genserico

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (….). Genserico (o Gaiserico o Gianserico; Saline, circa 390 – Cartagine, 25 gennaio 477) è stato re dei Vandali e degli Alani (428 – 477), prima nella penisola iberica e poi in Africa. Fu una delle figure chiave dell’ultimo e tumultuoso periodo di vita dell’Impero romano d’Occidente (V secolo). Condusse i Vandali, gli Alani e una parte di Visigoti sbandati dalla penisola iberica al Nordafrica, fondando un regno che in pochi anni trasformò un “insignificante” popolo germanico in una delle maggiori potenze mediterranee; nel 455 guidò i Vandali nel Sacco di Roma. Genserico rimase signore incontrastato del Mediterraneo occidentale fino alla sua morte, regnando dallo stretto di Gibilterra alla Tripolitania. Morì il 25 gennaio del 477, all’età di 87 anni (77 secondo alcune fonti), a Cartagine. Di quel periodo ha scritto Pietro Ebner (….), che parlando di Velia in età post-romana, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 12, nella sua nota (13) postillava che: “(13); …Sulla desolazione della fascia costiera Velia-Salerno, RUTILIO, Itiner., I, 625. S. Nilo sarebbe morto di fame, nel tratto Policastro-Velia se non fosse stato soccorso da un Saraceno. Per altre notizie, v. RSS 1965, pp. 57 sgg. e 62 sgg.”. Non so cosa centri S. Nilo nel racconto di Ebner visto che S. Nilo si recò nel basso Cilento molti secoli dopo. Riguardo la citazione di Rutilio (….). Claudio Rutilio Namaziano era un aristocratico, originario della Gallia Narbonese che aveva percorso una brillante carriera nella città di Roma, culminata nel 412 con la carica di prefetto della città, una sorta di moderno sindaco. Fra il 415 e il 417 decise di lasciare la città che più aveva amato per fare ritorno ai suoi possedimenti familiari in Provenza al fine di porre riparo alle devastazioni provocate dal passaggio dei Goti. Riguardo l’altra citazione di Ebner riguarda un suo scritto sulla rivista “Rassegna Storica Salernitana”, del 1965, a p. 29: “Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più antichi al tramonto della feudalità”. Pietro Ebner, a p. 59 e 62, in proposito scriveva che:

Ebner, RSS, p. 61

Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “Danni ben peggiori subirono invece le coste dell’Italia meridionale ad opera dei Vandali di Genserico: impadronitisi di Cartagine e saldamente piantati sulle coste africane dall’Atlantico alla Cirenaica, spedirono, a partire dal 439, numerose ed agguerrite flotte contro le isole ed i litorali italiani, prendendo particolarmente di mira la Sicilia, il Bruzio, la Lucania e la Campania. Un pericoloso assalto portato proprio alle coste della Campania nel 457 fu respinto dall’imperatore Maggiorano, che nel 460 riuscì anche a comporre una pace con Genserico. Ecc..”. Nel 1923, Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, a p. 116, in proposito scriveva che: “Pochi anni di poi le coste non furono più sicure per le scorrerie dei Vandali di Genserico, sebbene questi, dopo il celebre sacco di Roma, fossero stati sconfitti dall’Imperatore Maggiorino in una loro scorreria sulle coste della Campania. Ma Genserico, da vero pirata, ogni anno cercava di far bottino sulle coste delle isole italiane e sulle coste del Tirreno, distruggendo le città e i borghi, seminando dappertutto morte e rovine, e portando molti degli abitanti che capitavano nelle sue mani, come schiavi, in Africa (1). Allora fu distrutta Marcina, l’antica città etrusca (2), i cui abitanti si sparsero nelle ‘cave’ dei monti vicini, facendo sorgere numerosi villaggi e lasciando traccia della loro vetusta origine nell’odierna Cava dei Tirreni.”. Il Carucci, a p. 116, nella sua nota (1) postillava: “(1) Gregorio I. ‘Dialog.’. II: I”. Il Carucci, a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando alla distruzione di Marcina V. Cassiodoro, ‘Chroni II, 156, in ‘Chronica Minora’, ed. Mommsen; Procop. ‘De bello vandal’., 1, 336; Ughelli, ‘italia Sacra’, I, 607; Giustiniani, Diz. Geogr. del Regno di Napoli, III, 403; Adinolfi, Storia di Cava, pag. 77.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Se il Cilento allora risultò salvo da quei saccheggi, fu invece investito alcuni decenni più tardi dalle scorrerie dei Vandali di Genserico che si erano stanziati sulle coste dell’Africa. Da qui, via mare, a partire dal 439, essi assalirono le coste della Sicilia, della Calabria e della Lucania, provocando la quasi totale scomparsa dei piccoli insediamenti costieri e la dispersione di gran parte degli abitanti, molti dei quali, catturati fiirono venduti come schiavi. Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 17 in proposito scriveva che: “Nel 440 ‘Genserico’, re dei Vandali, avrebbe di nuovo distrutto Buxentum. Questa volta la notizia non può venire accettata. Genserico prese nel 439 la città di Cartagine, poi s’imbarcò verso Lilibeo (l’odierna Marsala) e quella volta non mise più piede nell’Isola Meridionale, fino al 455. Se in base alle date di nostra conoscenza possiamo escludere la distruzione di Buxentum dai Vandali nel 440 (29) e riteniamo poco probabile la distruzione da parte dei Visigoti di Alarico, non possiamo con altrettanta sicurezza ragionare sulla presunta distruzione da parte dei ‘Longobardi di Alboino’ fra il 40 e il 650 . La data non coincide affatto, perchè Alboino morì verso il 572. Il re in questione potrebb’essere ‘Rotari’, ma poco importa perchè nessuno dei re Longobardi esercitava un reale potere nel beneventano.”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Ghisleri Arcangelo, op. cit., Tav. III, p. 14.”. Il Tancredi si riferiva all’opera di Arcangelo Ghisleri (…), Testo-Atlante di Geografia Storica, Medio Evo, Arti Grafiche Bergamo, 1952, tav. III, p. 14.  Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). L’antica città etrusca di Marcina, presso Salerno, fu distrutta (3), il tratto costiero fra il Sele ed il Golfo di Policastro subì frequenti sbarchi, che provocarono, oltre alla scomparsa di numerosi centri abitati minori, la disperazione di gran numero degli abitanti, che in parte si rifugiarono all’interno del territorio, in parte subirono il destino di essere venduti come schiavi di Africa. Stante la scarsità delle fonti non è possibile determinare con esattezza i danni prodotti dalle incursioni vandaliche sulle nostre aree litoranee; sembra però che gli insediamenti urbani protetti da validi circuiti di mura abbiano allora evitato la distruzione, per cui, al pari di Salerno, anche Velia, Molpe (4) e Bussento uscirono pressocchè indenni da quella generale rovina ecc….”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ROMANO / SOLMI, Le dominazioni barbariche etc…, cit. p. 90.”. Il Cantalupo citava il testo di Romano G. e Solmi A. (….), Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), ed. Vallardi, Milano, 1940. I due studiosi Romano G. e Solmi A., nel loro Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), nel 1940, riferendosi agli anni successivi al 442 così scrivevano a p. 90: “Padroni di Cartagine, dominarono sulle coste dell’Africa dall’Atlantico alla Cirenaica, ed allestirono flotte numerose ed agguerrite, con cui sparsero il terrore del loro nome per tutto il Mediterraneo e ne assoggettarono le isole. E l’Italia, come era da aspettarsi, fu il paese che più ebbe a sofrirne. Gli assalti contro la Sicilia, l’assedio di Palermo, i frequenti sbarchi sulla Lucania, che avvennero negli anni successivi, furono gli effetti immediati della nuova potenza sorta sulla costa africana.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, piuttosto che con l’abitato etrusco-campano messo in luce dagli scavi archeologici presso Fratte di Salerno, nel quale va riconosciuta IRNA (in evidente relazione con il fiume Irno che ivi scorre), a cui sono da iferirsi le monete con l’iscrizione YRINA, comunemente attribuite a Nola (v. V. Panebianco, in la Parola del Passato, CVIII-CX (1966), pp. 245 sgg). Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Su Molpe v. n. 2, p. 57. Dunque, riguardo quel periodo storico e le incursioni dei Vandali di Genserico che funestarono le nostre coste l’antica, il Cantalupo, riferendosi alla città scomparsa di Molpa scriveva che: “Stante la scarsità delle fonti non è possibile determinare con esattezza i danni prodotti dalle incursioni vandaliche sulle nostre aree litoranee; sembra però che gli insediamenti urbani protetti da validi circuiti di mura abbiano allora evitato la distruzione, per cui, al pari di Salerno, anche Velia, Molpe (4) e Bussento uscirono pressocchè indenni da quella generale rovina che in qualche modo ebbe ripercussioni deleterie su Paestum. Etc…”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Velia Molpe e Bussento, essendo insediamenti urbani protette da alte e possenti mura (forse centri fortificati in passato) si salvarono dalle orde vandaliche di Genserico.  Piero Cantalupo a p. 50 continuando il suo racconto scriveva che Paestum: “la rovina che in qualche modo ebbe ripercussioni deleterie su Paestum. La città infatti vide un’accentuarsi delle sue condizioni già critiche: la totale ed accertata scomparsa della circolazione monetaria (5) non potè non corrispondere ad una consistente diminuzione dei traffici e ad un conseguente, ulteriore e sensibile calo demografico. Gli assalti diretti alle sue mura certamente non mancarono quando i Vandali corsero a saccheggiare ed a distruggere per tutto l’entroterra pestano quella serie di abitati satelliti che costituivano la linfa vitale della città e ne permettevano la sopravvivenza pur nella sua estrema decadenza (6); ma un ruolo decisivo giocò anche il terrore, che, immobilizzando gli abitanti entro le mura urbane, a Paestum come altrove, determinò la più completa paralisi delle attività economiche e commerciali, al pari di quanto sarebbe accaduto quattro secoli più tardi, a seguito delle incursioni dei Saraceni. Ecc..”. Il Cantalupo, continuando il suo racconto sulle incursioni dei Vandali di Genserico scriveva che: “Gli abitati costieri non protetti da consistenti impianti difensivi scomparvero letteralmente, distrutti o abbandonati: sicché quale fu la sorte dei centri nella campagna pestana, tale fu quella del villaggio di S. Marco di Castellabate (1), del fondaco del Saùco, presso punta Tresino, e di ‘Erculam’, il ‘vicus’ di S. Marco di Agropoli…….(p. 52) Le incursioni vandaliche durarono fino al 475, quando Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore di Roma, riconoscendo a Genserico il possesso della Sicilia, che i barbari avevano conquistata nel 468, ottenne che questi non molestassero più le coste d’Italia.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Le monete antiche sono attestate a Paestum fino all’imperatore Arcadio (395-408) . Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (6) postillava che: “(6) V. p. 44. Il Cantalupo, a p. 51, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il villaggio romano dell’odierna S. Marco di Castellabate etc….. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Il sacerdote Rocco Gaetani (….) che, nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, ecc… Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche ecc….Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, il Gaetani disserta sulle sventure di Buxentum (Bussento) e delle località costiere come Buxentum, antica diocesi cristiana, e scriveva che le sue sventure non iniziarono con la venuta dei Longobardi ma esse vi erano state gia molto tempo prima con i Vandali di Genserico che vennero dall’Africa. Forse è proprio a quel periodo dei Vandali di Genserico a cui può riferirsi la leggenda secondo cui gli abitanti di Molpa (l’antica Amalphi vecchia) siano fuggiti verso Eboli e poi andarono a fondare la città di Amalfi sulla costiera Amalfitana.

Nel 450 (IV sec. d.C.), il probabile abbandono del sito di Sapri ? Ipotesi credibile ?

Riguardo Sapri, assume particolare importanza la Relazione dell’Archeologo Mario Incitti (…) redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a Santa Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S.) nell’estate del 1982. Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 11 in proposito scrivevo che: “Il Cesarino, in un suo scritto (56), riguardo ai resti della villa di S.Croce affermava che “del resto, la frequentazione della villa è accertata fino alla metà del V sec. d.C. Nella zona infatti è stata rinvenuta della ceramica’ sigillata’ di provenienza africana, in prevalenza del IV secolo.”. La relazione dell’archeologo Mario Incitti, redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a S.Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico nell’estate del 1982, così si esprimeva: “Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno 450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai Vandali sotto il regno di Genserico” (57). Ecc…”. Nella mia Relazione, nella nota (56) postillavo che: (56) Cesarino F., Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Sapri, Aprile 1987, p. 5″. Nella mia Relazione, nella nota (57) postillavo che: “(57) Incitti M., Relazione redatta in occasione del rilevamento subacqueo delle rovine “Le Cammarelle”, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri, nell’estate del 1982.”. (Archivio Attanasio). Infatti, lo studioso Felice Cesarino (…), nel suo scritto “Sapri archeologica”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 5, 1987, dopo aver detto di una moneta dell’Imperatore romano Massimiano Erculio (….) scoperta a S. Croce, “coniata tra il 293 e il 297 d.C.”, in proposito scriveva che: “Ora, una moneta non è sufficiente ad accertare l’esistenza di una villa imperiale; ma è sicuramente una prova che la zona all’epoca era ancora frequentata. Del resto, la frequentazione della villa è accertata fino alla metà del V secolo d.C.. Nella zona infatti, è stata rinvenuta della ceramica “sigillata”, di provenienza africana, in prevalenza del IV secolo.“. A questo punto, il Cesarino per avvalorare la sua tesi trascrive la bozza della Relazione che stilò l’archeologo Mario Incitti, in occasione del rilevamento subacqueo tenutosi nel 1982 a Sapri in località S. Croce. Le conclusioni dell’Incitti erano proprio queste. Incitti (….), in proposito concludeva che: “Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno 450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai Vandali sotto il regno di Genserico”. Dunque, Mario Incitti, pone l’abbandono del sito archeologico di S. Croce intorno alla metà del secolo V (anno 450 d.C.) ponendo l’abbandono in relazione alle scorrerie dei vandali di Genserico. A questo punto, il Cesarino scrive pure che: “A partire dai primi secoli dell’era cristiana le tracce della Sapri antica vanno affievolendosi, per scomparire del tutto in età medievale. Le cause possono essere ricercate in una catastrofe naturale (tesi sostenuta dalla tradizione locale) o in un progressivo impaludamento della zona, soggetta anche a fenomeni di bradisismo. Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. Dunque, il Cesarino scrive che dal V secolo d.C., le notizie su Sapri si vanno affievolendosi fino al 1600 che secondo lui è il secolo in cui avverrebbe il suo possibile ripopolamento. La tesi del Cesarino era la stessa del sacerdote Rocco Gaetani che sebbene nei suoi scritti su Torraca avesse portato alla luce notevoli notizie sulla nostra terra sosteneva che: “In Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne”. Dunque, Felice Cesarino dal V secolo d. C. al 1600 fa un salto di oltre 11 secoli. E’ possibile che un luogo sia disabitato per così tanto tempo ?. E’ credibile ciò che scriveva il Gaetani che i primi cittadini di Sapri erano lavoratori di vigne apparsi, come scrive il Cesarino nel 1600 ?. Il Cesarino, nel suo scritto sulla moneta dell’Imperatore di Massimiano Erculio, aggiungeva che: “1600. A tale epoca risale il nucleo di abitazioni più antiche sulla collinetta del Timpone, dove intorno al 1670 era stata costruita la cappella di S. Antonio di Padova da fedeli della terra di Torraca, il cui clero vi celebrava le messe.”. Oltre a queste affermazioni e ricostruzioni storiche di cui io dubito, il Cesarino affermava che: “Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. In questo passaggio, il Cesarino citava il toponimo di “portus Saprorum” apparso nella “bolla di Alfano I”, databile intorno al 1079. Il documento di cui ho parlato in un mio saggio ivi pubblicato, è di notevole importanza per i toponimi citati che erano i nomi dei luoghi che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro. Secondo il Cesarino, che citava lo storico Giacomo Racioppi, il documento è apocrifo e secondo il Racioppi (….), nei suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” (vedi nota (1) del Cesarino) scriveva che: “(1) Di questo documento esiste soltanto una copia del 1737. In proposito, il sacerdote e storico attendibile G. Racioppi nella sua “Storia dei popoli della lucania e della Basilicata” così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Infatti il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 100, scriveva che “dubitava dell’autenticità di questa carta” d’epoca Normanna, dubitava ma non diceva che essa era non autentica. All’epoca di Racioppi 1913, vi era solo il testo del vescovo mons. Nicola Maria Laudisio a citarla ma gli studiosi precedenti compreso l’Antonini non l’avevano sufficientemente indagata. Recentemente lo studioso Biagio Moliterni (….) ha indagato tutta la questione confutando alcune affermazioni del Racioppi. Sulla carta esistono anche degli studi di Pietro Ebner. La “bolla di Alfano I” è uno dei documenti più antichi che noi oggi abbiamo e sebbene esista una copia del 1737 conservata presso l’Archivio della Diocesi di Policastro essa è un documento d’epoca Normanna. Inoltre, Alfano I, arcivescovo di Salerno in quegli anni, oltre ad aver nominato primo vescovo della rinata diocesi di Policastro, Pietro Pappacarbone ha scritto diverse cose su Policastro, l’antica Bussento. Come rifiutare la citazione di un “portus Saprorum” ?.       

Nel 461, l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”

Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.

Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO SERPENZIO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ? 

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino  (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale……E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia per non essere preso prigioniero di Costantino.”.  

Nel ‘476 d.C. (V sec. d.C.), gli Eruli di Odoacre

Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, in proposito scriveva che: “Fu poi la volta degli Eruli di Odoacre, che si spinsero nel meridione della Penisola dopo il 476, l’anno che segna la fine dell’Impero Romano d’Occidente; essi giunsero a conquistare Salerno, ma non sembra che abbiano effettuato una penetrazione militare più a sud di questa città. La loro permanenza fu breve: dopo solo 17 anni di dominio furono cancellati dalla nostra storia dall’arrivo degli Ostrogoti di Teodorico.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Eruli di Odoacre nel 476, che però sembra non arrivarono oltre Salerno, e quindi degli Ostrogoti di Teodorico.”. Da Wikipedia leggiamo che Odoacre fu sconfitto dagli Ostrogoti di Teodorico.  Gli Ostrogoti, in numero forse di 250.000 tra uomini, donne e bambini, da Nouae risalirono la Sava condotti da Teodorico loro re, si scontrarono con Odoacre ad Aquileia e lo batterono a Verona (489). Odoacre scese invano nell’Italia centrale per ottenere aiuti da Roma. Riguadagnata Ravenna riuscì a battere l’avversario e a chiuderlo in Pavia: ma i Visigoti, giunti dalla Spagna in aiuto dei loro consanguinei, ruppero il blocco. La guerra continuò un altro anno finché l’11 agosto 490 Odoacre fu sconfitto definitivamente sull’Adda e venne costretto a rifugiarsi a Ravenna. Dopo un lungo assedio a Ravenna, nel febbraio 493 Odoacre si arrese a Teodorico con la promessa di aver salva la vita; ma Teodorico, violando i patti, uccise Odoacre a tradimento durante un banchetto, con le proprie mani, e ne fece uccidere i parenti e i seguaci. Secondo altri, Odoacre fu invece giustiziato dopo rapido processo condotto dallo stesso Teodorico, in quanto stava tentando di indurre alcuni generali ostrogoti alla rivolta per riconquistare il trono.   

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, scrisse un testo pubblicato poi in seguito nel 1976:  ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il sacerdote Giuseppe Cataldo, a p. 131, in proposito scriveva che: “Invasione dei Saraceni: (sec. IX) – Ab. D. Placido Troyli: Historia generale del Reame di Napoli: Tomo III, libro VIII, Cap. I, p. 370.”. Io l’ho trovata nel Tomo I, p. 370. Il Cataldo cita il Troyli (…), perche dice che: “Furono distrutte da loro nel mar Tirreno Formia, Minturno, Sinuessa, Miseno, Volturno, Literno, Cuma, Picenza, Pesto, Velia, Agropoli, Bussento, Cirella, Clampezia, Temsa, Terina, Ubona Valenza, ecc…Nella Lucania, Marcellina, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia, Petilia, ecc..”.

Troyli, sui Saraceni, p. 370, tomo III

NEL 476, GLI OSTROGOTI (GOTI) DI TEODORICO

Da Wikipedia leggiamo che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. Il Regno Ostrogoto, ufficialmente il Regno d’Italia (Latino: Regnum Italiae), venne fondato dal popolo germanico degli Ostrogoti in Italia, e nelle zone confinanti, tra il 493 e il 553. In Italia gli Ostrogoti subentrarono a Odoacre, il padrone de facto dell’Italia che aveva deposto l’ultimo imperatore d’Occidente nel 476. La penisola venne quindi organizzata in 17 distretti con a capo dei governatori che avevano ampi poteri fiscali, giuridici e civili. Tutti costoro rispondevano del proprio operato direttamente al prefetto del pretorio che risiedeva a Ravenna ed era di nomina regia. Gli Ostrogoti (in latino Ostrogothi o Austrogothi) erano il ramo orientale dei Goti, una tribù germanica che influenzò gli eventi politici del tardo Impero romano. Sconfissero Odoacre, che aveva deposto Romolo Augusto, ultimo Imperatore Romano d’Occidente, e si insediarono in Italia. Gli Ostrogoti costituirono un nuovo regno romano-barbarico in Italia, che si estendeva fino alla Pannonia a nord est e alla Provincia (l’odierna Provenza) a nord ovest. Come Odoacre, anche Teodorico poteva vantare il titolo di patrizio e rispondeva all’imperatore di Costantinopoli con la qualifica di viceré d’Italia, titolo riconosciuto dall’imperatore Anastasio nel 497. Il suo regno fu caratterizzato da un relativo ordine interno, anche se i luogotenenti reali violarono sovente le disposizioni di Teodorico di rispettare la popolazione latina. Molti proprietari terrieri ancora fedeli al paganesimo furono eliminati con l’accusa di schiavismo, ma in molte circostanze fu un pretesto per consentire ai possidenti barbari e collaborazionisti (tra cui Quinto Aurelio Memmio Simmaco) di ingrandire le loro proprietà. Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 120 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”.  Sempre il barone Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie mossero il pontefiice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Pietro Ebner (….) parlando di Velia in età post-romana ha parlato degli ostrogoti. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: “La loro permanenza fu breve: dopo solo 17 anni di dominio furono cancellati dalla nostra storia dall’arrivo degli Ostrogoti di Teodorico. Il nuovo conquistatore, barbaro quanto gli altri, ma suggestionato ed affascinato dalla cultura “romana”, con la quale era venuto in contatto a Costantinopoli, dove era stato educato per qualche tempo, non solo governò l’Italia col sol titolo di re ‘federato’ dell’Impero d’Oriente, ma volle anche che, nel rispetto delle leggi e delle istituzioni latine, i vinti Romani vivessero in pace con i Goti vincitori. Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4). Ai Goti furono distribuite un terzo delle terre d’Italia, ma da tale spartizione restarono fuori la Lucania, il Bruzio, la Campania, l’Apulia e la Sicilia, in cui i proprietari terrieri furono tenuti a pagare, in natura od in denaro, un terzo dei frutti. Sotto i nuovi dominatori la situazione del nostro territorio si mantenne tranquilla: non vi furono veri e propri insediamenti di abitati goti, essendo bastate ad essi le terre dell’Italia settentrionale; solo dei presìdi, ove permanenti ove temporanei, tenevano sotto controllo le strade consolari, insediati nelle principali città, ma dovunque i magistrati ed i funzionari locali conservavano le loro piene attribuzioni. In Napoli vi era una grossa guarnigione, comandata da un ‘comes’ goto, da cui dipendevano tutte le altre dell’Italia meridionale, fino a Reggio (1). In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, …….Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), ecc…”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Sul finire del V secolo d.C. vi erano più di 528.000 iugeri di terra incolta nella sola Campania (Cod. Theod., XI, 28: 2).”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”.  Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Essa fu tra le province che vennero assoggettate  direttamente al potere centrale e i proprietari terrieri furono ecc…ecc….Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…”, a p. 641 parlando del casale di “Magliano Nuovo”, in proposito scriveva che: “Inattendibili sono le informazioni riportate dall’Antonini (7) sull’abitato e sulla contea che egli riferisce fortificata dai Goti e poi posseduta “da Guiselgardo, e da Rodelgeimo, zii di Guaimario Balbo Principe di Salerno”.”. Ebner a p. 641, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Antonini, cit. pp. 122 e 317. e poi Giustiniani, cit. vol. V, Napoli, 1802, p. 238”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, nel suo capitolo “Aspetto guerresco della provincia di Salerno nell’età prenormanna”, a p. 135, in proposito scriveva che: “In tal modo alcune ‘curtes’ si trasformarono in ‘castra’ ed ebbero origine i ‘castelli’. Nelle vicinanze di questi si vennero poi agglomerando quelli che vivevano ancora dispersi, nei campi, e dentro di essi, nei momenti di pericolo, correvano a mettere in salvo le loro persone e le loro robe. Così tutto il territorio che riceveva protezione dal castello spesso prese il nome di ‘Castello’, il quale quindi comprese il territorio dipendente, le terre del signore e l’edilizio situato nel centro o nella parte più alta del luogo, che era anche la dimora del signore. Ed intanto, oltre questi castelli sorti nel contado, tra il VI e VIII secolo si fortificarono anche vecchie città ed antichi villaggi. Teodorico infatti ordinò che si riparassero le mura cadenti delle vecchie città fortificate (1) e i Greci, nei loro possedimenti d’Italia e nella regione salernitana, vollero che le autorità municipali (1) provvedessero alla sicurezza degli abitanti, erigendo nuovi ‘castra’ e fortificando i vecchi villaggi. Nei luoghi più esposti si innalzarono delle torri, affinchè vi si potessero ricoverare, nei primi assalti, glI abitanti campagnoli della città. I Longobardi poi moltiplicarono questi ‘castra’, spesso senza neppure provvederli di soldati e per tre secoli, anche colla venuta dei Normanni (2), fu continuo questo lavoro di costruzione di luoghi fortificati, per cui la campagna della provincia di Salerno, molto più che ogni altra dell’Italia meridionale, prese un aspetto del tutto guerresco.”. Il Carucci, a p. 135, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cassiod., I, 28”. Il Carucci, a p. 136, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gregorovius, op. cit., M. Epist. VIII, 219; IX, 240”.

Nel 476, il Castello della Molpa, presidio e fortezza dei Goti di Bultino detto Totila

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Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi e del quale è notizia nei ‘Registri angioini’. Infatti, nel 1269 re Carlo I ordinò di avocare alla regia Curia il castello della Molpa, con Camerota e S. Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi (17). Ecc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.

Nel 493, TEODORICO, re degli Ostrogoti

Alla fine del V secolo d. C., e nel VI secolo d.C., due nuovi fattori definiscono la storia della Basilicata: i Goti ed i Bizantini. I Goti erano riusciti infatti ad insediarsi in Italia con Teodorico nel 493 d.C. e avevano sostituito il dominio romano, in un primo momento per concessione data a Teodorico dall’Imperatore di Costantinopoli, che lasciava ai Goti l’amministrazione dei territori italiani. Il governo dei Goti iniziò con una epurazione di quanti vi si erano opposti: tutti gli oppositori italici subirono la perdita dei diritti politici e civili! In un secondo momento fu tentata però una integrazione nei ranghi del governo di alcune fasce della vecchia aristocrazia senatoria: nfatti fra le limitazioni che erano state imposte alla sovranità di Teodorico c’era l’obbligo di mantenere immutati gli antichi ordinamenti, e di lasciare l’amministrazione in mano ai Romani. I territori della Lucania subirono notevoli confische di terre, espropriate per essere destinate ai ranghi alti dei conquistatori. Allo spopolamento della zona costiera orientale, fa fronte la graduale importanza di alcuni centri interni situati in zone strategiche, come ad esempio quella del vallo di Diano o la rocca di Acerenza. Bisogna infatti dire che in questo periodo Acerenza va assumendo un ruolo militare sempre crescente, per via della sua posizione strategica. Così è anche per il Vallo di Diano, crocevia di traffici mercantili. Cassiodoro, uno storico del tempo che proprio sotto Teodorico aveva ricoperto la carica di correttore della Lucania e dei Bruzii, narra che a quei tempi si svolgeva tra Padula e Montesano uno dei più importanti mercati del sud.

Nel 493, TEODORICO, re degli Ostrogoti, la città fortezza della Molpa ed il basso Cilento

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il basso Cilento subì diverse vessazioni dai Goti di Teodorico (Ostrogoti), nell’anno 493, dopo aver sconfitto Odoacre. Da Wikipedia leggiamo che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Etc…“. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Riguardo la città fortezza della Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, ci parla della Molpa e del periodo dell’occupazione dei Goti e traendo delle notizie storiche dalla: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”. L’Antonini, riporta un passo della cronaca del monaco di S. Mercurio che scriveva: “…..Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. ”, il cui significato dovrebbe essere che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto.. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 50-51 e ssg., in proposito scriveva che: “La dominazione degli Ostrogoti in Lucania ha lasciato scarse tracce nelle fonti. Il quadro che si può delineare per i decenni che vanno dall’avvento di Teoderico all’invasione bizantina del 536 è quindi estremamente sommario: sappiamo qualcosa dell’economia, qualcosa dell’organizzazione ecclesiastica della regione, e poco altro (1). E’ del resto assai dubbio che si possa parlare di una “Lucania gotica”. L’insediamento di elementi ostrogoti nella regione pare si sia limitato alla guarnigione della località di Acerenza (2); a quanto si può capire dalle pagine di Cassiodoro e Procopio, ancora attorno alla metà del VI secolo sia i proprietari terrieri lucani etc…Nel 543 cadeva Napoli, nel 546 Roma; un nuovo intervento in Italia di Belisario (544-548) fu piuttosto inconcludente, nonostante i Bizantini riuscissero, sotto il suo comando, a rientrare nella vecchia capitale dell’Impero, ormai quasi completamente spopolata (547)(10)…etc..”.

I navicularii di Velia e dei porti Velini

Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53 continuando il suo racconto scriveva pure che: “La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella Gallia afflitta dalla carestia (6). Velia era allora l’unica città “lucana” sul Tirreno che potesse contare su ‘navicularii’, cioè armatori (7), in grado di muovere naviglia dai ricoveri costieri situati fra Punta Licosa ed il Capo Palinuro e, nonostante fosse anch’essa avviata verso un inelluttabile declino (8), risentì i benèfici influssi di questa temporanea ripresa economica, che non fu invece avvertita a Paestum.”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variar., VIII, 33”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variar., VI, 5”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Sui collegia degli armatori a Velia in questo periodo v. P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno (La baronia di Novi), Roma, 1973, p. 12”. Infatti, Pietro Ebner (…..), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano Ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre ecc….Ne è conferma (15) l’ordine dei “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere sopravvissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti  e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, a cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Corrector Lucania et Brutiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 13, in proposito scriveva che: “….Teodosio ordinò ai ‘naviculari’ lucani di far affluire grano nella Gallia affamata (56).”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.  

Nel 494-5 (V sec. d.C.), la sede episcopale di MARCELLIANA (Marcellianum) ed il vescovo Sabino

Nel 1928, infatti, venne alla luce un’epigrafe in seguito al crollo di un muro: l’epigrafe era parte di una tomba imperiale recante la scritta D(is) M(anibus)/ MARC/ELLIN/O FILIO /PARENT(es) / FECER(unt). Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 127 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche per il Vallo di Diano, coe per tante altre regioni del Mezzogiorno e dell’Occidente in generale, non sono note le prime fasi di penetrazione del Cristianesimo, anche se non è difficile congetturare che essa sia avvenuta lentamente; e ciò a causa della resistenza che la diffusione della nuova religione incontrò tra i contadini, legati agli antichi culti pagani ed ai riti propriziatori ad essi connessi (1). Quello che è certo è che nell’ultimo decennio del sec. V è documentato un ‘Marcellianensis sive Consilinatis urbem antistitem’ nella persona di Sabino, il quale è menzionato in quattro lettere di papa Gelasio I scritte tra il 492 ed il 496 (2). Dopo di lui la carica vescovile fu ricoperta da Latino etc..”. Vitolo, a p. 127, nella nota (2) postillava: “(2) IP VIII, nr. 1-4, pp. 486 s.”. Il Vitolo, per “IP” intendeva il testo di (v. nota: “IP – P.F. Kehr, Italia Pontificia. VIII. Regnum Normannorum-Campania’, Berolini 1935.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), etc..”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), etc…”. Ebner, a p. 25, vol. I, aggiunge che: “…soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Ebner, ci dice che nella sede episcopale di Marcellianum, nel V secolo e precisamente nell’anno 494-5, risultava (egli dice “è cenno”) un vescovo “Sabino”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 21, in proposito scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Abiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabazio di Bussento per aver partecipato al concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellinum (92).”. Ebner, a p. 21, nella nota (92) postillava: “(92) Vol. X, p. 127 sgg. Cfr. Bracco, Antiquitates cit., p. 338.”. Si tratta del testo di Vittorio Bracco (…) e del suo “Antiquitates nuper repertae. Stabianam perforasti et patefecisti scaenam“, “Latinitas”, 17, IV 1969, pp. 67-70; oppure il suo “Marcellianum e il suo battistero”, in “Rivista di Archeologia cristiana”, 1958, estratto. Ebner, a p. 21, nella nota (90) postillava: “(90) Il Kehr, cit., p. 297, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla Diocesi di Plesta (Umbria).. Su Sabino, vescovo di Marcellianum, Ebner scrive ancora nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, postillava nella nota (90) che: “F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Infatti, mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive dellaRegione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Consilinum, Marcellianum (Sala Consilina in Val di Tamagro ?). 1. Sabinus: 494-5 (J.L. 653); 495 (?)(J.L. 678); 496 (?) (J.L., 710; 727). 2. Latinus, electus (558-60)(J.L., 1015; 1017). – Nelle ‘Gesta S. Laverii’ di Grumentum (BHL 4801) vien detto: “Latinus de Theodora, custos sacrae aedis sanctissimi martyris Laverii”; ma ignorasi per quale ragione Latino così venga appellato.”. Dunque, il Lanzoni ci parla anche dell’altro Vescovo di Marcellianum nell’anno 558-560, Latino di Teodora). Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovani in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala. Il borgo era menzionato (XXIX) nell’Itinerario dell’Imperatore Antonino (53). Ricordato dal Baudrand (54), il Lenormant (55) l’ubica in località Civita, per opinione comune sede di ‘Consilinum’. La collocazione è respinta dal Riccio (56) che pone Marcelliana nella valle del Calore sulla collina Pruno tra Bellosguardo e Roscigno. Il Racioppi (57) l’ubica da Cassiodoro “come prossima anzi suburbana alla città di Consilino”, non lontano al ponte detto di “Siglia” sul Tanagro (dagli eruditi del passato detto di Silla) in località “Cozzo di Civita”. L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino. Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro”(59). Dalla lettera di papa Pelagio (60) si apprende che dal vescovo Latino di Teodora (61) noto per essere stato custode del tempio di S. Laviere. Il Corcia (62) designa Marcelliana una “grossa borgata anziché città, come qualche topografo scrive, e non più antica de’ tempi in cui la Lucania ormai obbediva a’ Romani. Tralasciamo l’origine del nome che Cassiodoro attribuiva al fondatore del fonte di S. Giovanni (S. Giovanni in Fonte), detto pure “aja Marciliana” (63), e che fu appunto papa Marcello,, egli l’ubica nei pressi di Sala. Suglia altri vescovi di Marcelliana, di cui è notizia, v. quanto ne ho detto altrove (64). Dagli “Atti” dei martiri è notizia di Marcelliana nel viaggio dei prigionieri Hadrumentini da Cosenza per Squillace, Grumento “et die altero Marcellianum properantes ad civitatem Potentia”.”. Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Ebner, a p. 473, nella nota (53) postillava che: “(53) Vetra romanorum itineraria, sive Antonini augusti itinerarium, Amsterdal 1725, p. 110”. Ebner, a p. 473, nella nota (54) postillava che: “(54) M. A. Baudrand, Lexicon Geogr.: ‘Marcelliano locus est Lucaniae apud Atinam oppidum, teste Celso cittadino, inter Calorem et Caesariam.”. Ebner, a p. 473, nella nota (55) postillava che: “(55) Lenormant, op. cit., II, p. 113”. Ebner, a p. 473, nella nota (56) postillava che: “(56) Riccio cit., Osservazioni ecc., p. 34 sgg.”. Ebner, a p. 473, nella nota (57) postillava che: “(57) Racioppi, cit., ibiden”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Ebner, a p. 473, nella nota (60) postillava che: “(60) Decretum Gratiani, I, 72.12: ‘Pietro episcopo potentino (…) Latinum ecclesiae Grumentinae diaconum ad episcopatum Marcellianensis (….) ecclesiae electum.”. Ebner, a p. 474, nella nota (61) postillava che: “(61) Ibid. I, 63.14 è detto ancora: ‘Latinum diaconum tuum ad episcopatum ecclesiae Marcellianensis a Clero et omnibus qui illi conveniunt postulari’ era stato posto.”. Ebner, a p. 474, nella nota (62) postillava che: “(62) Corcia, cit., III, p. 103.”. Ebner, a p. 474, nella nota (63) postillava che: “(63) Gatta, Lucania illust., p. 55 segnala che Sala era anche detta ‘Laterina’, p. 103 n. 7, per le rovinate fabbriche laterizie.”. Ebner, a p. 474, nella nota (64) postillava che: “(64) Ebner P., Economia e Società cit., I, p. 21; v. Ebner, Aree geografiche, culturali e religiose dell’antica lucania, relazione in “Società e religione in Basilicata”, I, Roma, 1978, p. 350; v. pure Ebner, L’assistenza religiosa nel gastaldato di Lucania, in “Studi di storia sociale e religiosa, scritti in onore di Gabriele De Rosa”, Napoli, 1980, p. 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala…... Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania- Discorsi”, nel Discorso VIII parla della Valle di Diano e a pp. 113-114, in proposito scriveva che: “Fra la Sala e la Padula era la città di Consilina, ed ivi stesso (mancata questa) forse Marcelliana, o sia Marcelliano, ch’ebbero ambedue il loro Vescovo, etc…Luca Olstenio, nelle ‘Note a Carlo di S. Paolo’, così ne scrive: “Consilina, antiquissima Lucaniae Civitas,  sive Marcellianum, unde Marcellianensis Episcopus, et Consilinas promisque dicebatur: Latinum eius Episcopum suisse electum docent rescripta Pelagii Papae apud Ivonem decret. par. 6 cap. 112, et Gratian. distin. 76 cap. 12, et apud Anselmun lib. 7 cap. 57. Io però, con buona pace di un tant’uomo, non vuò credere, che Marcelliano fosse stato subborgo di Consilina, mentre Etico nella sua ‘Cosmografia’, ragionando delle Città ragguardevoli d’Europa dice: etc…e finisce: ‘Corsinios, Lupias, Marcellianum, Idrunto, Canusium, Salernum’, onde si scorge che Marcelliana, non era tanto da poco, quanto egli ce la descrive; e quindi m’uniformo al sentimento d’Ughellio, che crede essere state queste due Città una cosa sola. Anzi, questo chiarissimo autore ha preso diversi altri abbagli, intorno a Consilina e Marcelliana, da noi notati al fol. 483.”. Ebner, vol. II, a p. 473, scriveva a riguardo che: “L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino.”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. L’Antonini, fu ripreso da Pasquale Magnoni (….) e l’Ebner si riferiva agli “Opuscoli” di Pasquale Magnoni. In questa lettera indirizzata all’Antonini il Magnoni confuta alcune cose che l’Antonini aveva scritto intorno alla chiesetta di “S. Matteo ad duo flumina” (che egli pone a Casalicchio) e dove nel 974 pare che il monaco Attanasio avesse traslato e deposto le sacre spoglie di S. Matteo. Il Magnoni, per argomentare il suo discorso parla delle origini di Paestum (di “Pesto”) e ci parla di ciò che l’Antonini diceva sull’isolotto di Licosa e su un mercato che si teneva nel luogo. Il Magnoni argomentava su ciò che aveva scritto l’Antonini a p. 348. L’Antonini aveva criticato monsignor Marsilio Colonna. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna…. e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Ebner, a p. 473, continuando il suo discorso scriveva pure che: “Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro”(59).”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, nel 1974 pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Luis Duchesne (…), ovvero il suo I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). (L’opera del Duchesne si trova in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367)). Il Barni la pubblica a p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370. L’opera del Duchesne riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), etc…Sul sito web “Monaci in cammino” leggiamo che il battistero si trovava a Marcellianum soburbio dell’antica città di Cosilinum, lungo uno snodo viario particolarmente importante. In questo punto, sull’antica via Popilia, si innestava un percorso trasversale che raggiungeva la Valle dell’Agri, confluendo nella via Erculea, altra importante arteria che garantiva i collegamenti tra il golfo di Taranto e la Basilicata settentrionale.  Proprio per questa collocazione strategica Marcellianum  era sede di una fiera annuale che si teneva il giorno della festività di S. Cipriano (26 settembre). Il fonte battesimale di S. Giovanni in Fonte fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). Etc…”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)………….

Il Vitolo, a p. 44, scriveva pure che: “….la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)…….”.

Il battistero paleocristiano di “Marcellianum”, oggi detto di S. Giovanni in Fonte a Padula

Cattura

Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte fu eretto nel IV secolo d. C. ed è situato a Padula, a poca distanza dalla Certosa di San Lorenzo. E’ uno dei più antichi battisteri cristiani di tutto l’occidente. Esso anticamente faceva parte del borgo di Marcellianum, suburbio dalla Civita di Cosilinum (oggi Padula e non Sala Consilina come si potrebbe credere) nella regione della Lucania e dei Bruzii. Inoltre Marcellanium era sede di una importante fiera che si svolgeva ogni anno il 14 o il 16 di settembre, in occasione della festa di San Cipriano e che richiamava gente da tutta la Lucania ed oltre. Fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. L’unicum di questo monumento è rappresentato dal fatto che la vasca battesimale, anzichè essere riempita artificialmente come di solito avveniva negli altri edifici, riceveva l’acqua in maniera naturale perchè realizzata su una sorgente perenne, permettendo il battesimo per immersione. Questo rende il Battistero paleocristiano di San Giovanni di Marcellianum unico nel mondo della cristianità. Il fatto, già singolare, diveniva miracoloso quando ogni anno puntualmente, durante la notte di Pasqua, riservata ai battesimi, la sorgente si gonfiava e l’acqua riempiva la vasca. Il prodigio richiamava folle di fedeli sempre più numerosi, desiderosi di assistere al miracolo delle acque. Proprio questo prodigio faceva di Marcellianum un luogo santo, meta di pellegrini in cerca di segni divini. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Il battistero passò ai benedettini, che gli diedero l’attuale nome e poi ai cavalieri dell’ordine dei Templari. L’edificio originario è a pianta quadrata con arcate in mattoni e corrisponde all’ambiente in cui si trova la grande vasca battesimale fiancheggiata da due ambulacri, mentre le altre strutture, come la cappella ed il portico, sono di epoca posteriore. Nella cappella si possono vedere i resti di affreschi raffiguranti gli apostoli, probabilmente di matrice bizantina. A Padula vi è un’antica fonte battesimale d’epoca paleocristiana chiamato “Battistero di S. Giovanni alla Fonte”, posto nei pressi della Certosa di Padula. Pur in assenza di fonti storiche, si può supporre che l’edificazione del Battistero risalga al V secolo e che sia da considerarsi legata all’evangelizzazione della zona operata da S. Prisco e da S. Paolino. La prima menzione dell’edificio, come Commenda di S. Giovanni in Fonte, compare per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa. Stranamente questo edificio a Padula, non è menzionato neanche nei documenti della certosa di S. Lorenzo, la più autorevole istituzione religiosa della regione. Non vi sono  fonti storiche che ne attestino l’origine ma è presumibile che la costruzione del Battistero sia da collocare nel V secolo e che sia legata all’evangelizzazione dei santi Prisco e Paolino nel territorio valdianese. La “Commenda di San Giovanni in Fonte” è in assoluto la sua prima menzione e risale al periodo normanno quando Ruggero II affidò la cura dell’edificio ai Cavalieri Templari, già protettori dei luoghi di culto in Terra Santa. Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 (che posseggo) parlando di “Marcelliana”, a p. 68 leggiamo che: “Non altrove che quivi vi era sì famoso Tempio con il Fonte prodigioso, perchè quivi appunto erano i suborghi della città di Marcelliana, come a sufficienza provato abbiamo nella nostra ‘Lucania illustrata (b), e nelle ‘memorie Topografiche-storiche (c), ed al presente vi è una Chiesa consegrata a S. Gio: Battista entro cui sorge un Fonte di cristalline, ed abbondanti acque, che è celebre Commenda dè Cavalieri Gerosolomitani, e chiamasi S. Giovanni in Fonte.”. Giuseppe Gatta, a p. 68, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Lucania illust. cap. 3.”. Gatta a p. 68, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Mem. Topograf. della Prov. di Luc. par. I. cap. 9.”. Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Memorie storico topografiche della Provincia di Lucania”, parte I, cap. IX, a p. 72, in proposito scriveva che: “ma quivi è assai manifesto, sendovi uno meraviglioso Fonte di freddissime e limpidissime acque in uno Tempio al presente consegrato al Precursore di Cristo, e già famosa Commenda dè Cavalieri di Gerosolomitani”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nelvol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda…Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “…….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Dal ‘Liber pontificalis’ (cronache del papato) si apprende che S. Marcello nei due anni del suo pontificato consacrò ventuno vescovi e benedisse altrettanti battisteri, tra cui quello “in acqua corrente” di Marcellianum per cui “habeat in Lucania Jordanum suum” in una località dove sorge “aemulabatur serenum diem acqua subtilissima” ricca di pesci vietati alla pesca “pro reverentia loci”. Da una puntuale ricostruzione in plastica del battistero risulta che esso era formato da un vasto ambiente absidato (“naturalis antri apsidis fabricata concavitas”) composto di quattro arcate con al centro una vasca quadrangolare (“lacum quem non dubitas esse plenissimum”) sovrastata da una cupola poggiante su arcate. Fino ad oggi non si sa nulla dell’episcopio nè della chiesa cattedrale, presumibilmente attigui al battistero.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, senza dubbio tra i più interessanti esempi di architettura paleocristiana pervenutici, complesso scoperto due decenni fa da Vittorio Bracco. Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 473 ci parla di “Marcelliana” parlando di Sala Consilina e non di Padula. Ebner, a p. 473, in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol.. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede sia stata un borgo di Sala. Anche il Gatta (59) scrive che ect…”. Ebner, a p. 473, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini, cit., II, p. 113”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, dattiloscritto inedito del 1986 parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Presso il foro sorgeva “Marcellianum”, sede vescovile dove si vedono i resti del Battistero paleocristiano (164). Questo fonte ad acqua corrente era ricco di pesci, mai pescati per riverenza al luogo che rende bello l’ambiente e ne rievoca la mistica meravigliosa grandezza. Nelle acque del Marcellianum, suburbio di “Consilinum”, ricevevano il battesimo le nuove famiglie convertite dal paganesimo, sull’esempio di altre già praticanti, dopochè la religione cristiana era diventata con Teodosio, nel 380, ufficiale di stato (165). Questo battistero di Polla era singolare, perchè, fondato sopra una sorgente perenne, sulla via Annia, vi scendevano direttamente i catecumeni per rivevere il sacramento (166). Accanto al battistero sorsero il “Castrum di Polla” e di Consilina. Il battistero prese il nome di “S. Giovanni in Fonte”, in memoria di S. Giovanni Battista, etc…. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475.  Il Cataldo, a p. 21, nella nota (162) postillava: “(162) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (163) postillava: “(163) C.I.L., X, 6950 – Ebner P., op. cit., p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (164) postillava: “(164) Bracco Vittorio: Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, Città del Vaticano, XXXIV, 1958, p. 193.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (166) postillava: “(166) Bracco V., Mondo Archeologico.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (167) postillava: “(167) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiera che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7). In questa località, chiamata oggi S. Giovanni in Fonte, c’era anche una fonte, su cui era stata costruita una vasca con sette gradini, alla qule la notte del Sabato Santo o, come propone F. Bulgarella, nella veglia dell’Epifania (8), i catecumeni affluivano per ricevervi il battesimo. In quell’occasione, narra Cassiodoro (9), avveniva anche un miracolo: appena il sacerdote pronunciava le prime parole del rito battesimale, l’acqua cresceva di volume fino a ricoprire tutti i gradini della vasca, per poi ritornare all’altezza di prima, per cui lo scrittore, riferendosi al fiumicello che scaturiva da quella miracolosa sorgente, esclama: “Habet et Lucania Iordanem suum” (10).”. Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”.

VELIA, BUXENTUM, BLANDA, VIBONE, TALAO, SEDI EPISCOPALI

Nel 501, papa Simmaco ed il Concilio Romano

Da Wikipedia leggiamo che Papa Simmaco (Sardegna, … – Roma, 19 luglio 514) è stato il 51º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Il suo papato durò dal 22 novembre 498 alla sua morte. È noto in particolare per lo scisma causato dalla sua lotta contro Lorenzo, considerato antipapa. Il Synodus Palmaris. Tuttavia, il partito bizantino, guidato dai due senatori Festo e Probino, rimase ostile a Simmaco e continuava a coltivare la speranza di rovesciare il papa e guadagnare la sede di Roma a Lorenzo. L’occasione si presentò l’anno seguente, il 501. Simmaco celebrò la Pasqua il 25 marzo, secondo l’antica usanza romana, mentre i bizantini osservavano la festività il 22 aprile, secondo il nuovo conteggio. La fazione di Lorenzo si appellò a Teodorico contro Simmaco, aggiungendo altre accuse oltre a questa sulla celebrazione della Pasqua. Teodorico convocò Simmaco che partì per incontrarlo; a Rimini, però, venne a conoscenza che le vere accuse erano ben altre (rapporti con donne e sperpero delle proprietà della Chiesa) e, rifiutando di riconoscere il re quale suo giudice, tornò a Roma. Il partito avversario si rinforzò ed occupò il Palazzo Laterano. Simmaco fu costretto a trasferirsi nei pressi della basilica di san Pietro in Vaticano, fuori dalle mura cittadine. I suoi oppositori invitarono il re a convocare un sinodo per indagare sulle accuse e a nominare un reggente per la sede di Roma. Simmaco acconsentì alla convocazione del sinodo, ma protestò contro l’invio di un reggente, che Teodorico, tuttavia, scelse nella persona di Pietro, vescovo di Altinum, ed inviò a Roma per amministrare la Chiesa al posto del papa incriminato. Pietro giunse a Roma e, contravvenendo alle disposizioni del re, prese posizione in favore di Lorenzo e confiscò le proprietà pontificie. Nel maggio 501 il sinodo si riunì nella basilica Giuliana (Basilica di Santa Maria in Trastevere). Il papa dichiarò di fronte all’assemblea che si era presentato di sua spontanea volontà e che era pronto a rispondere alle accuse di fronte al sinodo, a condizione che il reggente fosse rimosso e lui fosse ristabilito come amministratore dei beni della Chiesa confiscati. La maggior parte dei vescovi acconsentì a queste richieste, ma Teodorico rifiutò e richiese, in primo luogo, un’indagine sulle accuse contro il papa. Una seconda sessione del sinodo, si riunì il 1º settembre nella basilica Sessoriana (Basilica di Santa Croce in Gerusalemme), dove fu letto, dalla minoranza, l’atto d’accusa redatto dalla fazione laurenziana.

Nel 501, FIORENTINO, vescovo di Agropoli e RUSTICO, vescovo di Bussento al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco prima della guerra Gotica

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a pp. 19-20, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; etc….Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo;  ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.    

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Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, etc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323 

Francesco 

Nel 559 d. C., le prime diocesi: Paestum, Velia, Bussento e Blanda e Marcellianum

Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 19, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i Monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo;  ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.    

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(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., p. 19

Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfiriola chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfiriola chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323 

Nel 507 (VI sec. d.C.)(ogni 26 settembre), la festa di San Cipriano tra Sala Consilina e Padula

Il Vallo di Diano, crocevia di traffici mercantili. Cassiodoro, uno storico del tempo che proprio sotto Teodorico aveva ricoperto la carica di correttore della Lucania e dei Bruzii, narra che a quei tempi si svolgeva tra Padula e Montesano uno dei più importanti mercati del sud. Era la fiera di San Cipriano, che aveva luogo ogni anno il 6 di Settembre e richiamava mercanti e mercanzie da tutte le regioni limitrofe. Cassiodoro racconta come ancora in questo mercato si vendessero giovani ragazzi come schiavi! Un fatto molto interessante, che indica la permanenza della schiavitù, nonostante essa non fosse più l’asse portante dei modelli economici – come era stata ad esempio in epoca tardo repubblicana ed imperiale, quando grandi masse di uomini/merce affluivano dall’Europa e dal Mediterraneo per essere utilizzati nei latifondi, nell’allevamento e nelle industrie manifatturiere, nonchè nei cantieri imperiali e nelle economie domestiche cittadine. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) etc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68).. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco, op. cit., p. 8.”. L’opera del Bracco citatata da Ebner è Vittorio Bracco (…) ed il suo “Inscriptiones Italiae”, Roma, 1974. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (68) postillava: “(68) Fin dai tempi della repubblica romana, come oggi, i mercanti concludevano i loro negozi nelle fiere con la consueta stretta di mano (sulle mani strette, le rispttive altre due una sull’altra) che i documenti segnalano con la formula “manu fidem facere”, “manum facere”. * O. Bartolini, I papi e le relazioni politiche di Roma con i ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, etc… “. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Nei casali, nodi viari obbligati, si tenevano mercati periodici (‘nundinae’) o permanenti (‘fora’) nei centri più grandi. La loro importanza non è solo di carattere economico ma anche sociale e culturale in quanto rappresentavano un’occasione di incontro e di scambio di idee nonché di aggiornamenti tecnici. Essi, normamente si svolgevano di domenica, malgrado le proibizioni che lo Stato e la Chiesa sovente imponevano. Lo stesso Carlo Magno fu costretto a consentire che “ubi antiquitus fuit” il mercato continuasse a tenersi “in die dominico” (66).”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica……Già ‘corrector Lucaniae et Brittorium’ (507-511 circa) – provincia di cui era originario e in cui la sua famiglia aveva cospicui interessi patrimoniali e politico-clientalari (6) – , Cassiodoro ha indubbiamente una conoscenza diretta della fiera, del luogo in cui essa si svolge e della peculiare situazione economica e sociale della regione. Perciò indulge nei particolari topografici, che hano trovato puntuale conferma nei dati dell’archeologia, come provano i recenti studi sul battistero di ‘Marcellianum’ (7). E rievoca il suggestivo portento delle acque che spontaneamente crescono nel fonte – vero Giordano della Lucania – mentr vi si celebra il rito battesimale durante la veglia dell’Epifania (8). Ci traccia, inoltre, una colorita descrizione del mercato che è “l’ultimo esempio di fiera dell’Italia antica”(9): in mezzo alla distesa dei campi coltivati, i padiglioni provvisori con tetti di fronde d’albero formano una vera e propria città che, pur non essendo in muratura, ricalca tuttavia un modulo urbanistico preodinato ed ospita la moltitudine avventizia di gente eterogenea e festeggiante (10).”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (7) postillava: “(7) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in Rivista di Archeologia cristiana, XXXIV (1958), pp. 193-207. Cfr. A. Ventitti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, p. 55 ss.”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (8) postillava: “(8) Escludo decisamente che il ‘dies sacrate noctis’ corrisponda al Natale, come suppone Th. Mommsen nella sua edizione delle ‘Variae’ (M.G.H., Auctorum Antiquissimorum XII, p. 535, s.v. ‘dies festi’). Infatti, la storia della liiturgia offre due soluzioni possibili: l’Epifania e la pasqua, entrambe festività con veglia liturgica e con riti battesimali etc..”. Bulgarella, a p. 15, nella nota (9) postillava: “(9) E. Gabba, art. cit., p. 159.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali.”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure che: “In questa stessa area, non lontano dal battistero di San Giovanni in Fonte, descritto in una lettera di Cassiodoro, si teneva la fiera annuale di ‘Marcellianum’, frequentata da Camapni, Lucani, Apuli, Bruzzi; un evento la cui importanza ribadisce “quel ruolo e quella funzione di mercato interno ricoperti dal Vallo di Diano fin dall’antichità” (4). Funzione che sembra confermata anche per i secoli medievali quando, presso il ponte dell”Altomuzio’, verosimilmente crocevia dei flussi appena descritti, risulta ancora documentato lo svolgimento di un altro importante evento fieristico (5).”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (4) postillava: “(4) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), Ibidem, p. 16. La Lettera di Cassiodoro che descrive sia lo svolgimento della fiera che il battistero di San Giovanni in Fonte si data al 527 d.C. (‘Variarum’, VIII). Sullo stesso complesso si veda l’articolo di Vittorio Bracco che per primo ne individuò i resti (Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, XXIV (1958), pp. 193-207); i lavori di P. Peduto, Insediamenti altomedievali e ricerca archeologica, in Guida alla Storia di Salerno e alla sua provincia, a cura di A. Leone e G. Vitolo, II, Salerno, 1982, p. 461; e di F. Bulgarella, Tardo antico e alto medioevo, cit. pp. 13-41.”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (5) postillava: “(5) Per la fiera presso il ponte dell’Altomuzio si veda A. Tortorella, A’ l’us andi’cu…’ Le tradizioni nel Vallo di Diano, Salerno, 1992, in particolare p. 93.”.

I correttori della Lucania

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno, dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, nel cap. V, “La rovina della città e la desolazione delle campagne, nella provincia di Salerno, per le invasioni barbariche”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Nella divisione dell’Impero fatta da Adriano, il territorio da Salerno al Silaro fu chiamato Piceno suburbicario per distinguerlo dal Piceno sull’Adriatico, e, più tardi, cominciata la costruzione delle provincie, messi i ‘correctores’ all’amministrazione di intere regioni, il Bruzzio, la Lucania e il Piceno suburbicario furono riuniti in una sola ‘diocesi’, governata da due correttori, uno residente a Reggio e l’altro a Salerno (2).”. Carucci, a p. 111, nella nota (2) postillava: “(2) Veramente si son trovati dei titoli epigrafici posti a ‘correttori’, non solo a Reggio e Salerno, ma anche in altre città, tra cui Pesto e Velia. Pare quindi che, pur essendo Reggio e Salerno la residenza normale dei ‘correttori’, questi potevano anche risiedere altrove.”. Carucci, a p. 113, scriveva pure che: “Ma tutto ciò a nulla valse, e la Campania e la lucania non si sottrassero alla generle desolazione. Ivi le terre pianeggianti erano abbandonate, i monti e le colline si coprivano di boschi (3) e, mentre cominciava il flagello della malaria, le frequenti epidemie e le carestie aggiungevano l’opera loro alla diminuzione spaventevole della popolazione (4).”. Carucci, a p. 114, scriveva: “In molti luoghi dal celebre editto di Teodosio si parla di terre incolte, selvagge e vuote di abitatori, e da Teodosio stesso furono esentati dalle imposte due terzi delle terre della Campania, perchè non coltivate.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 in proposito scriveva che, con i Goti di Teodorico: Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”.

Nel VI sec. d.C., lo spopolamento delle campagne ed il generale depauperamento dei territori

Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Le condizioni del Vallo di Diano (1) nel passaggio dall’antichità al Medioevo si presentano non dissimili da quelle del resto della Campania e del Mezzogiorno in generale, caratterizzato da una forma di recessione demografica, con conseguente spopolamento di città e campagne, che, pur essendo in quegli anni in atto anche nell’Italia centro-settentrionale, si era manifestata al Sud con maggiore precocità. Dappertutto l’abbandono dei lavori idraulici e lospopolamento causarono l’impaludamento di vaste zone e la diffusione della malaria che, a loro volta, facendo peggirare le condizioni ambientali, aggravano lo spopolamento: il fenomeno fu assai intenso nei tratti bassi dei bacini del Garigliano e del Volturno, dove scomparvero le città vescovili di miseno, Literno, Sinuessa, Avella, Suessula, e nella piana del Sele, dove Paestum conobbe una progressiva decadenza e quindi il trasferimento della popolazione e della sede vescovile sulle colline dell’attuale Capaccio. La popolazione rurale pertanto, abituata a vivere sparsa nei campi o nei ‘pagi’ e ‘vici’, che numerosi erano sorti lungole strade e ai piedi di cità preromane situate ui pianori e colline, cominciò presto a riconcentrarsi in vecchi e nuovi centri di sommità (2). Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). Etc…”Il Vitolo, a p. 43, nella nota (1) postillava che: “(1) ………………………Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Pietro Ebner (….) parlando di Velia in età post-romana ha parlato degli ostrogoti. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano Ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre ecc….Ne è conferma (15) l’ordine dei “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere sopravvissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti  e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, a cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Corrector Lucania et Brutiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.  Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, in proposito scriveva che: “La loro permanenza fu breve: dopo solo 17 anni di dominio furono cancellati dalla nostra storia dall’arrivo degli Ostrogoti di Teodorico. Il nuovo conquistatore, barbaro quanto gli altri, ma suggestionato ed affascinato dalla cultura “romana”, con la quale era venuto in contatto a Costantinopoli, dove era stato educato per qualche tempo, non solo governò l’Italia col solo titolo di re ‘federato’ dell’Impero d’Oriente, ma volle anche che, nel rispetto delle leggi e delle istituzioni latine, i vinti Romani, vivessero in pace con i Goti vincitori. Restò immutato l’ordinamento delle province; tra questi la Lucania, sempre in unione con il Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati un Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus more regendos…..” (4). Ecc..”.  Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella gallia afflitta dalla carestia (6). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”.

Nel 527, CASSIODORO, ministro di Teodorico, re Ostrogoto

Da Wikipedia leggiamo che: Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator; Scolacium, 485 circa – Scolacium, 580 circa) è stato un politico, letterato e storico romano, che visse sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente. Percorse un’importante carriera politica sotto il governo di Teodorico il Grande (493-526), ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato a un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di Severino Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere del re e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge; collaborò anche con i successori di Teodorico fino al 540. Riguardo la sua opera “Historia gothica” ci è giunto un compendio nell’opera di Giordane (….): ” i Getica”. I Getica (il nome che lo studioso tedesco Theodor Mommsen assegnò al De origine actibusque Getarum) furono scritti dallo storico goto Giordane, forse mentre era tenuto prigioniero a Costantinopoli dall’imperatore Giustiniano I e furono probabilmente pubblicate nel 551. L’intento dichiarato di Giordane è quello di “condensare col mio stile in questo piccolo libro i 12 volumi della storia dei Goti, scritta da Cassiodoro”. Giordane ammette comunque di non aver avuto accesso all’intera opera di Cassiodoro, aggiungendo particolari di sua memoria. Nulla del lavoro è scritto con le parole di Cassiodoro ed è quindi oggi impossibile discernere ciò che davvero proviene da questo autore. I Getica sono l’unica fonte rimasta sull’origine dei Goti, popolo che per un certo periodo dominò l’Europa orientale, prima di essere scacciati dagli Unni. Riguardo l’epoca delle guerre Gotiche ha scritto lo storico e cronista del tempo Flavio Cassiodoro (….). Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator; Scolacium, 485 circa – Scolacium, 580 circa) è stato un politico, letterato e storico romano, che visse sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente. Percorse un’importante carriera politica sotto il governo di Teodorico il Grande (493-526), ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato a un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di Severino Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere del re e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge; collaborò anche con i successori di Teodorico fino al 540. Nella “Chronica”, Cassiodoro fa uno  scritto di chiari intenti politici è la Chronica, una sorta di storia universale scritta nel 519 su richiesta per celebrare il consolato di Eutarico Cillica (diviso con l’imperatore Giustino), genero di Teodorico e designato al trono. Il sovrano d’Italia non aveva eredi maschi mentre Eutarico, sposandone la figlia Amalasunta, era riuscito a donargli un nipote, Atalarico. Alla luce di questa nuova dinastia, la scelta di offrire il ruolo di console a Eutarico rappresentava quindi un importante evento politico: si trattava della celebrata unione tra i Romani e i Goti, progetto che poi fallirà tragicamente. Cassiodoro scrisse anche la “Historia Gothorum”. Una delle sue opere più importanti fu il De origine actibusque Getarum (più noto come Historia Gothorum) in dodici libri, nel quale la sua ideologia filogotica era tracciata e sviluppata in maniera più organica. Si considera l’opera contemporanea o poco successiva alla Chronica, anche se più studiosi tendono a ritenerla più recente, forse composta tra il 526 e il 533. Certamente la stesura fu caldeggiata da Teoderico, per essere infine pubblicata sotto Atalarico; nonostante ciò essa ci è pervenuta solo nella versione ridotta dello storico Giordane, i Getica. Riguardo la citazione di “IORDANIS” e della sua opera “Getica”, ha scritto Luigi Tancredi (…), nel suo “Alarico, Re dei Visigoti – La localizzazione del sepolcro e del tesoro”, del 1982. Luigi Tancredi (….), nel 1982, nel suo “Alarico, Re dei Visigoti”, a p. 11, in proposito scriveva che: “Le fonti. Sulla questione di Alarico scrisse Cassiodoro (2), ministro di Teodorico, Re degli Ostrogoti. Di Cassiodoro dobbiamo dire che era un uomo di grande formato, tanto come uomo di stato quanto come pensatore e come storiografo. Le sue opere meritano fiducia, sia per la sua serietà morale, sia per il suo amore della verità. Mommsen ha pure curato la “Getica” di Jordanes e il “Chronicon” di Cassiodoro.”. Tancredi a pp. 12-13 parlando di Cassiodoro (…), in proposito scriveva che: “Sulla morte di Alarico scrisse Cassiodoro (2), ministro di Teodorico, Re degli Ostrogoti. Di Cassiodoro dobbiamo dire che era un uomo di grande formato, tanto come uomo di stato quanto pensatore e come storiografo. Le sue opere meritano fiducia, sia per la sua serietà morale, sia per il suo amore della verità. Purtroppo, non tutte ci sono pervenute, ma autori posteriori conoscevano i suoi scritti, che ora sono perduti, e ne hanno tramandato il contenuto, specialmente Secondo (3), considerato da alcuni Vescovo di Trento, e Jordanes (Giordano) (4) probabilmente vescovo, che apparteneva al seguito del Papa Vigilio e lo seguì nell’esilio a Costantinopoli. Tutt’e due sono storiografi di limitata importanza, ma trasmettono fatti contenuti in Cassiodoro. Ecc…”.  Dunque, il Tancredi scriveva che non tutte le opere di Cassiodoro ci sono pervenute e che alcuni autori posteriori, conoscendo i suoi scritti, hanno tramandato le notizie storiche che aveva scritto Cassiodoro. Il Tancredi cita Secondo (3) e cita Jordanes (Giordano). Il Tancredi (…), a p. 13, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Jordanes (Giordano) o Jornandes. Secondo gli ‘Analecta’ del Babillon, fu goto di origine e notio del re degli Alani. Abbracciato il Cristianesimo, fu vescovo di Ravenna verso il 552. Autore di una “Storia dei Goti” fino al regno di Vitige, vinto da Belisario (540), opera pubblicata in varie edizioni assieme a quella di Paolo Diacono e di Cassiodoro, e del “De origine mundi”, opera geografica dei paesi nordici, è contemporaneo di Secondo. (Cfr. Pianton Pietro: Enciclopedia Ecclesiastica, Venezia, 1858, vol. IV, pag. 1175).”. Riguardo le citazioni di Giordano o Jordanes, che ricorre spesso quando alcuni riferiscono alcune notizie storiche intorno al generale Stilicone l’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Dunque, riguardo l’opera di Jordaine (Giordano), il sacerdote Luigi Tancredi a p. 14 riferendosi all’opera di Paolo Diacono sui Longobardi, ci dice anche dell’opera di Giordano e scriveva che: “Una stupenda edizione critica fu curata dal Mommsen (6) nel 1878 per “Monumenta Germanica”. Mommsen ha pure curato la “Getica” di Jordanes e il “Chronicon” di Cassiodoro. Anche dello stesso secolo di Alarico abbiamo cronache del teologo Orosio (7), del greco Zosimo (8) e del cronista Socrates (9).”. Il sacerdote Luigi Tancredi a p. 14, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mommsen Theodor, ecc…”. Sull’opera di Cassiodoro devo aggiungere che è stata la prima storia nazionale di un popolo barbarico, la Historia Gothorum era tesa a glorificare la dinastia degli Amali, la stirpe regnante, attraverso una ricostruzione della storia dei Goti dalle origini ai tempi presenti. Il tentativo più ardito dell’opera fu – come emerge dal titolo stesso – l’identificazione dei Goti con i Geti, popolazione già nota a Erodoto e maggiormente conosciuta dal mondo romano. Il racconto narra eventi storici sino all’anno 551 e come scopo ha inoltre quello di celebrare l’unione tra Goti e Romani, qui comprovata dal matrimonio tra il romano Germano Giustino e l’amala Matasunta. 

Nel 527, CASSIODORO, ministro di Teodorico e correttore della Lucania

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Cassiodoro (Squillace 490 – Vivario 583 circa) fu il maggiore e più convinto sostenitore della politica teodoriciana di pacifica convivenza fra goti e romani, anche dopo la morte del suo re. La sua ‘Historia gothica’ (di cui ci è giunto un compendio ad opera di Giordane) doveva servire a questo scopo. Visse alla corte di Ravenna, fu questore, poi console, ‘magister officiorum’ cui faceva capo tutta l’ammnistrazione del regno, anche dopo la morte di Teodorico. Nei dodici libri delle ‘Variae’ è documentata tutta la sua complessa attività di amministratore, fornito ancora di un alto senso del diritto romano e nutrito di cultura classica. Le sue direttive ai funzionari che si recavano nei paesi popolati da barbari rivelano l’alta coscienza ch’egli aveva della missione civilizzatrice di Roma. Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, ecc…”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1…Cassiodoro – che allora ‘magister officiorum’ (523-527) dei sovrani ostrogoti, dei quali sarà, poi, ‘praefectus praetorio’ (523-527) – etc... Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso…., a p. 79, nella nota (129 postillava che: “(12) Lo stesso Gigli sogiugne, che il citato Cassiodoro da Correttore fu sublimato all’onori di prefetto Pretorio, e di Patrizio, maggiore della Prefettura. Indi nell’anno settantesimo di sua età, vivente ancora il Patriarca S. Benedetto, si fe’ suo Religioso, e in Squillaci sua patria fabbricò un Monistero del suo Ordine, ove morì d’anni 95, nell’anno 565 o 575, come altri vogliono presso il Popeblount in Censr. celeb. Auth. pag. 318, quale Monistero, dopo tenuto più tempo da’ detti Religiosi, passò a’ Basiliani fin quando fu da’ Saraceni rovinato. Il Sig. Barone Antonini però nella part. 2 Disc. 3 pag. 247, nota 2 coll’Autorità del citato Fornerio, e dell’Abate della Noce al cap. 12 dell’Ostiense, vuole il descritto Cassiodoro per Lucano, e Cittadino Pestan, sebbene ne rimetta la credenza ad ognuno di crederlo, o Lucano o Calabrese. Altri vogliono che fu Console in Roma e poi Senatore. Credo che lo vogliano Pestano, credendo essere stato Pesto chiamato anche Lucania, come altrove dirò; e perciò disse il cit. Fornerio: ‘Corrector Bruttiorum, et Lucaniae propriae Patriae’.”. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti….Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc... Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Costituito il dominio dei Goti con Teodorico nell’anno 489 dopo Cristo, venne dato un nuovo ordinamento alle provincie, e la Lucania formò con i Bruzii la terza provincia del regno che ebbe la fortuna di avere al suo governo, tra i correttori che si succedessero durante quel regno, il celebre Cassiodoro, uno dei più importanti personaggi dell’epoca (2) e che vuolsi nativo di Pesto.”. Mazziotti, a p. 97, nella nota (2) postillava: “(2) Giannone, vol. I, pag. 469.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 48, in proposito scriveva che: “Eppure, a salvaguardia delle vie erano sorti posti fortificati, per ordine di Teodorico (41) ricostruite le mura delle antiche città e per volere di ‘stratigoi’ bizantini fortificati alcuni villaggi (42).”. Ebner, a p. 48, nella nota (41) postillava: “(41) Cassiodoro, cit., I, 28.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla”, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco. Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”.  Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, …..Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 5, in proposito scriveva che: “Il territorio, che è ricco di acque per i numerosi torrenti precipiti da un groviglio di monti (11) e colline, manca di grandi fiumi etc…”. Ebner, a p. 5, nella nota (11) postillava: “(11) Sull’interno montuoso etc..; Cassiodoro, Var., XI, 3. 9”. Ebner, a p. 13, in proposito scriveva: “Sotto i sovrani ostrogoti, dopo la distruzione di Alarico e dei Vandali di Genserico, si ebbe una certa ripresa produttiva dovuta, forse, anche al ritorno dei proprietari nelle campagne. …..Cassiodoro riferisce dell’ordine di Atalarico a “possessores et curiales” del vicino Bruzzio (57) di lasciare le campagne per far ritorno nelle città.”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Ebner, a p. 13, nella nota (57) postillava: “(57) Cassiod., Var., VIII, 31: a. 527 circa. L’editto è indirizzato a Severo, ‘vir spectabilis’, forse il ‘Corrector Lucaniae et Bruttiorum’, Cfr. pure Var., 1, 16, dopo il 10 aprile 580; VII, 31 e 33 anno 527; XII, 5. 15 aa. 533 e 537.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68).. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco, op. cit., p. 8.”. L’opera del Bracco citatata da Ebner è Vittorio Bracco (…) ed il suo “Inscriptiones Italiae”, Roma, 1974. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (68) postillava: “(68) Fin dai tempi della repubblica romana, come oggi, i mercanti concludevano i loro negozi nelle fiere con la consueta stretta di mano (sulle mani strette, le rispttive altre due una sull’altra) che i documenti segnalano con la formula “manu fidem facere”, “manum facere”. * O. Bartolini, I papi e le relazioni politiche di Roma con i ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, etc… “. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva che: “…i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea (154).”. Ebner, a p. 41, nella nota (154) postillava: “(154) In Oriente alcuni monaci univano la preghiera al lavoro: Cassiodoro, Collectiones, X, 7.”. Ebner, a p. 44, in proposito scriveva che: “Non i complessi nel significato moderno del termine o il ‘Vivarium’ di Cassiodoro, da considerare come un efficiente istituto universitario, ma il rustico “monasterio villanu de monaci greci” dei documenti (165).”. Sempre l’Ebner, a p. 117, in proposito scriveva: “Naturalmente tutti costoro (149), anche se non avevano nulla a che vedere con il tabellionato romano (150), ripetevano nei loro atti formule che richiamavano quelle romane del basso impero (‘notarii civitatis et ecclesiarum’) (151). Formule (152) che i notai ecclesiastici, etc…”. Ebner, a p. 117, nella nota (152) postillava: “(152) Raccolte di formule (‘ars dictandi’), precetti ed esempi si leggono negli scritti del monaco, francese Marculfo (seconda metà del VII secolo, nelle ‘Variae’ di Cassiodoro, etc…”. Ebner, a p. 391, in proposito scriveva: “La loro nota dominante fu la coltivazione dei campi (43) (“monasterio villano de monachi greci”), etc..”. Ebner, a p. 391, nella nota (43) postillava: “(43) ….e Cassiodoro (Instit., I, 28) che prescriveva ai suoi monaci del ‘Vivarium’: Nec ipsum est a monachi alienum hortis colere, agros exercere et pomarum fecunditate gratulari”. Ebner, a p. 397, nella nota (63) postillava: “(63) L’impianto di un mulino…..Sul mulino ad acqua, Vitruvio, X, 257, e Plinio XVIII, 23, e Cassiodoro, De insitutione’, c 29”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 390, in proposito scriveva che: “Pietro riteneva, dimostrando poi le spiccate sue capacità d’imprenditore agricolo come abate di Cava, che l’opera ‘in agris’ (44), etc…”. Ebner, a p. 390, nella nota (44) postillava: “(44) La regola non è certo una carta economica, ma un programma di perfezione spirituale (v. La bonifica Benedettina, Roma, s.d. passim.), tuttavia Cassiodoro (Instit., I, 28, ed. Mynors, p. 71) dice: ‘Nec ipsum est a monachis alienum ortos colere, agros exercere et pomorum fecunditate granulari’.”.

Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano Ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre ecc….Ne è conferma (15) l’ordine dei “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere sopravvissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti  e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, a cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Corrector Lucania et Brutiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.  

Nel……, i Goti di Totila (Baduila) conquistarono la città di Marcelliana

Nel 526, ATALARICO e la reggenza della madre Amalasunta e di Cassiodoro

Da Wikipedia leggiamo che Atalarico, in gotico Aþalareiks e in tedesco Athalarich (516 o 518 – 2 ottobre 534), fu re degli Ostrogoti, sotto la reggenza di sua madre Amalasunta, dal 526 al 534. Atalarico, figlio di Eutarico (morto nel 522) e di Amalasunta, figlia di Teodorico, nacque nel 516 o nel 518. Fu designato suo successore dal nonno Teodorico, ma Amalasunta, essendo il figlio molto giovane, mantenne come reggente le redini del potere. Non sopportando la reggenza di una donna, né l’educazione romana impartita al ragazzo, né i rapporti ossequiosi di Amalasunta verso Bisanzio e neppure il suo spirito conciliante verso i Romani, la nobiltà gota riuscì a strapparle il figlio e a educarlo secondo le usanze del suo popolo. Il giovane morì prematuramente nel 534. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “A Teodorico successe il nipote Atalarico sotto la reggenza della madre, figlia del re defunto, Amalasunta. Sembrò dapprima che, specialmente per impulso di Cassiodoro, si tornasse alla politica del primo Teodorico. Ecc…”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1…..Nel 527, Atalarico, che regnava sotto la reggenza della madre Amalasunta, etc..”. Bulgarella, a p….., nella nota (2) postillava: “(2) ….”.

Nel 527, Atalarico (re Ostrogoto) ordinò a Severo, correttore della Lucania invitandolo a prendere iniziative di ordine pubblico per la fiera di S. Cipriano a Marcellianum

Da Wikipidia, alla voce “Cassiodoro” leggiamo che tra le fonti vi è una lettera indirizzata dallo statista ed erudito lucano Cassiodoro al re Atalarico nel 527 per chiedere l’intervento dell’autorità pubblica al fine di ristabilire l’ordine, poichè in occasione della fiera di quell’anno si erano verificati gravi disordini che avevano impedito il regolare svolgimento delle negotiationes con danno degli abitanti della regione e dei negotiatiores colà convenuti dalla Campania, dall’Apulia, dal Bruzio e dalla Calabria, Cassiodoro stesso dà una descrizione del posto e accenna al miracolo delle acque che crescevano miracolosamente durante la veglia pasquale. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica. Dobbiamo a Cassiodoro Senatore una preziosa testimonianza su un particolare aspetto della vita economica del Vallo di Diano – allora parte integrante della provincia ‘Lucaniae et Bruttiorum’ – all’epilogo dell’età gotica (2). Nel 527, Atalarico, che regnava sotto la reggenza della madre Amalasunta, ordinò a Severo, ‘corrector’ di quella provincia (3), di garantire l’ordinato svolgimento della fiera che aveva luogo ogni anno a ‘Marcellianum’ – suburbanum quoddam Consilinatis antiquissimae civitatis’ -, l’odierno San Giovanni in Fonte, nella ricorrenza della festa di San Cipriano (14 o16 settembre)(14). Poiché i contadini (‘rustici’) ed i pastori indigeni con atti di brigantaggio attentavano alla sicurezza e ai beni dei numerosi mercanti lì convenuti, al ‘corrector’ è fatto obbligo di tutelare l’ordine pubblico con adeguate misure di polizia e in collaborazione con i possessori e gli affittuari (‘conductores’) delle grandi ‘massae’ private e regie della zona. Probabilmente sollecitate e redatte da Cassiodoro – che allora ‘magister officiorum’ (523-527) dei sovrani ostrogoti, dei quali sarà, poi, ‘praefectus praetorio’ (523-527) – , tali disposizioni ci sono pervenute in un’epistola che egli stesso inserì – certo dopo averne rifinito la forma letteraria – nella raccolta delle ‘Variae’, pubblicata nel 537/38 mentrela sua vicenda politica ed il regno ostrogoto volgevano all’epilogo (5).. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (2) postillava: “(2) Magni Aurelii Cassidori, Variarum libri XII, ed. A. J. Fridh, Turnholti, 1973 (Corpus Christianorum, Series Latina XCVI), VIII, 33 (da ora in poi per le ‘Variae’ abbr. Var.)”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (3) postillava: “(3) Su Severo: ‘Var., 31, 32 e 33; J.R. Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire, II, A. D. 395-527, Cambridge, 1980, p. 1004 (Severus n. 16)”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (4) postillava: “(4) Il luogo della fiera era stato in tempi pagani sede del culto di Leucothea, divinità conessa con le acque, ed ora la fiera coincideva con il giorno del martirio di San Cipriano (14 o 16 settembre). La festività cristiana continuava molto probabilmente quella pagana e si può supporre che anche la fiera risalisse a tempi molto più antichi”: E. Gabba, Mercati e fiere nell’Italia romana, in Studi classici e orientali, XXIV (1975), pp. 160-1 “. Bulgarella, a p. 14, nella nota (5) postillava: “(5) Su Cassiodoro: A. Momigliano, s.v. Cassiodoro, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXI, pp. 494-504, in part. pp. 495-6; J.R. Martindale, op. cit., pp. 265-8. Sulla data di pubblicazione delle ‘Variae’: A. J. Fridh, Indroductio’ all’ed. cit., p. X”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 390, in proposito scriveva che: “Pietro riteneva, dimostrando poi le spiccate sue capacità d’imprenditore agricolo come abate di Cava, che l’opera ‘in agris’ (44), etc…”. Ebner, a p. 390, nella nota (44) postillava: “(44) La regola non è certo una carta economica, ma un programma di perfezione spirituale (v. La bonifica Benedettina, Roma, s.d. passim.), tuttavia Cassiodoro (Instit., I, 28, ed. Mynors, p. 71) dice: ‘Nec ipsum est a monachis alienum ortos colere, agros exercere et pomorum fecunditate granulari’.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 48, in proposito scriveva che: “Eppure, a salvaguardia delle vie erano sorti posti fortificati, per ordine di Teodorico (41) ricostruite le mura delle antiche città e per volere di ‘stratigoi’ bizantini fortificati alcuni villaggi (42).”. Ebner, a p. 48, nella nota (41) postillava: “(41) Cassiodoro, cit., I, 28.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco. Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti….Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc... Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Costituito il dominio dei Goti con Teodorico nell’anno 489 dopo Cristo, venne dato un nuovo ordinamento alle provincie, e la Lucania formò con i Bruzii la terza provincia del regno che ebbe la fortuna di avere al suo governo, tra i correttori che si succedessero durante quel regno, il celebre Cassiodoro, uno dei più importanti personaggi dell’epoca (2) e che vuolsi nativo di Pesto.”. Mazziotti, a p. 97, nella nota (2) postillava: “(2) Giannone, vol. I, pag. 469.”. Da Wikipedia leggiamo che al padre di Cassiodoro furono indirizzate alcune lettere delle Variae, il che ci offre più dati su di lui; ricoprì il ruolo di comes rerum privatarum e successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di Odoacre, mantenne la propria posizione di funzionario d’amministrazione anche sotto Teodorico, tanto da diventare governatore provinciale. Attorno al 490 lo si ritrova governatore della Sicilia, e dopo essere entrato nelle grazie di Teodorico, governatore della Calabria[“Calabria” in senso moderno o nel significato antico di Salento?] fino al 507, quando si ritirerà a vita privata. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”.  Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, …..Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 5, in proposito scriveva che: “Il territorio, che è ricco di acque per i numerosi torrenti precipiti da un groviglio di monti (11) e colline, manca di grandi fiumi etc…”. Ebner, a p. 5, nella nota (11) postillava: “(11) Sull’interno montuoso etc..; Cassiodoro, Var., XI, 3. 9”. Ebner, a p. 13, in proposito scriveva: “Sotto i sovrani ostrogoti, dopo la distruzione di Alarico e dei Vandali di Genserico, si ebbe una certa ripresa produttiva dovuta, forse, anche al ritorno dei proprietari nelle campagne. …..Cassiodoro riferisce dell’ordine di Atalarico a “possessores et curiales” del vicino Bruzzio (57) di lasciare le campagne per far ritorno nelle città.”. Ebner, a p. 13, nella nota (57) postillava: “(57) Cassiod., Var., VIII, 31: a. 527 circa. L’editto è indirizzato a Severo, ‘vir spectabilis’, forse il ‘Corrector Lucaniae et Bruttiorum’, Cfr. pure Var., 1, 16, dopo il 10 aprile 580; VII, 31 e 33 anno 527; XII, 5. 15 aa. 533 e 537.”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68). Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva che: “…i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea (154).”. Ebner, a p. 41, nella nota (154) postillava: “(154) In Oriente alcuni monaci univano la preghiera al lavoro: Cassiodoro, Collectiones, X, 7.”. Ebner, a p. 44, in proposito scriveva che: “Non i complessi nel significato moderno del termine o il ‘Vivarium’ di Cassiodoro, da considerare come un efficiente istituto universitario, ma il rustico “monasterio villanu de monaci greci” dei documenti (165).”. Sempre l’Ebner, a p. 117, in proposito scriveva: “Naturalmente tutti costoro (149), anche se non avevano nulla a che vedere con il tabellionato romano (150), ripetevano nei loro atti formule che richiamavano quelle romane del basso impero (‘notarii civitatis et ecclesiarum’) (151). Formule (152) che i notai ecclesiastici, etc…”. Ebner, a p. 117, nella nota (152) postillava: “(152) Raccolte di formule (‘ars dictandi’), precetti ed esempi si leggono negli scritti del monaco, francese Marculfo (seconda metà del VII secolo, nelle ‘Variae’ di Cassiodoro, etc…”. Ebner, a p. 391, in proposito scriveva: “La loro nota dominante fu la coltivazione dei campi (43) (“monasterio villano de monachi greci”), etc..”. Ebner, a p. 391, nella nota (43) postillava: “(43) ….e Cassiodoro (Instit., I, 28) che prescriveva ai suoi monaci del ‘Vivarium’: Nec ipsum est a monachi alienum hortis colere, agros exercere et pomarum fecunditate gratulari”. Ebner, a p. 397, nella nota (63) postillava: “(63) L’impianto di un mulino…..Sul mulino ad acqua, Vitruvio, X, 257, e Plinio XVIII, 23, e Cassiodoro, De insitutione’, c 29”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”.

Nel 522 (VI sec. d.C.), i Bulgari scesi in Italia a combattere Atalarico

Sui Bulgari e sulle nostre terre vorrei citare alcune notizie tratte dall’Antonini. Esse si riferiscono all’epoca dell’occupazione Ostrogota. Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 382 parlando del Monte Bulgheria e dell’origine dei Bulgari nelle nostre terre scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto a’ Bulgari sappiamo per testimonianza di Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperador Leone (posta davanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima, o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere, che mai fossero stati da questo, o dai suoi predecessori domati, poichè di lui non sappiamo, ecc…”. L’Antonini mettendo in dubbio che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino, aggiungeva che: “…., degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII. fino al DXXXII. fu contro di essi mandato Cipriano. Ricavasi questo dall’epist. 21 del lib. 8. di Cassiodoro, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; fra meriti che di lui ricorda, dice: “Vidit te adhuc gentilis Danubius bellatorem; non te terruit Bulgarum globus & c.”. Aveali bene il suo predecessore Teodorico vinti, ma forse non domati: E di questa vittoria sa il citato ‘Cassiodoro’ menzione nella sua ‘Cronaca’, oltre di ciò ch”Ennodio’ nel ‘panegirico’ di questo Principe ne dice. Anzi da quanto scrive ‘Suida’ in V. ‘Bulgari’, sappiamo che i medesimi ebbero tributarj gli stessi Imperatori Costantino figlio di Eraclio, e Giustiniano II. di che ‘Biondo’ ancora nel lib. 10 fa parola (2).”. L’Antonini scrivendo che non bisognava credere in assoluto alla notizia secondo cui alcuni Bulgari vennero a seguito dei Longobardi di Alboino, voleva intendere che vi erano altri cronisti dell’epoca che ci hanno tramandato altre notizie secondo cui i Bulgari nella nostra regione si stabilirono molto tempo prima della venuta di Bulgari al seguito dei Longobardi di Alboino. Infatti, l’Antonini a p. 382 prosegue e scriveva che: “….degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII fino al DXXXII. ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini, i Bulgari si stanziarono nella nostra zona (area del Monte Bulgheria) molto tempo prima che arrivassero le orde Longobarde di Alboino, ovvero si stanziarono al tempo dell’Imperatore d’Occidente degli Ostrogoti Atalarico. L’Antonini riferisce di Cassiodoro (….) riferendosi all’epoca in cui in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; fra meriti che di lui ricorda, ….” nella sua “Cronaca” e, precisamente nella Epistola n. 21 del libro n. 8 faceva menzione della vittoria sui Bulgari di Cipriano e scriveva che: “Vidit te adhuc gentilis Danubis bellatorem, non te terruit Bulgarum globus & c.”, ovvero che:  “Il guerriero greco del Danubio ti vedeva ancora, la palla dei Bulgari non ti terrorizzava.”. Su questo periodo e fatti accaduti ha scritto Paolo Lamma (….), nel suo “Oriente e Occidente nell’alto Medioevo”. L’Antonini mettendo in dubbio che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino, aggiungeva che: “…., degli altri leggiamo, che a tempo di Atalarico, che regnò dal DXXII. fino al DXXXII. fu contro di essi mandato Cipriano. Ricavasi questo dall’epist. 21 del lib. 8. di Cassiodoro, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 382 scriveva che al tempo del nipote di Teodorico, Atalarico e della reggenza di sua madre Amalasunta, fu mandato Cipriano contro i Bulgari. Antonini scrive che i Bulgari calarono in Italia a quel tempo ed è molto probabile che a quel tempo, i Goti o Ostrogoti occupassero alcuni presidi delle nostre contrade. L’Antonini, continuando il suo racconto scriveva che contro Atalarico: “fu contro di essi mandato Cipriano ricavasi di essi dall’epist. 21. del lib. 8. di ‘Cassiodoro’, in cui Atalarico dando allo stesso Cipriano l’onor del Patriziato; ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che al tempo di Atalarico, allorquando egli diventò Imperatore d’Occidente, di cui ebbe la reggenza la madre Amalasunta, allorquando i Bulgari scesero in Italia gli furono mandati contro Cipriano (secondo quanto scrive Cassiodoro). Sulla figura di Cipriano, Antonini ricorda la frase di Cassiodoro che scriveva che fra i meriti di Cipriano lui ricordava che: “Vidit te adhuc gentilis Danubis bellatorem, non te terruit Bulgarum globus & c.”. Riguardo i Bulgari, l’Antonini scrive che essi probabilmente non furono del tutto sconfitti in precedenza dall’Imperatore Teodorico. Ma, l’episodio di Cipriano e dei Bulgari che vengono respinti da Cipriano riguarda l’epoca di Atalarico ovvero subito dopo la morte di Teodorico e della sua successione. Della figura di Cipriano hanno scritto G. Romano – A. Solmi, nel loro “Le dominazioni barbariche in Italia (395-888)”, del 1940, dove a p. 211, in proposito scrivevano che: “…erano per lo più dei funzionari che, come Cipriano e Cassiodoro, vivevano nell’intimità della corte e ne godevano i favori; dei funzionari che, come ricavasi da una lettera di Atalarico, facevano imparare e parlare dai figli la lingua ostrogota per dare al re una prova di affemazione e di fedeltà (8)…..(v. p. 213),….Trovasi il re a Verona nell’anno 523, quando Cipriano, che allora copriva l’ufficio di referendario, mosse formale ecc..ecc…”. Dunque, sulla figura di Cipriano (…) citato dall’Antonini, i due studiosi dicono che si trattava di un grande funzionario del regno Ostrogoto di Teodorico e che anche dopo la sua morte affiancò Amalasunta nella reggenza del figlio Atalarico. I due studiosi non dicono nulla dei Bulgari. Essi parlano dei Gepidi e dei Franchi. Su Cipriano ha scritto Gabriele De Rosa (….), nel suo Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “A Teodorico successe il nipote Atalarico sotto la reggenza della madre, figlia del re defunto, Amalasunta. Sembrò dapprima che, specialmente per impulso di Cassiodoro, si tornasse alla politica del primo Teodorico. Ecc…Morto Atalarico nel 534, Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, figlio di Amalafreda, sorella di Teodorico. Ecc…”. L’Antonini scriveva che Atalarico regnò dal 522 fino alla sua morte avvenuta nel 532 (dieci anni di reggenza della madre Amalasunta). Antonini scrive pure che: “Aveali bene il suo predecessore Teodorico vinti, ma forse non domati: E di questa vittoria fa il citato Cassiodoro menzione nella sua ‘Cronaca’, oltre di ciò ch’ ‘Ennodio’ nel ‘panegirico’ di questo Principe ne dice. Ecc..”. Antonini sui Bulgari scrive che Teodorico forse non li aveva del tutto domati. Inoltre, l’Antonini scrive sui Bulgari che ne parla Cassiodoro (….) nella sua “Cronaca” Ennodio (…), nel suo “penegirico di questo principe”, riferendosi a Teodorico. Antonini, a p. 382 scriveva pure che dei Bulgari è scritto sulla “Suida” (….), alla voce “Bulgari” che sappiamo che i medesimj ebbero tributari gli stessi Imperadori Costantino figlio di Eraclio e, Giustiniano II. di che ‘Biondo’ ancora nel libro 10. fa parola (2).”. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Errico Doduellio de Strabonis excerptore, nel tomo 2. è ‘Geografi antichi’, parla delle guerre e dei fatti di questa nazione ‘usque ad nauseam’. Dal Petavio, al lib. 7. par. I cap. I. Rat. semp. si ha, citando Marcellino, che i Bulgari: “Anno Christi CDXCIX. primum ausi in Rom. fines excurrere: Thraciam populati sunt; ed allora a poco a poco occuparono Acridia, e ne fecero loro Metropoli, siccome da ‘Cedreno’, da ‘Niceforo Gregora’,  e da ‘Callisto’ ha ricavato il Weslelingio, lungamente ragionando sopra il Sineedemo di Hierocle.”. L’Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 382 parlando dei Bulgari nelle nostre terre scriveva che: “…..in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza di Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperador Leone (posta davanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima, o dopo Alboino (I); ecc…”. L’Antonini si riferiva a Filippo Pigafetta (….) ed alla sua opera Trattato brieue dello schierare in ordinanza gli eserciti et dell’apparecchiamento della guerra, di Leone, per la gratia di Dio imperatore. Nuouamente dalla greca nella nostra lingua ridotto da M. Filippo Pigafetta. Con le annotationi del medesmo ne’ luoghi, che n’hanno mestieri, Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi senese, 1586. L’Antonini dice che il Pigafetta ci parla dei Bulgari prima di parlare della Tattica di questo Imperatore. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno” nel vol. VIII, a pp. 33-34 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Questa terra vedesi edificata in un’altura distante dal Golfo di ‘Policastro’ miglia 2. Dalla sua situazione prese il nome, e dicono che l’aggiunta di ‘Gloriosa’ preso avesse da un’immagine di nostra ‘Donna’ che in una chiesetta nel suo castello di qualche antichità. Vedesi ancora tutta cinta di mura con le rispettive sue porte, In oggi però tutto è diruto……Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’ “. Riguardo Roccagloriosa ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nel discorso VIII, a pp. 381, in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi fermarono, e fortificarono; vedendosi fin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli, nel luogo appunto dove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più di un miglio lontano, e le vestigia dell’altra fortezza, che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome alla terra.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il castello di Roccagloriosa, oggi parte diruto, fu costruito dai Bulgari. L’Antonini, sempre parlando di Roccagloriosa, a p. 385, in poposito scriveva che: “Sul declinar di quella montagna chiamata di Bulgaria a tramontana trovasi la Rocca gloriosa; paese grande ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro picciolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta nè piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonense, o sia golfo di Policastro, e delle montagne di Basilicata e di Calabria ecc…ecc…Fu il paese così detto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono verso il Castello.”.  

Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino

Da Wikipedia leggiamo che Benedetto da Norcia (Norcia, 480 – Montecassino, 21 marzo 547) è stato un monaco cristiano italiano, fondatore dell’Ordine di San Benedetto. Viene venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono il culto dei santi. San Benedetto da Norcia, fratello di santa Scolastica, nacque nel 480 nella città umbra di Norcia. Il padre Eutropio, figlio di Giustiniano Probo della gens Anicia, era Console e Capitano Generale dei Romani nella regione di Norcia, mentre la madre era Abbondanza Claudia de’ Reguardati di Norcia. Quando ella morì, secondo la tradizione, i due furono affidati alla nutrice Cirilla. Alla gens appartenevano anche san Gregorio Magno e Severino Boezio. Rimase a Subiaco per quasi trent’anni, predicando la “Parola del Signore” e accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una vasta comunità di tredici monasteri, ognuno con dodici monaci e un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale. Negli anni tra il 525 ed il 529, a seguito di un altro tentativo di assassinio con un pane avvelenato, Benedetto decise di abbandonare Subiaco per salvare i propri monaci. Si diresse quindi verso Cassino dove, sopra un’altura, fondò il monastero di Montecassino, edificato sopra i resti di templi pagani e con oratori in onore di san Giovanni Battista (da sempre ritenuto un modello di pratica ascetica) e di san Martino di Tours, che era stato iniziatore in Gallia della vita monastica. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apollo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che:“A questo grande movimento dei basiliani, che si effettuò principalmente sulle coste orientali d’Italia, fece riscontro un altro dei monaci benedettini. San Benedetto, nato a Norcia nell’anno 480, introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3). Dal famoso monastero di Montecassino, da lui fondato nell’anno 529, si irradiò una simile opera di propaganda monastica ed in pari tempo di civile redenzione in tutta la parte occidentale dell’ex Reame di Napoli e specialmente nella Campania e nella Lucania.”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava:“(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”

NEL VI SECOLO, LE GUERRE GOTICHE ED I BIZANTINI NEL BASSO CILENTO

Nel 535 d.C. (VI sec. d.C.), l’Imperatore d’Oriente Giustiniano I, il generale Belisario e la riconquista dell’Italia: le guerre Gotiche di Belisario contro Teodato e poi contro Vitige

Da Wikipedia leggiamo che dopo la morte del figlio Atalarico II, nel 534, Amalasunta, che voleva mantenere il potere, sposò Teodato, duca di Tuscia e uno dei capi del partito nazionale. Costui, però, poco tempo dopo la fece imprigionare con l’inganno in un castello dell’Isola Martana, sul lago di Bolsena, dove poi la fece uccidere da due suoi sicari nel 535. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: Morto Atalarico nel 534, Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, figlio di Amalafreda, sorella di Teodorico. Teodato, uomo di pochi scrupoli e ambizioso, che s’atteggiava filosofo, è il capo della corrente dei goti intransigenti e nazionalisti. Egli rivelò presto i suoi intenti. Fece relegare Amalasunta in un’isola del lago di Bolsena, dove nel giugno del 535 venne strangolata. Fu il pretesto colto dall’imperatore di Bisanzio, Giustiniano, per intervenire in Italia. Il comando delle truppe bizantine fu affidato a Belisario, carico di trionfi contro i vandali in Africa e contro i persiani. Nell’estate del 535 Belisario sbarca in Sicilia, risale rapidamente la Calabria, conquista Napoli, che fu saccheggiata. La caduta di Napoli provocò il cedimento di tutto il fronte gotico nell’Italia meridionale. A questo punto, i goti, sdegnati per l’incapacità di Teodato, si ribellarono e lo uccisero, insediando al suo posto Vitige, prode guerriero, di nascita plebea, che aveva già combattuto contro i Bulgari e Franchi. Non fu facile per Belisario, pur godendo dell’appoggio dei romani, di avere ragione di Vitige, il quale cinse di assedio Roma, assedio che durò un anno, dal marzo del 537 al marzo 538. Intanti i franchi, passati dalla parte dei bizantini, scesero in Italia, devastando e saccheggiando l’Italia settentrionale…..Dal ‘Liber pontificalis’ allo storico Procopio è tutta una voce sulle condizioni tristissime dell’Italia durante la guerra greco-gotica, funestata tra l’altro da un susseguirsi di pestilenze e di carestie.”. Giustiniano fu l’ultimo imperatore di costumi e lingua latini di Bisanzio e il più grande autocrate che sedette sul trono bizantino. Nipote dell’imperatore Giustino I era, come lui, di umili origini e nato in un piccolo centro latinofono della Macedonia settentrionale. La sua provenienza e formazione romano-latine e non greche, furono gravide di conseguenze. L’aspirazione universalistica che sempre contraddistinse la sua opera aveva una matrice romana e cristiana a un tempo: il concetto di imperium romano si identificava infatti per Giustiniano sia con l’ecumene cristiana sia con la restaurazione della grandezza romana vista come una missione sacra. Sotto il suo regno «Per l’ultima volta il vecchio impero romano spiegò tutte le sue forze e visse il suo ultimo periodo di grandezza, sia dal punto di vista politico, sia da quello culturale». L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciare gli Ostrogoti inviò in Italia il generale Belisario. Durante il regno di Giustiniano I, salito al trono nel 527, si assistette all’ultimo concreto tentativo di riconquistare le regioni occidentali, per ristabilire l’unità dell’Impero romano (renovatio imperii). L’esilio e l’assassino di Amalasunta fu il casus belli che permise a Giustiniano di invadere l’Italia. Il generale incaricato di dirigere le operazioni fu Belisario, che da poco aveva combattuto con successo contro i Vandali. Tale tentativo fu coronato da un parziale, anche se in taluni casi effimero, successo. Sotto Giustiniano l’Impero bizantino raggiunse, attorno alla metà del VI secolo, la massima espansione territoriale della sua storia (395-1453). Per assolvere il nuovo incarico, Belisario chiese proprio a costoro di appoggiarlo nell’imminente guerra contro gli Ostrogoti. Sotto il comando dei generali Belisario prima e Narsete poi, i Bizantini riuscirono a riconquistare le province dell’Africa Settentrionale (533-534), parte della Spagna meridionale e, al termine della sanguinosissima guerra gotica (535-555) combattuta contro gli Ostrogoti, l’intera Italia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino: Akropolis”, a pp. 56 e ssg.,  in proposito scriveva che: “ Nel 535 l’imperatore Giustiniano inviò in Italia il generale Belisario, con il compito di liberare la Penisola dal dominio Gotico e ricongiungerla all’Impero d’Oriente; la pace che fino ad allora si era goduta sotto i Goti fu frantumata da una guerra terrificante, che imperversò per 18 anni sul suolo italico, sconvolgendolo e debilitandolo atrocemente. Lo stratego bizantino sbarcò a Catania nella primavera di quell’anno con un esercito di soli 7.500 uomini, quasi tutti a cavallo, e nel solo spazio di un quinquiennio occupò tutta l’Italia fino a Ravenna. Tra i territori conquistati nei primi due mesi di guerra vi fu quello di Paestum, nel 536, poco prima della presa di Salerno e di Napoli, che, dopo un’imprevista, accanita ed inutile resistenza, fu saccheggiata (novembre del 536). L’avanzata nel Meridione, favorita dalla mancanza di grossi insediamenti goti, non presentò per i Bizantini problemi strategici di rilievo, anzi nel Bruzio e nella Lucania Belisario fu visto come un liberatore acclamato dalle popolazioni, data la scarsità numerica degli uomini al seguito dello stratego, che, evidentemente, per la campagna d’Italia aveva fatto affidamento non sulla quantità ma sulla qualità e mobilità delle truppe. La guerra in definitiva provocata, e mal condotta, dal re goto Teodato (535-536), fu proseguita tra il 536 ed il 540 dal suo successore Vitige, ma con poca fortuna, sicchè Belisario, conquistata e messa sotto il controllo del suo esercito l’Italia centro-settentrionale, potè tornarsene a Costantinopoli nel 540.”Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 56 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 535 l’Imperatore Giustiniano inviò in Italia il generale Belisario, con il compito di liberare la Penisola dal dominio gotico e ricongiungerla all’Impero d’Oriente; la pace che fino ad allora si era goduta sotto i Goti fu frantumata da una guerra terrificante, che imperversò per 18 anni sul suolo italico, sconvolgendolo e debilitandolo atrocemente. Lo stratego bizantino sbarcò a Catania nella primavera di quell’anno con un esercito  di soli 7.500 uomini, quasi tutti a cavallo, e nel solo spazio di un quindicenio occupò tutta l’Italia fino a Ravenna. Ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nel 535 l’Imperatore Giustiniano inviò in Italia un suo generale, Belisario, con un piccolo esercito di cavalieri per riconquistare l’intera penisola. Costui, dopo essere sbarcato a Reggio di Calabria, facilmente ebbe ragione dei presidi gotici e, dopo cinque anni, riconquistata tutta l’Italia, se ne tornò in Oriente.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: L’uccisione di Amalasunta offrì a Bisanzio il pretesto d’intervento armato in Occidente, contro Teodato. Ebbero, così, inizio le guerre Gotiche, che, per un ventennio, fecero del territorio Italiano un campo di sterminio, di miserie, di malattie epidemiche, di spopolamento (54).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: Belisario sbarcò in Sicilia nel 535 (55)…”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (55) postillava che: “(55) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, e riferendosi allo sbarco di Belisario in Sicilia, in proposito scriveva che: L’esercito procedette per terra per il Bruzio e la Lucania e seguivalo lungo il continente la flotta” (56). Ecc..”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Da Procopio, I, nel testo I Barbari di E. Bartolini, Longanesi, Milano; B. Lavagnini, ‘Belisario in Italia, storia di un anno (535-536), Palermo 1948.”. Sempre il Campagna scriveva che: “Una tappa di Belisario sulle alture meridionali della piana del Lao potrebbe essere attestata da contrada “Bulisario” (57), ad occidente di “Aloiro” di Majerà. Nei pressi vi è “Celle”, che conserva sul costone arenario a levante della contrada resti d’insediamenti arcaici, probabilmente monastici. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: “Evidentemente, prima di attaccare Cirella, Laos, Blanda e Buxentum, Belisario dovette sostare sul pianoro e studiare dall’alto i piani per le azioni militari, bloccare l’istimica Romano-Esaro-Jonio, mentre la flotta poteva intervenire sull’Isola di Cirella. Ecc…”. Dunque, il Campagna scriveva che Belisario attaccò e distrusse le cittadelle di Cirella, Laos, Blanda e Buxentum (la futura Policastro Bussentino). Sulla presenza delle truppe del generale bizantino Belisario, nel 535, sui nostri territori ha scritto Pietro Ebner (….) e Matteo Mazziotti. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano. Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Tuttavia, lo stesso Mazziotti, parlando delle origini di Agropoli scrive che la notizia di una fortezza bizantina sorta ad Agropoli ad opera degli eserciti di Belisario e poi di Narsete non è suffragata da testimonianze e documentazione certa. Della Campania abbiamo certezza del passaggio di Belisario solo riguardo le vicende della presa di Cuma, di Napoli e delle aree limitrofe. Delle nostre contrade vi sono solo congetture in quanto sicuramente i Bizantini dell’Imperatore Giustiniano I e poi di Giustino I, occuperanno solidamente alcuni avamposti del litorale nostro. Della presenza dei bizantini sul nostro territorio ha scritto Carlo Carucci (….), che nel 1923, nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ecc…”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 376 parlando della Molpa citava il casale di Pisciotta e nella sua nota (I) postillando dei casali scriveva che: “(I) Nella l. 6 C., de fund. rei priv. gl’Imperatori Arcadio e Onorio, scrivendo a Vincenzo Prefetto delle Gallie, dicono: “Eum qui Collegio, vel Curae, vel burgis, caeterisq; corporibus pre triginta annos servierit & t.”. Si fa di essi menzione nella l. 2. C. de Praes. Praet. Afr., dove Giustiniano a Belisario, dice: “Ubi ante invasionem Maurorum, & Vandalorum Resp. Romana fines habuerat, & ubi Custodes antiqui servabant, sicut et Clausuris, & burgis ostenditur”. Ma più chiaramente Zosimo nel lib. 2 delle ‘Storie’, ragionando egli dei soldati limitanei, che furono da Costantino tolti via, così dice in latino: “Nam cum Imperium Rom. extremis in limitibus ubique Diocletiani providentia quemadmodum a nobis dictum est oppidis, & castellis, atque burgis munitum esset & a.”.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: L’uccisione di Amalasunta offrì a Bisanzio il pretesto d’intervento armato in Occidente, contro Teodato. Ebbero, così, inizio le guerre Gotiche, che, per un ventennio, fecero del territorio Italiano un campo di sterminio, di miserie, di malattie epidemiche, di spopolamento (54).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: Belisario sbarcò in Sicilia nel 535 (55)…”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (55) postillava che: “(55) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Di Atalarico ha parlato Pietro Ebner (….) parlando di Velia in età post-romana.

Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria  poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono. 

Nel 536 (VI sec. d.C.), Belisario conquista Paestum e poi Napoli e Salerno

Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 56 e ssg, in proposito scriveva che: Tra i territori conquistati nei primi due anni di guerra vi fu quello di Paestum, nel 536, poco prima della presa di Salerno e di Napoli, che, dopo un’imprevista, accanita ed inutile resistenza, fu saccheggiata (novembre del 536). L’avanzata nel Meridione, favorita dalla mancanza di grossi insediamenti goti, non presentò per i Bizantini problemi strategici di rilievo, anzi nel Bruzio e nella Lucania Belisario fu visto come un liberatore ed acclamato dalle popolazioni; non vi fu la necessità di lasciarvi presìdi, né ve ne sarebbe stata la possibilità, data la scarsità numerica degli uomini al seguito dello stratego, che, evidentemente, per la campagna d’Italia aveva fatto affidamento non sulla quantità ma sulla qualità e mobilità delle truppe. La guerra in definitiva provocata, e mal condotta, dal re goto Teodato (535-536), fu proseguita tra il 536 ed il 540 dal suo successore Vitige, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, e riferendosi allo sbarco di Belisario in Sicilia, in proposito scriveva che: “Lesercito procedette per terra per il Bruzio e la Lucania e seguivalo lungo il continente la flotta” (56). Ecc..”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Da Procopio, I, nel testo I Barbari di E. Bartolini, Longanesi, Milano; B. Lavagnini, ‘Belisario in Italia, storia di un anno (535-536), Palermo 1948.”. Sempre il Campagna scriveva che: “Una tappa di Belisario sulle alture meridionali della piana del Lao potrebbe essere attestata da contrada “Bulisario” (57), ad occidente di “Aloiro” di Majerà. Nei pressi vi è “Celle”, che conserva sul costone arenario a levante della contrada resti d’insediamenti arcaici, probabilmente monastici. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori, in proposito scriveva che: “Evidentemente, prima di attaccare Cirella, Laos, Blanda e Buxentum, Belisario dovette sostare sul pianoro e studiare dall’alto i piani per le azioni militari, bloccare l’istimica Romano-Esaro-Jonio, mentre la flotta poteva intervenire sull’Isola di Cirella. Ecc…”. Dunque, il Campagna scriveva che Belisario attaccò e distrusse le cittadelle di Cirella, Laos, Blanda e Buxentum (la futura Policastro Bussentino).

Nel 540 (VI sec. d.C.), Cassiodoro e la fondazione del monastero “Vivarium” a Squillace in Calabria

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, dove fondò nei pressi di Squillace il monastero di ‘Vivarium’, che egli organizzò come comunità economicamente autosufficiente, dedita non tanto alla contemplazione, quanto alla conservazione e trascrizione dei libri antichi, nello scrupolo di sottrarre alla violenza barbarica le testimonianze della cultura antica. Alla base di questa attività monastica sono le ‘Institutiones divinarum lectionum’ e le ‘Institutiones humanorum lectiorum’, dove la concezione cassiodoriana del monastero come “saecularis eruditio” e non solo come “salus animae” emerge chiaramente. Tale concezione della vita monastica rientra anch’essa in una forma di esercitazione della pietà in senso lato, pietà che avrebbe dato in seguito frutti prodigiosi. Si pensi ai tanti maestri che chiusi nelle loro celle trascrivevano, correggevano e diffondevano la scienza antica in quegli anni di sconvolgimento, che andarono dalla guerra greco-gotica alla dominazione longobarda. Questo lavoro silenzioso ebbe un’iportanza fondamentale nella formazione della cultura medievale dell’Occidente. La differenza pertanto del monachesimo cassiodoriano da quello di S. Benedetto fu notevole: la spiritualità benedettina ecc…Vivarium è un centro, una scuola di erudizione, prima che un monastero in senso proprio. Vivarium, dunque, divenne uno dei più grandi e benemeriti centri di erudizione che la storia conosca. Anche quando nel secolo IX fu distrutto, i segni della sua presenza nella cultura cristiana e umanistica dell’Occidente continuarono a vivere nei suoi codici disseminati nelle biblioteche di mezza Europa.”. Da Wikipedia leggiamo che al termine della guerra gotica si stabilì in via definitiva presso la nativa Squillace, dove fondò il monastero di Vivarium con la sua biblioteca. Il periodo di fondazione di Vivarium non è certo, benché si tenda a considerare il 544 come una probabile datazione, coincidente con il ritorno di Cassiodoro da Costantinopoli. Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da Cassiodoro solo al ritorno in patria dopo la guerra gotica. A ogni modo non aiuta nelle varie ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e nessuna delle opere dell’ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest’idea fosse stata concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di Cassiodoro un avvicinamento potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all’Expositio Psalmorum), il monastero di Vivarium nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora: l’obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali, studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche; i codici e manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l’organizzazione monastica dal punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l’assenza di riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse Cassiodoro non ne conobbe neppure l’esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci. Alcuni storici avanzano l’ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso Cassiodoro; questo presunto rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le norme monastiche adottate da Vivarium. 

Nel 542 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila andò a trovare S. Benedetto da Norcia a Montecassino

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è  l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 44, in proposito scriveva che: “San Benedetto, …..introdusse i cenobiti al principio del VI secolo sotto il regno di Totila (3).”. Mazziotti, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Giannone. Vol. 1° pag. 408.”.

Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila

Da Wikipedia leggiamo che la tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Da Wikipedia leggiamo che Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Dalla Treccani on-line leggiamo che “Baduila”, re degli Ostrogoti. Baduila apparteneva a una delle Sippen più illustri del suo popolo. Era nipote di Ildibado, che gli Ostrogoti avevano acclamato re dopo la resa di Vitige a Belisario in Ravenna nel maggio 540. E Ildibado era a sua volta nipote di quel Teudi, che Teoderico aveva mandato a governare il regno dei Visigoti, dopo la morte di Alarico II nella battaglia di Vouillé del 507, durante la minore età di Amalarico. Alarico II ed Amalarico erano, rispettivamente, genero e nipote di Teoderico. E dei Visigoti Teudi era divenuto re dopo l’assassinio di Amalarico nel 531. Da Wikipedia leggiamo che Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Sebbene Totila sia quello più usato dagli storici, è in realtà Baduila (o anche Badunila, Baduela) il nome più corretto essendo attestato nella monetazione dell’epoca. La questione dei due nomi non ha ancora trovato una spiegazione esauriente (qualcuno ha ipotizzato una ragione “fonetica”). Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Le disgrazie per i romani non erano ancora finite, nemmeno dopo la fine di Vitige. Belisario, per i soliti intrighi della corte bizantina, era stato richiamato in patria e mandato a combattere di nuovo contro i persiani di Cosroe. I goti approfittarono della sua lontananza per riorganizzarsi sotto la guida di Baduila detto Totila (l’Immortale), abile generale oltre che politico. La riscossa intrapresa da lui conquistò gli animi anche dei contadini italici, che egli liberò dalla servitù ai propri padroni. La nobiltà terriera romana, che era stata alleata infida di Teodorico, fu invece la sua nemica.  Etc…”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: Dopo la sua partenza però le guarnigioni ed i presìdi bizantini, affidati ad inetti comandanti, mentre con atteggiamento autonomo si diedero ad infierire sulle popolazioni “liberate”, maltrattandole come schiave, si mostrarono incapaci ad opporre un fronte organico all’urto dei Goti, che iniziarono nel 541 la riconquista della Penisola guidati da Baduila, detto ‘Totila’, l’immortale. Chiusi nelle varie piazzeforti, i Bizantini assistettero impotenti all’avanzata del re goto, che da Treviso e da Verona si portò fino in Campania, da dove, occupata Napoli, si diresse in Lucania e nel Bruzio.”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 118, nella nota (I) postillava: “(I) Nostro intendimento non è riferire, quanti mali avessero all’Italia i primi Goti recato, trovandosene piene le storie, solamente scrivere ci giova quelli, op arte di essi, che alla nostra Lucania fecero. I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX. secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, Labriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto i Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero), governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi disperse nelle ‘Varie’ di Cassiodoro; e qualcuna ancora sostenuta dai Longobardi (che appresso li vennero) trovasi tra le loro registrata, specialmente quelli, etc….La quiete che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta de’ Longobardi chiamati da Narsete, disgustato dall’Imperador Giustiniano II, circa gli anni di Cristo DLXVIII. Questi, fierissima gente che dalla Germania erano nella Pannonia da quarant’anni venuti, volarono per così dire all’invito di Narsete.”. Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc..”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) Erano queste scorrerie cominciate fin da tempo di S. Gregorio, ed erano tali, che molte Vergini fuggite di Lucania erano ite fino in Sicilia a ricoverarsi in quei Monisteri, siccome si vede nell’Epistole 6. lib. 3. Ind. 12. del medesimo Pontefice.”. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 26. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 346, in proposito scriveva che: “Il re Totila batte i capitani lasciati da Belisario e ripiglia il dominio dell’intera Italia dalle alpi ai Bruzii, rimanendo solo Taranto ai Greci, 541-46…..(Collenuccio p. 31) Belisario ritorna in Italia, sottomette le Romagne e riprende Roma; il suo luogotenente Giovanni è battuto da Totila nel Salentino. Etc…”.

Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila, la conquista della Molpa e la sua distruzione da parte del generale bizantino Belisario

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Conone a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, Labriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Magliano (‘Maliano’, a. 932; da un prediale lat.: ‘Manli – anus, composto col personale: ‘Manlius’), da identificarsi con l’attuale Magliano, non con Magliano Vetere; di questo grosso borgo, che ancora oggi conserva i resti delle sue fortificazioni, non si hanno notizie sicure prima del 1008, quando era già sededi Contea (v. p. 98).”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (Strabone, I, 22 = 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a.C., quando appare essere uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonini, cit., pp. 372-373), etc…”. Dunque, il Cantalupo, citando l’Antonini scriveva che nel 541 d.C., i Goti, al comando di Totila “Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a Sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino: Akropolis”, a pp. 57 e ssg.,  in proposito scriveva che: “Giustiniano fu costretto a mandare nuovamente in Italia Belisario; questi sbarcò a Ravenna nel 544 e, l’anno successivo, inviò verso il centro della Penisola il grosso delle truppe ad incontrare quelle nuove che gli erano state spedite da Costantinopoli, per costituire un grosso fronte contro Totila, che minacciava Roma; egli stesso navigava continuamente dall’una all’altra fortezza marittima, seguendo e coordinando le operazioni. Intanto le nuove milizie bizantine, sbarcate a Reggio, risalivano il Meridione per via terra, attraverso il Bruzio e la Lucania, mentre la flotta  che le seguiva per le vettovaglie si teneva il più possibile sotto costa. Allora le zone tirreniche della Lucania furono liberate dai Goti e, sembra, riconquistata Molpe; poi Belisario provvide a far fortificare il promontorio posto nell’arco meridionale del golfo di Salerno. Evidentemente fu la contingente necessità di un ancoragio per la flotta, che in quel frangente appoggiava le truppe terrestri operanti in Lucania, a mostrare allo stratego la vitale necessità di avere un approdo sicuro e protetto sul versante tirrenico di questa regione, prima di dirigere le operazioni verso Salerno e Napoli, ancora nelle mani dei Goti. Etc…” e poi prosegue su Agropoli. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta dei cronisti Jornande e il “De Bello Gotico” di Procopio di Cesarea scriveva che la città scomparsa di “Molpa” è La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario”, aggiungendo che: “ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto”. Secondo l’Antonini scriveva che la distruzione della città della Molpa ad opera di Belisario è accaduta quando “par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Jornande e di Procopio scriveva che il generale bizantino Belisario distrusse la città di Molpa quando venne in Italia nel secondo suo viaggio. Poi, l’Antonini proseguendo il suo racconto cita il racconto tratto dal chronicon “Cronaca del Monaco di San Mercurio”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini, che ha letto e copiato da questa cronaca che egli fa risalire all’XI secolo “(il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”, riporta il brano tratto dalla cronaca del Monaco di S. Mercurio “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” che tradotto dice che: “Belisario, il capo dei Romani, avendo sentito in Sicilia, dove fu poi trovato, delle crudeltà che Totila e Badiula stavano commettendo per tutta l’Italia, venne con un grande esercito a piedi, e con molte navi che portavano vettovaglie. A quel tempo Melpa era già stata presa dai Goti, ed era tenuta sotto stretta sorveglianza, come si era detto. Belisario, consapevole di tali cose, venne dalla terra e dalla riva del mare per assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e catturati altri. Paese.”. L’Antonini racconta di aver letto nel Chronicon di S. Mercurio che: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”L’Antonini, sulla scorta di ciò che aveva letto nel cronicon medioevale del monaco di S. Mercurio, di cui ho parlato in un altro mio saggio, scriveva che, la città fortificata della Molpa, conquistata ed occupata dagli Ostrogoti di Totila, chiamato dal monaco “Badiula” fu poi in seguito conquistata dal generale Belisario. Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a pp. 176-177 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorchè la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541. Di questa destruzione, col nome di Molpa parla la ‘Cronica di San Mercurio’, presso il Baron Antonini, part. 2 Disc. VII: ‘Belisarius, crive il Cronista, Dux Romeorum auditis in Sicilia, etc…’. Avendo anche scritto, che ‘prope istum Portum a parte orientis (Palinuri) est civitas Molpae, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni, de genere greco, ob comoditatem maris; quia illi erant omnes Nautae, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt greci.”. La frase tratta dall’Antonini ha il seguente significato:  “vicino a questo porto dalla parte orientale (Palinuri) è la città di Molpae, che eressero in luogo altissimo e sopra uno scoglio sopra il mare ne’ tempi antichi de’ Pelasgi, e di stirpe tirrenica, per comodità de’ mare; perché erano tutti marinai, e vivevano della preda del mare, e fino ad oggi tutti gli abitanti di Molpe sono greci”. Il Di Stefano, a p. 177, continuando il suo racconto scriveva pure che: “O in questa destruzione, o allorchè fu la Città da’ Goti occupata, dovè il Vescovo abbandonarla, o per ragione della destruzione, o perchè i Goti erano eretici seguaci di Ario; e perchè tra i migliori luoghi della sua Diocesi, era la Città di Policastro; perciò ivi dovè egli ritirarsi; quindi dopo la di lui morte, scrisse San Gregorio la citata Lettera al Vescovo di Agropoli, incarnandogli, secondo l’uso di quei tempi, di visitare le vicine Chiese, vacanti del proprio Pastore, di Velia, di Bussento, e di Blanda, oggi Maratea. Circa questi tempi, credo, quei pochi Cittadini, edificarono Pisciotta, e dal nome della destrutta lor patria la chiamarono ‘Pyxuntum’ , nome, che in Latino, ancora ritiene.”. E’ evidente che in questo passaggio il Di Stefano, governatore di Centola sposava le tesi del Volpe. E’ interessante notare che il D Stefano (….), scriveva che:  “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorchè la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541.“. Il Di Stefano si rferiva alla città scomparsa della Molpa vicino Palinuro. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”. Infatti, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c. 4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva campbiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Il sacerdote Giovanni Cammarano a p. 15, parlando dell’antichissima abbazia di S. Maria di Centola, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il sacerdote Giovanni Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44 e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate……… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Ecc…”. Dunque, il Cammarano, sulla scorta dell’Antonini e del Mannelli scriveva che secondo Venceslao 1°, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la cronaca di S. Mercurio citava diverse volte il passo di Procopio di Cesarea (….) e del suo “Del bello gothico”, in cui Procopio racconta che la città scomparsa della “Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Dunque, secondo questi autori che citano Procopio, la città della Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. Ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Sempre il La Greca scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Anche Lucania, sul Monte Cilento, fu occupata: correva l’anno 552. Belisario si affacciava così sul Golfo di Salerno. Sul promontorio che le chiude da sud, fu edificato un castron, cioè una fortificazione, cui fu dato il nome di ‘Acròpolis’, cioè “posta in alto”, con riferimento al fatiscente abitato di Ercula che ormai serviva solo come approdo alla flotta bizantina che appoggiava via mare l’avanzata dell’esercito. A ridosso della piana di Paestum, mentre i profughi della fascia costiera tra Paestum e Velia si rifugiarono sul Monte Cilento (oggi Monte Stella) nella città-fortezza di Lucania apportandone in tal modo un notevole incremento e probabilmente la comunità cristiana di Ercula portò con sé il culto di san Marco che rimmarrà vivo sulla montagna per secoli e sarà affiancato da quello della ‘Vergine Odighitria’ quando nel 552, nel corso della guerra gotico-bizantina, Lucania fu presa dall’esercito di Belisario al seguito del quale, a mò di cappellani militari, vi erano monaci greci, che furono gli antesignani del monachesimo greco nel Cilento.”Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,…..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 58, in proposito scriveva che: “L’armata fu posta al comando di Belisario, un gennerale valoroso, intelligente e geniale, al quale bastò solo uno scontro formidabile per abbattere definitivamente l’impero vandalico…….ecc….Ma nel 542 Totila, nuovo re dei Goti, riprese le ostilità e, sconfitto nel 547, riuscì presto a riorganizzare le sue forze e a riconquistare l’intero territorio, compresa Roma. Anche Salerno passò nelle mani dei Goti e vi restò per circa un decennio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che predette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20).”. Ebner, a p. 13, nella nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, parlando della “Molpa” (città scomparsa e promontorio), a p. 172, in proposito scriveva che: “E’ dubbio che la popolazione abbia subito danni nel corso della guerra gotica, certamente le locali famiglie ne subirono dalle incursioni saraceniche (12).”. Ebner, a p. 172, nella nota (12) postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.) trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio: “Belisario dux Romeorum suditis etc….”. La ‘Cronaca’ (assegnata al IX secolo) è troppo ricca di erudizione sul periodo imperiale di Roma (nascita vivi dell’Imperatore Livio Severo, 461-465, che vi si ritirò dopo l’abdicazione di Massimiliano Eraclio, collega di Diocleziano. Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa. Il Corcia (cit., III, 68) richiama Eutropio che parla della Lucania, non di Molpa. Etc…”. L’Ebner quando non sapeva cosa scrivere così liquidava le notizie storiche. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 21, in proposito scriveva che:  “2. La conquista bizantina e la guerra tardo gotica. Il Vallo di Diano diviene così parte integrante del dominio bizantino che, dopo l’espugnazione di Napoli e l’entrata di Belisario a Roma (dicembre 536), si estende a tutte le regioni meridionali del versante adriatico in seguito alla spontanea sottomissione dei suoi abitanti (34). Al pari delle regioni confinanti, fu coinvolto direttamente nella spirale della guerra greco-gotica dopo la conquista bizantina di Ravenna ed il rientro di Belisario a Costantinopoli (540)(35). Infatti, Totila, artefice della ricostruzione del regno ostrogoto, intraprese subito, con piccole unità mobili, la riconquista delle indifese regioni meridionali: Campania, Sannio, Puglia e Salento, Lucania e Calabria (36).”. Il Bulgarella, a p. 21, nella nota (34) postillava che: “(34) B.G., I, 15”. Sempre il Bulgarella, a p. 21, nella nota (35) postillava che: “(35) B.G., II, 29-30”. Il Bulgarella, a p. 20, nella nota (26) postillava: “(26) Procopii Caesarensis,, opera omnia, II, Bellum Gothicum, ed. J. Haury e G. Wirth, Lipsiae 1962, I, 8. Da ora in poi abbr. B.G.”. Angelo Gentile, nel suo “Morigerati”, a pp. 35-36, in proposito così scriveva: “Le truppe dell’Imperatore d’Oriente, al comando di Belisario entrarono in guerra contro gli Ostogoti sconfiggendoli, la flotta aiutò non poco e sbarcò anche a Policastro per raggiungere le zone interne, seguendo le vie antiche già descritte. Via Belisario, gli Ostrogoti ripresero il sopravvento nel 541, ma i Bizantini si fortificarono: ad esempio Policastro fu rafforzata per proteggere la vallata del Bussento e il porto, punto strategico importantissimo. Etc…(4).”. Il Gentile, a p. 47, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Carucci C., La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, pag. 117.. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, ecc…”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; vedi anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. Dunque, questo passaggio dell’Agatangelo riguarda prima dell’anno 553. L’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito.

Nel……, i Goti di Totila conquistano la città di Marcelliana

Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a p. 167 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Costantino Gatta nella sua ‘Lucania’ cap. 3 parlando della destruzione della Città di Marcelliana anche Vescovile, così scrive: “Detta Città creder si può essere stata destrutta nella commune desolazione d’Italia da Totila re dè Goti, sotto la cui barbara condotta devastante furono quasi che tutte le nobili Contrade d’Italia, come riferisce Procopio, quale desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne publici, e privati edificii, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”….Io però credo, che detta Città di Marcelliana, piuttosto da’ Saraceni fu destrutta, che da Totila perchè esisteva regnando Pelagio I Som. Pontef., che reggè la Cattedra di S. Pietro, secondo il Platina, dall’anno 556 sino a marzo 567, *** e Totila regnò in Italia prima come dalle sue ‘Decretali scritte’, la prima ‘Can. Literas Charitatis’, Dist. 63 diretta a Giulio Vescovo di Grumento, e la seconda nel Can. Dilectionis tuae’, Dist. 66 drizzata al Vescovo di Potenza Pietro dall’Ughellio, e dallo stesso Gatta citate, ove si fa menzione di Latino Teodoro, Diacono di Grumento etc…”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Il Gatta, a p. 57 aggiungeva che: “Detta Città creder si può esser stata distrutta nella comune desolazione d’Italia da Totila Rè de Goti, sotto la cui barbara condotta devastate furono quasi, che tutte le nobili contrade d’Italia, come riferisce Procopio, qual desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne pubblici, e privati edificij, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”.  Sulla notizia di Gatta che Marcelliana fu distrutta dai Goti, posso solo aggiungere che Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 23, in proposito scriveva che: “Di Bussento nulla si sa dell’ubicazione del primitivo episcopio come della più antica chiesa cattedrale che conserva tuttora la dedica a Maria, l’hodigistria, la sovrana protettrice dei monaci itineranti greci dopo la diaspora del 726. Come nulla si può dire dell’episcopio e della chiesa di Marcellianum, centro di fondo valle della Consilinum ricordata da Cassiodoro (102).”. Ebner, a p. 23, nella nota (102) postillava che: “(102) IX, ep. 33”. Sempre Ebner, a p. 25 scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”. Riguardo Cassiodoro, Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni etc…”, vol. II, a p. 473, nella nota (59) postillava: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: Est etc…”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”.  Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella gallia afflitta dalla carestia (6). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 23, in proposito scriveva che: “Di Bussento nulla si sa dell’ubicazione del primitivo episcopio come della più antica chiesa cattedrale che conserva tuttora la dedica a Maria, l’hodigistria, la sovrana protettrice dei monaci itineranti greci dopo la diaspora del 726. Come nulla si può dire dell’episcopio e della chiesa di Marcellianum, centro di fondo valle della Consilinum ricordata da Cassiodoro (102).”. Ebner, a p. 23, nella nota (102) postillava che: “(102) IX, ep. 33”. Sempre Ebner, a p. 25 scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 23, in proposito scriveva che: “Di Bussento nulla si sa dell’ubicazione del primitivo episcopio come della più antica chiesa cattedrale che conserva tuttora la dedica a Maria, l’hodigistria, la sovrana protettrice dei monaci itineranti greci dopo la diaspora del 726. Come nulla si può dire dell’episcopio e della chiesa di Marcellianum, centro di fondo valle della Consilinum ricordata da Cassiodoro (102).”. Ebner, a p. 23, nella nota (102) postillava che: “(102) IX, ep. 33”. Sempre Ebner, a p. 25 scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”

I BIZANTINI DI BELISARIO

Nel 547, Belisario e la distruzione della Molpa

In Wikipedia leggiamo che Belisario tornò nel 544 in Italia, dove trovò una situazione radicalmente cambiata. Nel 541 gli Ostrogoti avevano eletto Totila loro nuova guida, ed avevano organizzato una vigorosa campagna contro i Bizantini, riconquistando tutto il settentrione d’Italia, nonché buona parte del meridione. Nel giugno 548, dopo un lungo viaggio, arrivarono i rinforzi guidati da Valeriano; Belisario, quindi, facendo affidamento sull’amicizia tra Antonina e Teodora, inviò la moglie a Costantinopoli per ottenere dall’Imperatrice ulteriori aiuti; al suo arrivo, tuttavia, Antonina scoprì che Teodora era morta (28 giugno 548) (155). Con i rinforzi tentò di liberare Rossano dall’assedio dei Goti, ma il suo sbarco venne impedito dal nemico (155). Belisario decise quindi di tornare a Roma, affidando l’esercito a Giovanni e a Valeriano. Qui venne richiamato a Costantinopoli dall’Imperatore, persuaso in questo da Antonina (155). Secondo la Storia Segreta, fu Belisario a chiedere di ritornare a Costantinopoli. In Wikipedia alla nota (155) si postilla: “Procopio, De Bello Gothico, III, 30.”.

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino (che altrove abbiamo visto chiamarsi Totila) ce teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa. Il Guzzo, a pp. 69-70 continuando il suo racconto sulla Molpa, per giustificare la notizia della prima distruzione di Molpa cita: “Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa.”. Ma, il Guzzo, proseguendo il suo racconto sulla Molpa, cita la frase tratta dal Cronicon del Monaco di S. Mercurio (e non di Procopio come egli scrive) pubblicata dall’Antonini. Il Guzzo, riferendosi a Procopio scriveva: “Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, il Guzzo postilla che il passo è tratto dal “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea, Libro I, cap. VIII, ma come si è detto il passo è lo stesso che cita l’Antonini a p. 370, ovvero il passo tratto dalla cronaca di S. Mercurio.   Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”.  Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”.

Nel 547, la prima distruzione del presidio goto di Molpa, la distruzione del generale Belisario e la nascita di “Centula”

Da Wikipedia leggiamo che la tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 348-349 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta Città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ma la poca cura e industria de’ Cittadini appena ne fa uso per i generosi vini, e per gli fichi, etc…”.

(Fig…..) Antonini, op. cit., pp. 347-348

Dunque, l’Antonini scriveva che Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario.”. Dunque, l’Antonini riporta la notizia che le origini di Centola derivano da un Centurione dell’esercito bizantino dell’esercito del generale Belisario incaricato dall’Imperatore Costantino di conquistare il regno Goto in Italia. Antonini, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio scriveva pure che questo centurione bizantino ai tempi di Belisario e ai tempi della prima della città della Molpa andò a fondare il casale di Centola con altri cento soldati che ivi si stabilirino. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 192, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “La Molpa fu distrutta nella seconda venuta in Italia di Belisario 544, donde ripartì il 558. Ora in questi quattro anni è giocoforza collocare la distruzione della Molpa. Tutto sta a precisare l’anno. Per riconquistare la Sicilia e la Magna Grecia è logico assegnare un tempo fino al 547, non sapendo quale mese indicare dell’anno di partenza e dell’anno di arrivo. Quindi l’operazione avrebbe comportato un anno e alcuni mesi. Il 548 Belisario è impegnato nella liberazione di Roma, occupata da Totila. E siccome la Molpa si trovava quasi alla fine della Magna Grecia, la sua distruzione non può non cadere che nel 547, etc…”Inoltre, il Cammarano, a pp. 204-205, in proposito scriveva che:  “Il Cristianesimo si insediò ben presto nella città della Molpa e non è difficile dimostrarlo. E’ certo che nella prima distruzione, 547, già era in massa cristiana. Difatti la laura di Centola sorse molto tempo prima di detta data in virtù di alcuni abitanti della Molpa, che vennero a menare vita eremitica nel luogo dove poi sorse la Badia di S. Maria di Centola.”. Giovanni Cammarano (…), a p. 186, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “In merito a detto documento dell’Abate Mercurio I, don Baldassarre nelle sue memorie riporta i giudizi anche di portata storica. 1) P. Gregorio Taliento, basiliano (* 1430) annotizia: “Nello scorrere del tempo che va dallo 543 al 554, fu presa la città della Molpa, città della Magna Grecia, occupata dai Goti, dallo generale bizantino, Belisario. I Goti facevano una forte resistenza, affavoriti dalle fortificazioni in muri, che cingevano la città con li posti di fortezza. E così Belisario per menare fuori i Goti, fu costretto dare fuoco e distruggere la città. E così li pochi scampati di quelli tanti abitatori si apportarono nelle terre dello internale. La maggioranza, come dice Mercurio, si fermarono sotto lo monte delle Fontanelle e a quasi lo vallone diedero esistenzia alle prime case del borgo, che chiamarono Centula, è addimostrabile”. (AFL) 2) P. Serafino 1° da Centola, cappuccino (1641+1712) riferisce in un magnifico notiziario: “Lo Abate Mercurio nulla si fece sfuggire nelle sue “Cronache” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita attenzione, studio e riflessione da parte nostra il contenuto della Molpa, il modo poi di vivere della nostra primitiva popolazione stazionata in località “Vallone” e le tristi vicende storiche etc…”. Ancora, il Cammarano (….), a p. 188 scriveva pure che: “Difatti di Mercurio I sappiamo che lasciò la Molpa e se ne andò a fondare una laura a Centola menandovi vita eremitica tra preghiera, studio e lavoro. Di Mercurio II conosciamo solo il nome. E né possono essere chiamati in causa i due martiri di nome Mercurio, uno il 25 novembre e l’altro il 10 dicembre perchè vissuti molto tempo prima.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 712 in proposito scriveva che: “CENTOLA. ‘Centula, Centola, Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini. Università autonoma etc…L’Antonini (1) ricorda la leggenda del centurione che con i suoi cento uomini vi si stabilì ai tempi di Belisario e dopo la prima distruzione di Molpa. Il villaggio s’ingrandì ancora dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464), ma non sappiamo se colà era già un villaggio o se questo s’ingrandì dopo l’arrivo dei monaci italo-greci che costituirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.”. Ebner, a p. 712, nella nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 349.”. Scrive ancora l’Ebner, a p. 714 che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino. ……Il Giustiniani pone Centola a 32 miglia da Salerno e a 3 miglia dal mare di Palinuro, su una collina con circostanti fertili terreni (grano, vino, olio, frutta). Traendone dall’Antonini ricorda anch’egli la leggenda del centurione che andò a stabilirsi temporaneamente ivi ai tempi di Belisario e la prima e la seconda distruzione di Molpa (13).”. Ebner, a p. 714, nella nota (10) postillava che: “(10) Trascrive da A. Baccio (Hist. natur. vin., lib. 5) “Extat novi nominis Centula oppidum, in cuius apricis collibus vinum gignitur, quod in Urbe praesertim Roma, et in communibus mensis, etiam Principatum, fama, atque usu cum Clarello contendit”, il cui significato tradotto è il seguente: “C’è un paese del nuovo nome di Centula, ne’ cui colli assolati si produce un vino, che nella città, specialmente in Roma, e nelle città del mese, anche nei principati, gareggia in fama e pratica col Clarello.”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: Mercurio …..E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “……….”. Amedeo ed Emilio La Greca ed Antonio di Rienzo (….), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 215 parlando di Centola (VI itinerario), in proposito scrivevano che: “E’ tradizione che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa nel 554 ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.). I superstiti si rifugiarono in località detta “Vallone” ove costruirono un piccolo villaggio. Di qui si spostarono gradualmente più a monte dove nel 1207 sorse una Badia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (1). Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini, infatti, organizzavano il lavoro, etc…”. I tre autori, a p. 215, nella nota (1) postillavano: “(1) Antonini, p. 387”.

Nel 548, il goto Totila conquistò il ‘kastrum’ bizantino di Acerenza

Quando si parla di Totila, re Goto, ricorre spesso la fortezza di Acerenza. Da Wikipedia leggiamo che le prime notizie di insediamenti abitati risalgono al VI secolo a.C. e sul luogo dell’attuale abitato nacque l’antica Acheruntia, Αχερουντία in greco, citata dagli scrittori romani Tito Livio e Orazio, e nel Medioevo da Procopio. Tutti la citano come “Fortezza di guerra” e “presidio”. Nel V secolo fu istituita come una delle diocesi lucane. Al tempo dell’Imperatore Giustiniano e nella metà del VI secolo la città di Acerenza è ugualmente forte: Procopio, infatti, dice che Totila, avendo preso un certo presidio presso i Lucani, “che alcuni abitanti chiamano Acerenza, vi pose un presidio di 300 uomini”. E lo stesso Procopio ci dice che il suddetto presidio, comandato dal capitano Morra, passò all’Imperatore Giustiniano. Dalla Treccani on-line leggiamo che la città calabra di Rossano è stata un  Municipio romano, R., ricordata nell’itinerario di Antonino e nella Tabula Peutingeriana, sostenne con successo l’assedio dei Visigoti di Alarico. Nel 548 fu presa da Totila. Ritornata sotto i Bizantini, dall’8° al 12° sec. fu una delle città più importanti della regione. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. II, a p. 111 parlando di “Acerenza”, in proposito scriveva che: “In prosieguo venuta sotto il dominio dei Goti, Totila vi mandava nel 550 dell’era secondo Procopio un presidio di 3000 soldati, e nel 553 vi si ricoverava un capitano del re Teia che era stato battuto dagli imperriali greci. Nel 613 fu invao assediata dall’Imperatore Costante il quale secondo l’Anonimo Salernitano dové ritirarsene.”. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…Allora fu che fattosi padrone dell’Acerenza, e consideratela per quel forte luogo, ch’ella era, non solo poi abbandonarla non volle, ma lasciovvi un presidio di trecento soldati comandati da Morra, siccome dal citato Procopio, lib. 3 e 4 etc…”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 49 e ssg., in proposito scriveva che: Quelli che seguirono furono certamente gli anni più difficili per la Lucania. Belisario aveva lasciato  nella base d’operazioni idruntina un generale tanto abile quanto spietato, Giovanni, destinato a guadagnarsi ben presto il soprannome di Sanguinario, che cominciò a condurre una lotta durissima per riaprire i collegamenti terrestri con la Sicilia e coordinare così gli sforzi bizantini nel Mezzogiorno…..etc…”

Nel 548, i contadini di Tulliano contro i contadini di Totila e lo scontro nel Vallo di Diano

Da Wikipedia leggiamo che Totila, nel 548 d.C., Conseguì notevoli successi sul campo di battaglia assediando e saccheggiando Alatri nel 543, reclutando contadini e servi per rafforzare l’esercito, e riuscì a conquistare la città di Roma per ben due volte (alla fine del 546 e all’inizio del 550), pur non riuscendo a tenerla per molto tempo. Presa Napoli nel 543, si distinse per clemenza verso la popolazione, facendo distribuire viveri e dimostrando una generosità che Procopio di Cesarea non si sarebbe mai aspettato da un barbaro. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; tanto che Tulliano, Uomo nella Lucania potentissimo, altamente con Giovanni nipote e capitano dell’Imperatore, spiegossene, e se ne dolse: “Tullianus (continua in latino lo stesso autore) in Lucanis non minus divitis, quam viribus pollens, Joanni cum in comspectum vinisset, Imperatori id noxae dabat, quod in Italiam misisset exercitum, qui Italos graviter assecisset; unde pro indubitato asseverabat, quod si humanitate de cetero erga hos Romani uterentur, Brutios, & Lucanos in illorum potestatem se traditurum”;  e puntulmente la parola osservogli, perchè tenne da’ que’ luoghi l’esercito di Totila lontano, coll’aver occupato alcuni angusti passi; tanto che lo stesso Totila, lasciata Roma (che ormai era di abitatori vuota) andovvi di persona a cacciarnelo; e felicemente la cosa riuscitagli, “Lucanian & Calabriam cum universis corum oppidis in potestatem redegit” scrive l’Aretino nel lib. 3 de bell. ad vers. Gothos. Allora fu che fattosi padrone dell’Acerenza, e consideratela per quel forte luogo, ch’ella era, non solo poi abbandonarla non volle, ma lasciovvi un presidio di trecento soldati comandati da Morra, siccome dal citato Procopio, lib. 3 e 4 etc…Ma danni, e mali niente minori ebbe la lucania in due viaggi, che nè tempi di appresso fece Bellisario da Sicilia a Napoli, ed a Roma, descritti da ‘Giornande de regn. succes. da Procopio, e da Lionardo Aretino, nel I libro de bell. Goth. giovando riportare qui le proprie parole di Procopio fatte latine, pontualmente copiate dall’Aretino stesso: ‘Exercitus autem per Brutius, Lucanosque ductus iter pedibus faciebat: Hunc quam proxime continentem classis subsequebatur’. Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra Regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da Agazia dal lib. 2 in poi etc…”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 49 e ssg., in proposito scriveva che: Quelli che seguirono furono certamente gli anni più difficili per la Lucania. Belisario aveva lasciato  nella base d’operazioni idruntina un generale tanto abile quanto spietato, Giovanni, destinato a guadagnarsi ben presto il soprannome di Sanguinario, che cominciò a condurre una lotta durissima per riaprire i collegamenti terrestri con la Sicilia e coordinare così gli sforzi bizantini nel Mezzogiorno……Principale interlocutore di Giovanni fu Tulliano, probabilmente il più prestigioso tra i ‘possessores’ romani etc…Concluso l’accordo, Tulliano con il suo contingente fu inviato a presidiare i passi che dalla Campania conducono alla Lucania occidentale: ma dopo alterne vicende – compreso un controverso tentativo, da parte di Totila, di convincere gli uomini raccolti da Tulliano a tornarsene ai loro campi con la promessa di donar loro le terre dei ‘possessores’ (11) – i Goti forzarono la linea difensiva bizantina, riversandosi in Lucania e respingendo le truppe imperiali nuovamente su Taranto. Taranto stessa finì per cadere nelle loro mani nel 550.”. Il Breccia (….), a p. 53, nella nota (11) postillava che: “(11) Lucida analisi del problema – centrato sulla ricostruzione corretta e sulla conseguente interpretazione di Procopio, ‘Bellum Gothicum’, III, 22, vol. II, p. 398 – in Bulgarella, ‘Bisanzio in Sicilia, cit., p. 146, nota 1.”. Il Breccia, a p. 50, nella nota (5) postillava: “(50) F. Bulgarella, Bisanzio in Sicilia e nell’Italia meridionale: i riflessi politici, in G. Galasso (a cura di), Storia d’Italia, vol. III, Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, Torino, 1983, pp. 127-248, in particolare p. 137.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 24 e ssg., in proposito scriveva che:  “….si distingue Tulliano, che “godeva di grande autorità” nella Lucania e nel Bruzio in quanto cospicuo possessore e forse anche in quanto investito di funzioni di governo al pari del padre, Venanzio, ‘corrector Lucaniae et Brittiorum’ in età teodoriciana (507-511)(42). Reduce dall’incontro con Giovanni che ebbe luogo a Canosa, Tulliano si adopera proficuamente a coordinare il consenso degli abitanti della provincia alla sovranità imperiale; e collabora alla difesa attiva della Lucania dai goti, mentre suo fratello Deoferonte s’impegna di lì a poco con analoghi intenti nel Bruzio (Rossano)(43). Dal resoconto di Procopio sappiamo che Tulliano, al comando di un contingente di mercenari imperiali e di un manipolo di contadini, da lui stesso reclutati sui latifondi senatori del circondario, si mise “a guardia dell’unico accesso alla regione, che era molto stretto, affinché i nemici non potessero entrare a devastare i paesi lucani”(44). Alla luce di tale descrizione e dei contestuali riferimenti di Procopio che qualificano quel passo come accesso a distretti eminentemente agricoli e alle regioni del versante adriatico-jonico, è lecito supporre che Tulliano presidiasse uno dei varchi che immettevano nel Vallo di Diano: forse le ‘Nares Lucanae’ (lo “Scorzo”)(45) e il difficile valico di Campestrino, dai quali si passa alla piana del Sele, oppure il valico di Atena Lucana, che immette nell’Alta Val d’Agri (46). Si svolse, quindi, nel Vallo di Diano o, comunque, nelle sue immediate vicinanze uno degli episodi più importanti della guerra gotica: cioè lo scontro tra due opposte fazioni di contadini indigeni, l’una al comando di Tulliano, l’altra la servizio di Totila. Infatti,, anche questi, essendo il suo esercito impegnato nell’assedio di Roma, arma i contadini della zona con funzioni esclusivamente ausiliarie in risposta all’analoga mobilitazione attuata da Tulliano; e senza alcun scrupolo li invia contro i loro colleghi che fiancheggiano i mercenari e che li massacrano (47). Per quel che ci è dato di sapere, si tratta dell’unico caso di coinvolgimento diretto e scoperto della popolazione agricola italica nelle vicende di una guerra combattuta soprattutto da bande di mercenari stranieri (48). Il fatto che si sia verificato in Lucania sta a significare che la tradizionale turbolenza del contadiname indigeno è sfruttata e manovrata da entrambi i belligeranti. Ancora più interessante è il seguito della vicenda. Malgrado quel successo iniziale, Tulliano fu costretto al ritiro perché i contadini da lui reclutati deposero le armi e rientrarono nei campi, essendo stato loro garantito dai rispettivi proprietari che avrebbero potuto tenere per sé i beni dei padroni o, comunque, l’usufrutto integrale dei fondi. Una concessione, questa, che Totila estorse ai senatori confinati in Campania (nei dintorni di Capua e di Minturno), i quali, erano evidentemente i proprietari dei fondi da cui quei contadini provenivano (49). In simili circostanze, il provvedimento di Totila si qualifica come espediente tattico etc…Sta di fatto che, dopo il tracollo della linea presidiata da Tulliano, Totila poté respingere gli imperiali della Puglia, dalla Lucania e dalla Calabria- regioni in cui il generale Giovanni aveva riportato lusinghieri successi- e costringere, in tal modo, Belisario a rientrare a Costantinopoli col deludente bilancio della sua seconda spedizione (548)(50).”. Il Bulgarella, a p. 24, nella nota (43) postillava che: “(43) B.G., III, 22. Per Deoferonte: BG, III, 30”.  Il Bulgarella, a p. 24, nella nota (44) postillava che: “(44) B.G., III, 22. La traduzione italiana è di M. Craveri, Procopio di Cesarea, Le Guerre, Torino, 1977, p. 594”. Il Bulgarella, a p. 24, nella nota (45) postillava che: “(45) Sulle Nares Lucanae: A. Russi, art. cit., p. 1945; V. Bracco, Trentadue iscrizioni inedite dalle Valli del Sele e del Tanagro, in Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Rendiconti Cl. Scienze morali, storiche e filologiche, XXIV (1969), pp. 230-1.”.  Il Bulgarella, a p. 24, nella nota (46) postillava che: “(46) E. Greco, art. cit., p. 128.”. Per l’articolo di Greco citato il Bulgarella, a p. 15, nella nota (11) postillava che: “(11) E. Greco, Problemi topografici nel Vallo di Diano tra il VI sec. a.C., nel I vol. della presente ‘Storia del Vallo di Diano, p. 128”.

Nel 548, estate, Totila assedia e conquista la fortezza bizantina di Rossano Calabro

Da Wikipedia leggiamo che Rossano (AFI: [rosˈsaːno]), impropriamente chiamata anche Rossano Calabro per distinguerla da Rossano Veneto, è un’area urbana di 36 623 abitanti, attualmente parte del comune di Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza, in Calabria. La frazione è detta anche La Bizantina e Città del Codex, in omaggio al Codice Purpureo, uno degli evangeliari più antichi al mondo, custodito presso il Museo diocesano e del Codex e inserito nella lista dei beni del patrimonio UNESCO nella categoria “Memoria del mondo”. Nel II secolo l’imperatore Adriano vi costruì un porto capace di accogliere 300 navi. Tra il 540 e il 1059 Rossano visse una fase di grande splendore sociale, artistico, culturale sotto il dominio dei Bizantini: sede dello stratego, la sua posizione strategica – “la città attesta nel volto e nel sito la sua anima e storia. Arroccata su una irregolare prominenza dei primi contrafforti della Sila, alla quale guarda a mezzogiorno, sta su rossastra muraglia di roccia, fasciata e chiusa quasi da un vallo naturale, mentre a nord, rimpetto al golfo ionico, è congiunta alla piana marina da costoni precipiti…” (G. Sapia, Profilo Storico della città, Corigliano, 2001, 11) che ne costituirono una naturale protezione, assieme alla teoria di mura e fortificazioni, da incursioni esterne – la rese appetibile meta di conquista da parte di numerosi invasori (Visigoti nel 412, Longobardi nel 573, Saraceni di Sicilia. Dalla Treccani on-line leggiamo che Rossano fu  Municipio romano, R., ricordata nell’itinerario di Antonino e nella Tabula Peutingeriana, sostenne con successo l’assedio dei Visigoti di Alarico. Nel 548 fu presa da Totila.

In Wikipedia leggiamo che Belisario nel giugno 548, dopo un lungo viaggio, arrivarono i rinforzi guidati da Valeriano; Belisario, quindi, facendo affidamento sull’amicizia tra Antonina e Teodora, inviò la moglie a Costantinopoli per ottenere dall’Imperatrice ulteriori aiuti; al suo arrivo, tuttavia, Antonina scoprì che Teodora era morta (28 giugno 548) (155). Con i rinforzi tentò di liberare Rossano dall’assedio dei Goti, ma il suo sbarco venne impedito dal nemico (155). Belisario decise quindi di tornare a Roma, affidando l’esercito a Giovanni e a Valeriano. Qui venne richiamato a Costantinopoli dall’Imperatore, persuaso in questo da Antonina (155). Secondo la Storia Segreta, fu Belisario a chiedere di ritornare a Costantinopoli. In Wikipedia alla nota (155) si postilla: “Procopio, De Bello Gothico, III, 30.”.  Ritornata sotto i Bizantini, dall’8° al 12° sec. fu una delle città più importanti della regione. Sempre sulla Treccani on-line Giuseppe Isnardi dell’Enciclopedia italiana scriveva di Rossano che è ricordata nell’Itinerario di Antonino e nella Tavola Peutingeriana. Fu municipio romano, importante centro ellenistico. Alarico, i Longobardi, i Saraceni l’assediarono invano. Si arrese a Totila; ospitò Teofano, moglie di Ottone II. Romolo Caggese (…..), nel suo “L’Alto Medioevo”, ove a p. 72, in proposito scriveva che: “Nel 547, dunque, Belisario ritoglieva Roma ai Goti i quali, con evidente errore di visione e di calcolo, per correr dietro ai Bizantini in Campania e in Lucania, dove, intanto, Giovanni aveva riportato facili e molte strombazzate vittorie da Brindisi al Bruzio, avevano scoperta Roma senza pensare che Belisario tutto avrebbe osato per riprenderla e conservarla. La riprese e volle conservarla, ma poi, accesasi accanita intorno a Rossano (in Calabria) una battaglia senza dubbio sproporzionata alla importanza della posizione, e caduta la piazza nell’estate del 548, Belisario volle farsi richiamre in patria, sfiduciato e smarrito. Era morta Teodora etc…La caduta di Rossano, la partenza di Belisario, che, confessa l’amico suo Procopio, “riprendeva senza onore la via di Bisanzio” (2), etc…”. Caggese, a p. 72, nella nota (2) postillava che: “(2) Ecco le parole di Procopio, II, 425-426: “B. non aveva mai potuto in cinue anni calcare il suolo d’Italia nè percorrere le vie, chè in tutto quel tempo avea, ‘quasi in coperta fuga’, di continuo navigato da una ad un’altra fortezza marittima; perlocchè più liberamente poterono i nemici sottomettere Roma stessa e tutto il resto”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 59, in proposito scriveva che: “Durante tutto quell’anno, e parte del successivo, Goti e Bizantini si scontrarono con laterna fortuna, poi il Re pose l’assedio alla piazzaforte di Rossano e, nonostante lo stratego vi accorresse per difenderla, essa cadde in suo potere per fame nell’estate del 548. Belisario, sfiduciato, rientrò a Costantinopoli nello stesso anno, lasciando praticamente tutta l’Italia in mano a Totila, che, riprese Roma nel 548.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 346, in proposito scriveva che: “Il re Totila batte i capitani lasciati da Belisario e ripiglia il dominio dell’intera Italia dalle alpi ai Bruzii, rimanendo solo Taranto ai Greci, 541-46…..(Collenuccio p. 31) Belisario ritorna in Italia, sottomette le Romagne e riprende Roma; il suo luogotenente Giovanni è battuto da Totila nel Salentino. Totila riprende e fa saccheggiare Rossano. Anno 546. Belisario vien richiamato a Costantinopoli. Totila occupa Roma, ed assoggetta tutta Italia, fuorchè Otranto Crotone e Reggio presidiate dai Greci. Anno 547. Artavade capitano greco, ricupera la Sicilia, soccorre Crotone, ed indi riceve la dedizione di Taranto e di Acerenza, i presidii goti delle quali coi loro capitani passano allo stipendio dei Greci. Narsete eunuco etc…”. Sull’episodio della guerra gotica ha scritto anche Ernesto Pontieri (…..), nel suo “Il Dominio barbarico in Italia” pubblicato nel 1943 e, dove a p……, in proposito scriveva che: “Anche Roma era stata da Totila assediata e conquistata (546), nonostante gli aiuti inviati da Belisario che invase l’Italia meridionale, a difendere la quale accorse Totila, offrendo così l’occasione alle truppe di Belisario di occupare Roma (547). Fu una guerra senza risultati definitivi: il massimo sforzo di Belisario si concentrò su Rossano, in Calabria, che, assediata dai Goti, cadde per fame (548). Belisario veniva richiamato; …….Ben presto, allestita una flotta, Totila conquistò anche la Sicilia, dopo aver visto ancora una volta respinte le sue proposte di pace da parte di Costantinopoli.”. Il Pontieri nelle sue note, a p. 147, postillava che sul governo bizantino in Italia: Ch. Diehl, Etudes sur l’administration byzantine dans l’exarchat de Ravenne 558-751), Paris, 1888; L. M. Hartmann, etc…”.

Alfredo Gradilone (…..), nel suo “Storia di Rossano”, nel cap. II: “Rossano Bizantina”, a p. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “…….

Nel 550 d. C. (VI sec. d.C.), Narsete, generale bizantino dell’Imperatore Giustiniano

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a p. 50, in proposito scriveva che: “Totila, l’eroe dei Goti riuscì a conquistare anche Roma, alla quale risparmiò, per intervento del vicario del Papa, Pelagio, il saccheggio. Bisanzio, allora, mandò in Italia Narsete. Una battaglia ebbe luogo a Tagina (Gualdo Tadino) nel luglio 552. Totila si battè con valore, ma fu sconfitto e morì nella fuga. A Totila successe Teia, che cercò di riprendere la lotta, ma nella battaglia del Vesuvio, combattuta accanitamente, fu sconfitto e ucciso. Con lui finiva del tutto la dominazione gotica in Italia. Tutta l’Italia ritorna sotto l’autorità di Bisanzio e del suo generale Narsete, ma per pochi anni, fino al 568, quando scenderanno nuovi più crudeli e bellicosi barbari, i longobardi.”. Il 30 giugno o il 1º luglio del 552 l’esercito gotico venne intercettato nei pressi del villaggio di Tagina (la moderna Gualdo Tadino) da Narsete. Dopo che Totila si accorse di avere un’armata molto meno numerosa del nemico, comunicò di voler arrendersi, ma invece attaccò di sorpresa i Bizantini e conquistò una piccola collina. L’armata di Narsete si dispose ad “arco”, con la fanteria formata dai Longobardi e dagli Eruli nel centro e ai lati gli arcieri con alle spalle la cavalleria. Totila dispose i suoi arcieri di fronte con la cavalleria alle spalle. Inizialmente, un gruppo di disertori bizantini si unì agli Ostrogoti e iniziarono un combattimento corpo a corpo, ma furono sconfitti; a questo punto comparve Totila, che eseguì una danza di guerra o un esercizio equestre (le testimonianze sono vaghe su questo punto). Dopo che furono arrivati in rinforzo a Totila 2000 cavalieri, tutta l’armata ostrogota pranzò; infatti il re voleva provocare un crollo di morale nell’esercito bizantino. Ovviamente Narsete era pronto a questo e mosse i suoi arcieri e fece attaccare la cavalleria sui lati dello schieramento avversario, provocando enormi perdite. Nel primo pomeriggio gli Ostrogoti erano completamente disorganizzati e, quando Narsete ordinò un’avanzata generale, scapparono e si dispersero. Gli Ostrogoti subirono un totale di 6000 vittime. Lo stesso Totila, con pochi fedeli seguaci, fuggì verso Caprae (Caprara di Gualdo Tadino), ma fu ferito dalle frecce dei tiratori dell’esercito bizantino o, secondo altre fonti, fu colpito alla spalla da una lancia e morì.  Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: In quello stesso anno il nuovo comandante delle forze bizantine, Narsete intensificò le operazioni militari e l’anno successivo inflisse il corpo mortale ai Goti nella battaglia del Monte Lattaro.”. Nel 551 Giustiniano I affidò il comando dell’esercito a un anziano eunuco di corte, Narsete, e lo mandò a occupare l’Italia; le sue truppe entrarono in Italia da nord attraverso i Balcani, evitando le linee difensive gotiche. Totila allora abbandonò Roma, portando con sé 300 giovani ostaggi scelti tra le famiglie più importanti della città. Orazio Campagna scriveva che: “La scomparsa di Vitige, la parentesi di Belisario in Oriente, l’inizio dell’abile politica sociale di Totila, il ritiro definitivo del generale bizantino dall’Italia, sostituito da Narsete, che riuscì vittorioso su Totila e Tagina, e, l’anno dopo, su Teia nei pressi del Vesuvio, furono le vicende più note delle infauste guerre Gotiche, terminate nel 553, dopo che ebbero trasformato, in meno di un ventennio, l’Italia in un vasto cimitero. Le nostre città non scomparvero del tutto, ma condussero vita asfittica, in continua lotta per la sopravvivenza contro gli uomini e l’acquitrino, che lentamente andava annullando conquiste umane di millenni. L’italia fu considerata una prefettura dell’Impero d’Oriente e riorganizzata secondo i canoni della Pragmatica Sanctio del 14 agosto 554. Ravenna ne fu la capitale. Dissacrata Roma ed avvilite le città, sorsero sparuti castra e nei pressi s’infittirono le organizzazioni monastiche basiliane con “celle”, “laure”, “asceteri” (59).”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Seguì la vittoria di Avari e Persiani del 572, che pare, abbia spinto Giustino II alla follia. Ch. Diehl, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957; ecc…”. Il Campagna citava anche il testo di Giovanni Minasi, Le chiese della Calabria dal quinto al duodecimo secolo, Napoli, 1893. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 454 ecc..parlando di Agropoli in proposito scriveva che: E cioè se dopo il primo (a. 535) o il secondo (a. 548) arrivo di Belisario in Italia, nel corso del riordinamento amministrativo di Narsete (14), in seguito alla distruzione dell’esercito di alemanni e alla fine della dominazione gotica, o ancora più tardi, nel 578 come vuole il Mandelli. Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 454 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. la leggenda sulla chiamata dei longobardi da parte di Narsete (+ Roma a. 568), destituito dal nuovo imperatore Giustino”. Dunque, il passaggio è interessante perchè l’Ebner ci informa che sul passaggio del generale Narsete, che il monaco agostiniano Luca Mandelli nel suo chronicon voleva passasse per il porto di Agropoli, l’Ebner dice che la notizia che Narsete avesse chiamato in aiuto i Longobardi di Alboino e perciò destituito dall’Imperatore Giustino è una leggenda. Narsete, eunuco di origine armena, è meglio noto per aver portato a termine la conquista dell’Italia avviata da Belisario sotto Giustiniano, sconfiggendo gli ultimi re goti Totila e Teia e i Franchi. Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. Ecc…”. Dunque, il Di Luccia (….) scriveva che: “…, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti ecc…”. Dunque, il Di Luccia scriveva che nell’anno 568, l’Imperatore d’Oriente Giustiniano succede allo zio a Narsete suo Capitano, il quale aveva sconfitto gli ultimi Ostrogoti di Teia. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 18 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che la sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e di Narsete.”. Dunque, secondo l’Ebner a Velia vennero a fargli visita molti monaci che vennero in Italia al seguito dei genarali Belisario e Narsete. Ebner però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia. Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che “nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Orazio Campagna (….) scriveva che: La scomparsa di Vitige, la parentesi di Belisario in Oriente, l’inizio dell’abile politica sociale di Totila, il ritiro definitivo del generale bizantino dall’Italia, sostituito da Narsete, che riuscì vittorioso su Totila e Tagina, e, l’anno dopo, su Teia nei pressi del Vesuvio, furono le vicende più note delle infauste guerre Gotiche, terminate nel 553, dopo che ebbero trasformato, in meno di un ventennio, l’Italia in un vasto cimitero. Le nostre città non scomparvero del tutto, ma condussero vita asfittica, in continua lotta per la sopravvivenza contro gli uomini e l’acquitrino, che lentamente andava annullando conquiste umane di millenni. L’italia fu considerata una prefettura dell’Impero d’Oriente e riorganizzata secondo i canoni della Pragmatica Sanctio del 14 agosto 554. Ravenna ne fu la capitale. Dissacrata Roma ed avvilite le città, sorsero sparuti castra e nei pressi s’infittirono le organizzazioni monastiche basiliane con “celle”, “laure”, “asceteri” (59).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (58) postillava che: “(58) Procopio, III, 9, in J. Haury, Procopii C. opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Nel corso del 500 ebbe inizio l’allontanamento dei monaci orientali dalle sedi di origine. L’avanzata persiana di Cosroe (la campagna fu condotta da Belisario dal 529 al 532); le conquiste delle coste dell’Africa Settentrionale da parte dei Vandali con inaudite stragi (furono liberate dallo stesso Belisario nel 533) e le insofferenze dei Mauri verso i Latini costituirono avvenimenti negativi per le associazioni monastiche locali. Seguì la vittoria di Avari e Persiani del 572, che pare, abbia spinto Giustino II alla follia. Ch. Diehl, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957; ecc…”. Il Campagna citava anche il testo di Giovanni Minasi, Le chiese della Calabria dal quinto al duodecimo secolo, Napoli, 1893.

Nel 552-553 d.C. (VI sec. d.C.), Narsete e la riconquista del Cilento

Dopo la morte di Totila, gli Ostrogoti si riunirono sotto l’ultimo re Teia. Tuttavia, a causa della perdita della maggior parte della cavalleria che non poté più offrire una resistenza adeguata, il sogno degli Ostrogoti di un’affermazione in Italia ebbe fine, mentre il ricordo di Totila continuò a vivere come una figura eroica. Tuttavia, a causa della perdita della maggior parte della cavalleria che non poté più offrire una resistenza adeguata, il sogno degli Ostrogoti di un’affermazione in Italia ebbe fine, mentre il ricordo di Totila continuò a vivere come una figura eroica. Come ho già scritto il generale Narsete sbarcò nel Golfo di Policastro per combattere l’ultimo re degli Ostrogoti d’Italia, Teia. Teia (Teja, Theia, Thila, Thela o Teias; … – presso Nuceria Alfaterna, 553) fu l’ultimo re degli Ostrogoti in Italia dal 552 al 553. Sembra che fosse un ufficiale che servì sotto Totila e che venisse poi scelto come suo successore dopo che Totila era stato ucciso nella battaglia di Tagina (conosciuta anche come battaglia di Busta Gallorum). Venne eletto a Pavia. Si recò in Italia meridionale, dove ottenne il supporto di importanti personaggi quali Scipuar, Gundulf (Indulf), Gibal e Ragnaris con l’intento di chiudere la partita con i bizantini del generale Narsete. Si accampò sulle rive del Sarno. I due eserciti si scontrarono ai Monti Lattari, a sud di Napoli, presso Angri o Sant’Antonio Abate, nell’ottobre del 552 o agli inizi del 553. Lo scontro definitivo avvenne nella valle del Sarno, a qualche chilometro da Pompei. L’armata ostrogota fu sconfitta di nuovo e Teia fu ucciso nelle prime fasi della battaglia, colpito da un giavellotto ben mirato, mentre il fratello Aligerno si arrese al nemico. Anche Scipuar e Gibal furono probabilmente uccisi. Gundulf e Ragnaris, invece, riuscirono a scappare, ma il secondo dei due fu ferito a morte da un sicario di Narsete. Procopio narra che quando il cadavere di Teia venne riconosciuto fu decapitato e la sua testa innalzata su un’asta affinché i due eserciti la vedessero. In questo modo i Bizantini sarebbero stati incitati a combattere, mentre gli Ostrogoti, alla vista del proprio sovrano morto, si sarebbero convinti ad arrendersi. Tuttavia ciò non accadde e la battaglia continuò a protrarsi fino al tramonto del giorno dopo quando i pochi superstiti decisero di negoziare. Firmarono un trattato di pace con il quale accettavano di abbandonare l’Italia e si impegnavano a non fare mai più guerra all’Impero. La disperata battaglia sotto il Vesuvio segnò la loro sconfitta definitiva. L’ambizione di Giustiniano di riappropriarsi dell’Italia si era realizzata. Con la sconfitta di Nocera ebbe fine la resistenza organica ostrogota, sebbene l’ultimo nobile ostrogoto attestato sia Widin, che guidò una ribellione nell’Italia settentrionale nel corso degli anni cinquanta del VI secolo e fu catturato nel 561 o 562. Da questo momento non vi sono più riferimenti scritti riguardanti gli ostrogoti.

Nel 552, Buxentum viene conquistata dai Bizantini e diventa la bizantina Policastro

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Il termine, a volte toponimo ‘kastrum’, in greco bizantino vuol significare ‘Fortezza’. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), parlando di Policastro, a p. 187, scriveva in proposito che: “Alcuni vogliono derivare il nome della città medievale, Policastro, da Castore e Polluce; altri dalla catena dei castelli che cingevano la città; altri invece, forse più semplicisticamente, da una etimologia che pensiamo non possa essere accolta ‘Polis’, (città) e ‘castrum’ (fortezza) = città-fortezza) per il fatto che il termine ‘Polis’ si trova sempre posposto al primo nome. Nè si può ricorrere all’ipotesi di molte fortezze, perchè è stato archeologicamente accertato che i castelli di epoca greca, romana e medievale sono sorti sempre sulla base della vecchia fortificazione risalente ad epoca Italica. Perciò noi, seguendo una ipotesi più probabile, perchè basata su elementi archeologici e sull’aleternanza vocalica, riteniamo che Policastro debba derivarsi da ‘palaion’ = antico, e ‘castron’ = castello. Quindi, ‘Policastro’ = antica fortezza.“. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4)…..L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”.

Agazia Scolastica

Da Wikipedia leggiamo che Agazia Scolastico (in greco bizantino: Ἀγαθίας Σχολαστικός, in latino: Agathias Scholasticus; Myrina, 536 circa – Costantinopoli, 582 circa) è stato un poeta e uno storico bizantino, fonte principale per parte del regno di Giustiniano I (527-565). Dell’attività come scholasticus é testimonianza da note a margine della Periegesi di Pausania. Infine, é pervenuta Sul regno di Giustiniano (Περί της Ιουστινιανού βασιλείας), un’opera storica in 5 libri che continua la storia di Procopio di Cesarea, di cui imita lo stile e che costituisce la principale fonte per il periodo 552-558. Gli argomenti centrali dell’opera sono le guerre combattute dall’esercito bizantino, agli ordini di Narsete, contro Goti, Vandali, Franchi e Sasanidi. Parlando di Agropoli, di Magliano, della Molpa e di Roccagloriosa, il barone Giuseppe Antonini (…) postillava anche di Agazia (…). Il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 121 postillava che: “(I)……Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“.

Nel 553-554, Bultino, “Butilino” ed il saccheggio della Molpa

Da Wikipedia leggiamo che Butilino o Buccellino (Βουτιλῖνος/Βουσελίνος/Butilinus/Buccellenus) (… – VI secolo) diresse, insieme al fratello Leutari, l’incursione franco-alemanna, che interessò l’Italia negli anni 553-554. Fratello di Leutari, egli e suo fratello vennero appoggiati ufficiosamente dal re franco Teodebaldo (figlio e successore di Teodeberto) nella loro invasione dell’Italia al momento della fine della guerra gotico-bizantina. Nel 553 degli inviati goti giunsero alla corte di re Teodebaldo, chiedendo aiuto contro i Bizantini comandati dal generalissimo Narsete che avevano ucciso in battaglia gli ultimi re goti Totila e Teia e sembravano ormai aver vinto la guerra; pur senza l’appoggio esplicito di Teodebaldo, Butilino e Leutari decisero di aiutare i Goti contro i Bizantini mettendo in campo un esercito di 75.000 uomini (secondo almeno Agazia, ma la cifra è stata messa in dubbio) tra Franchi e Alemanni per invadere l’Italia e conquistarla. Attraversato il fiume Po nell’estate 553, i Franchi occuparono Parma e sconfissero un esercito bizantino condotto dall’erulo Fulcari. Nel corso del 554 l’esercito di Butilino e Leutari avanzò verso l’Italia meridionale, devastando la zona; giunti nel Sannio, l’esercito si divise in due: uno comandato da Butilino, l’altro da Leutari. L’esercito di Butilino invase e devastò il Sannio, la Campania e il Bruzio, giungendo fino a Messina. A questo punto era estate, e Leutari propose al fratello di ritornare con l’intero bottino in patria, ma Butilino rifiutò, essendo determinato a sconfiggere Narsete, e sottomettere l’Italia intera governandola come re dei Goti. Ritornò quindi in Campania, dove si accampò a Capua in attesa di uno scontro decisivo con Narsete che avrebbe decretato il vincitore finale della guerra. Lo scontro avvenne nei pressi del Volturno e vide la vittoria totale di Narsete, facilitata da un’epidemia di dissenteria che aveva colpito i Franchi, e l’uccisione di Butilino. Il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 121 postillava che: “(I)……Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini citava la fonte storica del cronicon di Agazia (….), quando ci parla dei Goti, di Magliano e della Molpa. Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie ecc..“. Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’Istoria di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. In ogni caso la notizia data dall’Antonini è anche quella secondo cui la fortezza della Molpa era Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Ecc…. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati . Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’“Istoria” di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Infatti, è da Agazia che abbiamo queste notizie. L’Antonini ci parla della Molpa e del periodo dell’occupazione dei Goti quando riferendosi alla cronaca del monaco di S. Mercurio a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”. L’Antonini, a p. 372 citando la cronaca del Monaco di S. Mercurio ne riporta il brano che dice: “….Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”.”, il cui significato dovrebbe essere che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese.”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini, a p. 372, nella nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. L’Antonini, però scriveva che nel chronicon di S. Mercurio, il monaco non lo chiamava “Bultino”  ma lo chiamava “Badiula”. L’Antonini scriveva pure che questo capitano Ostrogoto veniva chiamato da Agazia (…), “Bultinus”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 347, in proposito scriveva pure: “Anno 553. Leutari e Butilino, Alamanni chiamati in soccorso dai goti prima della morte di Teia, scendono in Italia con un esercito di 75 mila combattenti tra Alamanni e Franchi, depredando quanto incontravano per via. Giunti al Sannio dividono l’armata: Butilino a dritta si avvia desolando e distruggendo Campania, Lucania e Bruzi fino allo stretto; Leutari etc…; Butilino carico di prede e prigioni, incontrato Narsete coll’esercito presso Capua, rimane in battaglia vinto e ucciso con grandissima strage dei suoi (Agatias Hist I, II).”. Angelo Gentile, nel suo “Morigerati”, a pp. 35-36, in proposito così scriveva: Successivamente, passarono i Franchi e gli Alemanni di Buccellino (554) che però dovettero sbrigarsi ad attraversare la zona perchè non trovarono di che cibarsi! (4).”. Il Gentile, a p. 47, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Carucci C., La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, pag. 117.. Si tratta del testo di Carlo Carucci che a p. 117, in proposito scriveva che: “Altri  gravi danni apportarono alle terre salernitane le lotte che si svolsero intorno al Vesuvio tra’ Greci e i Goti, specialmente quando sulle rive del Sarno, per ben due mesi campeggiarono Narsete e Teia, prima della celebre battaglia combattuta ai piedi del monte Lattaro, che segnò la fine della dominazione ostrogota”Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino che, teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ecc..”. Dunque, Gerard Rohlfs (….) scriveva che: “Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Ecc..”. Dunque, secondo il Rohlfs, il Cilento, insieme alla Lucania ed alla Calabria saranno annessi all’Impero Bizantino di Giustiniano nell’anno 552 e rimase dipendente dall’Impero d’Oriente fino al VII secolo quando i suoi territori ricadranno nel Principato Longobardo di Salerno. Rohlfs aggiunge pure che: “In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Ecc..”. Il ducato di Calabria (bizantino), sorge dunque nel VI secolo aggregando la regione del Brutium, cioè l’odierna area cosentina, con le terre ancora possedute nel Salento (la Calabria dei Romani) i cui confini settentrionali sono costituiti dal cosiddetto “Limitone de’ greci”, una sorta di muraglia difensiva costruita a salvaguardia del territorio dalla minaccia dei longobardi e ancora esistente in diversi tratti. Il nome Calabria (che in origine designava la penisola salentina) cominciava così a essere utilizzato per designare il Bruzio, mentre il Salento prendeva il nome di Terra d’Otranto, progressivamente conquistato dai Longobardi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro Bussentino che all’epoca era la vecchia Buxentum scriveva che: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, ecc…. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (….).

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Ecc…”.

Nel 1923, Carlo Caucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ‘Monte Carace’ da ……..- corvo, monte del corvo, ‘Poderia’ da χαδηρησ – ai piedi del monte; ‘Futani’ da φυτανω – pianto; ‘Cammarota’ da χαμαρωτοσ camere fatte a volta, come magazzini; ‘pollica’ da πδλισ …….., molte case; ‘Policastro’ da πολισ-χαστρον, città fortificata (come città di Castello)(2). Hanno anche origine bizantina ‘Sicilì da σναη- fico e υλη-selva, selva di fichi; ‘Ascea’ da α-θχαιδ, non sinistro, e quindi, favorevole all’approdo; ecc…Nè bisogna dimenticare il Serapotamo, da ποταμοσ- fiume, affluente del Mingardo e la fiumara del Lambro, presso Palinuro, da  λαμπροσ (acqua chiara).”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Infatti, Giacomo Racioppi, nel suo vol. I, a pp. 523-524, parlando di Buxentum-Pisciotta, in proposito scriveva che: “ma non sarebbe (città Enotria), se non si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiagge. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto: e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diede origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘pixoctum’, che è il paese odierno di Pisciotta. Ecc…”. Il Racioppi, a p. 524, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Corcia, Op. cit., III, 64.”. Dunque, il Carucci confutava il toponimo bizantino proposto dal Racioppi. Tuttavia l’argomento è approfondito avanti quando parlo del Kastrum bizantino di Policastro. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”.

Nel ‘550-553 d.C. (VI sec. d.C.), i Bulgari, al tempo della venuta di Narsete si fermarono definitivamente golfo di Policastro

Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (…) e credo, dell’Antonini parlando di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio, dopo aver detto della sua fondazione ad opera del conte Normanno Leone accenna pure ai Bulgari e scriveva che: …poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di greci e di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (…), affermava che “in seguito a varie vicende”, un esercito di Greci e di Bulgari erano venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale bizantino Narsete che fu mandato in Italia in aiuto del generale bizantino Belisario nella guerra Gota. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 415, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A dire di pd. Agatangelo da Roccagloriosa e D. Falco (Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, Salerno, 1968, pp. 1-65)…..Essi attribuiscono a Narsete l’introduzione nel luogo dei Bulgari, come vuole il Laudisio (v. oltre).”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, pag. 151 parlando dei toponimi della Provincia di Salerno, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria poi ricorda i Bulgari trasportativi dai Bizantini verso la fine del VI secolo (1).”. Il Carucci, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) PAUL. DIAC., V, 29 Tribù slave abitavano pure sul golfo di Policastro, che poi furono assoldate da Roberto il Guiscardo. V. Goffredo Malaterra, I, 16.”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25, sulla scorta del Laudisio (….), in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; V anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Sulla scorta del Laudisio (….), Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Verso il 550 d.C., proveniente da Bisanzio, sbarcava nel Golfo di Policastro Narsete, generale dell’Imperatore Giustiniano, venuto in Italia, insieme con Belisario, per combattere i Goti di Teia. Dopo la sconfitta dei Barbari presso Nocera, nell’anno 553, i numerosi soldati bulgari che avevano seguito Narsete nell’impresa, attratti dalla bellezza dei luoghi, decisero di non far più ritorno nelle loro terre d’origine e si fermarono lungo le rigogliose valli del Bussento e del Mingardo, stabilendosi alle falde del ciclopico monte che da loro prese il nome di “Bulgheria”. Il gruppo più numeroso andò a stabilirsi sulla cima di un monte roccioso non distante da Patrizia, che offriva maggiori garanzie di sicurezza per la difesa contro eventuali attacchi nemici. Qui i Bulgari costituirono solide dimore che poi circonderanno di mura, un massiccio castello e, poichè convertiti al cristianesimo, anche una piccola chiesa dedicata alla Vergine Gloriosa. Di qui il nome di “Rocca Gloriosa” dato alla città (6) “. Il Guzzo nella sua nota (6) postillava che: “(6) L. A. Muratori: Annali d’Italia – Napoli – 1758 – vol. 5 – anno 546.”. Dunque, l’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito. L’Agatangelo a p. 26, nella nota (32) postillava anche dei nuovi villaggi che dopo l’anno 554, dopo la venuta di Narsete e Belisario si andarono formando alle falde del Monte Bulgheria: Acquavena, Celle di Bulgheria, Rocchetta. L’Agatangelo parlando di Stilicone citava Antonio Ludovico Muratori (…) ed i suoi ‘Annali’, vol. IV, anno 296 ed invece è l’anno 396, ma Muratori non dice nulla di Stilicone nel golfo di Policastro. Il Muratori (…) scriveva solo che Stilicone, dopo aver sconfitto i Goti di Alarico in Grecia, dovette ritornarsene in Italia. Mentre il Muratori scrive queste notizie a p. 546. Muratori scrive solo che Stilicone firmò un patto con Alarico in Grecia e se ne ritornò in Italia. Il Guzzo, sulla scorta del Laudisio affermava non solo che nell’anno 550 il generale dell’Imperatore Costantino, Narsete sbarcò nel golfo di Policastro con la sua potente armata proveniente da Bisanzio, che era venuto in Italia insieme al generale Belisario.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Nel Cilento abbiamo soprattutto ………………(Paestum) e ……….(Velia). In base alle nostre attuali conoscenze non sappiamo infatti se l’origine di ‘Agropoli’ (11) e Ascea risalga all’antichità (12). Le due città potrebbero essere molto più antiche di quanto oggi generalmente si pensa in base a vaghe supposizioni. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni.”. Sempre il Rohlfs (….), a p. 116 (si veda la pubblicazione dell’Università di Basilicata) scriveva pure che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”.

Nel 553, dopo la vittoria di Belisario a Nocera sui Goti di Teia, i Bulgari fondarono il nuovo “castrum” di “Arce Gloriosa” (Rocca Gloriosa)

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono etc…”. Dunque, il primo a parlarne fu l’Antonini che scriveva dei Bulgari che si fermarono alle falde del Monte Bulgheria e costruirono dei castelli, uno dei quali è quello di Roccagloriosa, paese che secondo l’Antonini prese il nome proprio dalla rupe occupata dai Bulgari. Mons. Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (….) scrivendo di Roccagloriosa in proposito scriveva che:  ”A Rocca Gloriosa……poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (11), affermava che un esercito di Bulgari, venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale Bizantino Narsete in aiuto di Belisario, nella guerra Gota “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”, e che nell’anno 550, entrarono nel castello di “Arce Gloriosa” (Roccagloriosa). Quindi, secondo il Laudisio (….), a Roccagloriosa, vi era un castello che nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (…). L’Antonini (….), riguardo il paese di Roccagloriosa, scriveva in proposito: Fu paese cosiddetto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono il castello.”. Nel 590 fu conquistata dai Longobardi, che ingrandirono il castello. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fù Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppò “Celle”, attualmente “Celle di Bulgheria”. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo, ma il gruppo piu’ numeroso di questi venne a stabilirsi a Patrizia. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Dalla Relazione di De Micco (….), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Laudisio scriveva che i Bulgari, venuti in queste terre al seguito dell’“eunuco” Narsete, “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”. Il Laudisio affermava pure che questi Greci e Bulgari “rimasti nelle vicinanze di un castello” : “Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Dunque, il Laudisio riteneva che questi Greci e Bulgari, nell’anno ‘550, “non sentendosi sufficientemente sicuri” entrarono nel castello “il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio”, essi “lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Dunque, il Laudisio (….), sosteneva che i Greci ed i Bulgari, che in precedenza erano venuti al seguito del generale Narsete, si fermarono nel castello “ben munito” di (di Roccagloriosa) e diedero così il nome a Roccagloriosa chiamandola “Arce Gloriosa”, ovvero “Rocca Gloriosa”. In sostanza in questo passo il Laudisio voleva anche dire che, questo castello ben munito, posto su di una rocca “Arce” a Roccagloriosa, nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (…). Il Laudisio però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia intorno alla venuta dei Bulgari nel nostro territorio. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (….). Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fu’ Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppo’ “Celle”, attualmente Celle di Bulgheria. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Il Guzzo afferma pure che, il generale Narsete, nell’impresa contro i Goti di Teia si fece accompagnare anche da popolazioni di Bulgari. Dalla Relazione di De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ”In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”. Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti ecc…”. Dunque, il Di Luccia scriveva che nell’anno 568, l’Imperatore d’Oriente Giustiniano succede allo zio a Narsete suo Capitano, il quale aveva cacciato i Goti.

Nel 554, Narsete Prefetto d’Italia dell’Imperatore Giustiniano

Da Wikipedia leggiamo che Giustiniano affidò a Narsete il compito di far ritornare l’Italia una terra prospera, come pure assicurare l’aderenza alle dottrine religiose sostenute dall’Imperatore. La Prammatica Sanzione del 554 fu diretta a lui e al prefetto del pretorio d’Italia, come anche a Narsete fu indirizzata una legge riguardante i debitori in Italia e in Sicilia. Nel frattempo il generalissimo rimase coinvolto anche nelle questioni religiose riguardanti la questione dei Tre Capitoli: secondo il Liber Pontificalis, quando il clero romano si appellò all’Imperatore implorandolo di permettere a Papa Vigilio di tornare a Roma insieme agli altri clericali rimasti prigionieri a Costantinopoli, il generalissimo perorò la loro causa. Solo dopo aver ottenuto la condanna dei Tre Capitoli, Giustiniano permise a Vigilio di tornare in Italia ma il pontefice si spense in circostanze sospette a Siracusa il 7 giugno 555 durante il viaggio di ritorno. Narsete scortò a Roma Pelagio, consacrato Papa il 16 aprile 556 succedendo a Vigilio, proteggendolo dall’ostilità della popolazione che lo accusava di aver causato la morte del suo predecessore e assistendo di persona alla sua elezione, in occasione della quale il nuovo pontefice respinse le accuse dichiarandosi innocente. A Narsete Papa Pelagio indirizzò due epistole, in una delle quali (Epistola 60, marzo/aprile 559) invitò il generalissimo a prendere drastici provvedimenti contro i vescovi scismatici della Liguria e della Venezia e Istria, che si rifiutavano di riconoscere la condanna dei Tre Capitoli imposta da Giustiniano. Entro il 559 aveva ricevuto il titolo di patrizio, la più alta carica nobiliare nell’Impero bizantino; un’epigrafe datata 565, che lo loda per aver restaurato il Ponte Salario gravemente danneggiato da Totila, attesta che fu anche console onorario. In qualità di generalissimo d’Italia, Narsete cercò nei primi anni di governo della penisola (553-562) di pacificare l’Italia settentrionale, ancora in parte occupata da Goti e Franchi. Nel 556 iniziarono le operazioni di riconquista di questi territori ancora al di fuori del controllo imperiale e già nel 559 Milano e gran parte delle Venezie erano in mano bizantina. Intorno al 561 Narsete, di fronte al rifiuto del comandante dell’esercito franco nel Nord Italia, Amingo, di concedere agli Imperiali il permesso di varcare il fiume Adige, marciò contro i Franchi, che nel frattempo si erano alleati con un generale ribelle goto di nome Widin (forse comandante del presidio di Verona); Narsete sconfisse entrambi in battaglia, determinando l’espulsione dei Franchi dall’Italia e, più o meno contemporaneamente (561-562), la resa delle ultime sacche di resistenza gote, cioè Verona e Brescia, le cui chiavi vennero inviate a Costantinopoli. Sotto la sua guida furono costituiti quattro ducati a difesa delle Alpi, presso le Alpi Cozie e Graie, presso i laghi Maggiore e di Como, presso Trento e Cividale del Friuli. Narsete avviò inoltre la ricostruzione di un’Italia in forte crisi dopo un conflitto così lungo e devastante, ricostruendo, in tutto o in parte, numerose città distrutte dai Goti (tra cui Milano) ed edificando numerose chiese, e fonti propagandistiche parlano di un’Italia riportata all’antica felicità sotto il governo di Narsete. Secondo la storiografia moderna tali fonti sono però esageratamente ottimistiche, essendo i danni provocati dalla guerra troppo gravi per essere riparati in poco tempo: anni di guerra continua avevano devastato le campagne italiane a tal punto che, come ammise amaramente in un’epistola Papa Pelagio, «nessuno è in grado di recuperarle», mentre i saccheggi, le carestie, i continui assedi avevano provocato un grave crollo demografico; non va dimenticato che il senato romano entrò in una crisi irreversibile e si dissolse agli inizi del VII secolo. Tale situazione aprì la strada all’invasione longobarda della penisola. Dopo la conquista dell’Italia (553), Narsete la governò per conto dell’Imperatore, ma le proteste dei Romani persuasero l’Augusto Giustino II, successore di Giustiniano, a rimuoverlo dal governo dell’Italia, sostituendolo con Longino. La notizia, fornitaci dalle fonti primarie, secondo cui Narsete avrebbe per ripicca invitato i Longobardi in Italia è considerata dalla storiografia moderna inattendibile. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 125, in proposito scriveva che: “La successiva invasione degli Alemanni nel 553 e la peste del 566/67 e del 569/70, con carestie, alluvioni e terremoti, praticamente distrussero l’Italia, tanto che, quando Giustiniano all’indomani della vittoria sui Goti vi estese le nuove disposizioni legislative, essa altro non era che un cumulo di macerie.”.

Nel 16 aprile 556, Papa Pelagio I

Pelagio I, nato Pelagio Vicariani (Roma, … – 4 marzo 561), è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Pelagio morì il 4 marzo 561, dopo quattro anni, dieci mesi e diciotto giorni di pontificato. Fu sepolto nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Il suo epitaffio lo celebra come rector apostolicae fidei, che in un secolo terribile si è preso cura della Chiesa, si è adoperato per rendere chiare le decisioni dei Padri, ha risolto molte povertà sociali. Di papa Pelagio I e del suo tempo ha scritto Ferdinand Gregorovius (…). La Prammatica Sanzione (Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii) da poco promulgata da Giustiniano, conferiva al papa quelle funzioni civili di amministratore delle finanze e della giustizia anche laica che, in mancanza di un potere centrale visibile, gli consentirono di limitare le sofferenze della popolazione.

Nel 555-560 e 578-590 d.C. (VI sec. d.C.), Vescovi e vescovadi in Lucania all’epoca di papa Pelagio I

Notizie di Vescovi e di Vescovadi nella nostra regione si iniziano ad avere anche nel periodo che riguarda il papato di Pelagio I. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Ecc…. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Le fonti (cronache e documenti), quelle poche che esistono, sono prevalentemente di provenienza ecclesiastica. Malgrado ciò, nulla o quasi nulla si conosce sulle abitudini, sulla pratica morale e sulle pratiche devozionali delle popolazioni locali nei primi secoli. Poco si sa dei vescovi, di cui ci è pervenuto solo qualche nome. Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (490-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Dunque, Pietro Ebner ci parla di Latino di Teodora, consacrato Vescovo da papa Pelagio I (555-560). L’Ebner a p. 21, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Florentius invece di ‘Florentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia, 1722, c. 156) ‘Florentius adfiut Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polistin. pro Paestanen”. Credo che qui l’Ebner si riferisca a Paul Fredolin Kehr (….) ed al suo ‘Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935. Sempre l’Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni, cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Riguardo i vescovi ai tempi di papa Pelagio I, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Sul Vescovo Agnello aveva scritto anche il Gaetani (….). Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 326, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213, 237, 248 e I, p. 499. Cfr. dello stesso ‘L’agiografia di S. Laverio del MCLXII, Roma, 1881, p. 36 e ssg.”. Infatti Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; Ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori: i Longobardi ed in proposito scriveva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna si riferiva all’opera di Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. Mons. Luis Duchesne (….), nel 1903 (Duchesne Luis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383: Duchesne Luis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383, parlando della Regione III, in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. Iprimi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Ecc…”. La citazione di Gianluigi Barni di verso il 560 (J., 969, 1015, 1017)”, riguarda il testo di Jaffé-Loewenfeld (….), Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni (….) postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017. Mons. Duchesne scriveva che al tempo di Papa Pelagio I, intorno al 560, sulla costa Tirrenica, Paestum, Velia, Buxentum e Blanda, figurano nella corrispondenza di Papa Pelagio I, come unici Vescovadi esistenti sulla costa Tirrenica. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, parlando delle stragi dei primi Longobardi scriveva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Ecc…”Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 75, scriveva che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che:“(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il Campagna postillava dell’opera di Francesco Russo (….). Si tratta del suo “Regesto Vaticano per la Calabria”, I, Roma, 1974. 

Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro

Trichora abside

(Fig….) Abside trilobata (trichora) della Cattedrale di Policastro Bussentino

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”.  In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”.  Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta.  Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che:  “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che:  “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”.

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro” pubblicato nel 1973, a p. 508, in proposito scrivevano che: “..della ‘trichora’. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastrica ( o Παλvιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico.”. Sempre i due autori, a p. 508, in proposito all’età moderna e, riferendosi all’anno 501, anno in cui è ricordato il vescovo Rustico, in proposito scrivevano che: “Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabbazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno di una documentazione storica di rilievo.”. I due autori, a p. 508, nella nota (59) postillavano che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che:  “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous,   con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”.  Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che:  “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.

Il Campanile del Duomo di Policastro è bizantino

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….).

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(Fig….) Policastro – campanile della Cattedrale prima del restauro

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torre campanaria dopo il restauro

Il Castello di Policastro all’epoca bizantina

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”.

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(Fig…) Castello di Policastro – antico portale

Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a p. 131, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del 500, in seguito alla sconfitta gota, i Bizantini, occupata la romana Bussento e cambiatone il nome in Policastro, costruirono, oltre al castello, una piccola aula triabsidata chiamata “Trichora martirum” per la celebrazione de riti funerari. Tale edificio, la cui forma è perfettamente visibile sia dall’interno che dall’esterno dell’attuale presbiterio, può essere sen’altro considerato come iniziale costruzione della cattedrale, della cattedrale e ascriversi alla fine del VI secolo o all’inizio di quello successivo. La “Trichora” fu costruita sul luogo dell’antico foro romano e venne a chiudere il decumano maggiore, corrispondente pressappoco all’attuale via Vescovado.”.

Castello di Policastro, resti di una chiesa

(Fig…) Castello di Policastro- resti della Cappella comitale della chiesa del Castello

Nel 565 d.C. (VI sec. d.C.), Giustino II, Imperatore di Bisanzio e successore di Giustiniano I

Dalla Treccani leggiamo che Giustino II imperatore d’Oriente. – Nipote (m. 578) di Giustiniano, cui successe nel 565. Giustino II (520 – 5 ottobre 578) è stato un imperatore bizantino dal 565 al 578. Fu nipote e successore di Giustiniano I. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Il nuovo Imperatore Giustino II, invece di inviare rinforzi in Occidente per salvaguardare i territori riconquistati da Giustiniano, decise incautamente di violare la tregua con la Persia, ritenendo umiliante continuare a pagare il tributo ai Persiani che Giustiniano aveva accettato di versare per comprare la pace. La nuova guerra contro la Persia, iniziata nel 572 e terminata solo vent’anni dopo (591), portò inizialmente alla perdita di Dara e impegnò per parecchio tempo la maggior parte delle truppe dell’Impero d’Oriente, distogliendole dalla difesa dei Balcani e dei territori occidentali riconquistati da Giustiniano. Quando, dunque, intorno al 580, i Balcani furono invasi da Slavi e Avari, l’Impero non poté opporre forze sufficienti per respingerli, con il risultato che grosse porzioni dei Balcani furono occupate da Slavi (mentre gli Avari erano intenzionati a compiere incursioni non per stabilirsi entro i confini dell’Impero, ma per lo più a fini di saccheggio e per costringere l’Impero ad aumentare il tributo). Sull’imperatore Giustino e il generale Narsete ha scritto pure Pietro Ebner. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 454 ecc….parlando di Agropoli in proposito scriveva che: E cioè se dopo il primo (a. 535) o il secondo (a. 548) arrivo di Belisario in Italia, nel corso del riordinamento amministrativo di Narsete (14), in seguito alla distruzione dell’esercito di alemanni e alla fine della dominazione gotica, o ancora più tardi, nel 578 come vuole il Mandelli. Ecc…”. Pietro Ebner, a p. 454 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. la leggenda sulla chiamata dei longobardi da parte di Narsete (+ Roma a. 568), destituito dal nuovo imperatore Giustino”. Dunque, il passaggio è interessante perchè l’Ebner ci informa che sul passaggio del generale Narsete, che il monaco agostiniano Luca Mandelli nel suo chronicon voleva passasse per il porto di Agropoli, l’Ebner dice che la notizia che Narsete avesse chiamato in aiuto i Longobardi di Alboino e perciò destituito dall’Imperatore Giustino è una leggenda.

Nel 568, l’imperatore d’Oriente, Giustino II destituì il generale Narsete

Dopo la conquista dell’Italia (553), Narsete la governò per conto dell’Imperatore, ma le proteste dei Romani persuasero l’Augusto Giustino II, successore di Giustiniano, a rimuoverlo dal governo dell’Italia, sostituendolo con Longino. La notizia, fornitaci dalle fonti primarie, secondo cui Narsete avrebbe per ripicca invitato i Longobardi in Italia è considerata dalla storiografia moderna inattendibile. La morte di Giustiniano nel 565 complicò l’ultimo decennio di Narsete come pure le sue relazioni con Giustino II che erano naturalmente meno strette. Nel 566 gli Eruli, stanziatisi in Italia settentrionale come truppe mercenarie (presumibilmente nella regione di Trento), si rivoltarono ed elessero re Sinduald; Narsete riuscì a sconfiggerli riportando l’ordine. Secondo la tradizione, tuttavia, il suo governo avrebbe causato le proteste dei Romani che, trovandolo oppressivo, si sarebbero rivolti a Giustino II sostenendo che rimpiangevano i tempi della dominazione gota e che se non avesse rimosso Narsete avrebbero consegnato Roma e l’Italia ai Barbari. Nel 568 Giustino destituì Narsete, forse per le già citate proteste dei Romani dovute all’oppressione fiscale, anche se potrebbero aver contribuito alla decisione intrighi di corte o la volontà di porre fine a un governo straordinario durato circa un quindicennio, non essendo più necessario con la fine dei combattimenti e la ricostruzione a buon punto. Narsete fu sostituito con Longino, che venne nominato prefetto del pretorio. Secondo molti storici medioevali, Narsete per vendetta avrebbe invitato i Longobardi a scendere in Italia, anche per le minacce dell’Imperatrice Sofia, che secondo Paolo Diacono aveva fatto sapere all’eunuco che quando sarebbe tornato a Costantinopoli l’avrebbe costretto a distribuire la lana alle ragazze del gineceo di Costantinopoli; secondo la tradizione Narsete avrebbe risposto che avrebbe tessuto per lei una tela inestricabile, riferendosi all’invito ai Longobardi, a cui avrebbe inviato dei frutti dall’Italia per invitarli a invadere la penisola. Oggi, però, questo racconto viene ritenuto inattendibile. Trasferitosi a Napoli, Narsete cedette alle pressioni di Papa Giovanni III facendo ritorno a Roma, dove, stando ad Agnello Ravennate, sarebbe morto all’età di novantacinque anni. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. La notizia di una donazione all’epoca Bizantina al Monastero potrebbe avere un fondamento. Fondata nel 529 da San Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre e di un tempio dedicato ad Apollo, situato a 516 metri sul livello del mare, ha subito nel corso della sua storia un’alterna vicenda di distruzioni, saccheggi, terremoti e successive ricostruzioni. Sulle sue origini ne ha parlato papa S. Gregorio Magno. Attorno al 580, durante l’invasione dei Longobardi, il monastero venne distrutto per la prima volta dai longobardi di Zotone e la comunità dei monaci, con le spoglie del santo fondatore, dovette riparare a Roma, trovando ospitalità presso il Palazzo del Laterano. Ricostruita intorno al 718 sotto l’impulso di Petronace di Montecassino. Ne ha parlato il monaco Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Dal Chronicon cassinese di Leone Marsicano sappiamo che l’abate Desiderio impiegò sforzi e capitali notevoli per la ricostruzione della chiesa abbaziale, compiuta nei soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando materiali lapidei provenienti da Roma e facendo venire da Costantinopoli anche mosaicisti e artefici vari. La maggior parte delle decorazioni – della chiesa e dei nuovi ambienti del monastero successivamente riedificati – erano costituite da pitture, in maggior parte perdute e delle quali conosciamo soltanto alcuni soggetti, come le Storie dell’Antico e Nuovo Testamento nell’atrio, di cui si conservano interamente i tituli scritti dall’arcivescovo di Salerno Alfano.

Nel ……., Policastro in epoca bizantina

Bussento o Policastro in epoca bizantina

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “La città poi riprese nuova vita in età bizantina, quando nel suo seno sicuro venivano convogliate, come un tempo, tutte le merci dell’interno, persino da Amantea (13), donde partivano anche per l’Oriente e i porti africani. Etc….”. L’Ebner a p. 331, nella sua nota (13) postillava che: “(13) P. Natella e P. Peduto, Pixous-Policastro, “Universo”, 3, 1973 (per altre notizie e per l’importante bibliografia), p. 483 sgg. Etc…”.

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Fernando La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, ….ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: L’Antonini riporta anche una cronaca di Montecassino, nella quale si pone in Lucania la città di Vibone (Vibonam) (60). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (60) postillava: “(60) Chron. Casin. Epit., p. 353 Muratori.”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. La citazione del La Greca è tratta dall’Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a pp. 427-428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati; ma pure il P. Abbate Troilo nostro amico non piacendogli di esaminar queste ragioni, capricciosamente, fattosi seguace di Barrio, non vuol approvar nostra sentenza…….Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori, a p. 353 troviamo scritto che: Per mantenere nello stesso stato l’amore di suo zio Giustino per P. Benedict, ma anche per ampliarlo, si è riversato in tutti i modi. Per Augusto, infatti, per l’amore che aveva per il Beato Padre, concesse allo stesso Padre, ea Cenobio da Casinense, di possedere in perpetuo, che abbiamo allegato sopra; ma in più diede 20.000 acri di terra in Africa vicino a Cartagine per la costruzione di un monastero: 30.000 acri di terra a Cesarea, in Mauritania, ……….tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Gramentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711.  Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo.

L’origine della colonizzazione di comunità provenienti dall’Oriente di alcuni luoghi della Calabria e del basso Cilento

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Il Laudisio sulla scorta del Platina (…) riferiva la notizia storica della migrazione di monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, si rifugiarono nelle Abbazie italo-greche di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro. Proseguendo il suo racconto il Laudisio, scriveva pure che queste due Abbazie, di cui ho già scritto e che si trovano nel basso Cilento erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità”, ma aggiunge che “quei venerabili monaci”, si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Con questa frase, il Laudisio dice chiaramente che alcuni paesi del basso Cilento, come i villaggi di Morigerati, Battaglia e forse pure Sicilì, furono originati da famiglie greche. Cosa intendeva il Laudisio per “comunità greche”. Erano forse famiglie di origine Orientale stanziatisi nel basso Cilento ?. E quando vennero queste comunità greche o d’Oriente nel nostro basso Cilento ?. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci che si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p. 18, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Riguardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Questo passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Sulle origini asiatiche dei monaci che emigrarono e colonizzarono interee aree del nostro basso Cilento cito in proposito ciò che scriveva lo studioso Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, dove ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. Ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpe (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpe (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 18 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che la sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e di Narsete.”. Dunque, secondo l’Ebner a Velia vennero a fargli visita molti monaci che vennero in Italia al seguito dei genarali Belisario e Narsete. Ebner però non fornisce nessun riferimento bibliografico all’interessante notizia.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”.

I KASTRO BIZANTINI

Nel 568 (VI sec. d.C.), i ‘Kastron’ bizantini ai confini Calabro -Lucani

Il termine, a volte toponimo ‘kastrum’, in greco bizantino vuol significare ‘Fortezza’. Mario Vassalluzzo (…), parlando di Policastro, a p. 187, scriveva in proposito che: “Alcuni vogliono derivare il nome della città medievale, Policastro, da Castore e Polluce; altri dalla catena dei castelli che cingevano la città; altri invece, forse più semplicisticamente, da una etimologia che pensiamo non possa essere accolta ‘Polis’, (città) e ‘castrum’ (fortezza) = città-fortezza) per il fatto che il termine ‘Polis’ si trova sempre posposto al primo nome. Nè si può ricorrere all’ipotesi di molte fortezze, perchè è stato archeologicamente accertato che i castelli di epoca greca, romana e medievale sono sorti sempre sulla base della vecchia fortificazione risalente ad epoca Italica. Perciò noi, seguendo una ipotesi più probabile, perchè basata su elementi archeologici e sull’aleternanza vocalica, riteniamo che Policastro debba derivarsi da ‘palaion’ = antico, e ‘castron’ = castello. Quindi, ‘Policastro’ = antica fortezza.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4)…..L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 236, così scriveva che: “Se è vero che i “Kastra” avevano sostituito, soprattutto nelle istituzioni, le colonie, e che la lunga guerra gotica aveva reso la vita delle comunità asfittica, il totale sovvertimento si ebbe sulle coste con l’avvento dei Longobardi (162). Il “castello” divenne come una micro-città con ordinamenti e rapporti nuovi. Originariamente costruito su un colle, non tutti i castelli ressero alle fresche e virulente forze saracene che venivano dal mare, per cui di molti resta il solo toponimo di “Castiglione” ed un pugno di rovine. Le continue minacce saracene spinsero l’arimanno a costruire nuove fortezze su speroni rocciosi, inaccessibili, spesso preclusi alla vista dal mare. I rapporti della nuova signoria fondiaria o patrimoniale del castello con i coloni, e con la superiore Longobardia beneventana, dopo l’840 scissa nei principati di Benevento (163), di Salerno e nella contea di Capua, venivano regolati “Jure Langobardorum (163).”. Il Campagna (…), a p. 236, nella sua nota (162), postillava che: “(162) ………”. Il Campagna (…), a p. 236, nella sua nota (162), postillava che: “(163) Vigeva il diritto patrimoniale successorio, preferibilmente della primogenitura maschile. A differenza del feudaisesimo jure rancorum, non era richiesto il contratto vassallatico a un semplice giuramento.”Il Campagna, a p. 237, continuava a scrivere sui catelli: “Dopo la riconquista greca, fine del IX secolo, la rivalutazione giuridico-amministativa del “Kastron” non annullò, sulle coste occidentali della Calabria Settentrionale, tutte le prerogative del castello: il signore continuò ad esercitare i poteri curtensi nei riguardi dei soli Longobardi (166), a godere del diritto successorio o di alienazione della proprietà fondiaria. Col ritorno dei Bizantini e il sopraggiungere dei Melchiti dalla Sicilia, si ebbe la rinascita dei monasteri basiliani, soprattutto nell’Eparchia mercuriana.”. Il Campagna, a p. 237, nella sua nota (166), postillava a riguardo che: “(166) N. Cilento, Italia Meridionale Longobarda, Napoli, 1966. Nella prima metà del XIV secolo, nel Prinicpato di Salerno vigeva il diritto romano e Longobardo”. Poi il Campagna, postillava anche del “Gay J., op. cit., e Hirsch, Il Ducato di Benevento, Roma, 1969.”. Castelli e fortificazioni, in epoca Longobarda, si consolidarono anche nell’immediato retroterra in alcuni centri come Rivello, Lagonegro e Lauria, nel Vallo di Diano a Teggiano. Sulla fascia costiera, troviamo i sistemi difensivi della Molpa, Policastro (‘Polis Castrum’ = Città fortificata), fino a spingersi verso i centri dell’attuale Basilicata con Castrocucco e poi Tortora e Scalea. Il Campagna, sulla scorta del Pochettino (…), nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Nel 1975, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel capitolo da lui dedicato alle “Fortificazioni e loro scopo”, sulla scorta di Nicola Cilento (…), credeva che le fortificazioni costruite sulle nostre terre, fossero il frutto della “minaccia dei barbareschi che aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di quei tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”.”. Pur concordando in parte a queste affermazioni, ritengo che nel basso Cilento, fortezze e castelli, non siano nati solo a causa della piaga dei saraceni, che pure vi è stata. Non è facile però, documentare e ricostruire la storia delle fortificazioni sorte sul territorio del baso Cilento in epoche anteriori a quella bizantino-Longobarda. Castelli, fortificazioni e rocche fortificate, sorsero ovunque sul nostro territorio ed ancora se ne vedono le vestigia: Cuccaro, Molpa, Camerota, San Severino di Centola, Roccagloriosa, Castel Ruggero, Policastro, il ‘Castellaro’ a Capitello, già all’epoca dell’invasione di Belisario, facevano parte di un organico, anche se per taluni aspetti, frammentario, sistema difensivo.

Il kastron bizantino di Molpa

Molpa

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.).

Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi.

Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 90, parlando di “20 – Melphes fluvius” (fiume Melpi, fiume Lambro), in proposito scriveva che: “Nasce questo fiume da una montagna due miglia al di là da ‘Cuccaro’, detto ‘Lagorosso’, …., donde il fiume con altre termine fu detto ancora ‘Rubicante’. Quindi ingrossato da altre acque si scarica in un piccolo seno, che anche di Molpa ritiene il nome. Qui nè passati tempi sopra un’erta collina si alzò una città collo stesso nome, di cui restano molti avanzi. Varie notizie ne leggiamo negli autori, e nelle cronicche dè bassi tempi, e specialmente in Malaterra, e, nell’Anonimo Salernitano. L’Antonini ha preteso provare che qui nei prischi tempi fosse qui situato ‘Bussento’, cambiato poi in Molpa, o Melope, ma quanto sia errata questa opinione sarà nel seguente articolo discusso.”. Dunque per il Romanelli, si riferiva a questa città di Molpa, la città sorta sorta un’erta collina nel mezzo del seno del fiume Lambro, allora detto Melphes e poi Rubicante, quando cita due episodi raccontati dal cronista normanno Goffredo Malaterra e dal cronista detto Anonimo Salernitano. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421);…. Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”, di cui parleremo in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “donde dii esso sorge un’altra rupe, o sia eminenza, la quale da tre parti inaccessibile, solamente dalla banda di tramontana vi si può montare, e con difficoltà ancora, ed ha sulla cima un falso piano non molto ampio; sulla fine del quale trovasi una piccola sorgiva di acqua dolce, la quale se fosse ben tenuta, potrebbe per numero di gente bastare. Quì era fabbricata la Città, e l’immensa quantità di grossi mattoni, onde quel piano è coverto, colle vestigia di antiche fabbriche, fa vedere, che tutto era abitazione; solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto. Come non aveva il luogo da tre parti bisogno alcuno di mura, per essere straripevoli, ed inaccessibili, così solamente da tramontana si trovano le muraglie di antichissima fabbrica da parte di in parte guaste, ed interrotte. Il sito non può esser ne più bello, nè di migliore aria, perchè da ogni parte ventilato; e sebbene abbia da oriente il fiume Mengardo, e da occidente il Melpi; essendo però ambedue di correnti limpide acque, non potranno mai fare il luogo malsano. A mezzogiorno tiene, come una deliziosissima conca, il ià descritto seno, e da tramontana gode, la veduta di lontane montagne; eppure con tutto ciò non si è trovato dopo l’ultima sua desolazione, chi si fusse arrisciato ad abitarla, per lo già sperimentato pericolo delli corsari. Dopo i primi tempi, fu la Città chiamata Malfa, Melfa, Melpi, e fino (I) Melope; oggi ritiene solamente quello di Molpa.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Nicola Corcia (…), a p. 59, in proposito scriveva che: “Delle vicende di questa città nè tempi posteriori tornerà altrove il discorso; ora dico soltanto che nel fondo del seno che dalla città stessa prese il nome di ‘Molpa’, sorge un’altra rupe, appena accessibile all’oriente, che in sulla cima ha un falso piano, sul quale la città era posta. Ivi se ne veggono i pochi ruderi con gli avanzi di un portico, del quale si chiusero poi gli archi per farne un recinto che dicesi il ‘Castello’. Essendo il luogo, naturalmente fortificato, soltanto dalla parte di tramontana era difeso da muraglie di antichissima costruzione, che in parte or si veggono abbattute ed interrotte (2). Dopo il fiume Melpi e all’occidente del castello della Molpa, più copioso di acque mette foce nel mare a non molta distanza il ‘Mingardo’.”. Il Corcia (…), nel suo vol. III, a p. 59, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini, op. cit., t. I, p. 366.”.

Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”.

Nel 535 o 578, il kastron bizantino di Agropoli

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano. Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 453 ecc..parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “Narra la leggenda (Mandelli), Del Mercato, ecc…) che S. Paolo, nel suo viaggio da Reggio a Pozzuoli, fondata la diocesi di Velia, avesse convertito due fanciulli nella località detta S. Maria dell’acqua di Laureana, dove fu eretta poi l’omonima chiesa. Decisamente critico il Mandelli (10) a riguardo, perchè nessun cenno esiste su fermate intermedie dell’apostolo nel suo viaggio via mare (11) o di fortunali che l’avessero costretto a rifugiarsi prima a Bussento (Policastro) e Velia e poi ad Agropoli.”. Ebner a p. 454, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Luca, Atti degli Apostoli, XXVIII, 12-14 “E arrivati a Sicuracusa, ci fermammo ivi tre giorni (13) E di lì facendo il giro della costa, giungemmo a Reggio: e dopo un giorno, soffiando Austro, arrivammo in due dì a Pozzuoli (14) dove avendo trovato dei fratelli, fummo pregati a star con essi sette giorni e così c’incamminammo verso Roma”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. I, a pp. 454 ecc..parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “La prima notizia sicura di Agropoli, però, è solo nella nota lettera (12) di papa Gregorio I (3 settembre 590 – 12 marzo 604) al vescovo pestano Felice, nel 592 ancora nella bizantina Agropoli dopo il rovinoso passaggio per il territorio della furia longobarda (13). Ma se non v’è dubbio su questa data, si discute ancora sul momento della scelta di quel roccioso e imprendibile promontorio, protentesi nel mare, da fortificare per allogarvi un presidio bizantino. E cioè se dopo il primo (a. 535) o il secondo (a. 548) arrivo di Belisario in Italia, nel corso del riordinamento amministrativo di Narsete (14), in seguito alla distruzione dell’esercito di alemanni e alla fine della dominazione gotica, o ancora più tardi, nel 578 come vuole il Mandelli. Nel qual caso quell’eccellente baluardo, scelto per lo sbarco di uomini e materiali a causa anche dei suoi seni sicuri per la limitata portata delle maree (15), sarebbe stato fortificato dopo il passaggio di Zotone, spintosi con le sue orde fin nella valle del Crati, il che non è possibile. E’ opinione comune oggi, infatti, che in quel tempo il dominio bizantino nel territorio si estendesse da Agropoli fino a licosa, come mostra una cartina pubblicata qualche anno fa (16).”. Ebner a p. 455, nella sua nota (16) postillava: “(16) ID, ibid., II, Tav. I”, dove per ibidem si riferiva all’altro suo testo “Economia e società etc..”. Pietro Ebner, a p. 454 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. la leggenda sulla chiamata dei longobardi da parte di Narsete (+ Roma a. 568), destituito dal nuovo imperatore Giustino”. Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave giunta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che “nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Su Agropoli ha scritto anche Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”. Il Mazziotti a p. 27, nel suo Cap. III, in proposito scriveva che: “L’esistenza di Agropoli non risale oltre il quinto secolo oltre l’era volgare, non trovandosene alcuna menzione negli scrittori e nei documenti precedenti a tale epoca…….; e di fatti sarebbe stata edificata dai greci bizantini allorchè, guidati da Belisario, occuparono la Lucania, cioè negli anni successivi al 535, epoca della venuta di lui in Italia (1). La sua posizione su di una collina, che da una parte scende a picco sul mare e da gli altri lati domina la pianura vicina, dovette sembrare ai greci vittoriosi molto adatta per invigilare su le terre da essi occupate. S’ignora ecc…”. Il Mazziotti, a p. 27, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il Padre Mandelli, nel manoscritto citato la dice edificata nell’anno 578.”. Dunque, il Mazziotti dice che Agropoli fu edificata come fortezza Bizantina da loro che arrivarono nell’anno 535 al seguito del generale Belisario. Sempre il Mazziotti postilla che il monaco agostiniano Luca Mannelli o Mandelli scriveva che Agropoli fu edificata nell’anno 578. In effetti, il Mannelli nel foglio 99 del suo manoscritto “La Lucania sconosciuta” ha scritto su Agropoli e su Belisario. E’ dal Mannelli che sono tratte alcune notizie. Il Mannelli, nel f. 12 scriveva di Agropoli che: “l’etimologia della voce, significare fosse Città da credersi fusse da essi edificata nell’abbassamento del Romano Imperio, quando inondando in Italia i Barbari, e particolarmente i Longobardi, non potendo gli Imperatori Greci difendere da quelle invasioni il luoghi mediterranei per la gran moltitudine di essi attendeva a conservarsi i littorali, potendo ben farlo con facilità per essere quei Barbari delle cose marittime affatto inesperti essendosi adunque i Longobardi impossessati di questi paesi, i Greci scorgendo questo Colle atto per edificarsi un forte castello in vicinanza di Pesto, con tale occasione vi edificarono Agropoli e vedesi in breve crescere in guisa tali habitatori, che potè sostenere il nome di città e divenne Luogo famoso in questa riviera ritrovandosene frequenti le memorie.”.  

Il ‘kastron’ bizantino di Policastro, città fortificata

Nel lontano 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e, a p. 520, parlando del Castello di Policastro, pubblicarono l’interessante planimetria delle fortificazioni, cinta muraria, porte e castello di Policastro:

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(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p. 517

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 484, in proposito scrivevano che: “….produsse via via l’impaludamento del territorio, causa della formazione della medievale Policastro, almeno a quanto ipotizza uno studioso (7).”. Natella e Peduto, nella nota (7) si riferivano al Racioppi (…), a p. 524. Dunque, secondo il Racioppi (…), in seguito alla formazione della pianura alluvionale ed il suo progressivo impaludamento, nacque la nuova città medievale di Policastro. In seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla sottoscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Nel 1923, Carlo Caucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, sulla scorta di Giacomo Racioppi (….), a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Sussistono ancora nella provincia di Salerno non pochi nomi di luoghi, che ricordano i Bizantini del VI e del VII secolo, nomi che non hanno che vedere cogli altri scarsissimi della colonizzazione greca preromana derivanti da πο…ειδων (Positano), ……………..ecc.. I Bizantini stettero abbastanza indistrurbati, e quindi più a lungo, intorno al golfo di Policastro ed è notevole l’impronta che essi lasciarono nell’onomastica dei luoghi. Sono villaggi fondati da essi, o notevolmente popolati e battezzati ‘Agropoli’ da αχροs – alto e πολιs – città, città posta in alto; ‘Monte Carace’ da ……..- corvo, monte del corvo, ‘Poderia’ da χαδηρησ – ai piedi del monte; ‘Futani’ da φυτανω – pianto; ‘Cammarota’ da χαμαρωτοσ camere fatte a volta, come magazzini; ‘pollica’ da πδλισ …….., molte case; ‘Policastro’ da πολισ-χαστρον, città fortificata (come città di Castello)(2). Hanno anche origine bizantina ‘Sicilì da σναη- fico e υλη-selva, selva di fichi; ‘Ascea’ da α-θχαιδ, non sinistro, e quindi, favorevole all’approdo; ecc…Nè bisogna dimenticare il Serapotamo, da ποταμοσ- fiume, affluente del Mingardo e la fiumara del Lambro, presso Palinuro, da  λαμπροσ (acqua chiara).”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpe (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpe (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpe (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Carucci, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La derivazione sostenuta dal Racioppi (op. cit., I, 524) di Policastro da παλαιον χαστροv, non pare foneticamente sostenibile, perchè si sarebbe dovuto avere ‘Paleocastro’, come per l’antica Napoli si ebbe la denominazione Paleopoli e Palepoli.”. Infatti, Giacomo Racioppi, nel suo vol. I, a pp. 523-524, parlando di Buxentum-Pisciotta, in proposito scriveva che: “ma non sarebbe (città Enotria), se non si intendesse come di città fondata e denominata da genti enotrie; per le quali non è punto stabilito che parlassero il greco. Era città sede di vescovi nel secolo VI. Poi scomparve, non altrimenti che le altre greche città di queste spiagge. L’aere pestifero del suo fiume che impaluda al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto: e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diede origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘pixoctum’, che è il paese odierno di Pisciotta. Ecc…”. Il Racioppi, a p. 524, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Corcia, Op. cit., III, 64.”. Dunque, il Carucci confutava il toponimo bizantino proposto dal Racioppi. Tuttavia l’argomento è approfondito avanti quando parlo del Kastrum bizantino di Policastro. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Giacomo Racioppi (….), citava Nicola Corcia. Il Racioppi, sulla scorta di Nicola Corcia, riteneva che l’impaludamento del fiume Bussento e la malaria, fossero la causa principale della nascita del nuovo centro Bizantino di ‘Paleo-castrum’, che sorse spostata di posto, rispetto all’antica città di Pixo. Il Racioppi, scrive pure che il nuovo e attuale nome di “Policastro”, abbia avuto origine dal suo antico Castello”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “Fiorente era tuttavia ‘Bussento’ almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (1); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (2); ne forse andò molto e cominciò a mancare di abitatori, per l’aria malsana, io credo, prodotta dalle inondazioni del prossimo fiume. Che in processo di tempo fosse abbandonata affatto pare accennarlo il nome di ‘Paleocastrum’, o di ‘antico castello’, con che trovasi ricordata nel medio evo, e che diede origine al nome odierno di ‘Policastro’, nella quale dopo le distruzioni dè Saraceni nel 915 e di Roberto il Guiscardo nel 1065 risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.”.

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo Pyxous-Buxentum, approfondì mirabilmente sul ‘kastrum’ bizantino. La studiosa, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco Παλαιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio su un punto più elevato della collina – cui s’è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961-62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di trichora (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Odeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Stef. Byzant., s.v.  Πυξους”. La Trillmich, a p. 704, nella sua nota (10) postillava che: “(10) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in Gli studi in Italia, Periodico didattico, scientifico e letterario, a V. vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. Io posseggo l’edizione unica del singolo libretto. La Trillmich, a p. 704, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Natella-Peduto, op. cit., p. 494 e 520”. La Trillimich, a p. 704, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo si vedano oltre al Natella-Peduto, p. 508, I.G. Kalby, Contributi e note su nuove documentazioni paleocristiane nella Campania meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 272; A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Nel 1988, in seguito ad una campagna di scavi a cura della Soprintendenza, la studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…) pubblicò ‘Pyxous-Buxentum’, ed in proposito scriveva che: “Il centro storico di Policastro è racchiuso da una cinta muraria medievale, del periodo della dominazione Normanna, databile all’epoca di Ruggero I (XI secolo), ed è dominato da un castello fortificato, già fortezza bizantina del VI-VII secolo e rifatto nelle forme attuali ecc…”. Dunque la Trillmich confermava ciò che avevano già in precedenza scritto i due studiosi Natella e Peduto e cioè che il castello oggi visibile su una rocca a Policastro sorse come antica fortezza all’epoca Bizantina (VI-VII secolo d.C.). La Trillmich scriveva che il castello di Policastro era una fortezza bizantina. Da Wikipedia, alla voce Policastro Bussentino leggiamo che secondo la studiosa, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Fu dagli inizi del VI secolo sede vescovile. Nel VII secolo fu sede di un castello bizantino e prese il nome di Policastro (Πολύκαστρον in greco bizantino). Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 494 in proposito scrivevano che: “I termini estremi della murazione italica, segnati con la lettera C nella planimetria, non toccavano la parte alta del rilievo collinare ove poi fu edificato nei secoli VI-XV d. C. il castello. E’, codesto, un fatto di rilievo nella individuazione storica di Pixous. Si sa che le città italiche e magno-greche finivano con, un’acropoli, luogo di culto e di richiamo popolare in caso di assemblea o di guerra. Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebianco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; dalle fosse escavate al di sotto ed ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla lue le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibili alla prima occupazione neo-greca.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando di Policastro, a p. 256, in proposito scriveva che: “Policastro, sulla sinistra del Bussento, fu nota città magno-greca e romana (62), anche se il primo agglomerato, edificato nei pressi d’una fonte, ebbe origini pre-elleniche.”. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria. Il Campagna, a p. 257, ancora scriveva che:  “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous,   con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”.  Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che:  “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Ritornando alla notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, m la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”. Il Gentile, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”. Arechi II (734 circa – Salerno, 26 agosto 787) è stato un duca longobardo, duca di Benevento dal 758 al 774, e quindi principe della stessa città dal 774 fino alla morte. Dal 774 si radicò a Salerno, nella reggia che egli stesso aveva fatto costruire. Dunque, anche con Arechi II, duca di Benevento e di Salerno (anno 774), il nostro Golfo di Policastro restava d’influenza Bizantina che restavano padroni dell’area da Agropoli fino alla Calabria.

E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini). Anche Giuseppe Volpe citava il Mannelli. Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), sulla scorta del Laudisio (….), a p. 117 dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. In questo caso il Volpe citava il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…) di cui il suo passo su Policastro venne integralmente trascritto da Rocco Gaetani (….).

Mandelli, f. 49 su Policastro ai tempi goti

Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), sulla scorta del Laudisio (….), a pp. 116-117 parlando di Bussento e poi di Policastro, in proposito ricordava che: “Fiorente era tuttavia Bussento almeno sino alla metà del sesto secolo, quando era decorata da sede vescovile: e questo tanto più volentieri affermo, in quanto he sin dal 502 trovo il nome di un tal Rustico, il quale interveniva al III Concilio romano, indetto da Papa Simmaco, e ne sottoscriveva con gli altri Padri i decreti, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 da San Martino I, contro l’eresia dei monoteliti, quello di Sabazio vedo, entrambi vescovi bussentini (17). Ecc..”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Donde sia alla città derivata la denominazione di Policastro, difficil cosa è l’investigare. Il Luccia seguendo una certa tradizione di avere i policastrensi, dopo la venuta di Cristo, abbattuti gli idoli di ‘Polluce e Castore’, o ‘Poli’ e ‘Castro’, ne derivano il nome da queste divinità. Ma tale opinione è inverosimile, poichè se gli abitatori di detta città abbracciando la fede cattolica, vollero poerdere i nomi delle false loro deità, come poi dalle loro deità istesse dare il nome alla patria ? Avrebbero dovuto al certo ritenere la prima denominazione di Bussento, o darcela altrimenti di quella h’è al presente. Ecco perchè a me non dispiace l’opinione di chi vuole derivata da un vecchio castello di città (‘urbis castrum’), nel quale il Mandelli ed altri ravvisarono l’antica e chiara Bussento.”.

Il Campanile di Policastro all’epoca bizantina

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….).

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(Fig….) Campanile o torre campanaria della cattedrale di Policastro Bussentino

Il Castello di Policastro all’epoca bizantina

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel 1745, a p. 416 postillava che: “Molto meno si sa l’antico suo nome, perchè il citato ‘Mario Nigro’ avendo scritto che ‘Juniores Paleocastrum vocant’ scordossi dirci come gli antichi il chiamassero. Vuò ben vedere che l’antico fosse anche ‘Paleocastrum’, voce Greca, che in essa mostra il suo significato fosse di antico Castello, del di cui nome abbiamo anche un altro in Calabria, ed in Cipro una città. ‘Merola’ con un positivo uguale abbaglio dice che: Citra medium Paestani Sinus juxta Palinuri, promontorium, Paleocastrum; e quì è da notarsi altro abbaglio, che prende dicendo che Policastro ‘Castellum est’, quando nelle sue vaste ruine dimostra essere stata non picciola Città.”. 

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 494 in proposito scrivevano che: “I termini estremi della murazione italica, segnati con la lettera C nella planimetria, non toccavano la parte alta del rilievo collinare ove poi fu edificato nei secoli VI-XV d. C. il castello. E’, codesto, un fatto di rilievo nella individuazione storica di Pixous. Si sa che le città italiche e magno-greche finivano con, un’acropoli, luogo di culto e di richiamo popolare in caso di assemblea o di guerra. Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebianco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; dalle fosse escavate al di sotto ed ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla lue le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibili alla prima occupazione neo-greca.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); Ecc…”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”. Già nel 1970 i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono sulla rivista “Castellum” un interessante studio sul castello di Policastro, il primo in assoluto, “Nota sul castello di Policastro”:

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I LONGOBARDI NEL CILENTO

Le fortificazioni e castelli in epoca bizantina-longobarda

Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Ecc..”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (63) postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (64) postillava che: “(64) P. Diacono, H. L., II, 17. N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storia Salernitana”, 1962.”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (65) postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.“. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”.Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.

Il Kastron di Caselle in Pittari

Il kastron di Arce Gloriosa

Il kastron bizantino di Castrocucco

Cattura

(Fig…) Castello di Castrocucco di Maratea (PZ)

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando delle coste longobarde nell’antica Lucania, a p. 245, ci parla dei ruderi di un antico castello a Castrocucco di Maratea e in proposito scriveva che: “Da nuclei di marinai, stabili a “Sicca”, e da profughi dalla città sul “Palestro”, espugnata, probabilmente, da invasori longobardi, seguiti da altrettanto feroci incursioni saracene, intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di eppoca medievale (4). A prima vista, i ruderi di Castrocucco evidenziano insediamenti avvenuti in due fasi diverse, anche se, cronologicamente vicine. In un primo tempo avvenne l’incastellamento, forse parte di un arimanno e del suo sparuto esercito, in “fara”. Tutto il complesso difensivo fu chiuso da mura con feritoie. Il piccolo agglomerato extra moenia è di epoca posteriore, edificato da “confugientes” della piana, insicura ed esposta a continue incursioni, sia saracene, sia di predoni slavi (5). E nuclei saraceni e schiavoni furono stabili da S. Nicola al Noce. L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X……Tuttavia, le notizie su Castrocucco sono tarde e frammentarie (8). Sappiamo che nel 1079, la piccola chiesa parrocchiale era alle dipendenze dell’episcopato di Policastro, latinizzata (9).”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Soprattutto intorno al 930, in G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; R. Perrone-Capano, Sulla presenza degli slavi in Italia, estrat. Atti Acc. Pontaniana, n.s., XII, 1963; P. Ebner, Storia di un feudo, etc., op. cit., p. 91.”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Quanto resta nell’ASN e ciò che hanno scritto D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce, etc, Sapri, 1965; Fulco, Memorie storiche, op. cit.”. Riguardo la nota (8) e Fulco, il Campagna si riferiva a Fulco A., Memorie storiche di Tortora, Ed. Intercontinentalia, Napoli. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Da documenti manoscritti presso la Curia vescovile di Policastro, Arch. cit.”. Riguardo l’ultima nota (9), il Campagna, fa riferimento alla cosiddetta “Bolla di Alfano I”, un antichissimo documento del 1079, di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio, dove nell’elenco delle 30 parrocchie appartanente alla ricostuita Diocesi Paleocastrense, figurava anche Castrocucco.

Itavetere = l’Ajeta Bizantina vicino Castrocucco, turma del thema bizantino di Calabria

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 217, in proposito scriveva che: “AJETA (m 524 s.l.m.) è toponimo greco e metteva in videnza la posizione dominante, da aquila, del primo agglomerato, semitogloditico, sul costone di “Itavetere”. Nacque dalla fusione di nuclei di origine magnogreca con nuclei indigeni (84), per la necessità di una comune difesa (85).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, già alla prima metà del VII secolo, aveva ospitato una diaspora religiosa di Melchiti, i quali, sostenitori dell’imperialismo bizantino, avendo aderito ai postulati del Concilio di Calcedonia, furono cacciati dalla Siria, dalla Palestina e dall’Egitto da Cosroe II, che conquistò quei paesi dal 611 al 618 (91). I monaci si rifugiarono nei domìni occidenali dell’impero bizantino, per altro spopolati dalle guerre gotiche e longobarde-bizantine. Con la conquista araba di Siria, Palestina ed Egitto, 634-647, l’esodo di religiosi fu totale (92).”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (91) postillava che: “(91) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Tanto che presso toponimi greci  romani, si pensi al diffuso “Massa” del tardo impero, si hanno toponimi di origine semita, come Magarosa (tra Biblo e Sidone, in Siria (Fenicia), scorre il fiume Magaros), Rosello, Rosaneto, Valle di Aronne, Macariota o, connessi all’agiografia basiliana, apostolica e del Martirologio cristiano, S. Elia, Balzo di S. Bsilio, S.Giovanni, S. Pietro, S. Cuono, etc.. (Alcune località appartengono all’attuale comune di Tortora).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………Dal nucleo bizantino di “Itavetere”, forse distrutto dai Normanni, prese l’avvio l’attuale centro di Ajeta, nel corso dell’XI secolo. Contrada “Castiglione fu certamente sede di un gastaldato longobardo con diritto misto (93): l’incastellamento o fu tollerato dalle autorità bizantine oppure si impose nei lunghi periodi di lassismo imperiale. Ecc…”. Dunque, il Fusco scriveva che vi era a Castrocucco un nucleo di origine bizantina dal nome “Itavetere”.  Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Sempre il Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 219-220, parlando di Aieta in proposito scriveva che: “Ancora frammentarie sono le notizie sui feudatari di Ajeta. Il nucleo fu inizialmente bizantino, sembra che sia stato una “turma” del “Tema” di Calabria. Contrada “Castiglione”, come le omonime della costa, fu sede d’un gastaldato longobardo con diritto misto e circoscrizione limitata: gastaldati che alle frange del dominio imperiale si ponevano, a volte, in alternativa, a volte, in tacita convivenza col labile potere bizantino. Il Goffredo, per cui si fece la donazione pro-anima alla Badia di Cava, doveva essere un longobardo, rappresentante di quel particolarismo feudale, così diffuso ai confini tra impero e principato di Salerno. Normanno, sposandone la vedova, divenne signore di Aieta; la dominazione normanna, spesso, si diffuse e si consolidò con parentela acquisita.”.

Lomonaco, p. 11

(Fig…) Lomonaco, op. cit., p. 11

Vincenzo Lomonaco (…., nel suo ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11 cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’. Il Lomonaco, a p. 11, in proposito di Aieta scriveva che: “Aieta, Comune della provincia di Cosenza,….Secondo Barrio venne così addimandata da ‘aetos (aètos) che in greco vuol dire ‘aquila’ (1). Fu detta ‘Macariota’ da ‘macariotes’ (…………….) voce che in greco significa felicità. Un’antichissima tradizione vuole che la dimora di Ajeta-‘vetera’ siasi circa 900 anni dietro abbandonata per trasmigrare nella novella. La cagione fu la frequenza di orribili tempeste, che desolavano le eminente altura che prima si era prescelta. Ecc..”.

I LONGOBARDI DEL DUCATO DI BENEVENTO

Nel 568 d.C. (VI sec.d.C.), Alboino, i suoi Longobardi ed i Bulgari nel basso Cilento

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, parlando della fine della guerra greco-gotica in Italia e riferendosi alla Provincia di Salerno, a p. 117, in proposito scriveva che: “Passarono allora anche le orde franche ed alemanne di Buccellino, le quali dovettero affrettarsi a lasciare le nostre terre, perchè nelle nude campagne e nei villaggi deserti non trovarono di che cibarsi (1).”. Il Carucci, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) IORDANIS, Getica, 41. Quest’opera è un’epitome della ‘Storia dei Goti’, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Nel 568-569 i Longobardi invadevano l’Italia stremata dalla guerra, molto probabilmente perché pressati dall’espansionismo avaro, anche se secondo la tradizione tramandata da Paolo Diacono (ma considerata inattendibile dalla storiografia odierna) sarebbero stati spinti a invaderla dallo stesso Narsete per vendetta contro Giustino II, che lo aveva richiamato a Costantinopoli. Ben presto l’Impero perse, dunque, il controllo dell’Italia a vantaggio dei Longobardi, conservando solo alcune zone costiere e, all’interno, un modesto corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna. Nel frattempo la Spagna bizantina subiva la controffensiva dei Visigoti condotti da re Leovigildo, che riconquistò varie città, mentre la Prefettura del pretorio d’Africa era minacciata dalle incursioni del re locale Garmul, sconfitto dal generale (e poi esarca d’Africa) Gennadio solo nel 578. Alboino (Pannonia, 530 circa – Verona, 28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa al 572, anno del suo assassinio. Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell’Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Riuscito nell’impresa che tutti i Germani avevano sognato (conquistare l’Italia), divenne un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia Langobardorum. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda, rendendo la cronologia e i fatti molto spesso confusi. I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro città fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di un trasferimento concordato, anche se può spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell’esercito bizantino, che, piuttosto che affrontare l’invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l’esercito, preferiva attendere che l’invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre invase. La prima città di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all’inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), che il re assegnò al nipote Gisulfo, che divenne così il primo duca di Cividale con il compito di difendere l’avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fuga.

Nel 1700, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), originario di Centola, nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 381 parlando del Monte Bulgheria scriveva che: “Fu questa montagna cosiddetta da Bulgari, che vi si fermarono e fortificarono, vedendosi sin ad oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di dui ruinati loro castelli nel luogo appunto d’ove si dice S. Costantino, con un acquedotto, che viene più d’un miglio lontano, e le vestigia d’un altra fortezza che nella Rocca gloriosa fabbricarono, onde venne il nome della terra…….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermarono si vennero, è ben difficile a determinare; …..Allor che Alboino in Italia venne, oltre à suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi ancora Bulgari, ed altra quantità di barbare nazioni; quali in questi, ed in quei luoghi distribuite, ed allogate, diedero à paesi, ove si fermarono lor nome. Ecco come ‘Paolo di Varnefrido’, al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’ cel fa sapere: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”.”. Antonini scriveva che “Paolo di Venefrido” (…), nel suo “al cap. 2, lib. 2. delle cose dè Longobardi’” scriveva dei Bulgari che: “Certum est Alboin (I) multos fecum ex diversis etc…”, ovvero “Alboin è certo che ci siano molti tipi diversi di fecce e così via”L’Antonini citava “Paolo di Venefrido” e si riferiva a Paolo Diacono ed alla sua “Storia dei Longobardi”. L’Antonini a p. 381, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’eruditissimo autore della ‘Storia Civile del Regno’, allorchè al cap. 2 del libro 4, ragiona della venuta dè Bulgari in Italia, parla solamente di quella seguita nel DCLXVII sotto Grimoaldo (di cui appresso si fara parola) nè affatto fa menzione di questa al tempo d’Alboino; anzi scrive che: “Che fu qui introdotta una nuova nazione di Bulgari, quasi che mai altri non ci fossero stati di essi nelle nostre contrade; e questa stessa sentenza ostinatamente ho veduto da lui sostenere anche a voce, e prima che la sua storia scrivesse.”. L’Antonini, a p. 382 continuando il suo racconto sulle origini dei Bulgari scriveva che: “quas ali vel reges etc…………..”. L’Antonini (…) continuando il suo racconto sui Bulgari venuti al seguito dei Longobardi di Alboino, a p. 382 scriveva che: “Non è bene però credere questa cosa così assolutamente, poichè in quanto à Bulgari sappiamo per testimonianza da Filippo Pighafetta nella ‘vita dell’Imperator Leone’ (posta avanti la ‘Tattica’ di questo) che partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, poichè di lui nol sappiamo, ecc..”. Dunque, L’Antonini scrive che Filippo Pighafetta (…), nel suo testo “Vita dell’Imperator Leone” segnalava chei Bulgari partiti dalle ripe del Volga, non sappiamo quando vennero a quel paese, ch’oggi chiamasi Bulgaria, se prima o dopo Alboino (I); anzi abbiamo a credere che mai fossero stati da questo, o dà suoi predecessori domati, etc…”, ovvero che i Bulgari partiti dalle rive del fiume Volga vennero verso il Monte Bulgheria ma non si sa se essi vennero prima o dopo Alboino e che forse non vennero al seguito dei Longobardi di Alboino o vinti dai suoi predecessori. L’Antonini a p. 382, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Gio Antonio Magino nella sua ‘Geografia’ così della Bulgaria scrive: “Bulgaria quasi Volgaria dicitur, nimirum quia hujusmodi populi profecti a Volga circa annum domini DCLXVI. num regionem occuparunt.”. E questa opinione è stata tenuta anche da Pietro Bergeron nel suo ‘Trattato dè Tartari’ alli cap. 6 e 15.”.  

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, vol. I, a pp. 704-705, dopo aver detto dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Pietro Ebner segnalava che l’Antonini attribuiva “l’immigrazione” nel nostro territorio dei Bugari al re Longobardo Alboino che li portò con se al seguito del suo esercito Longobardo. Secondo l’Ebner, l’Antonini credeva che i Bulgari fossero venuti al seguito di Alboino. Stessa notizia riferita da Antonini è riferita da Pietro Marcellino di Luccia (…). come vedremo in seguito.  Pietro Ebner, a p. 704, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit. I, p. 383 dice di averne letto i documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu edificato quando il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti dè vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io verrei fermamente a credere”. Sul termine “celle”, v. a p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Angelo di Perdifumo con quello “presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio della Cava”. Pertanto ubica in questo cenobio il miracolo in cui ecc…”. Dunque, l’Antonini attribuiva la venuta dei Bulgari ad Alboino, il primo re dei Longobardi in Italia. L’Antonini (….), sulla scorta di Paolo Diacono e dell’Ignoto Cassinese, scriveva: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo; e fu loro Bojano (2) coi vicini luoghi assegnato. Di questa venuta e di assegnazioni di stanze l’Ignoto Cassinese al num. 3. troppo secca notizia ci da colle seguenti parole: ‘Alczecus Volgarius cum hominibus ab abitantum fuscipitur’; ma l’accuratissimo Camillo Pellegrino ‘de fin. Ducat. Benev.’ ad orientem, rischiarata alquanto il luogo”. L’Antonini, prosegue il suo racconto citando il Pellegrino: Scrive egli così: ‘A Rege Grimoaldo in subsidium accersitos adversus Graecos, iisque loca ad Bojanum, e Aeserniam ad abitanndum fuisse concessa’.”. Sempre l’Antonini, sulla scorta del Pellegrino, scriveva: Ma circa l’anno DCCCXXX (anno ‘830) cacciati da questi luoghi, per diversi paesi si sparsero; ne sappiamo se questi d’Alczeco, o quelli d’Alboino vennero ad occupare la montagna, dandole dal loro nome quello di Bulgheria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede che da alcune concessioni del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte, che nell’Archivio vescovile di Policastro si conservano ed in esse si dice “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”. Poi l’Antonini, prosegue scrivendo: “E chi sa se questifossero gli stessi, che sotto il nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel MXL. Anno MXL (dice Lupo Protospada). Questo dell’anno 1039. dallo stesso Protospadavien chiamato Niceforo: Descendit Nichiphorus Catapanus qui e Dulchianus.”. L’Antonini, prosegue e cita il passo del Pellegrino che parla di Grimoaldo. Pertanto, l’Antonini, conclude scrivendo: “quelli di Alboino o degli altri di Alczeco passati a stabilirsi su questa montagna e poi andati in Puglia o pure dalla Puglia, battuti da Dulchiano, vennero a stabilirsi quì.“. Dunque, l’Antonini scriveva che i Bulgari venuti nel basso Cilento potevano essere quelli venuti al seguito di Alboino e poi aggiungeva ed ipotizzava forse quelli venuti più tardi con il principe “Alczeco” che furono chiamati dal Principe Longobardo Grimoaldo, primo Duca di Benevento. Antonini, infatti, scriveva che: “Con Alboino in Italia, vennero (i Bulgari), furono ancora degli altri che vi portò Alczeco (1), allorchè fu chiamato da Grimoldo primo Duca di Benevento, e Re de’ Longobardi, per difender Romualdo suo figlio contro l’Imperator Costanzo ecc..”. Riguardo le notizie dei bulgari al seguito di Alboino ha scritto anche il Di Luccia (…). Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato a tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36. Duchi, ma creato nell’anno 583. Rè. Ecc..”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia parlando del territorio di S. Giovanni a Piro racconta la cronistoria dei fatti da Giustiniano fino a Ruggero I d’Altavilla. Di Luccia scriveva che dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Costantino, nell’anno 568, il territorio di S. Giovanni a Piro che era stato assalito dai Barbari (Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni), nell’anno 571, dopo che il suo generale Narsete aveva sconfitto e cacciati gli ultimi Ostrogoti del re Teia  furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572″. Il Di Luccia aggiunge pure che nell’anno 571, il re Alboino morì per opera di sua moglie e gli successe suo figlio Clephe il quale fu ucciso nell’anno 572. Il Di Luccia scrive che subito dopo l’anno 572, dopo la morte di Clephe, gli successe Autari. Il Di Luccia scriveva che il regno Longobardo di Autari, figlio di Clephe, si estendeva fino a Reggio Calabria, compreso i territori conquistati a cui si aggiungevano la Lucania e la Calabria che gli erano stati donati dal Duca di Benevento Zotone. Scrive ancora il Di Luccia che Autari divise il regno Longobardo in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Ecc…”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.

Nel 568 (VI sec. d.C.), il duca Longobardo Zottone

Da Wikipedia leggiamo che Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Zottone fu il duca Longobardo che guidò la prima fase dell’occupazione longobarda nel Mezzogiorno d’Italia, negli anni immediatamente successivi all’invasione della Penisola (a. 568). Fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono (…). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: 3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42:……ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. Ecc..”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “….. l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. …..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica…..3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Ebner, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42: “Quoniam Velina; Buxentina et Blandina Ecclesiae sibi in vicino constitutae Sacerdotis noscuntur vacare regimine, propterea fraternitati tuae earum sollemniter operam visitationis ingiungimus”; Jaffe-Ewald, Regesta pontif. Roman., n. 1195) ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. A questo duca seguì Arechi, nobile longobardo del Friuli, che tenne il ducato per 50 anni. Il “Felici episcopo de Acropoli” non indica, come vedremo, una locale sede vescovile. Ecc…. Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Ebner, a p. 13, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Gregorio Magno, Epist., VI, 6”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 63, in proposito scriveva che: “In questa prima fase espansionistica i Longobardi Beneventani furono incapaci dei centri abitati posti sulle coste del Tirreno, fatta eccezione per Paestum, indifendibile ed impossibilitata a ricevere solleciti aiuti dal mare, sul quale i Bizantini muovevano flotte agguerrite; la stessa incapacità impedì loro la penetrazione del massiccio dell’odierno Cilento, dove, valutata allora anche la poca opportunità di dirigersi verso il Bruzio attraverso terre impervie ed inselvatichite a seguito della recente e gravissima crisi demografica,……..Restava così al di fuori dalla conquista longobarda il vasto territorio situato tra Agropoli, i Monti Alburni e Blanda, dove, oltre ai centri principali già ricordati, vi erano quelli di una certa importanza, quali Magliano e Molpe, e quelli destinati a diventare importantissimi, ma allora in gestazione, come Capaccio (3), sul……., e la cittadella fortificata denominata ‘Lucania (4), sul vertice inaccessibile del monte Cilento (5), vi erano inoltre piccoli nuclei abitati sparsi un pò ovunque, ma principalmente sulle balze delle colline e dei monti,……La regione così individuata, venutasi a trovare separata dai restanti domini greci d’Italia, ebbe l’immediata necessità di organizzarsi; a questo dovettero però provvedere i Vescovi, perchè i Bizantini erano allora impossibilitati ad occuparsi concretamente dei problemi della Penisola (1). Sedeva sul soglio pontificio, dal settembre del 590, Gregorio Magno,…….Poichè l’unico vescovo presente nell’area ancora bizantina tra i golfi di Salerno e di Policastro, era quello della diocesi pestana, Felice (2), allora residente ad Agropoli (‘episcopus de Agropoli’), a lui il Papa inviò nel luglio del 592 un lettera ecc…. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi pp. 93 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 93, in proposito scriveva che: “Il “Castellum Caputaquensis”. Cap. V, il Cantalupo ci parla di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. pp. 69 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 69 e ssg., in proposito scriveva ed argomentava intorno ad un’antica città di Lucania sorta all’epoca dei primi Longobardi, di cui aveva argomentato lo studioso Emilio Guariglia (….), ed in parte Nicola Acocella (….) con alcune varianti. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. n. 2, p. 110.”. Riguardo lo studio di Emilio Guariglia (….), si tratta dell’articolo o saggio “La città di Lucania” apparso sulla rivista ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno V (1944).  Il Cantalupo, a p. 110, stessa cosa il Cantalupo argomentava sul nome di Cilento di cui qui non voglio dilungarmi. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dalla metà alla fine del VI secolo la penisola balcanica e la Grecia furono invase a più riprese dalle popolazioni barbare degli Slavi e degli Avari; ai principi del secolo VII esse riuscirono anche a sfondare la linea del Danubio e, insediatesi nella prima metà dello stesso secolo sia nel Peloponneso che in parte della Grecia, nel 626 assediarono Costantinopoli. La città fu salvata allora dall’intervento della flotta bizantina, nonostante la minacciosa presenza dell’esercito persiano intervenuto in quell’assedio (cfr. OBOLENSKY, Il Commonwealth bizantino, Bari, 1974, pp. 72-74)”.

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione dei Longobardi del duca Zottone e riferendosi alla lettera di papa Gregorio I che scrisse nel 592 indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”. In questo passo il Gaetani (….), pone in risalto la testimonianza della lettera di papa Gregorio I a Cipriano scritta nel 592, dove il papa cita e parla dell’invasione e delle stragi effettuate dai longobardi di Zottone nel 568.

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75 parlando dell’invasione Longobarda in proposito scriveva che: “Erano trascorsi appena quindici anni dalle guerre Gotiche, quando, nel 568, in “fara”(63), avvenne l’invasione longobarda, spezzando, così, l’unità politica della Penisola. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (63) postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (64) postillava che: “(64) P. Diacono, H. L., II, 17. N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storia Salernitana”, 1962.”. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (65) postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.“. Il Campagna, a p. 74, nella sua nota (66) postillava che: “(66) P. Diacono, H.L., ibidem”. Il Campagna a p. 74, nella sua nota (67) postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (68) postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (69) postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Reg. Vat.,op. cit”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le ddiocesi d’Italia, op. cit.“. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (73) postillava che: “(73) P. Diacono, H. L., IV, 9”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Reg. Episc., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (75) postillava che: “(76) P. Diacono, H.L., IV, 44. A. Peronaci, Evoluzione dei termini e dei concetti di servus e sclavus, in SM’, a. VIII (1975), fasc. III-IV”. Pietro Giannone (…), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Dunque, Pietro Giannone scriveva che quando arrivarono i Longobardi ai confini con il Ducato di Benevento fino a Salerno essi conquistarono molti territori della Calabria e della Lucania. Infatti, il Giannone scriveva: “e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte.”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, a p. 36, in propposito scriveva che: “Nel 568 i Longobardi iniziarono scorrerie a scopo di rapine, nella zona oggetto di studio, ma la strenua difesa della città di Bussento, impedì la conquista, grazie alle difese terrestri approntate e alla flotta bizantina. Crearono danni alle terre intorno, lungo le vie di comunicazione descritte, ma la popolazione di queste ormai o si era rifugiata tra le formidabili mura o era dispersa in luoghi nascosti, spopolando definitivamente quelle zone non altrimenti difendibili. Le bande venivano dal Vallo di Diano, lungo i corsi dei fiumi Mingardo, Sciarapotamo, Bussento e Bussentino, ma la città resistè. In concomitanza di queste ultime invasioni, ci furono anche epidemie (566-570), carestie (574 e 578) e terremoti (844) ecc…(5). Il nome di Zotone (Tatzone o Totone), primo duca beneventano, divenne un flagello ecc….”. Il Gentile a p. 37, in proposito aggiungeva che: “Anche la città di Policastro cadrà e, infatti, nel concilio romano del 679 non compare il suo vescovo. Il crollo del territorio bussentino ecc…”. Il Gentile, a p….., nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pag. 29.”.

Nel 571 (VI sec. d.C.), il duca longobardo Zottone e la fondazione del Ducato Longobardo di Benevento

Zottone fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono. Con le sue truppe, penetrò in Campania nell’agosto del 570, affrontando i Bizantini e sconfiggendoli ripetutamente. Si accampò a Benevento, che diventò la capitale del nuovo ducato. Provò a conquistare Napoli, ma fallì e dovette togliere l’assedio nel 581. Come duca era semi-indipendente, mentre il nord della Penisola era sotto il controllo del re longobardo Autari, che aveva poca influenza nel sud. Si piegò all’autorità reale nel 589. Morì nel 591 circa e gli successe Arechi I. Paolo Diacono, ‘Historia Longobardorum’ (‘Storia dei Longobardi’, cura e commento di Lidia Capo, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992). Si veda pure: Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Il ducato di Calabria (bizantino), sorge dunque nel VI secolo aggregando la regione del Brutium, cioè l’odierna area cosentina, con le terre ancora possedute nel Salento (la Calabria dei Romani) i cui confini settentrionali sono costituiti dal cosiddetto “Limitone de’ greci”, una sorta di muraglia difensiva costruita a salvaguardia del territorio dalla minaccia dei longobardi e ancora esistente in diversi tratti. Il nome Calabria (che in origine designava la penisola salentina) cominciava così a essere utilizzato per designare il Bruzio, mentre il Salento prendeva il nome di Terra d’Otranto, progressivamente conquistato dai Longobardi. Infatti, Il Ducato Longobardo di Benevento (poi anche Principato) costituì l’estrema propaggine meridionale del dominio Longobardo in Italia e insieme al Ducato di Spoleto costituirono quella che venne chiamataLongobardia minor’. Formalmente soggetta al dominio dei pontefici romani (Ducato romano), che con i loro possedimenti nelle regioni centrali la tagliavano fuori dal resto dell’Italia longobarda, Benevento fu sostanzialmente indipendente fin dal principio della fondazione del ducato. I suoi destini furono strettamente legati alla corona reale longobarda solo durante il regno di Grimoaldo e dei sovrani succeduti a Liutprando. Dopo la caduta del regno, tuttavia, il dominio beneventano rimase l’unico dei territori longobardi a mantenere ‘de facto’ la propria indipendenza per quasi trecento anni, malgrado la divisione dei suoi territori subita nell’anno 831. Sotto il regno dei successori di Zottone, il ducato cominciò a espandersi a danno dell’Impero bizantino. Ma già alla morte di Arechi, i presidi bizantini nel sud Italia erano notevolmente ridotti. A Bisanzio restavano solo Napoli, Amalfi, Gaeta, Sorrento, parte della Calabria e le città marittime della Puglia (Trani, Bari, Brindisi, Otranto). Pietro Giannone (…), parlando dei bizantini (Greci) nelle nostre terre e della conquista Longobarda sui loro territori come la Calabria, in proposito, scriveva che: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (1) postillava che: “(1) GREGORII M., Reg., III, 3”. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico.

Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, parlando del territorio di S. Giovanni a Piro in proposito scriveva che: “…, ne nascerebbe che detto Territorio di S. Gio: sarebbe venuto in mano della Chiesa Basiliana circa l’anno 571. poichè doppo che l’Imperio Romano fu trasferito in Grecia, il Regno di Napoli fu assalito dalle Nationi Barbare dei Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni, e fù oppresso dalla Tirannide, e mercè all’ingratitudine usata dall’Imperatore Giustiniano, che nell’anno 568. succede al Zio a Narsete suo Capitano, quale haueva cacciati li Goti furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572. E disprezzato a tal fine il Reale Dominio da detti Longobardi furono eletti nel Regno 36. Duchi, ma creato nell’anno 583. Rè Authari figliolo di Clephe questo fino alla città di Reggio arrivato pose il termine al Regno de Longobardi, & hebbe in donazione dal Duca Zotone di Benevento la Lucania, e la Calabria, e quanto hauea in queste Provincie acquistato, e diviso il Ducato di Benevento in tre Principati come Capua, Benevento, e Salerno sotto questo Principato andava il Territorio di S. Gio: venuto poi per successione in mano di Ruggieri Normanni Conte di Sicilia ecc…ecc..”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia parlando del territorio di S. Giovanni a Piro racconta la cronistoria dei fatti da Giustiniano fino a Ruggero I d’Altavilla. Di Luccia scriveva che dopo l’ascesa al trono dell’Imperatore Costantino, nell’anno 568, il territorio di S. Giovanni a piro che era stato assalito dai Barbari (Goti, Ostrogoti, Vandali, e Saraceni), nell’anno 571, dopo che il suo generale Narsete aveva sconfitto e cacciati gli ultimi Ostrogoti del re Teia  furono dalla Pannonia chiamati li Longobardi in Italia sotto il Re Alboino, quale per opra della sua Moglie morì nell’anno 571. con hauere lasciato la successione a Clephe ammazzato poi nell’anno 572″. Il Di Luccia aggiunge pure che nell’anno 571, il re Alboino morì per opera di sua moglie e gli successe suo figlio Clephe il quale fu ucciso nell’anno 572. Il Di Luccia scrive che subito dopo l’anno 572, dopo la morte di Clephe, gli successe Autari. Il Di Luccia scriveva che il regno Longobardo di Autari, figlio di Clephe, si estendeva fino a Reggio Calabria, compreso i territori conquistati a cui si aggiungevano la Lucania e la Calabria che gli erano stati donati dal Duca di Benevento Zotone. Scrive ancora il Di Luccia che Autari divise il regno Longobardo in tre Principati: Capua, Benevento e Salerno. Autari (… – Pavia, 5 settembre 590) è stato re dei Longobardi e re d’Italia dal 584 al 590. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro Bussentino che all’epoca era la vecchia Buxentum scriveva che: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (10), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (8-9). Infatti, il Romanelli (25) ed il Troyli (6), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), sulla scorta del Laudisio (….), a pp. 116-117 parlando di Bussento e poi di Policastro, in proposito ricordava che: “Fiorente era tuttavia Bussento almeno sino alla metà del sesto secolo, quando era decorata da sede vescovile: e questo tanto più volentieri affermo, in quanto he sin dal 502 trovo il nome di un tal Rustico, il quale interveniva al III Concilio romano, indetto da Papa Simmaco, e ne sottoscriveva con gli altri Padri i decreti, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 da San Martino I, contro l’eresia dei monoteliti, quello di Sabazio vedo, entrambi vescovi bussentini (17). Ecc..”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. In questo caso il Volpe citava il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…) di cui ho già parlato e di cui il suo passo su Policastro ai tempi dei Longobardi venne integralmente trascritto dal Gaetani, ha pure citato l’opera di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia etc….”, a p. 148 del vol. II, parlava del V sinodo dei vescovi dove parteciparono alcuni vescovi di Bussento.

Nel 576 d.C. (VI sec. d.C.), l’Imperatore di Bisanzio, Giustino II inviò un esercito contro i Longobardi

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo capitolo III sui “I Longobardi in Italia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Contro l’immediata ed ulteriore minaccia costituita dalle mire espansionistiche manifestate dal ducato longobardo di Benevento fin dalla sua fondazione nel 571, mancarono dall’Oriente aiuti pari alla gravità del pericolo (4); i Bizantini si impegnarono solo nel rafforzamento dei sistemi difensivi delle città, dei borghi e dei castelli, per proteggere quei territori che erano ancora nelle loro mani. Probabilmente anche ad Agropoli fu allora potenziata la prima fortificazione con l’elevazione di mura dove lo strapiombo della roccia ecc…”. Il Cantalupo, a p. 61, nella sua nota (4) postillava che: “(4) L’unico intervento fu quello dell’imperatore Giustino II (565-578), che inviò in Italia un esercito al comando del generale Baduario; l’esercito però fu vinto e Baduario ucciso nel 576. Il successore di Giustino, Tiberio, fu interamente assorbito dalla guerra contro i Persiani.”. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Il nuovo Imperatore Giustino II, invece di inviare rinforzi in Occidente per salvaguardare i territori riconquistati da Giustiniano, decise incautamente di violare la tregua con la Persia, ritenendo umiliante continuare a pagare il tributo ai Persiani che Giustiniano aveva accettato di versare per comprare la pace. Rimase del tutto inerte di fronte all’invasione dell’Italia da parte dei Longobardi (568). Così nel 574 il governo fu affidato a Tiberio, capo della guardia palatina, da Giustino adottato come figlio e nominato Cesare: e a Tiberio passò il potere imperiale pochi giorni prima della morte di Giustino. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, esisteva in Lucania una città chiamata “Vibonem” che l’Antonini chiama “Vibonem ad Siccam” dalle note epistole di Cicerone ad Attico. E’ la storia delle nostre terre ad essere stata poco indagata per il periodo della caduta dell’Impero Romano e la dominazione Bizantina fino all’epoca Longobarda. Orazio Campagna a p. 74, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Seguì la vittoria di Avari e Persiani del 572, che pare, abbia spinto Giustino II alla follia. Ch. Diehl, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957; ecc…”. Il Campagna citava il testo di Charles Diehl (…), il suo “I grandi problemi della storia bizantina”, ed. Laterza, Bari, 1957. Il Campagna citava anche il testo di Giovanni Minasi, Le chiese della Calabria dal quinto al duodecimo secolo, Napoli, 1893.

Nel 582 (VI sec. d.C.), morì un Vescovo della Diocesi di Grumento (“Agromonte”)

Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). Ecc….. Dunque, il Cappelletti, a p. 368 (vol. XX), scriveva che a Buxentum, nell’anno 582 troviamo un vescovo i cui non si conosce il nome e che esso era morto nell’anno 582. Scrive senpre il Cappelletti che per questo vescovo di Bussento, papa Gregorio I raccomandava al Vescovo di “Agromento” (forse Grumento), di visitare la diocesi di Bussento e poi cita la lettera di papa S. Gregorio Magno, dicendo di cui sopra (1). Il Cappelletti, a p. 368, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pag. 328”. Vediamo questa lettera che ci presenta il Cappelletti. A p. 328, il Cappelletti, riporta il testo della lettera di papa S. Gregorio Magno (Gregorio I): “Gregorius Felici Episcopi de Acropoli”: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42. Tuttavia, sebbene il Cappelletti, nella sua nota (1) avesse postillato di questa lettera, egli a p. 367, in proposito scriveva che: “Ma ne assicura una lettera del metropolita Alfano, scritta al clero di Bussento, l’anno XXII del suo pastorale governo; il qual anno corrisponderebbe al 1079: e con questa lettera l’arcivescovo da notizia al clero di quella chiesa di avere consacrato vescovo di Policastro il celebre Pietro Pappacarbone, monaco del monastero di Cava.”. Dunque, riepilogano ciò che affermava il Cappelletti che, secondo lui, nell’anno 582, era morto il vescovo di Policastro, di cui non si conosce il nome e, che, alla morte di questo vescovo, essendo la sede vescovile di Bussento vacante, nell’anno 582, papa S. Gregorio Magno raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).”. In primo luogo devo precisare che la nota lettera di papa Gregorio I non è del 582 ma è stata scritta nell’anno 592; in secondo luogo, la lettera non fu indirizzata al vescovo di Agromento o Grumento ma è una lettera indirizzata al vescovo di Capaccio (che si era rifugiato ad Agropoli), Felice. In terzo luogo, la lettera di Alfano I, Arcivescovo di Salerno, non centra nulla con la lettera di papa S. Gregorio Magno al vescovo Felice. Infatti, padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42.

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: L’Antonini riporta anche una cronaca di Montecassino, nella quale si pone in Lucania la città di Vibone (Vibonam) (60). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (60) postillava: “(60) Chron. Casin. Epit., p. 353 Muratori.”. Infatti, Giuseppe Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II° all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla citazione dell’Antonini trae la stessa notizia. Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711.  Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II°. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo. Dalla Treccani leggiamo che Giustino II imperatore d’Oriente. – Nipote (m. 578) di Giustiniano, cui successe nel 565. Rimase del tutto inerte di fronte all’invasione dell’Italia da parte dei Longobardi (568); fu vinto anche dagli Avari e dai Persiani sino a quando gli insuccessi ripetuti gli fecero perdere la ragione. Così nel 574 il governo fu affidato a Tiberio, capo della guardia palatina, da Giustino adottato come figlio e nominato Cesare: e a Tiberio passò il potere imperiale pochi giorni prima della morte di Giustino. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, esisteva in Lucania una città chiamata “Vibonem” che l’Antonini chiama “Vibonem ad Siccam” dalle note epistole di Cicerone ad Attico. E’ la storia delle nostre terre ad essere stata poco indagata per il periodo della caduta dell’Impero Romano e la dominazione Bizantina fino all’epoca Longobarda. Giustino II (520 – 5 ottobre 578) è stato un imperatore bizantino dal 565 al 578. Fu nipote e successore di Giustiniano I. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Il nuovo Imperatore Giustino II, invece di inviare rinforzi in Occidente per salvaguardare i territori riconquistati da Giustiniano, decise incautamente di violare la tregua con la Persia, ritenendo umiliante continuare a pagare il tributo ai Persiani che Giustiniano aveva accettato di versare per comprare la pace. La nuova guerra contro la Persia, iniziata nel 572 e terminata solo vent’anni dopo (591), portò inizialmente alla perdita di Dara e impegnò per parecchio tempo la maggior parte delle truppe dell’Impero d’Oriente, distogliendole dalla difesa dei Balcani e dei territori occidentali riconquistati da Giustiniano. Quando, dunque, intorno al 580, i Balcani furono invasi da Slavi e Avari, l’Impero non poté opporre forze sufficienti per respingerli, con il risultato che grosse porzioni dei Balcani furono occupate da Slavi (mentre gli Avari erano intenzionati a compiere incursioni non per stabilirsi entro i confini dell’Impero, ma per lo più a fini di saccheggio e per costringere l’Impero ad aumentare il tributo).

Nel 591, Arechi I ed i Longobardi del ducato di Benevento

Arechi I (o Arigis o Aretchis; … – 641) è stato un duca longobardo, duca di Benevento dal 591 circa al 641 circa. Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. E’ infatti anche a questo periodo che si riferiscono le epistole di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno). Egli conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Il Cantalupo, scrive che, sebbene Arechi I avesse conquistato il Salerno nel 620, le nostre zone erano amministrate da Vescovi che assolvevano le funzioni giuridico-amministrative più importanti sostituendosi al “sacro Palatio” dei Longobardi. Dunque, secondo il Cantalupo, il territorio del Golfo di Policastro, verso la metà del VII secolo doveva appartenere al territorio ancor Bizantino della “Bricia” longobarda.

Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nelle grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Secondo la Descriptio orbis romani di Giorgio Cipro, opera geografica redatta all’inizio del VII secolo, suddivideva in cinque province o “eparchie”: quella di “Calabria”, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell’Apulia. Secondo Kazhdan (…), Giorgio Ciprio (greco: Γεώργιος Κύπριος, latinizzato come Georgius Cyprius; Lapithos, … – …) è stato un geografo bizantino degli inizi del VII secolo……Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “Iniziata da Leone, il Filosofo, fu proseguita dai suoi successori, che sottomisero al basileus la Calabria fino a Taranto e la Lucania orientale fino al Sinni e al Bradano, anzi il generale Niceforo Foca aveva sottomesso, anche se per poco, i Longobardi del Beneventano (6). Fu nel Golfo di Policastro, fra frange incerte del Thema di Calabria ed i particolarismi longobardi campani, che si ebbe la sostituzione dei gastaldi coi tumarchi o, più spesso, la tacita convivenza fra loro con l’applicazione d’un diritto misto (7).”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (6), postillava che: “(6) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, op. cit.; J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (7), postillava che: “(7) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904, op. cit.; L. Bréhier, Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949.”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, iporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”,  del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 parlando di Policastro scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta degli anni 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive:  “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Proseguendo il suo racconto il Mannelli scrive che ad un certo punto i Saraceni d’Africa subirono una tremenda sconfitta dalle forze cristiane in Italia e cio accadde quando i Normanni li cacciarono dalla Sicilia. Il Mannelli scrive pure che “cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro”, solo dopo che i ‘Barbari d’Africa’ (Saraceni ?) furono cacciati dalla Sicilia da Ruggiero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Ciò accadde intorno alla metà dell’anno Mille. Dunque, secondo il Mannelli la città di Policastro prese il nuovo nome di “Policastrum” solo dopo la venuta dei Normanni in Sicilia. Il Mannelli, sotto le righe fa intendere anche di una tremenda sconfitta dei Saraceni. A quale battaglia e a quale periodo si riferiva ? Forse è quì che il Mannelli si riferisce al tempo del duca Longobardo Arechi I di Benevento ed all’anno 640. Infatti, Arechi I fu il secondo duca di Benevento dal 591 alla sua morte nel 641, un regno di mezzo secolo. Proveniva dal Friuli ed era imparentato con i loro duchi, forse nipote di Zottone, il suo predecessore. Fu nominato duca dal re Agilulfo nella primavera del 591, dopo la morte di Zottone. Era praticamente indipendente, perché il suo ducato era separato dalla Langobardia Maior dal Corridoio bizantino. Conquistò Capua e Venafro in Terra di Lavoro e zone della Basilicata e della Calabria. Non riuscì a prendere Napoli, dopo un assedio (già Zottone non vi era riuscito), ma prese Salerno dal 620 in poi. Trascorse gli ultimi anni del suo regno a stabilire buone relazioni con i Romanici cattolici del suo ducato e fare suo successore il figlio. Alla sua morte, dopo essere sopravvissuto molto per un sovrano dell’epoca, la sua indipendenza era assicurata e il suo dominio passò a suo figlio Aione I. E’ infatti anche a questo periodo che si riferiscono le epistole di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno). 

Nel 592 d.C. (VI sec. d.C.), RUFINO e VENANZIO, vescovi dell’antica diocesi di VIBONE (per Barrio, Laudisio, Lanzoni, ecc..)

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie sulle origini e la localizzazione di un vescovado a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ (?). La notizia, tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I°), secondo cui nel 592 d.C. papa Gregorio Magno scrive (Epistola n. 49 ed epistola n. 18), scrisse a due Vescovi di Vibone o Vibona (“Vibonem”): RUFINO e VENANZIO. Gli studiosi del passato si sono arrovellati intorno a questo antico toponimo ed hanno cercato di avanzare delle ipotesi plausibili intorno alla localizzazione dell’antica sede vescovile ma ancor prima al sito dell’antica colonia o città di origine greca. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, pubblicato nel 1831 e in seguito nel 1976 ristampato da Gian Galeazzo Visconti (…), citava un’altra notizia che suffragava l’ipotesi di una sede Episcopale a Vibone e, scriveva che:  “…antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, ecc…” e, nella sua nota (49), il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), citava due lettere (epistole) di Papa Gregorio Magno. Si tratta di due lettere che papa Gregorio Magno, scrisse ad alcuni Vescovi della Lucania. Ritornando al Tancredi (…), egli, a p. 74, nelle sue note, citava il sacerdote Rocco Gaetani, che pure, sulla scorta del Laudisio (…), parlava e citava queste due lettere di papa Gregorio Magno. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. Dunque, cerchiamo di analizzare ciò che scriveva il Laudisio (…), tradotto in seguito dal Visconti (…). Sulla notizia della sede vescovile di Vibona, il Laudisio a p. 73 (p. 17, versione latino della versione curata dal Visconti): “…a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città ecc..”. Il Visconti (…), nella traduzione alla ‘Synopsi’ del Laudisio (….), nella sua nota (49), fa riferimento alle epistole (lettere) di papa S. Gregorio Magno: Lib. 8, ep.49, lib. 11, ep. 18′. Il Laudisio (…), riportando la notizia “…sorte sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”, il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”, egli citava due epistole (lettere) di Papa Gregorio Magno (papa Gregorio I) e, aggiungeva: “l’antica Vibona (Vibonam)….che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”. Dunque, il Laudisio (…), crede ed avanza l’ipotesi che l’antica sede Vescovile di Vibonem sia da porsi a Vibonati piccolo borgo medievale non lontano da Policastro. L’ipotesi del Laudisio è fatta sulla base etimologica del toponimo di Vibonati. Rileggendo il testo di Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73, apprendiamo che: “…l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. A proposito di questa notizia, ne parla anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…), affermava: ”Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.” . Il Porfirio (…), nella sua nota (2), trae la notizia dall’epistola di Papa S. Gregorio Magno: “Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18”. Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

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Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, ……altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio Magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia,Vibonatisi appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). La notizia citata dal Laudisio (…) e dal Volpe (…), è tratta dal Binio (…) e dal Gatta (…). Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′ (…), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Sulle epistole (lettere) di papa Gregorio Magno, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi a Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17 della verione scritta in latino.Per le due Epistole di papa S. Gregorio Magno I° si veda pure Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Il Laudisio (…) e il Porfirio citavano le due Epistole di Gregorio I: Lib. 8, ep. 49, lib. 11,ep. 18′. Il testo di Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia etc…’, pubblicato a Colonia nell’anno 1606 (I edizione)(forse si tratta del  tomo II, cap. III, p. 736). Il Laudisio (…), nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Dunque si tratta delle due Epistole di papa S. Gregorio Magno I: l’epistola n° 49 nel Libro VIII e, l’epistola n° 18. Per queste due epistole (lettere papali) di papa S. Gregorio Magno I si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Dunque, si tratta dell’epistola n° 49 nel Libro III (come scrive il Porfirio) o il Libro VIII come scrive il Laudisio ?. A questa vi è pure l’epistola n° 18 nel Libro XI. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17, dove vi è la sua versione in latino.

Nei primi del VII sec. d.C., la ‘Bricia’ (parte del basso Cilento) amministrata dai Vescovi dipendenti dal Ducato bizantino di Napoli

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, ci parla della Lucania e della Bricia ed in proposito scriveva che: Questa riorganizzazione che allora dovette sembrare temporanea, ma che era destinata a conservarsi a lungo, deteminò, stando ai dati che si possono rilevare solo da posteriori condizioni effettuali, una lenta serie di modifiche nelle ripartizioni e nelle denominazioni territoriali. La Lucania romana, che nel frattempo era caduta quasi interamente sotto il dominio dei Longobardi, perchè il suo nome (5), esso si restrinse ad indicare soltanto quella sua parte occidentale che si affaccia sul Tirreno e che è possibile circoscrivere, in modo approssimativo, entro i confini costituiti: a Nord-ovest da Agropoli, a Nord e ad Est dai corsi superiori dei fiumi Calore ed Alento ed a Sud da Velia ed il suo entroterra. Questa regione che noi possiamo chiamare Lucania Occidentale o Minore, per distinguerla dall’antica, e maggiore, Lucania romana, subì in seguito alcune modifiche territoriali (1), ma conservò sempre il nome di ‘Lucania’ fino all’XI secolo, per poi assumere quello odierno di Cilento (2). La conquista longobarda, costituendo un caposaldo a Laino, aveva fra l’altro scisso le terre intorno a Blanda da quelle restanti del Bruzio (3); queste però mantennero il nome di Bruzio, nome che, nella forma: ‘Britia’, e successivamente ‘Bricia (4), si estese gradualmente a comprendere prima le terre nel golfo di Policastro, poi quelle fino all’Alento (5). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Sul problema cfr. G. Racioppi, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1899, II, p. 11.”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. p. 75 e carta geografica, I”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127.”. In queste pagine il Cantalupo parla dei toponimi ‘Cilento’ e di ‘Lucania’ che si alternavano soprattutto dopo i Longobardi in epoca Normanna.

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(Fig…) Il grafico è tratto da Piero Cantalupo, op. cit. ,vol. I, p. 75

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. In tale periodo si attuava nel nostro Meridione un processo di “bizantinizzazione” in base la quale le popolazioni ancora dipendenti dall’Impero Romano d’Oriente divennero profondamente grecizzate nella lingua, negli usi, nei costumi e nel rito religioso; esso iniziò nella seconda metà del VI sec. d. C., quando l’Italia meridionale servì come rifugio delle genti elleniche della penisola balcanica e della Grecia ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, parlando del Bruzio e ‘Britia’, a p. 66, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il Bruzio antico, i larga parte assorbito dai Longobardi che ne occuparono il territorio fra Laino e Cosenza, conservò il suo nome fino all’epca dell’imperatore bizantino Costante II (641-663); riassettandosi allora i territori bizantini, ad esso fu dato il nome di Calabria, che fino a quel tempo aveva indicato la penisola Salentina, la quale, a sua volta, incominciò a chiamarsi ‘Longobardia’ in concomitanza con la penetrazione longobarda in quelle terre. (Cfr. M. Schipa, ‘La migrazione del nome “Calabria”, estr. dall’Archivio Storico della Calabria, I, 1912.“. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La forma: BRITIA (VIII sec.) è riportata da Paolo Diacono (‘Historia Longobardorum’, II, p. 17: ecc..; la forma BRICIA (XI sec.) è registrata da Romualdo Guarna (‘Chonicon, in RR. II., SS. (2), VII, P. I ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Il Cantalupo (…), a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Dunque, secondo il Cantalupo, Buxentum (Bussento) mutò il suo nome in Policastro solo dopo l’occupazione Bizantina del IX secolo dell’Imperatore Niceforo Foca.

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, nel suo capitolo “Costituzione del principato longobardo di Salerno”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, la regione salernitana, la quale pure aveva sofferto non poco dalle prime incursioni dei Longobardi (1), ben presto ebbe ad avvantaggiarsi del nuovo dominio e soprattutto Salerno, che Arechi desiderò divenisse il porto del suo stato. Fatta allora oggetto di speciali cure, Salerno divenne la più cospicua città del Ducato (2) e la sua importanza si accrebbe poi di molto, quando il duca Arechi II, genero del re Desiderio, si proclamò principe di Benevento, e per prepararsi a resistere contro una probabile invasione franca (3), rese più sicure le mura e le torri di Salerno (1) e vi costruì un palazzo (2). Nell’840 poi, morto il pricipe Sicardo di Benevento, gli Amalfitani insorsero, si ordinarono in repubblica, e incitarono ecc…”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (1) postillava che: “(1) HERCHEMP., in R.I.S.T. vedi cap. 24, ricorda i saccheggi delle terre da Nocera a Sorrento e tali saccheggi son pure ricordati da Gregorio Magno, Epist. XI, 72”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo studio più pregevole su questo periodo della storia salernitana è ‘Il principato longobardo di Salerno’ di M. Schipa, pubblicato nell’Archivio Stor. per le prov. nap. l’anno 1887. L’opera fu fatta sulla scorta sorattutto dei documenti dell’archivio della SS. Trinità di Cava.”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herchemp., op. cit., cap. III: “Francorum territus metu, inter Lucaniam et Nuceriam, (Salernum) urbem munitissimam et praexcelsam in modum tutissimi castri, idem Arechis opere munifico munivit, et nova fabrica reparavit.”. Il Carucci, a p. 120, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dice GREGOROVIUS – ‘Storia di Roma, trad. it. II, 426 – che Arechi, quando seppe che Carlo era presso Capua, si rifugiò a Salerno e la fortificò. Invece dal passo citato di Erchemperto, come pure per altri documenti del tempo (V. pure Eginardo, M.G.H., SS. 1, 169) rilevasi che la città era già fortificata e che Arechi dovè soltanto riparare e migliorare le fortificazioni esistenti.”. Sul dominio di Arechi I, su Wikipedia leggiamo che prese Salerno nell’anno 620, mentre il Crucci scrive che Arechi (riferendosi ad Arechi I) “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, ecc…”. Dunque, nell’anno 640, almeno Agropoli e credo anche altre città marittime come Velia (che nel frattempo avevano perso di importanza) e Bussento restarono sotto il controllo giuridico-amministrativo dei Vescovi che erano direttamente collegati attraverso il Papato al Ducato bizantino di Napoli. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Ecc..”. Dunque, nel VII secolo e fino alla fine del VII secolo, buona parte dei territori, escluso l’area salernitana, rimmasero saldamente in mano ai Bizantini, soprattutto la fascia costiera che va da Agropoli fino a Salerno. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: “Ne è manzione nella lettera “Quod Velina” di papa Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, rifugiatosi, come si è detto, nella bizantina Agropoli (v.) per sfuggire all’irrompere delle orde longobarde di Zotone. Con essa il grande papa invitava il vescovo a visitare Velia, Policastro e Blanda prive di pastori, a ripristinarvi il culto e a tenerle in amministrazione apostolica, giurisdisdizione che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno'”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. Monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), riferendosi ai fatti accaduti negli anni successivi la venuta delle orde longobarde di Zottone,  in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. I due studiosi si riferivano all’opera di Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes). Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, riporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”,  del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 scriveva che: “…; nè da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tanti altri di questi paesi trovasi scritto. Ne ciò sarà difficile a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte maritima, sicchè tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potevan ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli è chiaro. Egli parlando di Policastro scrive che i Bizantini, che chiama “Greci”, possedettero Policastro, anchi per la precisione egli scrive che non solo Policastro non fu conquistata dai longobardi e che all’epoca fu difesa dalle foze marittime dei Bizantini: ma fu posseduta da Greci Monarchi.”. Riguardo quell’epoca, riguardo il VII secolo d.C., il Mandelli o Mannelli scrive che Policastro, che nel frattempo aveva già mutato il suo nuovo nome, ebbe le prime sciagure solo grazie alle incursioni dei Saraceni. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc….Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini),  del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Il Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 9 (si veda versione a cura del Visconti), ruarda il Gatta e Policastro, postillava che: “(24) Constant. Gatta, Memor. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota (a): Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco).”. Il Visconti che curò la nota riedizione del Laudisio si riferiva a Costantino Gatta (….), “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), alla nota (a), p. 304, del cap. VI, dove il Gatta, postillava che: “(a) Livio nel lib. 34…….Livio lib. 39. Utrumque littus Italiae desertas Colonias, Sipontum Supero, Buxentum Infero mari in venisse &c. Carlo di San Paolo pag. 60 Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”. Dunque, nella sua nota (a) a p. 304 il Gatta postillava che Bussento è citato in “Carlo di San Paolo pag. 60″, dove scrive che: “Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”, riferendosi al testo di Luca Holstenio (….), “Note alll’Italia Antiqua” del Cluverio (….), di cui ho già parlato in un altro mio saggio. Il testo di Luca Holstenio è “Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii etc….”. Si tratta delle riflessioni postume al lessico geografico di Ortelio, alla Geografia Sacra di Carlo da S. Paolo e le riflesioni sull’Italia antica del Cluverio. L’Holstenio, nell’edizione del 1666, non scrive a p. 60, ma troviamo scritto su Buxentum a p. 22, parlando della Lucania scrive: “Buxentium &c. vulgo) Policastro…….Blanda &c. hodie ) Porto de Sapri”, mentre nelle sue riflessioni all’Ortellio: “Thesaurum Geographicum Annotationes a…”, a p. 60 non leggiamo ciò che postillava il Visconti. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Anche se riguarda gli anni sul finire del VI secolo è interessante l’analisi del Cantalupo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni, di tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico non si hanno più notizie.

Nel 591-592-593 (VI sec. d. C.), le scorrerie dei Longobardi nel golfo di Policastro

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone, a proposito dei primi Longobardi, in proposito scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).“. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (1) postillava che: “(1) GREGORII M., Reg., III, 3”. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, sul finire del VI secolo e durante tutto il VII secolo, per circa cento anni, di tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico non si hanno più solide notizie. Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) Erano queste scorrerie cominciate fin da tempo di S. Gregorio, ed erano tali, che molte Vergini fuggite di Lucania erano ite fino in Sicilia a ricoverarsi in quei Monisteri, siccome si vede nell’Epistole 6. lib. 3. Ind. 12. del medesimo Pontefice.”. Antonini si riferiva a papa Gregorio I o Gregorio Magno, di cui parlerò in seguito.

Nel 593 (VI sec. d.C.), Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia al tempo di papa Gregorio I

Dalla Treccani on-line leggiamo che “Cipriano” non si conosce nulla della famiglia di C., diacono, rettore del Patrimonio di Sicilia dal 593 al 598, ed è possibile ricostruire la sua biografia solo per gli anni in cui.ricopre questa carica. La sua attività, è documentata dal Registro di Gregorio Magno, in cui sono conservate le lettere che il papa gli invia durante il suo incarico, e dalla Vita dello stesso Gregorio, scritta da Giovanni Diacono, nella quale C. è ricordato nell’elenco dei rettori dei patrimoni ecclesiastici. Nel luglio del 593 è nominato per la prima volta nel Registro di Gregorio Magno, già con il titolo di rettore del riunificato Patrimonio di Sicilia. A questa carica doveva essere stato appena eletto, se, nell’agosto dello stesso anno, non aveva ancora occupato la sede a cui era stato destinato. C. come rettore non è soltanto l’amministratore dei beni della Chiesa, nel territorio affidatogli, ma è anche il rappresentante e l’intermediario ufficiale del papa. La sua autorità è riconosciuta dai vescovi della regione. Per la salvaguardia degli interessi economici della Chiesa si occupa nell’ottobre del 593 della raccolta, presso i singoli vescovi, dei vasi e arredi sacri portati in Sicilia dai sacerdoti fuggiti dalla penisola a causa dell’invasione longobarda, che per la morte. o l’incuria di questi andavano dispersi. Nel febbraio del 595 opera un controllo sul testamento di Teodoro, vescovo di Lilibeo, affinché non depauperi le ricchezze dei suo vescovato. Sempre nel febbraio del 595 riceve da Gregorio istruzioni, estremamente precise, anche se non ufficiali, sul candidato più idoneo alla successione di Mariniano, vescovo di Siracusa. Infatti nell’ottobre dello stesso anno darà tutto il suo appoggio e aiuto al nuovo vescovo di questa diocesi. Più volte deve far rispettare le decisioni disciplinari che riguardano la vita interna della Chiesa e la sua organizzazione. Ma si preoccupa anche di mantenere i migliori rapporti con il pretore bizantino, massima autorità amministrativa dell’isola, in modo che questi permetta ai vescovi della regione di recarsi a Roma ogni cinque anni. Fin dai primi mesi del suo incarico s’únpegna in un’opera di apostolato per la conversione di manichei ed ebrei, in modo speciale di quelli che si trovano nei possedimenti ecclesiastici, e per il soccorso di coloro che versano in disagiate condizioni economiche o di quelli che hanno subito soprusi e violenze. Resta a capo del Patrimonio di Sicilia fino all’ottobre del 598 quando ritorna a Roma. Dopo di lui il Patrimonio siciliano sarà definitivamente diviso in due parti, una che comprendeva la zona di Siracusa, Catania, Milazzo e Agrigento, l’altra con il suo centro a Palermo che comprendeva la Sicilia occidentale. Dopo la fine del suo mandato Cipriano sarà nominato ancora in tre lettere datate tra l’ottobre e il dicembre del 598. Trascorso questo periodo non si ha più nessuna notizia su di lui. Fonti e Bibl.: Gregorii I Papae Registrum Epistolarum, in Mon. Germ. Histor., Epistolae, I, 2, a cura di P. Ewald-L. M. Hartmann, Berolini 1887-1891, pp. 214-217, 237 s., 248, 288 s., 302-304, 308 s., 312-314, 383, 392, 398 s., 412-414, 462 s., 487, 489; II, a cura di L. M. Hartinann, ibid. 1893-1899, pp. 9 s., 51, 70, 74 s., 85; Sancti Gregorii Magni Vita a Ioanne diacono scripta libris quattuor, in Migne, Patrol. lat., LXXV, col. 110 A.

Nel 592 (VI sec. d.C.), la lettera di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. Antonini, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) Erano queste scorrerie cominciate fin da tempo di S. Gregorio, ed erano tali, che molte Vergini fuggite di Lucania erano ite fino in Sicilia a ricoverarsi in quei Monisteri, siccome si vede nell’Epistole 6. lib. 3. Ind. 12. del medesimo Pontefice.”. Antonini si riferiva a papa Gregorio I o Gregorio Magno. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Sulla lettera di papa Gregorio I (papa San Gregorio Magno), ha scritto anche il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Ecc…”. Di questo passo del Gaetani ho già scritto parlando dell’invazione dei Longobardi del duca Zottone nel 568. Il Gaetani fa rilevare che è proprio da una delle prime lettere di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) del 592 a Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia che si rileva delle terribili stragi fatte dai Longobardi di Zottone nel 568. Sulla lettera a Cipriano (….), il sacerdore Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 19, in proposito scriveva che: “Dunque, nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione S. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accettarlo.”. E subito dopo a seguire il racconto del Gaetani sulla lettera di papa Gregorio I a Felice. Il Gaetani, a p….., nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lib. 4, Ep. VI.”.  

Nel luglio del ‘593 (VI sec. d.C.), papa Gregorio Magno scrive e ordina a Felice, vescovo di Paestum di visitare le antiche Diocesi vacanti (senza Vescovo) di Velia, Bussento e Blanda

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie della venuta nelle nostre terre, nel VI secolo, di alcune orde barbariche e di alcune diocesi abbandonate, tratte soprattutto da alcune testimonianze come le lettere di papa San Gregorio Magno che indirizzerà al vescovo di Paestum. In particolare bisognerebbe meglio indagare sulla figura di Felice, Vescovo di Paestum che a quei tempi si rifugiò nella vicina Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo. Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e, in seguito anche il Duchesne (…), è la citazione della  lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero ‘il Grande’ (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. Papa Gregorio Magno. Sebbene il suo pontificato si sia svolto in uno dei periodi più bui della storia italiana, conservò una incrollabile fiducia nella forza del Cristianesimo; una delle anime più luminose del Medioevo europeo svolse il suo ministero racchiusa in un corpo minuto e sempre malato, ma dotato di una grandissima forza morale. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). 

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “….. l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. …..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica…..3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Ebner, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42: “Quoniam Velina; Buxentina et Blandina Ecclesiae sibi in vicino constitutae Sacerdotis noscuntur vacare regimine, propterea fraternitati tuae earum sollemniter operam visitationis ingiungimus”; Jaffe-Ewald, Regesta pontif. Roman., n. 1195) ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. A questo duca seguì Arechi, nobile longobardo del Friuli, che tenne il ducato per 50 anni. Il “Felici episcopo de Acropoli” non indica, come vedremo, una locale sede vescovile. Ecc…. Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Ebner, a p. 13, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Gregorio Magno, Epist., VI, 6”.

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Riguardo la Diocesi di Velia, papa Gregorio I, scrivendo la seconda lettera al Vescovo Felice, nell’anno 593, ci parla anche di Velia. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “…..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica. “. Sulla diocesi di Velia al tempo di papa Gregorio I, Pietro Ebner a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, ecc…“. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Per ciò che attiene alla sede della diocesi, si può senz’altro convenire che nel VI secolo essa da Paestum venne trasferita ad Agropoli, fondata dai bizantini negli anni seguenti il 533, epoca dell’arrivo di Belisario in Italia. In questa ben fortificata testa di ponte bizanina si rifugiarono i vescovi pestani per sfuggire all’orrore dell’invasione delle bande di Zotone, primo duca di Benevento (571-591) e il più pagano tra i Longobardi. Non sappiamo con precisione quando i vescovi ritornarno a Paestum……Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Nella sua nota si faceva riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave giunta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “In questa prima fase espansionistica i Longobardi Beneventani……La regione così individuata, venutasi a trovare separata dai restanti domini greci d’Italia, ebbe l’immediata necessità di organizzarsi; a questo dovettero però provvedere i Vescovi, perchè i Bizantini erano allora impossibilitati ad occuparsi concretamente dei problemi della Penisola (1). Sedeva sul soglio pontificio, dal settembre del 590, Gregorio Magno, l’uomo energico che giustamente si preoccupò, nel generale sfacelo, di arginare in qualche modo la situazione, coodinando l’azione dei Vescovi onde evitare maggiori danni alle popolazioni, ai beni della Chiesa e, soprattutto, ostacolare l’estendersi del dominio longobardo a spese dei residui possedimenti italici di Costantinopoli. Poichè l’unico vescovo presente nell’area ancora bizantina tra i golfi di Salerno e di Policastro, era quello della diocesi pestana, Felice (2), allora residente ad Agropoli (‘episcopus de Agropoli’), a lui il Papa inviò nel luglio del 592 un lettera, in cui lo sollecitava a prendersi cura dei vescovati di Velia, Bussento e Blanda, rimasti privi della guida di presuli, affidandogli il personale ancora in sede di quelle diocesi e raccomandandogli le suppellettili sacre delle stesse chiese: “Gregorio a Felice, vescovo di Agropoli. Poichè si sa che le Chiese di Velia, Bussento e Blanda, che si trovano nelle tue vicinanze, sono prive della guida di un Vescovo, ti incarichiamo fraternamente di visitarle secondo l’usanza; avvertendoti soprattutto di questo, che, ove tu trovassi diaconi e religiosi di dette Chiese o delle loro diocesi, ti preoccupi di ammonirli a vivere sotto ogni rapporto con rigore ed in modo conforme alla regola. Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dalla metà alla fine del VI secolo la penisola balcanica e la Grecia furono invase a più riprese dalle popolazioni barbare degli Slavi e degli Avari; ai principi del secolo VII esse riuscirono anche a sfondare la linea del Danubio e, insediatesi nella prima metà dello stesso secolo sia nel Peloponneso che in parte della Grecia, nel 626 assediarono Costantinopoli. La città fu salvata allora dall’intervento della flotta bizantina, nonostante la minacciosa presenza dell’esercito persiano intervenuto in quell’assedio (cfr. OBOLENSKY, Il Commonwealth bizantino, Bari, 1974, pp. 72-74)”. Il Cantalupo, vol. I, a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Dato il breve lasso di tempo intercorrente fra l’occupazione longobarda di Paestum (590 c.) e la lettera del Papa a Felice (592), quest’ultimo è quasi sicuramente il vescovo sfollato di quella città”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) GREGORII M., Reg., II, 42 (= II, XLIII in Migne, Patrol. Lat., LXXVII, col. 581): Gregorius Felici Episcopi de Acropoli. Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi etc…”. Dunque, il Cantalupo, a p. 63 scriveva che: “Restava così al di fuori dalla conquista longobarda il vasto territorio situato tra Agropoli, i Monti Alburni e Blanda, dove, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi pp. 93 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 93, in proposito scriveva che: “Il “Castellum Caputaquensis”. Cap. V, il Cantalupo ci parla di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. pp. 69 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 69 e ssg., in proposito scriveva ed argomentava intorno ad un’antica città di Lucania sorta all’epoca dei primi Longobardi, di cui aveva argomentato lo studioso Emilio Guariglia (….), ed in parte Nicola Acocella (….) con alcune varianti. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. n. 2, p. 110.”. Riguardo lo studio di Emilio Guariglia (….), si tratta dell’articolo o saggio “La città di Lucania” apparso sulla rivista ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno V (1944).  Il Cantalupo, a p. 110, stessa cosa il Cantalupo argomentava sul nome di Cilento di cui qui non voglio dilungarmi. Sempre il Cantalupo (….), nel suo vol. I, a pp. 65-66, in proposito scriveva che: “Enorme fu l’importanza rivestita da Agropoli in quel frangente, quando pochissime erano le città in grado di tener testa ai barbari sempre minacciosi; le sue fortificaioni avevano stabilito la nuova sede alla classe dirigente pestana, i cui membri allora probabilmente tentarono di ridare ordine alle terre circostanti, ricostruendovi una qualche forma di amministrazione, coadiuvati in ciò dalla presenza di un funzionario bizantino (forse un ufficiale inferiore, detto ‘tribuno’)(1), che, come capo della guarnigione ivi stanziata, si occupava dei problemi strettamente militari. Su tutti esercitava la sua sorveglianza il Vescovo, trasformato dalla legislazione di Giustiniano in un prestigioso rappresentante del potere civile (2).”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “Cfr. Romano/Solmi, op. cit., pp. 253 e 345.”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Romano Giacinto e Solmi A., ‘Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888)’, ed. Vallardi, Milano, 1940. Infatti, i due autori, Solmi e Romano, nel capitolo IV: “L’Italia bizantina e la controversia monotelitica”, a p. 342, in proposito scrivevano che: “f) Ducato di Napoli. Era costituito dal resto della Campania non aggregato al ducato di Roma,……….g) Sparsi frammenti di dominio bizantino erano ancora nella Lucania, nel Bruzio, nell’Apulia e nella Calabria. Nella Lucania i Greci conservarono solo Agropoli. Più solidamente invece si mantennero nel Bruzio, dove le conquiste longobarde non andarono più in là di Cosenza (680). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127”.

Riguardo questa importante lettera di papa Gregorio I (S. Gregrio Magno), il Russo (….) a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099, la lettera n° 43a:

Mansi J., op. cit., vol. IX, p. 1099

Pietro Ebner (…), per questo travagliato periodo, cita il Lanzoni (…), e ne consiglia la lettura di pp. 316-329 sulla diffusione del Cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “I vescovi per l’alternarsi di invasioni e incursioni cui erano esposte le città, finirono col non avere una residenza stabile, come afferma il Lanzoni là dove dice (p. 323) che “si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome”. Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi e primo duca di Benevento (571-591). Le sue efferate schiere pare abbiano infierito più sulle chiese e sugli ecclesiastici (106) che sulle popolazioni civili. Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “…..La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Barni (…), scriveva che i Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro.

Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobarda, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 63, nella sua nota (…), postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (64), postillava che: “(64) P. Diacono, H.L., II, 17; N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storica Salernitana, 1962.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (65), postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (66), postillava che: “(66) P. Diacono, ibidem”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (67), postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (68), postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (69), postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”.

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (…), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(…), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”.

Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (10), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (8-9). Infatti, il Romanelli (25) ed il Troyli (6), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria.

Il Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (…). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (…) che, nel 1831, pubblicò (…) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (…). Il Laudisio (…), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (…), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (…) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (…) e Acocella (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e poi il Duchesne (…) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous”. Il Tancredi nella nota n. 34 di Pyxous a p. 18 postillava che: “(34) Migne J.P., ‘Patologiae Corsus compl.’, Tomo 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentum e Blanda etc…”, continuando il suo racconto scriveva che: “Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099:

Mansi J., op. cit., vol. IX, p. 1099

Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro, parlando dei Longobardi, Gianluigi Barni (…), nel suo “I Longobardi in Italia”, a pp. 366 e ssg. pubblicò il testo di Monsignor Luois Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…). Del VII secolo, il Louis Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905.  Monsignor Duchesne (….)(vedi il testo di Barni, a pp. 382-383, parlando della Regione II (Napoletano), in proposito scriveva che: “In effetti non è possibile dimostrare che, nelle località di questa regione, rimaste fino al VII secolo più o meno inoltrato sotto il dominio dei Bizantini, si sia conservato un solo Vescovado. Al declino del VII secolo quello di Benevento fu ricostruito; più tardi si vedono riapparire quelli di Lucera, Conza, Canosa, Acerenza. Il primo fu assorbito da quello di Benevento. Quelli di Benevento, Canosa (Bari), Conza, Acerenza, si conservarono e diventarono persino, in seguito alla suddivisione della diocesi, delle metropoli ecclesiastiche.”. Continuando il suo racconto sulla “Regione III”, il Duchesne a p. 383 in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la lucania ed il ‘Brutium’. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che ‘Potentia’, ‘Grumentum’ e ‘Consilinum’ (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia (4), Buxentum (5) (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (6) (il Duchesne la pone a Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (7). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di ‘Grumentum’ viveva ritirato in Sicilia (nota 8 = Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (9), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come ‘Episcopus de Acropoli’. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata d’Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (….). Nel Barni (….), a p. 383, nella sua nota (7) postillava che: “(7) J. , 969, 1015, 1017).”. Con questa nota il Barni postillava di R. Jaffé (….) ed il suo “Regesta pontificum romanorum”, Lipsia, 1885. Oppure Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017.  Nel Barni, a p. 383, nella nota (8) postillava che: “(8) Ep., IX, 209, luglio 599”. Nel Barni, a p. 383, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ep., II, 42, luglio 592.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323 in proposito scriveva che: “1. Felix: 592 (J-L, 1195) – Questa lettera su scritta “Felici Episcopi de Acropoli visitatori provinciae Lucaniae”, cui il papa ingiunse la “visitatio Velinae, Buxentinae, et Blandanae ecclesiarum”, le quali “sacerdotis regimine vacabant”. Il Crivellucci (“Studi Storici”, an. 1897, p. 591, credette che la diocesi di Paestum fosse distinta da quella ‘de Acropoli’, ma io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di……. e Felice di Paestum nel 592 (91).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Si tratta di due lettere (“epistole”) scritte da papa San Gregorio Magno (…) a Felice, Vescovo di Paestum e rifugiatosi ad Agropoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi ecc…”. Si tratta di due lettere di papa Gregorio Magno (…), contenute nel ‘Registro Episcopale’, scritto tra il 590 e il 604. Si tratta dell’epistola  n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Si veda Epistola 2, 42 o 43′ (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Pietro Ebner, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) si riferivano alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…).

Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che, dopo di lui non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner Pietro, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…).

Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (17-18) e poi dal Duchesne (14). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Il Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11).

Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11).

Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde).

Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14).

Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani (….), proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, a pp. 19-20, in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus’; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimondi, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : ‘Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus’”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi di Giuseppe Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Pietro Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono (…). A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (1). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda ‘Bussento (“Buxentum” – l’attuale Policastro Bussentino): nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di ‘Buxentum’ (Moroni). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (Barni e Duchesne). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene – quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro, ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (Natella e Barni), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640. Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (Epistulae, II, 29) la mancanza di titolare della sede bussentina. Pertanto si può ritenere che la datazione della Cattedrale di Policastro si può collocare intorno al VI secolo d.C. (…), epoca di costruzione delle maggiori trichorae del mondo cristiano. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (Barni e Duchesne), infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (Barni). Dice il Barni (…) in proposito: Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi (590-604) in una lettera del 592, al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (Barni). E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel IX secolo, come ricordano il Cappelletti (…) ed il Cappelli (…) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (…) affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno, vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (8-9), su cui bisognerà indagare ulteriormente. Agropoli fu un’antica sede vescovile della Lucania. Tuttavia se ne conosce l’esistenza solo per una lettera di Papa San Gregorio Magno (Gregorio I) scritta attorno al 592 al vescovo Felice, al quale comanda la visita apostolica delle vicine diocesi, rimaste senza pastore, di Velia, di Blanda e di Bussento (…). Alcuni autori, tra cui Lanzoni (…) e Duchesne (…), ipotizzano che il Felice di cui parla papa Gregorio Magno sia in realtà un vescovo di Paestum (…) che, a causa dell’invasione dei Longobardi, che ha reso orfane le sedi menzionate dal pontefice, si sia rifugiato ad Agropoli, fortezza bizantina. Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» (Barni). A questo periodo si riferisce una notizia non molto attendibile (…). Gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola, nell’anno 915 (…). In proposito il Natella e Peduto scrivevano che: “…la notizia va destituita da ogni fondamento” (4).  Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X secolo questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio (…) la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco. Nel VI sec. d. C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa San Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (forse il Vescovo di Paestum) (…). L’ Acocella (…), parlando del Cilento, affermava: “La Velia ecclesia era già, nell’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti ecc…”, e riferiva che la notizia era tratta dalla lettera di Papa San Gregorio Magno al Vescovo Felice di Agropoli (…). Nella sua lettera, il Papa San Gregorio Magno, nell’anno 592, scrive al Vescovo di Agropoli Felice, già Vescovo di Paestum (territorio Velino, forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata), nella quale, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (il Vescovo Felice di Paestum (forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata) (v. lettera di papa Gregorio Magno). Il Barni (…), parlando dei Longobardi in un suo studio, pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Duchesne (….), che riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), Buxentum (che riteneva essere l’odierna Policastro Bussentino), e Blanda (che riteneva essere la città lucana presso l’odierna Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J. , 969, 1015, 1017). Al tempo di S. Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia ( Ep., IX, 209, luglio 599). Dopo di lui non si trovano tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa confida al vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura di quel che rimane del loro personale. Lo stesso vescovo di Paestum viene qualificato come episcopus de Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarò costretto a trasferirsi all’interno, a Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (v. Barni). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (“S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43″)(…), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria. Gaetano Porfirio (…), nel suo: “Diocesi di ‘Policastro”, stà in Vincenzo D’Avino (…), nel suo ‘Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie’, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538, scriveva in proposito dell’origine dei Cenobi e della Chiesa Bussentina.

porfirio, p. 536

“…a quelle di una cattedra di Policastro: e questo noi tanto volentieri diciamo, in quanto che solamente dal 502 nel III concilio romano troviamo il nome di un tal Rustico, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 contro i monoteliti, quello di Sabazio vediamo, entrambi vescovi bussentini (1).”. Il Porfirio (…), parlando dei primi vescovi di ‘Buxentum’ o ‘Bussento‘, nella sua nota (1), postillava che le notizie erano tratte da Costantino Gatta (…), nelle sue “Memorie Lucane etc..”, cap. II, pag. 34 e in Severino Binio (…), tom. IV, cap. IV, pag. 736. Infatti, il Gatta (…), scriveva che: …………….., mentre il Severino Binio (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606, scriveva che: “His & Ruffum quoque Thessalonicensium Metropolitanum subscribere nihil ambiguo: Nam cùm per aduersam valetudinem ipsi huc venire integrum non esset, mihi ad sacram & magnam hanc Synodum proficiscenti, ut locum ipsius tenerem, mandavit.Quin omnes quoque Illyrici Episcopos in meam sententiam concedere, nihilque de iam lectis haesitare, certo persuasum habeo.”. Giuseppe Cappelletti (…), nel suo ‘Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni’, nel 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377, parlando di “Policastro”, a p……, scriveva di “Bussento” (Buxentum), e dei suoi vescovi:

porfirio, p. 537

Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Bussento, non ancora restaurata e chiamata “Paleocastrense”, scriveva in proposito che: “Le miserie in che di poi fu travolta l’Italia sotto la dominazione longobarda, fecero della regione Lucana quasi una vasta tomba; e la diocesi bussentina rimase si scema di abitatori, che papa S. Gregorio Magno si vide obbligato di darla in commenda a Felice di Acropoli (2): nella qual condizione poi stette, priva del proprio pastore, fino al 1079. Nè queste calamità per la sopravvenuta signoria dè greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acessimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella di Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, non ostante la fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), legatevi da Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure la Chiesa bussentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in che traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (an. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le Chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fossero in perpetue soggette. In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), ecc…”.

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Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Libro II, epist. 29.”. Il Porfirio, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibli., in papa Paulo, apud Bern.hist.haer. tomo. 2. seculo 8. pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), si riferiva all’epistola papale, ecc… Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, secolo VIII, vol. II, p. 188 e s. Questi testi, venivano citati anche da Mons. Laudisio (…), nella sua “Synopsi” della Diocesi di Policastro. Anche Angelo Guzzo, nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, a p. 53 e s., parlando di Bosco, sulla scorta di Palazzo (…), parlando dell’origine della chiesa di S. Nicola di Bosco, scriveva in proposito che: Essa faceva parte di un’importante Abbazia fondata dai monaci basiliani intorno all’anno Mille e dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa (1).. Il Guzzo, nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Palazzo (…), p. 18, che, sulla scorta del Di Luccia (…), riferiva delle donazioni dei principi Longobardi ai cenobi basiliani o italo-greci dell’area tra cui quello di San Nicola a Bosco. La notizia delle donazioni Longobarde alla chiesa locale, citate anche dal Palazzo, dal Cataldo e poi dal Guzzo, si possono ascrivere al Di Luccia (…). Il Porfirio (…), proseuendo il suo racconto e parlandoci della diocesi di Policastro, a p……,  nella sua nota (2), che riguardava la nascita del casale di Bosco, postillava che: “(1) Id. Ughel. Ital. Sac. tom.1 de ‘Episcop. Cavens.; (2) Lib. 3 epist. 49, lib. 11, epist. 18; (3) Apud. Card. Sirleti, in Bibliot. Vat. n. 2101, pag. 177; (4) Dizion. istor. tom. 1, Voc. Alt.”. Il Porfirio, nella sua nota (2), postillava che la notizia era tratta da “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Dunque, il Porfirio (…), nella sua nota (2), sulla scorta del passo dell’Ughelli (…), riguardo all’origine di alcuni centri paesi della Diocesi di Policastro, come Bosco, cita l’epistola papale di San Gregorio Magno, quando si lamenta delle invasioni e delle tragedie ed ai lutti causati dalla venuta dei Longobardi nell’Italia Meridionale. Dunque il Porfirio, si riferisce al periodo delle invasioni Longobarde e, cita gli stssi riferimenti del Laudisio (…) che faceva espresso riferimento all’epistole papali.  Infatti, il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…) e, nella sua nota (49), fa riferimento ad una epistola di Papa S. Gregorio Magno: ‘Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un vescovado bussentino a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ – notizia tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I), che fu papa nel 540 d.C.. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di una sede Episcopale a Vibona, secondo quanto scriveva anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pixous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pixous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Galiardo, citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), in un suo libretto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, a pp. 15-16, a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o dioccesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il Laudisio (…), infatti, a p. 7 (si veda il Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Il Laudisio, a p. 7, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Il Laudisio, a p. 7, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio, sulla scorta del Gagliardi e tradotto dal Visconti, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, sulla base di ciò che riportava il Laudisio, anzi ciò che scriveva il Gagliardi (vedi le note (14)), ci chiediamo se il documento trascritto dal Gagliardi, si possa riferire ad una Vibo Valentia, anzicchè a Vibonati, essendo una sede episcopale prossima alle altre due Velia e Bussento.

Nel 662-663 (VII sec. d.C.), Grimoaldo I, il ducato longobardo di Benevento e l’assalto dell’Imperatore di Bisanzio Costante II

Recentemente, il Comune di Padula ha curato la ristampa di una tesi di laurea di Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 69, in proposito scriveva che:  “Il Vallo di Diano…..Certamente esso non dové neanche rimanere estraneo all’impresa di Costante secondo nel Mezzogiorno, nel primo decennio della seconda metà del settimo secolo, essendo il Vallo un passaggio quasi obbligato per raggiungere la Calabria e, pertanto, attraversato dall’Imperatore nel suo passaggio da Napoli a Reggio nel luglio del 663 (190). E il contributo bizantino, fors’anche voluto da un indiretto intervento imperiale, nella formazione di Padula tra nono e decimo secolo s’evidenzia in due indicazioni toponomastiche, le quali affiancano il primo nucleo arroccato, e sono il ‘Tréscine’ (“alla Crocevia del trescene” (191)), ch’è ai piedi del poggio occupato dal Càssaro, nei pressi di S. Clemente etc..”. Il Tortorella, a p. 84, nella nota (190) postillava che:  “(190) Nella ricostruzione grafica, inoltre, dalla partizione politica dell’Italia del sesto secolo, secondo la ………………(dhiijisis: ‘descrizione’) di Giorgio Cipro, il Cilento, la Lucania meridionale, il Salento sono compresi nell’………………………….(Eparkhjia Kalavrias: ‘Provincia di Calabria’): cfr. P.M. Conti, L’Italia bizantina nella “Descriptio orbis romani” di Giorgio Cipro, in “Memoria dell’Accademia Lunigianese di Scienze “G. Capellini”, XL (1970), pp. 88-93 e la seconda tavola in apendice. Vedi, per il racconto storico, R. Maisano, La spedizione italiana dell’imperatre Costante II, in “Siculorum Gymnasium”, XXVIII, 1 (gennaio-giugno 1975), pp. 141-143.Per l’incidenza dell’avvenimento nel Vallo, cfr. F. Bulgarella, op. cit., p. 30.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 30, in proposito scriveva che:  “Né la spedizione di Costante II produsse alcuna inversione di tendenza. E’ vero che il ‘basileus’, sbarcato a Taranto nel 63, raggiunse Rma attraverso il tradizionale itinerario – via Traiana e via Appia – che collegava i porti pugliesi all’antica capitale; e che, poi, discese in Sicilia per la via di terra da Napoli a Reggio, servendosi forse della Popilia e, quindi, attraversando il Vallo. Ma i suoi tentativi, sovente falliti, di espugnare Lucera, Acerenza e Benevento sembrano finalizzati più all’esigenza occasionale di aprirsi una via di transito, che no all’intento di combattere ssematicamente i longobardi. Insediatosi a Siracusa, capitale effettiva dell’Impero dal 663 al 668, Costante II ebbe cura di consolidare i possedimenti rimasti nel Mediteraeo centrale e, in particolar modo, di restringere i legami amministrativi fra la Sicilia ed il Meridione peninsulare ancora bizantino, i cui collegamenti con l’esarcato erano ormai difficoltosi (80). Dunque, fra longobardi e bizantini si profila una delimitazione delle rispettive sfere di presenza e di influenza.”. Nell’anno 663, la città di Benevento fu messa sotto assedio dai bizantini che, guidati dall’Imperatore di Bisanzio Costante II, erano sbarcati a Taranto nel tentativo di recuperare i domini perduti e ristabilire l’autorità dell’Impero sul meridione d’Italia. L’imperatore bizantino Costante II, tentò di riconquistare l’intera Italia e sbarcò con forti contingenti militari nel Meridione; irruppe nei territori della Puglia sottomessi al ducato di Benevento, ottenne alcuni successi su Romualdo e cinse d’ assedio la stessa Benevento. Nato dall’unione di Grimoaldo con Ita (Itta), Romualdo si trovò in giovane età a reggere il ducato in luogo del padre divenuto Re a Pavia. Nell’anno 663, Romualdo dovette sostenere l’assalto dell’imperatore bizantino Costante II. Il figlio Romualdo I, fu duca di Benevento dal 671 al 687, già reggente in luogo del padre Grimoaldo dal 662 in seguito alla spedizione del padre per Pavia ed alla successiva usurpazione della corona di re dei Longobardi ai danni del fratello Pertarito. Romualdo I (figlio di Grimoaldo) difese coraggiosamente la città e respinse l’Imperatore bizantino Costante II verso Napoli. Nell’anno ‘663 Grimoaldo ottenne anche un’importante vittoria contro i Bizantini anche grazie alle resistenze del giovane figlio Romualdo I. L’intervento in forze di Grimoaldo costrinse tuttavia l’imperatore Costante II a ritirarsi a Napoli, dopo aver subito gravi perdite. La vittoria rafforzò la posizione del re, ancora precaria. In seguito suo figlio Romualdo passò all’offensiva e occupò l’intera Puglia, con la sola eccezione di Otranto. Dopo queste vittorie i Longobardi, ebbero campo aperto verso la Puglia centro-meridionale che verrà sottratta ai Bizantini e inglobata nel ducato.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”.

Blanda e Cesernia nella Tabula Peuntingheriana

La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto.

(Fig……) Tabula Peuntingheriana, riproduzione fattane da Stefano Bellinio

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840 (Archivio Attanasio)

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(….) D’Amico Vincenzo, I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933 – XI, ed. Società Tipografica Molisana (Archivio Attanasio)

(….) Rohlfs Gerard, ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)

(….) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930 (Archivio Attanasio)

(….) Lavagnini Bruno, Belisario in Italia – Storia di un anno (535 – 536), Libreria Gino, Palermo, 1948 (Archivio Attanasio)

(….) Lamma Paolo, Oriente e Occidente nell’alto Medioevo, editrice Antenore, Padova, 1966 (Archivio Attanasio)

 

(….) Cantalupo Piero, Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento I Dalle origini al XIII secolo, Tip. Guariglia, Agropoli, 1981 (Archivio Attanasio)

 

(….) Romano Giacinto e Solmi A., Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), ed. Vallardi, Milano, 1940 (Archivio Attanasio)

 

(….) Ghisleri Arcangelo Testo-Atlante di Geografia Storica, Medio Evo, Arti Grafiche Bergamo, 1952, tav. III, p. 14  

 

(…) Nissen Heinrich, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902 (Archivio Attanasio)

 

(….) Bartolini O., Longobardi e bizantini nell’Italia meridionale, in “Atti 3° Congresso intern. Studi sull’alto Medioevo”, …….

 

(….) Capasso Bartolomeo, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, vol. I, pp. 244-248 (Archivio Attanasio)

 

(….) Natella Pasquale -Peduto Paolo, Pixous-Policastro, p. 508,

 

(….) Trillmich Clara Bencivenga, Pyxus-Buxentum, in Mélanges de l’Ecole Francaise de Rome, Antiquitè, tome 100, nà 2, 1988, pp. 701-729 (Archivio Attanasio)

 

(…) Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988 (Archivio Attanasio)

 

(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio digitale Attanasio)

 

(….) Kalby I.G., Contributi e note su nuove documentazioni paleocristiane nella Campania meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 272

 

(….) Venditti Arnaldo, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541; oppure si veda

 

(…) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972

 

(….) Procopio di Cesarea, Guerra Gotica, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64)

 

(…) Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino, Chiesa Cattedrale di Policastro – La storia e i restauri, ed. ……, Salerno, (Archivio Attanasio)

 

(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia’, stà in rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, 2, Firenze, 1975 (Archivio Attanasio)

 

(….) Schipa Michelangelo, Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Lancusi, 2002, ristampa anastatica, p. 41 e 42. Lo storico napoletano, sulla scorta dei suoi precedenti studi giovanili: la ‘Storia del Principato Longobardo di Salerno’, inserita nel volume XII dell’Archivio storico per le provincie napoletane (1887) e, la ‘Storia del Ducato napoletano’, pubblicata nei volumi XVI-XIX dell’Archivio storico per le provincie napoletane (Archivio Attanasio)

 

(….) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29 (Archivio Attanasio)

 

(….) Gaetani Rocco, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385 (Archivio Attanasio)

 

(….) Borsari Silvano, Monasteri bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda

 

(….) Falla Castefranchi M., La statua lignea ottoniana di San Filadelfo di Pattano (Cilento), in Arte d’Occidente, temi e metodi, Studi in onore di Angiola Maria Romanini, Roma 1999 pp. 309-317

 

(…) Il ‘Liber censuum’ Nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216–1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…)

 

(….) Marzullo A., L’elogium di Polla, la via Popilia e l’applicazione della lex Sempronia agraria del

 

(….) Siviero Oreste, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925

 

(….) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di ed. Ripostes, 1998) (Archivio Attanasio)

 

(….) Binio Severino, Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…., vol. IV, p. 736, del 1606 (Archivio Attanasio)

 

 

(…) Pellecchi Silvia, Raccontare l’archeologia. Strategie e tecniche per la comunicazione dei risultati delle ricerche archeologiche (a cura di), ed. All’Insegna del Giglio, Sesto Fiorentino, Firenze, 2017 (e-book)

 

 

(…) Abbate Francesco, Visibile Latente. Il patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro, ed. Donzelli, Roma, 2004 (Archivio Attanasio). Sebbene molto interessante il testo non dice nulla sul castello di Policastro

 

(…) Siviero Oreste, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925

 

(…) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria, ed. E.S.I., Napoli, 1967, II, pp. 541-542; si veda dello stesso autore anche ‘Napoli Nobilissima

 

(…) Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium da Paolo Diacono, sia il nostro Bussento (Archivio Attanasio)

 

(…) Cusa Salvatore, I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Attanasio)

 

(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

 

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

 

(…) Jaffé- Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)

 

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968

 

(…) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323

 

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Caserta, ed. A. Guida, 1930

 

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

 

(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Attanasio)

 

(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito. Il vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure dello stesso autore: ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932, pp. 1-7 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Carucci Carlo, Don Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, Salerno, Stab. Tip. Nazionale, 1899 (Archivio Attanasio)

 

(…) Hisch Ferdinando – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141

 

(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

 

(….) Barni Gianluigi, I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974

 

(…) Duchesne Luis Marie Olivier, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383: Duchesne Luis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383 (Archivio Attanasio); di Duchesne si veda pure: Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898 (la storia dello Stato Pontificio). Louis Marie Olivier Duchesne /dy’ʃɛn/ (Saint-Servan-sur-Mer, 13 settembre 1843 – Roma, 21 aprile 1922) è stato un presbitero, filologo e insegnante francese, studioso (filone critico) della cristianità, della liturgia e delle istituzioni cattoliche. Nel 1887 pubblicò i risultati della sua tesi, seguiti dalla prima edizione critica completa del Liber Pontificalis (anche Theodor Mommsen stava lavorando a un’edizione critica dell’opera, ma non riuscì a portarla a compimento). In un’epoca difficile per la storiografia critica che applicava metodi moderni alla storia ecclesiastica, cercando una convergenza tra archeologia e topografia per suffragare le fonti letterarie, e descrivendo gli eventi ecclesiastici nel contesto della storia sociale, l’abbé Duchesne era in costante corrispondenza con storici dello stesso filone fra i Bollandisti, che lavoravano a edizioni critiche delle agiografie.

 

(….) Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (Archivio Attanasio). Dunque, il Barni postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017

 

(….) Diehl Charles, I grandi prblemi della storia bizantina, ed. Laterza, Bari, 1957 (Archivio Attanasio)

 

(….) Costantino Gatta, Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini)

 

(….) Kehr Paul Fredolin, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935

 

(….) Mansi Giuseppe, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099 (la lettra di papa Gregorio I al vescovo Felice)(Archivio Attanasio)

 

(….) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966, p. 9

 

(….) Fabiani L., ‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123

 

(….) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, Giuseppe Laterza e figli, 1923, p. 4 (Archivio Attanasio)

 

(….) Gams B., Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1

Garibaldi e i Mille – parte 1°

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia.   

Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale

La Spedizione dei Mille      

La spedizione dei Mille fu uno degli episodi cruciali del Risorgimento. Si svolse dal 1860 al 1861 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto (borgo di Genova e allora Regno di Sardegna), alla volta della Sicilia, che faceva parte del Regno delle Due Sicilie. Lo scopo della spedizione era di rovesciare il governo borbonico e appoggiare le rivolte scoppiate sull’isola. I garibaldini sbarcarono l’11 maggio presso Marsala e, con il contributo di volontari meridionali e a rinforzi alla spedizione, aumentarono di numero, creando l’Esercito meridionale. Dopo una campagna di pochi mesi con alcune battaglie vittoriose contro l’esercito borbonico, i Mille e il neonato esercito meridionale riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie, permettendone l’annessione al nascente Regno d’Italia. I Mille sono la più nota delle formazioni garibaldine della campagna nell’Italia meridionale comandata da Giuseppe Garibaldi, durante la Spedizione dei Mille. Furono il primo nucleo dell’Esercito meridionale, che conquistò il Regno delle Due Sicilie per unirlo al Regno di Sardegna, tramite annessione, mediante proclamazione del Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “….”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 262, nella nota (84) riferendosi alla “Spedizione di Sapri”, di Carlo Pisacane, del 1857, postillava che: “(84) Si disse meno preparata della garibaldina di Marsala. Ma può dirsi preparata la spedizione di Sicilia, dove pare che Garibaldi non volesse andare ? Il generale pensava a Roma. Si lasciò convincere dal telegramma mostratogli dal Crispi. Comunque non può dirsi preparata una spedizione che contava un migliaio di fucili, 500 sciabole, sei casse di scarpe, ventidue scatole di consommè, un cesto di vermicelli, una cassa di proclami, una bella bandiera, 94 mila lire, 1088 uomini e una donna (la moglie di Crispi). A Genova non si riuscì a trovare nemmeno una carta topografica della Sicilia! Eppure, tremila picciotti si unirono al generale che prometteva terre e libertà.”Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p……, in proposito scriveva che: I. La Sicilia e i Borboni. L’Italia deve l’emancipazione dal dominio straniero, l’indipendenza, l’unità e la libertà allo spirito d’abnegazione e di sagrificio del suo popolo, all ‘ indomito coraggio de ‘ suoi martiri, al valore de ‘ suoi soldati , al genio de ‘ suoi eroi , al senno de’ suoi uomini di Stato, all’ acuta preveggenza e al patriottico fervore dei principi che or ne moderano i destini. Ma forse più tarda e più lunga sarebbe tornata l’opera della sua redenzione, senza la tristizia incomparabile, la codarda ferocia, l’inettitudine fenomenale, la lurca libidine d’assoluto potere di coloro che per tanto tempo la tennero mancipia e divisa e la conculcarono ignobilmente. I Borboni di Napoli ebbero, coll ‘ Austria e dall’Austria sorretti, il tristo privilegio, di primeggiare fra gli oppressori del bel paese….”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 95, postillava in nota che: Questo diario fu scritto giorno per giorno . La parte politica e militare era, dopo la partenza, spedita man mano a Londra al seguente indirizzo: << Mr Freeman , 1 Malden Terrace, Haverstock Hill, N. W. London . ».”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, il Piemonte e il Lombardo, era sbarcato l’11 dello stesso mese a Marsala, in Sicilia, per conquistare il Regno di Napoli. Il re Francesco II tentò invano di fare opposizione per tre motivi: l’astuzia di Garibaldi nell’accerchiare il nemico o nell’evitarlo, senza toccare lo stretto di Messina e sbarcando a Melito di Portosalvo in Calabria; la dissoluzione dello Stato e la debolezza del re e l’abbandono dei soldati; il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi. Questo eroe camminò di vittoria in vittoria finché il I° ottobre, colla battaglia del Volturno, consegnò il Reame di Napoli a Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. Francesco II, rifugiatosi nella fortezza di Gaeta, morì nel 1894.”.  Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patriotti”. Il testo di De Cesare è “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, dove però il De Cesare, sebbene il testo sia interessante per i tanti documenti trascritti, non parla affatto della marcia di Garibaldi da Paola verso Sapri e, per quella parte, si rifà quasi integralmente al testo  di Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che avevo redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), a p……, in proposito scrivevo che: “…………”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., liquida così in poche brevi parole la sua marcia per le Calabrie, Basilicata e Salernitano: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 187, in proposito scriveva che: “Molto si è ricamato sul portento della conquista di mezzo regno in diciotto giorni. Sempre questo reame fu facile a conquistare, e difficile a tenere: Enrico VI etc…, e ora dopo il ’60; chè le popolazioni si gittano su’ monti alla brigantesca contro il dominio straniero.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 186, in proposito scriveva che: “La fine del Regno Borbonico. Alla fine del settembre 1860, sotto l’azione congiunta dei due eserciti esterni, quello garibaldino e quello regolare sardo, il secolare regno di Napoli si sfasciò, grazie anche all’adesione del paese in ogni suo strato. La storiografia ha dato la spiegazione del perchè il processo unificatore, durante la risalita garibaldina verso Napoli, apparve una vera e propria improvvisazione: ed è che, fin quando era vissuto Ferdinando II, egli, nella coscienza della sua indipendenza e nel suo ostinato isolamento, aveva mostrato di saper controllare il vecchio apparato amministrativo del regno, facendo credere che l’ancien regime potesse protrarsi nel tempo. Negli ultimi anni di regno di Ferdinando II, la vita intellettuale e morale espressa nel Mezzogiorno d’Italia fu orientata verso l’esterno e contro la dinastia borbonica. Quanto di vivo vi era nella classe dirigente meridionale venne infatti orientato sia verso la condanna dei Borboni, sia verso il ripudio di ogni autonomia del Mezzogiorno, scegliendo la via piemontese all’Unità…(p. 189 Il Mezzogiorno portò tuttavia nell’Italia unita, le insufficienze ed i profondi squilibri della sua economia, che la politica dell’assolutismo borbonico non aveva risolto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo “C. Chizzolini di Capitello”, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Andrea Gulielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 11, in proposito scriveva: “I pericoli, gli ostacoli, anzi la quasi impossibilità di quel titanico ardimento, lo fanno più glorioso, perchè attestano la serena premeditazione del martirio. Quei prodi andarono a morire per svegliare i dormienti.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. V scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lntano da Genova, e sei giorni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. VI, in proposito scriveva: Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare….Quali le cause dell’improvviso crollo del più antico e maggiore stato d’Italia ? Come si spiega la rapida sconfitta di uno dei più numerosi eserciti degli stati italiani ? C’erano particolari forze che travagliavano da più tempo la società napoletana, e che l’avevano corrosa e minata? C’era stata una trasformazione della compagine dello stato, che aveva alimentato il vecchio equilibrio sociale, senza riuscire a crearne uno nuovo, e che a lungo andare ne aveva reso vacillante la struttura? A queste e altrettanti domande tenta di rispondere il presente lavoro.”Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così, contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della ‘liberazione’: affrancamento della servitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E, accorrono, “nobili e plebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria”(93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Demarco, continuando il suo racconto scriveva: “Le province aiutavano in tal modo la marcia dell’esercito garibaldino. Ai primi di settembre del ’60, nel Cilento, in casa del barone Mazziotti, si proclamava la decadenza di Francesco II. E nella capitale “la rivoluzione non attendeva che il segnale per manifestarsi” (94). Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (94) postillava: “(94) N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, ecc.., cit., libro III, p. 112.”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 177-178, in proposito scriveva: “Nel periodo che dalla restaurazione va al 1860 (71), le forze della borghesia fondiaria, etc…”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”.      

FONTI bibliografiche: 

Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta di un saggio di Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, (Roma, a. 1957, fasc. I-II; anno XXIX, 1960, fasc. I; e 1960, fasc. II pp. 117-135), in cui il Parisi pubblicò il manoscritto di Francesco De Fiore (….), “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”. Il saggio del Parisi è interessante ma riguarda i fatti di Reggio e di Soveria. Benedetto Croce (….), nel suo Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza & Figli, Bari, 19….. condannò le opere “patriottarde e umanistiche” di Pietro Colletta, Carlo Botta e Vincenzo Cuoco, in quanto storicamente incongruenti e non imparziali, pur avendo esse propugnato idee moderne quali l’anticlericalismo, la libertà e l’uguaglianza e avendo in tal modo contribuito al progresso. Francois Lenormant (….), nel 1866 fu in Italia allo scopo di studiare le antichità della Lucania e della Puglia, soprattutto l’antica Terra d’Otranto. A Lecce e in provincia, guidato da Filippo Bacile, rilevò e disegnò alcuni trulli o truddhri salentini, conosciuti come pajare. Nel 1879 visitò la Calabria partendo da Taranto; nel 1882 attraversò la Basilicata partendo da Catanzaro con destinazione Napoli. I suoi viaggi nel sud Italia sono descritti nei suoi reportage di viaggio, À travers l’Apulie et la Lucanie e La Grande Grèce. Quest’ultima opera ne ispirò almeno altre due: “Sulla riva dello Jonio” di George Gissing e “Old Calabria” di Norman Douglas. Sia Gissing sia Douglas ripercorsero infatti lo stesso itinerario di Lenormant, alla ricerca dei luoghi e dei personaggi descritti dall’archeologo francese. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg. Il testo di George Gissing (….) è  George Gissing, By the Ionian sea : notes of a ramble in Southern Italy, London, Chapman and Hall, 1901 e Norman Douglas, Old Calabria, London, Secker, 1915. Oltre ai seguenti autori, Luigi Rossi (….), nel suo “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di…, ed. Plectica, Salerno, tip. Cava de Tirreni, 2005. F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959. R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-8. L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, e a quelli che io stesso ivi citerò, sono stati consultati i seguenti: Mario Menghini, “La Spedizione garibaldina in Sicilia e di Napoli”, 1907;  Maxime Du Camp, “La Spedizione delle due Sicilie”; Giuseppe Cesare Abba, “Storia dei Mille” e “Da Quato al Volturno”; John Witehead Peard, Journal, etc…Un’altro testo di cui consiglierei la lettura è Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Infatti, Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “……..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc….”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 880, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: Di tutti i componenti non ricordo i nomi ma sono tutti registrati nella ‘Cronistoria’ di Michele Lacava, miniera di notizie e documenti di quel tempo, e nel libro di Racioppi sui moti di Basilicata.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. White Mario Jessie, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra; Garibaldi e i suoi tempi, illustrazioni di Edoardo Matania, Treves, Milano, 1884; White Mario Jessie, In memoria di Giovanni Nicotera, ed………..La White attinse all’archivio privato di Agostino Bertani, di cui le carte gran parte oggi si trovano conservate per donazione del Bertani al Comune di Milano. Si veda anche Pizzolorusso Antonio, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885 (vedi ed. Ripostes), Salerno, 2001. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua Introduzione, a pp. 605-606, in proposito scriveva: “In questo filone di ricerca si collocano i ventisei Diari di Eleonora Ludolf Pianell che fanno parte del Fondo Manoscritti del Gen. Pianell, presente presso la Società Napoletana di Storia Patria. Nel 1901 infatti Eleonora, vedova del Generale, donava alla Società le carte ufficiali appartenute al marito riguardanti la sua carriera militare nell’esercito borbonico. Nel 1906, con una seconda donazione, consegnava alla stessa Società i suoi ventisei Diari, che vanno dal 1863 al 1891. Non furono donati alla Società Napoletana i Diari degli anni precedenti….la stessa Eleonora nel 1902 pubblicò alcune pagine scelte dei Diari unitamente ad alcune lettere del marito con il titolo: Il generale Pianell, memorie (1859-1892), Firenze, Barbèra, 1902….I Diari di Eleonora Ludolf Pianell sono ventisei semplici quaderni, scritti fitti fitti,….Nei Diari di Eleonora Ludolf Pianell si ha come una parziale continuazione della vita del Gen. Pianell. Fino al 1860 sono i documenti ufficiali militari che ci rimandano la figura dello stratega ed anche nelle pagine dei Diari si registra spesso l’assenza del generale, che preferiva trovarsi in mezzo ai suoi soldati in guerra o ai campi militari, etc..”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “……..”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “La documentazione di un altro ufficio, il Governatorato, che nasceva proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazione delle funzioni degli Intendenti”….Etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 576, in proposito scriveva: Chiudiamo qui la presente opera senza avventurarci a sperare di avere con essa data una storia completa della guerra per l’indipendenza e l’unità d’Italia. Se non siamo riesciti a trovare e narrare la verità in tutti i punti, abbiamo almeno sempre inteso a non fare omaggio che ad essa.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 133, in proposito scriveva che: “Consultando un qualsiasi testo scolastico, delle medie superiori o delle superiori, in cui viene proposto l’iter fatto da Garibaldi durante la “Spedizione dei Mille”, si noterà che non è riportato il suo passaggio dal golfo di Policastro. Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Alla corretta riflessione del Policicchio, devo aggiungere che, purtroppo, le notizie storiche sul “passaggio di Garibaldi dal Golfo di Policastro”, non solo, a mio avviso, è poco corretto parlare di “golfo di Policastro”, bensì di Sapri, Vibonati e Torraca, ma, le notizie storiche non solo non appaiono e vengono censurate sui “testi scolastici, delle medie superiori o delle superiori”, ma il passaggio di Garibaldi e delle truppe garibaldine trasportate da Paola a Sapri da Turr e da Rustow non vengono menzionate dai maggiori testi di storia attuali. Anche i più recenti studi e testi pubblicati a stampa si occupano poco o niente di questi eventi, forse giudicandoli marginali, ma come ha giustamente notato Policicchio: “…il passaggio dal golfo di Policastro fu la mossa più astuta, anche se senza combattimento, messa in atto da Garibaldi durante l’intera Spedizione.”. Policicchio ha ragione anche quando scrive che:Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Ricordiamoci l’importanza di questi fatti accaduti con Pisacane e con Garibaldi, prodromici per l’Unità d’Italia, non vengono a mio avviso celebrati doverosamente dalle istituzioni e vengono poco trattati dagli stessi Insegnanti di Storia negli Istituti Superiori, giacché i nostri ragazzi, i ragazzi del Cilento, conoscono molto poco questi fatti. A queste considerazioni devo aggiungere che recentemente sono fiorite alcune pubblicazioni che poco anno a che fare con la Storia e con i fatti. Ad esempio, il testo di Riccardo Finelli, e del suo “150 anni dopo ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”, che, sulla scorta del tortorese Michelangelo Pucci (….), ci fa un racconto distorto di quei convulsi giorni. 

Il generale borbonico Ludovico Quandel-Vial

Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel era terzo figlio maschio di Donna Geltrude Vial, figlia del generale Pietro Vial, e di Giovanni Battista Quandel. Il padre era capitano nell’esercito delle Due Sicilie, grado che aveva conseguito sul campo nel corso della battaglia di Tolentino, cui aveva partecipato come ufficiale dell’esercito di Gioacchino Murat. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Infatti, Ludovico Quandel raccoglierà molti documenti e relazioni del maresciallo Vial, suo parente. 

TESTIMONI OCULARI CHE PERTECIPARONO ALLA MARCIA DI GARIBALDI

Il colonnello polacco WILHELM (GUGLIELMO) RUSTOW, ufficiale garibaldino, comandante del corpo “Rustow” che si unì alla Divisione Turr

Da Wikipedia leggiamo che Rüstow è nato a Brandeburgo sulla Havel nel Brandeburgo entrò nell’esercito prussiano e prestò servizio per alcuni anni, fino alla pubblicazione di Der deutsche Militärstaat vor und während der Revolution (Zurigo, 1850). Rüstow partecipò alla rivoluzione del 1848. Fu condannato da una corte marziale a 32 anni e mezzo di reclusione in fortezza, ma riuscì a fuggire in Svizzera, dove ottenne un incarico militare. Nel 1857 fu nominato maggiore. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Allo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870, offrì i suoi servigi alla Prussia, ma fu respinto. Nel 1878, alla fondazione di una cattedra militare a Zurigo, Rüstow fece domanda per il posto, ma insegnò solo per un breve periodo. La cattedra venne definitivamente data ad un altro ufficiale Emil Rothpletz, per questo motivo Rüstow si suicidò ad Aussersihl vicino a Zurigo. Scrisse numerose opere di storia militare, di strategia e tattica militare.

  • La Guerre Italienne (1862)

Della sua opera esistono alcune versioni tradotte di cui innanzi riporto i brani che interessano lo sbarco di Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861);  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860; il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Rustow = Rustow (W.) – La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente, con 8 carte e piani. Versione del dottor G. Bizzonero. Milano, Tip. G. Civelli, 1862. E’ una traduzione del libro del Rustow ‘Erinnerung aus dem Italienischen Feldzuge von 1860. L’ultima parte della campagna è tutta di prima mano.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore. All’aspetto lo si prendeva per un professore, dalla faccia barbuta, e quegli occhiali sul naso impiastricciato di tabacco, aveva spirito e lingua pronta, grande ammirazione pel bel sesso, grande inclinazione pel buon vino. Alla divisione però fece molto bene.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi. Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnello G. Rüstow, che avevano specialmente diretta l’organizzazione..

Il generale ISTVAN (STEFANO) TURR

Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr. E’ qui doveroso ricordare la bella ed eroica figura di Soldato  e di patriota del Generale Turr. Per quanto nato (nel 1825) in Ungheria da genitori ungheresi e perciò di nazionalità magiara, egli è pure annoverato nella storia del nostro Risorgimento come uno dei suoi prodi artefici. Egli fu di quella numerosa schiera di volontari magiari che nel 1849 disertarono dall’esercito austro-ungarico per passare nelle file di quello sardo-piemontese. Malgrado che per un complesso di circostanze la formazione dei volontari magiari avesse avuto uno scarsissimo impiego sul campo di battaglia della “fatal Novara”, pure una legione di volontari ungheresi, della quale faceva parte il Turr si ricostituì di nuovo in Piemonte nel 1859. Essa venne immessa tra le fila garibaldine dei “Cacciatori delle Alpi” e partecipò con essa attivamente alla nostra seconda guerra di Indipendenza. Nel combattimento del 16 giugno a Treponti l’allora colonnello Stefano Turr fu gravemente ferito; ciò diede modo a Giuseppe Garibaldi di renderlo ancora più caro e quando lo seppe ristabilito, lo invitò ad essere suo prezioso collaboratore nella spedizione dei “Mille”. Terminata la guerra nell’Italia meridionale il generale garibaldino Stefano Turr ottenne di essere inquadrato nell’Esercito piemontese e nel 1862 Vittorio Emanuele II lo volle suo aiutante in campo. Collocato in disponibilità quando nel 1867 fu definitivamente sciolta la legione ungherese, Stefano Turr, che già era passato a fauste nozze con Adelina Wjse Bonaparte, cugina di Napoleone III, rese ancora utili servizi al Governo italiano nel campo diplomatico, facendosi promotore di una sua idea di arrivare a conciliare l’Austria con l’Italia. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Da Wikipedia leggiamo che István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908), è stato un militare e politico ungherese. Divenne noto in Italia per la grande parte avuta nella campagna dei Cacciatori delle Alpi e nella spedizione dei Mille. Nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Massone, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino e Gran maestro del Grande Oriente Ungarico in esilio, di cui Lajos Kossuth fu Gran maestro onorario . Da Wikipedia leggiamo che Stefano Turr, nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 10, in proposito scriveva che: “Come Garibaldi decise di arrischiare l’impresa, chiamò a sè il colonnello ungherese Stefano Turr, nel quale riponeva tutta la sua fiducia e confidenza, e gli comunicò il suo pensiero….Lo stesso progetto Garibaldi confidava ad un suo provato d’armi, il colonnello Sacchi che fin dal 1842 aveva diviso con lui i pericoli, le fatiche e le glorie di un lungo assedio, e di una guerra eroica a Montevideo etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine, intitolato ‘Storia della 15ma divisione Turr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio, quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo….Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi , m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Etc…”, che tradotto significa: “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo. Etc…”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 182, in proposito scriveva:“Il fatto è che l’unica cavalleria seria a quel tempo era quella del generale Turr, composta da ungheresi, eccellenti e instancabili cavalieri che rendevano un grande servizio e che avevano l’aspetto più pittoresco con le loro uniformi verdi e rosse e i loro grandi stivali da cavallerizzo.”.

LUIGI PIANCIANI 

Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore.”. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani era figlio  primogenito del Conte Vincenzo Pianciani e di Amalia Ruspoli, figlia del Principe Ruspoli di Cerveteri. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: “Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, in proposito scriveva: “Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa etc…”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: “Comandante  in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”

L’Archivio privato della famiglia MAGNONI di Rutino

In seguito alle note vicende della Spedizione dei “Mille”, alcuni protagonisti hanno conservato presso i loro Archivi privati, interessantissimi documenti che svelano alcune notizie storiche non ancora del tutto chiarite. E’ il caso dell’Archivio privato della famiglia Cilentana dei Magnoni, originari di Rutino, un casale cilentano. Solo recentemente sono stati catalogati e riordinati alcuni fondi dell’archivio dei Magnoni. E’ solo attraverso alcuni di questi documenti che oggi possiamo svelare alcuni fatti non del tutto ancora chiariti.  Anna Sole, nel suo saggio citava l’“Archivio privato Magnoni”, per il quale abbiamo trovato scritto diverse cose. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “La “Nazione Armata”. Cambio di regime e tradizione politica nel salernitano del 1860”, in “Garibaldi – Il mito e l’antimito” a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), ed. Plecta s.a.s, Salerno, a p. 128, in proposito scriveva che: “Vicende politiche cui militeranno da protagonisti tutti o quasi i politici e i militari dell’estate del ’60. La Rivoluzione salernitana invece si chiudeva con gli ordini del giorno di saluto ai volontari, redatti e distribuiti dai comandati di battaglione, da Fabrizi e da Sirtori, al comando dell’Esercito Meridionale.”. Dunque, Pinto cita dei documenti “Ordini del giorno di saluto ai volontari” redatti e distribuiti dai comandanti di battaglione. Molti di questi documenti non sono stati del tutto studiati e catalogati. Molti di essi furono pubblicati dall’Alfieri D’Evandro (…), nel suo opuscolo. Ma molti di questi, redatti e distribuiti ad esempio dal comandante Teodosio De Dominicis pare siano conservati nell’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino.  Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 80, in proposito scriveva che: “2. La raccolta di lettere, proclami, documenti militari conservati dalla Famiglia Magnoni, è stata l’ultima disponibile in ordine di tempo. Per Ruggero Moscati, fu il nucleo di una vera e propria embrionale tradizione politica nel Mezzogiorno (5).”. Pinto, a p. 80, nella nota (5) postillava: “(5) Moscati R., Il Vallo di Diano nel 60, in “Rassegna Storica Salernitana”, XXI, 1960, pp. 49-50.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “(1) Un ringraziamento particolare per aver potuto consultare i documenti dell’Archivio Privato Magnoni va all’Avv. Teresa Magnoni ed ai suoi familiari. Inoltre agli amici Rosario Salvatore etc…, per l’aiuto nel riordino dei documenti. Per le abbreviazioni ASS Archivio di Stato di Salerno; ACS Archivio Centrale dello Stato; ASN Archivio di Stato di Napoli; APM, Archivio Privato Magnoni.”. Dunque, per “Archivio privato Magnoni” si intende un fondo di carte e documento appartenente alla Famiglia Mgnoni e non distinguibile rispetto ai Fondi degli Archivi citati. Come scrive Pinto, questo Fondo privato è stato in parte riordinato dallo stesso con l’aiuto di alcuni amici. Pare che oggi, l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni faccia capo all’Avv. Teresa Magnoni. Cerchiamo di saperne di più. Pinto, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a mia disposizione da Teresita Magnoni, discendente dai patrioti.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il documento originale dell’incarico dato da Garibaldi a Michele Magnoni si trova conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (ex Grande Archivio). Riguardo i documenti del de Dominicis segnalati dalla Sole e conservati presso l’Archivio della Famiglia Magnoni devo segnalare ciò che scriveva Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”.

GIUSEPPE GUERZONI

Paolo Emilio Curatulo (….), nella presentazione al testo riedito di Giuseppe Guerzoni (….), “Garibaldi”, ed. Barbèra, 1926, così scriveva dell’autore: “Ma su tanti autorevoli biografie sovrasta quella di Giuseppe Guerzoni, del garibaldino senza macchia e senza paura, che fu amico fedele del Duce dei Mille e al suo fianco combattè tutte le battaglie dell’indipendenza. Soldato e letterato, la consuetudine dei classici gli aveva insegnato, nello scrivere, la dignità della forma. L’essere stato in varie occasioni il depositario del pensiero dell’eroe e attore degli avvenimenti di un’epoca coeva; l’avere conosciuto profondamente l’animagaribaldina, tutte queste qualità onde lo scrittore si adornava, fecero sì che i due volumi del Guerzoni, pubblicati subito dopo la morte di Garibaldi dall’editore Barbèera, giustamente appariscono ed ancor oggi restano indispensabili a coloro che si danno allo studio di quel periodo meraviglioso del nostro Risorgimento. Se non chè, l’opera del Guerzoni, appunto perchè minuta e densa di fatti, non è un libro per tutti, onde con lodevole proposito alcuni anni or sono l’Editore nell’intento di mantenere viva quest’opera che, insieme alle Memorie autobiografiche, rappresenta una fra le più importanti documentazioni storiche della vita dell’Eroe, etc…”. Da Wikipedia leggiamo di Giuseppe Guerzoni che nel 1860 seguì la Spedizione dei Mille. Arruolatore di volontari nel 1860 a Brescia, anch’egli seguì Garibaldi verso la Sicilia, ma sbarcò poi a Talamone agli ordini di Zambianchi con il compito di far insorgere il Lazio e creare così una manovra diversiva conosciuta cola la Diversione del Zambianchi, terminata nell’insuccesso. Si recò in Sicilia con la Spedizione Medici e prese parte alla Battaglia di Milazzo, dove si distinse venendo promosso maggiore e decorato con una seconda medaglia al valore, combatté poi fino a Capua e alla Battaglia del Volturno. Nello stesso anno, 1860, trasferì la sua residenza a Castel Goffredo, dove il padre Lino fu nominato segretario comunale, rimanendovi sino al 1870, quando emigrò a Montichiari.  

NICOSTRATO CASTELLINI

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini (…..) fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Il nipote Gualtiero, a pp. 63-64, in proposito scriveva: “……”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Gualtiero Castellini, era di  famiglia di origine trentina, nacque a Milano il 13 genn. 1890 da Orsini ed Emma Sighele. Il nonno paterno, Nicostrato, nato a Rezzate (Brescia) il 17 ott. 1829, era maggiore garibaldino quando cadde in combattimento a Vezza d’Oglio il 4 luglio 1866: volontario nel ’48, aveva poi partecipato alla difesa di Venezia nel ’49; nel 1860, raggiunto Garibaldi con la spedizione Medici, s’era distinto nelle battaglie di Milazzo, Caiazzo e del Volturno; aveva seguito Garibaldi nel ’62 (ma era in missione il giorno di Aspromonte). A Milano, dove si era stabilito nel ’53, ebbe parti di rilievo in numerosi organismi garibaldini, e fu promotore e dirigente della società di Tiro a segno; collaborò con L. Luzzatti nella promozione e creazione di istituti cooperativi. Di un interesse non puramente documentario risultano pertanto alcuni dati biografici essenziali del C.: non è del tutto casuale, infatti, che una delle prime opere, Pagine garibaldine, tenti una ricostruzione di quell’arco di tempo tenendo direttamente presenti le memorie del nonno paterno Nicostrato. In realtà doveva trattarsi di un episodio tutt’altro che marginale ed isolato, e non solamente in quanto la sua produzione annovera anche altre pagine “garibaldine”, ma soprattutto perché la sua particolare biografia contribuì in qualche misura a configurare quella presunta filiazione risorgimentale del nazionalismo italiano, che fu centrale nelle formulazioni teoriche come nelle posizioni politiche del Castellini. Su Nicostrato Castellini, da Wikipedia leggiamo che egli nel 1860 fu alla campagna nell’Italia meridionale, con la seconda spedizione di Giacomo Medici, a sostegno della spedizione dei Mille, distinguendosi per valore nella presa di Milazzo, nella battaglia del Volturno e a Caiazzo, ove fu promosso al grado di maggiore. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. XII, in proosito scriveva che: “Non tocca a me di additare al lettore quelle che io credo le pagine principali del volune. Tuttavia oso dire che nel diario dell’ufficiale di Stato maggiore della divisione Medici, scritto giorno per giorno dal 17 luglio al 23 dicembre del 1860, mi pare di aver ritrovato un primo abbozzo della storia di quella divisione: divisione gloriosa, che, come tutte le altre legioni garibaldine, meriterebbe di essere studiata con maggior cura, se talora non mancassero pur troppo allo studioso anche i documenti essenziali (1). Ed io credo che le correzioni, gli episodi ignorati, i cenni intorno agli itinerari garibaldini in Calabria, la relazione sul combattimento di Cajazzo ed altre pagine contenute nel diario del Castellini, siano per lo storico di notevole interesse, come sono preziose etc…”. Castellini (…), a p. XVII, in proosito scriveva che: “Un popolo che non ha storia può avere forse idealità ? Chi misconosce i sacrifici de’ nostri padri non può che ignorarli; chi li ricorda ben sa come non mai “unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né col sacrificio di più nobili e sante anime, né con maggior più libero consentimento di tutte le parti sane del popolo.”. Nel testo Castellini dice che il suo avo, Nicostrato era commilitone ed amico di Adamoli. 

STEFANO CANZIO

Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, aggiungeva pure che: “Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Infatti, Stefano Canzio (…., nel suo “Diario”, manoscritto, già pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo”, da p. 454 pubblicò il “Diario di un Garibaldino che fece parte della prima spedizione delle Calabrie”, e a p….. 

GIUSEPPE DEZZA

Su Giuseppe Dezza (….), ed il suo “Memorie inedite”, citato da Agrati, posso solo dire che la Dobelli (Treveljan) scrive “Dezza” e non “Drezza”. Il Dezza si distinse nella battaglia di S. Angelo. Infatti, l’Agrati, a p. 618, scriveva: “Dezza Giuseppe. Note autobiografiche manoscritte e relazioni diverse.”. Su questo manoscritto vi è il testo di Franco Catalano (…), ed il suo “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Si tratta del testo di Giuseppe Dezza (…), di cui ha scritto Franco Catalano (….), nel suo, “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Dezza (Melegnano, 23 febbraio1830 – Milano, 14 maggio1898) è stato un generale, politico e patriota italiano. Volontario appena diciottenne nelle Cinque giornate di Milano, sottotenente nei Cacciatori delle Alpi, colonnello dei I Mille e del Regio Esercito, dove arrivò al grado di tenente generale. Successivamente fu anche deputato e senatore. La sua figura ripercorre il Risorgimento italiano dal 1848 fino ai primi decenni del nuovo Stato unitario, passando per le guerre d’indipendenza e la Spedizione dei Mille. Essendo ingegnere, venne incaricato di provvedere ad alcuni lavori di fortificazione presso Olcenengo. Qui fece conoscenza di Nino Bixio, che fu colpito dalla competenza nel lavoro e dalla fermezza nei modi del Dezza, che allora era un soldato semplice. Da questo momento nacque con il Bixio un lungo rapporto di amicizia e di fiducia, che si rafforzò negli anni successivi. 

EMILE MAISON: le lettere manoscritte autografe di alcuni garibaldini sbarcati a Sapri nei primi di settembre da lui pubblicate 

Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Emile Maison (….), e del suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che parteciparono alla marcia di Garibaldi dalle Calabrie fino a Napoli. Su un sito in rete troviamo scritto in francese che: “Emile Maison, ancien officier de Garibaldi lors de l’expédition des Mille, fut l’un des premiers volontaires étrangers à avoir combattu en Pologne (cf. Aleksander Gieystoz. Echanges entre la Pologne et la Suisse du XIVe au XIXe siècle… Genève, Droz, p. 224). Il est l’auteur notamment de: – Expédition de Chine. Lettres d’un volontaire au 102ème , recueillies et mises en ordre par Emile Maison. Paris : B. Duprat, 1861./ – Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris: A. de Vresse, 1861. Bibliothèque Arnauld de Vresse . / – Une page d’histoire : Inès de Castro, par Émile Maison. Annecy: impr. de J. Dépollier, 1885. / – Caprera : les Loisirs de Garibaldi, par Émile Maison . Paris : E. Dentu, 1861. / – Le Parti hispano-prussien. Paris : A. Sagnier, 1876… ( Cl Gr) “, che tradotto è: “Emile Maison, già ufficiale di Garibaldi durante la spedizione dei Mille, fu uno dei primi volontari stranieri ad aver combattuto in Polonia (cfr. Aleksander Gieystoz. Scambi tra Polonia e Svizzera dal XIV al XIX secolo… Ginevra, Droz, p. 224). È autore in particolare di: – Spedizione dalla Cina. Lettere di un volontario del 102°, raccolte e ordinate da Emile Maison. Parigi: B. Duprat, 1861./ – Diario di un volontario garibaldino. Parigi: A. de Vresse, 1861. Biblioteca Arnauld de Vresse. / – Una pagina di storia: Inès de Castro, di Émile Maison. Annecy: stampa. di J. Dépollier, 1885. / – Caprera: Ozio di Garibaldi, di Émile Maison. Parigi: E. Dentu, 1861. / – Il partito ispano-prussiano Parigi: A. Sagnier, 1876… (Cl Gr)”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, pubblicò diverse lettere di volontari garibaldini che marciarono al seguito delle truppe. Nell’opera il Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passapar Eboli. Etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli.”. Dunque, Maison scriveva che il sig. M. Edwin James, fu un testimone oculare della marcia di Garibaldi prima che arrivasse a Napoli. Chi era questo signore? M. Edwin James ……. 

CLEMENT CARAGUEL: il racconto di un volontario garibaldino che sbarcò a Sapri

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. 

          GIACOMO RACIOPPI

Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 166 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Giacomo Racioppi ritornò allora in paese e, per dieci anni – dal 1864 al 1874 – si dette ad un intenso studio, componendo varie opere, fra cui la forte monografia su “Antonio Genovesi” e la “Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860”. Iniziò anche l’altra famosa opera dal titolo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, che vide poi la luce nel 1889. Il Racioppi rientrò negli uffici pubblici nel 1874….Ma Giacomo Racioppi lasciò le sue orme incancellabili nel campo della storia. Sin dal 1863, scrisse “La Spedizione di Carlo Pisacane”, che completò poi nel 1887, con gli “Echi di Sapri”. (p. 168) Le maggiori opere di Racioppi sono: “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” e “Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860″.”. Cilibrizzi, su queste due opere del Racioppi, a p. 168 scriveva: “Queste due opere restano fondamentali, malgrado alcune inevitabili inesattezze. Poche province italiane possono vantare una ricostruzione storica così vasta ed obiettiva.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Egli nacque a Moliterno il 21 maggio 1827. Ricevette la prima educazione dal padre, Francesco, che fu Giudice di Pace. Venne poi condotto a Napoli a continuare la sua istruzione sotto la guida di uno zio, Antonio Racioppi, abate liberale e dotto insegnante di letteratura italiana e latina. Oltre gli studi letterari, Giacomo Racioppi coltivò gli studi di storia, di filosofia, di economia e di giurisprudenza. In quel periodo, la città di Napoli era pervasa da vaste correnti patriottiche. Dati i suoi sentimenti liberali, Racioppi suscitò ben presto i sospetti della polizia. Egli fu arrestato il 22 febbraio 1849, giacchè nel suo domicilio, tra i vari opuscoli, venne anche trovato qualche copia della famosa ‘Protesta’ di Luigi Sttembrini contro i Borboni. Racioppi fu rinchiuso nelle carceri di Santa Maria Apparente, dove, accanto ai delinquenti vi erano illustri personaggi della politica, del foro, delle lettere e delle scienze, ….la prigionia di Racioppi durò quattro anni. Etc…”. Sull’opera di Giacomo Racioppi, ha scritto anche Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, dove, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487. Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’.”Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867. Questo interessante volume, scrisse Rocco Brienza, è privo di non pochi fatti, e qualcuno, dei tanti riportati, merita di essere meglio chiarito. E’ a mia piena conoscenza come il Racioppi siasi…rivolto ai suoi compagni politici per sapere degli avvenimenti. Moltissimi tacquero, qualcuno disse anche troppo. Cfr. Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 10 luglio 1868. Nonostante le giuste critiche mosse dal B. al R. questa Storia dei moti rimane la più completa trattazione sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860. Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”.       

Nel 1859, i Consigli Decurionali – il Decurionato – il Consiglio comunale nei Comuni del Regno delle Due Sicilie

Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 153, in proposito scriveva: “….maggiore autonomia avrebbe concesso ai Consigli Comunali – Ducurionati – e ai Consigli provinciali e distrettuali in loro mani.”. Da Wikipedia leggiamo che Il “Consiglio Decurionale” era l’organo collegiale che amministrava i comuni nel Regno di Napoli e delle Due Sicilie, prima dell’Unità d’Italia. In sostanza, era l’equivalente dell’odierno consiglio comunale, ma con una composizione e delle funzioni specifiche dell’epoca. Dal tardo Medioevo sino all’età napoleonica il decurionato costituiva l’insieme delle persone che si occupavano di ciò che attualmente chiameremmo amministrazione comunale. A partire dal periodo dei re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, nel Regno di Napoli gli odierni comuni, chiamati in precedenza “Università” e con a capo un governatore di nomina regia, furono ridenominati “decurionati”. Alle decisioni del decurionato potevano prendere parte tutti i cittadini (i “decurioni”) con una rendita superiore a 24 ducati per i paesi fino a 3 000 abitanti, con limiti aumentati per i comuni di dimensioni maggiori. La carica di sindaco era invece elettiva. Era costituito da un numero ristretto di persone elette per sorteggio[senza fonte] e sottoposto a un rigoroso controllo dell’intendente, che rappresentava il potere regio. Solo coloro che erano iscritti nella lista degli “eligibili”, approvata dagli intendenti, potevano far parte del decurionato. Nei paesi fino a 3 000 abitanti il decurione, che poteva anche essere analfabeta, doveva possedere una rendita annua non inferiore a 24 ducati, in quelli fino a 6 000 una rendita doppia e in quelli più popolosi una rendita quadrupla, e assieme agli altri decurioni costituiva i due terzi dell’organo collegiale, percentuale ridotta nel 1806 ad un terzo. I decurioni erano tre ogni 1 000 abitanti, si riunivano almeno una volta al mese, e con l’intervento del sindaco, del cancelliere comunale e del parroco redigevano la lista di leva, proponendo alle autorità competenti le guardie urbane ordinarie e supplenti. A partire dal periodo dei re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, nel Regno di Napoli gli odierni comuni, chiamati in precedenza “Università” e con a capo un governatore di nomina regia, furono ridenominati “decurionati”. Alle decisioni del decurionato potevano prendere parte tutti i cittadini (i “decurioni”) con una rendita superiore a 24 ducati per i paesi fino a 3 000 abitanti, con limiti aumentati per i comuni di dimensioni maggiori. La carica di sindaco era invece elettiva. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 154, in proposito scriveva: “Limitando il diritto di voto a pochissimi, il Parlamento sarebbe stato non la rappresentanza della nazione, ma una camera di grandi proprietari terrieri, eletta da altri proprietari, percheè la ricchezza era per buona parte investita in terreni e perchè vi erano province, come la Basilicata e la Calabria, nelle quali pochi signori possedevano quasi tutte le terre.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 85-86, in proposito scriveva: “La nuova instituzione ebbe il nome di Comune (1), equivalente a quello di ‘Unità o (Universitas) e comprendeva fisicamente tutto il territorio o comprensorio, moralmente tutto il popolo ivi residente. Il Comune era amministrato da sei cittadini reggimentari, due con l’Ufficio di Sindaco e quattro “Eletti”(2). Venivano eletti nel maggio di ogni anno, su proposta del primo Sindaco, che scadeva dall’incarico, in pubblico Parlamento, prima per acclamazione di popolo (unica voce ‘et nemine penitus discrepante vel contradicente’), poi per votazione segreta. L’intera ‘Giunta’ formava il ‘Consilium sex virorum’. Il Sindaco nominava altri collaboratori d’ufficio, come il Cancelliere, il Mastro d’atti, lo Scriba, i Razionali, i Procuratori di Cappelle, il Maestro del Monte Frumentario, il Predicatore Quaresimale, ecc..”.

Il Registro deI verbali delle delibere del CONSIGLIO DECURIONALE del Comune di Sapri

Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1818 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli. Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Dal 1811 al 1860, Sapri ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 85-86, in proposito scriveva: L’erezione a Comune del villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) etc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Larifondazione, possaimo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810. Nel periodo che va dal 1808 al 1815, epoca murattiana, il sigillo del Comune di Sapri, appartenente al Distretto e Circondario di Vibonati, in Provincia di Principato Citra (Salerno), viene semplificato: ha fondo chiaro e contenuto leggermente diverso: un uccello sulle acque, con un emblema sulla testa e la scritta in giro ovale: “Come di Sapri-Provincia di Salerno”(6). Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. 

La scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca 

Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Molti dei documenti, atti, delibere decurionali, lettere, documenti d’Uffici pubblici, ecc…, che furono redatti all’epoca dei fatti che caratterizzarono la marcia di Garibaldi per la conquista dell’ex Regno borbonico delle Due Sicilie, andarono persi in seguito non solo a causa del loro deterioramento negli anni, spostamenti dai vari Archivi ecc.., a causa degli incendi che in ogni Comune si ebbero, o quelli causati dai borbardamenti del secondo conflitto mondiale, come l’ultimo eclatante di San Paolo Belsito dove andarono persi i preziosi documenti antichi conservati nell’allora Grande Archivio di Napoli, ma vi furono anche molti documenti che non furono sufficientemente raccolti e protetti e forse pure fatti sparire volutamente in quei luoghi, come Sapri, che furono i luoghi dove furono protagonisti i fatti e gli uomini suggellati alla Storia da Pisacane a Garibaldi. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, hanno pubblicato i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno che riguardano la “Questione demaniale”. Dopo il 1860, nl periodo detto “Post-Unitario”, nel 1861, nacque la questione dei confini e dell’attribuzione delle terre demaniali di cui si servivano i diversi Comuni vicini. Infatti, i 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 267 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Archivio Demaniale. Atti Demaniali. Torraca. Busta 820. Fascicolo 1 – Documenti a prò del Comune (di) Torraca in sostegno della domanda di scioglimento di promiscuità, contro i Comuni di Tortorella, Vibonati, Battaglia e Casaletto, cc. ss. 56. 1651-1874.”. Ecc… Dopo il 1860 nacque la “Questione demaniale” che si protrasse fino al 1874 con innumerevoli istanze e processi civili intentati tra i comuni limitrofi.  Sulla questione demaniale, si veda pure i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno elencati da p. 43 del testo sulla Mostra documentaria “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo, 1957, Salerno. I 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 268 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Fascicolo 8 – Il Barone Vespasiano Palamolla, chiede una copia legale della divisione dei Demani che fu eseguita nel 1813, e carteggio vario. cc. ss. 55. 1832-1835.”. Infatti, in seguito all’occupazione francese e subito dopo con i Borboni si acuirono le controversie demaniali tra i Baroni ed i loro possedimenti ed i Comuni. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Oltre alle diversie controversie tra Comuni diversi a viciniori, nacque anche la questione demaniale dovuta alla cessione di terre demaniali che furono accaparrate dai latifondisti dell’epoca, famiglie di ex-borbonici che facevano il bello ed il cattivo tempo in ogni Comune. In tutto questo si inserì la lotta politica per il successo elettorale della Sinistra democratica di Giovanni Nicotera. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  E’ in questo periodo che scomparvero diversi documenti che, in parte riguardavano le responsabilità storiche dei fatti del ’57 con Pisacane ma che riguardavano proprio gli uomini di spicco nella nascente politica del Regno d’Italia. Primo fra tutti Giovanni Nicotera che aveva saldi rapporti con molti uomini politici e novelli amministratori dello Stato post-unitario nella Provincia di Salerno. La questione venne alla luce grazie a Giovanni Nicotera, superstite della Spedizione di Carlo Pisacane, dopo la sua liberazione dal carcere di Favignana, nel 1860, volle vendicarsi verso quelli che lui credeva essere i responsabili del fallimento della tragica spedizione di Sapri. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava: “(6) Le vicende relative ai documenti sulla spedizione di Sapri sono, in parte, oscure.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. La documentazione inerente i fatti e le verità sulla Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, non rivestono solo un importanza per la verità storica di quei fatti ma anche perchè molti uomini e patrioti che parteciparono ai preparativi e forse contribuirono al suo tragico fallimento furono, nel 1860, tra i protagonisti della marcia di Garibaldi verso Napoli, alla capitolazione del Regno delle Due Sicilie. Molti personaggi che vedremo in questa ricerca, per i loro trascorsi e la loro partecipazione ai moti insurrezionali del ’48 e del ’57, ebbero una parte attiva nella risalita di Garibaldi, dalla sua partenza da Quarto fino a tutta l’epopea garibaldina della battaglia sul Volturno. Essi, ebbero parte attiva nella politica e nell’amministrazione dello Stato Unitario in seguito ai Plebisciti. Essi, ebbero ruoli e parte anche nell’Italia post-Unitaria, come vedremo in seguito. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, …..etc…il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi.”. L’uccisione di Costabile Carducci, a Sapri e lo sbarco dei Trecento della Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri furono i prodromi e precursori dell’impresa di Garibaldi e delle sue truppe Garibaldine. Ma, anche molti documenti del 1860 riguardanti l’impresa di Garibaldi e del suo passaggio dalle nostre plaghe, non sono più reperibili, forse essi sono scomparsi, tanto che alcuni passaggi rimangono ancora oscuri e non del tutto chiariti. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone scriveva che nell’Italia post-Unitaria, proprio a causa della rabbia di Giovanni Nicotera, iniziò un processo storico di revisione che dura tuttora.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti.”.

GIOVANNI NICOTERA SUPERSTITE DELLA SPEDIZIONE DI CARLO PISACANE 

Le polemiche e le accuse di NICOTERA sul fallimento della “Spedizione di Sapri” e la scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca  

Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 222, in proposito scriveva che: “…Le sante ossa dei De Luca, dei De Mattia, dei De Dominicis e dei Carducci fremettero certo di sdegno. Pisacane e Nicotera si accorsero dell ‘ inganno in cui erano caduti, poichè non vi rinvennero appoggio alcuno, che anzi venne loro consigliato da alcuni padulesi di partirsene subito, perchè a Sala era riunita una forza imponente e già si disponevano per altrove.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2). La annunziata memoria di accusa effettivamente fu scritta, ed ebbe come principale bersaglio il Fanelli. Nicotera lo incolpò di aver promesso una vasta cospirazione in Basilicata ed a Salerno, di aver dato per conclusi gli accordi con i relegati di Ponza, con il barone Gallotti a Sapri, con l’Albini in Basilicata, con coloro che dovevano far scoppiare la sommossa a Napoli; di non aver tenuto fede agli accordi presi con Pisacane a Napoli. Nicotera sostenne infine che il ritardo di un giorno del telegramma di conferma non poteva giustificare la condotta del Comitato, e così concludeva: “Indi risulta che Fanelli evidentemente mentì sempre e mancò a tutti gli impegni presi, ed ora alla menzogna accoppia la calunnia asserendo che Pisacane operò diversamente quello che si era stabilito”(3).”. Capone, a p. 12, nella nota (3) postillava: “(3) “Accusa di Giovanni Nicotera al Comitato”, senza data, di pugno del Dragone in M.R.R., b. 346, f. 53, 12, pubblicata da A. Romano, in appendice all’Epistolario di C. Pisacane da lui curato, op. cit., pp. 527-530.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava:“(6)……Il 3 novembre 1860 Luigi Dragone scrisse al Mazzini chiedendo notizie del cassettino contenente i documenti del Comitato napoletano (M.R.R., b. 346, f. 54, doc. 12); il cassettino, secondo quanto riferisce lo stesso Dragone in una lettera ad A. Morici del 23 luglio 1861 (M.R.R., b. 346, f. 54, n. 8) era a Londra in possesso di tale Benedetto F., implicato nei fatti di Sapri e uno degli accusati dal Nicotera. Nel luglio ’61, il cassettino con i documenti giunse da Londra e rimase presso Fanelli, il quale fece una prima scelta delle lettere relative al ’56-57 e, assieme a Nicola Fabrizi, preparò un ‘dossier’ in propria difesa. (lettera di L. Dragone ad A. Morici, 30 luglio 1861, in M.R.R., b. 346, f. 54, n. 10). Il Racioppi, nello scrivere il suo opuscolo, si servì della documentazione fornitagli dal Fanelli.”. Capone si riferiva la testo di Giacomo Racioppi (….): “La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri”, che fu quasi una risposta all’altro scritto del Venosta, di poco precedente.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti. Ma, sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 14-15, in proposito scriveva: “Infatti la polemica sulla spedizione di Sapri, che aveva visto schierati da una parte il Nicotera e dall’altra parte il Fanelli, spalleggiato e difeso dai capi del partito d’azione, aveva delle grosse implicazioni politiche che mettevano in discussione il patriottismo di tutto il partito d’azione meridionale. Il De Monte si rendeva conto che fare il processo alla spedizione di Sapri significava anche fare il processo alla democrazia meridionale, e non c’è quindi da meravigliarsi delle sue cautele e dei suoi giudizi, specie se si pensa che egli scriveva negli anni in cui, sotto la spinta dell’opposizione soprattutto nel Mezzogiorno, si preparava l’avvento della Sinistra al potere; il suo libro del resto fu pubblicato a Napoli, poco dopo la “rivoluzione” del 18 marzo 1876 (10). Perciò il De Monte, mentre da una parte si era guardato bene dal versare altro olio sul fuoco di quelle scabrose vicende, dall’altra si era sforzato di dare ai fatti una interpretazione il più possibile onorevole per i democratici meridionali; una interpretazione che fosse al tempo stesso storicamente documentata e perciò conclusiva di ogni polemica. Ma, alcuni anni più tardi, una smentita alle tesi del De Monte venne da uno dei massimi esponenti della democrazia italiana, Aurelio Saffi..etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 15, in proposito scriveva: “Il problema delle responsabilità del Comitato napoletano fu di nuovo affrontato, pochi anni dopo, dal Bilotti nel suo esauriente volume sulla spedizione di Sapri (13). L’autore, pur senza fare di questo problema il centro della sua narrazione, si attesta su una linea interpretativa più vicina a quella di Nicotera e di Saffi che a quella del De Monte e di Albini. Infatti il Bilotti – secondo cui il Racioppi “volle troppo discolpare il Comitato ed i corrispondenti delle province”(14) – non manca di sottolineare come l’impulso alla organizzazione della spedizione venisse proprio dai patrioti di Napoli e di Basilicata, e in particolare dall’Albini e dal Fanelli; fu infatti, secondo il Bilotti, la lettera di quest’ultimo del 2 febbraio 1857 “forse dettata dal solo entusiasmo, che determinò Mazzini a rivolgersi al Mezzogiorno d’Italia”(15).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Aspetti della vita intellettuale a Salerno dopo il 1860 e gli studi intorno al Risorgimento”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 417, in proposito scriveva che: “Il risveglio fu opera di Matteo Mazziotti (16), il quale trovò in P.E. Bilotti – un calabrese che dal 1891 dirigeva con intelligenza pari alla solerzia il nostro Archivio di Stato – un collaboratore che per innata modestia aveva l’aria di un discepolo, ma era già un animatore ed un maestro….(p. 419) indi nel 1912 diede alla luce il vol. su “La reazione borbonica nel Regno di Napoli” (17). L’abbrivo dato dal Mazziotti e dal Bilotti alla conoscenza della storia del Risorgimento minacciava di spegnersi perché non alimentato e non sorretto; e perciò il Bilotti si affannò a promuovere la creazione di una rivista; e poichè egli giustamente temeva la dispersione delle poche forze locali, stimò miglior consiglio che l’iniziativa partisse da un organismo di cultura già esistente, la ‘Commissione Archeologica Salernitana’, della quale era stato prima autorevole membro e poi Presidente dal 1908. Malgrado gli sforzi di quel valentuomo l’iniziativa non trovò la desiderata realizzazione: passarono così dieci anni, densi di drammatici avvenimenti che chiamarono cittadini a ben altri doveri; ma poi, finita la prima guerra mondiale, nella ripresa delle opere di pace, si diede inizio alla pubblicazione dell'”Archivio storico per la provincia di Salerno”, e vita ad una ‘Società di storia patria’ che tuttora, malgrado la colpevole mancanza di appoggio dele autorità, degli enti cittadini pubblica ancora un suo organo di stampa, la “Rassegna Storica Salernitana”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 42 e ssg., in proposito scriveva: “10) La bibliografia sulla reazione seguita ai moti del 1848 e sulla attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette la insurrezione del 1860, nonostante la monografia del Racioppi (2), e quella del Lacava (3), presenta ancora notevoli e rilevanti lacune…., ….nessuno se non esponenti del potere costituito, si sofferma, prima del 1860, sugli avvenimenti politici e sulle ripercussioni che questi avevano avuto in Basilicata (6). Soltanto dopo la annessione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, vengono pubblicati scritti polemici diretti a denuziare alla opinione pubblica coloro che avevano tradito i loro compagni di fede dopo il 1848 e che avevano assunto il ruolo di confidenti della polizia borbonica. Sulla base di documenti tratti dai processi celebrati a Potenza dopo il 1849, Pasquale Ciccotti svela l’attività di alcuni delatori che, dopo la caduta del Borbone, avevano aderito al nuovo governo e vantato precedenti liberali (1) e Rocco Brienza denunzia elementi del clero potentino che avevano assunto uno spregevole atteggiamento nei confronti della polizia borbonica (2). Ma l’accusa più grave vien mossa, nel 1863, a Vincenzo De Leo, patriota ed uomo di azione tra i migliori che abbia avuto la Basilicata nel 1848-49, schieratosi, nel 1860, con gli insorti: Felice Venosta, in un lavoro sulla spedizione di Carlo Pisacane a Sapri (3), accusa il De Leo di aver tradito la causa liberale preavvisando le autorità borboniche di quanto si macchinava e, nel condannare l’atteggiamento assunto dal Comitato Lucano di fronte al tentativo mazziniano, attribuisce ai liberali della Basilicata le cause dell’insuccesso della spedizione di Sapri. Contro le accuse e le insinuazioni del Venosta reagisce, molto autorevolmente, Giacomo Racioppi (4), il quale, dopo qualche anno, illustra ampiamente l’attività svolta in Basilicata dai liberali nel decennio che precedette l’insurrezione del 1860 (5).”. Pedio, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Ciccotti, Le spie borboniche liberali del 1861, Potenza, 1861.”. Pedio, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Venosta Felice, Carlo Pisacane e i compagni martiri a Sanza, Milano, 1863”. Pedio, a p. 43, nella nota (4) postillava: “(4) Racioppi, La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, Napoli, Margheri, 1863. Cfr. anche le lettere del Racioppi a Pietro Lacava edite dal Tripepi, Curiosità storiche cit., pp. 147. Contro l’accusa del Venosta il De Leo pubblicò, nel 1885, una nota autobiografica, Commemorazione della spedizione di Sapri – Un episodio dello sbarco di Pisacane a Sapri. Su tale argomento cfr. Pedio, Uomini e martiri cit., p. 309 s. Per la infondatezza di tale accusa cfr. per tutti Nello Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento Italiano, Genova, Emiliano degli Orfini, 1936, p. 442.”. Pedio, a p. 43, nella nota (5) postillava: “(5) Racioppi, Storia dei moti cit.”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877”. Sempre il Pedio (….), continuando il suo racconto scriveva pure che: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, e che i più noti patrioti avessero militato nella corrente democratica (1). Tale travisamento della realtà storica è stata opera non solo dei parlamentari lucani interessati a vantare tradizioni liberali, ma anche, e soprattutto, di Decio Albini, il quale, dimenticando che la corrente liberale alla quale aveva aderito Giacinto Albini prima del 1860 ed i Lacava soltanto dalla primavera di quell’anno, era stata restia ad accettare un programma radicale ed, in particolare, quello mazziniano, in una breve monografia altera la verità storica e, anzicchè limitarsi ad illustrare quelli che erano stati realmente i contatti avuti dal padre prima con il Comitato facente capo al Fabrizi e poi con il Comitato dell’Ordine dal quale, nel 1860, era stato delegato ad organizzare, a dirigere e ad arginare la insurrezione in Basilicata allo scopo di impedire un eventuale sopravvento dei radicali che facevano capo al Comitato d’Azione (2), afferma che il padre ed i suoi più vicini collaboratori avevano aderito al movimento mazziniano (3). E questa tesi viene sostenuta da Pietro Lacava, il quale, nell’illustrare l’attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette il 1860 (4), contribuisce ad avvalorare la leggenda di un Giacinto Albini mazziniano (5). Affermatisi questa convinzione, che noi riteniamo, quanto meno, esagerata, si susseguono una serie di opuscoli e di articoli (1), i cui autori, omettono ogni indagine, che arebbe facilmente dimostrato quale programma politico fosse stato accettato da coloro che erano stati i maggiori artefici del movimento insurrezionale del 1860 in Basilicata, si limitano a parafrasare gli scritti di Decio Albini, il quale continua a ripetersi in una serie di pubblicazioni il cui contenuto non trova riscontro nelle fonti e nei documenti del tempo (2). Inoltre, ritenendo affiliazioni mazziniane quelle numerose vendite carbonare che, con la denominazione di ‘Giovine Italia’, avevano svolto la loro attività in Basilicata nel 1847-49 (3), l’Albini definisce mazziniani quei patrioti lucani dei quali compila brevi cenni biografici per il ‘Dizionario del Risorgimento Nazionale’ del Rosi (4).”. Pedio, a p. 44, nella nota (2) postillava: “(2) Del Pedio, oltre l’intoduzione ai ‘processi e documenti cit., pp. 11 ss. ed Uomini e martiri cit., p. 297, cfr. l’articolo su Giacinto Albini redsatta per il Dizionario biografico degli Italiani. “. Pedio, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Decio Albini, La pedizione di Sapri e la provinci di Basilicata, Roma, Terme Diocleziane, 1891 “. Pedio, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Pietro Lacava, Prefazione alla ed. del 1909 della Storia dei moti del Racioppi.”. Pedio, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) Che Giacinto Albini abbia avuto rapporti con il Comitato mazziniano operante in Napoli nel 1857 è indiscusso. Ma ciò non significa che abbia accettato quel programma. Attraverso i documenti pubblicati dal De Monte si è portati a ritenere che, durante tutto il 1857, l’Albini sarebbe vissuto in Basilicata in continuo contatto con il Comitato mazziniano di Napoli. Al contrario, documenti ufficiali del tempo provano che Giacinto Albini, incluso tra gli attendibili politici, aveva ottenuto di fissare la propria residenza in Napoli dove era sottoposto a sorveglianza di polizia  e, di conseguenza, nella impossibilità di visitare i paesi della Basilicata. Infatti, quando nel maggio del 1857 si sospettò che l’Albini avesse rapporti con i liberali di Anzi e di Pietrapertosa, l’intendente della provincia di Basilicata si rivolse a Napoli, perché si procedesse all’arresto dell’Albini (cfr. ASP., Intendenza Baslicata, 7/57). Ciò, naturalmente, non esclude che Giacinto Albini abbia potuto svolgere questa attività settaria quale comprovata dai documenti pubblicati dal De Monte. Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. I documenti da noi consultati smentiscono, d’altra parte, una attività svolta in Basilicata in relazione alla spedizione di Carlo Pisacane, avvalorata, invece, dai documenti pubblicati dal De Monte nel 1877 e da quelli, forniti in copia, nel 1887, dalla vedova di Luigi Dragone a Decio Albini e pubblicati in un opuscolo commemorativo etc…A porre un dubbio sull’attività attribuita a Giacinto Albini nel 1857 dai suoi biografi è lo sesso Racioppi, in quella sua breve nota sui fati di Sapri pubblicata, nella sua edizione definitiva, in appendice alla edizione del 1909 della sua Storia dei moti p. 393 s.). D’altra parte, anche se non si vuol tenere conto di queste nostre affermazioni, un fatto è certo: nessun tentativo per cercare di accorrere in aiuto di Carlo Pisacane da parte dei liberali lucani, nessuna manifestazione di soliderarietà agli eroi di Sapri nei vari centri abitati della Basilicata. Cfr. in proposito Pedio, L’insurezione lucana nell’agosto del 1860, ed. fuori commercio, Napoli, XVIII febbraio 1960. “. Pedio, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. da ultimo Decio Albini, La cospirazione mazziniana nella Lucania (1849-1860) in Lucania gens, a. II (Roma, 1923), V, pp. 6 ss. Sulla attività svolta dai liberali lucani nel 1857 cfr. anche quanto scrive Giuseppe Solimene su Mauro D’Elia da Lavello in ‘La spedizione di Sapri di C. Pisacane: I primi albori del socialismo in Lucania in Pensiero ed Arte, a. XII, n. 12 (Bari, dicembre 1956), pp. 5 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Oltre Pedio, Processi e documenti, cit., cfr. dello stesso autore: Evoluzione politica della borghesia, cit., pp. 468 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (4) postillava: “(4) A dimostrare l’infondatezza delle affermazioni dell’Albini e di coloro che a lui si sono uniformati, sono i documenti del tempo esistenti nell’Archivio di Stato di Potenza (Cfr. Pedio, Processi e documenti, cit.) Cfr. in proposito anche G. Mondaini, I moti politici cit., pp. 264 ss. e Pedio, Di una società segreta e delle sue diramazioni in Basilicata e in Terra d’Otranto in Archivi d’Italia e Rassegna Internazionale degli Archivi, s. II, a. X (1943), fasc. 3-4, pp. 73 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (5) postillava: “(5) Tale argomento è stato ampiamente trattato, oltre che dal Racioppi nella Storia dei moti cit., anche nella Cronaca potentina del Riviello cit., pp. 157 ss. Oltre Pedio, La reazione borbonica in Basilicata dopo il 1848 in Atti XXVII Congresso Nazionale Istituto Storia del Risorgimento, cit., pp. 539 ss., cfr. anche Matteo Mazziotti, La reazione Borbonica nel Regno di Napoli, Soc. Ed. Albrighi e Segati, 1912; Alfredo Ricci, etc…”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali.”. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Marino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “…..non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867. Questo interessante volume, scrisse Rocco Brienza, è privo di non pochi fatti, e qualcuno, dei tanti riportati, merita di essere meglio chiarito. E’ a mia piena conoscenza come il Racioppi siasi…rivolto ai suoi compagni politici per sapere degli avvenimenti. Moltissimi tacquero, qualcuno disse anche troppo. Cfr. Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 10 luglio 1868. Nonostante le giuste critiche mosse dal B. al R. questa Storia dei moti rimane la più completa trattazione sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860. Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Carlo Nardi (….), nel suo, Le truppe del Ghio e il passaggio del “Calderaio”, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 298, nella nota (10) postillava: “(10) M. Rosi, I Cairoli, Torino, Bocca, 1908. Il Rosi pubblicò (pp. 339-349) la lunga lettera, in cui il giovanissimo Cairoli narrava la sua marcia attraverso la Calabria fino a Spezzano Albanese, ove fu ospite della famiglia Rinaldi, di cui, uno dei figli, Orazio, era stato compagno di collegio di Agesilao Milano e, implicato nella vicenda di costui, era stato condannato a 20 anni di carcere duro.”Gulielmini Andrea, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877. 

I PRODROMI

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento della amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (162), dal Cassese (163), e dal Pesce (164), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente con altri tre suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Sapri, insieme ai suoi compagni, da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’…..al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla fontana della spina, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro.”. Nella mia nota (162) postillavo che: (162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Nella mia nota (163) postillavo che: (163) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n.14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp.I-IV.”. Nella mia nota (164) postillavo che: (164) Pesce C., Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda, Napoli, 1895.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860 , e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto. E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto , e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”

Nel 1848 e 1857, i LIBERALI nel basso Cilento e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel cas, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Sempre il Bilotti, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – ect….”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi filo-borbonici furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000.  Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno,  Salerno, Plectica, 2005. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo della famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969. 

Il ricordo della storica impresa di Carlo PISACANE, dei suoi “Trecento” e dello sbarco a Sapri, prodromi della insurrezione del 1860

Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nel 1857, Giuseppe Mazzini, sospettando che a Napoli, in previsione della morte di Ferdiando II, gravemente malato, si affermi un movimento di restaurazione murattiana,  tendente a riportare sul trono il figlio dell’infelice Re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro, cerca di prevenire il pericolo e, venuto segretamente a Genova, organizza una spedizione nel regno borbonico e ne affida il comando a Carlo Pisacane (20).”. Di Capua, a p. 34, nella nota (20) postillava che: “(20) Patriota, martire e scrittore (Napoli 1818 – Sanza 1857). Ufficiale dell’esercito borbonico, lasciò il servizi ed emigrò in Francia per dedicarsi alla causa italiana. Capo di S. M. dell’esercito repubblcano a Roma nel 1849 durante la Repubblica Romana, orientò il suo pensiero politico verso il socialismo. Partito il 24 giugno da Genova, si arrestò all’isola di Ponza ove liberò circa 300 detenuti che andarono ad ingrossare la sua schiera. Il 29 giugno sbarcò a Sapri e si inoltrò verso l’interno. Giunto a Padula fu affrontato da truppe borboniche e da contadini ostili. Nello scontro l’improvvisata formazione venne facilmente sopraffatta e dispersa. Pisacane, allora, con pochi superstiti, si ritirò verso Sanza e, vista ormai perduta ogni speranza, morti o caduti prigionieri quasi tutti i suoi compagni in quell’ultimo combattimento si uccise.”. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Dans les fureurs aveugles des guerres civiles le sang appelle le sang; la conscience s’oblitère et l’on se croit en droit de châtier les atrocités par d’autres atrocités. Au mois d’août 1860, une colonne de l’armée garibaldienne prenait terre, à Sapri pour opérer dans le Cilento parallèlement au mouvement en avant du corps principal; c’était le colonel Pianciani qui la commandait. Il envoya undétachement à Sanza. Un nommé Savinu La Veglia, que la voix publique désignait comme ayant porté le premier coup à Pisacane désarmé, fut arrêté chez lui et fusillé sans jugement dans la prison. C’était répondre au meurtre par le meurtre. L’homme que l’on traitait ainsi pouvait être un assassin; ceux qui le mirent ù mort sans observer aucune forme, sans débat contradictoire, ne se firent pas des justiciers, comme ils se l’imaginaient, mais eux-mêmes des assassins. Au moment de partir de Gènes, Pisacane avait écrit un testament, que les journaux publièrent après sa mort. « Je suis persuadé, y disait-il, que si l’entreprise réussit j’obtiendrai les applaudissements universels; si je succombe, le public me blâmera, on m’appellera fou, ambitieux, turbulent, et ceux qui, ne faisant jamais rien, passent leur vie h critiquer les autres, examineront l’oeuvre minutieusement, mettront à découvertmes erreurs et m’accuseront d’avoir échoué faute d’esprit, de coeur et d’énergie. » Il se trompait. Sa tentative avait lieu dans des conditions qui rendaient le succès impossible elle a misérablement échoué. Mais trois ans ne s’étaient pas écoulés qu’il passait grand homme et que sa mémoire recevait les hom…mages réservés aux plus glorieux martyrs de la cause nationale. Sur le quai de la Marine à Salerne, le chef-lieti de la province où il mourut, on voit une statue élevée a Carlo Pisacane, precursore di Garibaldi. Dans tout l’ancien royaume napolitain il n’est presque pas une ville où l’on ne rencontre une rue ou une place Pisacane. J’ai même lu à ce sujet chez un voyageur français, homme de beaucoup d’esprit et des mieux pensants, mais qui avait eu là une distraction singulière, deux pages d’indignationéloquente, flétrissant l’abaiesomentmoral dans lequel est tombée l’Italie piémontisée, qui donne aux rues de ses villes le nom d’un « criminel vulgaire qui a tenté l’assassinat d’un roi. 1) Carlo Pisacane confondu avec Agesilao Milano! la méprise est forte. Il serait bon de s’informer un peu plus exactement des choses avant de se mettre en frais de morale indignée. Du reste il ne faut pas s’y méprendre, l’aventure de Pisacane, qui avait semblé au premier abord une folie piteusement avortée, fut par ses conséquences un événement fort considérable. L’effarement et le désarroi que le gouvernement de Naples avait montré devant celle entreprise d’une poignée d’hommes, la façon dont, avant d’être arrêtés par etc… che tradotto significa: “….Nelle furie cieche delle guerre civili il sangue chiama sangue; la coscienza è cancellata e crediamo di avere il diritto di punire le atrocità con altre atrocità. Nell’agosto 1860, una colonna dell’esercito garibaldino prese terra, a Sapri ad operare nel Cilento al fianco del movimento in avanti del corpo principale; era il Il colonnello Pianciani che lo comandava. Ha inviato un distaccamento a Sanza. Qualcuno di nome Savino La Veglia, che la voce pubblica ha designato come avendo sferrato il primo colpo al disarmato Pisacane, è stato arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel prigione. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio. L’uomo che è stato trattato in questo modo avrebbe potuto essere un assassino; coloro che lo hanno messo a morte senza osservare nessuna forma, senza dibattito contraddittorio, lo è non hanno agito da vigilantes, come immaginavano, ma loro stessi sono assassini. Quando lasciò Genova, Pisacane aveva scritto un testamento, che i giornali pubblicarono dopo la sua morte. “Sono convinto”, ha detto, “di questo se l’impresa riesce mi prenderanno gli applausi universale; se soccombo, il pubblico darò la colpa, sarò chiamato pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza fare mai nulla, spendono il loro la vita h critica gli altri, esaminerà il lavoro con attenzione, esporrò i miei errori e mi accuserà di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore ed energia. » Aveva torto. Il suo tentativo si è svolto in condizioni che hanno reso il successo impossibile, fallì miseramente. Ma non erano passati tre anni come passò lui grande uomo e che la sua memoria ha ricevuto maghi riservati ai martiri più gloriosi della causa nazionale. Sulla banchina della Marina a Salerno, il capo lieti della provincia dove morì, vediamo una statua eretta a Carlo Pisacane, precursore del Garibaldi. In tutto l’antico regno napoletano non c’è quasi una città dove non ci incontriamo una strada o una piazza Pisacane. Ho letto anche questo soggetto in un viaggiatore francese, un uomo dai molti di ingegno e di pensiero migliore, ma chi l’aveva avuto c’era una singolare distrazione, due pagine di eloquente indignazione, appassendo l’umiliazione morale in cui cadde l’Italia piemontese, che dà il nome alle strade delle sue città ad un “criminale”. volgare che ha tentato l’assassinio di un re (1). Carlo Pisacane confuso con Agesilao Milano! l’equivoco è forte. Sarebbe bello scoprirlo un po’ più esattamente sulle cose prima di iniziare a spese della moralità indignata. Inoltre, non dovrebbe esserci errore, l’avventura di Pisacane, che a prima vista era sembrato una follia pietosamente abortita, fu dalle sue conseguenze un evento molto significativo. Lo sgomento e lo sgomento che ha suscitato il governo di Napoli aveva mostrato davanti a questa compagnia una manciata di uomini, il modo in cui, prima di essere arrestati da etc…”. Il Lenormant ci parla dell’Agosto 1860, non di Luglio e non di Settembre. Il Lenormant, a p. 134 aggiungeva che: D’ailleurs l’exemple de Pisacane ne fut pas perdu pour Garibaldi. Il lui montra que la République faisait peur aux populations du royaume de Naples, qu’elles tenaient au principe de la monarchie et que si l’on voulait les ……” che, tradotto significa: “Inoltre, l’esempio di Pisacane non andò perduto a Garibaldi. Lui lui dimostrava che la Repubblica spaventava le popolazioni del regno di Napoli, che detenevano principio della monarchia e questo se li volessimo etc….”Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a p. 35, in proposito scriveva che: “Si potrebbe dire che tra gli esuli meridionali, a prescindere dallo Scialoja (33) che quanto meno è l’unico a portare il discorso su aspetti concreti (finanziari), vi sia il solo Pisacane ad avere un suo programma politico per il futuro, e a non limitarsi all’obiettivo immediato (34).”. Moscati, a p. 35, nella nota (34) postillava: “(34) Vedi fascicolo dedicato a Pisacane in occasione del centenario della Spedizione di Sapri dalla rivista “Cronache Meridionali” (a. IV, n. 10, ottobre 1957) e G. Berti, La dottrina pisacaniana della rivoluzione sociale, in “Studi storici”, 1959-1960, I, 2.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 3, in proposito scriveva: “Per intendere come si giunse e come funzionò la Prodittatura Lucana, è utile dare uno sguardo generale e riassuntivo a tutto quel movimento liberale, che si era svolto in quella regione dal 1848 in poi. Gli eventi di quell’anno e quelli che seguirono, cacciarono anche là molte persone nelle galere, altre ne spinsero in esilio, ne spaventarono e paralizzarono altre; mentre d’altra parte sorgeva un elemento giovane e nuovo, che, prima ignoto o appartato, ripigliava quel movimento in conformità della sua educazione e delle condizioni generali. Avvenuta l’insurrezione del 18 Agosto 1860, tutto il paese, com’è facile immaginare, si trovò innanzi a nuovi compiti, soprattutto a compiti reali ed anche urgenti…..In questa azione si trovarono a cooperare con le loro passioni, coi loro presupposti, con i loro precedenti sopravanzati al 1848, patrioti allora liberati dalle galere, reduci dall’esilio ed elementi nuovi, con tutte le modalità e varietà, che sogliono presentare questi avvenimenti; …..(p. 4) Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro rappresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Andrea Gulielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 11, in proposito scriveva: “I pericoli, gli ostacoli, anzi la quasi impossibilità di quel titanico ardimento, lo fanno più glorioso, perchè attestano la serena premeditazione del martirio. Quei prodi andarono a morire per svegliare i dormienti.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a p. 79, in proposito scriveva: Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro ; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860 , e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto . E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto , e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: “….La catastrofe fu piena, dolorosissima. I prodi di Sapri, gli antesignani della spedizione de’ Mille, furono quasi tutti chi uccisi, chi prigionieri. E ciò dopo lotte animose , senza guide , in mezzo a tutt ‘ i disagi, atutte le mancanze, a tutte le privazioni non solo di aiuti , ma del necessario non solo a combattere, ma a vivere. Essi vennero aggrediti , oppressi da truppe, gendarmi, e popolazione aizzata dagli agenti della polizia. Le uccisioni e le ferite fatte barbaramente , all’uso de’ cannibalı. La parte maggiore in tali scene di sangue fu dovuta a’ gendarmi , alla guardia urbana, e contadini. Tra questi anche le donne si videro precipitarsi come belve inferocite su’ disbarcati, ad alcuno de’ quali fu data la caccia su pe’monti come a fiere, e trucidato barbaramente. A quella popolazione poco o nulla culta fu dato ad intendere che si trattasse di briganti, di ladri, di pirati che scendevano a rubare ed a saccheggiare. Le arti più nefande da parte delle Autorità furono aggiunte al piombo ed alla baionetta ; talchè da que’ valorosi si ebbe a lottare non solo contro le forze ordinate del Governo, ma contro i pregiudizi e gli errori di tutta intera una popolazione. Combattendo eroicamente morirono il Pisacane, degno capo tra tutti, il Falcone, animoso giovane calabrese scampato l’anno prima dalla persecuzione poliziesca di Napoli. Il Nicotera ferito al braccio, ferito alla mano, colpito alle spalle, da un colpo di scure al capo cadde nel suo sangue rimanendo esanime per un pezzo, e poi fatto prigione, e quindi, dopo una processura, condannato nel capo, e poi tramutata la pena in ergastolo fatto espiare non dove la legge dicea, ma dove la ferocia voleva, cioè nel fosso di S. Caterina in un’ isola di Sicilia, fosso profondo dove surge l’acqua , dove chiunque vi fu gettato , non v’era vissuto e dove pure il Nicotera vi rimase per anni, liberato poi dalla Rivoluzione nel 1860. Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”

I GALLOTTI di CASALETTO SPARTANO e BATTAGLIA

I GALLOTTI A SAPRI: GIOVANNI (padre), ex barone di Casaletto e Battaglia ed i figli: RAFFAELE, SALVATORE, don FILOMENO (sacerdote) ed EMANUELE, ed il nipote di Giovanni, PAOLO GALLOTTI proprietario della taverna del Fortino  

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, il sacerdote don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che aveva abitazioni a Sapri e al Fortino di Casaletto. Sua madre era Rachela Giudice. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Angelo Guzzo (…), nel suo“Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncua di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”. Sulle origini del feudo di famiglia, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone Mario Antonio Gallotti. Il barone Mario Gallotti morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio Mario Antonio Gallotti che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo“L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Sui Gallotti ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a pp. 74-75, parlando di Rocco Stoduti di Torraca e della reazione Sanfedista del 1799,  in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Rocco Stoduti (padre) uccise tre esponenti della famiglia Gallotti a Torraca e a Vibonati decapitò crudelmente il sindaco Giovanni Alano. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885. Felice Fusco scriveva che Antonio Pizzolorusso (….), dei liberali promessi a Pisacane, riporta i nomi dei Gallotti, della famiglia Gallotti baroni di Battaglia, di don Giovanni Gallotti e dei suoi figli: “i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni , Forte Antonio, Francesco e Angelo, Romano Federico , Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe , de Marco Michele e Gaetano , Scolpino Felice , Paolo e Giuseppe, Tepidino Vincenzo , Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio, Gallo Michele, e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco , de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro , Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo , Alfano Michele , Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele, de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele , Rizzo Ignazio , e Pierri Vincenzo , di Padula , La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola , Diomede e Francesco , di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio , Cioffi Nicola e Vincenzo , Barra Carmine, Zipparri Pasquale , Caccurri Camillo , Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro , Felizzolo Biagio , Falce Giuseppe , P. Luigi da Torraca , Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio , Mercadante Nicola , Cesarino Francesco , Falce Anna e Antonio , Fiorito Francesco, di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa ; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo , Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo , Trotta Pietro , di Sassano ; Morone Tommaso , di S. Giacomo ; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo , di Giffoni ; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale , di Agnone ; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio ; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino , Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe , d’Aiutolo Agostino , di Rovella ; Calabritto Tommaso , di Pugliano ; Quaranta Angelo, di Palo ; Esposito Anselmo, di Nocera ; Sarnelli Gioacchino , di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc .”. Dunque, Pizzolorusso elenca i “pochi che ne presero parte”, riferendosi alla Spedizione di Carlo Pisacane, e come vediamo nei citati nomi tratti dall’elenco di Pizzolorusso notiamo diverse famiglie e nomi che, oltre ad essere del posto e dei paesi circonvicini a Sapri (del basso Cilento) figurano pure molti di Torraca e di Sapri. Pizzolorusso pubblicò il suo testo nel 1885, quando già erano noti gli atti tratti dal processo di Firenze intentato dal Nicotera. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….”. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino.

I GALLOTTI A SAPRI: GIOVANNI (padre), ex barone di Casaletto e Battaglia ed i figli: RAFFAELE, SALVATORE, don FILOMENO (sacerdote) ed EMANUELE, ed il nipote di Giovanni, PAOLO GALLOTTI proprietario della taverna del Fortino

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Policicchio, a p. 216, racconta pure che: “Achille de Nicolais, militare di riserva del 3° Reggimento Cacciatori della Guardia Reale, detenuto a Salerno per falsità in scrittura privata, a cominciare da maggio 1856, più volte, con insistenza, alle diverse autorità domandò d’essere con riservatezza ascoltato avendo da rapportare cose rilevanti. All’Intendente denunciò: – che le prigioni centrali di Salerno erano diventate il centro delle riunioni politiche, particolarmente dopo la liberazione di Stefano Passero; – che giornalmente i detenuti politici, tra cui il barone Gallotti di Sapri, si riunivano nella stanza del custode; – che stampa estera, proclami anche del Mazzini, corrispondenza degli “emigrati” Mazziotti e de Dominicis annunciante una prossima ribellione, veniva loro portata dallo stesso Passero e dal figlio di de Dominicis (50). In una delle richieste diceva che “un gran deposito di armi vi era nel Cilento, bisognante ad armare quella Nazione non appena scoppiata la rivoluzione, e mettere in libertà tutti i carcerati”. Il de Nicolais, temendo per la vita, chiese di essere trasferito a Napoli. Una sì fatta deposizione doveva sommariamente giungere al Commissariato Provinciale di Polizia che, il 23 gennaio 1857, così concluse (51): “il de Nicolais ha sempre avuto per abituale occupazione nella sua prigionia quella d’inventar fandonie, esposte ai superiori, e forse anche per farsi giuoco della stessa col mantenerle in continuo esercizio per essere tradotto da un carcere ad un’altro, per vendicarsi con qualche detenuto o custode”. Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148). All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali nel golfo di Policastro. Infatti nel portafoglio del cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovanni Gallotti al Fortino”(149). In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era al Fortino, o meglio alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p….., in proposito scriveva che: “Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, in proposito scriveva che: “Il « Cagliari » durò un pezzo a bordeggiare poi sparì , e quando meno se lo aspettavano quei di Sapri, venne effettuito rapidamente lo sbarco nel luogo meno guardato , cioè tra Policastro e Sapri, in contrada Oliveto nel tenimento di Vibonati. E così nella notte tra il 28 e 29 giugno Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera si trovarono su quella spiaggia, seguiti da quel pugno di generosi, con coraggio più unico che raro, ed innalzarono lo stendardo dell ‘ insurrezione al grido di « Viva l’Italia ! » . Così essi si spinsero in un’impresa , della quale nel loro patriottismo non si curavano neppure di misurare il temerario ardimento : era ardimento eroico dinanzi al quale chiunque ama il suo paese deve inchinarsi. Approdata che fu quella coorte sul lido di Sapri, Pisacane e Nicotera sparsero per quei luoghi il seguente proclama : << Cittadini ! E tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II ; a voi basta volerlo. La Capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione per troncare la quistione in un colpo solo. Per noi il Governo di Ferdinando ha cessato di esistere, ancora un passo e avremo il tempo, facciamo massa e cominciamo dove i fratelli ci aspettano ; noi abbiamo lasciato le famiglie e gli agi della vita, per gittarci in una intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisce a noi. La vittoria non sarà dubbia ; il vostro esempio sarà seguito dai paesi vicini , il nostro numero crescerà ogni giorno più, e in breve, tempo saremo un esercito di libertà. ». “Gli abitanti però non risposero all’appello ( 1 ).”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885.

Nel 1850, don EMANUELE GALLOTTI, sacerdote di Sapri e figlio del barone di Battaglia, Giovanni Gallotti e la poesia per Costabile Carducci

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato riconosciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avellino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”.

Nel 16 gennaio 1851, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE e Raffaele riuscì a dileguarsi

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero – dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”.

Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Dunque, il Fusco, postillando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti citava il Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi,  spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 156-157 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Carducci, Pasquale Bifano di Torraca, so seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata. Le più attive indagini della polizia si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, con loro grande meraviglia, trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo, il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri, erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 94 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Capitolo III. Il Processo Carducci. I. In seguito a la denuncia del Lamberti e del Ginnari, il giudice regio Gaetano Bianchi, del circondario di Maratea, iniziava un processo per l’aggressione di Acquafredda. Si sapeva che la maggior parte dei colpevoli era del comune di Sapri, il quale è compreso nel circondario di Vibonati; quindi il Bianchi per l’accertamento di essi, si rivolse al suo collega Michele Palieri. Il Palieri, profondamente compreso del suo dovere, si pose sollecitudine a l’opera, ma purtrooppo lo attendevano le più amare sorprese. Allorchè il giorno 8 luglio sbarcò a Sapri il colonnello Recco. Il buon giudice si vide, lui, il primo funzionario del paese, ricevuto con aperto dispregio dal colonnello. Dovette vedere invece il prete Peluso accolto con dimostrazioni di ossequio e portato in trionfo, sciolta la guardia nazionale e ricostruita la guardia urbana sotto il comando proprio di un fratello del Peluso. E questo prete indegno, macchiato di tanti misfatti, saliva tra le acclamazioni e le feste su una nave regia mandata a bella posta per lui!”. Mazziotti, ancora, a p. 95 e ssg. in proposito scriveva: “Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo sendo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrattatosi a là rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tono solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”…..Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino. Nonostante questo doloroso spettacolo, il Palieri, ….non temette di avvicinarsi al Manzi, in atto di saluto cortese e deferente. Ma l’arrogante ufficiale, anzicchè corrispondergli gentilmente, gli scagliò contro parole sconcie e villanee quindi gli volse superbamente le spalle. A questa vista le bande del Peluso e del Pecorelli si diedero a sghignazzare e poi quasi, inebriate da la gioia, a correre per le vie mettendo grida minacciose ed insolenti contro i migliori del paese. Etc…”. Mazziotti, proseguendo il bel racconto riferisce delle gravi traversie che dovrà affrontare il giovane giudice di Vibonati Gaetano Palieri. Mazziotti, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1)  Archivio di Napoli, incartamento Palieri, sa lettera del 14 luglio 1848 al procuratore generale di Salerno.”. Sempre sul giudice Palieri, il Mazziotti parlando della visita a Sapri del Recco nella nota (1) di pagina 99 postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 104 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: Per la continua ispirazione del prete si giunse al punto di accusare il Palieri di avere nel gennaio favorito l’invasione delle bande cilentane, e di poi, nel luglio, tentato in complicità con il Gallotti, di liberare e di proteggere un bandito. Bastò questo per creare contro il giudice regio un processo per lesa maestà. E mentre il Palieri, ignaro di tutta questa trama, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”

Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto di CRISTOFARO FALCONE

Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 194 in proposito scriveva che: Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi,  spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”

Nel 23 dicembre 1856, la Gran Corte Criminale graziò don Giovanni GALLOTTI ed il figlio Salvatore

Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912,  a pp. 157-158, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”.

Nel 6 luglio 1857, il barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI ed il figlio SALVATORE, furono arrestati a Lagonegro ed il 31 ottobre 1857 furono condannati

Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Mazziotti, a p. 160, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s.z., n. 6, carte fuse, fascio 14, n. 929.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26)……Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: “Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi a Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, in proposito scriveva: “Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi. “All’indomani però dopo una mezz’ora fatto giorno alquanti faziosi andarono nella casina Gallotti, ed uno di essi, che D. Salvatore poscia disse essere il capo dell’orda, ascese sulla stanza superiore, i Gallotti si alzarono e vi discorsero qualche quarto d’ora, e quindi, rimasto in casa il solo Salvatore, Raffaele e Filomeno ne sortirono con quegl’insorti e quando la turba mosse per Casalnuovo i Gallotti rientrarono nel casino (52).”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15”. Policicchio, a p. 216, nella nota (51) postillava: “(51) Ivi, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, nella nota (52) postillava: “(52) Ivi, b. 33, f. 64.”. Policicchio, a p. 217, in proposito aggiungeva: “In conseguenza dei fatti di Pisacane, Giovanni Gallotti e il figlio Salvatore furono arrestati il 6 luglio 1857. Raffaele e Filomeno, accusati di reità di Stato per aver attentato alla sicurezza interna, furono latitanti (53).”. Policicchio, a p. 217, nella nota (53) postillava: “(53) Al potere giudiziario, per gli avvenimenti del 1857, furono anche passati elementi che prevedevano l’arresto di Raffaele e Filomeno Gallotti. Ma la gran Corte, con decisione del 21 dicembre 1858 “riservata la provvidenza di giustizia sulla spedidizione il mandato d’arresto”, richiesto dal Pubblico Ministero, a quando sarebbe stato espletato il giudizio a carico di Giovanni Matina e altri 11 coimputati.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti. E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. (10).”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il processo di Salerno”, a pp. 47-48, in proposito scriveva: “Prendendo spunto da una dichiarazione fatta dal Nicotera nell’interrogatorio del 9 luglio, in cui egli disse che il barone Gallotti, l’uomo cui gli sbarcati avrebbero dovuto rivolgersi, “non si fece mica vedere”, Spirito disse: “Ma, non iscorgete voi, o signori, in queste parole il dispetto che sentiva il Nicotera contro colui che aveva il dovere di farsi trovare, ed invece non si fece vedere ?….I figli del barone Gallotti resero dei favori, dei servizi al Pisacane e al Nicotera e i loro nomi non comparvero; il barone Gallotti se ne fuggì, e Nicotera dette una certa indicazione che non fu certo una difesa pel barone Gallotti. Ora io penso: Nicotera ha creduto forse nel rendere qualche servizio ai Borboni di soddisfare altresì un certo suo sentimento di non nobile vendeta? Questo, o signori, me lo farebbero sospettare quasi tutti i nomi che egli ha indicato. Contro ciascuno di essi Nicotera ha dimostrato prima o poi di avere qualche ragione di risentimento. Difatti, il Gallotti non si fece vedere; il Santelmo che fu da lui chiamato taditore a Palermo e per cui ci dovette essere una sentenza di un consiglio di guerra che lo dichiarò innocente; l’Albini, che dal distretto di Lagonegro doveva prima di ogni altro soccorrere la spedizione ed a cui Nicotera, un giorno a Napoli fece aspri rimproveri per non essersi mosso; Pateras, come risulta dalla storia del Comitato di Napoli, doveva andare a sollevare la Basilicata, la quale doveva essere il centro della rivoluzione, e non andò o non poté andare; ….etc…Nel rapporto che l’11 luglio il Pacifico inviò al Ministro di Grazia e Giustizia, in seguito all’interrogatorio del9 del Nicotera, si può leggere: “Nel foglio 5 sono indicati i nomi di Giovanni Galloti al Fortino, Venanzio Aldini, Antonio Sant’Elmo. Per le spieghe date dallo stesso Nicotera, eran quelli da cui si doveva far capo nello sbarco a Sapri”(50).”. Capone, a p. 48, nella nota (50) postillava: “(50) A.S.N., Min. Grazia e Giustizia, b. 5268, v. 7; nella stessa occasione Nicotera indicò come appartenenti a persone di Genova, molti nomi segnati nei documenti di Pisacane, e disse che Giovanni Bazigher, attaché della legazione inglese era persona cui s doveva far capo (ibiem). Sul Gallotti, v. la testimonianza di G. Fischetti (Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1857) il quale affermò che il Gallotti, alle notizie dello sbarco dei rivoltosi, fuggì a Lagonegro per non compromettersi; v. P.E. Bilotti, op. cit., p. 199.”. Devo però precisare che il testo del Fischetti non fu scritto nel 1857 come scrive Capone ma fu scritto all’epoca di Nicotera Ministro proprio per ingraziarselo. Capone, a pp. 48-49 aggiunge: “Ora in un foglio di appunti presi dal Pacifico dopo l’interrogatorio del Nicotera era scritto fra l’altro: “Dirigere le indagini verso il Barone Gallotti…Procurare di conoscere i due padulesi che andarono incontro all’orda”(52). In seguito alle indicazioni del Nicotera furono arrestati Antonio e Angelo Forte etc….”

Nel 3 settembre 1860, RAFFAELE GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni, si pose al seguito di Garibaldi

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava: “(55) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”

In seguito al 1857, l’arciprete Nicola TIMPANELLI di Sapri, uno dei perseguitati dalle autorità borboniche

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, il La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli…. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol….(p. 187) In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Dunque, il Bilotti ci informa che dopo l’uccisione del Carducci, il Timpanelli preferì allontanarsi da Sapri e si stabilì a Salerno e poi in seguito a Rivello, dove non cessò mai, fino alla sua morte, di favorire la causa della libertà, “benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua.”. Infatti, anche in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, egli In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio.”. Questa notizia si desume dagli Atti “Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol..”. Dunque, l’arciprete don Nicola Timpanelli, non solo era perseguitato dai suoi nemici sapresi, la fazione dei Pelusiani, del prete Vincenzo Peluso e dei suoi accoliti che si contrapponevano alla nutrita fazione dei liberali vicini al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, ma egli era insidiato fin dal 1851 dalle autorità borboniche. Il Bilotti, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – ect….”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane. 

Don FILOMENO GALLOTTI, sacerdote e figlio di don Giovanni Gallotti 

Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p….., in proposito scriveva che: “Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, etc…”. Felice Fusco scriveva che Antonio Pizzolorusso (….), dei liberali promessi a Pisacane, riporta i nomi dei Gallotti, della famiglia Gallotti baroni di Battaglia, di don Giovanni Gallotti e dei suoi figli: i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio….Barra Michele , Rizzo Ignazio , e Pierri Vincenzo , di Padula , La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco , di Sapri, etc…”. Dunque, Pizzolorusso elenca i “pochi che ne presero parte”, riferendosi alla Spedizione di Carlo Pisacane, e come vediamo nei citati nomi tratti dall’elenco di Pizzolorusso notiamo diverse famiglie e nomi che, oltre ad essere del posto e dei paesi circonvicini a Sapri (del basso Cilento) figurano pure molti di Torraca e di Sapri. Pizzolorusso pubblicò il suo testo nel 1885, quando già erano noti gli atti tratti dal processo di Firenze intentato dal Nicotera. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, il sacerdote don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che aveva abitazioni a Sapri e al Fortino di Casaletto. Sua madre era Rachela Giudice. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Policicchio, a p. 216, racconta pure che: Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi.”. Sempre il Policicchio, a p. 216, racconta pure che: Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”.

Nel 1858, Cesare Gallotti, Ministro della Giustizia del Regno delle Due Sicilie 

Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, etc…”. Dunque, Raele scriveva che l’Avvocato Generale, Cesare Gallotti (…), nel 1858, Direttore del Ministero della Giustizia del Regno delle Due Sicilie sotto il regno di Ferdinando II, era di Lagonegro e, nel 1858 si recò a Lagonegro per affari personali. Non sappiamo se i Gallotti di Lagonegro fossero imparentati con i Gallotti di Casaletto Spartano, quelli per intenderci che avranno un ruolo nello Sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane a Sapri. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “………”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.  

I GALLOTTI di Torraca e l’abate don NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140”Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.

ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI

Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….).  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero  “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.

FRANCESCO SAVERIO CAJAZZO, giudice regio del Circondario di Vibonati 

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-126, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, e ancor prima a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula gli aveva disse di aver avuto disposizione di arrestare qualunque disturbatore dell’ordine pubblico o autori di voci allarmanti se colti in flagranza. Il 16 aprile 1959, dimostrando di essere magistrato capace, al Sotto Intendente scrisse: “…………”. Risultò che il comandante, “mostrandosi per nulla esatto nello adempimento delle disposizioni che riceve”, non faceva altro che commettere abusi traendone profitti e promuovendo il pubblico malcontento (17). Da un ricorso anonimo, scritto nella primavera del 1859, il giudice Cajazzo fu accusato di essere un immorale, un accanito liberale e un finto realista perché amico di D. Fleice Romano, Sindaco di Padula, e di un suo figlio Michele. Fu accusato di proteggere la latitanza del “rivoltoso politico” D. Federico Romano, loro congiunto, il quale aveva preso parte, il 1° luglio 1857, ai moti rivoluzionari animati da Carlo Pisacane (18). In Padula la famiglia Romano sicuramente ebbe corrispondenza con “l’orda rivoluzionaria”(19). Giovanni Breglia (20), alfiere del settimo reggimento di linea, il 28 marzo 1859, si vide “nel dovere di sottoporre alla superiore saggezza” dell’Intendente, che il Sindaco di Padula, D. Felice Romano, medico di professione, era cugino di D. Federico Romano che in febbraio 1859 si ammalò e poi morì. Nella denuncia testualmente si legge: “………”(21). Istruita la pratica, il Sottointendente concluse di non darsi peso al fatto denunziato (22). L’accusa non resse perchè, raccolte le informazioni, si dedusse che l’infermità era ignorata dalle autorità e quando fu nota: “……..”. La responsabilità della latitanza venne addebbitata all’inerzia delle forze dell’ordine o all’abilità del latitante ad evitarle. Il mancato arresto fu poi fu imputato al capo brigata della gendarmeria di Padula, sig. Lo Befaro, il quale traeva profitto d’ogni cosa. Etc…. Sempre Policicchio, a p. 127, in proposito scriveva: “L’immoralità del Giudice Cajazzo derivava da una illecita tresca con una donna considerata “esser stata rifiuto de’ Padulesi” e che due volte aveva ingravidato. Ebbero l’incarico di compiere indagini sulla veridicità della denuncia del Sindaco di Padula, il Comandante degli Urbani, il Giudice Istruttore De Vincentiis di Sala, il sotto Itendente Calvosa, e il vescovo di Diano (oggi Teggiano). Mentre l’inchiesta era ancora in corso il Cajazzo fu trasferito da Padula a Vibonati con Rescritto del 28 settembre 1859 (24). Le risultanze delle indagini non furono unanime. A fine marzo, sul conto del Magistrato, il Calvosa una prima volta scrisse: “…………..”. Il De Vincentiis rapportò che tutto era un intrigo dell’arciprete Santomauro (25) e dei suoi amici, i quali, sotto false apparenze filo-borboniche erano troppo creduti dalle autorità del Distretto e dal Vescovo. Ad Agosto il Calvosa fece inversione di rotta e, confermando il contenuto dell’anonima denuncia, riscrisse che il Cajazzo era a conoscenza dell’esposto per la presenza di una spia tra gli impiegati della Intendenza, ma che ignorava chi fosse, e che il G.I. de Vincentiis invece di cercare di approfondire la verità, eludendo il proprio dovere, …..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”. Dunque, del giudice Regio del Circondario di Vibonati, all’epoca di Garibaldi ci parla Felice Fusco (….) e Ferruccio Policicchio. Sul giudice Regio, Francesco Saverio Caiazzo, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, nella nota (16) postillava: “(16) Destinato a Padula con nota del 13.2.1858. (ASS., Intendenza Gabinetto, b. 58, f. 5).”. Policicchio, a p. 125, nella nota (17) postillava: “(17) ASS., Intendenza Gabinetto, b. 44, f. 1.).”.  Policicchio, a p. 127, nella nota (24) postillava: “(24) Con unica nota del Ministero di Grazia e Giustizia il Re autorizzava il trasferimento dei seguenti Giudici di 2° classe: Francesco Catone da Vibonati a Padula; Francesco Saverio Cajazzo da Padula a Vibonati; Francesco Grisolia da Laviano a Postiglione; Andrea d’Alessio da Postiglione a Pisciotta; Luigi Ricciardelli da Pisciotta a Diano; Giovanni Oliva da Diano a Laviano. (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 65, f. 22).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 128, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Il Presule da parte sua esortò il Cajazzo a rompere quell’unione, etc…Senza fare riferimento alla latitanza di don Francesco Romano così concludeva: “Circa i sentimenti politici posso dirle che avendosi interrogato un di lui intimo amico di questi così espresso: “Il Giudice signor Cajazzo non è il più fedele suddito di Francesco Secondo; egli quando fervea la guerra tra gli alleati e l’Austria si mostrava premuroso di sapere delle notizia per semplice curiosità, non per dovere della carica, e quando il Ministro o altra Autorità della Provincia e del Distretto davano delle disposizioni poco legali, perché le circostanze de’ tempi così richiedevano, egli ne sparlava e diceva non potersi tollerare, anzi doversi eliminare tali abusi dalle Autorità”(26).”. Policicchio, a p. 128, nella nota (26) postillava: “(26) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 154, f. 12”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Ad aumentare la tensione esistente nel Golfo, per i suoi antecedenti più recenti, si unì, contribuendovi molto, l’incapacità a saper valutare soprattutto i problemi provenienti dal mare, del Giudice di Vibonati, Francesco Catone. Il Circondario di Vibonati era di un interesse particolare, esso richiedeva un giudice abile ed energico con accorgimenti e ponderazione non comuni. Al complesso e delicato lavoro, il 13 aprile 1859, si aggiunse un temporale. Il cattivo tempo costrinse molti legni mercantili ad ancorarsi nella baia di Scario, non seppe capire che ciò era dovuto alle intemperie, uno di loro, battente bandiera austriaca, non volle dichiarare il carico e allarmò il Regno. Il 20 aprile, poi, il Giudice di Maratea gli segnalava un vapore ad elica senza bandiera e, in proposito, il Sottointendente di Sala espose: “(….) mi è gradito rassegnarle, che il Regio Giudice di Vibonati si è fatto ad emettere tali e tante disposizioni, e ad agire con tale carattere di pubblicità che ha recato un allarme nel Circondario, e nella più parte de’ comuni del Distretto, senza che fosse lasciato vedere fin qui, ed anco etc…io chiedo con calore la destinazione di altro Giudice nel Circondario di Vibonati. Le raccomando perciò questo bisogno, etc…”.  Dal Ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.. Policicchio, a p. 121, nella nota (3) postillava: “(3) ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 107, f. 6.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 121, in proposito scriveva che: “Dal ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.”.

Nel 1857, i GALLOTTI, baroni di Sanza e di Morigerati, attendibili ma anche filoborbonici

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. Uno di essi è decurione, un altro è supplente giudiziario (entrambi hanno pratiche illecite), sicché “disgraziatamente le cariche vengono dalla detta famiglia occupate, perché oltre ai medesimi evvi d. Diomede Gallotti, figlio al supplente Sindaco e Consigliere distrettuale, e D. Gaetano 1° Eletto”. “Costoro – ribadisce in altro rapporto il sottointendente – che si arrogano il titolo di Baroni, non desiderano le cariche comunali che per esercitare un dispotismo tanto più nefando, in quanto gravita su una popolazione misera e bisognosa”. Le frodi a danno dell’amministrazione comunale, del Monte frumentario, e dell’intera popolazione erano fatti di dominio pubblico, e perciò sottoposti ad essere travisati ed esagerati con elementi fantastici. La realtà di essi però rimaneva, e non potè esimere l’autorità provinciale dall’adottare il provvedimento della destituzione del sindaco e del cancelliere comunale, del Primo Eletto d. Gaetano, nonché del decurione d. Francesco Gallotti il quale, perché si emendasse dei sui turpi vizi, fu per un breve periodo rinchiuso nel monastero di Sanza. Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”

Nel 28 settembre 1859, il trasferimento nel Circondario di Vibonati (dal circondario di Padula), del giudice Regio Francesco Saverio Cajazzo al posto del giudice Regio Francesco Calore

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, nella nota (16) postillava: “(16) Destinato a Padula con nota del 13.2.1858. (ASS., Intendenza Gabinetto, b. 58, f. 5).”. Policicchio, a p. 125, nella nota (17) postillava: “(17) ASS., Intendenza Gabinetto, b. 44, f. 1.).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 127, in proposito scriveva: “Mentre l’inchiesta era ancora in corso il Cajazzo fu trasferito da Padula a Vibonati con Rescritto del 28 settembre 1859 (24). Etc…”. Policicchio, a p. 127, nella nota (24) postillava: “(24) Con unica nota del Ministero di Grazia e Giustizia il Re autorizzava il trasferimento dei seguenti Giudici di 2° classe: Francesco Catone da Vibonati a Padula; Francesco Saverio Cajazzo da Padula a Vibonati; Francesco Grisolia da Laviano a Postiglione; Andrea d’Alessio da Postiglione a Pisciotta; Luigi Ricciardelli da Pisciotta a Diano; Giovanni Oliva da Diano a Laviano. (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 65, f. 22).”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Ad aumentare la tensione esistente nel Golfo, per i suoi antecedenti più recenti, si unì, contribuendovi molto, l’incapacità a saper valutare soprattutto i problemi provenienti dal mare, del Giudice di Vibonati, Francesco Catone. Il Circondario di Vibonati era di un interesse particolare, esso richiedeva un giudice abile ed energico con accorgimenti e ponderazione non comuni. Al complesso e delicato lavoro, il 13 aprile 1859, si aggiunse un temporale. Il cattivo tempo costrinse molti legni mercantili ad ancorarsi nella baia di Scario, non seppe capire che ciò era dovuto alle intemperie, uno di loro, battente bandiera austriaca, non volle dichiarare il carico e allarmò il Regno. Il 20 aprile, poi, il Giudice di Maratea gli segnalava un vapore ad elica senza bandiera e, in proposito, il Sottointendente di Sala espose: “(….) mi è gradito rassegnarle, che il Regio Giudice di Vibonati si è fatto ad emettere tali e tante disposizioni, e ad agire con tale carattere di pubblicità che ha recato un allarme nel Circondario, e nella più parte de’ comuni del Distretto, senza che fosse lasciato vedere fin qui, ed anco etc…io chiedo con calore la destinazione di altro Giudice nel Circondario di Vibonati. Le raccomando perciò questo bisogno, etc…”.  Dal Ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.. Policicchio, a p. 121, nella nota (3) postillava: “(3) ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 107, f. 6.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 121, in proposito scriveva che: “Dal ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”.

Nel 12 ottobre 1859, Pietro La Corte di Sapri

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: Pietro La Corte, di Sapri, sarto, la sera del 12 ottobre 1859 inventò d’aver visto nell’abitato una trentina di persone armate a delinquere e la notizia produsse inquietitudine tra la gente. Poiché il sarto era appartenente a famiglia di compromessi politici fu disposto essere fornito di elementi sovversivi e subito scattò l’attenzione della guardia urbana senza che approdasse ad alcun esito. Le autorità civili proposero una diecina di giorni di carcere da essere d’esempio anche per gli altri attendibili in politica (4).”. Policicchio, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 44, f. 19.”.

Nel 25 giugno 1860, l’Atto Sovrano (la Costituzione) di Francesco II di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie

Da Wikipedia leggiamo che in conseguenza dello sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia e della sua rapida avanzata fece alcune concessioni liberali, in ciò consigliato dal suo primo ministro Carlo Filangieri, richiamando in vigore lo Statuto costituzionale (già concesso da Ferdinando II brevemente nel 1848) con atto sovrano del 25 giugno 1860. Intanto, Cavour dava ordine al generale Cialdini di partire alla volta di Napoli con l’esercito piemontese per impossessarsi del Regno delle Due Sicilie e ordinava all’ammiraglio Persano di seguire da lontano l’impresa di Garibaldi. Lorenzo Predome (….), nel suo,I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”.  Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 153, in proposito scriveva: “L’annunzio della costituzione, espressione di un cambiamento politico avvenuto, fu festeggiato con ogni sorta di dimostrazioni. A Napoli si ebbero commozioni e deliri di gioia da una parte, smarrimento e paura dall’altra, ed è facile immaginare quello che accadde altrove. Ognuno interpretò quella concessione a modo suo: i proprietari vi scorsero la diminuzione dei tributi; gli intellettuali, la libertà politica; i contadini delle province, la spartizione dei pubblici demani, gli ambiziosi, il potere; ciascuno un proprio vantaggio personale (3). Ne sultarono i proprietari, i quali speravano che il Parlamento avrebbe ridotto l’imposta fondiaria che loro sembrava gravosissima, che più larghi aiuti avrebbero avuto dalla bonifica dei terreni, che avrebbe ridotto il dazio di esportazione sull’olio e sui cereali, che maggiore autonomia avrebbe concesso ai Consigli Comunali – Ducurionati – e ai Consigli provinciali e distrettuali in loro mani. Il ceto medio, costituito in massima parte di legali, medici, maestri, letterari, salutò nella costituzione la speranza di nuovi, più lauti uffizi e di più alte cariche, vide in essa, cessata la censura della polizia e del clero, l’arbitrio e la trapotenza della polizia, la premessa di una vita intellettuale più larga e più libera, più sicura la libertà individuale, riconosciuta e rispettata la libertà di pensiero e di parola.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: “Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”

Nel 1860, il rientro di molti patrioti esiliati dai Re di Napoli 

Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53).”Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale.”. Su Wikipedia leggiamo che dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della gioventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”.  Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 4 e ss., in proposito scriveva: I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lntano da Genova, e sei girni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 202 e ssg., in proposito scriveva: “…qui riappare sulla scena Giacinto Albini già noto ai lettori di queste memorie. Egli, perseguitato dalla Polizia , avea dovuto rimaner latitante come una belva inseguita dal cacciatore. Ai pericoli politici si erano aggiunti quelli naturali: intendo del tremuoto del 1857 che rovind mezza Basilicata (1). L’ Albini, come dissi, arrecava alla causa liberale il concorso d’un paziente e non interrotto lavoro che sì egli come i suoi amici aveano fatto in Basilicata fin dal 1850. La sventura di Sapri se avea interrotto i lavori e sperperato i lavoratori della Basilicata, non avea nè distrutto i primi, nè scorati i secondi. Centro principale del lavorio politico era stato il paese di Montemurro patria de’ due fratelli Albini, Giacinto e Niccola. Da colà si era proceduto a rannodare rapporti con la provincia di Bari la quale non era stata mai sorda alle voci che le venivano, sia da Napoli sia dalla * Basilicata. Queste due province perciò erano collegate strettamente fra loro, talchè il concorso dell’ Albini non limitavasi alla sua Provincia, ma estendevasi al Barese del quale conoscea per attenenze politiche i patrioti più operosi. Il tremuoto del 16 decembre 1857 distrusse Montemurro riducendolo ad un mucchio di rovine. Per questo, il lavoro politico, il centro di cospirazione fu trasferito a Corleto paese dove erano alcuni parenti dell’Albini , fra cui Carmine Senise, operoso patriota nel quale il lettore avrà occasione d’ imbattersi più d’una volta nel corso di questa narrazione.“. 

NICOLA MIGNOGNA

Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 ed in particolare Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 117, in proposito scriveva che: “A Genova continuò la sua attività nelle file del movimento mazziniano: ebbe parte nella Spedizione di Carlo Pisacane e nei fatti di Genova del giugno 1857. Nel 1860 fu tra i Mille. Fallito il tentativo di invadere il territorio dello Stato Pontificio, venne distaccato da Giuseppe Garibaldi in Basilicata con l’incarico di controllare l’attività del movimento liberale lucano che, organizzato da Giacinto Albini, aveva incondizionatamente aderito al programma del Comitato dell’Ordine. Nonostante la sua ativa partecipazione alla insurrezione lucana, la sua missione non raggiunse lo scopo per cui egli era stato inviato in Basilicata: i posti di maggiore responsabilità vennero affidati dall’Albini ad esponenti del Comitato dell’Ordine. Nel settembre del 1860 si riunì all’esercito garibaldino e si distinse nella battaglia di Maddaloni. Fervente repubblicano, aderì ai Comitati di Provvedimento a Garibaldi per Roma e Venezia. Nel 1862 ebbe da Garibaldi l’incarico di organizzare i radicali lucani e di spianare l’avanzata delle truppe garibaldine provenienti dalla Calabria e dirette a Roma. Morì povero a Giugliano in Campania il 31 dicembre 1870. Della monografia del P. C. interessa direttamente la Basilicata quanto si riferisce ai contrasti tra le varie correnti liberali ed al periodo in cui, tra l’agosto ed il settembre del 1860, il Mignogna fu prodittatore con l’Albini (pp. 175 ss.). “. Si veda pure Giuseppe Lazzaro (….), ed il suo “Memorie sulla rivoluzione dell’Italia Meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860”, Napoli, 1897. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 188, in proposito scriveva: “…La lettera partì pochi giorni dopo, e in questo modo, iniziatore il Mignogna e intermediario il Rizzo, furono stretti fra Napoli e Genova rapporti che, svolgendosi, misero capo, come dirò più tardi, alle relazioni tra il Comitato ordine ed Agostino Bertani. La iniziativa del Mignogna, per gli effetti avuti, potè dirsi provvidenziale, imperocchè potè dare all’Hudson l’ occasione di raccogliere nuovamente gli amici, e ritornare all’opera. Oltre a ciò , una corrispondenza regolare con Genova, e con uomo come il Mignogna, potea dare al gruppo napolitano de’ mezzi che, insignificanti colà, erano efficacissimi a Napoli.”. Su Nicola Mignogna si veda pure Alessandro Criscuolo, Nicola Mignogna. «L’uomo puro» di Garibaldi. Attraverso gli scritti di Alessandro Criscuolo, a cura di D. Sellitti, Edita Casa Editrice & Libraria, 2012. Su Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Nel 1862 Mignogna seguì Garibaldi in Aspromonte divenendo tesoriere dei Mille nella campagna comandata da Benedetto Cairoli. Visse la vecchiaia sostenuto da cittadini tarantini anonimi. Rifiutò la candidatura alla Camera dei deputati, ma accettò di far parte del Consiglio Comunale di Napoli dove venne eletto nel 1862 e riconfermato nel 1865. Si ritirò poi dalla vita politica e si trasferì a Giugliano, dove prese in affitto una porzione del lago di Patria per sfruttarlo per la pesca. Morì il 31 gennaio 1870 a Giugliano. Sulla Treccani on-line, Giuseppe Paladino ha scritto che strinse in amicizia con il Settembrini. Partecipò alle dimostrazioni di Napoli per la concessione della costituzione, e combatté sulle barricate il 15 maggio 1848. Con la reazione s’iscrisse alla setta degli Unitarî, e fu arrestato con il Settembrini il 23 giugno 1849. Ma, non essendosi raccolte prove a suo carico, il M., che si era finto ebete, venne rilasciato. Nel 1855, su denunzia di un tale Pierro, fu di nuovo arrestato, processato e, l’anno dopo, ebbe bando perpetuo dal regno. Si recò a Genova, dove continuò a cospirare, tenendosi in relazione con il Mazzini e con il Fabrizi. Nel 1860 si unì ai Mille, nella compagnia Cairoli, fino a Palermo. Di là tornò a Genova e in Piemonte, per incarico di Garibaldi, allo scopo di trovare nuove forze. Ne ripartì nell’agosto e partecipò alla sollevazione della Basilicata (Lucania), accompagnando di poi il dittatore a Napoli e combattendo contro i borbonici sul Volturno. Quando Garibaldi fu costretto a partire, il Mignogna, rifiutato ogni uffizio e grado, tornò a fare l’agitatore. Unitosi con il generale a Caprera, nel 1862, lo accompagnò a Palermo e poi in Calabria. Dopo Aspromonte, si rifugiò a Napoli, e vi rimase nascosto sino all’amnistia. Continuò poi a tenersi in rapporto col Mazzini, sempre organizzando i comitati d’azione. Nell’agosto 1863 fu eletto consigliere comunale di Napoli, rinunziando alla candidatura a deputato. Malandato in salute, non poté partecipare alla campagna del’66 e a quella garibaldina del ’67: si adoperò tuttavia a raccogliere armi al confine pontificio meridionale. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Su Wikipedia leggiamo che dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi.

I MAGNONI di Rutino

Nell’agosto del 1860, i fratelli MAGNONI di Rutino: Michele, Lucio e Salvatore, Nicola, Domenico

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53).”Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 375-376, in proposito scriveva che: “Intanto il nuovo Intendente, avuto sentore delle pericolose trame che si ordivano, si può dire, sotto i suoi occhi e proprio nel carcere centrale, stimò opportuno troncarle proponendo al governo che, Matina, Padula, Magnoni e Santelmo venissero dimessi dal carcere e mandati in esilio. Difatti questi nello ottobre del ’59 furono fatti partire per Genova; e così il povero Morelli credette di aver riacquistata la pace perduta. Rimasero, però, ancora in carcere i fratelli Salvatore e Lucio Magnoni, i quali, rimasti per il momento isolati, assumeranno di lì a pochi mesi il controllo rivoluzionario a cui già aveva posto mano il loro congiunto. Liberati dal carcere nel settembre del ’59 (3), furono inviati a domicilio forzoso a Mercato Sanseverino, ma il Ministro Ajossa, che conosceva bene la provincia, ritenendo che codesto paese fosse poco adatto, perchè “attendibilissimo”, ne mosse rimprovero all’Intendente, ingiungedogli di trasferili a Positano, dove nell’ottobre furono altresì confinati La Francesca e d. Raffaele Naddeo.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53). Nel frattempo anche i fratelli Lucio e Michele Magnoni avevano conosciuto di nuovo il carcere. Lo stesso per un fratello minore, Domenico, che viveva a Cava e probabilmente non era implicato e fu assolto (54). Più drammatica la vicenda del padre, ormai plurinquisito dalla Magistratura borbonica. Fu trattenuto in carcere fino alla fine del ’59 e poi inviato in domicilio forzoso a Salerno fino all’aprile del ’60 (55). I fratelli furono confinati prima a Mercato San Severino e poi, visto che lì continuavano ad operare, a Positano, che all’epoca era molto meno appetibile di ora. Anche lì mantennero le file del partito, in relazione con Beniamino Marciano che stava riorganizzando il comitato a Salerno. Alcune lettere scritte da Positano, conservate nell’Archivio di famiglia, sono un documento prezioso per quella confusa fase che precedeva la Spedizione garibaldina (56). Il fratello Nicola, l’unico libero a Rutino, era segnalato dal Sottointendente di Vallo come il più pericoloso del circondario. Lo stesso funzionario però doveva prendere atto che la rete di solidarietà intorno era sempre efficacissima perché nessuno ha voluto sottoscrivere una dichiarazione che lo confermava (57).”. Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale. Magnoni fu inquadrato nelle prime formazioni che ordinò Garibaldi a Orbetello (58). Dopo Calatafimi, come ufficiale di artiglieria, fu aggregato al distaccamento di Vincenzo Orsini, con cui restò fino alla fine della campagna di Sicilia. Mentre Garibaldi entrava a Palermo, Magnoni fu coinvolto nella manovra diversiva del colonnello siciliano che si diresse verso Corleone con i feriti e l’artiglieria e fu attaccato furiosamente dai borbonici e gli svizzeri del colonnello Von Mechel. All’inizio di giugno partecipò alla fondazione dell’Esercito Meridionale e poi alla conclusione della campagna nella Sicilia occidentale. Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59)”. Pinto, a p. 102, nella nota (58) postillava che: “(58) R. CORSELLI, La campagna del 1860 in Sicilia, in Il Generale Giuseppe Garibaldi, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma 2007, pp. 162-63: P. PIERI, Storia militare del Risorgimento italiano cit, pp. 653-5. Secondo De Crescenzo, Magnoni ebbe un litigio con Bixio in nave, ma non ci sono dati che lo confermano, G.. DE CRESCENZO, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane cit., p. 58.”. Pinto, a p. 102, nella nota (59) postillava che: “(59)  Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario. All’inizio di luglio queste formazioni paramilitari diventarono operative, guidate da Giovan Battista Riccio e dai principali quadri del radicalismo salernitano, Filippo Patella, Leonino Vinciprova, Ovidio Serino. Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “(21) L. CASSESE, La borghesia salernitana nei moti del ’48, cit., pp. 182-3.”. Infatti, nel testo citato, Leopoldo Cassese, elenca e ci parla delle famiglie borghesi e benestanti del Cilento che diedero maggior prova di patriottismo soprattutto a partire dai moti rivoluzionari del ’48. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 63, in proposito scriveva che: “Michele Magnoni di Rutino…Dal suo paese nativo si adoperava a procurare al Comitato numerosi proseliti. Michele Magnoni arrestato nel novembre del 1856 con il padre suo, Luigi, e con il fratello minore Nicola, per mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo manteneva attiva corrispondenza con il Comitato di Napoli e con i liberali del Cilento. L’opera del Comitato di Napoli condusse alla sventurata ma gloriosa Spedizione di Sapri, a le stragi di Padula e di Sanza, al famoso processo di Salerno contro il Nicotera ed i suoi compagni. In tale processo vennero complicati ben cento sedici persone della Provincia di Salerno (3). Etc…”. Mazziotti, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Bilotti, La Spedizione di Sapri, p. 451.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, etc…(3)…”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Matteo Mazziotti scrisse anche “Ricordi di famiglia (1780-1860)”. , dove ci parla del padre e della sua attività rivoluzionaria al servizio della libertà. In questo testo, Mazziotti scrive delle notizie intorno alla consegna nel Cilento di armi e di Alexandre Dumas padre. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 107 e ssg., in proposito scriveva che: I Magnoni, come gran parte dei loro colleghi che abbiamo visto nel Cilento, era classe dirigente locale, socialmente affermata e radicata, già prima del ’60. Molte volte erano sindaci e ufficiali della Guardia Nazionale, in ogni caso dotati di un consenso sociale tale da assegnargli una funzione primaria di opinion leader territoriale. Se questo discorso si può allargare ad una più vasta area del Mezzogiorno si può ricercare quella cultura profonda, quella popolarità del nazionalismo italiano che ha fatto recentemente scrivere a Banti e Ginsborg di un movimento di massa (73). Da questo punto di partenza si può allargare il quesito al periodo successivo, proprio perché nella biografia dei Magnoni vi sono tanti elementi costitutivi della futura narrazione del Risorgimento e quindi dell’identità dell’Italia liberale: la tradizione familiare, la cospirazione, il processo, la latitanza, il carcere, l’esilio, il volontariato, insieme alle ritualità rivoluzionarie, al martirologio patriottico, ai temi romantici, ai simboli, alle metafore rivoluzionarie e alle figure che diventeranno le icone della nazione Unità. E così si può ripartire da un ultimo tema per la nuova ricerca.”. Pinto, a p. 107, nella nota (73) postillava: “(73)  A.M. Banti, P. Gingsborg, Per una nuova storia del Risorgimento, in Storia d’Italia, Il Risorgimento, Annali 22, a cura di A. Banti e P. Ginsborg , Einaudi, Torino, 2007.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. 

Nel 5 e 6 maggio 1860, da Quarto alla Sicilia, Michele MAGNONI ed il litigio con Bixio sul piroscafo “Lombardo” nel viaggio per la Sicilia

Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni….Magnoni fu inquadrato nelle prime formazioni che ordinò Garibaldi a Orbetello (58).”. Pinto, a p. 102, nella nota (58) postillava che: “(58) Secondo De Crescenzo, Magnoni ebbe un litigio con Bixio in nave, ma non ci sono dati che lo confermano, G.. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane cit., p. 58.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84, in proposito scriveva che:“Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, ..etc…”., e a p. 58, in proposito scriveva che: “Della traversata da Quarto alla Sicilia nulla ho rintracciato che possa riguardare direttamente i nostri, salvo un incidente che riflette il Magnoni e che sarà opportuno raccontare se non altro per intercalare al racconto qualche episodio. Questi che al momento della partenza era sul ‘Lombardo’ come gli altri nostri, ora si trova sull’altro piroscafo. Come mai ? Ecco cosa era avvenuto. Improvvisamente s’erano uditi dei gridi, seguiti da animate discussioni, che avevano fatto accorrere molti volontari sul ponte del piroscafo. Il Bixio aveva iniziato col Magnoni una polemica su cose di politica (se non fosse stato opportuno salpare col divieto di Cavour e se fosse conveniente annettere subito la Sicilia al regno di Vittorio Emanuele) che ad un certo momento non era andata più a genio al focoso patriota cilentano. Il Bixio, che neppure era di temperamento troppo placido, non aveva sopportato qualche scatto dell’altro. Certo è che il Magnoni, da quel momento, non aveva voluto essere più alla dipendenza di Bixio ed indispettito era passato a quella diretta di Garibaldi (2). E lungo il tragitto il Magnoni ebbe occasione di spiegare ai compagni le sue vedute politiche.”. De Crescenzo, nella nota (2) si dilunga sul Bixio ed il suo carattere focoso ma non cita nessun riferimento bibliografico dell’accaduto. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 384, in proposito scriveva che: “Intanto il 4 aprile Palermo insorge; tutta la provincia di Salerno è come elettrizzata dalla notizia e si prepara ad agire. Si apprende che Giovanni Matina, l’instancabile cospiratore e garibaldino, era giunto da Genova a Napoli; ed allora il Comitato salernitano inviò sollecitamente a lui Antonio Carrano ed Antonio de Meo per prospettare lo stato della provincia e per ottenere istruzioni. Questi il 1° maggio s’incontrarono col Matina, il quale comunicò loro il seguente telegramma giunto da Genova: “Oggi partiremo per il continente e con noi verrà Garibaldi”. Seguiva un proscritto: “Si è sospesa per oggi la partenza”(15). Gli emissari, tornati a Salerno, deliberarono con i compagni del Comitato popolare di dar comunicazione del telegramma al barone Giovanni Bottiglieri e a Matteo Luciani per indurli a far causa col Comitato e a serrare le fila in vista dei prossimi rivolgimenti. I due influenti rappresentanti della borghesia mettono in dubbio l’autenticità del documento, si mostrano restii a dare la loro collaborazione etc…Passò così in vani tentativi di progetti e di intesa tutto il mese di maggio.. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”

Nel 6 e 8 maggio 1860, vapori francesi (?) a largo di Camerota e di Maratea che al passaggio spararono colpi di cannone

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 121-122 scriveva pure che: “Il 18 aprile 1860, la massima autorità cilentana, lamentava: “Vengo informato che il servizio della Guardia Urbana anche nel Circondario di Camerota etc…”. Mentre Garibaldi con i “Mille” era salpato da Quarto, il telegrafo di ‘Monte di Luca’ vicino Camerota, alle ore 17 del 6 maggio 1860 segnalò “un vapore francese per Libeccio in miglia 10 facendo rotta verso Scirocco”(5). Lo stesso telegrafo, un ora dopo, segnalava che: “il medesimo vapore à cambiato direzione alla volta di Levante”. Infine ancorò nel Golfo di Policastro. Il movimento del natante fece nascere sospetti e allarmi. Dalla Direzione di Polizia in Napoli, all’Intendente di Salerno, giunse un dispaccio cifrato (6) che l’Ufficiale interprete così decifrò: “Etc…”. Più tardi, dal posto telegrafico di Maratea venne segnalato che la mattina dell’otto maggio, nel golfo di Policastro, comparvero due vapori di guerra senza sapere a quale nazione appartenessero perché a troppa distanza dalla costa e che, senza conoscerne il motivo, si sentirono dei colpi di cannone. La stessa notizia riferita anche da Camerota, venne subito rimbalzata dal Sottointendente di Vallo (8).”. Policicchio, a p. 121, nella nota (5) postillava: “(5) A.S.S., Intendenza, Gabinetto, b. 109, f. 30”. Policicchio, a p. 122, nella nota (8) postillava: “(8) Nel mattino degli 8 detto (maggio 1860) verso le ore 13 comparvero nel golfo di Policastro due vapori da guerra, senza sapersi a quale nazione si appartenevano perché in distanza dalla terra. Indi si intesero de’ colpi di cannoni senza conoscerne l’oggetto”.

GIOVANNI NICOTERA, la Spedizione di Sapri e l’epopea Garibaldina

Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “Il 9 settembre 1828, in quel di Catanzaro, a San Biase, nasceva Giovanni Nicotera, da Felice e Giuseppina Musolino e in tenera età , alla scuola di quel grande, che fu Luigi Settembrini , apprese ad amare la patria, e per la sua libertà cospirò poi con Domenico Romeo, Pietro Mazzoni , Gaetano Buffa e moltissimi altri e preparò il moto rivoluzionario del 1848. Dopo la reazione etc…..Caduta la repubblica i pochi superstiti calcarono la via dell’esilio e Giovanni Nicotera andò dapprima a Torino, di poi a Genova e a Nizza, quindi nuovamente a Torino, ove conobbe molte celebrità politiche, scientifiche e letterarie, tra cui il Mazzini, che sempre l’ebbe caro, e il Pisacane, coi quali a Genova concertò la spedizione di Sapri, in cui vi ebbe tanta parte e per la quale dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, etc…”Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 222, in proposito scriveva che: “…Le sante ossa dei De Luca, dei De Mattia, dei De Dominicis e dei Carducci fremettero certo di sdegno. Pisacane e Nicotera si accorsero dell ‘ inganno in cui erano caduti, poichè non vi rinvennero appoggio alcuno, che anzi venne loro consigliato da alcuni padulesi di partirsene subito, perchè a Sala era riunita una forza imponente e già si disponevano per altrove.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nel 1857, Giuseppe Mazzini, sospettando che a Napoli, in previsione della morte di Ferdiando II, gravemente malato, si affermi un movimento di restaurazione murattiana,  tendente a riportare sul trono il figlio dell’infelice Re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro, cerca di prevenire il pericolo e, venuto segretamente a Genova, organizza una spedizione nel regno borbonico e ne affida il comando a Carlo Pisacane (20).”. Di Capua, a p. 34, nella nota (20) postillava che: “(20) Patriota, martire e scrittore (Napoli 1818 – Sanza 1857). Ufficiale dell’esercito borbonico, lasciò il servizi ed emigrò in Francia per dedicarsi alla causa italiana. Capo di S. M. dell’esercito repubblcano a Roma nel 1849 durante la Repubblica Romana, orientò il suo pensiero politico verso il socialismo. Partito il 24 giugno da Genova, si arrestò all’isola di Ponza ove liberò circa 300 detenuti che andarono ad ingrossare la sua schiera. Il 29 giugno sbarcò a Sapri e si inoltrò verso l’interno. Giunto a Padula fu affrontato da truppe borboniche e da contadini ostili. Nello scontro l’improvvisata formazione venne facilmente sopraffatta e dispersa. Pisacane, allora, con pochi superstiti, si ritirò verso Sanza e, vista ormai perduta ogni speranza, morti o caduti prigionieri quasi tutti i suoi compagni in quell’ultimo combattimento si uccise.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892).”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIV-XV, in proposito scriveva che: “La Provincia prese un grande interesse a quel processo che fu un vero dramma politico, del quale il fiero Nicotera fu l’eroe. Egli assunse tutta la responsabilità dell’impresa, e sottraendo la difesa ad un gioco da curiali la trasportò intera nel campo politico, e sostenne la dignità degl’accusati con tanto ardore e tanta logica da spaventare i suoi giudici. Per lui la sganna de’ rei si tramutò in tribuna dall’alto della quale fulminò gli oppressori della sua patria, il processo divenne una vera propaganda, le udienze folte di popolo che quasi sentia discutersi colà la sua causa, e la provincia si ebbe nuovo eccitamento ne’ suoi liberi spiriti. Sarebbe ua vera ingratitudine, ed un falsare la storia il voler negare al Nicotera una gran parte nelle cagioni del nuovo ordinamento, ed io sarei per dire che egli soccumbendo vinse assai meglio che se avesse trionfato…..Matina inspirante, le pratiche acquistarono maggiore efficacia e dopo qualche anno per impulso del Comitato napoletano un altro se ne fondava a Salerno.”Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”. Cassese, a p. 272 si chiedeva: “…quale fu l’atteggiamento di Nicotera durante il processo di Salerno e in che misura egli contribuì, per motivi di carattere soggettivo ed ideologico, alla formazione di quella spessa incrostazione di equivoci che ancora oggi fa apparire poco chiare certe linee di quel grande avvenimento?…..(p. 273) A redere più concitato ed enigmatico lo svolgimento del processo contribuì in misura esorbitante Giovanni Nicotera, che dopo la morte di Carlo Pisacane e di Giovanbattista Falcone, era rimasto il padrone incontrastato della scena, l’attore che sa di svolgere un ruolo di grande impegno in tutta l’azione drammatica. Figura sconcertante quella di Nicotera, figura apparentemente complessa, contraddittoria fino all’esasperazione, e perciò tra le più discusse e criticate, nella vita privata e in quella di uomo politico, patriota, cittadino, ministro. Il suo temperamento essenzialmente teatrale, la sua indole impulsiva, che lo spinse talvolta a gesti inconsulti, il suo esarato amor proprio che lo portava a ritenersi infallibile, la paura quasi infantile di essere mal giudicato e di non far bella figura, che esasperava la sua suscettibilità: etc…(p. 277) Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’erose di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il testo che raccoglie un gran numero di Delibere esistente e recentemente rilegato, arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”.  Cassese, a p. 287, riferendosi al primo interrogatorio del 2 luglio 1857 che il Nicotera subì subito dopo l’eccidio di Sanza, in proposito scriveva pure che: “In questo interrogatorio Nicotera, dopo avere enfaticamente parlato della sua partecipazione ai moti del ’48 e agli avvenimenti della Repubblica Romana, disse tutto quello che sapeva della preparazione della Spedizione, dell’esistenza di un Comitato a Napoli, dei rapporti di Pisacane con i suoi componenti, dell’andata dello stesso Pisacane colà per assicurarsi dell’organizzazione nella capitale e nelle provincie, riconobbe tutti i documenti che gli furono esibiti e soprattutto si diffuse nel dare notizie circostanziate sul partito murattista e sulle sue mene in Napoli, rivelando i nomi dei suoi più attivi componenti. Diede poi i precisi connotati dei due giovani di Padula, i fratelli Santelmo, per consiglio dei quali la colonna dei rivoltosi si era diretta in quella cittadina….La descrizione dei due giovani di Padula portò all’arresto dei fratelli Santelmo, i quali il 13 agosto furono messi a confronto con Nicotera, ma costui, già pentito di aver detto troppo, finse di non riconoscerli. Tre anni dopo, come abbiamo visto, accusò uno dei due fratelli di tradimento……(p. 287) In un successivo interrogatorio diede ancora altri particolari sul partito murattista, aggiungendo che ne facevano parte anche Conforti e Mazziotti; ribadì che a Napoli vi era un Comitato nazionale e rivelò che il suo pensiero si faceva chiamare col nome di battaglia Wilson. Ora noi sappiamo che sotto quel nome si celava Giuseppe Fanelli. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente l suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicar dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2). La annunziata memoria di accusa effettivamente fu scritta, ed ebbe come principale bersaglio il Fanelli. Nicotera lo incolpò di aver promesso una vasta cospirazione in Basilicata ed a Salerno, di aver dato per conclusi gli accordi con i relegati di Ponza, con il barone Gallotti a Sapri, con l’Albini in Basilicata, con coloro che dovevano far scoppiare la sommossa a Napoli; di non aver tenuto fede agli accordi presi con Pisacane a Napoli. Nicotera sostenne infine che il ritardo di un giorno del telegramma di conferma non poteva giustificare la condotta del Comitato, e così concludeva: “Indi risulta che Fanelli evidentemente mentì sempre e mancò a tutti gli impegni presi, ed ora alla menzogna accoppia la calunnia asserendo che Pisacane operò diversamente quello che si era stabilito”(3).”. Capone, a p. 12, nella nota (3) postillava: “(3) “Accusa di Giovanni Nicotera al Comitato”, senza data, di pugno del Dragone in M.R.R., b. 346, f. 53, 12, pubblicata da A. Romano, in appendice all’Epistolario di C. Pisacane da lui curato, op. cit., pp. 527-530.”. Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti. Ma, sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a pp. 78-79, in proposito scriveva: Le drastiche parole, con le quali Nicotera annunciò le sue dimissioni, non mancarono di sorprendere quanti ritenevano che il programma di Garibaldi fosse l’unico capace di portare a compimento l’unità italiana; perciò, nel settembre del ’60, Mazzini stesso sentì il bisogno di giustificare Nicotera: “questo uomo – egli scrisse – uscito dalla prigione e cercando pur sempre una via di giovare al paese, trova il paese mutato, affascinato da un ideale non suo”(67). Poteva sembrare, questo, un tentativo di addossare al Nicotera delle responsabilità che andavano per lo meno ripartite (68), ma non c’è dubbio che Mazzini esprimeva sul Nicotera un giudizio molto esatto. L’esperienza di Sapri, la sua dolorosa prigionia dopo il ’57, avevano vincolato Nicotera ad una memoria, quella di Sapri, che ora, nel ’60, era superata dagli eventi. Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”

Nel 3 giugno 1860, GIOVANNI NICOTERA, la sua liberazione dal carcere della Favignana 

Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “….dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, ……etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Dunque, Mack Smith scriveva che il barone Giovanni Nicotera, fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica”, ovvero che era stato imprigionato nelle carceri di Favignana per essere stato compagno di Carlo Pisacane nell’impresa della Spedizione di Sapri. Infatti, Giovanni Nicòtera (Sambiase, 9 settembre 1828 – Vico Equense, 13 giugno 1894) è stato un politico e patriota italiano. Aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini; combatté a Napoli il 15 maggio 1848 e quindi insieme a Garibaldi durante la Repubblica Romana nel 1849. Dopo la caduta di Roma si rifugiò in Piemonte, dove organizzò la fallita spedizione di Sapri con Carlo Pisacane nel 1857. Nicotera, gravemente ferito e arrestato, fu portato in catene a Salerno, dove venne processato e condannato a morte. La pena fu tramutata in ergastolo. Prigioniero a Favignana, fu liberato nel 1860 per l’intervento di Garibaldi. Dalla Treccani on-line apprendiamo che incarcerato dapprima a Castel Capuano, scontò tre anni di carcere nell’isola di Favignana e fu liberato al momento della spedizione garibaldina del 1860, alla quale si unì. Giulio Pons, sulla rete scrive che a Favignana c’è una via intitolata a Giovanni Nicotera. Fu liberato dai Garibaldini nel 1860. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Mario Menghini (….), sulle pagine della Treccani on-line scriveva che Giovanni Nicotera ferito in più parti del corpo, fu portato prigioniero a Salerno e condannato a morte con sentenza del 19 luglio 1858, poi graziato della vita e relegato in un’orrida prigione a Santa Caterina, presso Favignana. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Chiamato a Genova dal Mazzini, gli fu affidato il comando di quel corpo di volontari adunati a Castel Pucci, presso Firenze, che avrebbe dovuto segretamente invadere gli Stati Pontifici. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 59-60, riferendosi a Garibaldi a Marsala, in proposito scriveva: “Passando per l’isola di Favignana, nella cui rocca ridotta ad ergastolo erano rinchiusi molti patrioti della spedizione di Sapri, si vuole che Garibaldi avesse esclamato: Lassù sta il povero Nicotera! Il Nicotera raccontò più tardi che quel giorno aveva avvistato i due piroscafi: sulle prime non aveva potuto immaginare chi ci fosse a bordo, ma quando udì il canone capì tutto e subito gli corse il pensiero il nome di Garibaldi. Mentre i vapori erano in corsa per l’isola del Fuoco, etc…(p. 60). Il primo suo pensiero è quello di andare alle carceri dove libera due o tre prigionieri politici. Un cittadino di Marsala, Antonino Parrinello, gli si avvicinò, porgendogli in segreto un biglietto di Nicotera, che dal carcere gli chiedeva di partecipare alla spedizione. Garibaldi, nel leggere, si turbò perchè sentì- dice un biografo di Bixio – come alitargli il viso uno sprazzo della grand’anima di Pisacane (4); poi su un pezzo di carta rispose: ‘Garibaldi fa sapere a Nicotera che fra giorni o lo libererà o sarà morto’. Dopo pochi dì, entrato a Palermo, si ricorderà della promessa e manderà a Favignana (5 giugno) due dei partiti da Quarto, che libereranno non solo il Nicotera ma altri settantadue prigionieri politici.”. E’ da notare che qui, De Crescenzo dice che Nicotera fu fatto liberare a Favignana il 5 giugno, mentre nella nota scriverà il 3 giugno 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera era stato liberato il 3 giugno dalle carceri della Favignana con altri 127 prigionieri, e subito s’era dato ad organizzare un comitato liberale e la Guardia Nazionale. Ora era stato mandato a preparare la nuova spedizione di volontari in Toscana. Riprenderà le armi nel ’66 e parteciperà alla campagna del Trentino, poi alla battaglia di Mentana. Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. Su Nicotera ha scritto Matteo Mauro (….), nel suo “Biografia di Giovanni Nicotera”, dove, a p. 4, in proposito scriveva che: “Egli nacque il 9 settembre 1828 in San Biase, provincia di Catanzaro da Felice Nicotera e Giuseppina Musolino, sorella all’illustre patriota Benedetto; studiò nel collegio di Catanzaro ed ebbe a maestro Luigi Settembrini. A 14 anni era già iscritto alla Giovane Italia; a 19 perseguitato pei moti liberali di Reggio Calabria dovette mantenersi latitante fino al gennaio del 1848, nel qual tempo Ferdinando II diede la Costituzione; allora fu nominato Comandante della Guardia Nazionale del suo paese. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Etc…”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Il Nicotera partì subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848, e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore, ma egli preferi prender parte più attiva nella rivoluzione, percio ebbe dal Garibaldi incarico di recarsi in Toscana per formare una legione di volontari e di entrare con questa nell’ Umbria e nelle Marche,….”Da Wikipedia leggiamo che a Giovanni Nicotera la pena fu tramutata in ergastolo. Prigioniero a Favignana, fu liberato nel 1860 per l’intervento di Garibaldi. Infatti, nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Calmata la gioia, il Nicotera arma i politici coi fucili degli urbani, stabilisce una guardia per custodire i condannati di reati comuni, fa loro togliere la catena , e tutti li riunisce nel gran cortile del forte e promette di ottenere per essi, dal generale Garibaldi, una diminuzione di pena, purché non commettano disordini. Indi si reca subito a Trapani dal Fardella, rappresentante il generale Garibaldi, in quella provincia; lo informa del suo operato ed ottenuta promessa di un invio di soldati alla Favignana per surrogare i politici, ritorna immediatamente al forte ; grande fu la sua sorpresa di trovare liberi tutti i prigionieri; il Fardella aveva ordinato per telegrafo che fossero scarcerati ; allora il Nicotera gli mandò i 1400 condannati di cui si formò un reggimento. Il Nicotera parti subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848 , e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 63 e ssg., in proposito scriveva: “Il Nicotera “il fido compagno di Pisacane, il cavalleresco accusato, l’indomabile prigioniero, l’uomo d’azione per eccellenza, l’uomo che attira sopra di sé la grazia del Borbone, nega gridare “viva il Re”(1), fu liberato dal carcere il 3 giugno 1860, giorno in cui le truppe borboniche abbandonarono la Favignana, e immediatamente si diresse a Palermo (2). Garibaldi subito gli offrì il comando di una brigata; ma egli – riferisce la White Mario – “francamente accennò che prima di decidersi sul fare, voleva “vedere Pippo”; che come soldato avrebbe combattuto tacendo sul programma ma che non ancora sapeva risolversi ad assumere un comando”(3). In realtà fu subito chiaro che egli non avrebbe collaborato col Generale “a meno che Garibaldi acconsentisse a toglier via dal suo programma il “Viva Vittorio Emanuele”(4). Poiché Garibaldi, naturalmente, non accettò l’impossibile ‘ultimatum’ di Nicotera, egli abbandonò la Sicilia e si preparò a militare alle dipendenze dirette di Mazzini (5), schierandosi subito, politicamente, fra i repubblicani più intransigenti.”. Capone, a p. 64, nella nota (6) postillava: “(6) v. L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera, op. cit., p….”.  L.A. Pagano è l’autore di un articolo del 1934 intitolato «La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera nelle carte della polizia borbonica di Sicilia», pubblicato sulla Rassegna storica del Risorgimento. Questo studio analizza la spedizione guidata da Carlo Pisacane nel 1857, concentrandosi sulla prigionia del patriota Giovanni Nicotera. La spedizione, con l’obiettivo di innescare una rivolta nel Regno delle Due Sicilie, fallì e culminò nel massacro di Padula, con conseguente cattura e prigionia per diversi partecipanti, tra cui Nicotera. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: Il Nicotera ferito al braccio, ferito alla mano, colpito alle spalle, da un colpo di scure al capo cadde nel suo sangue rimanendo esanime per un pezzo, e poi fatto prigione , e quindi, dopo una processura, condannato nel capo, e poi tramutata la pena in ergastolo fatto espiare non dove la legge dicea, ma dove la ferocia voleva, cioè nel fosso di S. Caterina in un’ isola di Sicilia, fosso profondo dove surge l’acqua , dove chiunque vi fu gettato, non v’era vissuto e dove pure il Nicotera vi rimase per anni, liberato poi dalla Rivoluzione nel 1860. Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”

Nel giugno 1860, a Calatafimi, Giovanni NICOTERA aggredì Giuseppe Fanelli

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2).”. Dunque, Alfredo Capone scrive che Giovanni Nicotera, nel 1860 incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli che era rientrato da Smirne dove si era rifugiato. Capone, a p. 11, nella nota (1) postillava: “(1) L. Cassese, Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri, in L’attività del Centro culturale, Pubblicazioni dell’Archivio di Stato di Salerno, 1958, p. 64. Sull’episodio di Calatafimi, v. P. Palumbo, L’on. Brunetti e i suoi tempi, Lecce, 1915, p. 254.”. All’arrivo a Palermo, Garibaldi mandò due suoi fidi dei Mille nell’isola di Favignana che liberarono anche Giovanni Nicotera, unico sopravvissuto della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane. Nicotera, prima di partire per Genova dove doveva incontrare Mazzini e Bertani, restò in Sicilia al seguito di aribaldi. In Sicilia, a Calatafimi, ebbe uno screzio con Giuseppe Fanelli che, nel frattempo era era arrivato da Smirne, dve si era rifugiato per i fatti di Sapri.  Capone, sulla scorta di Palumbo (…), scrive che Nicotera avrebbe picchiato Fanelli se non fossero intervenuti Matina e Garibaldi. Sappiamo che la battaglia di Calatafimi è del 15 maggio 1860. Fanelli partecipò alla Spedizione dei Mille. Dalla Treccani on-line leggiamo che a dar fuoco alle polveri di una astiosissima polemica che accusava il Fanelli di aver abbandonato a se stesso il Pisacane e i suoi compagni fu uno dei protagonisti della spedizione, G. Nicotera, appena liberato dal carcere di Favignana; il F., che subito dopo l’eccidio di Sapri si era rifugiato a Londra portando tutte le carte del Comitato (e riuscendo a convincere il Mazzini di non aver tradito), era tornato in Italia per unirsi alla spedizione dei Mille nel comprensibile tentativo di riscattare quella che comunque era una brutta pagina. Sembra che compisse qualche gesto di valore a Calatafimi, ma ciò non gli risparmiò l’ira del Nicotera, che, dopo aver tentato di aggredirlo fisicamente (e il Fanelli fu costretto a separarsi da Garibaldi e ad aggregarsi a V. G. Orsini nella digressione su Corleone), avviò una vera opera di demolizione morale della sua figura, presentandolo sulla stampa come colui che non aveva tenuto fede ad alcuno degli impegni presi col Pisacane. 

Nel 22 giugno 1860, Giovanni NICOTERA, la partenza da Palermo per Genova e poi per Firenze con l’incarico di Garibaldi e Bertani di formare un esercito di volontari per l’invasione dello Stato Pontificio: i volontari di CASTEL PUCCI

Mario Menghini (….), sulle pagine della Treccani on-line scriveva che Giovanni Nicotera ferito in più parti del corpo, fu portato prigioniero a Salerno e condannato a morte con sentenza del 19 luglio 1858, poi graziato della vita e relegato in un’orrida prigione a Santa Caterina, presso Favignana. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Chiamato a Genova dal Mazzini, gli fu affidato il comando di quel corpo di volontarî adunati a Castel Pucci, presso Firenze, che avrebbe dovuto segretamente invadere gli Stati Pontifici. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 63 e ssg., in proposito scriveva: Poiché Garibaldi, naturalmente, non accettò l’impossibile ‘ultimatum’ di Nicotera, egli abbandonò la Sicilia e si preparò a militare alle dipendenze dirette di Mazzini (5), schierandosi subito, politicamente, fra i repubblicani più intransigenti. Questo stato d’animo estremistico del Nicotera, del resto, non è diffcile da spiegare, ed è ovviamente in relazione con la parte da lui avuta nella spedizione di Sapri. Ma si ha l’impressione che ciò che fu veramente decisivo per il Nicotera, e che fu all’origine del suo radicalismo politico nel ’60, fu l’esperienza soprattutto umana della tragica avventura di Sapri, la visione dello spaventoso eccidio che la concluse, e a cui egli a stento sfuggì….”. Capone, a p. 64, continuava: “Si spiega quindi, il rifiuto di Nicotera di aderire nel giugno al progamma “Italia e Vittorio Emanuele”, si spie la sua fervida malizia mazziniana, la sua partecipazione alla spedizine nello Stato Pontificio; anche perchè – ed è ciò che per lui doveva essere più importante – il progamma del Mazzini era: “Al Centro, al Centro, mirando al Sud” (7); un Sud che, naturamente, significava anche Sapri, cioè “rivoluzione” meidionale e repubblica.”. Capone, a p. 64, nella nota (6) postillava: “(6) v. L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera, op. cit., p….”.  Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 65 e ssg., in proposito scriveva: “Il 22 giugno Nicotera difatti giunse a Genova (9) e subito si mise in contatto con Mazzini. Questi, conosciutolo, di persona, ne concepì grande stima come uomo d’azione” e lo raccomandò a Bertani con una lettera entusiasta: “Vedrai oggi a mezzogiorno Nicotera, lo apprezzerai da per te. Bada ch’è uomo eccezionale, e di stoffa militare insurrezionale. Garibaldi gli offriva nientemeno che il comando della brigata invadente la Calabria. Me lo scrive Crispi”(10). Dopo l’incontro con Bertani, Nicotera fu destinato ad una missione di particolare importanza: il comando dei volontari di Toscana che, coadiuvando la spedizione di Golfo degli Aranci, dovevano – secondo i piani del Bertani – invadere lo Stato Pontificio. Nicotera, difatti partì subito per Firenze indirizato al Dolfi al quale Bertani lo presentò con un biglietto in cui, fra l’altro, si garantiva la genuinità della repentina conversione di Nicotera al programma garibaldino: “Il Nicotera accetta il programma del generale Garibaldi e ne vuole la più energica etc…”(11).”. Capone, a p. 65, nella nota (10) postillava: “(10) Crispi, ……

Capone, a p. 65, nella nota (11) postillava: “(11) J. White Mario, op, cit., p. 34.”. Capone, a p. 65, nella nota (12) postillava: “(12) Mazzini ad Andrea Giannelli, 9 luglio, in S.E.I., vol. LXVIII, Epistolario, vol. XL., op. cit., p. 133”. Capone, a p. 66, in proposito scriveva che: “A Firenze, Nicotera, che si trovò a capo di 1500 volontari (13) si incontrò subito con Ricasoli da cui egli si aspettava non solo tolleranza, ma un concreto aiuto, cioè fucili e vestiario per la truppa, che Ricasoli effettivamente concesse (14).”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, a pp. 66 e ssg., in proposito scriveva: “Così Nicotera si trovò inserito, con un ruolo di un certo rilievo, in un complesso gioco politico nel quale, coperti dalla formula “Italia e Vittorio Emaanuele”, ciascuno, Cavour compreso, seguiva in realtà un proprio piano.”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “…raggiunse Garibaldi, il quale lo destinò ad altra impresa più gloriosa e non scevra di pericolo; l’invasione del territorio della Chiesa, per congiungere Roma al rimanente dell’Italia. Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Il Nicotera partì subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848, e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore, ma egli preferi prender parte più attiva nella rivoluzione, percio ebbe dal Garibaldi incarico di recarsi in Toscana per formare una legione di volontari e di entrare con questa nell’ Umbria e nelle Marche, appena egli sarebbe sbarcato sul continente, e gli diede credenziali pel Bertani e pel Mazzini ch’erano in Genova. Iniziatosi il nuovo movimento col motto: Italia e Vittorio Emanuele, il vero partito repubblicano vi si associó lealmente con tutte le sue forze , perchè persuaso che solo con la monarchia si poteva conseguire l’unità e l’indipendenza d’ Italia; per la qualcosa senza più fare questione di forma di governo , il Mazzini confermò questi leali intendimenti con la sua pubblica dichiarazione: nè apostati, nè ribelli. Il Nicotera , presi i concerti con questi eminenti patriotti, si recò a Milano ove sposò la signorina Poerio, e riparti subito per Firenze….Etc…”. Il barone Bettino Ricasoli, soprannominato il Barone di ferro (Ricàsoli [riˈkazoli]; Firenze, 9 marzo 1809 – San Regolo, 23 ottobre 1880), è stato un nobile e politico italiano, sindaco di Firenze e secondo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia dopo il Conte di Cavour. Ricasoli fu poi nominato dal governo piemontese governatore provvisorio della Toscana, spesso scontrandosi con la politica governativa ufficiale, volta a mantenere gli equilibri internazionali per riprendere il processo unitario per via diplomatica. Infatti il governatore toscano diede ospitalità a Giuseppe Mazzini, su cui pendeva ancora la condanna a morte per la tentata sollevazione di Genova del 1857, inviò armi a Viterbo e nelle Marche per fomentarvi la rivolta contro Pio IX e, dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli nel settembre del 1860, scrisse una lettera imperiosa a Cavour e al governo per chiedere di mobilitare l’esercito per affiancare i volontari garibaldini.  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione….Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, in proposito aggiunge che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli etc…Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudne dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche ; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia , ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti . La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lota che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, a pp. 66 e ssg., in proposito scriveva: “Così Nicotera si trovò inserito, con un ruolo di un certo rilievo, in un complesso gioco politico nel quale, coperti dalla formula “Italia e Vittorio Emaanuele”, ciascuno, Cavour compreso, seguiva in realtà un proprio piano. La spedizione nello Stato pontificio era il tavolo sul quale tale gioco si svolgeva, e tutti si rendevano conto che la posta era assai alta perchè dalla effettuazione della spedizione e dal programma di chi la guidava poteva dipendere la possibilità di egemonizzare politicamente il Centro-Sud o programma cavouriano, su un programma monarchico-democratico, o, al limite, repubblicano (16). Il Cavour vedeva sostanzialmente giusto, quando scriveva: “…non si tratta di una questione di persone, ma di due sistemi che si affrontano. Garibaldi non ha alcuna idea politica precisa. Egli sogna una specie di dittatura popolare, senza parlamento e con poca libertà. I suoi adepti, Bertani ed altri, accettano la sua dittatura come un mezzo per arrivare alla Costituente e dalla Costituente alla Repubblica”(17).”. Capone, a p. 66, nella nota (16) postillava: “(16) Sulle intenzioni di Mazzini, G. Berti (op. cit., p. 737) così scrisse: “Resterà a fianco di Bertani per implorare che non tutti gli uomini, che non tutti i mezzi siano inviati in Sicilia…affermando che Garibaldi doveva essere aiutato indirettamente compiendo al Centro un’altra spedizione indipendente dalla sua che era quanto dire: fare saltare in aria il già malcerto accordo fra Garibaldi e la monarchia piemontese”; Bertani, da parte sua, non respinse Mazzini, ma lo “neutralizzò senza rompere con lui”. Capone, a p. 66, nella nota (17) postillava: “(17) E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 30”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 259-260, in proposito scriveva che: “Incominciò il Cavour con l’opporsi……  

GIOVANNI NICOTERA e la 5° Brigata “TOSCANA”, poi in seguito chiamata di “CASTEL PUCCI”

Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, inviato da Garibaldi da Genova in Toscana, formò un corpo di volontari per tentare di invadere lo Stato Pontificio, tuttavia esso fu costretto al disarmo e allo scioglimento da Ricasoli e Cavour. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Da Wikipedia leggiamo che la spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. I finanziamenti per le Spedizioni garibaldine partite nei mesi di giugno e luglio 1860 provenivano in gran parte dai fondi della cavourriana Società Nazionale e dal Fondo per il milione di fucili, mentre le spedizioni del mese di agosto vennero finanziate dai Comitati di Bertani. In particolare il governo del re erogò segretamente centinaia di migliaia di lire per acquistare i vapori ed equipaggiare le Spedizioni di Medici e Cosenz, mentre i Comitati di Bertani inviavano molte delle loro migliori reclute, oltre ai volontari che venivano reclutati dai cavourriani. Alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze, perché si apprestava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria e a dirigersi verso sud, congiungendosi con Garibaldi e invadere il territorio borbonico. Riguardo le truppe organizzate a Castel Pucci dal Nicotera, con la collaborazione del governatore della Toscana Ricasoli, ha scritto Alberto Dallolio (….), nel suo “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, ed. Zanichelli, Bologna, 1910. Dallolio (….), a p. 169, in proposito scriveva che: “I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Restavano le ultime due Brigate nell’Italia centrale – la ‘Toscana’ e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa, non solo per evitare grossi guai, ma perché ormai Cavour s’era deciso a compier egli stesso quell’impresa. Il Nicotera s’era presentato l’8 luglio al Comitato Bertani di Firenze, insieme col dottor Achille Sacchi, munito d’una lettera del Bertani stesso da cui appariva incaricato “di provvedere a quanto occorre per l’invasione delle finitime provincie delle Marche e dell’Umbria”. Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”.Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispettivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che: “La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Questo progetto, maturato in segreto dagli uomini della fazione estremista, era stato comunicato a Garibaldi, secondo quanto ho motivo di credere, solo all’ultimo momento.”. Dunque, Maxime Du Champ scriveva del progetto mazziniano di invadere gli Stati Papali. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: “Un proposito siffatto piaceva grandemente a Giuseppe Mazzini, il quale fu sollecito ad offrirsi a Garibaldi come aiutatore nella impresa. Garibaldi accettò la cooperazione di Mazzini, senza pensare lì per lì al rischio in cui si metteva col pigliare a chius’occhi un tal cooperatore; e dette incarico a Giovanni Nicotera di recarsi subito (come già narrai) in Toscana, per mettere insieme una legione di volontari. Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione….Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Dunque, il Pecorini Manzoni scriveva che: “…tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168 scriveva che: “la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: “Caduta la repubblica i pochi superstiti calcarono la via dell’esilio e Giovanni Nicotera andò dapprima a Torino, di poi a Genova e a Nizza , quindi nuovamente a Torino, ove conobbe molte celebrità politiche, scientifiche e letterarie, tra cui il Mazzini, che sempre l’ebbe caro, e il Pisacane, coi quali a Genova concertò la spedizione di Sapri, in cui vi ebbe tanta parte e per la quale dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, il quale lo destinò ad altra impresa più gloriosa e non scevra di pericolo; l’invasione del territorio della Chiesa, per congiungere Roma al rimanente dell’Italia. Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Guerzoni, continuando il suo racconto, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 341, in proposito scriveva che:  “Il solo capo repubblicano attivo in Sicilia era stato Nicotera, il quale venne privato del comando proprio per tale motivo.”. Dunque, Mack Smith in questo passaggio è chiarissimo e cioè egli scrive che fu tolto il comando dei volontari che egli aveva organizzato e riunito in Toscana perché egli era repubblicano e avverso alle idee di Cavour. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi.”., poi aggiunge che: “Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera. Il governatore della Toscana.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a p. 66, in proposito scriveva che: “A Firenze, Nicotera, che si trovò a capo di 1500 volontari (13) si incontrò subito con Ricasoli da cui egli si aspettava non solo tolleranza, ma un concreto aiuto, cioè fucili e vestiario per la truppa, che Ricasoli effettivamente concesse (14).”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”.Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso ; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz , poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche ; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano , e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino , si spillo la cosa; il battaglione fu mutato , e in Viterbo si fecero arresti . La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lota che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1)….Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 156, in proposito aggiungeva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”.   

Nel 14 agosto 1860, a Castel Pucci, in Toscana, le truppe organizzate dal barone Giovanni NICOTERA e la lettera di Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci e indirizzata a Nicotera a Castel Pucci 

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo.  Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a p. 283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “In Toscana i volontari di Nicotera, che avevano ricevuto il permesso ed anche l’incoraggiamento per concentravisi prima di tale mutamento di politica (3), furono dispersi, nonostante le violente proteste di Ricasoli.”. Carlo Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 334, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “…, mentre assegnava il quartiere di Castel Pucci ai volontari che s’andavano arruolando; cosicché si poteva ben dire che se Cavour teneva a Salvare le apparenze, il Ricasoli non si preoccupava neanche di quelle;….Ma ecco da Torino il veto Reale…..Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che:Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a fare osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. La Dobelli, a p. 155, in proposito aggiungeva: “Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a far osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni di massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”Dobelli, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. milit., II, 179; F. O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, e di essi nessuna menzione specifica s’era fatta nell’accordo convenuto fra il Bertani e il Farini a Genova, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. In questo passaggio però, il Castellini scriveva che quando Garibaldi e Bertani, arrivano il 12 agosto 1860, a Golfo Aranci in Sardegna,  “Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi),….”. La notizia è strana e non mi ritornano le date in quanto, il 12 agosto 1860, Garibaldi si partì per andare in Sardegna a prelevare i volontari organizzati dal Bertani e dal Pianciani, ma i volontari di Castel Pucci, si trovavano ancora in Toscana e non erano scesi in Sicilia. Infatti, Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Dunque, il Bertani, che era con Garibaldi in Sardegna, erano andati insieme in incognito, scrive e testimonia che Garibaldi:  scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc.”. Anche Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi aveva scritto al Nicotera ch’egli andava con le altre Brigate in Sicilia e che le forze di cui esso Nicotera disponeva erano più che sufficienti per l’impresa negli Stati papali. Il che, prova che già era tornato al primitivo progetto.”. Carlo Agrati, scriveva che Garibaldi scrisse a Nicotera appena arrivato con Bertani a Golfo Aranci in Sardegna, dove non aveva trovato tutti riuniti i corpi organizzati e comandati dal Pianciani. Infatti, lo stesso Castellini ritorna sull’argomento e contraddicendosi, riferendosi ai volontari della Brigata di Nicotera (Castel Pucci) scriveva: “Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. E’ questo che avvenne. La Brigata e i volontari del Nicotera arriveranno in Sicilia solo verso metà Settembre 1860, come vedremo innanzi. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio credo vi sia un errore di trascrizione, perchè è scritto che “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, etc…”, ma si tratta di settembre 1860 non dei primi di agosto. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. Giacinto De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, in proposito aggiunge che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli etc…Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudine dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”.  

 Nel luglio 1860, Garibaldi dalla Sicilia invia in Calabria ed in Basilicata uomini suoi fidati 

Alessandro Serra (….), nel suo, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 323, in proposito scriveva: “Giusta sua promessa, nel luglio Garibaldi mandò in Calabria alcuni ufficiali calabresi, cioè gli uomini che dovevano rendersi conto della situazione e collaborare attivamente con i comitati. Così a S. Demetrio Corone ritornò Raffaele Mauro, fratello di Domenico, tutti e due dei Mille, tutti e due perseguitati…etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”

Nel 17 luglio 1860, a Palermo l’arrivo dei volontari garibaldini del colonnello Gaetano SACCHI    

Da Wikiedia leggiamo che le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Wikipidia rimanda alla nota (4) e scrive: “Sul viaggio degli 800 partiti sul Washington vedi la lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi.“. Da Wikipedia leggiamo che il colonnello Gaetano Sacchi, nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Della “Brigata Sacchi” abbiamo le memorie del colonnello Gaetano Sacchi pubblicate da Renato Sòriga.  Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. I volontari della Brigata Sacchi furono a Sapri, dove si imbarcarono per Napoli, il giorno 10 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46º Fanteria, infrenato dalla volontà di Garibaldi e da una serie di considerazioni politiche e militari, sbuffava come il generoso cavallo di battaglia al suono della tromba, quando udiva i racconti dei miracoli dei suoi amici in Sicilia. Attorno a lui fremeva una nobile schiera di giovani animati dai più generosi sentimenti di patriottismo, di abnegazione, di virtù civili e militari; la più parte di questi giovani appartenenti alle provincie Venete e vincolati per 18 mesi al servizio militare. L’indirizzo del Generale Garibaldi a tutte le forze degl ‘ Italiani bastò a rompere le dighe che conteneano quei generosi; i riguardi politici tacquero, e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionato del 46° per attendere all ‘ imbarco di altra gente appartenente alla spedizione. Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro-Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che, sul finire del mese di Luglio e ai primi di Agosto, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”.

Il COMITATO DELL’ORDINE

Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: “La disfatta di Sanza fu un durissimo e fatale colpo per i progetti di stampo mazziniano. La rivoluzione mazziniana non poteva essere vincente. Il mancato supporto delle popolazioni locali era solo una delle cause. Di fatto la politica internazionale era ancora troppo lontana dal voler supportare una soluzione “italiana”, tanto più rivoluzionaria. Perciò, piuttosto che puntare ancora su improbabili insorgenze popolari come quella di Pisacane, per il biennio successivo si cominciò a pianificare un’insurrezione “dall’interno”(77). Ove possibile, si pensò di organizzare in maniera più capillare una rete di comitati locali, modellata su quella dei Circoli Costituzionali del 1848. Un momento di sbandamento e di blocco si ebbe dopo che, nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 1857, un terremoto di grande portata travolse la zona occidentale della Basilicata. Le operazioni delle forze liberali ripresero a fatica e nella più totale precarietà, dato che il sisma aveva reso difficili le ordinarie operazioni della vita cittadina e il poco solido apparato economico stentava a ripartire (78). A ciò si unì una recrudescenza delle azioni di polizia, che portarono a rastrellamenti, fino a toccare Lecce. Insomma, tramontò definitivamente la speranza di una rivoluzione democratica, mazziniana e repubblicana (79); ma non tramontò l’idea di una Italia unita. Infatti, le aspirazioni liberali non si arrestarono, esprimendosi, anzi, nei modi e nelle forme di una “cospirazione alla luce del giorno”, con innalzamento di bandiere tricolori e altro. Un rapporto redatto dalla polizia borbonica serve a dare un’idea del mondo cospirativo. Il Comitato di Napoli (rinominatosi, nell’aprile del 1860, “Comitato Napoletano della Società Nazionale Italiana”) continuava a insistere sul ruolo della Basilicata come motore dell’insurrezione “preventiva” (81). Gli si unì la “Società Nazionale” facente capo a Lafarina a Torino e, a Genova, ad Agostino Bertani. Il Comitato di Napoli diventò “Comitato dell’Ordine” (82), che – si legge in Racioppi – etc…Il Comitato dell’Ordine, perciò, si terrà in diretta ed esclusiva corrispondenza con me qual delegato del General Garibaldi.” (83). L’unione tra i vari comitati non fu sempre pacifica, soprattutto nei rapporti tra Genova e la Basilicata, anche perché si era piuttosto restii, da parte dei basilicatesi, ad uno sbarco di Garibaldi sul continente, in quanto etc…Si aggiungeva che l’arrivo di Giuseppe Libertini da Genova diede l’avvio ad un “Comitato di Azione” nel quale entrarono Filippo Agresti (84), Luigi Zuppetti, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giovanni Matina e Giuseppe Ricciardi. Questo dualismo, per fortuna, aveva comunque, come punto d’incontro, l’organizzazione di una rete “preventiva” sul territorio basilicatese, onde evitare schieramenti di borbonici nell’area “cerniera” di Auletta (85).”. Venturi, a p. 42, nella nota (77) postillava: “(77) G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, Bruno Mondadori, 2011”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Erano giorni di esaltazione e di generale trepidazione insieme. Spaventa aveva assunto la direzione effettiva del comitato dell’Ordine, che si ricostituì con Pier Silvestro Leopardi, per presidente, Gennaro Bellelli per segretario, e con un Consiglio Direttivo, formato da Rodolfo d’Afflitto, Andrea Colonna, Pisanelli, Caracciolo etc….Spaventa, che spingeva, quasi sfidando il governo, il lavoro diretto a far insorgere le provincie continentali, soprattutto la Basilicata e la Calabria, prima che Garibaldi sbarcasse sul continente, o almeno prima che arrivasse a Napoli, secondo il desiderio e i consigli di Cavour. Il Comitato mandò Gennaro De Filippo a Messina, per assicurare il Dittatore che sul continente tutto si disponeva secondo il suo desiderio di quei giorni: fare cioè insorgere le provincie, prima del suo sbarco in Calabria. Il comitato d’Azione venne su quando il comitato dell’Ordine, rifatto il 9 luglio, dopo il ritorno degli esuli, assunse un contegno decisamente cavourriano, onde per reazione si accentuò garibaldino, con una tinta di mazziniano e di municipale. Lo fondarono e ne furono la maggiore forza Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agresti, Nicola Mignogna, nonché Giacinto Albini e Giuseppe Lazzaro: però i due comitati si trovarono d’accordo nel promuovere l’insurrezione nelle provincie prima dello sbarco di Garibaldi; e poiché la provincia, la quale si assicurava meglio apparecchiata ad insorgere, e dalla quale si chiedevano capi militari e civili, era la Basilicata, il comitato dell’Ordine fece partire per Corleto, dove aveva sede un comitato insurrezionale, il colonnello Boldoni e Pietro Lacava, ai quali si unirono il Mignogna e l’Albini del comitato d’Azione. Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Fin dal tempo dell’approdo di Garibaldi a Marsala un’attiva corrispondenza si era scambiata tra il Comitato di Napoli ed i nuclei liberali delle provincie per preparare in queste una insurrezione. Si venne all’intesa che essa sarebbe stata iniziata, alla notizia dello sbarco di Garibaldi sul continente, da parte della Basilicata. le altre provincie avrebbero seguito il movimento. “La provincia di Salerno” dicevano le istruzioni “dovrà lanciare i suoi alle spalle delle truppe, che per avventura muovessero su Potenza e Calabria” (1)….”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La cronistoria del dott. Michele Lacava narra diffusamente il lungo lavorio, che precedette questi accordi.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 375, in proposito scriveva che: “Si vanno già delineando le due correnti politiche che vedremo in atto al principio del ’60, e che ora si saggiano, si scrutano e si studiano nella ricerca affannosa di un programma di azione immediata da svolgere in comune con intenti chiaramente unitari. Questi intenti per lo meno, fin dal ’59, la parte popolare avanzata li aveva già saldamente radicati nell’animo. Si può dire lo stesso della borghesia cittadina e rurale del Salernitano ? E’ quel che vedremo in seguito.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 377-378, in proposito scriveva che: “Abbiamo visto quali furono i primi tentativi e come da Napoli si lavorasse alacremente per costituire dei comitati provinciali; ma tutto codesto lavoro doveva rimanere infruttuoso sia a causa delle immediate reazioni della polizia, sia perchè mancava un elemento dirigente attivo che sapesse coordinare avvedutamente gli sforzi. Ma che cos’era e che cosa rappresentava il Comitato napoletano detto dell’Ordine ? Sentiamolo dalla bocca del De Cesare, storico diligente e minuzioso: “Le notizie politiche messe fuori dal Comitato dell’Ordine, che rapppresentò la prima organizzazione delle forze liberali, e fuse insieme i vecchi elementi repubblicani, piuttosto scarsi, e gli elementi moderati monarchici, più numerosi e autorevoli, e i quali non vedevano salute che nel Piemonte, erano comunicate nello stabilimento musicale di Teodoro Cottrau, ai frequentatori di esso, ed a Giuseppe Gravina, e tanto bastava perchè in poco tempo tutta Napoli ne fosse piena….Una delle ragioni del successo di quel Comitato fu il nome, felicemente escogitato dal giovane studente Giuseppe Lombardi di San Gregorio Magno, uno dei più operosi, anzi dei più temerari nelle cospirazioni di quel tempo. Il Comitato dell’Ordine si cominciò a riunire sulla fine del 1857 in casa di Giuseppe Lazzaro e ne fecero parte Gennaro de Filippo, Camillo Caracciolo, Giacinto Albini, Francesco de Siervo, il detto Lombardi e pochi altri…..Com’era chiaro, il Comitato aveva due anime, le quali più tardi lo porteranno fatalmente a scindersi: una avanzata, progressista e repubblicana, che traeva ispirazione dal verbo, mazziniano; l’altra moderata, conservatrice, monarchica, che era sotto l’influsso della politica piemontese e savoiarda. Queste due opposte correnti politiche per il momento camminano sulla stessa strada e collaborano attivamente fra loro secondo il principio concordemente accettato dell’unità a tutti i costi. La stessa situazione, dove più, dove meno chiaramente, si rispecchia nelle province, nelle quali il Comitato è riuscito a formarsi. A dare energico impulso per la costituzione del Comitato nel Salernitano giunse opportuno nel novembre del ’59 un ardito emissario del Comitato napoletano: Beniamino Marciano (6)…Il Marciano giunse a Salerno il 16 novembre per impartire insegnamento nelle pubbliche scuole.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 382, in proposito scriveva che: “Fu così che, nel febbraio del ’60, fu costituito finalmente il Comitato salernitano, del quale fecero parte il Marciano, Vincenzo Trucillo, gli avvocati Nicola Ferretti, Pietro del Mercato e Antonio de Meo, l’architetto Francesco de Pasquale, gli operai Matteo Rossi e Michele Casola.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Su Wikipedia leggiamo che Rodolfo D’Afflitto, la sua carriera ha inizio nel 1834, dopo aver studiato legge ed amministrazione dopo una carriera nella burocrazia borbonica, fu arrestato nel 1859 come cospiratore liberale nel Comitato dell’Ordine, ma fu subito rilasciato. Dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Il comitato si impegnò prima ad ottenere un pronunciamento dell’esercito a favore dell’annessione al Piemonte e poi – dopo il fallito colloquio del D. con il generale De Sauget – a provocare l’insurrezione del continente prima dell’arrivo di Garibaldi, per impedire una svolta rivoluzionaria. Anche questa seconda iniziativa non ebbe l’effetto desiderato, provocando solo una parziale insurrezione in Basilicata. Sul Comitato Napoletano di cui Silvio Spaventa era uno dei membri più attivi, su Wikipedia leggiamo che il piroscafo Stewart, che doveva condurlo insieme ad altri 68 condannati politici in America, in seguito all’ammutinamento organizzato dal figlio di Luigi Settembrini (Raffaele Settembrini) ufficiale della marina mercantile britannica, lo condusse in Irlanda (6 marzo 1859) presso Queenstown, nella Baia di Cork; da qui raggiunse Londra e quindi Torino, dove entrò in contatto con Cavour divenendo uno dei fedeli seguaci e uno dei principali fautori della sua politica. Venne inviato nuovamente a Napoli da Cavour e dai Savoia nel luglio 1860 per preparare all’annessione di quei territori meridionali a quello che poi sarebbe divenuto Regno d’Italia: si adoperò, senza successo, perché questa avvenisse il prima possibile, senza attendere l’arrivo a Napoli di Garibaldi, il quale poi, assunto il titolo di Dittatore, lo espulse (il 25 settembre 1860). Tornò a Napoli ad ottobre, assumendo la carica di ministro di Polizia nel governo luogotenenziale (dal novembre 1860 al luglio 1861), fronteggiando energicamente la difficile situazione napoletana (fino a subire un clamoroso attentato, cui riuscì a sfuggire), anche con l’aiuto del corregionale barone Rodrigo Nolli. Restò in carica anche sotto i luogotenenti Luigi Carlo Farini, Eugenio Emanuele di Savoia-Villafranca e Gustavo Ponza di San Martino. La madre, Anna Maria Croce era prozia del celebre filosofo Benedetto Croce. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”.   Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “…………”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 885, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato centrale dell’Ordine, fondato a Napoli come si è detto con programma politico pari a quello della Società Nazionale, diramò le sue file nelle provincie, ma con scarso successo; e solo trovò qualche seguito in Calabria e in Puglia, e più propriamente nelle Provincie di Cosenza e di Bari. Di quel primo nucleo di lberali di Terra di Bari, chiamatosi anch’esso comitato dell’Ordine, fecero parte alcuni vecchi mazziniani e carbonari; ne fu capo cvisibile Pietro Tisci, e sede la città di Trani, dove il Tisci, etc…”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione , nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali , di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione , chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere: il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino , come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell ‘ Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore ; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci , e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po ‘ più di coraggio, e meno amor della pelle. Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s ‘ intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava (Corleto Perticara, 26 ottobre 1835 – Roma, 26 dicembre 1912) è stato un politico italiano. Figlio di Domenico Giuseppe e Brigida Francolino, fu studente a Napoli e Latronico, dove frequentò i corsi di giurisprudenza dell’Arcieri. In questo ambito accademico conobbe ed ebbe rapporti con Giacinto Albini, con cui era legato da vincoli di parentela, e, nonostante la dichiarata fede borbonica della sua famiglia, divenne uno dei più attivi esponenti del movimento liberale. Nel 1857 fu, con Giuseppe Albini e Giuseppe Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell’ordine, che aveva come programma l’unità italiana sotto la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato, organizzò l’importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 aprile 1860 che si tenne a Napoli in largo di S. Francesco da Paola (oggi piazza del Plebiscito). A tale manifestazione parteciparono molti giovani lucani, fra cui il fratello di Pietro, Michele Lacava, Aurelio Casale di Spinoso, Graziano e Gerardo Marinelli di Abriola, Michele Del Monte di Moliterno. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 4 e ss., in proposito scriveva: Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro rappresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dal dicembre ’58 i democratici avevano accettato la subordinazione ai moderati ed il ruolo di fiancheggiatori dello Stato sabaudo e non potevano mutare il loro atteggiamento nel bel mezzo di una impresa difficilissima, che richiedeva la mobilitazione di tutte le energia: lo improvviso irrigidimento di Bertani provocò la dissoluzione politica del gruppo che si era raccolto intorno a Garibaldi nel gennaio del ’59.”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura i chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 30, in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille..  

IL COMITATO D’AZIONE

Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato d’Azione venne su quando il comitato dell’Ordine, rifatto il 9 luglio, dopo il ritorno degli esuli, assunse un contegno decisamente cavourriano, onde per reazione si accentuò garibaldino, con una tinta di mazziniano e di municipale. Lo fondarono e ne furono la maggiore forza Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agresti, Nicola Mignogna, nonché Giacinto Albini e Giuseppe Lazzaro: però i due comitati si trovarono d’accordo nel promuovere l’insurrezione nelle provincie prima dello sbarco di Garibaldi; e poiché la provincia, la quale si assicurava meglio apparecchiata ad insorgere, e dalla quale si chiedevano capi militari e civili, era la Basilicata, il comitato dell’Ordine fece partire per Corleto, dove aveva sede un comitato insurrezionale, il colonnello Boldoni e Pietro Lacava, ai quali si unirono il Mignogna e l’Albini del comitato d’Azione. Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Comitato di Napoli (rinominatosi, nell’aprile del 1860, “Comitato Napoletano della Società Nazionale Italiana”) continuava a insistere sul ruolo della Basilicata come motore dell’insurrezione “preventiva” (81). Gli si unì la “Società Nazionale” facente capo a Lafarina a Torino e, a Genova, ad Agostino Bertani. Il Comitato di Napoli diventò “Comitato dell’Ordine” (82), che – si legge in Racioppi – etc…Il Comitato dell’Ordine, perciò, si terrà in diretta ed esclusiva corrispondenza con me qual delegato del General Garibaldi.” (83). L’unione tra i vari comitati non fu sempre pacifica, soprattutto nei rapporti tra Genova e la Basilicata, anche perché si era piuttosto restii, da parte dei basilicatesi, ad uno sbarco di Garibaldi sul continente, in quanto etc…Si aggiungeva che l’arrivo di Giuseppe Libertini da Genova diede l’avvio ad un “Comitato di Azione” nel quale entrarono Filippo Agresti (84), Luigi Zuppetti, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giovanni Matina e Giuseppe Ricciardi. Questo dualismo, per fortuna, aveva comunque, come punto d’incontro, l’organizzazione di una rete “preventiva” sul territorio basilicatese, onde evitare schieramenti di borbonici nell’area “cerniera” di Auletta (85).”. Venturi, a p. 42, nella nota (77) postillava: “(77) G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, Bruno Mondadori, 2011”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 377-378, in proposito scriveva che: “….Sentiamolo dalla bocca del De Cesare, storico diligente e minuzioso: “…..Com’era chiaro, il Comitato aveva due anime, le quali più tardi lo porteranno fatalmente a scindersi: una avanzata, progressista e repubblicana, che traeva ispirazione dal verbo, mazziniano; l’altra moderata, conservatrice, monarchica, che era sotto l’influsso della politica piemontese e savoiarda. Queste due opposte correnti politiche per il momento camminano sulla stessa strada e collaborano attivamente fra loro secondo il principio concordemente accettato dell’unità a tutti i costi. La stessa situazione, dove più, dove meno chiaramente, si rispecchia nelle province, nelle quali il Comitato è riuscito a formarsi. A dare energico impulso per la costituzione del Comitato nel Salernitano giunse opportuno nel novembre del ’59 un ardito emissario del Comitato napoletano: Beniamino Marciano (6)…Il Marciano giunse a Salerno il 16 novembre per impartire insegnamento nelle pubbliche scuole.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 382, in proposito scriveva che: “Fu così che, nel febbraio del ’60, fu costituito finalmente il Comitato salernitano, del quale fecero parte il Marciano, Vincenzo Trucillo, gli avvocati Nicola Ferretti, Pietro del Mercato e Antonio de Meo, l’architetto Francesco de Pasquale, gli operai Matteo Rossi e Michele Casola.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 102, in proposito scriveva che: “A Napoli in competizione con il Comitato d’ordine, il gruppo radicale aveva costituito un Comitato d’Azione, dove c’erano oltre a Matina, Libertini, Mignogna, Agresti e Zuppetti. Per loro la sollevazione nel sud del salernitano serviva a bloccare le comunicazioni con la Calabria ed ad aprire la strada a Garibaldi ma anche a segnare un punto di vantaggio dei radicali nella competizione per la leadership con i moderati del Comitato d’ordine (60). Era questo il naturale riferimento politico ed organizzativo dei Magnoni.”. Pinto, a p. 102, nella nota (60) postillava: “(60) Roberto Parrella, Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno cit.. Vedi anche R. PARRELLA, Notabili a salerno prima e dopo l’unità, E-doxa, Roma, 2003.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIV-XV, in proposito scriveva che: “Sarebbe una vera ingratitudine, ed un falsare la storia il voler negare al Nicotera una gran parte nelle cagioni del nuovo ordinamento, ed io sarei per dire che egli soccumbendo vinse assai meglio che se avesse trionfato…..Matina inspirante, le pratiche acquistarono maggiore efficacia e dopo qualche anno per impulso del Comitato napoletano un altro se ne fondava a Salerno. La storia della provincia deve ricordare con affetto i nomi di coloro che si fecero centro periglioso de’ nuovi e segreti movimenti. Beniamino Marciani, Antonio De Meo, Pietro Del Mercato, Nicola Ferretti e Francesco De Pasquale; nè dimenticherà di voi, etc…”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 386-387, in proposito scriveva che: “Fu così che sorse, al principio di giugno, un Comitato nettamente borghese, inizialmente agnostico sul piano politico. “Era, scrive il già citato de Meo, un Comitato senza programma, senza simbolo di fede, e senza essere riconosciuto che dai soli componenti: il motto che lo rappresentava rivelava la ingiustizia di un esercizio, a solo intento di fare una cosa nuova onde far vedere che Salerno era indipendente da Napoli” (17). La formazione del nuovo Comitato, di cui erano a capo Sergio Pacifico, Modestino Faiella e Giovanni Luciani, segnò definitivamente il distacco fra le due correnti, e significò che la borghesia salernitana non intendeva contribuire col suo danaro – insistentemente richiesto dai popolari – ad alimentare una rivoluzione etc…Allora, dichiara il de Meo, ci persuademmo che tutti i nostri sforzi erano infruttuosi etc…Questi rilievi del de Meo sono di un’esattezza puntuale.”. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”.   Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 885, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato centrale dell’Ordine, fondato a Napoli come si è detto con programma politico pari a quello della Società Nazionale, diramò le sue file nelle provincie, ma con scarso successo; e solo trovò qualche seguito in Calabria e in Puglia, e più propriamente nelle Provincie di Cosenza e di Bari. Di quel primo nucleo di lberali di Terra di Bari, chiamatosi anch’esso comitato dell’Ordine, fecero parte alcuni vecchi mazziniani e carbonari; ne fu capo cvisibile Pietro Tisci, e sede la città di Trani, dove il Tisci, etc…”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867).”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60, Le Monnier, Firenze, 1960, a p……, in proposito scriveva che: “……….”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 6, in proposito scriveva: “A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Lafarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’. Il loro programma era unitario ed ebbe la formula: unità, sovranità nazionale, con Vittorio Emanuele a Roma.”. Su Giuseppe Libertini, su Wikipedia leggiamo che con il colpo di Stato di Ferdinando II, che revocava la costituzione concessa mesi prima, gli eventi precipitarono e Libertini si trovò dinanzi alla scelta obbligata di sciogliere il comitato e darsi all’esilio. Nei primi anni cinquanta dell’Ottocento si chiudevano infatti i processi relativi ai fatti e agli sconvolgimenti di quegli anni, dai quali Libertini ed i suoi principali collaboratori uscirono con gravi condanne detentive. Libertini riparò dunque a Corfù e di lì a Londra, dove entrò in un rapporto di stretta collaborazione con Mazzini. Nel frangente unitario, assieme agli altri repubblicani mazziniani, tra cui anche Vincenzo Abati, egli dovette accodarsi alla soluzione monarchica, già tracciata dalla Società Nazionale e accettata dallo stesso Garibaldi. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 208 e ssg., in proposito scriveva: “E’ però da notare che nella Provincia di Salerno quel dualismo tra autorevoli, e giovani, era molto più pronunciato che a Napoli stesso.”.   

 Nell’agosto del 1860, i dissidi fra Mazziniani (Repubblicani e radicali) e Cavouriani (liberali ex attendibili e moderati), i dissidi fra i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazione dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito, e sfidando le ire degli avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu ominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 389, in proposito scriveva che: “In che consisteva il disaccordo fra i due Comitati? “La disunione, scrisse il 29 agosto C. Di Persano al Cavour, che persiste fra i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione, il primo dei quali vuole l’insurrezione subito a fine di obbligare il Re ad andarsene senza l’intervento del generale Garibaldi, mentre il secondo fa invece ogni suo possibile per ritardarla, bramoso che non abbia luogo se non per mezzo di lui, e che succeda fragorosa e tutta in suo nome, mi persuade, Eccellenza, che la via propria da seguirsi sarebbe un perfetto accordo col Generale….” (23). Si trattava, dunque, di fare una rivoluzione preventiva che diminuisse il prestigio, o che lo contenesse entro limiti modesti, del partito d’Azione e di Garibaldi per evitare che venissero poste certe istanze repubblicane che avrebbero potuto cambiare la linea strutturale dell’edificio nazionale disegnato dalla mente geniale di Cavour. La battaglia fu aspra ed accanita in tutti i maggiori centri del Regno; e fu combattuta con tutte le armi dell’astuzia borghese.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardı e Andrea Colonna : Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„ . Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al comitato di Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due , ma aveva la fiducia di entrambi.”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali , di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione , chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere : il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino , come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell ‘ Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore ; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci , e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po ‘ più di coraggio, e meno amor della pelle . Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s’intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 6, in proposito scriveva: “I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Su Giuseppe Libertini, su Wikipedia leggiamo che con il colpo di Stato di Ferdinando II, che revocava la costituzione concessa mesi prima, gli eventi precipitarono e Libertini si trovò dinanzi alla scelta obbligata di sciogliere il comitato e darsi all’esilio. Nei primi anni cinquanta dell’Ottocento si chiudevano infatti i processi relativi ai fatti e agli sconvolgimenti di quegli anni, dai quali Libertini ed i suoi principali collaboratori uscirono con gravi condanne detentive. Libertini riparò dunque a Corfù e di lì a Londra, dove entrò in un rapporto di stretta collaborazione con Mazzini. Nel frangente unitario, assieme agli altri repubblicani mazziniani, tra cui anche Vincenzo Abati, egli dovette accodarsi alla soluzione monarchica, già tracciata dalla Società Nazionale e accettata dallo stesso Garibaldi. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dal dicembre ’58 i democratici avevano accettato la subordinazione ai moderati ed il ruolo di fiancheggiatori dello Stato sabaudo e non potevano mutare il loro atteggiamento nel bel mezzo di una impresa difficilissima, che richiedeva la mobilitazione di tutte le energia: lo improvviso irrigidimento di Bertani provocò la dissoluzione politica del gruppo che si era raccolto intorno a Garibaldi nel gennaio del ’59.”Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Ma nel ’60 ancor più che nel ’59, Mazzini era privo di mezzi, non trovava collaborazione e sul piano pratico la sua intensa attività non otteneva risultati (47). Allo stato della documentazione non ci sembra quindi di potere affermare, come fa il Romano, che nel ’60 la lotta politica ebbe dimensioni trilaterale e si fondò sui rapporti reciprocamente condizionanti Mazzin-Garibaldi-Cavour (48), se non nel senso che Mazzini fu lo sprone all’intransigenza bertaniana e lo stimolò dialettico della politica cavouriana.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 73, in proposito scriveva: “Il Comitato Centrale della Società Nazionale Unitaria, aveva la sua sede a Napoli. Ogni Comitato era diviso in due sezioi: una di consulenza e l’altra di azione. Il concetto della Società era prevalentemente repubblicano, ma il dissidio fra moderati e radicali sembrava insanabile, perchè questi volevano seguire la via tracciata dal Mazzini, mentre gli altri si adattarono volentieri a desiderare l’Unità d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II°. Essi erano stati influenzati dall’azione dei molti giovani, già profughi nel Piemonte, che diffusero e patrocinarono quanto avevano appreso durante il loro esilio nel Piemonte. I moderati, infatti, consolidarono la loro posizione chiamando a raccolta i galantuomini, la nuova borghesia, i proprietari agricoltori, per svolgere una energica azione per la Unità d’Italia, trascurando tutta la gran massa proletaria che in prosieguo divenne turbolente e astiosa contro i governi che si succedettero dal 1860 al 1865.”. Predome cita il testo di Saverio Cilibrizzi (….) ed  suo “I grandi lucani nella storia della nuova Italia”, Conte Editore, Napoli. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p….., in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille. Prima di metter in risalto questa eccezionale cooperazione, è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: “Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.  

Nel 1860, le condizioni del basso CILENTO, del VALLO di DIANO e del LAGONEGRESE

Silvia Sinscalchi (….), nel suo “Il Cilento tra immaginario collettivo e realtà geografica”, in “Il viaggio di C.T. Ramage attraverso il Cilento nella prima metà del XIX secolo”, a pp. 223-224, in proposito scriveva che: “Ritenuta un mondo a sé, con «usanze e consuetudini di stampo primitivo, “la terra dei tristi”, secondo la definizione della polizia borbonica, ossia “terra di assassini e di briganti, dove la violenza era legge comunque, la vendetta privata principio indiscusso”»(26), la «vasta montuosa, ed amena regione del Cilento»(27)(fig. 1) incuteva timore con il suo misterioso topo-coronimo (di uso tardo ma di antica origine)(28), i dubbi conini (29), i paesaggi selvaggi, i centri abbarbicati su cime irte e scoscese, le marine spesso deserte30. I viaggiatori del tempo non oltrepassavano Paestum (già di per sé diicilmente raggiungibile (31), «perché il cammino era insicuro, infestato dai briganti, denso di pericoli»(32), come avvertivano Macfarlane e, ancora, diversi anni dopo, Lenormant, che considerava «i luoghi al di là di Paestum come terre ove prima di penetrare era ragionevole far testamento»(33).”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a pp. 235-236 e ssg., parlando del Cilento impervio e suggestivo, nel 1883, in proposito scriveva che: “Un napoletano condannato a questa spedizione farebbe testamento prima di intraprenderla. La situazione è così grave che mi ci sono voluti diversi anni per ottenere le informazioni necessarie per organizzare un’escursione. Nelle guide turistiche non ho trovato alcuna informazione sull’argomento e ho cercato informazioni invano a Napoli e a Sallanches. Anche in quest’ultima città, nessuna delle società di noleggio che di solito forniscono carrozze agli stranieri era a conoscenza dei percorsi, delle distanze e delle posizioni reclinate possibili nel Cilento, e non aveva un cocchiere che si prendesse la briga di imbarcarsi a casaccio. È al signor La Cava che devo la mia capacità di esaudire questo desiderio a lungo accarezzato, di fare un viaggio lì, purtroppo troppo breve, ma che mi riprometto di ripetere un’altra volta, più completamente, spingendomi fino a Policastro e Sapri, per visitare, dopo Velia, i siti delle antiche città di Molpa, Pisso e Scidro. Ho degli amici a Rotino, ed è stato tramite loro che è riuscito a conoscere la conformazione del nostro piccolo paese. Per il turista che volesse andarci nello stato attuale e senza tale assistenza, è Eboli che deve andare. Solo lì troverà indicazioni precise e potrà accordarsi con un trasportatore. Infatti, in attesa che il Cilento venga attraversato dalla ferrovia, il primo tratto della linea Napoli-Reggio lungo il Mar Tirreno, quasi ultimato e che sarà presto aperto fino a Ogliastro, è la stazione di Eboli a servire le comunicazioni di questa regione con Salerno, Napoli e il resto d’Italia. I cocchieri della città sono quindi abituati ad andarci. Ci sono persino carrozze che, in diversi punti del percorso, forniscono il servizio postale per Vallo e da lì a Policastro, e se non vi dispiace la folla, con i contadini, si possono affittare posti a sedere a un prezzo bassissimo, proprio come in una diligenza. Ciò che ha reso il Cilento finora un paese inesplorato e inavvicinabile, come isolato dal resto del mondo e in cui i viaggiatori non penetrano, è la formidabile reputazione ancora legata al suo nome. Il solo sentirlo fa sì che la gente si faccia il segno della croce a Napoli e a Salerno. Suscita pensieri di pericolo da parte dei briganti che ispirano una sorta di terrore. Andare nel Cilento, per molti, sembra entrare in un covo di ladri.Si potrebbe facilmente credere che non sia possibile farlo senza prendere la precauzione di pagare un anticipo di ricatto.In effetti, questa regione fu per lungo tempo il covo e il rifugio delle bande che infestavano la pianura da Salerno a Paestum e la Valle Panoramica sulla strada per Potenza. Era da qui che i briganti scendevano a derubare contadini e passanti, ed era lì che si rifugiavano dopo il delitto, non appena si vedevano inseguiti. I contadini della zona, tuttavia, non erano gente benestante. Mi dicono che erano più inclini al brigantaggio di altri, e tra le bande che presero il Cilento come loro quartier generale, c’erano molte persone provenienti da altrove. Ma le gole e i boschi di questa regione offrivano loro eccezionali opportunità di nascondersi, al riparo da ogni perquisizione. Divisi in piccoli villaggi che non avrebbero potuto radunare un numero sufficiente di uomini per difendersi, gli abitanti erano in balia delle bande che si insediavano nei loro pressi;di conseguenza, si impegnavano a vivere in armonia con loro, fornendo loro vettovaglie e aiutandoli a nascondersi, invece di denunciarli. I proprietari terrieri si occupavano di queste bande e pagavano loro un tributo regolamentato da rispettare. Il risultato di questo fenomeno fu che la sicurezza era piuttosto elevata, nonostante la presenza di briganti, nel paese stesso, mentre le regioni circostanti erano soggette a devastazioni di cui erano il punto di partenza e, per così dire, il fulcro. L’accesso era reso molto difficoltoso anche dall’infestazione delle strade. Ma in realtà, c’era forse più pericolo andando da Salerno o da Paestum che da lì verso il Cilento. Attualmente, lì come ovunque, è in corso l’energica repressione portata avanti dal governo italiano da diversi anni, segnata da vere e proprie campagne militari contro le bande, ha completamente sradicato il brigantaggio.La sorveglianza attiva mira a renderne impossibile la ripresa. Non nascondo che l’abbondanza di gendarmeria, le cui brigate si possono vedere installate in quasi ogni villaggio del distretto di Vallo, e le pattuglie che controllano le strade, suggeriscono che se queste misure precauzionali fossero allentate, ci sarebbe ancora motivo di temere di vedere il vecchio stato di cose tornare. Ma i gendarmi sono lì, e la vista dei loro cappelli a tricorno, così come i loro volti onesti, è sufficiente a rassicurare anche i più timidi. Un tour del terribile Cilento è ormai sicuro come un’escursione alla periferia di Napoli; anche lì, chi sogna avventure pericolose deve rinunciare a incontrarle.Nel nostro secolo di ferrovie e governi costituzionali, viaggiare sta diventando decisamente prosaico ovunque.”. Su Francois Lenormant ha scritto Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 35-36, in proposito scriveva: “E’ necessario ora accennare alle condizioni fisiche, economiche, culturali, igieniche e demografiche di quella singolare regione del Mezzogiorno. Un insigne storico ed archeologogo francese, Francesco Lenormant, dopo aver visitato la Basilicata, la definì “la più selvaggia forse delle province d’Italia”. La superficie della regione è di 9987 chilometri quadrati, di cui soltanto l’ottava parte è pianeggiante. Il resto del suolo è costituito da montagne e da colline. L’Appennino Lucano abbraccia: il gruppo vulcanico del Volture, che alto 185 metri, etc…”. Cilibrizzi (…), a p. 36, continuando il suo racconto sulla Basilicata scriveva: “In primo luogo, la regione, per le sue catene di montagne, per le sue colline, per le sue vie dirupate e per la mancanza di porti sul mare, è, in gran parte, tagliata fuori da ogni commercio. Umberto Zanotti – Bianco, nell’interessantissimo libro, intitolato “La Basilicata”, ha giustamente scritto: “I suoi 88 chilometri di costiera ionica, talora coperti di dune, talora fertile e, sempre fortemente malarica, e i suoi 22 chilometri di scoscendimenti nella litoranea tirrenica, ove si annida l’unico suo porto, Maratea, la rendono ancora oggi quasi inaccessiblie per via di mare. All’epoca dell’unificazione, priva assolutamente di ferrovie, con soli 400 chilometri di strade rotabili, con 91 paesi senza comunicazioni, con le vallate dell’Ofanto, del Bradano, del Basento, dell’Agri e del Sinni senza argini, senza ponte alcuno, la Basilicata poteva dirsi veramente tagliata fuori dal commercio europeo”. E quasi non bastasse questo gravissimo isolamento naturale, la Basilicata è flagellata dalla malaria, dalle frane e dai frequenti terremoti. La malaria fece le sue vittime. Secondo un’inchiesta fatta nel 1887 dal dott. Giovanni Pica, solamente 9 Comuni della Basilicata, su 125, erano immuni dalla malaria. La maggiore diffusione della malaria si ha nella zona pianeggiante, lungo il confine con le puglie e lungo la riviera ionica.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 89, in proposito scriveva: “Il regno di Napoli, che per primo si era posto sulla strada delle costruzioni ferroviarie con la costruzione della linea Napoli-Portici, inaugurata nel 1839, e prolungata qualche anno dopo fino a Nocera e Salerno, e la Napoli-Caserta nel 1840 non fece nessun passo avanti. Il regno era ferroviariamente isolato a nord di Caserta fino a Firenze e a sud di Salerno fino alla Sicilia, dove non solo non si era costruito un solo chilometro di ferrovia, ma appena si era formulato qualche progetto (101). Le comunicazioni marittime non furono in condizioni migliori. La marina mercantile del regno era rimasta molto danneggiata dalle precedenti convenzioni stipulate con l’Inghilterra, la Francia e la Spagna. E, soltanto dopo le tariffe del 1823-1824, i nuovi trattati commerciali stipulati nel 1845, ed altre favorevoli circostanze, era riuscita a risollevarsi dalla depressione in cui era precipitata (102).”.  Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “I garibaldini restarono impressionati dalle condizioni in cui versavano i paesi attraversati, a causa delle ferite inferte dal terribile terremoto che si verificò nella notte tra il 16 ed il 17 dicembre del 1857. E’ opportuno ricordare, in proposito due testimonianze: l’inglese Charles Stuart Forbes, comandante della marina inglese al seguito di Garibaldi, scrive: “….I paesi sono sparsi sui lati delle montagne ed il bestiame appare trascinante lungo le rive del Negro, che attraversa la valle, ricca di testimonianze classiche e antiche e, sono spiacente aggiungere, recenti rovine perchè questo fu l’epicentro del terremoto del dicembre del 1857. Si deve immaginare che interi villaggi, specialmente sul lato orientale dove sono stati abbattuti come un pacco di carte, causando non solo rovine, ma la morte di migliaia”. Da parte sua Stefano Canzio, sergente della Compagnia dei 43 carabinieri genovesi, futuro genero di Garibaldi, molto colpito da quel triste spettacolo, scrive: “Lungo la strada da Sala ad Auletta non si vedono che case distrutte dal terremoto del 16 dicembre 1857. Polla è interamente rovinata.”. Antonio Allocati (….), nell’Introduzione al testo a sua cura, dell’Archivio di Stato di Napoli, Il Mezzogiorno verso l’Unità d’Italia 1734-1860 – catalogo della mostra documentaria, Napoli, L’Arte Tipografica, 1860, a pp. XXVII ecc.., in proposito scriveva: “Furono sviluppate la rete stradale e la marina mercantile, fu riorganizzato il servizio postale, furono poste linee telegrafiche tra l Calabria e la Sicilia, furono valorizzati agricoltura e commercio. Ma tutto ciò non bastava. Il regime era politicamente in crisi. Il regno posto “tra l’acqua salata e l’acqua benedetta”, come con altri intenti soleva dire Ferdinando, non poteva espandersi, e, senza aspirazioni, si condannava ad una immobilità fatale. Invece il paese era ben vivo ed insofferente di una politica cieca e incapace di vedere quali fossero le vie da batte per il bene della nazione. Le rivolte dei contadini dal ’48 in poi furono continue. Essi invano avevano atteso la Costituzione la diminuzione dei balzelli e la rivendicazione dei demani pubblici usurpati. Quando nel ’60 i garibaldini cominciarono a vincere in Sicilia, i contadini insorsero da per tutto in Calabria, nel Cilento, nell’avellinese, sempre mossi dal desiderio della terra. Nel salernitano, a Sassano, si formò un’associazione clandestina di resistenza e di mutuo soccorso. Neanche il popolo delle città rimaneva quieto: gli operai, i disoccupati, i nullatenenti chiedevano miglioramenti. Eppure il commercio si sviluppava, la marina napoletana si spingeva in porti lontani, favorita dai trattati commerciali. Ma quell’attività arricchiva soltanto la nuova borghesia industriale e commerciale, che si costituiva accanto a quella terriera, già favorita dalle leggi del Decennio. Etc…Per tutte queste cause Garibaldi trovò un ambiente maturo alla rivoluzione. Scomparsa la feudalità, il popolo si divideva sostanzialmente in due classi: capitalisti e proprietari da una parte, operai e contadini dall’altra. L’evoluzione economica del paese favoriva la prima a scapito della seconda. Ma nessuna delle due classi era contenta della politica borbonica: capitalisti e proprietari, ‘ ‘galantuomini’, volevano una partecipazione attiva alla politica; gli operai migliori salari e i contadini le terre sospirate da decenni. I primi si riuniscono in società più o meno segrete, i secondi si abbandonano ad incomposti moti di ribellione, che si intensificano verso la fine del regno. Nella crisi politica, economica e sociale che da vari anni travagliava il paese fu possibile ai garibaldini annientare la resistenza dell’esercito napoletano, che pure aveva un’ufficialità e uno stato maggiore ben preparati. Il 7 settembre del 1860 Garibaldi entrava in Napoli. Il regime borbonico finiva.”

Nel 1860, l’esercito borbonico e l’impietosa analisi di Morisani

Cesare Morisani (….), nel suo, Ricordi storici. I fatti delle Calabrie nel luglio ed agosto 1860, Reggio, Tip. Caruso, 1872, a pp. 169-170 e ssg., in proposito scriveva che: “L’ accelerata fine di Ferdinando dette le redini del governo in mano del giovane re Francesco, che si trovò accerchiato di traditori, e inmomenti di forti commozioni politiche . – > Sciagurato il re, dice a ragione Cesare Cantù, che > arriva quand’ è sullo scocco una rivoluzione ,> ch’egli non cagiond , ma che non può reprimere, nè sa guidare. >> La costituzione cacciò dal potere gli uomini devoti alla dinastia , per farli sostituire da quelli, che aveano lavorato, e aspiravano al trionfo della rivoluzione, indettati da un Liborio Romano, negazione d’ogni onestà , traditore d’un Re, che s’affidava ai suoi consigli . L’esercito, unico ostacolo al progredire della rivoluzione avea a capo il ministro Francesco  Salvatore Pianell intelligente e capace. Di fronte al nemico non avrebbe calpestata la sua riputazione militare per dare la vittoria all’avversario, che proclamava la libertà, lo dimostrò nel 1848, quand’egli siciliano, capo d’un battaglione si distinse nel combattere a Messina i suoi compatriotti. Fu egli, che aderì alle combinazioni diplomatiche pel ritiro delle regie truppe dalla Sicilia fu egli , che mise in difficile posizione le milizie napoletane in Calabria , richiamando gli uffiziali zelanti del loro dovere in sostituzione di altri vigliacchi, inetti, o traditori, e tanto era certo del trionfo di Garibaldi , che non ostante le ripetute sue dichiarazioni , non volle mai venire in Calabria ad assumere il comando di quelle milizie, egli ambizioso di gloria militare. Fu egli che dissuase il Sovrano dalla resistenza a Salerno d’ onde fece ritirare le truppe per darvi adito a Garibaldi, e quando i suoi compagni si raggranellavano dietro il Volturno intorno al giovane Re, egli ministro e generale lasciava il re, da cui tanti beneficî avea ottenuti, e i suoi commilitoni per correre a Torino, ed inchinarsi al Conte di Cavour, onde ottenere quel grado, a cui la munificenza del Re Francesco l’ avea elevato, e a far parte d’un esercito, che veniva a combattere la bandiera, ch’egli dovea difendere, il Re, a cui avea giurato fede. Con questi uomini al potere Garibaldi, che individuava la rivoluzione dovea trionfare. Egli s’è trovato a fronte di gente corrotta, inetta per comprendere il proprio dovere, la sua missione, avvilita dalla pubblica opinione, che non seppe signoreggiare colla virtù dell’ abnegazione, o la costanza dei sagrifizi. La macchina governativa era guasta, la tolleranza degli abusi non puniti, portò la rovina, che l’esercito calcolatamente tradito, non seppe evitare. Giammai il regno di Napoli ricorda soldati così fedeli alla bandiera, così tenaci nella guerra, ma tali soldati non ebbero un uomo, che avesse saputo guidarli alla vittoria, o morire, e perciò il regno cadde. Ritucci fu titubante non  ebbe fiducia nè in se, nè nella truppa , che comandava, volea ordinarla ed agguerrirla pria di avventurarsi ad un fatto decisivo.”

Nel 1° agosto 1860, il Comitato d’Azione o Unitario nominò Lucio Magnoni come referente per il Cilento

Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10…A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). ….Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (64) postillava che: “(64) Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Etc…(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni).”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”

Nel 2 agosto 1860, a Messina, Garibaldi autorizzò Michele MAGNONI a dare inizio all’insurrezione nel Cilento

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Etc…(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”.  Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “L’esempio di Campagna seguiva anche Rutino. Garibaldi aveva disposto, fin dal 2 agosto, con un onorevole foglio, interamente scritto e firmato dalla sua invincibile mano, che Michele Magnoni lo precedesse nel Salernitano per attizzare il fuoco e promuovervi la rivolta. “Andate, rivoluzionate, perchè la diplomazia non vuole farvi passare lo stretto; altrettanto faranno le Calabrie, e quando un popolo armato vi chiamerà allora lo stretto sarà passato, si vuole o no”. Così gli scriveva il Dittatore in una lettera privata. La delicata ed onorifica missione affidatagli prova come in lui avesse intravista la favilla suscitatrice di quel grande incendio, che veramente si determinò in provincia. Ed ecco il testo dell’incarico: “Comando Generale dell’Esercito Nazionale in Sicilia. Messina 2 agosto 1860. E’ autorizzato da me il Sotto-tenente di Artiglieria Michele Magnoni di recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione in favore della causa nazionale. Garibaldi”. (21).”. Gennaro De Crescenzo, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a mia disposizione da Teresita Magnoni, discendente dai patrioti.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il documento originale dell’inarico dato da Garibaldi a Michele Magnoni si trova conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (ex Grande Archivio). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10….Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (62) postillava che: “(62) Giuseppe Garibaldi a Michele Magnoni, Messina 2 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (64) postillava che: “(64) Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo C. Chizzolini di Capitello, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ma, tornato di soppiatto da Genova l’esiliato Matina, cooperanti con esso lui l’avvocato De Meo e il professore Marciani, un nucleo operativo si costituì prestamente tra’ i più generosi e arrisicati giovani; i quali in breve tempo sparsero i loro influssi tra’ molti e vivaci popolani e artieri e trafficanti della città, e per le loro terre della provincia: poscia i risollevati spiriti dopo le prime vittorie di Sicilia consentirono che un altro centro di azione moderata uomini di credito per intelligenza e dovizie. Trai due centri, allora e poi, non fecero disfatta gli screzii, i rancori e le offese; le quali crebbero poscia per la provincia, come crebbero nella città capo dello Stato, secondo che la vittoria si facea più prossima e secura. Era nei concerti, che il moto si manifestasse sincrono nelle provincie orientali del Regno; però nelle Calabrie e alla Basilicata avesse a precedere, ma a tener dietro il Salernitano; come quello che avea già grande nerbo di truppe regie a guarnigione e ad offesa. In nome del general Garibaldi venne, sull’entrare di Agosto, il signor Lucio Magnone a fine di promuovere lo insorgimento del Salernitano, allora che di simili ufficii erano commessi dal generale a quanti ne sollecitassero il mandato appo lui per le altre provincie; ma la parte viva, pronta, a levarsi sull’armi, teneva ai cenni del signor Matina; e lui aspettavano. Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla prte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; ( e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 384, in proposito scriveva che: “Intanto il 4 aprile Palermo insorge; tutta la provincia di Salerno è come elettrizzata dalla notizia e si prepara ad agire. Si apprende che Giovanni Matina, l’instancabile cospiratore e garibaldino, era giunto da Genova a Napoli; ed allora il Comitato salernitano inviò sollecitamente alui Antonio Carrano ed Antonio de Meo per prospettare lo stato della provincia e per ottenere istruzioni. Questi il 1° maggio s’incontrarono col Matina, il quale comunicò loro il seguente telegramma giunto da Genova: “Oggi partiremo per il continente e con noi verrà Garibaldi”. Seguiva un proscritto: “Si è sospesa per oggi la partenza”(15). Gli emissari, tornati a Salerno, deliberarono con i compagni del Comitato popolare di dar comunicazione del telegramma al barone Giovanni Bottiglieri e a Matteo Luciani per indurli a far causa col Comitato e a serrare le fila in vista dei prossimi rivolgimenti. I due influenti rappresentanti della borghesia mettono in dubbio l’autenticità del documento, si mostrano restii a dare la loro collaborazione etc…Passò così in vani tentativi di progetti e di intesa tutto il mese di maggio.. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Etc..”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”.  

Nel 7 agosto 1860, PIETRO LACAVA si mise alla ricerca delle armi inviate dal Governo Piemontese

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza etc…. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Mazziotti cita il testo di Michele Lacava, fratello di Pietro che, scrisse “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895. Dunque, Mazziotti riporta la lettera di Giacinto Albini dell’agosto 1860 che scriveva a……… L’Albini, nell’agosto del 1860 scriveva: “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito etc…Spero trovarmi presto tra voi. Addio”.”.  Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria di Michele Lacava narra del lungo lavorio che precedette questi accordi.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Dunque, Mazziotti postillava che il Lacava a p. 390 riportava una lettera di Giacinto Albini. Inoltre, Mazziotti, a p. 69, in proposito “Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento e il suo viaggio è narrato in un Diario pubblicato nella detta Cronistoria della insurrezione lucana. Muovendo da Salerno si fermò a S. Antuono e poi di là per S. Mango andò ad Omignano, ove doveva incontrarsi con Leonino Vinciprova, che aveva avuto dal Comitato incarico di ricevere le armi. Il Lacava, essendo partito il Vinciprova, conferì con il fratello di lui Raffaele, e con i cugini Pierluigi e Pasquale Vasaturo, e di là andò a Cannicchio a casa di Giuseppe Pisani. Niuna notizia di armi!. Il Lacava andò a Celso dove si trattenne in casa Mazziotti etc..”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Mazziotti, riguardo la lettera di Giacinto Albini riportata dal Lacava, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava, opera citata, non è chiara a chi sia diretta.”. Riguardo il Vinciprova, Matteo Mazziotti scrisse anche “Ricordi di famiglia (1780-1860)”. , dove ci parla del padre e della sua attività rivoluzionaria al servizio della libertà. In questo testo, Mazziotti scrive delle notizie intorno alla consegna nel Cilento di armi e di Alexandre Dumas padre. Michele Lacava (….), fratello di Pietro, nel suo “Cronistoria documentata della Rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cspirazioni che la precedettero perl Michele Lacava”, Napoli, Morano, 1895, a p. 390, in proposito pubblicò alcune lettere, tra cui: “XLII. Agosto 60. Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2 mila saranno per Basilicata . Il Barone Mazziotta è partito pel Cilento . Da un’ora all’altra 1000 tra Calabri e Siculi e Napolitani approderanno in Calabria per dare il 1 ° impulso alla rivolta . Rispondete immantinenti. Poscia Garibaldi con poderoso esercito. Gli Abruzzi e le Marche appiccheranno all’altro capo contemporaneamente. Spero trovarmi presto tra voi. G. Albini.”, e, sempre a p. 390 presentava un’altra lettera di Carmine Senise: “….Carmine Senise a Francesco Paolo Lavecchia . Corleto 8 Agosto 1860. Caro Ciccio Paolo. Scrivo da Corleto ove mi trovo da ieri sera , donde ripartirò quest’oggi. Con rincrescimento ho appreso essere costà surte delle gare fra voi . Per l ‘ amore di Dio non diamo questi brutti esempi. I tempi che corrono richieggono massimo accordo fra tutti , ed eccessiva prudenza e tolleranza in coloro i quali sono alla direzione delle cose . Sento che vorrebbesi stabilire costà altro Comitato : ciò non sarà mai e per rispetto agli uomini vecchi, e per principio di vedere armonizzati i municipii in un solo nucleoforte e compatto: nell’aspettativa, cioè , de ‘ capi militari, delle armi e di Garibaldi. Affrettate la spedizione della statistica del vostro centro, che pretendesi in cifra.
Credo spedirti altro modulo di statistica generale con la indicazione degli altri paesi di cotesto centro, in linea de’ quali segnerete le cifre che vi daranno le loro statistiche municipali.”
, e, sempre a pp. 390 presentava un’altra lettera del Senise: Carmine Senise a F. P. Lavecchia. 12 Agosto 1860. Carissimo, M’interessa oltremodo che tu non rimanessi l ‘ ultimo fra tanti ad adempiere all’invio delle statistiche….Dimani a sera viene Giacinto con i capi; le armi le avremo fra due o tre giorni: sono già partite le persone per rilevar gli uni e le altre. Prima dei venti ci troveremo in campo, perchè Garibaldi così vuole.”Tommaso Pedio (….), nel suo La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a p. 123 cita il testo di De Crescenzo e scriveva: “555) Alfredo De Crescenzo Alfredo, Lo sbarco garibaldino ad Acciaroli nel 1860, in Numero unico per l’Anniversario della fondazione della Lega Navale a Salerno, Salerno, 1938. Acciaroli è una frazione del comune di Pollica, nel Cilento, e l’unico approdo, prima della Licosa, che offre una certa sicurezza sulla costa cilentana. Gli uomini che sbarcarono avevano il compito di proteggere la marcia delle colonne che, attraverso il lagonegrese, sarebbero passate per il Vallo di Diano dirette a Salerno. Lo sbarco, contrariamente a quel che assume il d. C., non avvenne nel porto di Acciaroli, ma in località tra Lupini e la Torre del Caleo, dove sbocca un sentiero che conduce a Cannicchio, piccolo centro abitato a meno di un chilometro dall’abitato di Celso, patria dei Mazziotti. Dalla famiglia Piantieri di Cannicchio si conserva una lettera inedita di Garibaldi con la quale si ringraziavano i componenti di quella famiglia che, insieme ai Pisani, altra famiglia di Cannicchio imparentata con i Carducci di Capaccio, avevano accolto le avanguardie garibaldine nelle loro case guidandole, successivamente, attraverso i paesi interni del Cilento verso la pianura di Eboli. Sul passaggio delle colonne garibaldine attraverso i paesi lucani, oltre Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1913, pp. 393 ss. e Guida, il Lagonegrese nel secolo XIX, Napoli, 1961, pp. 98 ss., cfr. Carlo Pecorini Manzoni, Storia della 15a Divisione Turr (cit. al n. 477), pp. 148 ss.”. Pedio citava il testo di Carlo Pesce (….) ed il suo “Storia della Città di Lagonegro”, Napoli, 1913 ed indica la p. 393, dove il Pesce, ci parla della marcia di Garibaldi e delle sue truppe verso Napoli ma non riferisce nulla sulle armi spedite dal Piemonte. Stessa cosa per il testo di Guida e del testo tradotto del generale Turr. Su Pietro Lacava, Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “…………”. Riguardo Pietro Lacava, il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, nel 1890 i Ministri Finali e Lacava, il quale nel 1860 era stato Sottogovernatore in Lagonegro, nel 1902 il Presidente dei Ministri Zanardelli. questi tre ebbero ospitalità nel Palazzo della Sottoprefettura.”.  

Nei primi di agosto 1860, a Palermo, l’arrivo dei volontari garibaldini della ex spedizione di CASTELPUCCI, il cui comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, il quale da Palermo si spostò al Faro

Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 112, in proposito scriveva che: “…..ed i partigiani del riscatto d’Italia apprestavano le loro forze per accorrere al trionfo della loro causa……il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali , e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio…..”. Il Pecorini, a p. 112, riferendosi al 17 luglio 1860, aggiungeva che: “Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionato del 46° per attendere all’imbarco di altra gente appartenente alla spedizione. Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro-Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”.   

Nei primi di agosto i primi tentativi di passaggio nelle Calabrie   

Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 139, in pproposito scriveva che: “Oltre a tutte le suddette manchevolezze e debolezze delle truppe regie, aiutò Garibaldi, durante tutta la sua avanzata in Calabria, un altro fattore, il più efficace a rendere le truppe incapaci di lottare e neutralizzare dappertutto l’azione: l’insurrezione scoppiata in ogni punto del territorio calabrese non appena il primo soldato garibaldino ebbe posto piede sulla terraferma. A ciò aggiungevasi un secondo fattore: che il basso clero, in Calabria come già in Sicilia, si pose alla testa della insurrezione. Dappertutto le popolazioni, scacciate le autorità, istituivano governi provvisori e inalberavano il tricolore; in ogni villaggio il popolo si sollevava e accorreva ai punti di adunata. In pochi giorni, oltre 20.000 Calabresi, si movevano e prendevano le armi, anche se queste non erano che vecchi fucili e pesanti schioppi. Il barone Stocco, che organizzò l’insurrezione a San Pietro, chiedendogli Garibaldi quanti uomini fosse in grado di armare, rispose – ed era verissimo: tanti, quanti fossero i fucili. Furono subito portati 10.000 fucili da Messina a Nicastro. La confusione e lo scoraggiamento nell’esercito napoletano aumentavano di giorno in giorno, con l’avanzata di Garibaldi e col dilagare dell’insurrezione. A San Pietro, 7000 uomini delle truppe napoletane fuggirono dinanzi agli avamposti dell’esercito garibaldino. Etc..”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”.  

Nell’8 agosto 1860, al Faro, il primo tentativo di passare alle Calabrie, la compagnia di SACCHI e Musolino    

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro- Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 120, in proposito scriveva: “Il giorno 8 agosto il Generale Garibaldi comunicava a Sacchi l’intenzione di far passare l’istessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il Forte Cavallo , la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle sue forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici. Sacchi colse questa occasione per chiedergli che soldati della sua Brigata facessero parte di quella spedizione: essi anelavano di trovar l’occasione di potersi distinguere al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia, ed egli non la lasciava sfuggire. Una compagnia di 100 e più uomini scelti fra i migliori di tutte le compagnie, fu destinata a quell’arrischiata impresa. Il capitano Racchetti fu preposto al comando, gli ufficiali Corti e Perelli a coadiuvarlo; tutti tre giovani distinti e superiori ad ogni elogio sotto tutt’i rapporti. Alle 5 della sera dell’ 8 agosto al Faro superiore si raccoglieva la Compagnia, e si distribuiva a ciascuno 60 cartuccie ed una coperta di lana , poichè sebbene il caldo fosse eccessivo nel giorno in quei luoghi , assai umida e fredda è la notte; Questa compagnia sorpassava 130 uomini, ma non più che 100 poterono toccare la spiaggia delle Calabrie….”.

Nel 10 agosto 1860, le armi inviate dal Governo Piemontese ai rivoluzionari della Calabria dello STOCCO

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza etc…. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Mazziotti cita il testo di Michele Lacava, fratello di Pietro che, scrisse “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895. Dunque, Mazziotti riporta la lettera di Giacinto Albini dell’agosto 1860 che scriveva a……… L’Albini, nell’agosto del 1860 scriveva: “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito etc…Spero trovarmi presto tra voi. Addio”.”.  Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria di Michele Lacava narra del lungo lavorio che precedette questi accordi.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Dunque, Mazziotti postillava che il Lacava a p. 390 riportava una lettera di Giacinto Albini. Sulle armi consegnate ai Calabresi, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2).. Dunque, Mazziotti, a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria”(3).”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Sulle armi sbarcate in Calabria nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge… Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria” (3). Il 23 agosto lo stesso Persano scrive “Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia avesse sbarcato le armi. “La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4).”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (3) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Mazziotti, cita il “Diario” dell’Ammiraglio Persano, Carlo Pellion di Persano, ammiraglio della marina Piemontese inviato da Cavour a Napoli. Si tratta dell’opera di Pellion Carlo, conte di Persano “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870. Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva ancora che: “Il Nisco narra un importante episodio. Egli scrive: “……”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco, Francesco 2°, pag. 97.”. Mazziotti, a p. 70, nella nota (1) postillava: “(1) Nisco, op. cit., p. 97.”. Si tratta dell’opera di Nicola Nisco (….), e del suo “Francesco II Re”, pubblicato a Napoli, nel 1883 per i tipi di Morano. Infatti, Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco II Re”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Ripigliando la narrazione nello svolgimento rivoluzionario, trascrivo dal Diario di Persano quando egli nota sotto la data del 10 agosto intorno allo sbarco dei fucili da me portati col piroscafo la ‘Dora’. “Di questi fucili mille dovevano essere sbarcati a Mondragone, di poco a nord dalle foci del Volturno; gli altri si dovevano depositare alla spiaggia di Salerno e rimetterli a Francesco Stocco. Un capitano mercantile di nome Domenico Antonio Ventura, ha preso imbarco sulla Dora per servire da pilota ed indicare il punto di approdo. Tutto questo venne combinato di accordo col Nisco, il quale trovò a presentommi il capitano Ventura per tale bisogno”.  La spedizione del Dora per lo sbarco delle armi non fu completamente felice; quelle sbarcate a Mondragone etc…; altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata ed in Calabria etc…La Dora nella sua rotta (per il trasporto delle armi) mi lasciava a Salerno. Ivi andai a trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Ivi andai a trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali avea fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi di non avere missione di indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito a l’Italia qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Etc…”.

L’invio di armi ed aiuti piemontesi ai rivoltosi del Cilento e della Basilicata

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 68-69, in proposito scriveva che: “VI. Fin dal tempo dell’approdo di Garibaldi a Marsala un’attiva corrispondenza si era scambiata tra il Comitato di Napoli ed i nuclei lberali delle provincie per preparare in queste una insurrezione. Si venne all’intesa che essa sarebbe stata iniziata, alla notizia dello sbarco di Garibaldi sul continente, da parte della Basilicata. le altre provincie avrebbero seguito il movimento. “La provincia di Salerno” dicevano le istruzioni “dovrà lanciare i suoi alle spalle delle truppe, che per avventura muovessero su Potenza e Calabria” (1)…. Il Governo di Torino ed il Comitato di Azione di Genova promettevano invio di armi. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria” (3). Il 23 agosto lo stesso Persano scrive “Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia avesse sbarcato le armi. “La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4). Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1) Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria etc…”. Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento e il suo viaggio è narrato in un Diario pubblicato nella detta Cronistoria della insurrezione lucana. niuna notizia di armi!…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis. Comando del primo corpo d’insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 …Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodoro De Dominicis (2)…etc…”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria del Dott. Michele Lacava narra del lungo lavorio, che precedette questi accordi.. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco, Francesco 2°, pag. 97.”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava, opera citata, non è chiara a chi sia diretta.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata ed il Matina chiedeva conto di quelle armi”. Sempre il Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva: “Al cittadino Leonino Vinciprova in Omignano….Nell’elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319 si legge che Odoardo Moreno, già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno, provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Dell’invio delle armi piemontesi, degli aiuti ne parlo per il 30 agosto 1860.  

Nel 10 agosto 1860, Giovanni MATINA capo dell’insurrezione nel Cilento 

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo dutl’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate. A disporle all’azione aveva molto giovato l’opera incessante di Giovanni Matina da Teggiano, anima ardente di cospiratore. Egli espulso dal Regno, era riuscito a tornare clandestinamente da Genova a Napoli ed a mettersi in corrispondenza con i principali nuclei liberali della provincia. Sorpreso ed imprigionato nel Castello dell’Ovo dalla polizia ne uscì per effetto del decreto di aministia che seguì la concessione dello statuto del 21 giugno 1860. Nel manoscritto citato nell’avvetenza a questa narrazione, leggo che Matina si recò allora a Palermo, previo accordi con il Comitato Unitario, per conferire e ricevere ordini da Garibaldi,  e fece ritorno in Napoli verso la metà di Luglio. Il Comitato dell’Ordine diede il 10 agosto al Matina “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata: e a tale oggetto il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10. Michele Magnoni….Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64). Giovanni Matina era responsabile del resto della provincia insieme a Luigi Fabrizi capo militare (65).. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (62) postillava che: “(62) Giuseppe Garibaldi a Michele Magnoni, Messina 2 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nella nota (65) postillava: “(65)  A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione nazionale del salernitano del 1860, Stamperia del Vaglio, Napoli, 1861.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 102, continuando il suo racconto scriveva che: “Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64). Giovanni Matina era responsabile del resto della provincia insieme a Luigi Fabrizi capo militare (65).”. Pinto, a p. 102, nella nota (64) postillava: “(64) 64 Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Pinto, a p. 102, nella nota (65) postillava: “(65) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione nazionale del salernitano del 1860, Stamperia del Vaglio, Napoli, 1861.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo C. Chizzolini di Capitello, ma egli errava perchè non si tratta di Capitello, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 160, in proposito è scritto che: “Ai primi di settembre, oltre alle provincie Calabresi era in movimento la Basilicata ed una parte del Pricipato Ulteriore. A Potenza e nella provincia di Salerno erano instituiti Governi provvisorii. Certo Giovanni Mutina aveva sollevato il distretto di Campagna ed assunto il titolo di prodittatore. Fatto questo movimento, tutta la provincia era insorta, meno il distretto di Salerno.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ma, tornato di soppiatto da Genova l’esiliato Matina, cooperanti con esso lui l’avvocato De Meo e il professore Marciani, un nucleo operativo si costituì prestamente tra’ i più generosi e arrisicati giovani; i quali in breve tempo sparsero i loro influssi tra’ molti e vivaci popolani e artieri e trafficanti della città, e per le loro terre della provincia: poscia i risollevati spiriti dopo le prime vittorie di Sicilia consentirono che un altro centro di azione moderata uomini di credito per intelligenza e dovizie. Trai due centri, allora e poi, non fecero disfatta gli screzii, i rancori e le offese; le quali crebbero poscia per la provincia, come crebbero nella città capo dello Stato, secondo che la vittoria si facea più prossima e secura. Era nei concerti, che il moto si manifestasse sincrono nelle provincie orientali del Regno; però nelle Calabrie e alla Basilicata avesse a precedere, ma a tener dietro il Salernitano; come quello che avea già grande nerbo di truppe regie a guarnigione e ad offesa. In nome del general Garibaldi venne, sull’entrare di Agosto, il signor Lucio Magnone a fine di promuovere lo insorgimento del Salernitano, allora che di simili ufficii erano commessi dal generale a quanti ne sollecitassero il mandato appo lui per le altre provincie; ma la parte viva, pronta, a levarsi sull’armi, teneva ai cenni del signor Matina; e lui aspettavano. Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla prte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; ( e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo. Il Matina invece non accettò che lo indirizzo, gli uomini, e i sussidi del ‘Comitato Unitario’; dal quale il 23 di agosto, fu nominato “Alto Commissario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna (1)”; doppoichè pel distretto di Vallo avea dato nome ed ufficio medesimo a Lucio Magnone. Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico (31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era medico del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima di patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 140 e ssg., riferendosi a Boldoni, in proposito scriveva che: “Eletto da questa parte all’impresa di Basilicata, non pria che fossero nel carro della ferrovia egli conobbe Nicolò Mignogna; e non pria che a Corleto seppe aver lui uno special mandato, e forse la confidenza, del General Garibaldi. E Nicolò Mignogna, di Taranto, vecchio apostolo della libertà, esperto tramatore di congiure a pro di essa; e di essa provato amante ai travagli della carcere frequente e dell’esiglio, era in Genova vissuto tra coloro, che, non reputando l’amor della patria siccome cianciera virtù da accademia, estimano quella esser più patriottica politica che sia men pigra agl’impazienti. Ito in Sicilia uno dei Mille, fu poscia in Napoli in quel gruppo di uomini, animosi e operativi, che in quel momento di focosa contraddizione al comitato dell’Ordine rifatto, costituirono il comitato dell’Azione. Questo, e le antecedenti brighe che vennero al Boldoni dal suo comando dei volontari, di Piacenza, non metteano sentimenti di mutua soddisfazione tra essi, etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo dutl’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i qauli, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc….”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 163, in proposito scriveva che: “Il Quadro cambiò definitivamente con la concessione dell’Atto Sovrano del 25 giugno 1860. Di fronte all’avanzata garibaldina infatti, Francesco II, con la speranza di arrestare la rivoluzione, ripristinò la Costituzione del 1848, concesse un’amnistia per tutti i reati politici richiamand gi esuli, riprendendo, su suggerimento di Napoleone III, le trattative per un’alleanza con il Piemonte. La notizia giunta, nella provincia Citeriore, destò grande gioia ed aspettative. Già dalle settimane successive, i patrioti cominciarono a tornare dai terrtori d’esilio a centinaia e, insieme a quelli che uscirono dal carcere, poterono spendere l’autorevolezza di oltre un decennio di lotte politiche pagate a caro prezzo, riprendendo i contatti con i rivoltosi del luogo, e ridando slancio dinamico all’iniziativa politica nei distretti. Soprattutto Giovanni Matina, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Nel Cilento il nome e la fama di Garibaldi cominciò a diffondersi ancora prima che venisse accesa la scintilla della rivolta. La notizia dello sbarco di Garibadi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuiron anche cinque Cilentani tra i mille, nonchè l’opera deifratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garialdine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia etc…..Non si riesce a comprenere alla lettura delle fonti archivistiche, se sia stata l’abilità della popolazione e dlittedibili nel dissimulare la situazione o il disorientamento della polizia e dei funzionari pubblici, ta di fatto che proprio quando in Sicilia si proseguiva la rivolta, dal distretto di Vallo venivano inviate relazioni confortanti, nonostante che la penuria agricola ed economica rendesse il popolo irrequieto. Il Sottointendente di Vallo, in un suo rapporto sullo spirito pubblico scriveva: “Posso infine etc….”(206).”. Del Duca, a p. 159, nella nota (206) postillava: “A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, 1860, Relazione del Sottointendente di Vallo sullo spirito pubblico nel distretto di Vallo, busta 82, fascicolo 9.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “La notizia infatti dello sbarco di Garibaldi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuirono anche cinque cilentani tra i mille, nonchè l’opera dei fratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garibaldine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia che ormai, ritenevano i tempi maturi per passare dalle strategie alle azioni.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 3, in proposito scriveva: “Per intendere come si giunse e come funzionò la Prodittatura Lucana, è utile dare uno sguardo generale e riassuntivo a tutto quel movimento liberale, che si era svolto in quella regione dal 1848 in poi. Gli eventi di quell’anno e quelli che seguirono, cacciarono anche là molte persone nelle galere, altre ne spinsero in esilio, ne spaventarono e paralizzarono altre; mentre d’altra parte sorgeva un elemento giovane e nuovo, che, prima ignoto o appartato, ripigliava quel movimento in conformità della sua educazione e delle condizioni generali. Avvenuta l’insurrezione del 18 Agosto 1860, tutto il paese, com’è facile immaginare, si trovò innanzi a nuovi compiti, soprattutto a compiti reali ed anche urgenti…..In questa azione si trovarono a cooperare con le loro passioni, coi loro presupposti, con i loro precedenti sopravanzati al 1848, patrioti allora liberati dalle galere, reduci dall’esilio ed elementi nuovi,con tutte le modalità e varietà, che sogliono presentare questi avvenimenti; …..(p. 4) Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro raprresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura i chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”.

Nell’agosto 1860, l’ESERCITO MERIDIONALE costituito da Giuseppe Garibaldi per lo sbarco in Calabria: la 15° Divisione (ex spedizione Pianciani ed altri) e la 16° Divisione affidata a Bixio 

Da Wikipedia leggiamo che L’Esercito meridionale fu la forza armata che si costituì in seguito alla Spedizione dei Mille. Tale denominazione ufficiale fu data da Giuseppe Garibaldi. Questo esercito, composto da volontari italiani e anche stranieri, raggiunse circa 50.000 uomini. Gli ufficiali indossavano l’uniforme di colore rosso, e quindi tutti i combattenti, come i Mille, furono definiti “camicie rosse”. Venne disciolto prima della proclamazione del Regno d’Italia. Quando Garibaldi sbarcò a Marsala nel maggio 1860, la colonna di volontari italiani settentrionali era composta da I Mille (tra i quali 45 siciliani). A loro si aggregarono subito quasi 200 volontari siciliani. Quando il generale proclamò la Dittatura garibaldina della Sicilia a Salemi, ancora altri siciliani si arruolarono, guidati dai fratelli Sant’Anna. Il 14 maggio arrivarono 500 volontari siciliani, dalle campagne di Erice, al comando di Giuseppe Coppola e del medico Rocco La Russa e combatterono già nella battaglia di Calatafimi. Quando arrivarono a Palermo i picciotti erano 3.000 e al termine della battaglia erano arrivati a 6.602. Dopo la presa di Palermo (30 maggio), i Mille si erano ridotti a 600 unità, ma a giugno cominciarono ad arrivare via mare anche i rinforzi dall’Italia del nord: i primi furono quelli della spedizione Agnetta, arrivati a Marsala il 1 giugno; seguirono i 2.500 uomini al comando di Giacomo Medici; altri volontari, poi aggregati alla divisione di Enrico Cosenz, furono gli 800 partiti da Genova col vapore “Washington” il 2 luglio 1860 e sbarcati il 5 luglio a Palermo. Le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Durante l’avanzata delle camicie rosse sempre più combattenti di tutte le province meridionali si aggregarono progressivamente all’armata. Da Wikipedia leggiamo che gli sbarchi dei rinforzi alla spedizione dei Mille avvennero nel 1860 durante la spedizione dei Mille. Dopo il primo sbarco, avvenuto a Marsala, che fu utile alla realizzazione di una testa di ponte, nel corso dei mesi successivi vennero effettuati in Sicilia numerosi altri sbarchi: infatti nel periodo da giugno a settembre 1860 giunsero un totale di circa 21.000 volontari, che assieme agli altri volontari arruolati nel Sud Italia contribuirono a formare il cd. Esercito Meridionale. Le partenze vennero quindi interrotte da Cavour, perché lo stesso aveva deciso di procedere alla occupazione dello Stato Pontificio. Il primo sbarco avvenne a Marsala: vennero effettuati in Sicilia numerosi altri sbarchi nel periodo da giugno a settembre 1860, per un totale di circa 21.000 volontari, che assieme agli altri volontari arruolati nel Sud Italia contribuirono a formare l’Esercito Meridionale. Le partenze delle navi di volontari venivano effettuate quasi sempre da Genova ed in alcuni casi da Livorno, effettuando scalo intermedio in Sardegna. Oltre allo storico Trevelyan, che ha redatto il sottoindicato riepilogo, gli sbarchi successivi sono descritti da vari autori, tra i quali Osvaldo Perini, il quale descrive in dettaglio anche la vicenda della cattura da parte della Marina Borbonica delle due navi della Spedizione Corte (Utile e Charles and Jane) con a bordo circa 930 volontari (vedi: La cattura del Gruppo Corte). Il Medici, coadiuvato dal maggiore Clemente Corte e da Daniele Cressini fondò un Ufficio militare, per arruolare altri volontari, da tutte le classi della società, da inviare in Sicilia con le relative dotazioni militari, ricorrendo ai comitati patriottici e a tutti i simpatizzanti, riuscendo a raccogliere circa 15.000 volontari.  Il Perini illustra anche come il Comitato politico di Milano ed il Comitato politico di Ferrara, quest’ultimo condotto da Paolo Da Zara di Padova, contribuirono a raccogliere molti volontari e che il Comitato per l’Emigrazione Veneta di Milano, condotto da Pietro Correr aveva da solo raccolto oltre 8.000 volontari tra i quali anche un elevato numero di trentini e veneziani appartenenti in gran parte alle province ancora occupate dall’Austria. Si tratta del testo di Osvaldo Perini (…), e del suo, La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia, Editore F. Candiani, 1861. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Subito dopo la capitolazione dei regi, Garibaldi provvide alle necessità del governo dell’isola. Organizzò la Guardia nazionale in cinque legioni per il servizio d’ordine pubblico nella capitale e sciolse quelle squadre siciliane che non riteneva sicure per l’ordine pubblico. Ma suo maggior pensiero fu quello di costituirsi un piccolo esercito organizzato, formò pertanto, considerandola a suo avviso, come una appendice dell’esercito sardo, una Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Con un ulteriore decreto del giorno successivo si emanava l’organico della “Marina militare siciliana”. Il 14 luglio fu istituito il Corpo dei Carabinieri di Sicilia. Con un ulteriore decreto del giorno successivo si emanava l’organico della “Marina militare siciliana”. Il 14 luglio fu istituito il Corpo dei Carabinieri di Sicilia. Giuseppe Paternò nel 1860 partecipò attivamente alla campagna meridionale di Giuseppe Garibaldi: il 2 luglio, con decreto dittatoriale n° 79 fu nominato tenente generale e comandante la XVIª Divisione dell’esercito meridionale, mentre il 30 agosto ricoprì l’incarico di segretario di Stato della Guerra del governo dittatoriale. Quando i garibaldini dal 19 agosto sbarcarono in Calabria, affluirono nell’esercito volontari calabresi e, giunti in Basilicata, si aggregarono a Garibaldi 2.000 uomini della Brigata Lucana e l’Esercito da siciliano, fu denominato meridionale. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma per continuare la marcia sul Continente, era necessario gettare le basi per la organizzazione di un Esercito Meridionale. L’espediente dei “Cacciatori di Sicilia” non dette buoni risultati, e il Corpo fu sciolto. Fu sciolto anche perchè da Genova sbarcarono il 17 giugno ben 4000 volontari al comando del Gen. Medici del Vascello, e qualche giorno dopo, altri 2000 volontari toccarono il suolo di Sicilia, al comando del Gen. Cosenz: ufficiali garibaldini entrambi, rimasti a Genova per l’arruolamento di uomini e l’acquisto di armi. E così, l’8 luglio, ai piedi del Monte S. Pellegrino, Garibaldi potè passare in rassegna i primi battaglioni del nuovo esercito liberatore.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Questo esercito doveva subito costituirsi in una divisione composta di due brigate, ciascuna delle quali di quattro battaglioni. Il comando della divisione e della 2° brigata fu assunto dal Turr e quello della 1° brigata da Bixio. Capo di Stato maggiore fu nominato il maggiore Spangaro. La sua forza iniziale non superava i mille uomini, ma doveva ben presto essere aumentata dai contingenti di altre due spedizioni che si preparavano a Cornigliano ed a Sestri, la prima di 900 uomini guidati da Clemente Corte, sbarcata il giorno 8 sul clipper americano ‘Charles and Iane e la seconda imbarcata il 10 sui piroscafi ‘Washington, Oregon e Franklin’ al comando di Medici e forte di altri 2500 volontari. Un piccolo rinforzo era intanto giunto da Genova, guidato da Carmelo Agnetta, esule siciliano, che con 60 uomini e un migliaio di fucili era sbarcato a Marsala, aveva percorso la via battuta dai Mille ed era arrivato il giorno 7 a Palermo. Altri 1500 fucili aveva pure mandato il Fabrizi da Malta.”. Cesari, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Cesari, a p. 141, in proposito scriveva che: “Il Cosenz, nominato allora generale, fu da Garibaldi incaricato di formare subito coi suoi 1500 uomini e con altri che vi si aggiunsero, una divisione, che dopo quella di Turr (15°) assunse in conformità dell’ordine del giorno precisato la numerazione di 16°, in continuazione cioè a quelle dell’esercito regolare. Per il momento questa divisione si compose di una sola brigata su due reggimenti, più una compagnia di carabinieri genovesi. Il comando del 1° reggimento fu dato al colonnello Fazioli e quello del 2° al colonnello Filippo Borghesi.”. Questa descrizione riguarda le compagnie in stanza in Sicilia che andarono all’attacco. Cesari nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada’ accorrenti sulle terre nostre. Sembra su’ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su’ Siciliani benchè l’ossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fe’ pensiero su’ novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittar nel Romanesco, statuì andar egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello stretto’ e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove’ s’organava il corpo di spedizione, coll’ aiuto de’legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino per rispondere a voce a quel re sull’ assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’1 2 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “L’avanzata di Garibaldi in Calabria fu una passeggiata militare. L’esercito garibaldino in Sicilia constava, il 18 agosto, quando ebbe luogo lo sbarco sulla costa calabrese (1), di 25.000 uomini di truppe regolari. Di questi 25.000 uomini, 18.000 erano concentrati a Messina e dintorni, mentre la colonna Bixio teneva in osservazione i presidi di Augusta e di Siracusa. Il complesso delle forze era ripartito in quattro Divisioni, sotto il comando dei generali Turr, Cosenz, Medici e Pianciani (1) .la cavalleria contava 500 uomini, l’artiglieria 450, il genio 120. La flotta si componeva di una pirocorvetta  di undici vapori da trasporto, l’artiglieria di 17 fra obici da montagna e cannoni da campagna. Quasi tutto l’esercito era armato di carabine Enfield; 40.000 fucili si trovavano a Messina, pronti ad essere trasportati in Calabria. L’esercito comprendeva una compagnia ungherese di 50 uomini, una svizzera di 120, una francese di 17, una inglese di 25. Il colonnello Peard comandava un’ottima compagnia di fucilieri con carabine e revolver. Egli è quell’inglese di cui giornali tedeschi conservatori, che scrivono al soldo dell’Austria, durante la campagna del ’59 raccontarono la sciocca favola ch’egli si era aggregato ai Cacciatori delle Alpi etc…Mister Peard è un gentleman della Cornovaglia, persona rispettabile sotto ogni riguardo, e per giunta uomo di cuore, d’ingegno e di carattere. Ha vissuto a lungo in Italia e conosce bene le cose italiane…..Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi…..”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo etc…”.”, e aggiunge che Rustow raccontava che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Capua. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolfe, etc….Su Puliga, su Wikipedia leggiamo che Carlo Alberto Quigini Puliga partecipò alla campagna navale del 1860-1861 imbarcato dapprima sulla corvetta a ruote Governolo, e poi sulla pirofregata Vittorio Emanuele, venendo decorato con una medaglia d’argento al valor militare per essersi distinto nei combattimenti sul Garigliano e a Mola di Gaeta. Il 1 settembre 1860 venne promosso sottotenente di vascello, e luogotenente di vascello di seconda classe il 1 ottobre 1862. Dunque egli faceva parte della marina Piemontese, forse inviato a Paola e a Sapri dal Persano. Sempre su Wikipedia leggiamo che il “Governolo” è stata una pirofregata di II rango a ruote della Regia Marina, già della Marina del Regno di Sardegna. Dopo aver fatto la spola insieme ad altre fregate e vapori sardi, il Governolo fu assegnata poi alla squadra comandata dall’ammiraglio Persano, la Governolo partì da Napoli il 13 (per altre fonti 11) settembre 1860 per prendere parte all’assedio di Ancona. Riguardo il “Wolf” citato da Rustow (….), che dice: “…Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. Dunque, Wolf era uno dei tanti volontari Bavaresi. Da Wikipedia si apprende che  Erano presenti anche volontari stranieri, affluiti in tempi diversi. Risultano impiegati in combattimento il 1-2 ottobre, circa 200 cavalleggeri ungheresi e altri 200 fanti ungheresi. In precedenza furono impiegati 50 francesi di De Flotte caduto in Calabria. Erano presenti anche un centinaio di disertori borbonici stranieri comandati da Wolfe gruppi di britannici (19), la presenza di soldati stranieri borbonici era molto più alta, infatti al comando di Von Mechel erano 3.000 soldati, oltre ad alcune compagnie svizzere chiamate Schweizertruppen. Il 15 ottobre le navi Emperor e Melazzo sbarcano a Napoli la Legione Britannica, chiamata anche Garibaldi Excursionists composta di circa 600 volontari successivamente impiegati in alcuni combattimenti. La notizia del Wolf proviene dal Treveljan. In Sicilia parecchie migliaia di siciliani si arruolarono inquadrati in reggimenti e addestrati da ufficiali del luogo, del nord Italia e inglesi.. Era presente il tedesco Wilhelm Friedrich Rüstow, capo di stato maggiore di Divisione di Garibaldi, che scrisse un libro sulla Spedizione,tra i britannici erano presenti: Hugh Forbes, ingegnere e linguista inglese che aveva già combattuto con Garibaldi nel 1849, Percy Wyndham, l’irlandese artigliere Dick Dowling e per breve tempo gli americani Catham Roberdeau Wheat e Charles Carrol Hicks, che tornarono in America per combattere con i confederati, John Whitehead Peard, il “garibaldino-inglese” “sosia” di Garibaldi, con busto al Gianicolo di Roma e il carismatico inglese colonnello John William Dunne, che in Sicilia era soprannominato “milordo” dai coraggiosi ragazzi siciliani di strada arruolati nel suo reggimento, da non confondersi con la Legione Britannica, sbarcata solo successivamente a Napoli, nel reggimento di Dunne solo una parte degli ufficiali erano britannici e i soldati tutti sicilianI, Dunne fu ferito a Capua. Durante la battaglia del Volturno si distinte lo scozzese capitano Cowper di Aberdeen, che comandava una batteria di artiglieri e diversi altri scozzesi facevano parte dei volontari, anche per la grande popolarità di Garibaldi in Scozia, dove molti vedevano in lui il Wallace italiano.. Hugh Forbes, un ufficiale dell’esercito britannico, ha scritto questo manuale per addestrare i volontari patriottici nell’arte della guerra. Forbes descrive le tattiche utilizzate dall’esercito regolare e come le stesse possono essere adattate per la guerra irregolare. Questo manuale è stato scritto nel XIX secolo ma rimane attuale oggi, perché molti dei consigli di Forbes sono ancora validi per chiunque desideri addestrarsi alla guerra di guerriglia. 

                                        GIOVANNI ACERBI INTENDENTE GENERALE DELL’ESERCITO

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Battista Acerbi, a Genova collaborò con Mazzini alla preparazione del moto milanese del 1853. Nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Nel 1860 fu uno dei Mille e assunse le funzioni, con Ippolito Nievo come vice, d’intendente generale della spedizione garibaldina. Poiché la spedizione doveva avere un’Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Da Wikipedia leggiamo che nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Nel 1860 fu uno dei Mille e assunse le funzioni, con Ippolito Nievo come vice, d’intendente generale della spedizione garibaldina. Giulio Cesare Abba (….), nel suo “Storia dei Mille” scriveva: “Poiché la spedizione doveva avere un’Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse.”. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” leggiamo che Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, Giovanni Cenni fu nominato Intendente Generale del Corpo d’armata dell’Esercito Meridionale di Garibaldi in Calabria. 

ELENCO dei Corpi che componevano l’Armata dell’Italia Meridionale sciolta l’11 Novembre 1860
Stato Maggiore GeneraleCapoLuog. Tenente Gen. Sirtori
Quartier GeneraleCapoColonnello Cenni
Int.a Generale dell’ArmataIntendente GeneraleAcerbi

La BRIGATA EBER 

Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. Nandor Eber comandava la Legione Ungherese. Da Wikipedia leggiamo che tra i corpi stranieri dell’Esercito Meridionale costituito in Sicilia da Garibaldi vi era la Legione Ungherese. Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al “garibaldino-finlandese” Herman Liikanen. Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) è stato un giornalista e militare ungherese naturalizzato britannico, prese parte alla spedizione dei Mille. Ferdinand Eber giunse in Sicilia come corrispondente del “Times” per cui lavorava dall’epoca della guerra in Crimea. Dopo aver fornito a Garibaldi informazioni utili sullo schieramento borbonico all’interno della città di Palermo, il 16 maggio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. La legione ungherese era un’unità militare di cavalleria creata da Giuseppe Garibaldi, parte dell’esercito meridionale garibaldino, attivo tra il 1860 e il 1867 Era così detto poiché composta da esuli e soldati magiari che avevano già combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il periodo del Risorgimento, come Stefano Turr. Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Dunque, il Cesari, a p. 138 scriveva che: “….la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che la Brigata Eber era la 2à Brigata che faceva parte della Divisione Turr.  

GIUSEPPE SIRTORI

Da Wikipedia leggiamo che il generale Giuseppe Sirtori, fu Capo di Stato Maggiore di Giuseppe Garibaldi lungo l’intera spedizione dei Mille e ultimo comandante dell’Esercito meridionale. La sua movimentata esistenza racchiude l’intero spettro delle possibili evoluzioni politiche del lungo Risorgimento italiano. Nel marzo 1860, venne eletto deputato al parlamento di Torino del nuovo Regno di Sardegna per il collegio di Missaglia, allora Provincia di Como e, per procurarsi un abito adeguato, fu costretto a chiedere aiuto ad uno dei fratelli ai quali poteva, finalmente, riavvicinarsi. Fu allora che il generale Garibaldi, il quale andava preparando la spedizione dei Mille, lo volle accanto a sé e lo imbarcò nella prima spedizione, partita da Quarto la sera del 5 maggio. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 191, in proposito scriveva: “Giuseppe Sirtori all’inizio della campagna dei Mille aveva quasi 47 anni, uomo fatto quindi ed ormai anche vecchio per certe imprese e per nutrire soverchie illusioni…Come vedremo, egli era tenuto al corrente degli avvenimenti di Sicilia e di Genova da Giovanni Acerbi, che fu poi capo dell’Intendenza dell’armata garibaldina dal principio alla fine della campagna…..Il Sirtori fu per il primo promosso maggior generale, ond’egli fu il più anziano dei generali garibaldini, innanzi a Turr, Bixio, Carini, La Masa, Orsini ed altri i cui nomi figurano scritti da Garibaldi stesso su un foglio conservato tra le carte Sirtori su cui questo è classificato “primo fra i Mille”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “Proseguendo nel racconto degli avvenimenti. Appena entrato in Palermo, Garibaldi pose mano alla instaurazione del nuovo ordine di cose nell’isola redenta. Il Sirtori fu per il primo promosso maggior generale, ond’egli fu il più anziano dei generali garibaldini, innanzi al Turr, Bixio, Carini, La Masa, Ordini ed altri i cui nomi figurano scritti da Garibaldi stesso su un foglio conservato tra le carte Sirtori su cui questi è classificato “primo fra i Mille”. Nel proseguimento della campagna, ripresa con l’arrivo della spedizione Medici, Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardega, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilitàò di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente,  cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”

MAXIME DU CHAMP, colonnello dell’Esercito Meridionale e nello Stato Maggiore del generale Turr

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 213, in proposito scriveva: La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…”. Dunque, secondo il Pecorini-Manzoni, il celebre romanziere francese, Maxime Du Champ, fece parte dello Stato Maggiore della Divisione Turr. Maxime du Champ (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles” riportava le testimonianze, le lettere di garibaldini. Da Wikipedia,  Da Wikipedia leggiamo che: figlio di un noto chirurgo, studiò legge e si dedicò alla pittura negli anni giovanili. Giornalista e grande viaggiatore, per i suoi scritti e le foto dei suoi viaggi si può considerare il primo inviato speciale dei suoi tempi. Volontario nella spedizione dei Mille, lasciò la sua testimonianza nella sua opera: L’expédition des Deux Siciles, (tra i pochi suoi scritti, ad oggi, tradotti in italiano). Questa sua testimonianza è preziosa perché è l’unica che ci è pervenuta dal continente mentre altri scrittori ne hanno scritto in modo parziale. Da Wikipedia leggiamo che Maxime Du Champ fu  giornalista e grande viaggiatore, per i suoi scritti e le foto dei suoi viaggi si può considerare il primo inviato speciale dei suoi tempi. Volontario nella spedizione dei Mille, lasciò la sua testimonianza nella sua opera: L’expédition des Deux Siciles, (tra i pochi suoi scritti, ad oggi, tradotti in italiano). Questa sua testimonianza è preziosa perché è l’unica che ci è pervenuta dal continente mentre altri scrittori ne hanno scritto in modo parziale. Maxime Du Champ scriveva e pubblicò il suo  Diario sulla marcia delle Calabrie. Egli, con il suo battaglione arrivò a Lauria, passò vicino Trecchina ed arrivò a Lagonegro. Dal racconto di Du Champ non sono scritte le date ma, da alcune citazioni, ad esempio di dispaccio si può intuire la data che riguardava ad esempio la permanenza a Lagonegro. Di sicuro la sua brigata si trovava a Lagonegro il 7 settembre 1860 perchè arrivò un dispaccio che Garibaldi era a Napoli. Quale fosse la brigata a cui apparteneva il Du Champ, si evince da alcune sue parole. Du Camp parte il 13 agosto 1860 da Genova, dove si è unito a un gruppo di patrioti ungheresi che gli saranno compagni durante tutta la spedizione, tra cui Téléki e Türr che lo nominerà suo colonnello . Egli arriva dunque in Sicilia proprio nel momento in cui, conquistata la maggior parte dell’isola, i Garibaldini si apprestano a sbarcare in Calabria. La sua partecipazione all’impresa dei Mille si svolge prevalentemente sul continente, secondo un itinerario che lo condurrà da Pizzo, Scilla, Cannitello a Bagnara Calabra, quindi Palmi, Mileto, Maida, Soveria, Marcellinara, Catanzaro, Tiriolo, Rogliano, Cosenza, Castrovillari,Castelluccio, Lauria, Lagonegro, Eboli, Salerno, fino a Napoli che raggiunge il 9 settembre, due giorni dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi in città, e poi Caserta, il Volturno e Capua. Malgrado il titolo e seppur divisa in tre parti: La Sicile, Les Calabres, Naples et les avant-postes de Capoue, la seconda parte dell’Expédition che consta di ben otto capitoli (circa 150 pagine nell’edizione del 1861) ne costituisce il nucleo principale e per certi versi, come vedremo, il più originale. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “De’ molti stranieri che capitavano al nostro quartiere perchè amici del Turr e dell’Eber, rammento ancora il conte Teleky etc..; il parigino Maxime Du Camp, alto, bruno, innamorato della nostra Italia e della camicia rossa che indossava; come l’indossava un turco autentico, Kadir bey, buon diavolo, grande amico di Turr, ….l’inglese Austin Dohnage, etc…; ma Eber non sapendo dove impiegarli, li aveva dispensati dal servizio, etc…”. Du Champ, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando).  Guido Macera (….), nella sua “Introduzione”, al testo-tradotto in italiano di  Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 10, in proposito scriveva che: “….e soprattutto nell’Expedition des deux Siciles, a proposito della quale il vecchio Grand dictionaire universel del Larousse dà la seguente notizia ed il seguente giudizio: “Nous le tretrouvons ensuire à Palerme, puis à Naples, dans l’état-major du général Turr, avec le rang nominatif de colonel, payant de sa personne à la journée du ler octobre. A son retour, il publia l’Expedition, un de se beaux livres, etc…”, che tradotto significa: “Lo troviamo poi a Palermo, poi a Napoli, nello stato maggiore del generale Turr, col grado nominale di colonnello, a pagare di persona la giornata del 1° ottobre. Al suo ritorno pubblicò la Spedizione, uno dei suoi bellissimi libri, ecc…”. Dunque, sendo il dizionaro Larousse, Maxime Du Champ è a Palermo e a Napoli nello stato maggiore del generale Turr, con il grado nominale di colonnello. Infatti, seguendo il suo racconto, sebbene non sia molto chiaro il suo grado, è pacifico che egli si trovasse al seguito degli altri ufficiali, come Pietro Spangaro dello Stato Maggiore del generale Turr. Guido Macera (….), nella sua “Introduzione”, al testo-tradotto in italiano di  Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 7, in proposito scriveva che: “Non solo fra i memorialisti garibaldini il Du Champ fu l’unico che percorresse tutto intero l’itinerario “continentale” della spedizione, lasciando un ritratto in forte rilievo del paese più segreto del Mezzogiorno e cioè della Calabria, quale allora poteva apparire agli occhi di un viaggiatore, per così dire, professionale; laddove, ad esempio, l’Abba fu imbarcato a Messina insieme con quel “centinaio di feriti o malati che se ne vanno a casa per un pò di giorni”, ed a sua volta il Bandi si spine soltanto fino a Paola, dove salì a bordo dell’Elettrico, avendo “udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli” e siccome gli “tardava raggiungerlo per ripigliare presso di lui il posto che aveva lasciato per accompagnarsi col colonnello Melenchini.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 184, in proposito scriveva che: “Passano i nostri poco numerosi cavalieri agli ordini di Caselli, poi due brigate, quella di Sacchi e quella di Bixio.”. Du Champ, a p. 144 scriveva che egli ed il colonnello Sàndor Teleky dovettero ripartire per Bagnara, allo scopo di far accelerare la marcia della brigata Eber. Dunque, Du Champ che si trovava a Monteleone partì con il colonnello Teleky per Bagnara Calabra. Du Champ, a p. 77, scriveva che: “Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; …L’eccellente banda della brigata Eber (2) etc…”. Essi si trovavano a Messina, dopo un ricevimento dato dal generale Turr. Du Champ, o chi curava il testo tradotto, a p. 77, nella nota (1) postillava: “(1) * Pietro Spangaro (Venezia 1823 – Milano 1894). Nella spedizione dei Mille si segnalò più volte come buon comandante sul terreno e per personale bravura. Molto si legò a lui il Ducamp, come si vedrà nel corso del libro.”. Du Champ, a p. 77, nella nota (2) postillava: “(2) *Ferdinando Eber, compagno del Turr nella guerra rivoluzionaria d’Ungheria. Divenuto d’un tratto – scrive il Bandi – da corrispondente del Dayli News comandante di brigata. E tuttavia la sua azione di comando doveva rivelarsi preziosa nella decisione della battaglia del Volturno.”. Nel 22 agosto 1860, il Du Champ ed il suo battaglione si trovava ancora in albergo a Messuna ed il 23 gli arriva il dispaccio della resa di Melendez e Briganti. Du Champ scrive che il 24 agosto doveva tenersi pronto per il passaggio in Calabria. Lui ed un altro doveva accompanare Turr che aveva già oltrepassato lo stretto di Messina, escluso la brigata Eber. Si trovavano con Turr a Punta del Pizzo. Lì, a p. 126 accadde: “Allora il colonnello Spangaro etc…”. Passa Bagnara, Milazzo, Monteleone. Du Champ, a p. 144, scriveva che: “..ed il colonnello Teleky ed io dovemmo ripartire per Bagnara, allo scopo di far accelerare la marcia della brigata Eber; quanto al generale Turr, restava naturalmente accanto a Garibaldi.”. Arrivati a Bagnara, a p. 146, scriveva che: “Passammo sopra i soldati coricati ed addormentati sulla sabbia, comunicammo al generale Eber gli ordini di cui eravamo portatori, ed alle quattro, allo spuntar del giorno, la comitiva si rimise in marcia.”. La brigata Eber si rimise in marcia da Bagnara. A Palmi presero alloggio nel quartier generale con Turr, in una grande casa. Garibaldi era ripartito da Palmi. Du Champ rimessosi in marcia arriva a Rosarno. Arrivano a Mileto, e a Monteleone, intorno al 27 agosto 1860. A p. 170, dove scriveva: “Le stelle già brillavano da un pò quando arrivò la brigata Eber; veniva ad accamparsi nella città, al posto delle truppe del generale Cosenz, le quali partivano da Monteleone.”. Da Monteleone passarono a Pizzo. Passarono per Palmi, Rosarno, Laureana, il fiume Mesima, Villa San Giovanni, Mileto, Monteleone, Pizzo, il fiume Lamato, Maida, Nicastro, Marcellinara il 1° settembre 1860, Tiriolo, Soveria (da non confondere con la Soveria dietro Cosenza), Catanzaro, Cosenza, Soveria, Rogliano, Cosenza, Palmi, dove si imbarcano per raggiungere Sapri. Du Champ, a p. 232 scriveva: “Riuscimmo finalmente a scovare due muli e a lasciare Cosenza. Tutte le brigate che arrivavano nella città ricevevano l’ordine di recarsi senza indugio a Palmi, dove le si faceva imbarcare per Sapri; di là venivano dirette su Salerno. I nostri bravi muli, “quei cari amori”, come li chiavava Spangaro.”. Da Cosenza arrivano a Tarsia, Spezzano, Morano Calabro, Rotonda, Castelluccio, verso le due del mattino del giorno ?. Uscendo da Castelluccio si trovarono in Basilicata. A Lauria la ruota del calesse o “vettura” si sfascia completamente. Dopo Lauria incontrano Trecchina, il fiume Noce, ed arrivano a Lagonegro, dove essi bivaccano fino al 7 settembre 1860 quando, Garibaldi era entrato in Napoli, alle “undici”. Da Lagonegro si fermarono a Sala Consilina e poi ad Auletta, dove giorni dopo la marcia proseguì. Maxime Du Champ (….), descrisse il suo viaggio e la sua marcia attraverso le Calabrie, dopo lo sbarco sul Continente di Garibaldi e dell’Esercito Meridionale. In particolare Du Champ descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”

Il generale ENRICO COSENZ 

Al momento della spedizione dei Mille, chiese all’esercito piemontese la dispensa dal servizio, per seguire Garibaldi col grado di colonnello brigadiere. Giunse in Sicilia con la terza spedizione di rinforzo (dopo la prima di Garibaldi e la seconda di Giacomo Medici), con 800 volontari partiti da Genova il 2 luglio 1860 e sbarcati il 5 luglio a Palermo. Portava con sé anche Pilade Bronzetti e il giovane Giorgio Spezia, futuro illustre scienziato. Alla battaglia di Milazzo, dove ebbe una parte determinante nel fermare l’attacco borbonico sulla sinistra e nel contrattaccare sino a chiudere il nemico nelle antiche mura, rimase ferito al collo. Dal Faro, con una flottiglia, il Cosenz prese terra sul continente a Villa S. Giovanni, tagliò la ritirata al borbonico generale Briganti e lo costrinse a capitolare. Il 23 agosto, sbarcato in Calabria, guidò la colonna che permise di circondare e costringere alla resa due brigate borboniche a Villa San Giovanni e Piale. Il 30 agosto ripeté la manovra, costringendo alla resa i 10.000 soldati borbonici del generale Giuseppe Ghio all’altipiano di Soveria Mannelli. Con il grado di maggiore generale comandante di divisione, entrò a Napoli al seguito di Garibaldi. Lì venne nominato segretario della guerra del governo luogotenenziale e prese parte all’organizzazione del plebiscito. Dopo lo sbarco a Sapri, il 3 Settembre 1860, insieme a Garibaldi arrivò a Napoli dove assunse la carica di ministro della Guerra del governo dittatoriale in difficile momento. 

La XVIII Divisione o DIVISIONE BIXIO

Dunque, la XVIII Divisione era  la Divisione affidata al comandante generale Nino BIXIO, il cui Capo di Stato Maggiore era il Luogotenente Colonnello Ghezzi. A questa divisione appartenevano le 2 Brigate: la 1° comandata dal colonnello Bezza e la 2° comandata dal colonnello Balzani. Inoltre vi era un’altra Divisione Aggregata alla Bixio il cui comandante era il Generale Avezzana. 

18.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Bixio Stato Maggiore di Divisione Capo Luogot. Colonn. Ghezzi 1.a Brigata Comandante Colonn. Bezza 2.a Brigata Comandante Colonn. Balzani Divisione Aggregata Comandante Luogot. Gen. Avezzana  
   
   
   
   
   
   

Promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 61-62, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Alla Divisione comandata da Bixio, la 18° dipendeva un battaglione a cui apparteneva Menotti Garibaldi, uno dei figli del generale Giuseppe.   

L’INIZIO DELL’INSURREZIONE IN BASILICATA

Nel 13 agosto 1860, a Tramutola, l’inizio dell’Insurrezione Lucana

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Il 13 agosto 1860 a Tramutola, alla presenza del colonnello Boldoni (1), che sarà poi a Potenza nominato Capo militare dell’insurrezione, di Giacinto Albini e di Nicola Mignogna, che saranno i Capi del Governo Prodittatoriale di Basilicata, fu dichiarato decaduto il governo borbonico e proclamato solennemente il governo insurrezionale; etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “L’insurrezione lucana, iniziata cinque giorni prima che Garibaldi toccasse il suolo della Calabria, ha un importanza veramente eccezionale nella storia del Risorgimento Italiano. Estendendo la rivoluzione nelle Puglie, nel Cilento, nel Vallo di Diano, nell’Avellinese e nella Calabria, suscitando insomma la ribellione in due terzi del Reame borbonico e proclamando l’Unità d’Italia nel nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, la rivoluzione lucana, con a capo il Boldoni, uomo di fiducia del Cavour, e il Mignogna garibaldino, conciliava la finalità monarchica unitaria del governo piemontese con la finalità rivoluzionaria, a sfondo repubblicano e mazziniano, del Partito d’Azione (2). La dichiarazione di Tramutola del 13 agosto e la proclamazione dell’Unità d’Italia, fatta a Corleto il 16, segnarono di fatto la fine del governo borbonico e tolsero, nello stesso tempo, dubbi e preoccupazioni che l’azione vittoriosa dei Siciliani potesse concludersi con la tradizionale richiesta della indipendenza e dell’autonomia dell’Isola. Il concentramento delle forze rivoluzionarie nel Lagonegrese occidentale, dal punto di vista tattico e militare, diede il massimo contributo alla celere riuscita dell’impresa garibaldina; tutte le forze borboniche dislocate in Calabria si videro tagliata la strada della ritirata e, poste da Cosenza a Lagonegro tra i due fuochi delle schiere garibaldine vittoriose nell’estrema Calabria etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: “A buon diritto alla Basilicata s’è dato il gran vanto di essere stata la prima, fra le provincie del continente, ad insorgere contro la Dinastia Borbonica ed a proclamare l’unità e l’indipendenza d’Italia nel 16 agosto in Corleto, centro del movimento e del Comitato insurrezionale, e nel 18 agosto in Potenza, prima ancora che Garibaldi, nel 20 agosto, avesse passato lo Stretto. Etc…”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva che: “Il 10 agosto il colonnello Boldoni, dell’esercito Sardo, venne nominato comandante delle forze insurrezionali di Basilicata. Il giorno 13 il Boldoni, Giacinto Albini e Nicola Mignogna, ufficiale garibaldino, a Tramutola, dopo aver arringato il popolo, proclamarono il governo insurrezional. Nei giorni 14 e 15 da Corleto partirono gli ordini, si dichiarò decaduto il governo borbonico ed inaugurato quello di Vittorio Emanuele, dittatore Garibaldi, prodittatori Albini, Mignogna, Boldoni, Comandante le forze. In Tricarico la sera del 15 il Lavecchia e il can. D. Giuseppe D’Emilio inaugurarono il nuovo governo; ….L’Abbadessa di S. Chiara, nobile Pomarici, piantò sulla torre la bandiera tricolore. Vennero arrestati sette gendarmi. Il colonnello Boldoni emanò gli ordini ai capi di Tricarico, Genzano ed Avigliano di muovere il 18 agosto su Potenza. Le sue truppe furono adunate a Corleto, e lungo la strada per Potenza….Installato il governo provvisorio, tutti i municipi accettarono il nuovo governo e giurarono fedeltà a Vittorio Emanuele ed a Garibaldi: fecero a gara per offrire denari. (p. 23). La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 274, in proposito scriveva: “Il partito insurrezionale istituì in tutta la Calabria la guardia nazionale, ne mobilizzò una porzione , raccolse quei corpi mobilizzati in campi e fece i suoi preparativi, da una parte per opporsi ad un ritorno offensivo. di Caldarelli, dall’altra per rendere più difficile che si potesse la ritirata che volevano intraprendere le truppe regie ancora concentrate nella Calabria meridionale. Nella Basilicata il colonnello Camillo Boldoni aveva, fino dal 17 agosto, radunati sul monte Cerreto da 500 a 600 uomini annunziando che il giorno dopo sarebbe marciato su Potenza.”

Nel 16 agosto 1860, in CORLETO PERTICARA si proclamò l’Unità e l’Indipendenza, la Brigata Lucana ecc…

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: “A buon diritto alla Basilicata s’è dato il gran vanto di essere stata la prima, fra le provincie del continente, ad insorgere contro la Dinastia Borbonica ed a proclamare l’unità e l’indipendenza d’Italia nel 16 agosto in Corleto, centro del movimento e del Comitato insurrezionale, e nel 18 agosto in Potenza, prima ancora che Garibaldi, nel 20 agosto, avesse passato lo Stretto. Il Comitato di Corleto, di cui erano anima Carmine Senise e Giacinto Albini, alla dipendenza diretta ed immediata del Comitato Centrale dell’Ordine di Napoli, con larghe diramazioni per tutti i paesi della provincia aveva mantenuto qua e là desto il sacro fuoco della libertà negli ani antecedenti. La Basilicata, nei suoi 124 Comuni, era stata opportunamente suddivisa in 10 gruppi o ‘Sottocentri’, di cui tre, residenti a Rotonda, a Castelsaraceno ed a Senise, comprendevano il Distretto di Lagonegro, e d’essi erano rispettivamente capi e residenti i signori Berardino Fasanella, Vito Cascini e Giovanni Costanza. Il nostro Comune, assieme con Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Lauria, i due Castelluccio, Viggianello, S. Severino, facevano parte del Sottocentro di Rotonda; e bisogna pur riconoscere che se Lagonegro non fu, in quel glorioso periodo, focolare di congiure e centro d’un sottocomitato rivoluzionario, ciò non dipese da mancanza di spiriti liberali e di desiderio d’innovazioni, ma bensì dalla  severa e sospettosa sorveglianza e persecuzione esercitata dalla Polizia etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 13-14-15, in proposito scriveva che: “Da Corleto il benemerito Comitato insurrezionale si recò a Potenza, dove convennero pure, per accordi presi, i varii drappelli dei Comitati insorti, e dove, dopo un conflitto sanguinoso tra il popolo e la Gendarmeria, nel 18 Agosto, fu costituito, in nome di Vittorio Emanuele e del Dittatore Giuseppe Garibaldi, un Governo Prodittatoriale, di cui facevano parte due illustri patriotti, Nicola Mignogna di Taranto, uno dei Mille, mandato dal Generale Garibaldi, e Giacinto Albini di Montemurro, anima dell’insurrezione lucana, mentre il comando militare rimase affidato al Colonnello Camillo Boldoni, che ebbe a capo di Stato Carmine Senise (1). Costituito così il governo della Provincia ‘per dirigere la grande insurrezione lucana’, l’Intendente Nitti depose volontariamente il potere, perchè esso era ‘in opposizione all’unanime ed irresistibile movimento dell’intera provincia’, e andò via. Primo atto del Comitato Centrale di Potenza fu l’ordine d’installarsi in tutti i Comuni della Provincia una ‘Giunta insurrezionale o Sottocomitato, composto di tre cittadini ‘noti per fede patriottica ed energia’. In Lagonegro la Giunta fu costituita dall’Avv: Aniello Picardi, venuto da Potenza appositamente, e fu composta da lui, dal Farmacista Gennaro Aldinio e da Antonio Ricciardi. Il Presidente Picardi manteneva la corrispondenza che tuttora si conserva, coi Comitati di Potenza, di Castrovillari, di Rotonda e di Cosenza, e seppe bene attendere alle esigenze del delicato uffizio, nè l’affetto filiale mi consente di dir di lui più oltre….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 491 e ssg., in proposito scriveva che: “LI. – Garibaldi rapidamente avanzava, ma l’insurrezione tuttavia precorrevalo. Le Calabrie non solo, ma la Terra d’Otranto e di Bari, la Basilicata e gli Abruzzi erano simultaneamente sconvolti dal turbine rivoluzionario. Etc… Gli insorti ordinati in guerriglie pullulavano ovunque e si moltiplicavano in progressione infinita: e verso la fine di agosto l’autorità del governo Borbonico non estendevasi al di là delle mura della sua capitale, o dei limiti dei suoi militari accampamenti.”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 160, in proposito è scritto che: “Ai primi di settembre, oltre alle provincie Calabresi era in movimento la Basilicata ed una parte del Pricipato Ulteriore. A Potenza e nella provincia di Salerno erano instituiti Governi provvisorii. Certo Giovanni Mutina aveva sollevato il distretto di Campagna ed assunto il titolo di prodittatore. Fatto questo movimento, tutta la provincia era insorta, meno il distretto di Salerno.”. Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: Tra il 30 settembre e il 21 ottobre, il tricolore veniva innalzato a Viggiano, Grottole, Cirigliano, Corleto, Tricarico, Rotonda, Pietrapertosa, Lauria, Castelmezzano, Grassano, Pomarico. Quella che probabilmente appariva alla polizia una coincidenza, era, invece, una precisa strategia, una sorta di “prova generale”, con significative propaggini nelle aree di passaggio tra Calabria, Campania e Puglia (80).”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva che: “Il 10 agosto il colonnello Boldoni, dell’esercito Sardo, venne nominato comandante delle forze insurrezionali di Basilicata. Il giorno 13 il Boldoni, Giacinto Albini e Nicola Mignogna, ufficiale garibaldino, a Trmutola, dopo aver arringato il popolo, proclamarono il governo insurrezional. Nei giorni 14 e 15 da Corleto partirono gli ordini, si dichiarò decaduto il governo borbonico ed inaugurato quello di Vittorio Emanuele, dittatore Garibaldi, prodittatori Albini, Mignogna, Boldoni, Comandante le forze. In Tricarico la sera del 15 il Lavecchia e il can. D. Giuseppe D’Emilio inaugurarono il nuovo governo; ….L’Abbadessa di S. Chiara, nobile Pomarici, piantò sulla torre la bandiera tricolore. Vennero arrestati sette gendarmi. Il colonnello Boldoni emanò gli ordini ai capi di Tricarico, Genzano ed Avigliano di muovere il 18 agosto su Potenza. Le sue truppe furono adunate a Corleto, e lungo la strada per Potenza….Installato il governo provvisorio, tutti i municipi accettarono il nuovo governo e giurarono fedeltà a Vittorio Emanuele ed a Garibaldi: fecero a gara per offrire denari. (p. 23). La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Su Corleto Perticara, in quei frangenti ha scritto Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016. Sull’insurrezione dei Lucani e della Brigata Lucana ha scritto anche Michele Lacava che insieme al fratello Pietro fu particolarmente attivo prima e dopo il Plebiscito. Si tratta del testo di Michele Lacava (….) e del suo “Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860”, Napoli, 1895; Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 140 e ssg., riferendosi a Boldoni, in proposito scriveva che: “Eletto da questa parte all’impresa di Basilicata, non pria che fossero nel carro della ferrovia egli conobbe Nicolò Mignogna; e non pria che a Corleto seppe aver lui uno special mandato, e forse la confidenza, del General Garibaldi. E Nicolò Mignogna, di Taranto, vecchio apostolo della libertà, esperto tramatore di congiure a pro di essa; e di essa provato amante ai travagli della carcere frequente e dell’esiglio, era in Genova vissuto tra coloro, che, non reputando l’amor della patria siccome cianciera virtù da accademia, estimano quella esser più patriottica politica che sia men pigra agl’impazienti. Ito in Sicilia uno dei Mille, fu poscia in Napoli in quel gruppo di uomini, animosi e operativi, che in quel momento di focosa contraddizione al comitato dell’Ordine rifatto, costituirono il comitato dell’Azione. Questo, e le antecedenti brighe che vennero al Boldoni dal suo comando dei volontari, di Piacenza, non metteano sentimenti di mutua soddisfazione tra essi, etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a pp. 878-880, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Prima ancora che Garibaldi e Bixio, nella notte sopra il 20 agosto, sbarcassero a Melito; e Cosenz e Assanti, all’alba del 22 scendessero a Favazzina tra Scilla e Bagnara, la rivoluzione era matura nelle popolazioni calabresi e lucane. Il comitato insurrezionale di Basilicata, il quale avea sede a Corleto, giunti che furono colà il Boldoni, mandato da Cavour, Albini, Mignogna e Lacava, proclamò la sera del 16 agosto, in casa Senise, la rivoluzione, al grido di “Garibaldi dittatore, Italia e Vittorio Emanuele”; affidò il comando delle forze insurrezionali al Boldoni, e nominò capo dello stato maggiore Carmine Senise, oggi senatore e già prefetto di Napoli. Da casa Senise uscì il drappello rivoluzionario, preceduto dalla bandiera tricolore, con la croce di Savoia, che le signorine di quella famiglia avevano cucita con le loro mani. Anima della insurrezione era Giacinto Albini di montemurro, il quale, intermediario tra il comitato dell’Ordine e i liberali della provincia, era stato, a capo della decennale cospirazione. Il Comitato di Corleto del quale faceva parte anche Domenico de Pietro, aveva larghe diramazioni in tutta la provincia; avendo fino all’anno innanzi, istituito de’ sottocomitati rivoluzionari, con uno o più capi. A Saponara, Giulio Gilberti e il padre Serafino da Centola; etc…Di tutti i componenti non ricordo i nomi ma sono tutti registrati nella ‘Cronistoria’ di Michele Lacava, miniera di notizie e documenti di quel tempo, e nel libro di Racioppi sui moti di Basilicata. E dicasi altrettanto di parecchie altre provincie del continente, nelle quali, dove più, dove meno, esistevano Comitati dell’Ordine, che contavano affiliati tra le diverse classi dei cittadini, principalmente della borghesia agiata. I comandanti delle guardie nazionali vi erano ascritti, generalmente; e ascritti quasi tutti gli studenti, e quanti erano giovani dai sedici ai trenta anni; né mancavano preti, frati e seminaristi; ed in tutti era una gara nel raccogliere danaro e armi, e nell’apparecchiarsi a insorgere.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 897, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Abbiamo veduto chi fossero i capi dell’insurrezione in Puglia e in Basilicata, ma in Calabria i capi erano addirittura milionari, come i Morelli, i Compagna, gli Stocco, i Guzzolini, i Quintieri, i Labonia, i Barracco. O erano a capo dei comitati o li sovvenivano. La rivoluzione si compiva in nome dell’idea morale; e i ricordi storici e le poesia patriottiche infiammavano di ardore lirico quei cospiratori e quei soldati. Altri giovani di civili e ricche famiglie correvano in Sicilia sotto mentito nome.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “I capi delle bande insurrezionali, militari improvvisati, erano, quasi tutti, come ho detto, giovani di notevole posizione sociale, circondati dalla pubblica stima…..Non erano bande di straccioni, perchè la borghesia più eletta vi dava largo contingente. La rivoluzione si compiva in nome dell’ idea morale ; e i ricordi storici, e le poesie patriottiche infiammavano di ardore lirico quei cospiratori e quei soldati……Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile; e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia, e poi precedendo questa, con poche guide e cavalieri, e con Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava lo Stato disciolto , e a lui si arrendevano generali, abbandonati dai proprii soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Il 13 agosto 1860 a Tramutola, alla presenza del colonnello Boldoni (1), che sarà poi a Potenza nominato Capo militare dell’insurrezione, di Giacinto Albini e di Nicola Mignogna, che saranno i Capi del Governo Prodittatoriale di Basilicata, fu dichiarato decaduto il governo borbonico e proclamato solennemente il governo insurrezionale; a Corleto Perticara, da tempo centro di cospirazione della Basilicata e dove fin dai principi di luglio era di fatto cessata l’amministrazione borbonica, la sera del 16 agosto, fra l’entusiasmo e il delirio del popolo, con luminarie e fuochi pirotecnici, fu proclamata l’Unità d’Italia dal Comitato rivoluzionario. Il sacerdote Salvatore Guerrieri dal pulpito, invece di fare il panegirico del Santo protettore, stigmatizzò l’opera dello spergiuro e tirannico re borbonico e incitò i fedeli alla insurrezione e alla lotta. A Trecchina, dove da tempo era sorto un Comitato rivoluzionario prima carbonaro e poi mazziniano e di cui facevano parte Gennaro Schettini, l’av. Francesco Schettini, il 10 agosto 1860 il sacerdote Raffaele Schettini rivolse ai popoli dell’Italia meridionale, “ai fratelli di tante memorie”, ai fratelli di tanti dolori e di tante speranze, un’ode per incitare i Camani e i Lucani, i Pugliesi, i Sanniti a prendere le armi per mettere in fuga l’odiato tiranno.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “L’insurrezione lucana, iniziata cinque giorni prima che Garibaldi toccasse il suolo della Calabria, ha un importanza veramente eccezionale nella storia del Risorgimento Italiano. Estendendo la rivoluzione nelle Puglie, nel Cilento, nel Vallo di Diano, nell’Avellinese e nella Calabria, suscitando insomma la ribellione in due terzi del Reame borbonico e proclamando l’Unità d’Italia nel nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, la rivoluzione lucana, con a capo il Boldoni, uomo di fiducia del Cavour, e il Mignogna garibaldino, conciliava la finalità monarchica unitaria del governo piemontese con la finalità rivoluzionaria, a sfondo repubblicano e mazziniano, del Partito d’Azione (2). La dichiarazione di Tramutola del 13 agosto e la proclamazione dell’Unità d’Italia, fatta a Corleto il 16, segnarono di fatto la fine del governo borbonico e tolsero, nello stesso tempo, dubbi e preoccupazioni che l’azione vittoriosa dei Siciliani potesse concludersi con la tradizionale richiesta della indipendenza e dell’autonomia dell’Isola. Il concentramento delle forze rivoluzionarie nel Lagonegrese occidentale, dal punto di vista tattico e militare, diede il massimo contributo alla celere riuscita dell’impresa garibaldina; tutte le forze borboniche dislocate in Calabria si videro tagliata la strada della ritirata e, poste da Cosenza a Lagonegro tra i due fuochi delle schiere garibaldine vittoriose nell’estrema Calabria etc…”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 169 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “In una solenne commemorazione, fatta a Roma il 13 marzo 1884, Giacomo Racioppi disse: “Ieri si è chiusa a Potenza una tomba, su cui la storia di una nobile provincia scriverà un nome, che resterà, segno di reverenza e di affetto, fra quelli dei più benemeriti cooperatori della libertà e grandezza della Patria. E’ il nome di Giacinto Albini….Nel 1860, comincia quella grande epopea che dallo scoglio di Quarto e dallo sbarco a Marsala si svolge di pari passo, di meraviglia in meraviglia; ma non dimenticabile episodio della grande epopea è il levarsi in armi di tutto un popolo, che dalle valli del Bradano, del Basento, dell’Agri e del Sinni converge unanime a Potenza, innalza la bandiera del riscatto e dell’unità, e apparecchia la via al liberatore, che è ancora di là dallo Stretto siculo.”Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 274, in proposito scriveva: “Il partito insurrezionale istituì in tutta la Calabria la guardia nazionale, ne mobilizzò una porzione , raccolse quei corpi mobilizzati in campi e fece i suoi preparativi, da una parte per opporsi ad un ritorno offensivo. di Caldarelli , dall’altra per rendere più difficile che si potesse la ritirata che volevano intraprendere le truppe regie ancora concentrate nella Calabria meridionale. Nella Basilicata il colonnello Camillo Boldoni aveva, fino dal 17 agosto, radunati sul monte Cerreto da 500 a 600 uomini annunziando che il giorno dopo sarebbe marciato su Potenza.”.  

Nel 18 agosto 1860, la proclamazione del GOVERNO Provvisorio Lucano o PRODITTATORIALE Lucano

Il 18 agosto 1860 in Basilicata fu proclamato il governo di casa Savoia e fu istituito un governo provvisorio, detto Governo prodittatoriale lucano o anche Governo provvisorio dell’insurrezione lucana. Il governo, composto da notabili lucani che avevano partecipato all’insurrezione, fu presieduto da 2 prodittatori: il tarantino Nicola Mignogna e il lucano Giacinto Albini. Durò dal 19 agosto al 6 settembre 1860. Il 7 settembre, infatti, Garibaldi nominò come governatore della provincia il patriota Giacinto Albini. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 397-398 e ssg., in proposito scriveva che: Cavour naturalmente soffiava sul fuoco con la speranza, cui s’è già accennato, di suscitare in Napoli una rivoluzione militare o popolare prima che arrivasse Garibaldi. Aveva sollecitato il Villamarina a metter d’accordo i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione, e quello c’era riuscito almeno per quanto riguardava le provincie. Si era infatti stabilito di agire da principio in Basilicata dov’era stato mandato il colonnello Camillo Boldoni, già valoroso combattente a Venezia. Nicola Mignogna dei Mille, mazziniano di principi e là delegato di Garibaldi, aveva già preparato il terreno. Il 17 agosto era insorta Corleto, il 18 Potenza. Questa città era presidiata da 300 gendarmi, comandati dal capitano Castagna; il quale, all’intimazione di gridare: “Viva Garibaldi!” rispose facendo gridare ai suoi: “Viva il Re!” e ordinando il fuoco sulla folla. Questa, allora, inferocita dà addosso ai gendarmi, ne uccide 7, e ne fa prigionieri 36, mette in fuga gli altri e saccheggia la caserma. E’ il segnale dell’insurrezione in tutta la provincia. Il Mignogna e il Boldoni proclamano il 19 il Governo provvisorio; l’uno assume la carica di Prodittatore, l’altro il Comandante delle truppe. Ciò avveniva mentre Garibaldi passava lo Stretto. Quando poi si seppe della presa di Reggio e della sua avanzata nelle Calabrie, l’esempio di Potenza fu rapidamente seguito da tutte le altre città, e l’incendio divampò alimentato da Cavour e da Garibaldi, che in una cosa sola erano d’accordo: nel cacciare i Borboni.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 13, in proposito scriveva: “Maggiore della Guardia Nazionale fu nominato Emilio Petruccelli, mazziniano tornato proprio in quei giorni dalla galera, condannato nel processo per i moti del ’48…..Il 20 fu publicato un decreto con cui veniva sospesa a Potenza la riscossione etc…..Questo provvedimento fu un provvedimento demagogico, speccialmente quella sul macinato, che era stato sempre, e sarà per parecchi anni, anche dopo il nuovo regime, causa di malumore e rivolte popolari. Fu voluto dagli elementi estremisti, che avevano avuta la prevalenza nei moti, specialmente di Potenza e nella prodittatura: ma dopo poco si fu costretti a ritirarlo innanzi al depauperamento delle finanze comunali. Il Brienza uno dei segretari della Prodittatura, reduce come il Petruccelli dalla galera, scrive che la sera del 24 agosto giunse a Potenza Giacomo Racioppi con una lettera riservata diretta all’Albini, in cui si diceva che il partito dell’Ordine voleva al potere uomini autorevoli della provincia. La notizia del Brienza è data con un tono di amarezza e di sdegno. Sia vera o no la lettera, certo il Racioppi, moderato ed esperto di dottrina da quel momento avrà una parte, apparentemente secondaria, ma importantissima nella vita della Prodittatura e nel periodo successivo dei ‘governatori con poteri illimitati’ dell’Albini dello Stampacchia e del Gemelli. Durante questo periodo instabile e senza una vera autorità, il Racioppi, come segretario generale, dette una certa organicità all’amministrazione della Provincia con la sua sagacia e la sua dottrina. Dal giorno 24 s’iniziò nel governo della Prodittatura una operazione di riorganizzazione finanziaria amministrativa e sociale degna di essere esaminata e illustrata.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 90, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto si mossero dal Lagonegrese verso Potenza, dove giunsero verso il 20 agosto, la colonna del Sottocentro di Senise, comandata da Aquilante Persiani e comprendente oltre trecento patrioti dei Comuni compresi nel sottocentro, e quella del sottocentro di Castelsaraceno, comandata da Luigi Chiurazzi.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 13, in proposito scriveva: Il Brienza uno dei segretari della Prodittatura, reduce come il Petruccelli dalla galera, scrive che la sera del 24 agosto giunse a Potenza Giacomo Racioppi con una lettera riservata diretta all’Albini, in cui si diceva che il partito dell’Ordine voleva al potere uomini autorevoli della provincia. La notizia del Brienza è data con un tono di amarezza e di sdegno. Sia vera o no la lettera, certo il Racioppi, moderato ed esperto di dottrina da quel momento avrà una parte, apparentemente secondaria, ma importantissima nella vita della Prodittatura e nel periodo successivo dei ‘governatori con poteri illimitati’ dell’Albini dello Stampacchia e del Gemelli. Durante questo periodo instabile e senza una vera autorità, il Racioppi, come segretario generale, dette una certa organicità all’amministrazione della Provincia con la sua sagacia e la sua dottrina. Dal giorno 24 s’iniziò nel governo della Prodittatura una operazione di riorganizzazione finanziaria amministrativa e sociale degna di essere esaminata e illustrata.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Il proclama redatto il 15 agosto da Rocco Brienza (2), il saluto del nuovo intendente della provincia (3) e quello di Nicola Mignogna (4), i proclami di Camillo Boldoni, capo militare delle forze insurrezionali (5), quello di Domenico Asselta del 25 agosto (6) e quello del Masci (7) il quale, in ogni occasione, aveva precedentemente manifestato la propria devozione al Borbone (8), l’appello rivolto dalla Giunta Centrale di amministrazione costituita dal Governo prodittatoriale il 25 agosto (9), il discorso del canonico Giambrocono (10) e quello di Giuseppe Tancredi (11), l’appello del Golini (12) e la lettera di Vincenzo Sarli (13), mostrano chiaramente quei contrasti che, latenti, esistonoin seno al movimento liberale lucano nell’agosto del 1860 (14).”. Pedio, a p. 47, nella nota (1) postillava: “(1)………………………”Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Martino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 84, in proposito scriveva: “Per ogni capoluogo di distretto (chiamati poi circondari) fu nominato un commissario che povvide all’esecuzione e all’adempimento di tutte le disposizioni emanate dal Comitato provinciale. I Commissari furono per il distretto di Lagonegro: Giuseppe Mango di Lagonegro stesso; ….”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza –  – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale,…..”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 43 e ssg., in proposito scriveva: Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Etc..”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini.”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”.  Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”.   

PIETRO LACAVA e GIACINTO ALBINI

Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487. Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava (Corleto Perticara, 26 ottobre 1835 – Roma, 26 dicembre 1912) è stato un politico italiano. Figlio di Domenico Giuseppe e Brigida Francolino, fu studente a Napoli e Latronico, dove frequentò i corsi di giurisprudenza dell’Arcieri. In questo ambito accademico conobbe ed ebbe rapporti con Giacinto Albini, con cui era legato da vincoli di parentela, e, nonostante la dichiarata fede borbonica della sua famiglia, divenne uno dei più attivi esponenti del movimento liberale. Nel 1857 fu, con Giuseppe Albini e Giuseppe Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell’ordine, che aveva come programma l’unità italiana sotto la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato, organizzò l’importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 aprile 1860 che si tenne a Napoli in largo di S. Francesco da Paola (oggi piazza del Plebiscito). A tale manifestazione parteciparono molti giovani lucani, fra cui il fratello di Pietro, Michele Lacava, Aurelio Casale di Spinoso, Graziano e Gerardo Marinelli di Abriola, Michele Del Monte di Moliterno. Il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 30, in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a pp. 6-7, in proposito scriveva: “Giacinto Albini, anima di apostolo e di idealista, ma insieme uomo di azione, non artecipò a questi dissidi. Egli non aveva che un solo scopo: cacciare i borboni da Napoli e dare all’Italia l’unità. A questo concetto, mantenne legata l’organizzazione della sua provincia. Ebbe così contatto con i due comitati di Napoli, e chiese aiuto a tutti e due: al Comitato dell’Ordine e al Comitato d’Azione, che, dopo i successi di Garibaldi in Sicilia, aveva preso il sopravvento. Il primo gli offrì, come dirigente supremo militare, il colonnello Boldoni che aveva dato prove dl suo patriottismo a Venezia e in Lombardia, tremila ducati e cooperazione sollecita delle provincie limitofe. Il Comitato d’Azione gli aveva offerto uomini, danaro e munizioni. “Noi saremo, concludeva con ua lettera al Senise Giacinto Albini, per chi ci darà armi, danaro ed ha stesso nostro programma: Unità, Vittorio Emanuele, Garibaldi”. Con questi aiuti, con queste promesse, con queste aspirazioni, egli ritorna in Lucania e, senza indugi, prepara l’opinione pubblica e organizza l’insurrezione……il 24 Maggio del 1860, richiamò in vita la costituzione del 1848, sperando con questo atto di dare tranquillità al regno. Da questo momento si inizia in Lucania il movimento insurrezionale, preparato da Giacinto Albini e sviluppato da lui e da Mignogna, rappresentante del Partito di Azione di Napoli e uomo di fiducia di Garibaldi.”.

Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata per l’Unità d’Italia nel 1860

Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 43 e ssg., in proposito scriveva: Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, e che i più noti patrioti avessero militato nella corrente democratica (1). Tale travisamento della realtà storica è stata opera non solo dei parlamentari lucani interessati a vantare tradizioni liberali, ma anche, e soprattutto, di Decio Albini, il quale, dimenticando che la corrente liberale alla quale aveva aderito Giacinto Albini prima del 1860 ed i Lacava soltanto dalla primavera di quell’anno, era stata restia ad accettare un programma radicale ed, in particolare, quello mazziniano, in una breve monografia altera la verità storica e, anzicchè limitarsi ad illustrare quelli che erano stati realmente i contatti avuti dal padre prima con il Comitato facente capo al Fabrizi e poi con il Comitato dell’Ordine dal quale, nel 1860, era stato delegato ad organizzare, a dirigere e ad arginare la insurrezione in Basilicata allo scopo di impedire un eventuale sopravvento dei radicali che facevano capo al Comitato d’Azione (2), afferma che il padre ed i suoi più vicini collaboratori avevano aderito al movimento mazziniano (3). E questa tesi viene sostenuta da Pietro Lacava, il quale, nell’illustrare l’attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette il 1860 (4), contribuisce ad avvalorare la leggenda di un Giacinto Albini mazziniano (5). (p. 45) Affermatisi questa convinzione, che noi riteniamo, quanto meno, esagerata, si susseguono una serie di opuscoli e di articoli (1), i cui autori, omettono ogni indagine, che avrebbe facilmente dimostrato quale programma politico fosse stato accettato da coloro che erano stati i maggiori artefici del movimento insurrezionale del 1860 in Basilicata, si limitano a parafrasare gli scritti di Decio Albini, il quale continua a ripetersi in una serie di pubblicazioni il cui contenuto non trova riscontro nelle fonti e nei documenti del tempo (2). Inoltre, ritenendo affiliazioni mazziniane quelle numerose vendite carbonare che, con la denominazione di ‘Giovine Italia’, avevano svolto la loro attività in Basilicata nel 1847-49 (3), l’Albini definisce mazziniani quei patrioti lucani dei quali compila brevi cenni biografici per il ‘Dizionario del Risorgimento Nazionale’ del Rosi (4).”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877”. Pedio, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) A dimostrare quale fosse realmente prima del 1860 l’atteggiamento della corrente facente capo a Giacinto Albini, è la ‘Corrispondenza lucana’ cit., pubblicata dal ‘Corriere Mercantile’, organo della corrente liberale che aveva accettato e sosteneva la politica del Cavour. Cfr. anche la voce Lucani (caciatori e volontari) redatta da C. Rocca per il Dizionario del Risorgimento Nazionale, I, p. 591.”. Pedio, a p. 44, nella nota (2) postillava: “(2) Del Pedio, oltre l’intoduzione ai ‘rocessi e documenti cit., pp. 11 ss. ed Uomini e martiri cit., p. 297, cfr. l’articolo su Giacinto Albini redatta per il Dizionario biografico degli Italiani. “. Pedio, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Decio Albini, La pedizione di Sapri e la provinci di Basilicata, Roma, Terme Diocleziane, 1891 “. Pedio, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Pietro Lacava, Prefazione alla ed. del 1909 della Storia dei moti del Racioppi.”. Pedio, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) Che Giacinto Albini abbia avuto rapporti con il Comitato mazziniano operante in Napoli nel 1857 è indiscusso. Ma ciò non significa che abbia accettato quel programma. Attraverso i documenti pubblicati dal De Monte si è portati a ritenere che, durante tutto il 1857, l’Albini sarebbe vissuto in Basilicata in continuo contatto con il Comitato mazziniano di Napoli. Al contrario, documenti ufficiali del tempo provano che Giacinto Albini, incluso tra gli attendibili politici, aveva ottenuto di fissare la propria residenza in Napoli dove era sottoposto a sorveglianza di polizia  e, di conseguenza, nella impossibilità di visitare i paesi della Basilicata. Infatti, quando nel maggio del 1857 si sospettò che l’Albini avesse rapporti con i liberali di Anzi e di Pietrapertosa, l’intendente della provincia di Basilicata si rivolse a Napoli, perché si procedesse all’arresto dell’Albini (cfr. ASP., Intendenza Baslicata, 7/57). Ciò, naturalmente, non esclude che Giacinto Albini abbia potuto svolgere questa attività settaria quale comprovata dai documenti pubblicati dal De Monte. Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. I documenti da noi consultati smentiscono, d’altra parte, una attività svolta in Basilicata in relazione alla spedizione di Carlo Pisacane, avvalorata, invece, dai documenti pubblicati dal De Monte nel 1877 e da quelli, forniti in copia, nel 1887, dalla vedova di Luigi Dragone a Decio Albini e pubblicati in un opuscolo commemorativo etc…..A porre un dubbio sull’attività attribuita a Giacinto Albini nel 1857 dai suoi biografi è lo sesso Racioppi , in quella sua breve nota sui fati di Sapri pubblicata, nella sua edizione definitiva, in appendice alla edizione del 1909 della sua Storia dei moti p. 393 s.). D’altra parte, anche se non si vuol tenere conto di queste nostre affermazioni, un fatto è certo: nessun tentativo per cercare di accorere in aiuto di Carlo Pisacane da parte dei liberali lucani, nessuna manifestazione di soliderarietà agli eroi di Sapri nei vari centri abitati della Basilicata. Cfr. in proposito Pedio, L’insurezione lucana nell’agosto del 1860, ed. fuori commercio, Napoli, XVIII febbraio 1960. “. Pedio, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. da ultimo Decio Albini, La cospirazione mazziniana nella Lucania (1849-1860) in Lucania gens, a. II (Roma, 1923), V, pp. 6 ss. Sulla attività svolta dai liberali lucani nel 1857 cfr. anche quanto scrive Giuseppe Solimene su Mauro D’Elia da Lavello in ‘La spedizione di Sapri di C. Pisacane: I primi albori del socialismo in Lucania in ‘Pensiero ed Arte’, a. XII, n. 12 (Bari, dicembre 1956), pp. 5 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Oltre Pedio, Processi e documenti, cit., cfr. dello stesso autore: Evoluzione politica della borghesia, cit., pp. 468 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (4) postillava: “(4) A dimostrare l’infondatezza delle affermazioni dell’Albini e di coloro che a lui si sono uniformati, sono i documenti del tempo esistenti nell’Archivio di Stato di Potenza (Cfr. Pedio, Processi e documenti, cit.) Cfr. in proposito anche G. Mondaini, I moti politici cit., pp. 264 ss. e Pedio, Di una società segret e delle sue diramazioni in Basilicata e in Terra d’Otranto in Archivi d’Italia e Rassegna Internazionale degli Archivi, s. II, a. X (1943), fasc. 3-4, pp. 73 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (5) postillava: “(5) Tale argomento è stato ampiamente trattato, oltre che dal Racioppi nella Storia dei moti cit., anche nella Cronaca potentina del Riviello cit., pp. 157 ss. Oltre Pedio, La reazione borbonica in Basilicata dopo il 1848 in Atti XXVII Congresso Nazionale Istituto Storia del Risorgimento, cit., pp. 539 ss., cfr. anche Matteo Mazziotti, La reazione Borbonica nel Regno di Napoli, Soc. Ed. Albrighi e Segati, 1912; Alfredo Ricci, etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Il proclama redatto il 15 agosto da Rocco Brienza (2), il saluto del nuovo intendente della provincia (3) e quello di Nicola Mignogna (4), i proclami di Camillo Boldoni, capo militare delle forze insurrezionali (5), quello di Domenico Asselta del 25 agosto (6) e quello del Masci (7) il quale, in ogni occasione, aveva precedentemente manifestato la propria devozione al Borbone (8), l’appello rivolto dalla Giunta Centrale di amministrazione costituita dal Governo prodittatoriale il 25 agosto (9), il discorso del canonico Giambrocono (10) e quello di Giuseppe Tancredi (11), l’appello del Golini (12) e la lettera di Vincenzo Sarli (13), mostrano chiaramente quei contrasti che, latenti, esistonoin seno al movimento liberale lucano nell’agosto del 1860 (14).”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “11) Nonostante una ricca bibliografia sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860, ben poco è stato scritto sui contrasti esistenti tra le diverse correnti politiche operanti in quell’anno nei paesi lucani.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Martino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”.  

Nel 18 agosto 1860, a Salerno, Alexandre DUMAS, padre, l’Impresa dei Mille, la sua goletta Emma portò aiuti e armi ai rivoluzionari Cilentani

L’impresa dei Mille, oltre che essere narrata nelle memorie di Giuseppe Cesare Abba (Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei mille ), fu seguita da reporters eccezionali come Friedrich Engels e Alexandre Dumas, padre (1803 – 1870). L’entusiastico reportage giornalistico di quest’ultimo ebbe una grande eco e fu pubblicato in volume col titolo Les Garibaldiens (1861). Questo libro è da considerare il risultato letterario di una parentesi marziale dell’autore, noto essenzialmente per drammi romantici in prosa come Henri III et sa cour (1829), Antony (1831), La Tour de Nesle (1832), e per romanzi storici popolari famosissimi come Les Trois Mousquetaires (1844) e Le Comte de Montecristo (1841-1845). Da Wikipedia leggiamo che Alexandre Dumas, spesso chiamato Alexandre Dumas padre per distinguerlo dal figlio omonimo (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Neuville-lès-Dieppe, 5 dicembre 1870), è stato uno scrittore e drammaturgo francese. Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, ebbe un figlio omonimo, Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria, essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. Nel 20 agosto quando nella baia di Salerno approda lo yacht Emma di Alessandro Dumas, inviato a Salerno da Garibaldi per conoscere la preparazione politica e militare degli insorti. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare “Il grande viaggio di Ulisse” e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento.  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI. Nel circondario di Pollica, si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di quel Comune, per mezzo della goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3). Questa il 18 agosto era approdata nel golfo di Salerno. Il Curatolo descrive così l’autore dei tre moschettieri: “Un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra, di una bianca e di una rossa”(4). A bordo della goletta andò il suo compatriota dott. Weylandt, il quale gli comunicò che si aspettavano a Salerno soldati regi per recarsi in Basilicata a reprimere la rivoluzione. Il Dumas, per mezzo del suo connazionale, fornì sessanta fucili a due colpi e venticinque carabine ai montanari dei paesi per cui dovevano passare le truppe, per impedire tale passaggio. Difatti, continua l’Oddo, a Salerno il generale Scotti con cinquemila svizzeri non potette passare. La sera a bordo dell’Emma vi fu una festa, cui intervennero signore salernitane. Il giorno dopo la goletta partì per Napoli.”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva pure che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo…, Lucio Magnoni, etc…Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, così denominata dalla leggiadra fanciulla che lo seguiva e che indossava un abito da marinaio per bizzarria estetica del compagno (32). La goletta aveva gittato l’ancora nel golfo di Salerno alle 5 pomeridiane del 18 agosto. “Il primo pensiero degli uomini della goletta – racconta l’Oddo (33) – fu quello di mettersi in relazione con alcuni delle spiagge per aver notizie etc…”. De Crescenzo, a p. 94, nella nota (33) postillava di Giacomo Oddo, “I Mille di Marsala”, 1863, e che l’autore fosse il fratello Giuseppe Oddo, uno della Spedizione che aveva 54 anni. De Crescenzo, a p. 95, nella nota (35) postillava: “(35) Così riferisce il Mazziotti, ma in una cronaca del tempo, lasciata dall’avvocato Gaetano Mottola, soldato della 4° Compagnia della Guardia Nazionale agli ordini di Rocco Positano, si legge che il Dumas portò “degli schioppi semplici con daga alla punta e due colpi a discreto prezzo e fucili a due colpi leggerissimi a sette piastre l’uno per venderli”. Evidentemente il Mazziotti dovette ignorare la cronaca in parola.”Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 792, in proposito scriveva che: “I nostri lettori ricordano Alessandro Dumas; noi lo lasciammo in Sicilia, testimone oculare della battaglia di Milazzo. Garibaldi apprezzò le offerte del celebre scrittore francese e le accettò. Dumas parti per la Francia, fece acquisto di munizioni e di armi , ritornò in Messina pochi di prima del disbarco di Melito, consegnò tutto al generale Medici, e la sera del 16 agosto riparti. Il di 18 alle cinque dopo mezzogiorno gittava l’ancora nel golfo di Salerno. Suo primo pensiero fu di mettersi in relazione con alcuni pescatori di quelle spiagge per aver notizie , ma quelli nulla sapevano , solo gli fecero conoscere che la guarnigione borbonica in Salerno ascendeva solamente ad ottocento uomini . Dumas aspettava la notizia del disbarco , questa non venne ; si decise partire per Napoli, un vento di ponente lo fece ritornare nelle acque di Salerno. I salernitani videro l’arrivo di quel legno, e vollero saperne più addentro. Il francese dottor Weylandt montò una barchetta, e venne sul legno di Dumas; i due connazionali si abbracciarono e si scambiaron le notizie che ciascuno portava. Aspettavansi da un momento all ‘ altro in Salerno le regie truppe che dovevano passare nella Basilicata a reprimervi quella rivoluzione etc…”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”.  

Nell’agosto 1860, il generale PIANELL, Ministro della Guerra ed i contrasti con altri generali

Sempre da Wikipedia leggiamo che, in seguito alla nomina di Ministro della Guerra borbonico, ebbe notevoli contrasti con alcuni generali. A corte, intanto, le insinuazioni di Francesco di Borbone, conte di Trapani che accusavano Pianell di avere relazioni con i comitati rivoluzionari non impedirono a quest’ultimo di proseguire il suo lavoro e formare le brigate e le divisioni del nuovo esercito continentale. Per il comando in capo, Pianell decise per il generale Giambattista Vial, in considerazione del fatto che era giovane e istruito, non era stato coinvolto nei fatti di Sicilia, ispirava fiducia al re e non era osteggiato dalla truppa. Soprattutto era uno dei pochi disponibili. Vial accettò volentieri l’incarico, ma non tutti i comandanti erano entusiasti. Il generale Bartolo Marra Il 2 agosto telegrafò lamentando la mancanza di istruzioni e carte topografiche e qualche giorno dopo mandò un telegramma nel quale, con espressioni irrispettose, si considerò esonerato dal comando. L’avvenimento fece molto scalpore; Pianell dovette rimproverare il generale e questi rispose ancora in modo insolente, fin quando, l’8 agosto, venne richiamato a Napoli e messo agli arresti a Castel Sant’Elmo. In quegli stessi giorni, l’ex collega di Pianell Mariano d’Ayala inviato da Cavour per favorire la causa italiana, propose al Ministro della Guerra di passare con l’esercito borbonico al Piemonte, ottenendone un rifiuto.   

Nel 17-18-19 agosto 1860, Garibaldi da Palermo riparte per Messina, per il Faro e poi a Taormina e a GIARDINI, sulla costa orientale della Sicilia  

Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 171 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…” Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola.” E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria. Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000. Con questa nuova operazione si chiudeva l’impresa della spedizione di Sicilia, ed i Mille di Marsala raccoglievano la prima corona del loro trionfo sulla dominazione dei Borboni in una parte del reame.”. Pecorini, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, in proposito scriveva che: “Il 16 giunge a Palermo, ……scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, anche Garibaldi giunse a Palermo il 16 agosto 1860. Agrati, a p. 332 scrive che Pianciani incontrerà Garibaldi a Palermo il 17 agosto 1860. Quando riparte Garibaldi da Palermo ? Rustow partirà da Palermo e giunge a Milazzo con le truppe il giorno 18 agosto 1860. Agrati, a p. 342, in proposito aggiungeva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, sopra Porta nuova, il mattino del 17 s’era recato a visitare istituzioni, conventi, quartieri, percorrendo in carrozza scoperta le vie che portavano ancora ben visibili le tracce dello spietato bombardamento nemico, fra lo stupore e il crescente entusiasmo della popolazione etc….Poi verso mezzodì – alle 11 ant. dice il ‘Diritto’ in una corrispondenza pubblicata il 22 agosto – il Dittatore s’era imbarcato per Messina, ed era giunto al Faro il mattino successivo.”. Agrati, a pp. 342-343 scriveva che: “Al Faro Garibaldi si trattenne pochissimo, che salì con Sirtori nella Torre e che si stette mezz’ora in tutto, poi si rimise in cammino per Messina risalendo a bordo del Washington…..In questa corrispondenza, pubblicata dall’Unità Italiana il 25 agosto e datata da Messina il 19, si dice che Garibaldi espresse allora la sua intenzione di passare lo Stretto col Bixio, mentre, come vedremo, egli si decise a ciò soltanto quando giunse a Taormina. Il corrispondente, quindi sarebbe stato profeta, ma quella data del 19, cioè a passaggio avvenuto, lascia dubitare che già lo scrivente fosse informato della partenza da Giardini, e infatti come proscritto della lettera stessa si dice che “Garibaldi è sbarcato felicemente a Giarre”, pur osservando che Giarre è in Sicilia e non in Calabria e che in tal caso lo Stretto non lo avrebbe passato. Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin etc…”. A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345).  Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilitàto di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente,  cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Etc…”.  

       LO SBARCO DI GARIBALDI SUL CONTINENTE

Nel 19 agosto 1860, il passaggio dei Garibaldini di Cosenz e di Bixio sulle coste della Calabria

Da Wikipedia leggiamo che il 19 agosto 1860, eludendo la sorveglianza delle poche navi della marina borbonica, Garibaldi passò lo Stretto di Messina e sbarcò a sud di Reggio Calabria. Volendo sfruttare la superiorità numerica, Pianell e Francesco II ordinarono di concentrare gli attacchi sui nemici sbarcati; ma Vial, fin dal primo momento, perse i contatti con i suoi generali, i quali, d’altra parte, invece di tenere riunite le truppe le sfiancarono in marce inconcludenti. Nino Bixio, promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Sulla spiaggia melitese di Rumbolo il 19 agosto 1860 avvenne lo sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi che, dopo aver occupato la Sicilia, puntavano alla conquista delle terre del regno borbonico “al di qua del Faro”. Lo sbarco a Melito Porto Salvo è un episodio della spedizione dei Mille che segnò l’inizio delle operazioni dell’Esercito meridionale garibaldino sulla parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Fu effettuato, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1860, da Giuseppe Garibaldi e da 3.500 camicie rosse con l’obbiettivo di attraversare lo stretto di Messina e risalire la penisola italiana. Nella zona dello sbarco si opponevano ai garibaldini circa 16.000 effettivi dell’esercito borbonico schierati a difesa della costa calabra[1]. Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Altri sbarchi avvennero il 21, tra Favazzina e Scilla, ad opera di Enrico Cosenz. Con la presa di Melito Porto Salvo, i volontari garibaldini, dopo essersi organizzati logisticamente, anche grazie al successivo sbarco di ulteriori contingenti, partirono alla conquista di Reggio. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 62, in proposito scriveva che: “….; era il Faro, eravamo arrivati. Le ancore svolsero bruscamente le catene, e ci ancorammo nella parte più riparata di quello stretto. Innanzi a noi s’elevava la Sicilia, “all’ombra dell’Etna”; sulla nostra sinistra, Messina brillava etc…Alle nostre spalle si profilava la Calabria con le sue immense montagne scoscese, in cima alle quali bruciavano fuochi etc…(p. 63) Garibaldi sbarcò al Faro, poi lo vedemmo da lontano passare in carrozza sulla strada che costeggia il mare e raggiungere Messina. Egli si recava, senza riposarsi, a Taormina, per ispezionare la prima brigata che doveva tentare lo sbarco in terraferma. A stento riuscimmo a procurarci una barca che, spinta da tre rematori, ci consdusse assai rapidamente a Messina.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con l’altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Nella notte sul 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 146-147, in proprosito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr manda a Bixio la seguente lettera: “Al signor generale Bixio, Comandante la I° brigata della 15° Divisione. “Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, etc…Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.  Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Pecorini-Manzoni, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr, con ordine se è possibile d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada per Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno.”Pecorini, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…. Il De Cesare, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 385, in proposito scriveva che: “Mentre a Milazzo cadeva eroicamente Vincenzo Padula di Padula e a Palermo moriva combattendo Michele del Mastro di Agropoli, ed un altro pugno di eroici salernitani – Giuseppe Pessolani, Ovidio Serino, Antonio Santelmo, Leonino Vinciprova, Michele Magnoni, Francesco Paolo del Mastro e Filippo Patella – seguiva la bandiera folgorante dell’Eroe nazionale; mentre i patrioti rimasti in provincia, uniti intorno al Comitato popolare, approdavano, come si è detto, armi ed armati, gli elementi borghesi etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città ; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo . Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto . Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro , cercando di eseguire il passaggio in altra parte….Etc… (p. 374)a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria . Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “Giova qui narrare un incidente curioso successo a Giardini prima della nostra partenza per Calabria. Giunto in quel punto della costa orientale siciliana vi trovai il generale Bixio occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin . Il magnifico Torino aveva già molta gente a bordo ed era in buonissimo stato. Il Franklin all’incontro andava a picco, era quasi pieno d’acqua, ed il macchinista protestava che non poteva far viaggio in tale stato. Da ciò Bixio si trovava molto contrariato , e si disponeva a partire col Torino solo. Io però , essendo stato a bordo del Franklin , ordinai a quasi tutti gli ufficiali di bordo di gettarsi in mare, sommergersi e cercare se potevano trovare la falla (1). Mandai nello stesso tempo sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori, e con quelli fare della purina. Così riuscimmo a stagnare alquanto il legno ; il macchinista si abbonì, e sapendosi che io – stesso andrei col Franklin, si cominciò ad imbarcare il resto della gente, sicchè verso le dieci pomeridiane navigammo verso la costa di Calabria, ove si giunse felicemente..”Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “CAPITOLO XII. Sul continente napoletano. Circa alla fine d’agosto 1860, e verso le 3 antimeridiane d’una bella giornata approdammo sulla spiaggia di Melito. All’alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli, e senza l’arenamento del Torino, che non potè uscire malgrado gli sforzi fatti dal Franklin per tirarlo fuori, potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio. Alle 3 pomeridiane comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante, e cominciarono a cannoneggiare gente, vapore ed ogni cosa. Provarono anche di metter fuori il Torino, ma non potendovi riuscire lo incendiarono . Il Franklin era partito e fu salvo . Verso le 3 della mattina del giorno seguente ebbe luogo lo sbarco, e noi marciammo su Reggio. Passammo il Capo dell ‘ Armi per lo stradale e meriggiammo vicino ad un villaggio che si trova tra quel Capo e la bella sorella di Messina. La squadra nemica osservava i nostri movimenti. Verso sera riprendemmo la marcia su Reggio, e giunti ad una certa distanza dalla città obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così gli avamposti nemici che ci aspettavano sullo stradale. Il colonnello Antonino Plutino e vari patriotti reggiani erano con noi, dimodochè avevamo delle buone guide. Facemmo varie fermate durante la notte per lasciare riposare la gente e per riunirla, ed alle 2 della mattina assaltammo Reggio.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro ; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Garibaldi, in questo passaggio parla dei maneggi del partito di Cavour e scriveva che Cavour, contrariato per l’eventuale passaggio dalla Sicilia al Continente, fece di tutto per impedirlo tanto da chiamare in “sussidio” Napoleone III e la marina militare francese che comparse al Faro, ma in tale occasione lord John Russel “…imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Da Wikipedia leggiamo che intanto, mentre Garibaldi avanzava, erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita, come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano allo stesso Garibaldi, nelle quali si rappresentava il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti del generale nizzardo, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicari inviati al medesimo scopo. Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D’Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti; d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL . Da Milazzo a Napoli. Dopo aver battuto a Milazzo le migliori truppe del Borbone e obbligata la guarnigione il 23 luglio a capitolare, Garibaldi s’era rapidamente portato in Messina. Egli era ormai padrone di tutta la Sicilia, tranne Messina, Augusta e Siracusa . Il generale Medici non tardò ad impossessarsi di Messina che non resistette. La punta del Faro e la costa fra il Faro e la città vennero fortificati. Ormai non si pensava più che a passare lo stretto, e, a tale scopo, a riunire forze sufficienti per abbattere gli ostacoli accumulati sulle coste di Calabria e per ispazzar via le truppe agglomeratevi. Garibaldi per un momento vagheggiò l’idea di comparire innanzi a Napoli e tentare uno di quei colpi di mano dei quali aveva il genio, ma l’abbandonò e lo sbarco ebbe luogo a Melito. Etc…”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours , leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière , sont admirables à voir . Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel . En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria. Non v’è accordo neppure sulnumero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1). Mentre si faceva l’imbarco, Garibaldi scrisse al Sirtori la seguente lettera: “Taormina 18 agosto 1860. Generale etc…..G. Garibaldi”.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”

Nel 1860, la flotta inglese presidiava la Sicilia e lo stretto di Messina

Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 76-77, in proposito scriveva: “Francesco II spaventatissimo delle notizie del continuo avanzare di Garibaldi in Sicilia, volle tentare quanto aveva fatto il padre nel periodo della rivoluzione in Sicilia del 1848, cioè di ottenere dai Governi francesi ed inglesi l’uso delle flotte per circondare l’isola e evitare che il moto siciliano si propagasse nella Calabria, e fu accontentato. Francesco II° credette di rivolgersi al governo di londra chiedendo quanto era stato fatto dal padre nel 1848. Per opera di un grande pugliese, Giacomo Lacaita di Manduria (Taranto) che viveva a Londra, fu sventato ogni tentativo presso il governo inglese di aderire alla richiesta di Francesco II°. E Garibaldi proseguì, indisturbato, nella sua azione di liberare il Regno delle Due Sicilie dal Borbone.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 364, in proposito scriveva che: “Nella notte stessa in cui Garibaldi entrava in Reggio, il Cosenz riusciva a sbarcarein Calabria anch’esso, con 1200 uomini dei suoi. Come sappiamo, dopo il passggio della piccola colonna Musolino, s’eran fatti arecchi tentativi di portarle soccorsi con altri sbarchi al nord dello Stretto, ma la vigilanza borbonica li aveva tutti impediti. Nella sera del 20 s’era deciso di rinnovare il tentativo ancora col Cosenz, il quale aveva radunato un gran numero di barche al Faro e verso sera aveva fatto imbarcare su di esse esattamente 1268 uomini (1).Questi telegrammi dicono chiaro come e quando precisamente avvenne la partenza: “Faro 21 agosto, ore 6 e 45 ant.. Il generale Orsini al generale Sirtori, Messina – Cosenz è partito senza artiglieria etc..”.”

Nel 21 agosto 1860, Nino BIXIO conquistò Reggio Calabria

Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Il 21 agosto la città venne attaccata; Garibaldi con le forze di Missori si avvicinò dalle colline orientali. Intervenendo dall’alto riuscì a tagliare la ritirata agli avamposti borbonici: Reggio era finalmente presa. Rimasero nella regione forze borboniche che tentarono di marciare sulla città ma furono respinte. Nel frattempo Cosenz sbarcò con un migliaio di volontari tra Scilla e Bagnara e si addentrò verso l’Aspromonte per evitare di essere preso tra i presidi delle due fortezze. A Nino Bixio, promosso Maggiore Generale, venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Da Wikipedia leggiamo che i napoletani avevano radunato in Calabria circa quindicimila soldati agli ordini del generale Vial. Garibaldi aveva per tempo inviato in Calabria autorevoli esponenti della cospirazione antiborbonica come Plutino, Stocco, Pace per preparare insurrezioni, mentre aveva inviato Mignogna in Basilicata. Già l’8 agosto un piccolo contingente di garibaldini agli ordini di Benedetto Musolino e Giuseppe Missori era riuscito a sbarcare in Calabria. Il numero insufficiente li costrinse a rifugiarsi nell’interno. Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio o nei suoi dintorni, Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo, partendo da Taormina, con lo sbarco a Melito (30 chilometri da Reggio) il 19 agosto, sulla spiaggia ionica.. e il 22 agosto su quella tirrenica di Palmi. A Reggio le forze regie si attestano nella piccola piazza del duomo in attesa dei garibaldini che il 21 agosto penetrarono in città ingaggiando battaglia mettendo in fuga e sbaragliando i borbonici e respingendo anche gli scarsi rinforzi inviati dal generale Briganti. Le unità della Marina ormeggiate nel porto presero il largo senza partecipare alla battaglia per non colpire la popolazione. Il 22 si arrese anche la guarnigione nel castello. Dopo pochi giorni il generale Briganti fu addirittura ucciso dai suoi stessi soldati in un episodio ancora da chiarire. Il giorno 21 era sbarcato sulla costa tirrenica, tra Favazzina e Scilla, un altro contingente di garibaldini comandati da Cosenz. Il comando in Calabria fu affidato al generale Vial, che non godeva di buona reputazione nel mondo militare: assente sul campo di battaglia avrebbe fatto carriera grazie alla reputazione del padre generale. In effetti Vial subì passivamente gli eventi e non seguì le indicazioni del generale Pianell e fu a sua volta fu mal coadiuvato dai generali Melendez e Briganti che non seguirono le sue. Ma questi disaccordi non erano l’unica debolezza del regio esercito: ormai né soldati, né ufficiali sentivano più la forza del proprio dovere, l’ambiente era ostile e la forza degli avversari era spesso sopravvalutata. Il giorno 21 era sbarcato sulla costa tirrenica, tra Favazzina e Scilla, un altro contingente di garibaldini comandati da Cosenz. Questa parte, la parte che riguarda la marcia e la navigazione delle truppe garibaldine dalle spiaggie di Calabria fino a Salerno è stata poco trattata dagli storici. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, nella nota (1) postillava: “(1) Memorie inedite di G. Drezza.”. Si tratta del testo di Giuseppe Dezza (…), di cui ha scritto Franco Catalano (….), nel suo, “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Dezza (Melegnano, 23 febbraio1830 – Milano, 14 maggio1898) è stato un generale, politico e patriotaitaliano. Volontario appena diciottenne nelle Cinque giornate di Milano, sottotenente nei Cacciatori delle Alpi, colonnello dei I Mille e del Regio Esercito, dove arrivò al grado di tenente generale. Successivamente fu anche deputato e senatore. La sua figura ripercorre il Risorgimento italiano dal 1848 fino ai primi decenni del nuovo Stato unitario, passando per le guerre d’indipendenza e la Spedizione dei Mille. Essendo ingegnere, venne incaricato di provvedere ad alcuni lavori di fortificazione presso Olcenengo. Qui fece conoscenza di Nino Bixio, che fu colpito dalla competenza nel lavoro e dalla fermezza nei modi del Dezza, che allora era un soldato semplice. Da questo momento nacque con il Bixio un lungo rapporto di amicizia e di fiducia, che si rafforzò negli anni successivi. Dopo l’Insurrezione di Palermo (1860) venne nominato maggiore e gli venne affidato il comando del 1º Battaglione, essendo Bixio ferito. In seguito ad un’altra riorganizzazione delle truppe garibaldine, venne nominato tenente colonnello della 1ª Brigata della 10ª Divisione (con lo stesso Bixio al comando). Con lui sbarcò a Melito. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 19, in proposito scriveva che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada’ accorrenti sulle terre nostre. Sembra su’ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su’ Siciliani benchè l’ossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fe’ pensiero su’ novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittar nel Romanesco, statuì andar egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello stretto’ e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove’ s’organava il corpo di spedizione, coll’ aiuto de’legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino per rispondere a voce a quel re sull’ assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’1 2 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL…Presa d’assalto Reggio , ebbe innanzi a sè provincie ricche d’onde poteva ritrarre, ogni maniera di risorse. Senza perdere un momento il dittatore procedette per la via più spiccia. La sua marcia attraverso le Calabrie fu un trionfo; dappertutto era acclamato liberatore. Le guarnigioni deponevano le armi innanzi ai soldati del popolo. Le provincie, le città, i borghi si davano a lui. Etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “L’avanzata di Garibaldi in Calabria fu una passeggiata militare. L’esercito garibaldino in Sicilia constava, il 18 agosto, quando ebbe luogo lo sbarco sulla costa calabrese (1), di 25.000 uomini di truppe regolari. Di questi 25.000 uomini, 18.000 erano concentrati a Messina e dintorni, mentre la colonna Bixio teneva in osservazione i presidi di Augusta e di Siracusa. Il complesso delle forze era ripartito in quattro Divisioni, sotto il comando dei generali Turr, Cosenz, Medici e Pianciani (1) .la cavalleria contava 500 uomini, l’artiglieria 450, il genio 120. La flotta si componeva di una pirocorvetta  di undici vapori da trasporto, l’artiglieria di 17 fra obici da montagna e cannoni da campagna. Quasi tutto l’esercito era armato di carabine Enfield; 40.000 fucili si trovavano a Messina, pronti ad essere trasportati in Calabria. L’esercito comprendeva una compagnia ungherese di 50 uomini, una svizzera di 120, una francese di 17, una inglese di 25. Il colonnello Peard comandava un’ottima compagnia di fucilieri con carabine e revolver. Egli è quell’inglese di cui giornali tedeschi conservatori, che scrivono al soldo dell’Austria, durante la campagna del ’59 raccontarono la sciocca favola ch’egli si era aggregato ai Cacciatori delle Alpi etc…Mister Peard è un gentleman della Cornovaglia, persona rispettabile sotto ogni riguardo, e per giunta uomo di cuore, d’ingegno e di carattere. Ha vissuto a lungo in Italia e conosce bene le cose italiane…..Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi. A molti, in Germania, è riuscito inconcepibile come mai la flotta napoletana non impedisse lo sbarco in Calabria delle truppe garibaldine, strillando al tradimento e all’inettitudine degli uffiiciali al comando della flotta. Niente di tutto ciò. Lo sbarco a Marsala fu attribuito a un’intesa con navi inglesi. Ho narrato nel capitolo precedente come fu possibile lo sbarco a Marsala. Lo sbarco in Calabria non fu impedito dai vapori napoletani semplicemente perché questi furono tratti in inganno da una diversione a Messina. Colà, per più giorni, si erano vistosamente imbarcate truppe e materiali da guerra, apprestando le navi all’approdo. Poi, mentre i vapori napoletani sorvegliavano Reggio, una sera buia e tempestosa, la spedizione si avviò lungo il piede dell’Etna, approdando in un tratto scosceso della costa calabra, dove non ci si aspettava uno sbarco. La traversata, in quella direzione, era di sole 15 miglia inglesi. Com è noto, uno dei trasporti garibaldini, il ‘Torino’, approdando si arenò. La nave fu incendiata dal ‘Fulminante’ e da altri due vapori napoletani, sopraggiunti appena compiuto lo sbarco. Le truppe garibaldine marciarono sùbito su Reggio, distante sole 15 miglia inglesi dal luogo dello sbarco. L’esercito regio di Calabria contava da 20 a 30 mila uomini (1), di cui il grosso trovavasi a Monteleone. Dodicimila uomini erano scaglionati a semicerchio lungo la costa, fin verso Reggio. In questo esercito regnava del pari convincimento che Garibaldi sarebbe approdato a Reggio, e allo sbarco a Reggio ci si era preparati.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi , che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 271-272, in proposito scriveva: “…..indubitabile che ai grandi successi di Garibaldi concorreva il contegno ignominioso dei napoletani. Se i generali ed uffiziali napoletani fossero stati brava gente, i rapidi successi di Garibaldi erano assolutamente impossibili. Ma è un grosso errore il credere che Garibaldi abbia operato col danaro per guadagnarsi dei traditori . Garibaldi non aveva danaro, e le perpetue strettezze pecuniarie dell’esercito meridionale non cessarono che dopo la presa di Napoli. È possibile che una volta od un’altra qualche furfante napoletano si risolvesse a prontamente capitolare, calcolando di poter usufruire a proprio vantaggio la cassa del reggimento o della brigata , ma anche questa cosa non può essersi verificata che di rado, poichè neppure le regie casse di guerra non erano troppo provviste. La causa principale dei rapidi successi di Garibaldi era senza questione lo stato di sfacelo in cui si trovava il paese, la mancanza di fede nella durata dello stato attuale , radicata appunto nel ceto colto civile e militare del paese, e la confusione che ne derivava. Erano le precise condizioni della Prussia nel 1806. Quegli stessi giovinastri che poche settimane prima impertinenti maltrattavano i loro soldati col più spaventevole arbitrio e sulla piazza d’armi avrebbero mangiati tutti gli eserciti del mondo , erano là imbambolati, appena la disciplina esterna più non bastasse , e si facesse appello all’uomo ed al merito personale.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva , compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi , indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….Prima di narrare la marcia di Garibaldi attraverso le Calabrie, la Basilicata ed il Principato, per Napoli, è necessario intrattenerci alquanto dell’ insurrezione in queste provincie, la quale precorse l’esercito meridionale , indi vedere come a fronte degli avvenimenti si contenessero il re Francesco II, la sua corte ed il suo ministero. III. L’insurrezione nel continente napoletano. Contemporaneamente allo sbarco delle prime truppe di Garibaldi sul continente l’insurrezione destossi in tutto il territorio del re Francesco . L’armata di Garibaldi non è anzi tutto che il punto d’appoggio di questa insurrezione, che la precorre . È impossibile tenerle dietro in tutte le sue particolarità ; è però necessario informare in qualche modo il lettore del modo in cui si diffuse.”.

Nel 23 agosto 1860, a Reggio, il generale borbonico Carlo GALLOTTI

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 19, in proposito scriveva che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, a pp. 128, in proposito scriveva che: “Old General Gallotti, in command at Reggio, was the most complete dotard of them all. When informed of the landing at Melito, he said that Garibaldi ha taken to the mountains and that Reggio could not by attacked from that side, etc…”, che tradotto è: “Il vecchio generale Gallotti, al comando a Reggio, era il più completo rimbambito di tutti. Quando fu informato dello sbarco a Melito, disse che Garibaldi si era ritirato in montagna e che Reggio non poteva essere attaccata da quella parte, ecc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 160, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “Presidiava la città stessa il 14° di linea, un battaglione cacciatori e una batteria da campo. Questa truppa era agli ordini del generale Gallotti. Il reggimento era comandato dal colonnello Dusmet, fedele e valoroso soldato, che appena avuta notizia dello sbarco di Melito era uscito da Reggio e si era collocato in avamposti sul predetto torrente. Qui avvenne a mezzogiorno del 20, il primo urto; i borbonici indietreggiarono un istante ma ripresa etc…Calata la sera i garibaldini tornarono all’assalto, respinsero le sentinelle e nonostante la resistenza opposta dalle truppe del Dusmet riuscirono a sopraffarle obligandole a ritirarsi nel castello. In questa mischia il Dusmet, mortalmente ferito al ventre, spirò fra le braccia del figlio, sottufficiale del 14° di linea. Il Gallotti non prese alcuna disposizione e le truppe senza un capo si videro perdute. Il generale Bixio, egli pure ferito, assumeva il comando della piazza, mentre dal castello si alzava la bandiera bianca.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il castello di Reggio era comandato dal generale Gallotti vecchio residuo dell’esercito di S. M. Siciliana durante il primo Impero, uomo irresoluto ed incapace di vigorosi partiti. Nella città comandava le truppe il colonnello Dusmet etc…”. Da Wikipedia leggiamo che la battaglia di Piazza Duomo fu combattuta nell’omonima piazza di Reggio Calabria il 21 agosto 1860. L’episodio vide contrapposti i garibaldini della spedizione dei Mille all’Esercito delle Due Sicilie e si concluse con la sconfitta delle forze borboniche. Nei giorni precedenti la battaglia, vi erano stati vari sbarchi di forze garibaldine sulle coste calabre, l’ultimo (e più importante) fu lo sbarco a Melito, avvenuto il 19 agosto, con cui Giuseppe Garibaldi (accompagnato da un cospicuo contingente dell’Esercito meridionale) passò dalla Sicilia alla Calabria e si riunì alle forze precedentemente sbarcate. Nel frattempo, a Reggio, il generale Gallotti spedì dei messaggi al generale Briganti informandolo dell’avvenuto sbarco; la risposta fu di inviare tutte le forze disponibili contro Garibaldi. Contemporaneamente il maresciallo Vial, comandante in capo delle truppe in Calabria, ordinava al Briganti di muoversi verso Reggio e al Melendez di sostenerlo; mentre in città era di presidio il 14º reggimento, con al comando il colonnello Antonio Dusmet e si poteva inoltre contare sulla favorevole posizione del Castello, ben fortificato ed armato. Il 20 mattina, il Gallotti ordinò, quindi, al Dusmet di muovere verso il torrente Sant’Agata per attendervi l’arrivo di Garibaldi, ma, dopo alcune ore, le forze del Dusmet furono spostate al Calopinace; questo in quanto si era saputo che le colonne garibaldine avevano preso la via dei monti; successivamente gli uomini del Dusmet venivano nuovamente spostati in piazza Duomo, lasciando una sola compagnia di presidio presso il Sant’Agata e il Gallotti chiedeva intanto al generale Fergola di inviare dalla fortezza di Messina, ancora in mano ai napoletani, quanti più rinforzi fosse possibile. Anche se il parere dei militari di stanza a Messina fu positivo, questi non poterono intervenire in quanto sprovvisti di imbarcazioni. Il Dusmet, che aveva ricevuto dal Gallotti il divieto di attestarsi nel Castello (posizione preferibile rispetto alla piazza del Duomo, poco difendibile militarmente per i numerosi accessi che presentava), disponeva, quindi, le proprie forze nel miglior modo possibile e andava a dormire nel portone di palazzo Ramirez, sito nei pressi del Duomo ed in seguito (non vedendo giungere alcun rinforzo) si recò di persona presso il telegrafo elettrico per segnalare al Re Francesco II la situazione in cui si trovava. Alle ore 16, il generale Gallotti, vista la ritirata del Briganti e l’allontanamento dalla rada delle navi borboniche, firmò la resa del Castello, con l’onore delle armi, che comportò la consegna dello stesso con le sue artiglierie, gli animali da tiro e i materiali e le munizioni ivi presenti ai garibaldini, mentre i soldati borbonici, i loro famigliari e gli impiegati che desiderarono seguirli, furono liberi di andarsene e attendere l’imbarco per Napoli presso l’ospedale militare; parimenti i prigionieri presenti furono liberati.

Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “V. Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’ una putrefazione . Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto della sponda tirrena , raccolti ormai nelle Calabrie da venti a venticinquemila uomini , e libero di farli avanzare per terra e per mare secondo i casi e le opportunità ; acclamato, festeggiato, portato sulle braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un trionfo. Bellum ambulando perfecerunt, fu detto dei Cesariani nella Gallia, e così poteva dirsi di Garibaldi. La sua non era una guerra , era una passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto , lo precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a Melito, Poterza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta la Basilicata si vendicava in libertà. All’ annunzio della vittoria di Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto : sicchè il generale Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare cogli avanzi dei fedeli nel Principato, fuga da un incendio in un precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi, batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’ invasori una delle chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio, egli pure continuò la ritirata ; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo l’ instancabile persecutore. Fu la sua rovina. Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi aggirate. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori, era giunto in…..”

Nel 23 agosto 1860, a Castrovillari, la missione fallita di LA CECILIA

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 222, in proposito scriveva che: “….quei giorni, che era lo scorcio di agosto, fu per caso disvelato un intrigo, che avendo avuto un qualche eco nelle cronache del giorno, occorre di ricordare in queste carte. Dalla Giunta-insurrezionale di Rotonda fu sostenuto prigione, ch’ei tornava in Calabria, il Signor Giovanni La Cecilia, nome famoso in tutte le ambagi delle agitazioni e congiure italiche lungo gli utimi trent’anni della storia nostra. Il ministero napoletano, come colui che travolto dall’onda, si aggrappa a qual si mostri sterpo o fuscello, onde spera salvezza, mandò costui in missione segreta appo il General Garibaldi, e se missione diplomatica o di polizia, fu dubbio; ma che l’una mascherasse l’altra gli è certo. Ei recava, fu detto, al general vincitore proposta di tai patti quali non avrebbe che aggrditi chi la figura di Garibaldi misurasse allo stampo dei condottieri del XV secolo, ai filibustieri del XVII. Promettevagli il napoletano governo libero passaggio lungo le boreali piagge del Regno per assaltare l’Umbria e le Marche; permesso a favori di iscrivere nelRegno suoi volontari; a liberar la Venezia il napoletano naviglio e l’esercito: e, più grossa esca all’amo di un filibustiere, tre milioni ducati contanti: – in compenso il General Garibaldi non combatterebe il re di Napoli in terra ferma. Con tali istruzioni che era la parte in maschera dello intrigo, …..partì La Cecilia di Napoli il 22 agosto. Il giorno appresso giunto a Castrovillari, vide il paese in armi, seppe il Dittatore aver vinto a Piale, il regio esercito sbandarsi; non gli fu permesso di venirne oltre, o non stimò profiquo; scrisse al Generale, e non ebbe risposta. “Mi avvidi allora – egli diceva al Ministero degli Esteri) che la missione ricevuta non potea più compiersi, sia pel rapido avanzarsi del General Garibaldi, sia per la compiuta rivoluzione nelle Calabrie. Non era più in me arrestare il torrente, od anche volendolo, non lo avrei potuto….etc…(2)…..Venuto di Rotonda in Potenza, qui si rimase non so se libero ospite, o prigioniero in parola: finchè, entrando in Napoli il Dittatore, non fu càsso per tutti ogni ricordo del passato.”. Racioppi, a p. 223, nella nota (2) postillava: “(2) Lettera di G. La Cecilia a S. E. il Ministro degli affari Esteri, da Potenza il 1° settembre 1860 – sul Giornale Uffiziale di Napoli del 10 settembre.”Alessandro Serra (….), nel suo,L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 324, in proposito scriveva: “Il governo napoletano, intanto in adempimento all’atto sovrano, bandiva le elezioni dei deputati che per gli avvenimenti successivi andarono a monte. Inoltre, per ridestare lo zelo verso la dinastia, mandò emissari nelle provincie del Regno. A Cosenza fu mandato Salvatore Cognetti Giampaolo, che il nuovo intendente, il Giliberti, accolse freddamente e che il comitato provinciale fece tornare indietro sotto buona scorta. Ugual sorte ebbe Giovanni La Cecilia che, giunto a Castrovillari il 23agosto, fu fatto tornare indietro dal Pace. Peggior sorte ebbe invece Lazzaro Manes, pericoloso emissario sin dal ’48. Per le noie recate 12 anni prima, a Spezzano Albanese fu arrestato con l’intenzione di passarlo per le armi. Lo salvò Cosenza, che ordinò il ritorno a Napoli sotto scorta. Ma giunto a Castelluccio, fu ucciso con due colpi sparati a bruciapelo, nel corpo di guardia, da uno di lungro che precedentemente aveva ricevuto uno schiaffo.”

Nel 23 agosto 1860, Giovanni MATINA è nominato Alto Commisario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ma, tornato di soppiatto da Genova l’esiliato Matina, cooperanti con esso lui l’avvocato De Meo e il professore Marciani, un nucleo operativo si costituì prestamente tra’ i più generosi e arrisicati giovani; i quali in breve tempo sparsero i loro influssi tra’ molti e vivaci popolani e artieri e trafficanti della città, e per le loro terre della provincia: poscia i risollevati spiriti dopo le prime vittorie di Sicilia consentirono che un altro centro di azione moderata uomini di credito per intelligenza e dovizie. Trai due centri, allora e poi, non fecero disfatta gli screzii, i rancori e le offese; le quali crebbero poscia per la provincia, come crebbero nella città capo dello Stato, secondo che la vittoria si facea più prossima e secura. Era nei concerti, che il moto si manifestasse sincrono nelle provincie orientali del Regno; però nelle Calabrie e alla Basilicata avesse a precedere, ma a tener dietro il Salernitano; come quello che avea già grande nerbo di truppe regie a guarnigione e ad offesa. In nome del general Garibaldi venne, sull’entrare di Agosto, il signor Lucio Magnone a fine di promuovere lo insorgimento del Salernitano, allora che di simili ufficii erano commessi dal generale a quanti ne sollecitassero il mandato appo lui per le altre provincie; ma la parte viva, pronta, a levarsi sull’armi, teneva ai cenni del signor Matina; e lui aspettavano. Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla prte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo. Il Matina invece non accettò che lo indirizzo, gli uomini, e i sussidi del ‘Comitato Unitario’; dal quale il 23 di agosto, fu nominato “Alto Commissario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna (1)”; doppoichè pel distretto di Vallo avea dato nome ed ufficio medesimo a Lucio Magnone. Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”Racioppi, a p. 192, nella nota (1) postillava: “(1) “Il che importa (soggiunge il documento) imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà potere di nominare altr impiegati civili. Egli corrisponderà direttamente col comitato Unitario in Napoli”. – Questo documento si dice dato in nome del Dittator Garibaldi e del suo rappresentante Agostino “Bertani”. Questo documento di nomina del Matina si trova pubblicato nel testo di Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 379, in proposito scriveva che: “Scoppia in Potenza la rivoluzione: si ricevono danari da Napoli: il 25 agosto si parte per Sala da Marciani a raggiungere Matina e Fabrizi a Diano; il 28 comincia la rivoluzione: si stabilisce a Sala un governo provvisorio prodittatoriale: Matina Prodittatore, Alfieri d’Evandro segretario”(10).”. Cassese, a p. 381, nella nota (10) postillava: “(10) Dichiarazione del de Meo in Alfieri d’Evandro, op. cit., p. 59 e ssg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito, e sfidando le ire degli avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu nominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 898, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile etc….”. Marc Monnier (…..), nel suo“Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati ; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri , e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”.   

Nel 23 e 24 agosto 1860, i fratelli Michele, Lucio e Salvatore MAGNONI di Rutino, il Comitato Unitario di Napoli fu nominato….

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, ..etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Lacava – Opera già citata, pag. 510”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Mazziotti, a p. 125, nella nota (5) postillava: “(5) Pubblicata dall’Alfieri di Evandro, opuscolo citato pag. 77.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10….A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario. All’inizio di luglio queste formazioni paramilitari diventarono operative, guidate da Giovan Battista Riccio e dai principali quadri del radicalismo salernitano, Filippo Patella, Leonino Vinciprova, Ovidio Serino. Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “(21) Leopoldo Cassese, La borghesia salernitana nei moti del ’48, cit., pp. 182-3.”. Infatti, nel testo citato, Leopoldo Cassese, elenca e ci parla delle famiglie borghesi e benestanti del Cilento che diedero maggior prova di patriottismo soprattutto a partire dai moti rivoluzionari del ’48. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…….Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.  

Nel 26 agosto 1860, Garibaldi arriva a Nicotera

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Mentre così crolla tutta l’organizzazione brobonica, civile e militare, Garibaldi avanza rapidamente, trascinandosi dietro i suoi e spingendosi innanzi le torme dei vinti, tra i quali il panico, l’indisciplina, la dissoluzione non conoscon più limiti. Il 26 agosto il Dittatore è a Nicotera e di là scrive al Sirtori, senza sapere neppure con precisione dove si trovi: “Nicotera, 26 agosto 1860. Al Generale Sirtori a Mileto o sada da Rosarno a Mileto – Ebbi conferenza col Capo dello Stato Maggiore del maresciallo Vial e abbiam disposto il seguente: – Noi occuperemo Mileto domani etc…”. Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto…..Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige pe via ordinaria.”

Nel 27 agosto 1860, a Rutino, i fratelli MAGNONI: Michele, Lucio e Salvatore proclamavano l’Insurrezione armata nel Cilento

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”.  Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato etc…”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?).  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, etc…L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni. Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Etc…”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nel giro di due settimane tutto il vecchio triangolo rivoluzionario era in rivolta. Il 15 agosto fu proclamata l’insurrezione in Basilicata, il 26 agosto a Catanzaro, il 27 a Cosenza. Il 23 agosto il Comitato d’Azione decise di iniziare la fase operativa nel salernitano. I rivoluzionari ormai ovunque controllavano la Guardia Nazionale, l’unica istituzione dotata di un minimo di armamento e di munizioni. Questa fu immediatamente mobilitata e divenne come nelle altre occasioni lo strumento per l’organizzazione di volontari. Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66). Si temeva sempre qualche reazione e tra i primi ordini c’era quello di disarmare ogni potenziale partigiano borbonico. Nel complesso costituirono almeno tre grossi gruppi di volontari dal distretto di Campagna, da quello di Sala e dagli Alburni, mentre più complesso fu il ciclo operativo dei cilentani. Qui furono organizzati più distaccamenti di volontari che percorsero il territorio, compiendo un’azione a metà tra la dimostrazione di forza militare e l’affermazione di una leadership politica. I Magnoni ne furono protagonisti gestendo con delicatezza e successo la competizione con i cavouriani. Ancora una volta siamo di fronte ad un fenomeno interessante per comprendere il radicamento di una memoria rivoluzionaria e di una tradizione politica. Nel Cilento furono arruolati circa tremila volontari divisi su 4 colonne, cifre su cui concordano storici come Pieri ed eruditi locali (le cronache dell’epoca danno un numero naturalmente molto maggiore) (67). La lezione del ’48 era chiara e la disciplina l’unico modo per tenere insieme le formazioni. I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali,
convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cimentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale. Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68).
Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Venne affrettata anche la riorganizzazione della Guardia Nazionale alla quale Lucio Magnoni indirizò un proclama, esortendo tutti a mettersi sotto il comando della “spada gloriosa” di Garibaldi, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, parla dei volontari e cospiratori che parteciparono alle prime operazioni prodromiche nel Cilento, nel cap. XII, a pp. 116 e ssg. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 311, in proposito scriveva: Subito che il governo insurrezionale della Basilicata si vide al sicuro , impiegò tutte le sue forze per importare col mezzo di agenti l’insurrezione anche nel Principato ed estenderla anche nella Terra di Lavoro e negli Abruzzi. Dal 15 agosto in poi insorsero Eboli, la Šala, il distretto di Cilento nel Principato citeriore. I regii lasciarono tranquillamente succedere tutto ciò , ma non però quando videro che la rivoluzione cominciava ad agitarsi anche nel Principato ulteriore. 

Nel 27 agosto 1860, a Sant’Angelo a Fasanella, Giovanni MATINA, Lorenzo CURZIO e Luigi FABRIZI e l’inizio dell’insurrezione nel Cilento

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”Questo documento è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p……, in proposito scriveva che: “………….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 80, in proposito scriveva che: “III. Ricevuta comunicazione della nomina a Napoli, dove già aveva penato per due mesi nel castello dell’Ovo (13). Il Matina partì presto alla volta di Salerno. Gli teneva compagnia il fratello del grande patriota Nicola Fabrizi, Luigi, giovane ardimentoso, che già s’era fatto notare tra i proseliti del Menotti, nonchè nella difesa di Roma e nella guerra di Crimea. Essi arrivarono a Salerno le sera dello stesso giorno 23 agosto e si recarono da un noto ed operoso patriota, animatore di masse, Nicola Ferretti, che da tempo aveva aperto la sua abitazione (14) a sedute politiche, alle quali convenivano quanti etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “La sera del 18 agosto arrivò a Salerno anche Luigi Fabrizi, che il Comitato Centrale di Napoli aveva destinato come comandante supremo della rivoluzione in provincia. Egli alloggiò anche in casa Ferretti e la De Pace lo mise al corrente di tutto.”. Forse quì vi è un errore perchè De Crescenzo prima scrive che arrivarono a Salerno il 23 agosto e poi scrive il 18 agosto il Fabrizi. Forse si tratta del 28 agosto. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “In tale intesa e con diversi volontari, ai quali apparteneva anche Giovanni Guglielmi, il 25 agosto lasciarono Salerno il Fabrizi il Matina il Curzio ed il De Meo. La presidenza del comitato salernitano fu lasciata alla De Pace, la quale seppe dirigere con ammirevole competenza tutto il movimento, finchè la sera del 6 settembre non giunse Garibaldi coi suoi.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Il colonnello Fabrizi, comandante dell’omonima sua Brigata, scrivendo il 13 gennaio 1861 al Ministro lamentandosi per lo scioglimento dei corpi dei garibaldini, compreso il suo, dell’Esercito Meridionale racconta ciò che fece nel Vallo di Diano, ad Eboli, al Fortino, a Sala, prima che ad egli ed ai suoi uomini gli fosse stato rodinato di andare a combattere a Maddaloni etc…Fabrizi spiega che a Padula, presso la Certosa di S. Lorenzo, dove gli uomini di Garibaldi riuscirono a relegare parte dei soldati borbonici del generale Caldarelli, egli aveva dislocato, oltre 1500 soldati della sua Brigata. Dalla Treccani on line leggiamo che Luigi Fabrizi, nacque a Modena il 3 febbr. 1812, ultimo di quattro figli, da Ambrogio, avvocato, e da Barbara Piretti. Passata l’epoca delle rivoluzioni, il Fabrizi si stabilì a Genova e si legò ad elementi come Rosalino Pilo, Carlo Pisacane e Francesco Abignente. Nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″.   

 Nel 27 agosto 1860, a Paola, SALVATI, latore di una lettera di Alexandre DUMAS sbarcò per portare la lettera a Garibaldi che gli verrà consegnata a Soveria

Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli. L’opera letteraria in cui il Dumas più di tutte ha descritto i Mille è “Les Garibaldiens”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Emma Bice Dobelli (….), nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, del 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….) e del suo “Garibaldi and the formation of Italy”, nel Cap. VII, a p. 190, in proposito scriveva che: “Nel bel mezzo di queste scene di confusione e di trionfo che si svolgevano nella squallida strada di Soveria, arrivò un corriere per Garibaldi con una lettera di Alessandro Dumas, da poco arrivato a Napoli sulla sua goletta. Egli scriveva per informare Garibaldi d’un colloquio che aveva avuto colà con Liborio Romano, allora Ministro del Re e il personaggio di gran lunga più influente d’ogni altro in Napoli (2). “Liborio – diceva la lettera – è pronto a mettersi a vostra disposizione con due altri suoi colleghi di Gabinetto, al primo tentativo reazionario del Re. Al verificarsi di un tal tentativo egli si riterrebbe prosciolto dal suo giuramento di fedeltà, e si propone di lasciar Napoli con gli altri due Ministri e di presentarsi a voi proclamando il Re deposto e voi riconosciuto Dittatore” (3). Garibaldi fece dar di volta al corriere, incaricandolo di dire a Liborio che i napoletani dovevano tenersi pronti ad insorgere in qualsiasi momento etc…”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 20-23”Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda paarte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 394-395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perché un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta ‘Emma’, da poco giunta nel porto di Napoli, per comunicargli ch’egli, Don Liborio, è “pronto a mettersi agli ordini di Garibaldi al minimo tentativo reazionario del Re” ritenendosi sciolto in tal caso da ogni giuramento di fedeltà….Etc…Come nuova prova di tale vanagloria e della grande importanza ch’egli voleva assumere, tolgo dall’Archivio Sirtori questa lettera che pochi giorni dopo egli dirigeva a Garibaldi: “Napoli 28 agosto 1860. Buono e caro amico – La Signora P….vi metterà al corrente della situazione e di ciò che io posso a Napoli. Se voi lo credete conveniente, inviate questi ordini: – che Liborio Romano dia le sue dimissioni (da ministro) e sia proclamato prodittatore e che si abbiano alla tal ora del tal giorno un movimento e dei colpi di fucile. Io ci sarò etc…Il latore vi dirà di diffidare di Villamarina e dell’ammiraglio Sardo: tutto ciò è La Farina e Cavour…Io vi supplico: evitate Salerno se lo potete. Una battaglia è inutile etc…Del resto datemi vostri ordini e poteri per Romano o per chiunque altro.”.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 100, in proposito scriveva che: “XIV. E’ necessario, prima di chiudere questo capitolo, fare un passo indietro, per conoscere quali relazioni passassero fra il romanziere francese e Liborio Romano, ministro del re di Napoli (48). E’ facile comprendere che, senza una precedente intesa col Romano, il Dumas non avrebbe potuto agire nelle nostre contrade nel modo che abbiamo narrato. Tale intesa durava da qualche tempo; però i due erano ancora divenuti ad un abboccamento. Il 22 agosto etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Dopo il colloquio, il Dumas inviò a Garibaldi una lettera, importante soprattutto per le informazioni su quanto operò nella zona di Salerno. Essa era compilata in questi termini: “Amico, Io devo scrivervi a lungo e parlarvi di seri affari; leggete con attenzione. Malgrado il desiderio di raggiungervi, io rimango a Napoli, ove credo essere utile alla nostra causa. Ecco senza chiamar precisamente i napoletani etc….Liborio Romano etc…”(52). Letta la lettera, Garibaldi ordinò al latore di ritornare subito a Napoli per far dire al Romano di mantenere il popolo in quei buoni sentimenti etc…”. De Crescenzo, a p. 104, nella nota (52) postillava: “(52) Questa lettera fu consegnata al Dittatore a Soveria Manelli da Salvati, che, mosso dal golfo di Napoli sul Franklin, era approdato a S. Lucido presso la città di Paola.”. De Crescenzo, riassume il senso della lettera scritta da Dumas a Garibaldi, da pp. 102 e ssg. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 103-104 , riassumento la lettera che il Dumas scrisse a Garibaldi e a lui pervenuta intorno al 27 agosto, scriveva: “Liborio Romano o si ritirerà a bordo della nave ammiraglia inglese o verrà a raggiungervi; una volta a bordo della fregata inglese o presso di voi, egli proclamerà la decadenza del re e vi riconoscerà per dittatore. Egli ha dalla sua parte il popolo ed i diecimila uomini della guardia nazionale, oppure, se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà.”. Giacomo Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “…………..”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 481, in proposito scriveva che: “….fu per intiero annientato dalle poché fucilate di Reggio, dalle operazioni strategiche d’Alta Fiumara e Soveria e dalla rapida marcia del condottiero italiano . XXX. Nella storia non riscontrasi esempio d’una campagna inaugurata con si favorevoli auspicii e come questa eseguita a passo di corsa o di carica. Ventidue tappe comuni separano Reggio da Napoli: ei volontari le percorsero in soli sedici giorni, tre dei quali furono dati al riposo nelle stazioni di Marcellinara e Cosenza. Garibaldi avanzavasi con tanta celerità che nessuno e nemmeno i suoi generali sapevano dove con precisione cercarlo . Egli passava pel turbine delle insurrezioni, acclamato e favorito dai popoli e protetto dal proprio suo nome : davanti i suoi passi sparivan gli ostacoli e i nemici și disfacevano al suo avvicinarsi. La fama delle sue gesta riempiva le intiere provincie e gli era sufficiente salvaguardia contro le insidie o gli scoperti conati della vinta fazione borbonica. La fervida fantasia meridionale, ispirata ad un cielo di fuoco, attribuiva alla sua persona poteri eccedenti ogni limite umano: la sua comparsa quanto le prodigiose vittorie da lui riportate, gli uni riempivano di superstizioso terrore e di amore entusiasta e rispetto gli altri. Nessuno avrebbe osato attentare alla vita di lui, difesa , come là supponevasi , da un’egida fatale e divina che il rendea invulnerabile . Più ancora la mente del volgo , ristretta alle idee di religione o fanatismo , associava il nome di Garibaldi alla interminabile gerarchia dei santi , profeti ed arcangeli etc…”.  

Nel 27 agosto 1860, a Paola, SALVATI, latore di una lettera di Alexandre Dumas sbarcò per portare la lettera a Garibaldi che gli verrà consegnata a Soveria

Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli. L’opera letteraria in cui il Dumas più di tutte ha descritto i Mille è “Les Garibaldiens”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Emma Bice Dobelli (….), nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, del 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….) e del suo “Garibaldi and the formation of Italy”, nel Cap. VII, a p. 190, in proposito scriveva che: “Nel bel mezzo di queste scene di confusione e di trionfo che si svolgevano nella squallida strada di Soveria, arrivò un corriere per Garibaldi con una lettera di Alessandro Dumas, da poco arrivato a Napoli sulla sua goletta. Egli scriveva per informare Garibaldi d’un colloquio che aveva avuto colà con Liborio Romano, allora Ministro del Re e il personaggio di gran lunga più influente d’ogni altro in Napoli (2). “Liborio – diceva la lettera – è pronto a mettersi a vostra disposizione con due altri suoi colleghi di Gabinetto, al primo tentativo reazionario del Re. Al verificarsi di un tal tentativo egli si riterrebbe prosciolto dal suo giuramento di fedeltà, e si propone di lasciar Napoli con gli altri due Ministri e di presentarsi a voi proclamando il Re deposto e voi riconosciuto Dittatore” (3). Garibaldi fece dar di volta al corriere, incaricandolo di dire a Liborio che i napoletani dovevano tenersi pronti ad insorgere in qualsiasi momento etc…”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 20-23”Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perché un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta ‘Emma’, da poco giunta nel porto di Napoli, per comunicargli ch’egli, Don Liborio, è “pronto a mettersi agli ordini di Garibaldi al minimo tentativo reazionario del Re” ritenendosi sciolto in tal caso da ogni giuramento di fedeltà….Etc…Come nuova prova di tale vanagloria e della grande importanza ch’egli voleva assumere, tolgo dall’Archivio Sirtori questa lettera che pochi giorni dopo egli dirigeva a Garibaldi: “Napoli 28 agosto 1860. Buono e caro amico – La Signora P….vi metterà al corrente della situazione e di ciò che io posso a Napoli. Se voi lo credete conveniente, inviate questi ordini: – che Liborio Romano dia le sue dimissioni (da ministro) e sia proclamato prodittatore e che si abbiano alla tal ora del tal giorno un movimento e dei colpi di fucile. Io ci sarò etc…Il latore vi dirà di diffidare di Villamarina e dell’ammiraglio Sardo: tutto ciò è La Farina e Cavour…Io vi supplico: evitate Salerno se lo potete. Una battaglia è inutile etc…Del resto datemi vostri ordini e poteri per Romano o per chiunque altro.”.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 100, in proposito scriveva che: “XIV. E’ necessario, prima di chiudere questo capitolo, fare un passo indietro, per conoscere quali relazioni passassero fra il romanziere francese e Liborio Romano, ministro del re di Napoli (48). E’ facile comprendere che, senza una precedente intesa col Romano, il Dumas non avrebbe potuto agire nelle nostre contrade nel modo che abbiamo narrato. Tale intesa durava da qualche tempo; però i due erano ancora divenuti ad un abboccamento. Il 22 agosto etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Dopo il colloquio, il Dumas inviò a Garibaldi una lettera, importante soprattutto per le informazioni su quanto operò nella zona di Salerno. Essa era compilata in questi termini: “Amico, Io devo scrivervi a lungo e parlarvi di seri affari; leggete con attenzione. Malgrado il desiderio di raggiungervi, io rimango a Napoli, ove credo essere utile alla nostra causa. Ecco senza chiamar precisamente i napoletani etc….Liborio Romano etc…”(52). Letta la lettera, Garibaldi ordinò al latore di ritornare subito a Napoli per far dire al Romano di mantenere il popolo in quei buoni sentimenti etc…”. De Crescenzo, a p. 104, nella nota (52) postillava: “(52) Questa lettera fu consegnata al Dittatore a Soveria Manelli da Salvati, che, mosso dal golfo di Napoli sul Franklin, era approdato a S. Lucido presso la città di Paola.”. De Crescenzo, riassume il senso della lettera scritta da Dumas a Garibaldi, da pp. 102 e ssg. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 103-104 , riassumento la lettera che il Dumas scrisse a Garibaldi e a lui pervenuta intorno al 27 agosto, scriveva: “Liborio Romano o si ritirerà a bordo della nave ammiraglia inglese o verrà a raggiungervi; una volta a bordo della fregata inglese o presso di voi, egli proclamerà la decadenza del re e vi riconoscerà per dittatore. Egli ha dalla sua parte il popolo ed i diecimila uomini della guardia nazionale, oppure, se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà.”. Giacomo Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “……”

Nel 27 agosto 1860, Francesco Saverio CAJAZZO, giudice regio di Vibonati proclamò l’insurrezione nel Golfo di Policastro

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”

Nel 27 agosto 1860, a Lagonegro, le truppe di volontari della colonna Tricarico comandate da Francesco Paolo LAVECCHIA (su nomina di Boldoni) e le truppe borboniche

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: Le varie colonne o compagnie della Brigata Lucana, che era formata di tutte le truppe volontarie accorse da ogni parte sotto il vessillo della redenzione al comando del Colonnello Boldoni. La colonna di Tricarico, composta dai volontari di Tricarico, Montepeloso, Albano, Cassano, Tolve, Campomaggiore, S. Chirico Nuovo e altri, e comandata da Francesco Paolo Lavecchia, fervente patriotta di Tricarico, ebbe ordine di recarsi a Lagonegro, e poi di proseguire per le Calabrie per raggiungere ed appoggiare le truppe del Generale Garibaldi provenienti dal Mezzogiorno. Infatti, questa Colonna, partita da Potenza ed ingrossata, lungo il cammino, da altri volontari di Calvello, Viggianello e Moliterno, giunse in agonegro con oltre 300 militi, nel 27 Agosto, ed entrava nella piazza grande dalla via S. Antuono, mentre dalla via opposta delle Calabrie giungevano le prime truppe borboniche in ritirata dal Mezzogiorno. Ambedue le fazioni s’accamparono nella piazza a debita distanza fra loro, ed era davvero quello uno spettacolo memorando: da una parte giovani baldi e audaci, accesi da un entusiasmo febbrile per la causa della libertà, vestiti in mille guise borghesi, ed armati alla meglio di schioppi, di pistoloni, di colubrine, di sciabole, di spiedi, di ronche, di bastoni animati; e dal l’altra parte le truppe regolari dell’esercito borbonico, bene equipaggiate ed armate, ma avvilite e depresse dalle dedizioni e capitolazioni volontarie più che dalle sconfitte in campo di battaglia.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 23, in proposito scriveva che: La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Sull’insurrezione dei Lucani e della Brigata Lucana ha scritto anche Michele Lacava che insieme al fratello Pietro fu particolarmente attivo prima e dopo il Plebiscito. Si tratta del testo di Michele Lacava (….) e del suo “Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860”, Napoli, 1895; Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 94 in proposito scriveva: “Nelle sue operazioni la colonna Lavecchia (1) etc….” e, a p. 94, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lavecchia, durante la sua permanenza a Lagonegro, fece il 30 agosto proclamare anche nel Comune di Rivello la Giunta insurrezionale, in sostituzione della Municipalità borbonica.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 95 in proposito scriveva: “Il 29 agoto lo stesso Carmine Senise scriveva al Comandante Lavecchia in Lagonegro: “Signore Perchè il Generale Garibaldi si trova a Monteleone, e prosegua avanti con continuata vittoria, è suo volere che imponente numero delle nostre forze si scaglionase nella linea limitofa alla Calabria Citeriore già costituita a Governo Provvisorio etc…..Quartier Generale di Potenza, il dì 29 agosto 1860 – Il Capo di Stato Maggiore Carmine Senise.”.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proprio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni istituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”.

Nel settembre e ottobre 1860, i volontari Garibaldini di Lagonegro

L’Avv. Carlo Pesce, ricorda alcuni volontari Garibaldini di Lagonegro che si fecero onore combattendo nella Brigata Lucana. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Fu appunto in questo combattimento del 2 Ottobre, presso Caserta, che il giovanetto Michele Cosentino fu gravemente ferito, per cui, dopo aver partecipato ai genitori la gloriosa e triste sorte toccatagli, e chiesto perdono del dispiacere ad essi recato per la sua improvvisa partenza, morì dopo pochi giorni nell’ospedale del campo in Maddaloni. Di lì a poco, nell’anno stesso, quale triste fatalità! morirono pure la madre Rosa Aldinio, e poscia il padre Francesco, forse per le gravi amarezze provate pel generoso trascorso e per l’immatura morte del diletto figliuolo!. ‘A Lui non ombre pose, non pietra, non parola’ la Patria, ed il suo nome fu tosto coperto dall’oblio, ma fu rievocato nel discorso dell’On. Giustino Fortunato nel 20 Settembre 1898, per l’inaugurazione delle lapidi commemorative nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata, nelle quali è segnato pure il nome del nostro concittadino assieme con quello di Cristoforo Grossi, vittime ambedue degli stessi generosi sensi di libertà (1).”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Gennaro Mitidieri, nato nel 17 Novembre 1843, aveva meno di 17 anni. D’elevato ingegno e di spirito irrequieto, indossava l’abito talare di seminarista, quando, uscito pei trambusti della rivoluzione dal Seminario di Policastro, dove studiava, rimase anche egli attratto dal fascino della camicia rossa, che permutò per la bruna zimarra, e s’arrolò liberamente nelle schiere garibaldine, dove conseguì il grado d’Alfiere. Prese egli parte al combattimento sotto le mura di Capua del 30 Ottobre, ed ivi riportò non lieve ferita alla gamba sinistra per una scheggia di bomba lanciata dalla fortezza. Curato nell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, il seminarista guarì a stento dopo lunga malattia, ed in premio pel coraggio dimostrato sul campo di battaglia e sul letto dell’ospedale, ottenne dal Generale Pallavicino un posto gratuito nel rinomato Collegio Medico napolitano, dove attese egregiamente agli studii, ma in seguito, consunto da crudo morbo, morì in patria nel 1864 a soli 20 anni, mentre faceva sperare tanto bene di sè.”Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. 

Nel 28 agosto 1860, a Pisciotta, Gennaro PAGANO

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII. A Pisciotta, il patriota Gennaro Pagano usciva all’alba del 28 dal suo nascondiglio dove s’era rifugiato in attesa di eventi e, inalberando una bandiera tricolore, chiamava i paesani alla rivoluzione.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “……………”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.

Nel 28 agosto 1860, a Ceraso, Pietro GIORDANO proclamava l’isurrezione

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “…………”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.

Nel 28 agosto 1860, ad Ascea, una colonna di PIETRO GIORDANO si univa a quella di TEODOSIO DE DOMINICIS

Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52. Il primo segretario della Prodittatura di Sala, sull’operato del de Dominicis, in un altro passo dell’opera lamenta: “son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis”.. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Infatti, Antonio Afieri D’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc….”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Riguardo l’opera rivoluzionaria di Teodosio De Dominicis, hanno scritto diversi autori e storici. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”.  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.”. Fusco, a p. 148, in proposito scriveva pure che: “Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Dunque, Fusco scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro.  Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Etc..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo.  Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto, infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. 

Nel 28 agosto 1860, la colonna del Stefano PASSERO e di Cristofaro Ferrara di S. Biase

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Questo documento è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p………..Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco. Il sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle aderire al movimento ma rassegnò i suoi poteri. Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano etc…”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano….. L’Alfieri D’Evandro, riferendosi a Teodosio de Dominicis scrive chiaramente che “…L’amico nostro, ….avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, ….La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce. A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento   // Stefano Passero.”.”. Dunque secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fi pubblicato sul “Bullettino” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore etc…” In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ordine. “Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”. Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc..Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, le due colonne di insorti, quella di Pietro Giordano si riunì con la colonna di Gennaro Pagano e di Teodosio de Dominicis. Pare che essi, arrivati vicino a Sapri, a Capitello (oggi nel Comune di Ispani), si incontrarono con Garibaldi, diretto a Vibonati e poi al Fortino. Ma di ciò non esistono documenti sicuri. Sempre il De Crescenzo fornisce diverse versioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: V.  Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Garibaldi, ….Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”.  Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. 

Nel 28 agosto 1860, MICHELE MAGNONI con la sua colonna di insorti cilentani

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il ppolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”

A SOVERIA MANELLI 

Nel 28 agosto 1860, a Soveria, Garibaldi ricevè la lettera di Alexandre DUMAS padre portatagli da Salvati e Origoni

Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 804, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…› lo dispongo adunque di Salerno, e di otto a diecimila uomini nei dintorni. Se Medici, Menotti , Türr o qualsiasi altro vi vuol disbarcare, io disbarcherò il primo come parlamentario , e di li ad un’ora i soldati e la città saranno vostri. Invece di Salerno voi potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo. Ecco ciò che io feci di più. Ricevei per intermediario di uno dei loro ufficiali promessa dai bersaglieri del re di non tirare sul popolo; un giovine di nome Bolognetti è l’intermediario fra essi e me. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 805, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Egli ha dalla sua parte il popolo e i dodicimila uomini della Guardia nazionale ; oppure , se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà. Allora di buon grado o di malgrado lo proclameranno prodittatore e voi non avrete da far altro che venire. Datemi su questo punto vostre istruzioni. Il signor Salvati, membro del Comitato garibaldino, parte con Orrigoni per raggiungervi, parlategli di tutto, eccetto di quelle preposizioni di Romano ; esse sono fra quattro persone soltanto, voi, egli, Muratori, ed io. Non rispondete dunque che a me in riguardo a don Liborio Romano.”. Dunque, l’Oddo, nel riportare il testo della lettera di Alexandre Dumas a Garibaldi scriveva che Salvati e Orrigoni partirono per portare la lettera a Garibaldi che si trovava in marcia verso Napoli ma ancora si trovava nei pressi di Soveria Manelli. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 822, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Fu a Soveria- Manelli che Garibaldi ricevette la lettera di Alessandro Dumas. Portatore della lettera era Salvati, che, partito dal golfo di Napoli col Franklin , approdava a San Lucedo presso Paola . La rivoluzione quivi era già fatta; la bandiera tricolore con lo scudo di Casa Savoia vi sventolava. Il comitato del paese si recò a bordo del Franklin , diede notizie delle Calabrie e ne ebbe di Napoli dallo stesso Salvati . Nessuno però sapeva precisamente dove Garibaldi si fosse . Il Franklin continuò il suo viaggio sino al Pizzo. Là Salvati seppe come Garibaldi fosse a Catanzaro; senza perder tempo vi si recò , ma Garibaldi era già partito per Maida e per Tiriolo ; Salvati gli corse dietro ; non lo raggiunse però che a Soveria – Manelli, dopo la resa del generale Ghio; gli consegnò la lettera. Garibaldi la lesse, e tosto diede ordine allo stesso Salvati di ritornare immantinente in Napoli per dire a Liborio Romano che mantenesse il popolo in quei buoni sentimenti in che pareva di essere, che lo preparasse all’insurrezione, ma che non gli lasciasse far nulla di decisivo prima dell’arrivo di lui . Sopratutto ripetè due volte queste raccomandazioni : Che non vi sia rivoluzione armata per le vie di Napoli ; ciò costò troppo caro a Palermo . Indi soggiunse : L’uomo che vorrei vedere alla testa di Napoli è Cosenz . Dite ciò a Dumas ed a Romano ; a quest’ultimo raccomandate che faccia il possibile affinchè il re parta ; ma nessuna sommossa senza di me ; ciò sarebbe troppo pericoloso. Diede una carta di passo a Salvati, e tre cavalli per ritornare a Pizzo . Da Pizzo Salvati recossi in Messina per trovar modo di ritornare celeremente nelle acque di Napoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, del 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the formation of Italy”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Nel bel mezzo di queste scene di confusione e di trionfo che si svolgevano nella squallida strada di Soveria, arrivò un corriere per Garibaldi con una lettera di Alessandro Dumas, da poco arrivato a Napoli sulla sua goletta. Egli scriveva per informare Garibaldi d’un colloquio che aveva avuto colà con Liborio Romano, allora Ministro del Re e il personaggio di gran lunga più influente d’ogni altro in Napoli (2). “Liborio – diceva la lettera – è pronto a mettersi a vostra disposizione con due altri suoi colleghi di Gabinetto, al primo tentativo reazionario del Re. Al verificarsi di un tal tentativo egli si riterrebbe prosciolto dal suo giuramento di fedeltà, e si propone di lasciar Napoli con gli altri due Ministri e di presentarsi a voi proclamando il Re deposto e voi riconosciuto Dittatore” (3). Garibaldi fece dar di volta al corriere, incaricandolo di dire a Liborio che i napoletani dovevano tenersi pronti ad insorgere in qualsiasi momento etc…”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 20-23”Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda paarte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perché un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta ‘Emma’, da poco giunta nel porto di Napoli, per comunicargli ch’egli, Don Liborio, è “pronto a mettersi agli ordini di Garibaldi al minimo tentativo reazionario del Re” ritenendosi sciolto in tal caso da ogni giuramento di fedeltà….Etc…Come nuova prova di tale vanagloria e della grande importanza ch’egli voleva assumere, tolgo dall’Archivio Sirtori questa lettera che pochi giorni dopo egli dirigeva a Garibaldi: “Napoli 28 agosto 1860. Buono e caro amico – La Signora P….vi metterà al corrente della situazione e di ciò che io posso a Napoli. Se voi lo credete conveniente, inviate questi ordini: – che Liborio Romano dia le sue dimissioni (da ministro) e sia proclamato prodittatore e che si abbiano alla tal ora del tal giorno un movimento e dei colpi di fucile. Io ci sarò etc…Il latore vi dirà di diffidare di Villamarina e dell’ammiraglio Sardo: tutto ciò è La Farina e Cavour…Io vi supplico: evitate Salerno se lo potete. Una battaglia è inutile etc…Del resto datemi vostri ordini e poteri per Romano o per chiunque altro.”.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria,[7] essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. L’opera letteraria in cui il Dumas più di tutte ha descritto i Mille è “Les Garibaldiens”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 101 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo il colloquio, il Dumas inviò a Garibaldi una lettera, importante soprattutto per le informazioni su quanto operò nella zona di Salerno. Essa era compilata in questi termini: “Amico, Io devo scrivervi a lungo e parlarvi di seri affari; leggete con attenzione. Malgrado il desiderio di raggiungervi, io rimango a Napoli, ove credo essere utile alla nostra causa. Ecco senza chiamar precisamente i napoletani etc….Liborio Romano etc…”(52). Letta la lettera, Garibaldi ordinò al latore di ritornare subito a Napoli per far dire al Romano di mantenere il popolo in quei buoni sentimenti etc…”. De Crescenzo, a p. 104, nella nota (52) postillava: “(52) Questa lettera fu consegnata al Dittatore a Soveria Mannelli da Salvati, che, mosso dal golfo di Napoli sul Franklin, era approdato a S. Lucido presso la città di Paola.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Agrati scrive che la lettera si trova conservata nell’Archivio Sirtori. Da Wikipedia leggiamo che a Soveria Manelli, Il 30 agosto 1860 un corpo dell’esercito borbonico di 12 000 uomini, comandato dal generale Ghio, si arrese alle truppe garibaldine di Stocco, in seguito all’azione diplomatica svolta da Ferdinando Bianchi ed Eugenio Tano e sotto la minaccia dell’imminente arrivo dei volontari guidati dal maggiore Pasquale Mileti. I motivi alla base della resa delle truppe borboniche non sono del tutto noti; le conseguenze furono tuttavia determinanti per l’occupazione del Sud. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., in proposito scriveva che: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”

Nel 29 agosto 1860, a Potenza, la nomina del Commissario Giuseppe MANGO

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Nel 29 Agosto il Governo prodittatoriale di Potenza nominò pure un Commissario Civile’ per ciascun Distetto della Provincia con tutte le attribuzioni dei passati Sottointendenti, anzi coi pieni poteri ‘per le nomine delle cariche municipali e dei gradi delle Guardie Nazionali, in sostituzione di coloro che o non godessero la pubblica fiducia o non avessero accettato il nuovo ordine di cose’. Pel Circondario di Lagonegro fu nominato il nostro illustre cittadino Avv. Giuseppe Mango, il quale già in Potenza aveva preso parte onorata ed attiva nell’insurrezione lucana. Il Mango giunse in Lagonegro nel 30 Agosto, e prese stanza nel palazzo della Sottointendenza, donde spiegò tutta la sua operosità, pridenza ed energia in qui momenti difficili e pericolosi a prò della causa liberale, e raccogliere attorno a sè i varii partiti, di che la storia gli tributa lode (1).”. Pesce, a pp. 17-18, nella nota (1) postillava che: “(1) L’Avvocato Cav. Giuseppe Mango, nato in Lagonegro nel 1816, d’eletto….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 96 in proposito scriveva: “Il Governo Prodittatoriale di Potenza nominava anche per il distretto di Lagonegro un Commissario civile, funzionante da Sotto Intendente, con precisi poteri per le nomine ale cariche municipali e agli incarichi nella Guardia Nazionale di ogni Comune. Fu nominato l’avv. Mango di Lagonegro che si trovava in Potenza per aver preso parte all’insurrezione findai primi giorni. Il Segretario del Governo Pro-dittatoriale, Pietro Lacava, ne dava immediatamente comunicazione al Comandante militare Lavecchia.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati”.(147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretario nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Riviello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”.  

Nel ……agosto 1860, a Cannitello e poi a Bagnara, il generale Turr ed il suo stato maggiore

Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 124, in proposito scriveva che: “Cannitello, piccolo borgo situato tra Punta del Pizzo e Scilla. Ci aspettavano alcuni ufficiali e guidati da loro ci recammo alla casa parrocchiale, che era stata preparata per il generale Turr ed il suo stato maggiore. Lo spavento regnava nella casa, si sarebbe detto si trattasse dell’arrivo del diavolo….(p. 126) Allora il colonnello Spangaro – tra i cuori più generosi che abbia mai conosciuto – etc…(p. 130). Alle sette il generale Turr era in sella, seguito da alcuni uomini dello squadrone delle guide. Sulle nostre teste l’azzurro infinito del cielo si stendeva senza nubi…etc…(p. 131). Passammo accanto al fortino di Torre Cavallo, …..etc…la famosa fortezza di Scilla…..(p. 135) Al piccolo villaggio di Favazzine il piroscafo si ferma e pare accenni a voler sbarcare le truppe; il generale invia l’ordine di proseguire fino a Bagnara; …Dopo Bagnara…etc…(p. 138). Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..(pp. 138-139). Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, i maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calabra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le trupe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu in Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Il colonnello Lodovico Frapolli non è una figura secondaria, ma Carlo Agrati (…..), nel suo, “Da Palermo al Volturno”.”, ed. Laterza, Bari, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a p. 431, parlando dell’arrivo a Salerno, in proposito scriveva che: “Non c’era invece il Peard arrivato il dì prima, né Lodovico Frapolli, che aveva preceduto gli altri di qualche ora per prendere possesso dell’ufficio telegrafico.”

Nel 30 agosto 1860, in Calabria le truppe borboniche di GHIO e di CALDARELLI si arresero a Garibaldi

Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile; e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia, e poi precedendo questa, con poche guide e cavalieri, e con Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali, abbandonati dai proprii soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “Arresi Melendez e Briganti ; ucciso quest’ultimo dai suoi soldati, perchè sospettato di tradimento ; capitolato Vial, e imbarcatosi a Pizzo per Napoli; capitolato Caldarelli col comitato di Cosenza; sbandato Ghio con diecimila uomini a Soveria Mannelli, oramai la strada sino a Salerno era sgombra da soldati; sgombra veramente no, anzi ingombra di soldati paurosi o inermi, che salutavano, con terrore, i vincitori, al loro apparire. Lo sbandamento di Soveria fu l’episodio decisivo di quella campagna, per cui si affermò il trionfo della rivoluzione sul continente, e ispirò a Garibaldi il celebre telegramma, da lui dettato a Donato Morelli, la mattina del 31 agosto, nella casa rustica di Acrifoglio: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10 000 soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli , un numero poco minore di muli, e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella „ . De Cesare, a pp. 443-444, in proposito aggiungeva: “Dopo lo sbandamento di Ghio, e la dissoluzione di tutto l’esercito in Calabria, il ministero perdette addirittura la testa.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “Con una tattica sorprendente, basata sull’audacia, Garibaldi fu in grado d’imporre, in soli pochi giorni, la sua volontà al borbonico Generale Ghio – persecutore inesorabile di Pisacane – riuscendo ad ottenere la sua resa, nonostante una forza borbonica composta da ventimila uomini. E così, dal 18 al 30 agosto, in terra calabrese, tra uno scontro e l’altro, oltre 40.000 soldati di Francesco II° abbandonarono i loro ufficiali. Dopo pochi giorni da quella resa, ovunque venne conosciuto il testo del famoso telegramma dettato da Garibaldi: “Dite al mondo che ieri, 30 agosto, coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati comandati dal Generale Ghio. Il trofeo della resa fu di 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete in Napoli ed ovunque la lieta novella”. Il 1° settembre il contenuto del telegramma già era conosciuto dagli ufficiali borbonici dei presidii di Napoli e di Salerno, ed aveva prodotto in tutti il suo effetto psicologico. Giustamente, si pensava che la storia, più che i cannoni, vince la guerra. E la storia, nel Regno di Napoli, aveva pagine veramente tormentate!”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; nei giorni seguenti capitolarono le divisioni del generale Brigante, e Melendez con 9000 uomini; il Maresciallo Vial, che comandava un esercito di 12000 soldati nella forte posizione di Monteleone, non potendo resistere alla marea rivoluzionaria, partì per Napoli, lasciando il comando all’esercito avvilito e disfatto del generale Ghio; nel 27 agosto capitolava col Comitato insurrezionale di Cosenza il generale Caldarelli, che comandava 3500 soldati; e finalmente nel giorno 30 l’esercito di Ghio, forte di 10,000 soldati, accerchiato a Soveria Manelli da un manipolo di truppe garibaldine, alle quali oramai non si poteva più opporre resistenza, preferì arrendersi e sbandarsi confusamente qua e là etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Della capitolazione del generale borbonico Ghio ci ha lasciato testimonianza Alberto Mario (….), marito della giornalista Jessie White, nel suo “La Camicia rossa”, Milano, ed. Sonzogno, 1875. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide , le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli; e in meno d ‘ un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà. Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre , e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva una lettera senza data che: “…il Ghio, il quale lasciò nelle mani di Garibaldi diecimila fucili, dodici cannoni da campagna, seicento cavalli e muli ed un immenso materiale da guerra. Ottenuto ciò, Garibaldi inviava a Sala Consilina, al prodittatore Giovanni Matina, questa significativa comunicazione, dettata il 30 agosto 1860 a Donato Morelli, uno dei capi degli insorti Calabresi: “State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non c’è bisogno di venire al mio incontro: verrò io da voi. Dite al mondo intero che coi miei prodi calabresi ho fatto abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio….Trasmettete a Napoli e dovunque la lieta novella. Io parto per Rogliano. Agropoli, ore otto del mattino. Etc…Giuseppe Garibaldi”. Credo che però De Crescenzo abbia commesso l’errore di scrivere “Agropoli” e non “Agrifogli”. De Crescenzo pubblicherà in “Appendice A*” la il dispaccio inviato a Giovanni Matina che aveva assunto la prodittatura a Sala Consilina, e a p. 237, nella nota (*) postillerà: (*) Gli originali di queste lettere si conservano nell’Archivio Storico del Museo Nazionale di S. Martino a Napoli.”.  Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva che: “Ecco un manifesto del comitato dell’azione: A Sala il dittatore Garibaldi al prodittatore Giovanni Matina (risposta). « State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni . Non fa bisogno venire al mio incontro ; verrò io da voi . Dite al mondo intero che con i miei bravi Calabresi ho fatto abbassare le armi a 10, 000 soldati comandati dal generale Ghio. I trofei della vittoria furono 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, alcuni muli ed un immenso materiale da guerra. Io parto per Rogliano. Agrifogli, le otto antimeridiane ! ».”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 311, in proposito scriveva: Durante il combattimento di Villa s. Giovanni e Piale, il general Viale erasi avanzato con una parte delle sue truppe da Monteleone a Bagnara ed aveva dato ordine allo stesso brigadiere Ruiz di attaccare i garibaldini Costui erasi rifiutato d’intraprendere quell’ attacco colla sua piccola truppa. Viale ritirossi quindi a Monteleone, e si mise a letto ammalato e dimandò la sua dimissione, molto più ch’ egli vide in quale stato si erano dispersi i due corpi di Briganti e Melendez, ed aveva inteso che i rinforzi ch’ egli aspettava, furono al loro sbarco a Paola impediti da quegli abitanti a proseguire la loro marcia. L’ammutinamento andava prendendo sempre più piede nelle truppe e manifestavasi in una subordinazione che confinava col più deciso disprezzo verso gli ufficiali.”

Nel 30 agosto 1860, a Lagonegro giunse il telegramma di FRA GIOVANNI ? con la notizia della capitolazione del generale borbonico GHIO

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 21, in proposito scriveva che: La notizia della resa del generale Ghio giunse nel giorno stesso, nel 30 Agosto, per telegramma, spedito da un Fra Giovanni (?): “Vittoria – Garibaldi, vinte le truppe del Generale Ghio, le ha disarmate e fatte capitolare in Agrifoglio vicino Tiriolo”.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “….e finalmente nel giorno 30 l’esercito di Ghio, forte di 10,000 soldati, accerchiato a Soveria Manelli da un manipolo di truppe garibaldine, alle quali oramai non si poteva più opporre resistenza, preferì arrendersi e sbandarsi confusamente qua e là etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Della capitolazione del generale borbonico Ghio ci ha lasciato testimonianza Alberto Mario (….), marito della giornalista Jessie White, nel suo “La Camicia rossa”, Milano, ed. Sonzogno, 1875. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide, le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli ; e in meno d ‘ un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà. Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre , e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”.  

Nel 30 agosto 1860, Garibaldi dettò a Donato MORELLI l’ordine per il prodittatore Giovanni Matina di non muoversi e di organizzare la loro rivoluzione

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva una lettera senza data che: “…il Ghio, il quale lasciò nelle mani di Garibaldi diecimila fucili, dodici cannoni da campagna, seicento cavalli e muli ed un immenso materiale da guerra. Ottenuto ciò, Garibaldi inviava a Sala Consilina, al prodittatore Giovanni Matina, questa significativa comunicazione, dettata il 30 agosto 1860 a Donato Morelli, uno dei capi degli insorti Calabresi: “State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non c’è bisogno di venire al mio incontro: verrò io da voi. Dite al mondo intero che coi miei prodi calabresi ho fatto abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio….Trasmettete a Napoli e dovunque la lieta novella. Io parto per Rogliano. Agropoli, ore otto del mattino. Etc…Giuseppe Garibaldi”. Credo che però De Crescenzo abbia commesso l’errore di scrivere “Agropoli” e non “Agrifogli”. De Crescenzo pubblicherà in “Appendice A*” la il dispaccio inviato a Giovanni Matina che aveva assunto la prodittatura a Sala Consilina, e a p. 237, nella nota (*) postillerà: (*) Gli originali di queste lettere si conservano nell’Archivio Storico del Museo Nazionale di S. Martino a Napoli.”.  Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva che: “Ecco un manifesto del comitato dell’azione: A Sala il dittatore Garibaldi al prodittatore Giovanni Matina (risposta). « State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non fa bisogno venire al mio incontro ; verrò io da voi . Dite al mondo intero che con i miei bravi Calabresi ho fatto abbassare le armi a 10, 000 soldati comandati dal generale Ghio. I trofei della vittoria furono 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, alcuni muli ed un immenso materiale da guerra. Io parto per Rogliano . Agrifogli , le otto antimeridiane ! ».”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a p. 15, in proposito scriveva: “Intanto, Giunte insurrezionali venivano create in tutti i comuni. Quindi, telegrafò a Garibaldi ritenendo utile unirsi a lui, ma il Generale gli fece sapere che era più opportuno organizzare la rivoluzione in loco.”.

Nel 30 agosto 1860, gli Atti deliberativi del GOVERNO PRODITTATORIALE di SALA CONSILINA

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”Alcuni documenti sono stati pubblicati da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 194, dopo aver descritto per intero il documento pubblicato dall’Evandro, continua scrivendo: ” – Art. 4.° Nominiamo a nostro segretario interino il cittadino signor Antonio Alfieri d’Evandro. – Sala 30 agosto 1860″. Il municipio di Sala fa subitamente “atto di adesione” alle nuove potestà; così gli altri uffiziali dello Stato. Il nuovo governo ordinò per i suoi commissarii in ciascuno comune le Giunte-insurrezionali; e pel proprio organismo una “Giunta centrale d’insurrezione” come la disse; la quale per vero non ebbe balia che di “occuparsi sotto gli ordini e dipendenza immediata del Prodittatore del disbrigo degli affari correnti e di dettaglio, qualunque essi siano, eccetto le cose di guerra (1)”; e cotesti affari distribuì in quattro “dicasteri”. Ordinò con provvisione singolarissima ai cominciamenti di libero Stato il disarmamento di tutti coloro, cui non fosse licenza della polizia (al certo non potrebbe intendersi che la borbonica) di portare le armi….etc….”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Etc…”. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “All’alba del 30, centinaia di volontari si portarono entusiasti a Sala, dove Giovanni Matina, alla rtesta di 3000 insorti, proclamava la dittatura assumento il titolo di prodittatore della provincia di Salerno e vi insediò un governo provvisorio insurrezionale a cui si sottomisero le massime autorità regie. Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “Il Sottointendente di Sala infatti, in un verbale così riportava: “L’anno 1860, il 30 agosto, in Sala nella casa della Sottointendenza. Il Sottointendente del Distretto D. Luigi Guerritore, alla presenza di 3000 uomini armati, capitanati dal benemerito cittadino Giovanni Matina, e proclamanti lo stato insurrezionale, l’Unità d’Italia con Re Vittorio Emmanuele ed il Generale Garibaldi Dittatore, e la piena decadenza della dinastia dei Borboni, dichiara di rassegnare il suo potere nelle mani del popolo insorto e per esso del cittadino Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno”(224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. Etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: Primo governatore della Provincia di Salerno fu Giovanni Matina, irruente liberale originario di Teggiano, etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna. Dalla loro lettura si evince un’evidente opera di controllo ed epurazione dai ranghi degli uffici provinciali di tutte le persone ritenute non degne o di scarsa fiducia in quanto eccessivamente legati al precedente governo. Si trattava di una preoccupazione importante che fu tenuta in massima considerazione anche successivamente, etc…”

Nel 30 agosto 1860, a Sala, il colonnello MATINA, nominò colonnello e capo militare dell’insurrezione nel Salernitano il cittadino Luigi FABRIZI di Modena

Nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 379, in proposito scriveva che: “Scoppia in Potenza la rivoluzione: si ricevono danari da Napoli: il 25 agosto si parte per Sala da Marciani a raggiungere Matina e Fabrizi a Diano; il 28 comincia la rivoluzione: si stabilisce a Sala un governo provvisorio prodittatoriale: Matina Prodittatore, Alfieri d’Evandro segretario”(10).”. Cassese, a p. 381, nella nota (10) postillava: “(10) Dichiarazione del de Meo in Alfieri d’Evandro, op. cit., p. 59 e ssg.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 192 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Matina invece non accettò che lo indirizzo, gli uomini, e i sussidi del ‘Comitato Unitario’; dal quale il 23 di agosto, fu nominato “Alto Commissario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna (1)”; doppoichè pel distretto di Vallo avea dato nome ed ufficio medesimo a Lucio Magnone. Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”Dalla Treccani on line leggiamo che Luigi Fabrizi, nacque a Modena il 3 febbr. 1812, ultimo di quattro figli, da Ambrogio, avvocato, e da Barbara Piretti. Passata l’epoca delle rivoluzioni, il Fabrizi si stabilì a Genova e si legò ad elementi come Rosalino Pilo, Carlo Pisacane e Francesco Abignente. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati etc…”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunque uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XI-XII, in proposito scriveva che: Notatosi il bisogno di un capo Militare si gittarono gli occhi su Luigi Fabrizii da Modena. Matina lo invitò al rischioso ballo e tuttocchè infermiccio, valendo più in lui l’amore all’Italia che alla vita n’ebbe del sì. Egli fratello del Generale Nicola e del celebre Medico era degno delle domestiche tradizioni. Giovane ancora il 1831 lo vide combattere in Casa Menotti, indi congiuratore e profugo, nel 1848 etc…”. Dunque, il d’Evando nei sui Cenni generali cita il colonnello Luigi Fabrizi di Modena che fu incaricato da Giovanni Matina di comandare l’omonima Brigata. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVI, in proposito scriveva che: “…s’installò una giunta e fecesi rotta il 28 per Vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dall’operoso Carrano, e che per la sua postura topografica erasi scelto a lungo di convegno generale degl’insorti. Il Vallo è un largo e lungo bacino tutto circondato dai monti che lo rendono inaccessibile e difendibilissimo, con due varchi l’uno a Campestrino ove la strada per un ponte gittato su due burroni sale sui monti e che quindi bastano poche compagnie di uomini a difendere dall’alto delle rocce, aventi a ridosso la magnifica posizione dello Scorzo ove può accampare un armata, e dall’opposto lato della valle i posti del Fortino che corrono tra monti e soli vi danno accesso, ove del pari bastano de’ posti asserragliati per battere un armata che vi si voglia aprire il varco: il passo di Campestrino guarda a Salerno e quello del Fortino alle Calabrie, la valle è fertile abitata da popolazioni rischiose e sparsa di grosse città e di popolose borgate. Come ognun vede adunque la posizione non poteva essere meglio scelta.”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che il colonnello Luigi Fabrizi, dopo avere accolto la nomina del Matina, raccolse nel Vallo di Diano tutte le forze insurrezionali provenienti dal Cilento e dalla Basilicata. Fabrizi fece occupare le gole di Campestrino e del Fortino e stabilì il suo quartiere generale allo Scorzo. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Il colonnello Fabrizi, comandante dell’omonima sua Brigata, scrivendo il 13 gennaio 1861 al Ministro lamentandosi per lo scioglimento dei corpi dei garibaldini, compreso il suo, dell’Esercito Meridionale racconta ciò che fece nel Vallo di Diano, ad Eboli, al Fortino, a Sala, prima che ad egli ed ai suoi uomini gli fosse stato rodinato di andare a combattere a Maddaloni etc…Fabrizi spiega che a Padula, presso la Certosa di S. Lorenzo, dove gli uomini di Garibaldi riuscirono a relegare parte dei soldati borbonici del generale Caldarelli, egli aveva dislocato, oltre 1500 soldati della sua Brigata. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale. Il 30 agosto, proprio quando Garibaldi si approssimava alla provincia di Salerno, Giovanni Matina con Luigi Fabrizi, appartenente alla storia famiglia modenese, e con altri compagni di fede, iniziava l’insurrezione a Sala, dove furono concentrati tremila insorti del Vallo di Diano. Allora, dato il segnale, tutta la provincia fu in fiamme, tranne il Capoluogo, ancora per poco sotto il controllo delle truppe borboniche che di giorno in giorno, in numero sempre più crescente, abbandonavano le armi.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu ominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini. Sicchè quando, subito dopo la proclamazione dell’insurrezione, avvenuta in Sala il 30 agosto, il Fabrizi avanzò il parere che il moto fosse coordinato, secondo un unico indirizzo, tanto civile che militare, a quello della vicina Basilicata, il Matina vi si oppose, non tanto per i “minicipali spiriti”, come vuole il Racioppi (27), quanto perché egli, attenendosi fedelmente alla lettera del decreto, intendeva di neutralizzare in certo senso e sminuire nel corso degli avvenimenti l’importanza politica del Comitato di Potenza, dando al moto nel Salernitano un indirizzo diverso da quello. In altri termini il Matina sperava di poter togliere l’iniziativa politica al Comitato potentino e di incanalare le forze nella provincia di Salerno – la quale, essendo prossima alla Capitale, poteva assolvere un ruolo decisivo – , verso il partito più spregiudicato e più audace. Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 393, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche al Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E peciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni di partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontesi, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difes dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). Etc…”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “Come si vede, Garibaldi faceva da battistada a tutti, ma quel giorno – diretto ad Auletta – seppe che il suo vecchio Aiutante in Campo Colonnello Fabrizi, alla testa del Battaglione “Tanagro”, che faceva parte della sua Brigata, era già a ‘Campostrino’, e sarebbe andato oltre, mantenendosi in avanguardia per la sicurezza del Generale. Il “Vallo di Diano”, dopo Sala Consilina, andava sempre più restringendosi. Sotto la montagna, alla sinistra dl Tanagro etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “In quello stesso pomeriggio, Garibaldi stava per giungere a Salerno. Era partito all’alba da Auletta, preceduto dal Battaglione “Tanagro” della colonna Fabrizi, che aveva schierato avamposti di sicurezza – come scrisse il suo Comandante – alla “Duchessa” di Postiglione, e raccolto la riserva alla “Taverna dell’Olmo”…..(p. 170) Sullo Scorzo, altro schieramento di volontari in armi; ma su tutto il percorso, anche là dove non sorgevano case, si allineavano, sui ciglioni dei poderi, creature semplici, ansiose di vedere l’Eroe da vicino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 184 e ssg., in proposito scriveva che: “La brigata Fabrizi – formata buona parte da salernitani – venne inquadrata nella XVI Divisione, comandata da Nino Bixio. Il 1° e il 3 ottobre, prese parte ai combattimenti che si svolsero sul Volturno, e propriamente sulle alture di San Salvatore ed ai Ponti della Valle, estrema destra dello schieramento garibaldino. Per gli atti di valore compiuti, venne decorato al Valor Militare il Maggiore Galloppo, comandante del Battaglione “Tanagro”, ed è da ricordare anche che sotto ‘Capua’ si batterono coraggiosamente i patrioti salernitani Michele Matina, Lorenzo Curzio, Pasquale Cerruti, e il Capitano Trotta. E quando Fabrizi – che riportò ferita in combattimento – prese congedo dalla Brigata, così, tra l’altro si espresse in un significativo ordine del giorno: “………..”. Ed al Ministro della Guerra, più tardi, Fabrizi così scrisse: “……………….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “La sera del 18 agosto arrivò a Salerno anche Luigi Fabrizi, che il Comitato Centrale di Napoli aveva destinato come comandante supremo della rivoluzione in provincia. Egli alloggiò anche in casa Ferretti e la De Pace lo mise al corrente di tutto.”. Forse quì vi è un errore perchè De Crescenzo prima scrive che arrivarono a Salerno il 23 agosto e poi scrive il 18 agosto il Fabrizi. Forse si tratta del 28 agosto. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “In tale intesa e con diversi volontari, ai quali apparteneva anche Giovanni Guglielmi, il 25 agosto lasciarono Salerno il Fabrizi il Matina il Curzio ed il De Meo. La presidenza del comitato salernitano fu lasciata alla De Pace, la quale seppe dirigere con ammirevole competenza tutto il movimento, finchè la sera del 6 settembre non giunse Garibaldi coi suoi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico 31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era fratello del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato a tutte le precedenti battaglie dell’indipendenza, dalle quali aveva riportato lodi e manzioni onorevoli. Difatti, nel 1831, come altrove dicemmo, aveva combattuto in casa di Ciro Menotti, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 80, in proposito scriveva che: “III. Ricevuta comunicazione della nomina a Napoli, dove già aveva penato per due mesi nel castello dell’Ovo (13). Il Matina partì presto alla volta di Salerno. Gli teneva compagnia il fratello del grande patriota Nicola Fabrizi, Luigi, giovane ardimentoso, che già s’era fatto notare tra i proseliti del Menotti, nonchè nella difesa di Roma e nella guerra di Crimea. Essi arrivarono a Salerno le sera dello stesso giorno 23 agosto e si recarono da un noto ed operoso patriota, animatore di masse, Nicola Ferretti, che da tempo aveva aperto la sua abitazione (14) a sedute politiche, alle quali convenivano quanti etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “In tale intesa e con diversi volontari, ai quali apparteneva anche Giovanni Guglielmi, il 25 agosto lasciarono Salerno il Fabrizi il Matina il Curzio ed il De Meo. La presidenza del comitato salernitano fu lasciata alla De Pace, la quale seppe dirigere con ammirevole competenza tutto il movimento, finchè la sera del 6 settembre non giunse Garibaldi coi suoi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico 31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era fratello del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato a tutte le precedenti battaglie dell’indipendenza, dalle quali aveva riportato lodi e manzioni onorevoli. Difatti, nel 1831, come altrove dicemmo, aveva combattuto in casa di Ciro Menotti, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Etc…”.      

LUIGI FABRIZI, incaricato da Giovanni Matina

Dalla Treccani on-line leggiamo che Luigi Fabrizi, nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Non rinunziò tuttavia ad organizzare una colonna di siciliani e a prendere le redini di una brigata di 1.500 uomini che, inserita nella divisione Bixio, il 1º ottobre al Volturno fu schierata di riserva, a San Salvatore nei pressi di Maddaloni, alle spalle della brigata Eberhard, e dopo la repentina ritirata di quest’ultima ne occupò disciplinatamente le posizioni. Il 28 e il 29 ott. 1860 il F. si trovò ancora ad affrontare le truppe borboniche: la seconda volta, combattendo davanti a Capua “completamente allo scoperto” (come avrebbe scritto l’8 novembre al fratello Nicola in una lettera conservata in Roma, Arch. centr. dello Stato, Carte Fabrizi, scatola 2), fu raggiunto da un colpo di mitraglia che gli frantumò il braccio destro in tre punti. Una lunghissima convalescenza, resa più sofferta dal mancato accoglimento di ogni sua richiesta di concessione del comando di una piazza, non bastò a restituirgli l’uso del braccio. Ebbe inizio allora una estenuante lotta con la burocrazia per il riconoscimento dei servizi prestati: alla fine, ritiratosi a Castelnuovo in Garfagnana dopo essere stato collocato a riposo col grado di colonnello, il F. ottenne una medaglia d’argento e, a partire dal 16 maggio 1863, una pensione che non teneva conto, come egli aveva chiesto, della sua partecipazione alle guerre nazionali dal 1831 in poi. Colto da una crisi cardiaca mentre si trovava a Pisa presso il figlio, il F. morì il 28 febbr. 1865. Si veda E. Casanova, La Brigata Fabrizi da Salerno a Capua, in Bollett. d. Uff. storico, V (1930), pp. 170-180. 

Nel 30 agosto 1860, ad Ascea, le armi inviate dal governo piemontese ritirate dal De Dominicis ed in parte distribuite alla sua colonna e condivise pure dal De Dominicis con la colonna di Michele Magnoni

Sappiamo che il Governo Piemontese aveva inviato delle armi nel Cilento ed abbiamo contezza di tutto ciò attraverso una lettera di Giacinto Albini ed anche dalla testimonianza diretta di Pietro Lacava che il 7 settembre si recò nel Cilento, viaggio di cui ho già detto. Pare che queste armi furono ritirate ad Ascea dalla colonna del De Dominicis. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nonostante le posizioni politiche evidentemente differenti i rivoltosi erano più o meno restati uniti, anche se non mancarono tensioni. La più grave riguardò la divisione delle armi sbarcate sulla costa cilentana da una nave piemontese. De Dominicis, moderato, non volle dividerle con Vinciprova, non riconoscendogli il grado. Ma poi si accordò con Magnoni per l’autorevolezza indiscussa e le divisero tra le due colonne (69). Nessuno tra i radicali del Principato, quasi tutti ex mazziniani, mise in discussione il programma Italia e Vittorio Emanuele II. Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”. Del ritiro di queste armi, in seguito ritirate dal De Dominicis ne parla anche Pietro Ebner. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza etc…. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Mazziotti cita il testo di Michele Lacava, fratello di Pietro che, scrisse “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895. Dunque, Mazziotti riporta la lettera di Giacinto Albini dell’agosto 1860 che scriveva a……… L’Albini, nell’agosto del 1860 scriveva: “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito etc…Spero trovarmi presto tra voi. Addio”.”.  Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria di Michele Lacava narra del lungo lavorio che precedette questi accordi.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Dunque, Mazziotti postillava che il Lacava a p. 390 riportava una lettera di Giacinto Albini. Inoltre, Mazziotti, a p. 69, in proposito “Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento etc…”.Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Dunque, sappiamo che, il Comitato centrale di Napoli inviò armi nel Cilento e pare che esse,  in una spiaggia del Cilento furono sbarcati 500 fucili che, pare, siano stati ritirati Teodoro de Dominicis ma, egli, riconoscendo l’autorità di Michele Magnoni, ne avesse condiviso con lui, sette casse. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 69, in proposito scriveva che: “VI…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: Etc..”. Dunque, Mazziotti scriveva che aveva saputo dal “marchese Atenolfi”, suo amico, che le armi furono sbarcate alla “punta del Fico” presso il villaggio di Pioppi nel comune di Pollica.Mazziotti, a pp. 69-70 pubblicava la nota del De Dominicis da lui indirizzata al “Cittadino Leonino Vinciprova in Omignano”. Mazziotti riporta a pp. 69-70 la “Nota” del De Dominicis al Vinciprova. Si tratta di una lettera che il De Dominicis scrisse a Lucio Magnoni, il 1° settembre dal campo di Centola che era stata da lui occupata. La lettera del de Dominicis si trova conservata ed è stata esposta nella Mostra del Risorgimento. Dunque, il De Dominicis, che tutti scrivono essere Teodosio Junior, scriveva al Comitato della Basilicata il 1° settembre 1860 da Centola dove era arrivato con la sua colonna e con Gennaro Pagano. Dunque, è da questa lettera del de Dominicis che si apprende che egli era a Centola il 1° settembre 1860. Mazziotti, a pp. 69-70, aggiungeva pure che: “La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: “Comando del primo corpo d’Insurrezione in Distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2). Signore. E’ vero che dal Comitato centrale di Napoli mi son giunti avanti ieri cinquecento fucili; ma il Comitato avendoli messi liberamente a mia disposizione e senza obbligo di farne ripartizione, così ho creduto spedirne sette casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Per conseguenza di ciò potete assicurare da mia parte il Governo Prodittoriale di Basilicata, che il Commissario Civile Cittadino Matina che ad onta etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. La lettera invata dal De Dominicis, è firmata Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata e il Matina chiedevano conto di quelle armi.”. Di queste armi inviate, pare che il Governo provvisorio di Basilicata avesse chiesto conto al de Dominicis, il quale, il 1° settembre 1860 risponde con una lettera scrivendo al Governo provvisorio di Basilicata. Riguardo il Vinciprova, Matteo Mazziotti scrisse anche “Ricordi di famiglia (1780-1860)”. , dove ci parla del padre e della sua attività rivoluzionaria al servizio della libertà. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”.    

Nel 30 agosto 1860, la colonna di insorti cilentani comandata da  STEFANO PASSERO

Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 268, in proposito scriveva che: “Ecco d’altronde le notizie della guerra , tirate dagli ultimi bollettini (numero 17 a 21 ) del comitato dell’ ordine. Il 30 agosto Stefano Passaro , in virtù de ‘ poteri che gli sono stati conferiti dal comitato centrale , ha dichiarato l’ insurrezione cominciata nella Lucania occidentale. Ha organizzato una commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie , una commissione per riunire offerte volontarie, ed una commissione destinata a provvedere alla sicurezza pubblica.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce. A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento   // Stefano Passero.”.”. Dunque secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fu pubblicato sul “Bullettino etc…” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Tuttavia, sebbene molte relazioni furono pubblicate dall’Alfieri D’Evandro, è doveroso aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che, nel Distretto di Vallo, il “Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” (il cui promotore e Direttore accreditato dal Comitato Centrale dell’Ordine, era Stefano Paasero), gli fece tenere 500 ducati ed “erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito aveva scritto: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore etc…”.”. Il D’Evandro, continuando il suo racconto scriveva pure che: “In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ordine. “Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”.”. Dunque, tra il 23 ed il 28 agosto 1860, Stefano Passero istituì tre Commissioni. Il D’Evandro scriveva che: “Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..”. D’Evandro continuando la sua relazione scriveva: “Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc…”, e poi aggiungeva: “Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Etc…”. Dunque, D’Evandro scriveva che nel Distretto di Vallo della Lucania, il Municipio di Vallo della Lucania provvedè a quanto occorresse alla colonna di Stefaro Passero, ed aggiunge che le spese vive per l’occorrente “fu largamente pagata dal Comandante Passero”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, dalla relazione-rapporto di Lucio Magnoni, in proposito scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Infatti, sulla scorta di tali documenti, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; etc…(1)”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: VIII. Anche a Vallo si organizzarono senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che soprattutto non era rimasto inerte fu Stefano Passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitigli dal Comitato centrale, riunì molte guardie nazionali di quel centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere le armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. De Crescenzo, a p. 88, in proposito scriveva pure: “….tutta la gente si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a tale movimento il sottointendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni etc…”. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna di Stefano Passero, si diresse  “….al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala.”. Dunque, la colonna d’insorti, circa mille uomini, comandati da Stefano Passero si diresse per la via di Policastro verso i paesi di Gioia, Laurino, Piaggine, Sacco e Diano. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano etc…”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “La notizia infatti dello sbarco di Garibaldi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuirono anche cinque cilentani tra i mille, nonchè l’opera dei fratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garibaldine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia che ormai, ritenevano i tempi maturi per passare dalle strategie alle azioni.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829.  

Nel 30 agosto 1860, a Sala, proveniente da Sanza dove si era fortificata,  arrivò la colonna di insorti cilentani di Stefano PASSERO o PASSARO

Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 88-89 e ssg., in proposito scriveva che: VIII. Questo nucleo di armati, superiore agli altri – circa tremila insorti – non attese il Fabrizi ed i volontari precedentemente giunti nel Vallo di Diano (26), perchè, incoraggiato dalle vittorie di Garibaldi, aveva stimato bene di entrare subito a Sala. Vi entrò difatti a mezzogiorno del 30 agosto, insieme ad una trentina di soldati di Garibaldi, comandati da Fabrizio da Nupone, gridando etc…”. Il De Crescenzo scriveva che la colonna del Passero arrivava a Sala. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il Vallo di Diano era stato scelto a luogo di convegno generale per la sua posizione geografica.”. Sempre il De Crescenzo, a p. 94, in proposito scriveva pure che: “XI. Mentre le colonn insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo, il Passero, si muovevano pr convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. 

Nel 30 agosto 1860, la colonna di insorti cilentani di Cristofaro FERRARA di S. Biase

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Iviimprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Dunque, la colonna di Cristoforo Ferrara di S. Biase, riunitasi a Vallo in sieme ad altre colonne di insorti si divise e prese la strada che portava ai piccoli paesini di Cuccaro, Laurito, Rofrano e quindi a Sanza, dove essi si accamparono fortificandosi.  Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento   // Stefano Passero.”.”. Dunque, secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fu pubblicato sul “Bullettino etc…” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Tuttavia, sebbene molte relazioni furono pubblicate dall’Alfieri D’Evandro, è doveroso aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII…tutta la gente si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a tale movimento il sottointendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni etc…”. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…”. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “….mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.”. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo “Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Un’altra notizia che riguarda la colonna di insorti cilentani comandata da Cristoforo Ferrara è quella del passaggio a Policastro dove fu incendiata la casa del Cav. Pecorelli, borbonico di fama. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Garibaldi, ….Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. La notizia del passaggio di Cristoforo Ferrara da Policastro vi è una relazione del De Dominicis, inedita e non pubblicata nell’opuscolo di Alfieri D’Evandro, che riporta Anna Sole e conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860.

Nel 31 agosto 1860, la formazione delle GIUNTE INSURREZIONALI istituite per ogni Municipio dalla GIUNTA CENTRALE D’INSURREZIONE diretta da Giovanni Matina, del Governo di Sala 

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, riferendosi a Giovanni Matina, in proposito scriveva che: Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”Alcuni documenti sono stati pubblicati da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 194, dopo aver descritto per intero il documento pubblicato dall’Evandro, continua scrivendo: ” – Art. 4.° Nominiamo a nostro segretario interino il cittadino signor Antonio Alfieri d’Evandro. – Sala 30 agosto 1860″. Il municipio di Sala fa subitamente “atto di adesione” alle nuove potestà; così gli altri uffiziali dello Stato. Il nuovo governo ordinò per i suoi commissarii in ciascuno comune le Giunte-insurrezionali; e pel proprio organismo una “Giunta centrale d’insurrezione” come la disse; la quale per vero non ebbe balia che di “occuparsi sotto gli ordini e dipendenza immediata del Prodittatore del disbrigo degli affari correnti e di dettaglio, qualunque essi siano, eccetto le cose di guerra (1)”; e cotesti affari distribuì in quattro “dicasteri”. Ordinò con provvisione singolarissima ai cominciamenti di libero Stato il disarmamento di tutti coloro, cui non fosse licenza della polizia (al certo non potrebbe intendersi che la borbonica) di portare le armi….etc….”. Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “….Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno”(224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. Etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli.”Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati ; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola.

Nell’agosto del 1860, i COMITATI MUNICIPALI (giunte Decurionali) dei Comuni del Governo provvisorio Prodittatoriale

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 89, in proposito scriveva che: “Nei vari Comuni erano stati poi costituiti Comitati Municipali, composti di professionisti, di sacerdoti e di operai. A Trecchina troviamo: Presidente il sacerdote Raffaele Schettini e membri il sac. Vincenzo Maimone, il notaio Federico Schettini, l’avv. Domenico Vita, l’avv. Federico Schettini, Giuseppe Alagia, Angelo Vitarella e Giuseppe Larocca. A Lauria: l’avv. Francesco Maria Gallo, presidente e il sac. Nicola Imbellone, il dott. Biase Giordano, il sac. Francesco Lamboglia, Tommaso Ferrara, Angelo Raffaele Imbellone, Biase Antonio Pansardi, il sac. Nicola Palmieri, il dott. Alfonso Reale, l’avv. Giovanni Girardi, l’avv. Pietro Ielpo, l’avv. Nicolangelo Viceconti, l’Arciprete Nicola Carlunni, l’agrimensore Pietro Caino, il dott. Luigi Sarubbi e altri. A Lagonegro: l’avv. Aniello Picardi, il farmcista Gennaro Aldinio e Antonio Picardi.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “Questo governo, che sedeva in permanenza nell’antica sede dell’Intendenza, proclamò legittimo lo stato di insurrezione della regione, affidò il comando dell’esercizio patriottico al benemerito colonnello Camillo Boldoni, che nominò Capo di Stato Maggiore Carmine Senise, e dispose che in tutti i Municipi della Provincia fosse immediatamente costituita una Giunta insurrezionale “composta di tre individui, noti per fede patriottica ed energia”(1). Tale Giunta municipale – ordinava il Governo Pro-dittatoriale – “ha tutti i poteri necessari: 1) per fare eseguire tutte le disposizioni, che emaneranno dal Governo Pro-dittatoriale; 2) per mantenere l’ordine interno; 3) per rispondere ai bisogni dell’insurrezione con moizzare immantinenti un terzo della Guardia Nazionale, con aprire liste di volontari, formare una cassa del pubblico denaro, ed altre offerte spontanee; e con provvedere che il Municipio tenga a disposizione della Patria uomini, armi e munizioni”(2). Il Sottocentro di Rotonda, diretto da Bernardino Fasanelli, Emanuele Priante, Gerolamo Iorio, etc…comprendeva i comuni di Rotonda, Lagonegro (3), Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Castelluccio, Superiore Cadtelluccio Inferiore, Viggianello e Sanseverino; etc….. Guida, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) A Lagonegro la Giunta insurrezionale fu costituita dall’avv. Aniello Picardi, dal farmacista Gennaro Aldinio e da Antonio Picardi. La Giunta simise subito in corrispondenza coi Comitati di Cosenza, di Castrovillari, di Rotonda e di Potenza.”. Guida, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) Lacava M., Cronistoria etc…, pag. 499.”. Guida, a p. 88, nella nota (3) postillava: “(3) Non era stato possibile costituire un Sottocentro a Lagonegro perchè in questa cittadina avevano sede la Sotto Intendenza e il Commissariato Borbonici e severa e sospettosa era la sorveglianza della gendarmeria.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola.

Nel 30 agosto 1860, a Lagonegro giunse l’avv. Giuseppe MANGO da poco nominato Commissario Civile e la costituzione della GIUNTA INSURREZIONALE di Lagonegro (PZ) 

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Nel 29 Agosto il Governo prodittatoriale di Potenza nominò pure un Commissario Civile’ per ciascun Distretto della Provincia con tutte le attribuzioni dei passati Sottointendenti, anzi coi pieni poteri ‘per le nomine delle cariche municipali e dei gradi delle Guardie Nazionali, in sostituzione di coloro che o non godessero la pubblica fiducia o non avessero accettato il nuovo ordine di cose’. Pel Circondario di Lagonegro fu nominato il nostro illustre cittadino Avv. Giuseppe Mango, il quale già in Potenza aveva preso parte onorata ed attiva nell’insurrezione lucana. Il Mango giunse in Lagonegro nel 30 Agosto, e prese stanza nel palazzo della Sottointendenza, donde spiegò tutta la sua operosità, pridenza ed energia in qui momenti difficili e pericolosi a prò della causa liberale, e raccogliere attorno a sè i varii partiti, di che la storia gli tributa lode (1).”. Pesce, a pp. 17-18, nella nota (1) postillava che: “(1) L’Avvocato Cav. Giuseppe Mango, nato in Lagonegro nel 1816, d’eletto……….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.

La GIUNTA INSURREZIONALE di Vibonati

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (236) postillava: “(236) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 381, nel nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.   

In seguito al 1857, Giovanni GIFFONI di Vibonati, perseguitato dalle autorità borboniche

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Un ricorso per risentimento, a nome Saverio Polito, accusava D. Giovanni Giffoni di Vibonati d’essere stato il “gran fabbro” dello sbarco di Pisacane. Egli, che esercitava la professione di cancelliere presso il Giudicato circondariale, nel 1848, si rese operoso nei processi politici, quindi, ben conosciuto dalle autorità (29). Consapevole dei malevoli sentimenti contro di lui nutriti per aver raccolto molta e profonda avversione, temendo effetti di reazione vendicativa a suo danno, quando sbarcò il “bel Capitano”, atterrito, il mattino del 29 giugno, si rifugiò a Camerota. ‘Raccoglieva larga messe di odiosità tra i suoi conterranei appunto per essersi reso operoso strumento in una processura politica qui compilata parecchi anni addietro a carico di molti individui; odiosità in cui incorsero seco lui per la stessa causa anche tre fratelli Perazzo nipoti di quel sacerdote D. Biase Perazzo, nella cui casa sarebbesi voluto trasformare in una settaria fucina, e non per questo la sua famiglia fu sempre ritenuta di sentimenti elevati al Real trono.”. Il sottointendente ritenne falsa la firma improntata al nome di Saverio Polito “per il niun risultato che si hanno avuto con le più efficaci investigazioni da me spiegate all’oggetto” e considero la denuncia “un complesso di abominevoli calunnie. La condotta del Giffoni in fatto di politica non soffre acciacco veruno”(30).”. Policicchio, a p. 208, nella nota (29) postillava che: “(29) Con missiva del 12 gennaio 1858 da Positano fu trasferito a Sanza.”. Policicchio, a p. 208, nella nota (30) postillava che: “(30) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 31, f. 42.”.

Nel 30-31 agosto 1860, i Comuni e le Giunte Insurrezionali deliberarono e sostennero le SPESE vive per il mantenimento della truppa dei volontari garibaldini  

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”Stessa cosa avvenne nel Distretto di Vallo. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che, nel Distretto di Vallo, il “Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” (il cui promotore e Direttore accreditato dal Comitato Centrale dell’Ordine, era Stefano Paasero), gli fece tenere 500 ducati ed “erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito aveva scritto: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore etc…”.”. Il D’Evandro, continuando il suo racconto scriveva pure che: “In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ordine. “Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”.”. Dunque, tra il 23 ed il 28 agosto 1860, Stefano Passero istituì tre Commissioni. Il D’Evandro scriveva che: “Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..”. D’Evandro continuando la sua relazione scriveva: “Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc…”, e poi aggiungeva: “Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Etc…”. Dunque, D’Evandro scriveva che nel Distretto di Vallo della Lucania, il Municipio di Vallo della Lucania provvedè a quanto occorresse alla colonna di Stefaro Passero, ed aggiunge che le spese vive per l’occorrente “fu largamente pagata dal Comandante Passero”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 17773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 153, dedica un’intero capitolo alle spese sostenute dai Municipi: “Capitolo Nono – Costi della Spedizione”, ed in proposito scriveva che: I comandanti delle truppe insurrezionali, nei loro molteplici dislocamenti, presero dalle casse dei municipi, a volte anche con difficoltà, il denaro stimato bisognevole per le quotidiane forniture a uomini e animali, o per le paghe agli arruolati. Ovunque, quindi, il passaggio delle truppe collegate alla causa garibaldina produsse innumerevoli spese alle diverse tesorerie comunali.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 153, in proposito scriveva che: Il Comune di Scalea, “pel passaggio della fanteria e cavalleria dell’Esercito Meridionale del Generale Garibaldi”, secondo lo stato delle spese sostenute e presentato dal Sindaco, ascese a ducati tredici e grana venticinque. Il Decurionato propose di prelevare la somma dal fondo dalle ‘imprevedute’ (3).”. Policicchio, a p. 153, nella nota (3) postillava: “(3) ACSCL, Registro raccolta dele Delibere Decurionali, delibera del 18.9.1860, p. 111. Anche C. Manco, Scalea prima e dopo, s.c.e., 1969, p. 78; C. Cosenza, Le deliberazioni Decurionali (1830-1861) s.c.e. e data, p. 88; G. Celico, Santi e Briganti, Diamante, 2002, p. 298.”.  Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: La gente delusa fu, in parte compensata, pochi giorni dopo, dalla visita di molti garibaldini. Una delibera comunale del 18 ottobre 1860 omologò le spese per il soggiorno dei garibaldini. Il nuovo consiglio comunale legalmente costituito, formato da G. de Cesare, Francesco Cupido, Giovanni Cupido, Emanuele Pepe, deliberò, nel 1861, d’intitolare il monte pecuniario che portava il nome di Ferdinando di Borbone a Giuseppe Garibaldi. Omologò inoltre le spese dei festeggiamenti per la proclamazione del regno d’Italia. Conferì la cittadinanza onoraria ad Alessandro Dumas padre che aveva a Scalea amici e ammiratori. Donato Cupido fu liberato e mandato a combattere il colera a Lagonegro.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre, dopo gli imbarchi effettuati a Paola, per mantenere l’ordine pubblico, nella città vi rimasero alcuni militi al comando del primo Tenente Ercole Posteraro. Questi, in arretrato di otto giorni, cominciò dal 17 settembre, a reclamare il pagamento giornaliero degli individui al suo comando. Il 19 settembre, il sindaco, al Governatore di Cosenza, così giustificava: “Da due giorni Ercole Posteraro con 45 individui si trova quì, io gli ho fatto passare le razioni di viveri e glie le continuerò sino chè vi staranno. Ho creduto non passar loro il denaro perchè debbo mantenere la Guardia Nazionale mobilitata, se l’autorità sua dispone diversamente.”. Il reclamo nasceva dal fatto che i militi erano prossimi a imbarcarsi e, per evitare inconvenienti, fu ordinato: “(….) disporrà che dalle somme esistenti in suo potere siano pagate le giornate che si reclamano, previo aggiusto colla relativa contabilità e che mo trasmetterà insieme al bono corrispondente.”(4).”. Policicchio, a p. 154, nella nota (4) postillava: “(4) ASC, Governo di Calabria Citra, b. 1, f. 2.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Dunque, la notizia dataci dal Policicchio proviene dall’Archivio Comunale di Torraca. Si tratta della Delibera decurionale del 6 novembre 1860. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “….Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno”(224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “In Basilicata, dal 18 agosto al 28 settembre, dall’esattore fondiario di Trecchina, Episcopia e altri Comuni, cumulativamente, furono prelevati 39 ducati. E ancora, dalle pubbliche casse di S. Chirico, Episcopia, Calvera, Lauria e Lagonegro, in uno, furono prelevati 462 ducati (5).”. Policicchio, a p. 154, nella nota (5) postillava: “(5) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata ecc.., cit., p. 348.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “Con il carico di organizzare le giunte municipali secondo il volere del nuovo Governo provvisorio della Provincia salernitana istituito a Sala, nel Golfo, fu inviato Vincenzo Vecchio che con sé portò alcune Guardie Nazionali. Per la loro diaria, in quell’occasione, il comune di Vibonati sopportò la spesa di ducati sette e grana 80 la cui somma fu prelevata dal capitolo delle “imprevedute”(6). Il denaro speso dal Comune di Vibonati per le varie somministrazioni alle colonne in movimento pose in lite, per oltre dieci anni, Cassiere e Amministratori. Il Governo provvisorio del Principato Citra riconobbe la somma di 487,80 ducati; il Cassiere Luigi Brandi, invece, pretendeva il riconoscimento di 844,70 ducati. Dopo lungo esame dei conti e prolungate discussioni, il Consiglio, considerando mendace e contraddittorio il reclamo prodotto dal Cassiere, il 20 agostro 1872 deliberò: (7): “1° Che la effettiva somma somministrata nel 1860 per trasporti militari alle colonne dell’esercito meridionale, comandate dal Dittatore Garibaldi dall’ex Tesoriere di questo Comune signor Luigi Brandi fu di ducati 487:80 e non già di ducati 844:60, come sostiene nel reclamo presentato al Signor Prefetto della Provincia. Etc…(8).”.”. Policicchio, a p. 155, nella nota (7) postillava: “(7) ACVBN, , Ivi, b. 3, f. 2, Delibera del 20 agosto 1872.”. Policicchio, a p. 155, nella nota (8) postillava: “(8) La somma veniva provata dalla seguente inconfutabile missiva inviata al Sindaco: “Salerno 22 9vembre 1860 n. 75= Governo del Principato Citeriore = Signore, con il suo rapporto del 15 volgente mese mi sono pervenute le contabilità per la diaria amministrata a varie colonne dell’esercito meridionale Italiano del prode Dittatore Garibaldi, dell’ammontare di Dti. 487:80; eetc…= Pel Governatore Il Segretario Generale Calende”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, chiamato a deliberare sulle spese sostenute dal Comune per l’insurrezione, verbalizzò il seguente (9): “Motivo di spesa: 1- Alla colonna insurrezionale di Magnoni per mano del Giudice di Vibonati sig. Cajazzo, fra docati cento offerti da altri comuni. Torraca ha sborsato Dti. 24 e Gr. 00.; 2- Piombo rotoli 50 somministrato al Giudice Cajazzo per munizione delle guardie mobili prima della venuta di Garibaldi: Dt. 8, e Gr. 80; 3 – Vitto ai soldati garibaldini passati in detaglio da questo comune: Dti. 13, e Gr. 00; A due corrieri spediti a Sala uno all’arrivo di Tur a Sapri ed un altro per il ricapito di un plico al Dittatore: Dti. 1 e Gr. 30; 4- Biada per vetture dei garibaldini rimasti a pernottare in questo comune: Dti. 1, e Gr. 90; 5 – Fieno e paglia: Dti., 1 e, Gr. 10; 6 – Vettura a Giuseppe Nicola Cesarini fino a Casalnuovo due giorni: Dti. 1, e Gr. 00; Ad Antonio Bifano fino a Sala due muli due giorni: Dti. 2, e Gr. 40.; ……. Policicchio, a p. 155, nella nota (9) postillava: “(9) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Dalla trascrizione del Verbale si evince che lo scritturale non seppe scrivere il nome del generale Turr.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 156, in proposito scriveva che: “Il Maggiore Michele Pagano, il 1° settembre 1860, al Sindaco di Torre Orsaja, ordinò quattromila razioni di pane e carne per le colonne insurrezionali. Nei dintorni si aggirava la colonna comandata da Teodosio De Dominicis che si divise tra i Comuni del circondario. A Torre Orsaja giunsero in seicento, inclusi i vetturini al seguito. Furono forniti di pane, carne e biada. Dodici tomoli di grano furono prelevati dal Monte Frumentario e inoltre: “furono necessari cantari due e rotoli quaranta di carne vaccina che furono pagati in ragione di grana 13 a rotolo, quindi il suo importo è dt. 31,20. Tomoli 11 di biada alla ragione di carlini dieci il tomolo, il cui importo è di dt. 11,00. Ancora 50 moggi di fieno che furono comprati per grana due l’uno, e quindi per questo oggetto si ha l’esito di un docato”. La spesa complessiva, facendo rimanere quella del grano a carico del Monte Frumentario (10), fu di ducati 43,20: “inoltre lo stesso Maggiore Pagano in data degli undici corrente da Eboli ordinava pagare dt. 21,60 a’ mulattieri di questo Comune che per otto giorni starono con sei vetture al seguito della colonna”. Il seguente 23 settembre, il Decurionato discusse l’argomento e, per le ristrette finanze, decise: “che invece di dt. 21,60 ordinati pagarsi ai vetturini di questo Comune, gli si diano docati 9,60, poichè loro è sufficiente una piastra al giorno per sei vetture, avendo questi ricevuto il foraggio ed i vetturini le spese cibarie. Il collegio trova giusto regolare l’esito di Dt. 43,20 per carne e biada e fieno e perciò delibera che questa somma venga accoppiata a quella di Dt. 9,60 che in uno si ha la spesa totale di Dt. 52,80 sia prelevata dall’art. 47 addetta alla spesa de’ detenuti delle prigioni di questo Circondario”(11).”. Policicchio, a p. 156, nella nota (10) postillava: “(10) Questa decisione, il 28 dicembre, dal Governatore non venne approvata perché il grano del Monte Frumentario era il sollievo dei poveri e la spesa delle razioni doveva formarsi a totale del Comune.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (11) postillava: “(11) ACTRO, Registro raccolta delibere Decurionali di Torre Orsaja., pp. 64, 64v.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “In ottobre passarono da Torre Orsaja due sergenti piemontesi che, girando “per affari di servizio”, obbligarono i comuni a far loro somministrazioni. Il Decurionato dovette loro sborsare 7,20 ducati più uno per i vetturini che da Torre li portarono a Policastro e da qui a Santa Marina. A fine dicembre due ufficiali francesi si misero a girare il Cilento con l’intento di reclutare uomini per la Legione francese che si stava organizzando in Napoli (12). La carrozza servita per loro uso costò al comune di Vallo 16 duati (13).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (12) postillava: “(12) Un figlio di Tortorella, Nicola Polito di Giuseppe e Giovanna Abramo, nato il due aprile 1797, soldato della 14° divisione, perse la vita a Parigi, nell’ospedale militare, il 17 febbraio 1861.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (13) postillava: “(13) ACVLL, Serie V, vol. 21, contabilità anno 1860, cc. 65, 65.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Il 7 ottobre 1860 si trovarono a transitare da Laurito il Sergente Giovanni Severo col Caporal Maggiore Pietro Bertoni della 6° Compagnia della Brigata Cacciatori delle Alpi, i quali, dal Cassiere comunale prelevarono ducati tre e grana 60, per vettovaglie e spese di viaggio, senza lasciar buoni di ricevuta. Il Sindaco, Antonio Speranza, prontamente scrisse al Governatore per farsi autorizzare l’esborso e domandò come comportarsi qualora si fossero verificati simili casi (14).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (14) postillava: “(14) ASS., Governatorato, b. 4, f. 130”Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Nei primi giorni d’aprile 1861 ancora vi erano residui dell’Esercito Meridionale. A Camerota vi giunse un garibaldino di nome Ambrogio Biella di Milano, di professione orologiaio. Trovato il posto incantevole e libero dall’ormai sciolto Esercito garibaldino, vi rimase ad esercitare la sua arte. Ma il 14 aprile ebbe una rissa con alcuni della Gurdia Nazionale del luogo, riportò una ferita che dai medici fu giudicata mortale. Il milite era privo di mezzi e dal Comune venne aiutato per non farlo morire facendogli somministrare tutto ciò che gli veniva prescritto dai medici. Etc..”. Policicchio, a p. 157, nella nota (15) postillava: “(15) ASS., Governatorato, b. 4 f. 118”. Policicchio, a pp. 160-161, in proposito scriveva pure: “Secondo il conto materiale ‘fuori stato’, ossia non previsto in bilancio, dell’anno 1860 del Comune di Roccagloriosa, reso dal cassiere Giuseppe Caruso (20), furono spesi 114,26 ducati di cui 109,46 “per razioni e foraggi somministrate alla colonna insurrezionale comandata dal sig.’ De Dominicis, ed approvata dal sig’ Governatore” ed ancora ducati 4,80 “a due Garibaldini dello Stato Maggiore, in virtù di bono rilasciato e spedito all’Intendente giusta la sua richiesta”(21).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (21) postillava: “(21) ASS., Governatorato, b. 12, f. 499.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “Il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al Colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei vetture per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato relativo “bono” di undici ducati e 40 grana (22). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali dichirarono che: “…partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di sessanta soldati sbandati…etc…(23).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (23) postillava: “(23) ACSGP, Registroraccolta delibere Decurionali anni 1861-1871, delibera del 20.3.1861, p. 185v.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “E siccome le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali sostenute dal Comune ammontano a oltre 300 ducati, per l’importo dei detti 24 ducati il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Per tale motivo: “è inabilitato a poter fra fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(24).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (24) postillava: “(24) Ivi, delibera del 5 Aprile e 3 maggio 1861, pp. 187-188v.”Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 292-293, in proposito scriveva che: “Anche il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei “vetture” per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato buono di 11 ducati e grana 40 (51). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali: “partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di di cento sessanta soldati sbandati, per i quali ebbero colà le rispettive diarie per una sola giornata etc…”(52).”. Policicchio, a p. 292, nella nota (51) postillava: “(51) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, delibera del 16-3-1861, p. 186.”. Policicchio, a p. 293, nella nota (52) postillava: “(52) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 185v., delibera del 20-3-1861.”. Policicchio, a p. 293, in proposito scriveva pure: “Per soddisfare il deliberato e reperire i 24 ducati, il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali e sostenute dal Comune ammontavano a oltre 300 ducati e, per tale motivo, il cassiere “è inabilitato” a poter far fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(53).”. Policicchio, a p. 293, nella nota (53) postillava: “(53) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 186, delibera del 5-4 e 3-5-1861”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 293, in proposito scriveva che: “Il denaro speso dal Comune di Vibonati per le varie somministrazioni alle colonne in movimento pose in lite, per oltre dieci anni, Cassiere e Amministratori. Mentre il Governo provvisorio del Principato Citra riconobbe la somma di 487,80 ducati, il Cassere Luigi Brandi, invece, pretendeva il riconoscimento della spesa per 844,60 ducati. Dopo un lungo esame dei conti e proluungate discussioni, il Consiglio Comunale, considerando mendace e contraddittorio il reclamo prodotto dal Cassiere, il 20 agosto 1872 deliberò (54): “1° Che la effettiva somma somministrata nel 1860 per trasporti militari alle colonne dell’esercito meridionale, comandate dal Dittatore Garibaldi dall’ex Tesoriere di questo Comune signor Luigi Brandi fu di ducati 487:80 e non già di ducati 844:60, come sostiene nel reclamo presentato al Signor Prefetto della Provincia. Etc…”.   

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, John Peard, C.S. Forbes, Gallenga e Fabrizi furono incaricati da Garibaldi  di allontanarsi per ispezionare gli apprestamenti militari e riferirgli prima del suo arrivo in quei luoghi

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Riguardo il manoscritto di John Witehead Peard, sulla rete si può leggere al link https://findingaids.lib.umich.edu/catalog/umich-wcl-M-4344.1pea, dove troviamo diverse notizie interessanti sulla guerra in Italia nel 1860. Questo manoscritto (36 pagine) è composto da lettere che John Whitehead Peard scrisse a un corrispondente non identificato sulle sue attività in Italia tra maggio e novembre 1860. Peard parlò del suo servizio militare sotto Giuseppe Garibaldi e Giacomo Medici in Sicilia e a Napoli durante le guerre di unificazione italiana, compresi i suoi viaggi e le sue esperienze durante la battaglia di Milazzo. Fece riferimento a movimenti di truppe e notizie militari, a volte coinvolgendo le forze napoletane e dello Stato Pontificio, così come le unità di Garibaldi. Peard descrisse le visite a diverse città, tra cui Genova, che ammirava molto, e Cefalù. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “In carrozza con Garibaldi e Cosenz partiamo alle tre antimeridiane…..Alle dodici dopo una lunga ed erta salita giungemmo a Tarsia. Venne la guardia nazionale, chi armato, chi no. Si mangia al cospetto di tanta gente, tutti silenziosi cogli occhi fissi su Garibaldi. Ci si ferma a Spezzano Albanese ove parlano greco. Entusiasmo, gridi, salti di gioia. A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Si parte alle cinque: ovazioni al Morana. Distici latini. Distribuzione di 284 ducati ai soldati napoletani: la guardia nazionale ci segue; il figlio del capo urbano arrestato. Il capo degli insorti di Potenza annuncia essere pronti duemila volontari. Nuova guardia nazionale ben vestita, ben armata di fucili da caccia. Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Manda Trecchi e Nullo a portarlo. Giunse pertanto una lettera di Cardarelli in cui dice a Garibaldi: “Questa vostra truppa si profferisce ai suoi ordini”. Si ascoltano i lamenti degli ufficiali, che non hanno assicurata la loro posizione. Allora si pensa di mandare Bernieri e Trecchi portatori di un’altra lettera in cui si promette la conservazione del grado e si dispongono le cose per altre trattative. L’incarico dato ai nostri è di tenere la relazione continua con noi, mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno, e partono alle sei.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta (2-3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, Treveljan cita John Whitehead Peard, Charles Stuart Forbes, comandante della Marina Inglese, Gallenga, corrispondente del Times, e del generale Fabrizi, i quali ricevettero l’ordine da Garibaldi di portarsi aventi verso le truppe del Caldarelli e perlustrare la situazione prima del suo passaggio. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (Parma, 4 novembre 1810 – Llandogo, 16 dicembre 1895) è stato un giornalista, scrittore e patriota italiano. Fu poi eletto alla Camera del Regno di Sardegna nella VII Legislatura e nell’VIII Legislatura (quest’ultima era la prima del Regno d’Italia, 18 febbraio 1861 – 7 settembre 1865). In seguito continuò a lavorare come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Da Wikipedia leggiamo che John Whitehead Peard (Fowey, luglio 1811 – Trenython, 21 novembre 1880) è stato un avvocato e militare britannico. Conosciuto come “il garibaldino inglese” o “l’inglese di Garibaldi”, divenne famoso durante la spedizione dei Mille per la sua somiglianza fisica con l’Eroe dei due mondi, tanto da venire spesso acclamato dalla folla che lo confondeva con Garibaldi. L’equivoco fu sfruttato contro le forze borboniche dagli stessi garibaldini che, inviando falsi messaggi telegrafici, confondevano il nemico circa la reale posizione di Garibaldi. Peard era anche conosciuto per essere il “sosia” di Garibaldi e durante l’avanzata garibaldina accadeva a volte che Peard fosse scambiato per lo stesso generale, venendo acclamato dalle folle ad Auletta, Postiglione, Eboli e Salerno, dove quasi nessuno lo riconosceva, nonostante Peard fosse più alto di Garibaldi ed avesse la barba più lunga. La presenza di Peard, creduto Garibaldi, trasse anche in errore i comandi borbonici, che furono sviati dai falsi messaggi telegrafici inviati da Eboli da parte dello stesso Peard e dai garibaldini Fabrizi e Gallenga: tali messaggi inducevano a credere che i garibaldini fossero presenti in gran numero e i che i borbonici del generale Cardarelli stessero passando dalla loro parte. I falsi messaggi telegrafici e la supposta presenza del vero Garibaldi a Eboli furono così convincenti che i borbonici decisero di ritirarsi da Salerno, dove il Peard come al solito fece poi il suo ingresso trionfale, senza essere riconosciuto, tranne da un ufficiale che gli mormorò all’orecchio la sua vera identità. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli ; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva di suo pugno al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia etc…”. 

Nel 31 agosto 1860, a Rutino, Lucio MAGNONI, ordinava di mettersi in marcia nei paesi del Cilento

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3).”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, etc…(3)…”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10…Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).. Pinto, a p. 101, nella nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nella nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (64) postillava che: “(64) Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 170, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, Commissario Delegato del Comitato Unitario Nazionale invece, a seguito degli ordini di Garibaldi, disponeva che parte della Guardia Nazionale del Distretto di Vallo fosse “mobilizzata e messa sul piede di guerra”, mentre l’altra parte sarebbe rimasta “a guardia dei comuni sotto il comando di un cittadino scelto dal Capitano per tutelare l’ordine pubblico”, disponendo inoltre, “la fucilazione per tutti coloro che attenteranno all’ordine pubblico, alla proprietà, all’onore delle famiglie ed alla loro sicurezza, vietando ogni arruolamento d’armata senza ordine espresso del capo militare”(229).”. Del Duca, a p. 170, nella nota (229) postillava: “(229) A.S.S. Giornali, Pubblicazione di dispacci “Il Lampo”, Napoli, 3 settembre 1860, Ivi, Mobilitazione e messa sul piede di guerra della Guardia Nazionale del distretto di Vallo”. Il dispaccio di Magnoni venne pubblicato anche dall’Alfieri d’Evandro.

Nel 31 agosto 1860, Giovanni MATINA nomina i Commissari Organizzatori distrettuali per i distretti di Sala

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “N.° 9 Il Pro-Dittatore della Provincia di Salerno…Dispone…2. Dovendosi installare uguali Giunte Municipali in tutta la Provincia, destiniamo a questo incarico i Commissari organizzatori distrettuali, i quali saranno membri componenti di dritto delle Giunte de’ Municipii di loro residenza. Essi si metteranno immediatamente in missione con pieni poteri, trascegliendo per far parte delle Giunte i cittadini più noti per energia rivoluzionaria, per principii unitarii e probità personale. 2. Nominiamo all’ufficio di Commissarii Organizzatori distrettuali per lo distretto di Sala i Cittadini: D. Andrea Curzio di Sant’Angelo. Sala 31 Agosto 1860. Pel Dittatore Garibaldi. – Il Pro-Dittatore – G. Matina etc…”. Dunque, con questo decreto il Matina nominava il cittadino Andrea Curzio tra i Commissari Organizzatori distrettuale di Sala. 

Nel 1° settembre 1860, Michele Magnoni veniva nominato …….e subito il De Dominicis lo riconosceva

Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 105, in proposito scriveva che: “Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria-Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”

Nel 1° settembre 1860, a Centola occupata, il quartiere generale di TEODORO DE DOMINICIS e della sua colonna

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere Guardie Nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti giorno 3 occuparono Torre Orsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo Altieri, pag. 69.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 69, in proposito scriveva che: “VI…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo:  “Comando del primo corpo d’Insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2). Signore. E’ vero che dal Comitato centrale di Napoli mi son giunti avanti ieri cinquecento fucili; ma il Comitato avendoli messi liberamente a mia disposizione e senza obbligo di farne ripartizione, così ho creduto spedirne sete casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Per conseguenza di ciò potete assicurare da mia parte il Governo Prodittoriale di Basilicata, che il Commissario Civile Cittadino Matina che ad onta etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Dunque, il De Dominicis, che tutti scrivono essere Teodosio Junior, scriveva al Comitato della Basilicata il 1° settembre 1860 da Centola dove era arrivato con la sua colonna e con Gennaro Pagano. Dunque, è da questa lettera del de Dominicis che si apprende che egli era a Centola il 1° settembre 1860. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata e il Matina chiedevano conto di quelle armi.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Marc Monnier (…..), nel suo“Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”

Nel 31 agosto 1860, dal porto di Livorno, la partenza per la Sicilia dei volontari di Castel Pucci, di Giovanni NICOTERA e ACHILLE SACCHI, che furono scortati da navi da guerra Sarde (“Colombo”) fino in Sicilia  

Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a pp. 282-283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “Cavour si era preparato per tale eventualità almeno fin dalla metà d’agosto; e il primo indubitabile passo da lui compiuto in tal senso era costituito dalla circolare del 13 agosto, che vietava l’arruolamento di volontari. Etc…(p. 283). In Toscana i volontari di Nicotera, che avevano ricevuto il permesso ed anche l’incoraggiamento per concentravisi prima di tale mutamento di politica (3), furono dispersi, nonostante le violente proteste di Ricasoli. La forzata dispersione dei volontari genovesi già avvenuta in precedenza in quel mese era stata effettuata a causa dell’avversione della Francia a violazioni del territorio pontificio; invece, lo scioglimento dei volontari radunatisi in Toscana era conseguente alla risoluzione di Cavour di invadere lui stesso quel territorio. L’aiuto dei volontari gli sarebbe stato utile; ma c’erano ragioni politiche perché l’esercito regio ed il governo del re dovessero riservare per sé soli quel tanto di prestigio che sarebbe derivato da quest’ardita impresa. Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (3) postillava che: “(3) Ricasoli a Cavour, 23 agosto (B. Ricasoli, Lettere, a cura di Tabarrini, V, p. 213); Ricasoli a Farini, 26 agosto (BR ASF, b, T, f. P).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, e di essi nessuna menzione specifica s’era fatta nell’accordo convenuto fra il Bertani e il Farini a Genova, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a pp. 154-155 aggiungeva pure che: “….ma Cavour, contrario alla mossa, inviò istruzioni a Ricasoli, governatore della Toscana, perchè lo impedisse. Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Riguardo la citazione di “Mignona”, il Treveljan, a p. 436 scriveva: “Mignona = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignona. Napoli, 1889.”Si tratta di Carbonelli Pupino G., Nicola Mignogna e non “Mignona” come scriveva il Treveljan. Nicola Mignogna fu nominato da Garibaldi tesoriere della Spedizione dei Mille. Dunque, contrariamente alle speranze di Garibaldi ed alle convinzioni del Nicotera che era in Toscana, con il suo corpo di volontari, che era quasi pronto per l’insurrezione armata contro gli Stati papalini, ebbe uno scontro con Ricasoli, governatore della Toscana, che lo indusse a partire per la Sicilia. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 283, in proposito scriveva che: Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Dallolio, a p. 210, nella nota (1) postillava: “(1) Come il Ricasoli impedisse la spedizione del Nicotera nello Stato Pontificio è noto. Meno noto è il piano di insurrezione preparato dal Bertani, che il Comandini pubblica (op. cit.) come documento di capitale importanza. Il Piano fu mandato segretamente dal Bertani allo Stanzani, ed è fra le carte del Comitato di provvedimento.”. In questo passaggio, Dallolio accenna allo stop che Cavour impresse all’invasione dello Stato Pontificio, influenzando il suo governatore della Toscana, Ricasoli che fece arrestare Nicotera. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Sempre la White, sulla scorta del Diario del Bertani, aggiunge che, Bertani, arrivato di nuovo in Sicilia: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Bertani, a Milazzo, intendo a ricongiungersi con Garibaldi, da poco sbarcato in Calabria, con il contingente delle truppe ex Spedizione Pianciani (circa 4000 uomini affidati da Garibaldi, al colonnello Rustow), “….aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo dfacendola anzi scortare da Livorno” e, aveva letto la circolare di Farini (indotta da Cavour) del blocco degli arruolamenti di volontari. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 335-336, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida: “…Il Governo etc…”. Inutile dire gli strilli e le ire dei mazziniani contro queste parole del Farini, che si vollero non a torto dirette anche contro Garibaldi; certo, lo erano contro il Bertani e il Nicotera ed erano un chiaro monito per il Ricasoli, il quale aveva dovuto mutar contegno nei suoi rapporti coi volontari ed opporsi alla progettata invasione da parte loro degli Stati della Chiesa. Non mi pare il caso di ripetere le trattative, già narrate per disteso da altri, che si svolsero allora tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, credo bene riportare la Convenzione cui infine si era addivenuti: “Firenze 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore di Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli e a non toccare le coste né Toscane né quelle Romane se prima non avrà messo piede su territorio napoletano; etc…”. Sempre a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Il barone Bettino Ricasoli, soprannominato il Barone di ferro (Ricàsoli [riˈkazoli]; Firenze, 9 marzo 1809 – San Regolo, 23 ottobre 1880), è stato un nobile e politico italiano, sindaco di Firenze e secondo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia dopo il Conte di Cavour. Ricasoli fu poi nominato dal governo piemontese governatore provvisorio della Toscana, spesso scontrandosi con la politica governativa ufficiale, volta a mantenere gli equilibri internazionali per riprendere il processo unitario per via diplomatica. Infatti il governatore toscano diede ospitalità a Giuseppe Mazzini, su cui pendeva ancora la condanna a morte per la tentata sollevazione di Genova del 1857, inviò armi a Viterbo e nelle Marche per fomentarvi la rivolta contro Pio IX e, dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli nel settembre del 1860, scrisse una lettera imperiosa a Cavour e al governo per chiedere di mobilitare l’esercito per affiancare i volontari garibaldini. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, riferendosi ai 2000 volontari di Nicotera in Toscana ed a Garibaldi, che: Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Treveljan (traduzione di Dobelli) scriveva che Ricasoli ottenne che il barone Giovanni Nicotera partisse alla volta della Sicilia, dove portò le sue truppe della “5° brigata Toscana” (nate per invadere lo Stato Pontificio), e le fece sbarcare a Palermo, dove, come vedremo, saputo delle dimissioni del Pianciani, anch’egli si dimise dal programma garibaldino. Il piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 283, in proposito scriveva che: Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Dunque, qui si dice chiaramente che ai primi di settembre del 1860, Giovanni Nicotera arriva a Palermo col suo contingente. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, in proposito aggiunge che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli etc…Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudne dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 337, dopo aver accennato alla Convenzione tra il Nicotera ed il Ricasoli, in proposito scriveva che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli etc…,, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Il ‘Rhone’ era carico di armi, il ‘Provence’ e il S. Nicola (a vela) erano piccolissimi. A bordo il sottoscritto seppe che erano diretti a Palermo, etc…Il 31 agosto; quando il ‘Colombo’ dalla marina sarda si avvicina con una cannoniera e da terra ci puntano addosso i cannoni etc…per farli imabarcare sul ‘Febo’ per Palermo etc…”.Riguardo il Pianciani ed il Ricasoli, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.” Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “…e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste : Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Dunque, Gaetano Sacchi era maggiore della Brigata del Nicotera che dovette portarsi a Palermo per volere di Cavour e del Governatore della Toscana Ricasoli. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Su Gaetano Sacchi ha scritto anche Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 20 agosto, infatti, il Farini inviò al tentennante Ricasoli l’ultimatum di sciogliere entro tre giorni, i olontari di Castel Pucci, prendendo spunto da un incauto ordine del giorno di Nicotera, da lui comunicato alla truppa, nel quale si parlava della sua, come di una brigata di “un Essercito nazionale” etc…(50).”. Capone, a p. 74, nella nota (50) postillava: “(50) Vedine il testo ne l’Unità italiana del 22 agosto; cfr. pure l’opuscolo pubblicato anonimo (ma di P. Cironi) Nicotera a Castel Pucci, narrazione della giornata del 28 agosto dalle 6 di mattina a mezzanotte, s.a.e.l., e la lettera di Farini del 20 agosto, a Ricasoli, in ‘Carteggi di B. Ricasoli, op. cit. vol. cit., pp. 230-31”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 75 e ssg., in proposito scriveva che: “Ricasoli, allora, il 24 agosto, stipulò col Nicotera una convenzione secondo cui i volontari, provvisti di 40.000 franchi, si sarebbero imbarcati su due vapori, assieme a cavalli e fucili; ma Nicotera si impegnava a non sbarcare le sue truppe né in territorio toscano né romano, bensì in territorio napoletano; tuttavia non in Sicilia (62). Si trattava di un accordo che in realtà lasciava al Nicotera e ai suoi volontari la possibilità di contravvenirlo con grande facilità. Ed infatti Mazzini non rinunziò al tentativo di organizzare un colpo di mano ritenendo possibile, come già aveva progettato nel luglio (53), di far dirottare le navi coi volontari verso il litorale pontificio. Nicotera, naturalmente appoggiò quest’ultimo tentativo mazziniano, sperando fra l’alto che sarebbero giunti in Toscana da Palermo cinquecento garibaldini per unirsi ai suoi volontari di Castel Pucci (54), e fidando nell’opera del livornese Botta, che intanto coadiuvato dal Nencioni, cercava di raccogliere in extremis altri volontari (55). Ma questo tentativo mazziniano era destinato ad un sicuro fallimento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Governo, come è noto, il 28 agosto fece arrestare Nicotera il quale, rilasciato lo stesso giorno, accettò di imbarcarsi con i suoi volontari, credendo che fosse tuttora valida la convenzione stipulata col Ricasoli il 24, e ciò, egli scrisse poi, in base alle assicurazioni dello stesso Ricasoli (59). Ciò diede nuova esca alle speranze di Mazzini che credette ancora possibile un miracolo, cioè un colpo di mano e una diversione delle navi verso lo Stato Pontificio. Egli infatti, all’alba del 29 agosto scriveva allo Stansfeld: “Nicotera partirà questa sera etc…”(60). Ma la realtà era tutta diversa da come Mazzini aveva sperato. Nicotera infatti si trovò di fronte l’ordine preciso di frazionare le truppe dei volontari che sarebbero partiti in convogli successivi per la Sicilia (61). Inutilmente Nicotera inviò al Governatore di Livorno una lettera di protesta etc…Quindi- egli scriveva – Mi si assicura che sarò scortato da un legno da guerra sardo il quale ha la missione d’impedirmi il disbarco ove io creda di doverlo eseguire…..(63). Ma a porre fine alle proteste di Nicotera, il giorno 31, si avvicinò minacciosamente alle navi con i volontari, la nave da guerra sarda “Colombo”; contemporaneamente un commissario di polizia intimò a Nicotera di imbarcarsi immediatamente in direzione di Palermo, pena l’arresto. Nicotera dovette così rinunciare ai suoi propositi ed obbedire. Però prima di abbandonare il porto di Livorno inviò dal ‘Provence’, sul quale fu fatto imbarcare, un memoriale di protesta al governatore di Livorno etc…”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Annibaldi Biscossi a Ricasoli, 2 settembre, in ‘Carteggi di B. Ricasoli, op. cit., vol. cit., pp. 315-320, dove è una relazione dettagliata dell’imbarco e della prudenza dei volontari di Nicotera da Livorno; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il dì seguente il Nicotera venne catturato da un capitano dei carabinieri e all’ ufficio di polizia gli venne intimato di recarsi subito a sciogliere la legione ; egli protesto e si rifiuto di obbedire; intanto i volontari conosciuto il fatto, minacciavano di prendere le armi per liberare il loro comandante. Il Dolfi ne informò il Ricasoli e stabilirono la scarcerazione del Nicotera e di farlo imbarcare coi 1500 legionari per Palermo. Egli benchè dolente di questa determinazione, pure accetto; le armi di tutti vennero incassate e spedite a Livorno ed ivi imbarcate coi volontari su due vapori francesi, ma poco dopo furono circondati da varie navi da guerra sarde che avevano aperti glisportelli dei cannoni: il Nicotera credette fosse un equivoco, ma tosto vide comparire su d’una lancia un capitano dei carabinieri, ed un ispettore di pubblica sicurezza, il quale, cinto di sciarpa, gl’intimò la cattura. Egli protesto e dichiarò non muoversi e non cedere neppure alla forza, e scrisse al prefetto esser tutti pronti a morire facendosi mandare a picco coi due vapori se non si lasciassero salpare subito, giusta le promesse avute ; l’energica lettera persuase il prefetto a lasciarli partire.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “……”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”

Nel 1° settembre 1860, partenza da Livorno per Palermo dove arriva la brigata “Castel Pucci” formata da Giovanni NICOTERA, poi in seguito denominata “SPANGARO”

Nicotera, dopo aver energicamente protestato con Ricasoli, il I settembre 1860 parte per Palermo ed infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera.  Treveljan non dice altro sulla “brigata Castel Pucci” del Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Il 1° settembre 1860, il barone Giovanni Nicotera, dovendo cedere alle insistenti pressioni del governatore della Toscana Ricasoli e di Cavour, che così voleva, arrivò in Sicilia e sbarcò a Palermo con le sue truppe della “5° Brigata Toscana”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, riferendosi ai 2000 volontari di Nicotera in Toscana ed a Garibaldi, che: Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Treveljan (traduzione di Dobelli) scriveva che Ricasoli ottenne che il barone Giovanni Nicotera partisse alla volta della Sicilia, dove portò le sue truppe della “5° brigata Toscana” (nate per invadere lo Stato Pontificio), e le fece sbarcare a Palermo, dove, come vedremo, saputo delle dimissioni del Pianciani, anch’egli si dimise dal programma garibaldino. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a p. 283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Dunque, qui si dice chiaramente che ai primi di settembre del 1860, Giovanni Nicotera arriva a Palermo col suo contingente. Mack Smith, a p. 283, nella nota (5) postillava: “(5) Secondo il rapporto fatto dal governatore di Livorno, tutti i volontari partirono tra il I° e il 7 settembre. Poco prima era giunta la notizia che 145 volontari inglesi s erano impadroniti dell’isola di Montecristo come primo passo per uno sbarco sulla costa pontificia; Ricasoli a Cavour, 27 agosto (BR ASF, f. Z).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera….poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Dunque, Mack Smith scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera.. Il piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Dunque, qui si dice chiaramente che ai primi di settembre del 1860, Giovanni Nicotera arriva a Palermo col suo contingente. Mack Smith, a p. 283, nella nota (5) postillava: “(5) Secondo il rapporto fatto dal governatore di Livorno, tutti i volontari partirono tra il I° e il 7 settembre. Poco prima era giunta la notizia che 145 volontari inglesi s’erano impadroniti dell’isola di Montecristo come primo passo per uno sbarco sulla costa pontificia; Ricasoli a Cavour, 27 agosto (BR ASF, f. Z).”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, dalla Protesta del Nicotera verso il Ricasoli, il 31 agosto 1860, Nicotera scriveva: “…Ma l’attitudine dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Il ‘Rhòne’ era carico di marmi, il ‘Provence’ e il S. Nicola (a vela) erano piccolissimi. A bordo il sottoscritto seppe che erano diretti a Palermo, che vi erano viveri per un giorno solo, che nessuna condizione aveva tenuta il Ricasoli. Si stà soffrendo ed aspettando sino al 31 agosto; quando il ‘Colombo’ della marina sarda si avvicina con una cannoniera e da terra ci puntano addosso i cannoni della batteria del Molo e sappiamo molta truppa in città, vietato sbarcare, il popolo aizzato contro di noi. Poi venne un commissario di polizia con un ufficiale dei carabinieri e mi intima di imbarcare a sera i volontari che ci stanno sul ‘Febo’ e sul General Garibaldi’. Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigionieri del Governo sardo”. “. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che:  “A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente il permesso di proseguire per ricongiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore; ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avrebbero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono.”. Mack Smith aggiunge pure che: “Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Ed infatti, Mack Smith,  p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 455, in proposito aggiunge che: “Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare due errori di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro” e, inoltre, l’altro errore stà nella notizia che Maraldi dà dell’arrivo della Brigata Castel Pucci a Palermo, non è tra il 1° e 3 agosto ma si tratta del mese di settembre. La brigata organizzata dal Nicotera in Toscana, a Castel Pucci partì da Livorno il 31 costrettavi dalla nave da guerra Sarda “Colombo”. Lo scrive lo stesso Nicotera. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. Giacinto De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste : Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III. 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”

Nel 1° settembre 1860, a Palermo, l’arrivo e le dimissioni di Giovanni NICOTERA dal comando della sua brigata “Toscana” poi denominata “Castel Pucci” poi ancora denominata Brigata SPANGARO

Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, dalla Protesta del Nicotera verso il Ricasoli, il 31 agosto 1860, Nicotera scriveva: Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigionieri del Governo sardo”. “. Infatti, Giovanni Nicotera, partì da Livorno il 1° settembre ed arrivò a Palermo con la sua “5° brigata Toscana”, ma, non si unì al programma garibaldino e si dimise. Già era arrivato il colonnello Pianciani con le ex Spedizione organizzata dal Bertani di stanza al Golfo degli Aranci e già, arrivato a Palermo, Pianciani, dop un colloquio con Garibaldi si era dimesso. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, in seguito al colloquio con Garibaldi decisero di dimettersi dalla Spedizione e lasciarono le truppe a Garibaldi. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che:  “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Sempre Mack Smith scriveva a p. 256 che il barone Giovanni Nicotera arriverà a Napoli il 12 settembre 1860. Dunque, il barone Giovanni Nicotera, dai primi di settembre 1860 che era da poco arrivato a Palermo partirà da lì dopo 10 giorni. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 455, in proposito aggiunge che: “Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi”(65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Capone, a p. 78, in proposito scriveva: “Nicotera stesso, per il momento, rinunziò all’azione; ma non senza aver prima scritto un’accorata lettera a Garibaldi da cui si sentiva come tradito, dove esprimeva l’amarezza per questa sua nuova sconfitta, e ribadiva la sua intransigenza ‘rivoluzionaria’: “voi stesso, Generale, prima per lettera mi raccomandaste caldamente di agire nelle Marche e nell’Umbria etc….”(66)…”. Capone, a p. 78, nella nota (66) postillava: “(65) Articolo dell’unità italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37”Capone, a p. 78, nella nota (68) postillava: “(68) Nicotera a Garibaldi, il 6 settembre 1860, n. M.R.P., b. 432, g. 24, doc. 2.”. Capone, a pp. 78-79, in proposito scriveva: “Le drastiche parole, con le quali Nicotera annunciò le sue dimissioni, non mancarono di sorprendere quanti ritenevano che il programma di Garibaldi fosse l’unico capace di portare a compimento l’unità italiana; perciò, nel settembre del ’60, Mazzini stesso sentì il bisogo di giustificare Nicotera: “questo uomo – egli scrisse – uscito dalla prigione e cercando pur sempre una via di giovare al paese, trova il paese mutato, affascinato da un ideale non suo”(67).”. Capone, a p. 79, nella nota (67) postillava: “(67) L’Unità italiana, 11 settembre 1860.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende ; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato ; “. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…..a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: (1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.  

Nel 1° settembre 1860, a Palermo, l’arrivo di una parte della “Brigata Castel Pucci” (Brigata Nicotera)

Da Wikipedia leggiamo che il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Dunque, Agrati scriveva che: Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Agrati scriveva che dopo lo sbarco delle truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, la spedizione detta di Terranova era stata scompagginata, come voleva il Governo Piemontese ma restava le ultime due Brigate dell’Italia Centrale: la Brigata “Toscana” (credo quella organizzata dal Nicotera e Ricasoli a “Castel Pucci”) e la Brigata Albruzzi (forse Albuzzi). Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera. Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto. A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Ma, come si è visto, Nicotera si dimise da capo della sua spedizione e quindi i suoi volontari (quelli della brigata Nicotera di Castel Pucci), una volta fatta la loro personale scelta di garsi alle forze garibaldine, potettero proseguire. Ma prima di proseguire essi furono inquadrati in una nuova brigata: la Brigata Spangaro. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 poi entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Infatti, anche Rustow ne parla. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860.  Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: (1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.    

Dal 1° al 3 settembre 1860, da Livorno a Palermo, l’arrivo dei volontari della 5° Brigata “TOSCANA”, ex “Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera che a Palermo si dimise. In seguito la Brigata passò al comando del colonnello PIETRO SPANGARO

Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedi, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 156, in proposito aggiungeva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Troviamo nelle parole del Guerzoni delle incongruenze e date che non tornano. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso ; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz , poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche ; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia , ritornò a casa tranquillo . Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano , e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino , si spillo la cosa; il battaglione fu mutato , e in Viterbo si fecero arresti . La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”

     

Nel 1° settembre 1860, a Palermo, l’arrivo di Giovanni NICOTERA e le sue dimissioni 

Nicotera, giunto in Sicilia, durante la prodittatura del Depretis, nero di rabbia si dimise e voleva raggiungere Garibaldi che marciava verso Napoli ma, Depretis gli rifiutò la richiesta di imbarcarsi per Napoli per raggiungere Garibaldi a cui aveva indirizzato una sua accorata lettera per la delusione di aver dovuto portare i volontari di Castel Pucci a Palermo e di non aver aderito al programma garibaldino a favore del Re. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende ; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; “. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera. Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto. A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore, ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avessero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono. Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri capi rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Dunque, è interessante il passaggio del Mack Smith che dice: A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che:  “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi”(65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”.Inoltre, si sa che in quel periodo, ai primi di settembre, in Sicilia, erno sorte serie difficoltà tra i ministri del governo prodittatoriale di Sicilia del Depretis, Crispi, l’Amari etc…e sorsero anche violenti scontri nella città di Palermo dovuti alla questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte, che, come vedremo in seguito, Garibaldi non volle concedere a Depretis e a Piola al Fortino di Casaletto. 

Nei primi giorni di settembre 1860, Giovanni NICOTERA in Sicilia ed il diniego di DEPRETIS di potersi imbarcare per Napoli e poter fare visita a Mazzini e a Garibaldi

Nicotera, giunto in Sicilia, durante la prodittatura del Depretis, nero di rabbia si dimise e voleva raggiungere Garibaldi che marciava verso Napoli ma, Depretis gli rifiutò la richiesta di imbarcarsi per Napoli per raggiungere Garibaldi a cui aveva indirizzato una sua accorata lettera per la delusione di aver dovuto portare i volontari di Castel Pucci a Palermo e di non aver aderito al programma garibaldino a favore del Re. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende ; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; “. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “…..ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto. A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore, ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avessero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono. Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri capi rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Dunque, è interessante il passaggio del Mack Smith che dice: A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che:  “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour etc…”. In quel momento, a Palermo vi era la prodittatura di Agostino Depretis e quando ai primi di settembre Nicotera arrivò, con i suoi volontari della sua brigata di Castel Pucci, ivi condotti dalle navi piemontesi, negò al contingente del Nicotera di aggregarsi ai volontari garibaldini che si imbarcavano per la Calabria. Dunque, Nicotera, essendosi dimesso dal programma garibaldino, dovette restare in Sicilia da cui ripartì solo l’11 settembre. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi”(65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Inoltre, si sa che in quel periodo, ai primi di settembre, in Sicilia, erno sorte serie difficoltà tra i ministri del governo prodittatoriale di Sicilia del Depretis, Crispi, l’Amari etc…e sorsero anche violenti scontri nella città di Palermo dovuti alla questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte, che, come vedremo in seguito, Garibaldi non volle concedere a Depretis e a Piola al Fortino di Casaletto. Giovanni Nicotera partirà dalla Sicilia, insieme al pro-Dittatore Depretis solo il giorno 11 settembre 1860. Dunque, Nicotera resterà in Sicilia, “relegato in un lazzaretto”, come scrive lo Smith, per una diecina di giorni, senza minimamente poter influire sui suoi volontari, quelli della ex spedizione di Castel Pucci, la 5° Brigata Toscana, il cui comando passò a Pietro Spangaro. Una volta dimessosi dalla sua spedizione, il suo comandante, Giovanni Nicotera, i suoi volontari fecero la scelta se aderire al programma garibaldino e di aggregarsi a Garibaldi e quindi, il corpo dei volontari di Nicotera, quelli che aderirono, restarono al comando del nuovo comandante, il colonnello Spangaro. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 300, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”.   Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: (1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.  

PIETRO SPANGARO

Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. Sulla Treccani on-line leggiamo che la figura di Spangaro lasciò traccia in molte memorie garibaldine: ne scrisse tra gli altri Giulio Adamoli (1892), che ricordava come tutti lo amassero «per la grande bontà […] e perché esercitava le funzioni del suo ufficio con passione e con cognizione, avendo compiuto la sua educazione militare nel collegio di Neustadt» (p. 120). Veterano delle lotte risorgimentali, ai giovani volontari «più che da superiore, […] faceva da padre» (p. 126). Sul colonnello Pietro Spangaro abbiamo un’altra notizia. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spangaro (Venezia, 28 gennaio 1813 – Milano, 14 novembre 1894) è stato un militare, patriota e ufficiale italiano. Fu un ardente patriota che partecipò alla spedizione dei Mille garibaldina. Lo ritroveremo con il grado di colonnello in prima fila nella decisiva battaglia del Volturno, dopo aver seguito il generale Garibaldi a Marsala e a Calatafimi. Lo ritroviamo poi nel 1850 in Egitto, dove fece una discreta fortuna con una ditta commerciale da lui creata. Non partecipò alla seconda guerra di indipendenza, ma nella primavera del 1860 tornò in Italia per partecipare alla spedizione dei Mille. I suoi uomini lo adoravano per i suoi modi di fare semplici e schietti. Ex ufficiale austriaco, aveva disertato per combattere a fianco degli insorti Veneziani, capeggiati da Daniele Manin, è difficile ricostruire bene la sua biografia, poiché si intreccia con quella dell’omonimo cugino, Pietro Spangaro anch’egli figlio di un Giovanni Battista Spangaro, e volontario nella spedizione dei Mille. Pur partecipando alla spedizione dei Mille non figura negli elenchi ufficiali in quanto la sua biografia si sovrappone a quella del più anziano e noto colonnello Pietro Spangaro, suo omonimo e parente (era cugino del padre). La ricostruzione della sua biografia è dunque difficile a causa di questa omonimia con un parente molto più anziano e autorevole, in vista nella schiera dei Mille. L’altro Spangaro arrivò infatti al grado di Colonnello e al Volturno comandò una brigata. Pur partecipando alla spedizione dei Mille non figura negli elenchi ufficiali in quanto la sua biografia si sovrappone a quella del più anziano e noto colonnello Pietro Spangaro, suo omonimo e parente (era cugino del padre). La ricostruzione della sua biografia è dunque difficile a causa di questa omonimia con un parente molto più anziano e autorevole, in vista nella schiera dei Mille. L’altro Spangaro arrivò infatti al grado di Colonnello e al Volturno comandò una brigata. Fu aggregato alla 1^ compagnia (N. Bixio) come semplice volontario. Ma una volta sbarcati, tenuto conto della sua esperienza, fu presto nominato capitano. Si distinse a Calatafimi e a Palermo e fu nominato maggiore assegnato allo Stato Maggiore e poi tenente colonnello e colonnello e presidente del tribunale militare della sua divisione. Secondo Maxime du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille e che gli dedicò alcune pagine nel suo volume “La spedizione delle due Sicilie”, era soprannominato “Colonnello Dunque”, perché iniziava i propri discorsi con quella parola. Alla spedizione dei Mille partecipò anche un suo omonimo, Pietro Spangaro nato nel 1836, figlio del cugino Giovanni Battista. Questa compresenza innescò equivoci sulle rispettive biografie, di cui talvolta si tramandarono dati inesatti, come la presunta adesione di Pietro a imprese garibaldine successive, cui prese parte invece il suo più giovane omonimo che tuttavia a causa degli equivoci non fu mai incluso negli elenchi dei Mille. Per l’autorevolezza dimostrata, l’11 giugno venne nominato tenente colonnello e presidente del tribunale militare della 15ª divisione Türr. Riguardo il luogotenente dello Stato Maggiore di Divisione, “tenente colonnello Alessandri”, ha scritto Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Adamoli, nel suo racconto Diario scriveva che “….quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 213, riferendosi al 27 settembre 1860, in proposito scriveva: “La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; ….Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro; Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti.”. Pecorini, a p. 454, nel Documento 80, in proposito scriveva che: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA SPANGARO (1): Stato Maggiore: Battaglione Bersaglieri: Maggiore Farinelli; 1° Battaglione Bersaglieri: Maggiore Morici; 2° Battaglione Cacciatori: Maggiore Castellazzo; 3° Battaglione Cacciatori: Maggiore Baganti; 4° Battaglione di fanteria in form.: Maggiore Chiari”. Pecorini, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Sappiamo pure che i volontari dell’ex Spedizione di Castel Pucci partirono da Livorno e arrivarono a Palermo dal 1° settembre al 3 di settembre 1860. Nicotera arrivò a Palermo il 3 settembre 1860 e quindi presumibilmente anche il Sacchi. Dunque, Nicotera e Sacchi arrivarono a Palermo quando Garibaldi era già a Sapri ?. Dunque, la Brigata Spangaro fu costituita dopo l’arrivo dei volontari dell’ex spedizione di Castel Pucci. Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. I 2000 volontari che Nicotera e Sacchi portarono a Palermo cosa fecero una volta arrivati a Palermo ?. Sappiamo che la Brigata Sacchi e la Brigata Spangaro fecero parte della 15° Divisione, di cui il suo comando fu affidato a Nino Bixio. Essi arrivarono a Palermo quando Turr era già in viaggio da Sapri per Lagonegro ?. Se Nicotera e Sacchi partirono da Livorno verso i primi di Settembre ed arrivarono dal 1° al 3 settembre come si spiega che  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, il generale Turr, il 31 agosto 1860 scrivendo da Rogliano a Nino Bixio gli ordinava “Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza.”. Dunque, dalla lettera che il generale Turr scrisse il 31 agosto 1860 da Rogliano al generale Nino Bixio (dove Turr chiede a Bixio di mandargli il tenente colonnello Spangaro) deduciamo che il tenente colonnello Spangaro era sbarcato in Calabria con le truppe comandate da Nino Bixio. Nino Bixio, comandava la I Brigata della 15° Divisione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Secondo Maxime Du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille, era soprannominato Colonnello “dunque”, perché iniziava sempre le sue frasi con quella parola. Secondo Maxime du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille e che gli dedicò alcune pagine nel suo volume “La spedizione delle due Sicilie”, era soprannominato “Colonnello Dunque”, perché iniziava i propri discorsi con quella parola. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 220, diceva di Spangaro: “Spangaro,…E’ un uomo molto alto e robusto, con un bel viso dalla barba rossiccia, sempre pronto al riso, eccellente ed infaticabile soldato.”Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Di Eber, Du Champ, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”Sulla Treccani on-line leggiamo che per l’autorevolezza dimostrata, l’11 giugno venne nominato tenente colonnello e presidente del tribunale militare della 15ª divisione Türr. Alla vigilia della battaglia del Volturno divenne colonnello brigadiere comandante la I brigata della 15ª divisione e fu valente protagonista in quegli scontri decisivi di inizio ottobre. Su quelle vicende militari redasse per Istvan Türr un lungo e dettagliato rapporto compilato il 10 ottobre 1860 a S. Angelo in Formis, nei pressi di Caserta. La figura di Spangaro lasciò traccia in molte memorie garibaldine: ne scrisse tra gli altri Giulio Adamoli (1892), che ricordava come tutti lo amassero «per la grande bontà […] e perché esercitava le funzioni del suo ufficio con passione e con cognizione, avendo compiuto la sua educazione militare nel collegio di Neustadt» (p. 120). Veterano delle lotte risorgimentali, ai giovani volontari «più che da superiore, […] faceva da padre» (p. 126). La Treccani si riferisce a Giulio Adamoli (….), ed il suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “…..un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Secondo Maxime Du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille, era soprannominato Colonnello “dunque”, perché iniziava sempre le sue frasi con quella parola. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 220, diceva di Spangaro: “Spangaro,…E’ un uomo molto alto e robusto, con un bel viso dalla barba rossiccia, sempre pronto al riso, eccellente ed infaticabile soldato.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Di Eber, Du Champ, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”. Su Pietro Spangaro, Federico Donaver (….), nel suo “La Spedizione dei Mille”, a p. 85, nella nota (1) postillava: “(1) Pietro Spangaro, veneto, già ufficiale, ma che seguì la spedizione come semplice volontario, racconta un po’ diversamente la cosa in una lettera scritta l’8 maggio da Talamone al prof. Amari. Dice che si nascosero sopra un bastimento in riparatura…..”. Carteggio Amari già oit. voi. II, pag. 80.”. Dunque, secondo Donaver, Spangaro, al momento dello sbarco a Marsala, egli era uno dei semplici volontari che seguì la Spedizione dei Mille. Si veda pure G. Pecorini Manzoni, Storia dellla 15ª Divisione Türr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, Firenze 1876, pp. 460-465; G. Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano 1892, pp. 119 s., 126, 136, 146, 163; A. D’Ancona, Carteggio di Michele Amari, II, Torino 1896, pp. 80-82; G. Castellini, Eroi garibaldini, Bologna 1911, I, Da Rio Grande a Palermo (1837-1860), p. 223, II, Da Palermo a Digione (1860-1870), pp. 5-7, 28, 51, 53, 109, 120; P. Scharini, I Mille nell’esercito, in Memorie storiche militari, X (1911), 5, p. 604; Id., S. P., in Dizionario del Risorgimento nazionale dalle origini a Roma capitale. Fatti e persone, a cura di M. Rosi, IV, Milano 1937, p. 322; E. Michel, Esuli italiani in Egitto, Pisa 1958, ad ind.; M. Lenna, Un garibaldino dimenticato, Pordenone 2017. Secondo il dizionaro Larousse, Maxime Du Champ è a Palermo e a Napoli nello stato maggiore del generale Turr, con il grado nominale di colonnello. Infatti, seguendo il suo racconto, sebbene non sia molto chiaro il suo grado, è pacifico che egli si trovasse al seguito degli altri ufficiali, come Pietro Spangaro dello Stato Maggiore del generale Turr. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 77, scriveva che: “Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; …L’eccellente banda della brigata Eber (2) etc…”. Essi si trovavano a Messina, dopo un ricevimento dato dal generale Turr. Du Champ, o chi curava il testo tradotto, a p. 77, nella nota (1) postillava: “(1) * Pietro Spangaro (Venezia 1823 – Milano 1894). Nella spedizione dei Mille si segnalò più volte come buon comandante sul terreno e per personale bravura. Molto si legò a lui il Ducamp, come si vedrà nel corso del libro.”. Du Champ, a p. 77, nella nota (2) postillava: “(2) *Ferdinando Eber, compagno del Turr nella guerra rivoluzionaria d’Ungheria. Divenuto d’un tratto – scrive il Bandi – da corrispondente del Dayli News comandante di brigata. E tuttavia la sua azione di comando doveva rivelarsi preziosa nella decisione della battaglia del Volturno.”. In particolare Du Champ descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”

Nei primi giorni di settembre, la nomina del  colonnello PIETRO SPANGARO al comando dell’ex brigata Nicotera di CASTELPUCCI in sostituzione del dimissionario Nicotera: la Brigata SPANGARO (forse il 5° reggimento granatieri)    

Arrivati a Palermo, i volontari della ex spedizione di Castel Pucci, organizzati in Toscana da Giovanni Nicotera sotto l’egida di Ricasoli, essendo lui dimissionario, passarono al comando del colonnello Pietro SPANGARO. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta del mese di agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Dunque, il Maraldi scriveva che “La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. Forse quando il Nicotera arrivò lo Spangaro era già a Palermo. Arrivato a Palermo, Nicotera presentò le sue dimissioni a Garibaldi e rinuncia al programma garibaldino di sbarcare in Calabria ed il comando passa a Spangaro. Riguardo il luogotenente dello Stato Maggiore di Divisione, “tenente colonnello Alessandri”, ha scritto Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario all’arrivo a Palermo insieme al Pianciani della sua Brigata “Toscana” che si chiamò Brigata “Spangaro”. Adamoli, nelle sue Memorie scriveva che “….quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Dunque, da De Sivo si trae la notizia che i volontari portati a Palermo da Nicotera erano 2300 e non erano con Bixio ma erano rimasti a Palermo e sbarcarono in Calabria solo più tardi. La brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Sulla 5° Brigata ex Castelpucci, su Wikipedia, alla voce “Sbarchi successivi al primo sbarco di Marsala” (notizie tratte da Treveljan), si legge che secondo la tabella, le seguenti presenze, avvenute con imbarchi formalmente regolari, il 26 agosto si aggiunse la partenza della nave Orwell con circa 500 volontari, ma tale partenza fu irregolare e la nave dovette quindi essere restituita.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”

 Nel 1° settembre 1860, a Tarsia, Garibaldi, Cosenz e Bertani

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “In carrozza con Garibaldi e Cosenz partiamo alle tre antimeridiane. Alla ‘Bettola Nuova’ soldati napoletani.  Si scese in carrozza più volte, passeggiando per il bel paese. Si passa il fiume a guado. Si ha sete e non c’è più niente da bere. Si ha fame e non c’è da mangiare (privilegio di tutti i compagni del generale). Arriviamo in un piccolo paese. Deputazioni e ovazioni. Finalmente il sindaco ci dà da mangiare. Si cambiano i cavalli. I napoletani alla ‘Taverna Nuova’. La gente si precipita, ferma le ruote della carrozza: “Calibardo, qual è Calibardo ? Fateci vedere Calibardo”. Alle dodici dopo una lunga ed erta salita giungemmo a Tarsia. Venne la guardia nazionale, chi armato, chi no. Si mangia al cospetto di tanta gente, tutti silenziosi cogli occhi fissi su Garibaldi. Ci si ferma a Spezzano Albanese ove parlano greco. Entusiasmo, gridi, salti di gioia. A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Etc…”. Secondo la White, ciò aveva annotato nel suo taccuino il Bertani. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari , percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo , oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre :  le maestose sue torri , i monumenti , i trofei , ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Etc..,”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozza. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che: “ventimila ragioni per oggi e tremila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, …etc… e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz,….etc…Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso.” 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il Capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli ; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, in proposito scriveva: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 328-329, in proposito scriveva che: “…..Verso le quattro di pomeriggio, lasciato il Canzio a Tarsia, Garibaldi risaliva in carrozza e dopo più di u’ora di cammino, giungeva a Spezzano Albanese, etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.

Nel 1° settembre 1860, a Lagonegro, le truppe borboniche del generale Caldarelli

Da Wikipedia leggiamo che la battaglia di Milazzo (20 luglio 1860) con la perdita della Sicilia e il completo abbandono della Calabria in mano garibaldina (dove ci furono molti inquietanti episodi di tradimento da parte di ufficiali superiori fecero emergere chiaramente l’impressione che il governo napoletano fosse alla ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto. Sulle concitate e confusionarie giornate ha scritto Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine d un Regno”, vol. II. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: ….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Il generale borbonico Caldarelli e le sue truppe dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie si ritirava da Cosenza dove aveva fatto una prima capitolazione con Morelli. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 776, in proposito riportava la lettera di Garibaldi a Racioppi. Dunque Garibaldi, nella lettera non parlava di Lagonegro ma scriveva “Rammento che presso Lagonegro”. Non doveva trattarsi neache del Fortino del Cervaro altrimenti Garibaldi l’avrebbe scritto. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 396, in proposito scriveva pure che: “E infatti la brigata del Generale Caldarelli, composta dal reggimento Carabinieri a piedi, dalla batteria N. 8, e da due squadroni del 5° lancieri, benché nei patti della resa di Cosenza si fosse ‘obbligata di non combattere più Garibaldi, i suoi soldati e le guardie cittadine del Regno, di ritirarsi a Salerno e non prendere parte in niuna spedizione che anche indirettamente potesse nuocere alla causa dell’Unità Italiana sotto Vittorio Emanuele, si ritraeva a piccole tappe, avvilita e scontenta, lungo la strada consolare, e dolente forse dell’onta patita, non mancava di commettere, fra le popolazioni ribelli, eccessi e rappresaglie. Questa brigata, già composta di 3500 carabinieri, gendarmi, lancieri ed artiglieria di montagna, giunse in Lagonegro nella sera del 1° Settembre, tuttora ben armata, per quanto fosse stremata di numero per le diserzioni che lungo la ritirata si verificarono; ed accampatasi nell’ampia piazza, dispose in fila, sulla zona del Timpone – non senza una certa trepidazione e sorpresa dei cittadini e della Colonna Lucana – i cannoni che ancora trainava.”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava scriveva che le truppe borboniche del generle Caldarelli arrivarono a Lagonegro il 1° settembre 1860. A Lagonegro si ritrovarono sia le brigate dei volontari garibaldini che ivi bivaccarono e si accamparono insieme ai soldati del generale Lavecchia e Caldarelli che arrivavano da Cosenza. Dell’avvenimento troviamo la testimonianza di un testimone di eccezione, un giornalista al seguito di Garibaldi. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…….morning we arrived at Lauria……Garibaldi slept at Rotonda. Wandering in, out and over in the mountain peaks, and passing the like which names the town of Lagonegro, we fell in whit the Neapolitan rearguard at ten o’ clock on the point of intering the town. The main body, about 1500 strong, where in the Piazza. They had, with their General, just agreed to come over to the national army. Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently che tradotto significa: “…….la mattina arrivammo a Lauria……Garibaldi dormì alla Rotonda. Andando avanti e indietro per le vette dei monti, e oltrepassando quella che dà nome alla città di Lagonegro, ci imbattemmo nella retroguardia napoletana alle dieci, sul punto di invadere la città. Il corpo principale, forte di circa 1500 persone, si trovava nella Piazza. Avevano appena accettato, con il loro generale, di arruolarsi nell’esercito nazionale. Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…. Forbes salta completamente la pausa a Sapri e va direttamente a descrivere l’arrivo ad Auletta il 5 Settembre. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 409 , in proposito scriveva pure che: “Così nei giorni seguenti continuò il passaggio delle truppe regolari ed irregolari, che nelle case private, negli edifizi pubblici e nelle chiese trovarono alloggio ed ospitalità; e spesso sotto lo stesso tetto furono accolte le truppe regie afflitte ed avvilite, e le schiere Garibaldine balde ed audaci, senza che fra le une e le altre fosse sorto conflitto o discordia. La stessa subblime idea della libertà della Patria comune fugava dall’animo dei vincitori ogni odio e rancore verso i vinti, e quasi affratellava gli uni e gli altri, ‘figli tutti d’un solo riscatto’. E qui si affaccia alla mia mente un soave ricordo infantile, appreso dalle dolci labbra della cara Mamma mia – educata ed ispirata ai sensi liberali di casa Aldinio – la quale, nel descrivermi il turbine vertiginoso di quei giorni memorandi, mi narrava che, essendo io allora lattante tra le fasce adorne di nastri e coccarde tricolori, alcuni Garibaldini, alloggiati nella nostra casa, mi sballottavavano vivamente – etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “…colonne e compagnie della Brigata Lucana, che era formata di tutte le truppe volontarie accorse da ogni parte sotto il vessillo della redenzione al comando del Colonnello Boldoni. La colonna di Tricarico, composta dai volontari di Tricarico, Montepeloso, Albano, Crassano, Tolve, Campomaggiore, S. Chirico Nuovo ed altri, e comandata da Francesco Paolo Lavecchia, fervente patriota di Tricarico, ebbe ordine di recarsi a Lagonegro, e poi di proseguire per le Calabrie per raggiungere ed appoggiare le truppe del Generale Garibaldi provenienti dal Mezzogiorno. Infatti questa colonna, partita da Potenza ed ingrossata, lungo il cammino, da altri volontari di Calvello, Viggiano e Moliterno, giunse in Lagonegro con oltre 300 militi, nel 27 Agosto, ed entrava nella piazza grande della via S. Antuono, mentre dalla via opposta delle Calabrie giungevano le prime truppe borboniche in ritirata dal Mezzogiorno. Ambedue le fazioni s’accamparono nella piazza a debita distanza fra loro, ed era davvero quello uno spettacolo memorando: da una parte giovani baldi e audaci, accesi da un entusiasmo febbrile per la causa della libertà, vestiti in mille guise borghesi, ed armati alla meglio di schioppi, di pistoloni, di colubrine, di sciabole, di spiedi, di ronche di bastoni animati; e dall’altra parte le truppe regolari dell’esercito borbonico, bene equipaggiato ed armate, ma avvilite e depresse dalle dedizioni e capitolazioni volontarie più che dalle sconfitte in campo di battaglia. Sarebbe bastata forse, in tanto contrasto, una scintilla sola per far scoppiare, fra le due opposte fazioni, un sanguinoso conflitto fratricida; ma l’autorità e la prudenza dei comandanti rispettivi, la reciproca tolleranza, e quel giusto sentimento di generosità del vincitore verso il vinto, tennero a freno ogni rancore ed ogni violenza.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 48 riferendosi alla Brigata del Generale Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in molte altre contingenze, è uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Sempre il Pesce, a p. 406 parlando della lettera di risposta del generale Garibaldi a Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “…, ed il Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori etc…(1).”. Il Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera del Garibaldi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 20, in proposito scriveva che: “….Così al Presidente del Comitato giunse, su foglio manoscritto, il rapporto in succinto della capitolazione di Caldarelli con la designazione dell’itinerario che dovevano percorrere le sue truppe in ritirata da Cosenza fino a Salerno, e con la raccomandazione ‘di non molestarle nella marcia, e di fornirle d’alloggio, di viveri, e di quanto altro possa loro abbisognare, dietro conveniente rimborso’. La notizia della resa del Generale Ghio giunse nel giorno stesso, nel 30 Agosto, per telegramma, spedito da un Fra Giovanni (?): “Vittoria – Garibaldi, vinte le truppe del Generale Ghio, le ha disarmate e fatte capitolare in Agrifoglio vicino Tiriolo”.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “….ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “A Sapri troverebbe i 1500 del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli dele macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari , percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo , oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre :  le maestose sue torri , i monumenti , i trofei , ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche. L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città , tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari , penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi , eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli . Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo : ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria , facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 491 e ssg., in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni dei volontari. Egli passava in appresso a Sala e a Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandate dallo stesso monarca.”. In questo passaggio si cita il piccolo paese di “Bosco” a cui in seguito fu cambiato il nome di Nemoli. Su Nemoli e sul passaggio di Garibaldi ha scritto Biagio Ferrari (….), nel suo “……………………….”. Ma, Garibaldi non passò per Nemoli e non andò a Lagonegro, come vedremo. Furono le truppe garibaldine, i volontari dell’Esercito Meridionale di Garibaldi che passarono per Lagonegro e poi Fortino di Casalnuovo. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. La White-Mario, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che: “ventimila ragioni per oggi e tremila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, …etc… e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz,….etc…Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso.” 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il Capo dello stato maggiore G. Sirtori.”.  La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, riferendosi al generale Garibaldi, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane

Quando, il 2 settembre 1860 arrivò a Sapri il generale Turr, con le sue truppe giudate dal colonnello Rustow, provenienti dal porto di Paola, non si hanno notizie precise dello stato dell’Amministrazione Comunale di Sapri. Vi sono poche notizie in merito. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti.  

Nel 2 settembre 1860, a Sapri arrivarono moltissimi INSORTI CILENTANI, al comando di MICHELE MAGNONI che ivi si accamparono in attesa di Garibaldi

Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Oltre a questo documento di Lucio Magnoni, vi è un altro documento che testimonia l’arrivo delle colonne a Capitello ed è dello stesso De Dominicis. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “….L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. Etc…”. Dunque, il segretario della Prodittatura Alfieri D’Evandro scriveva che “Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”. Dunque, dalla Relazione di Lucio Magnoni, si evince che il Magnoni ordinò ai rivoltosi cilentani capeggiati dai suoi fratelli di Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”. Tutte e tre le colonne si ricongiunsero a Sapri. La notizia di truppe di volontari cilentani ci è data pure dal colonnello Rustow che era rimasto a Sapri con le sue truppe (ex Divisione Pianciani), portate da Paola a Sapri insieme al generale Turr. Infatti, Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Etc…”. Rustow scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Rustow scriveva nelle sue Memorie che sulla “spiaggia” di  Sapri, il 2 settembre 1860 trovarono “gran movimento di truppe, ma non di truppe napolitane”.  Rustow voleva intendere che a Sapri, il 2 settembre 1860 non vi erano truppe Regie o nemiche ma già vi erano truppe di volontari rivoluzionari. E’ molto probabile che a Sapri, in quei giorni, in previsione che si venne a sapere che a Sapri doveva arrivare Garibaldi, Michele Magnoni (lo scrive il fratello Lucio nella sua Relazione), con alcuni suoi uomini fidati si recò a Sapri per incontrare Giuseppe Garibaldi ivi atteso. Infatti, i volontari garibaldini e cilentani giudati da Michele Magnoni, stanziatisi provvisoriamente a Sapri, insieme alle truppe ivi portate dal Turr, ricevettero fucili e armi da Rustow.  Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, “Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte”, si incontrò, il giorno dopo, a Sapri con Garibaldi. Si perché Michele Magnoni, con i suoi rivoltosi cilentani che comandava, avendo saputo che Turr e Rustow erano sbarcati il 2 settembre 1860 a Sapri, ivi si recò con i suoi rivoltosi Cilentani. Sappiamo che il De Dominicis ed il Giordano si trovavano nei paraggi di Sapri. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre) (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che: “La colonna….più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Etc…”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “…Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.  

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, RUSTOW e la sua distribuzione di 600 fucili che, furono distribuiti alla GUARDIA NAZIONALE DEI DINTORNI o ai RIVOLTOSI CILENTANI DI MICHELE MAGNONI ?      

Oltre a queste informazioni, il Rustow aggiungeva che: “Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Rustow scriveva di aver consegnato 600 fucili che avevano portato da Paola e li consegnò alle “Guardie Nazionali dei contorni” che nel frattempo si erano radunate anch’esse a Sapri. A Capo di una delle “Guardie Nazionali dei contorni”, ovvero dei paesi vicini, di cui parlerò in appresso, vi erano sicuramente i Gallotti di Sapri (i figli del barone Gallotti di Casaletto). A questo proposito, il Rustow osserva che i suoi fucili (600), li rivide a Capua: Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Garibaldi scrisse al Turr che a Sapri avrebbe dovuto lasciare “una solida base di uomini e mezzi.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, …etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola.    

Nel 2 settembre 1860, a Roccagloriosa, Teodosio DE DOMINICIS arriva con i suoi volontari occupandola e pernottandovi

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele,…..In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale…..Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni, in proposito pubblicava il documento e scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza. Etc…Rutino il primo settembre 1860. Il Commissario Delegato Lucio Magnoni.”. Questo è l’estratto della Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli, citata da Mazziotti e pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 8-9, in proposito scriveva che: N.° 9 ter – 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo – Ordine del Giorno. Roccagloriosa 2 settembre 1860. Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa in dove pernottiamo – Domani andremo a Torreorsaja e Castelloruggiero. – La nostra militare organizzazione progredisce, e prestamente saremo soldati disciplinati se voi vi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze ? Non voglio credere etc….A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di 4000 Garibaldini comandati dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati il momento supremo è per noi venuto, e con ogni nostro sforzo, coi palpiti del cuore aneliamo l’ora del congiungimento coi nostri valorosi fratelli Italiani. Viva l’Italia – Viva Vittorio Emanuele – Viva Garibaldi. Il Generale Comandante – Teodosio de Dominicis.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andremo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente etc….A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Queste parole ravvivarono le speranze, accrebbero coraggio, disposero meglio gli animi ai fatti che stavano maturando.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma…Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale..(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.. Riguardo Roccagloriosa, Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) …Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); etc…”. Dunque, Fusco scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro.  Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Ferruccio Policicchio, inLe Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto gli uomini di Teodosio de Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria e Roccagloriosa. In quest’ultima località, alla colonna si rivolse in questi termini: “Soldati abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando (24).”. Policicchio, a p. 281, nella nota (24) postillava: “(24) A. Infante, Garibaldi nel Cilento, Arti grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52; G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Linotip S. Jannone, Salerno, 1960.”. Infatti, Antonio Infante (…), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, nel capitolo “Il Cilento insorge”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il 28….verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando di De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Infante, a p. 52 scriveva pure che: “Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”. A Roccagloriosa il De Dominicis emanò il seguente ordine del giorno alla colonna: “Soldati, abbiamo  effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una corte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze ? Non voglio credere, mentre fu nostro scopo, in abbandonare le volostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo é d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre se il vogliate. A Sapri questa mattina è sbarcata una colonna di 4 mila garibaldini comandata dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo è per noi venuto, etc…”. Dunque, si tratta dell’Ordine del Giorno che il de Dominicis dichiarò ai suoi volontari. Secondo l’Infante, si parla dello sbarco di Turr a Sapri che, avvenne il 2 settembre, ma questo documento, secondo Policicchio ed altri fu letto a Roccagloriosa il 28 agosto 1860. Mi chiedo se questo fosse possibile ?. Infante, a p. 52, aggiunge che: “Fu un momento di giubilo per tutti, che ascoltarono il de Dominicis – dice una cronaca del tempo.”. Pare che la cronaca del tempo, che citava l’infante sia il “Lampo”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, Pinto scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effttuata questa mattina la nostra teza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andrmo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”.  

Nel 2 settembre 1860, a CASELLE in PITTARI si mosse la colonna di insorti cilentani comandata da Salvatore Magnoni

Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83).”. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 148, in proposito scriveva pure che: “Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64).”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni, in proposito pubblicava il documento e scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza. Etc…Rutino il primo settembre 1860. Il Commissario Delegato Lucio Magnoni.”. Questo è l’estratto della Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli, citata da Mazziotti e pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”

GARIBALDI A CASTROVILLARI

Nel 2 settembre 1860, a Castrovillari, Garibaldi, Domenico DAMIS e PEARD sono ospiti in casa di Giuseppe  Pace-Baratta

Da Wikipedia leggiamo che, il 2 settembre, sotto una pioggia di fiori, Giuseppe Garibaldi arrivò a Castrovillari; insieme a lui Domenico Damis che prese il comando delle compagnie lungresi. Alla legione di Lungro si unirono quelle di Frascineto e Civita, costituendo così una brigata sotto il comando di Giuseppe Pace. DaWikipedia leggiamo che Castrovillari diede il suo contributo all’unificazione d’Italia; nel 1860 Giuseppe Garibaldi, ospitato dal colonnello Giuseppe Pace, arrivò trionfante a Castrovillari e poco dopo, in piazza San Giuliano, si svolse il plebiscito popolare per l’Unità d’Italia. Dal 1860 la storia della città si fonde con quella dell’Italia. Raggiunta la maggiore età divenne Militare di carriera. Esiliato dal Regno delle Due Sicilie, raggiunse il Piemonte insieme ad altri compagni di fuga e, nella primavera del 1859, si arruolò tra i volontari che parteciparono alla seconda guerra d’indipendenza e alle insurrezioni dell’Italia centrale. Fu poi protagonista dell’arrivo di Giuseppe Garibaldi a Castrovillari nel 1860, che lo nominò colonnello. Il 1 ed il 2 ottobre le truppe borboniche opposero una residua resistenza ai nostri. Nella battaglia del Volturno i lungresi combatterono valorosamente ottenendo una splendida vittoria. Tutt’oggi a Lungro parte della toponomastica è dedicata alle vicende Risorgimentali: tra le più famose vie e piazze vi sono Via dei Mille, via dei 500, Piazza XVI Luglio e Piazza Generale Damis. Il 6 maggio 1860 Domenico Damis partì con i Mille da Genova alla volta di Marsala. Dalla Sicilia avvisò i patrioti lungresi di prepararsi a seguire Garibaldi verso Napoli. Alla notizia del suo arrivo 500 volontari partirono dalla sola Lungro. Così Angelo Damis, capo legionario della zona, organizzò cinque compagnie guidate da altrettanti lungresi Vincenzo Stratigò, Cesare Martino, Pietro Irianni, Pasquale Trifilio e Pier Giuseppe Samengo. Ben cinquecento lungresi tra i quali moltissimi salinari, guidati dal generale Pier Domenico Damis, uno dei Mille, dal poeta-soldato Vincenzo Stratigò, dal colonnello Angelo Damis, dai patrioti garibaldini Pietro Irianni, Cesare Martino, Pasquale Trifilio e Giuseppe Samengo, seguirono Giuseppe Garibaldi nella trionfale marcia che portò all’unità d’Italia. L’arrivo di Garibaldi a Castrovillari consolidò il cambio di regime. L’anziano padre fu di nuovo indicato al vertice del distretto, mentre Pace, nominato colonnello, riorganizzò i suoi uomini nel 1° reggimento di volontari calabresi, composto da oltre 1000 effettivi e inquadrato nella divisione guidata da Francesco Stocco, un altro reduce delle rivoluzioni locali. Il distaccamento raggiunse Napoli ed entrò nell’Esercito meridionale insieme alle altre brigate lucane e salernitane, prendendo parte con successo ai combattimenti sulla linea del Volturno e dimostrando una disciplina che mancò ad altri reparti di volontari. Al ritorno nella sua ‘piccola patria’, dopo lo scioglimento dell’esercito garibaldino, si sposò con Maria Gramazio, appartenente a una importante famiglia della società cosentina. Da Tarsia, dove Garibaldi si fermò per poco tempo, il 1° settembre 1860 scrisse al generale Sirtori anticipandogli alcuni ordini e avvisandolo che egli partiva da Tarsia per Castrovillari. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “…a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. Etc…Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Dunque, Agrati scrive che Garibaldi resterà poco a Spezzano Albanese e si recherà a Castrovillari dove la notte del 2 settembre si ferma a dormire. Poi, all’alba, nelle prime ore del mattino, credo sempre del 2 settembre, si rimette di nuovo in viaggio. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Dunque, il genero di Garibaldi, Stefano Canzio, rimasto a Tarsia annotava nel suo “Diario” che il giorno prima era giunto Bertani (a Cosenza), aveva incontrato Garibaldi e gli aveva detto che 4000 uomini della ex divisione Bertani-Pianciani erano a Paola. Carzio, però scrive che Bertani “Si imbarca per Sapri” e ciò non è vero perche Bertani da Cosenza non si staccherà più da Garibaldi. Infatti l’Abrati, a p. 410 aggiungeva che: “Notizie queste, come sappiamo, inesatte.”. Dunque, secondo il suo dispaccio a Sirtori, Garibaldi partì da Tarsia alla volta di Castrovillari, alle 16,00 in carrozza seguendo la strada consolare delle Calabrie che portava a Rotonda. Agrati, a p. 410, in proposito scriveva pure che, Garibaldi, da Castrovillari, dove passò la notte: “Poi, all’alba, in viaggio di nuovo”. Agrati scriveva che Garibaldi si rimise in viaggio all’alba, nelle prime ore del mattino del 2 settembre 1860 da Castrovillari per recarsi a Rotonda. Agrati, a pp. 410-411, scriveva ancora che: “Quanto a Garibaldi, egli è avanti a tutti, ormai lontano, e procede senza posa. Lasciata Castrovillari all’alba del 2 settembre coi suoi pochi, esce qualche ora dopo dalla Calabria ed entra in Basilicata per il passo del Morano a un migliaio di metri sul livello del mare. La regione dell’Appennino, lassù, è desolata, dice il Forbes: “Non vi sono che pochi miserabili mendicanti”. Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli etc..”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Discendendo da Spezzano, Garibaldi toccò l’angolo occidentale di quella pianura, percorrendo la strada arginata che taglia la palude ricca di alberi d’alto fusto e allitata come un parco inglese da numerosissimi uccelli; poi salì di nuovo fino a Castrovillari, una delle città più amene del Sud rivaleggiante per importanza con Cosenza, e allora un gran centro rivoluzionario sotto la guida del Pace. Castrovillari sorge nel mezzo di un fertile altipiano dominante la pianura di Sibari a cui sovrasta, e dominato a sua volta dal Monte Pollino, ergentesi con la sua ardua vetta a più di 2000 metri d’altezza. La città vecchia che con le sue chiese e i suoi palazzi si raggruppa in meno disordine sull’orlo dei precipitosi burroni che in quel punto squarciano l’altipiano cadeva già in abbandono e fin dal 1860, cedeva il primato alla nuova, più ridente assai con le sue vie lunghe, dritte e spaziose, in una delle quali era la casa del Pace, allora il centro dell’insurrezione e quella sera quartier generale di Garibaldi. La mattina appresso (2 settembre) traversata l’ubertosa pianura che rasentando il piede del Pollino rivaleggia con la Toscana per la ricchezza della sua vegetazione, egli si trovò d’un tratto in una regione calcarea, arida e brulla, nel cuore dei monti che separano la Calabria dalla Basilicata. Superato il primo passo gli si aprì avanti il Campo Tenese etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Si parte alle cinque: ovazioni al Morana. Distici latini. Distribuzione di 284 ducati ai soldati napoletani: la guardia nazionale ci segue; il figlio del capo urbano arrestato. Il capo degli insorti di Potenza annuncia essere pronti duemila volontari. Nuova guardia nazionale ben vestita, ben armata di fucili da caccia. Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 254, in proposito scriveva che: “Garibaldi,….non potevamo indovinare con quali intenzioni corresse sempre avanti, lontano dal suo esercito, accompagnato da pochi ufficiali che fativavano molto a tenergli dietro.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 235, in compagnia dello Spangaro, in proposito scriveva che: “…; attraversò Tarsia, Castrovillari, Lagonegro, fermandosi qua e là per lanciare qualche parola d’incoraggiamento e chiamare alle armi quelli che egli sperava allora di poter condurre attraverso gli Stati Pontifici fino ai confini del Veneto.”. Du Champ, a p. 238, in proposito scriveva che: “Continuai a sentirmi in uno stato di estatica ammirazione fino a Castrovillari, un grosso centro, dove si innalza una gran torre, solo avanzo delle sue fortificazioni medievali. Dopo avervi rapidamente cambiato i cavalli, ci mettemmo per un sentiero che gira intorno ad un’altra montagna brulla, etc…Era già  notte quando arrivammo a Morano. Etc…(p. 248). Nel racconto di un vecchio sellaio di Lauria, che, riferendosi ai francesi dice: “La torre di Castrovillari è rimasta nei nostri ricordi come un luogo di morte e di spavento. Molti si segnano quando passano accanto a quelle mura. Vi avevano rinchiuso un così gran numero di pigionieri etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari, percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo , oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre:  le maestose sue torri, i monumenti, i trofei, ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” ma, sebbene sia interessante il De Fiore ci parla della Spedizione fino alla resa di Ghio. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della Città di Lagonegro”, a pp. 396-397, in proposito scriveva che: “Era poi triste e doloroso l’esempio dato dalle truppe regie, che avevano massacrato, nella piazza di Melito, il loro Generale Brigante, credendolo traditore, nè mancavano fra esse dei soldati fanatici, esasperati per le sconfitte e per le capitolazioni, e disposti ad ogni feroce eccesso in quello stato di disperazione di animo. Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio, spedito da Castelluccio nel 2 Settembre 1860 al Presidente Avv. Picardi da Nicolino Catalano del tenore seguente: “Si deve segnare col telegrafo a Sala e Potenza che Garibaldi non ha potuto proseguire il viaggio perchè le truppe non erano partite ancora da Castelluccio, ed è perciò fermato a Rotonda, dubitandosi di qualche tradimento delle truppe”. Ed in postilla è scritto: “Il porgitore è partito a 21 ore, ditemi a che ora è giunto.”. Già la colonna Lucana, comandata dal Lavecchia, con vari altri cittadini, s’erano mssi da Lagonegro per andare ncontro a Garibaldi verso Lauria e Castellucio, ma ben tosto tornarono indietro, quando si seppe che Egli aveva preso altra via. Nel giorno 2 Settembre, mentre ancora erno in piazza accampate le truppe del Caldarelli, giungeva da Moliterno, per la via di S. Antuono la colonna degli insorti di Potenza, comandata da Francesco Pomarici, il quale aveva ricevuto ordine dal Capo dello Stato Maggiore Senise d nirsi col Lavecchia in Lagonegro, di far quivi un concentramento di forze e d’appoggiare le truppe garibaldine provenienti dalle Calabrie (1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a p. 310, in proposito scriveva: “…………”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 328-329, in proposito scriveva che: “A notte, dopo oltre due ore di cammino, Garibaldi giungeva a Castrovillari “fra le grida i gioia di un popolo festante”, come scrive il Pepe nella storia della sua città (10). Indi lo stesso storico continua: “Fu allora che Garibaldi nominò Governatore del circondario Muzio Pace, in casa di cui prese alloggio, ed ordinò che fossero dati carlini sei a ciascuno dei soldati del generale Ghio, che laceri e affamati, a migliaia, passavano per Castrovillari. All’alba del dì seguente, accompagnato da tutto il popolo non solo di Castrovillari, ma ancora dei circondari dei circonvicini paesi, quivi accorsi la notte per vedere quell’eroe singolare etc….(11).”

GARIBALDI A MORANO CALABRO

Nel 2 settembre 1860, a Morano Calabro, Garibaldi, Cosenz, Agostino Bertani, ecc…

Garibaldi, proseguendo il suo viaggio in carrozza, od a cavallo, accompagnato da un piccolo seguito, tra cui il generale Cosenz ed Agostino Bertani, da Tarsia e Castrovillari, in Calabria, arrivò a Morano Calabro e giunse a Rotonda, uscendo dalla Calabria ed entrando in Basilicata. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, in proposito scriveva: Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a pp. 411-412, scriveva che: “Lasciata Castrovillari all’alba del 2 settembre coi suoi pochi, esce qualche ora dopo dalla Calabria ed entra in Basilicata per il passo di Morano a un migliaio di metri sul livello del mare. La regione dell’Appennino, lassù, è desolata, dice il Forbes: “Non vi sono che pochi miserabili mendicanti”. Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta etc…”

GARIBALDI A ROTONDA

Nel 2 settembre 1860, a Rotonda all’alba arriva, Garibaldi, con Bertani, Cosenz, Trecchi, Nullo, Bernieri ed altri (Canzio, suo genero era rimasto a Tarsia), e dove fu ospite delle famiglie di don Bonaventura DE RINALDIS e di Serafino Fasanelli   

Da Wikipedia leggiamo che il 2 settembre Garibaldi e i suoi uomini entrarono in Basilicata (la prima regione della parte continentale del regno a insorgere contro i Borboni), precisamente a Rotonda. Il suo passaggio in terra lucana si concluse senza problemi, poiché fu instaurato il governo prodittatoriale ben prima del suo arrivo (19 agosto), grazie all’apporto di Giacinto Albini e Pietro Lacava, autori dell’insurrezione lucana in favore dell’unità nazionale. Il giorno seguente, Garibaldi attraversò in barca la costa di Maratea e presso Lagonegro raccolse gli uomini lucani che lo seguirono fino alla Battaglia del Volturno (tra questi vi fu Carmine Crocco, in seguito famoso brigante post-unitario). Garibaldi, proseguendo il suo viaggio in carrozza, od a cavallo, accompagnato da un piccolo seguito, tra cui il generale Cosenz ed Agostino Bertani, da Tarsia e Castrovillari, in Calabria, arrivò a Morano Calabro e giunse a Rotonda, uscendo dalla Calabria ed entrando in Basilicata. Da Wikipedia leggiamo che Rotonda fu l’unico paese della Basilicata ad ospitare Giuseppe Garibaldi, che vi sostò il 2 settembre 1860, prima di partire da una spiaggia di Maratea per Sapri. L’eroe fu ospitato a casa della famiglia Fasanelli (ora di proprietà degli eredi del Comm. Vincenzo Tancredi), che per ricambiarne l’ospitalità regalò alla famiglia un grande medaglione di cui oggi si ignora la sorte. Garibaldi arrivò a Rotonda il 2 settembre con la colonna del Generale Cosenz, reduce dalla conquista della Sicilia e della Calabria, ed era diretto verso Napoli, in vista dello scontro con l’esercito di Francesco II. A sbarrargli la strada, anche se in ritirata, a Castelluccio era presente un contingente di 3.000 soldati borbonici agli ordini del Generale Caldarelli. Quindi decise di fermarsi nel comune del Pollino per la notte fra il 2 e il 3 settembre, accolto da don Bonaventura de Rinaldis e ospite della famiglia della vedova di Berardino Fasanelli. Garibaldi aveva pensato di raggiungere la costa tirrenica costeggiando il fiume Lao-Mercure, ma don Bonaventura gli fece cambiare idea facendolo passare per vie interne. Fu lo stesso don Bonaventura a inviare un messaggio segreto per avvertire il sindaco di Tortora, don Biagio Maceri, dell’arrivo dell’eroe nel comune calabrese. La figlia di don Bonaventura, Filomena, era sposata con il figlio del sindaco di Tortora, Francesco Maceri. In piena notte Garibaldi lasciò Rotonda, con sei uomini a seguito, e seguendo le indicazioni di don Bonaventura e di un contadino incontrato per strada arrivò a Tortora alle 10 e 30 del 3 settembre. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “La mattina appresso (2 settembre) traversata l’ubertosa pianura che rasentando il piede del Pollino rivaleggia con la Toscana per la ricchezza della sua vegetazione, egli si trovò d’un tratto in una regione calcarea, arida e brulla, nel cuore dei monti che separano la Calabria dalla Basilicata. Superato il primo passo gli si aprì avanti il Campo Tenese, ampio pascolo cinto torno torno dai monti, alto 1000 metri sul mare e lungo e largo parecchie miglia, dove nel 1806 durante una tormenta i francesi avevano messo in rotta i borbonici. All’estremo opposto del Campo Tenese Garibaldi salì l’erta di un altro passo (1) e varcatolo abbandonò la Calabria per la Basilicata, facendo la sua prima sosta nella nuova regione, a Rotonda, un paesetto di montagna dove egli trovò già costituita la Guardia Nazionale e l’intera grarchia delle autorità rivoluzionarie nè più nè meno che se fosse stato Parigi o per lo meno Cosenza (2).”. La Dobelli, a p. 197, nella nota (1) postillava: “(1) Non il Mormanno dove oggidì passa la strada maestra, ma un altro più alto a destra di quello.”. La Dobelli, a p. 197, nella nota (2) postillava: “(2) Bertani, II, 183-162; Ms. Peard, Journal, 1-2 settembre; Forbes, 207-213; Arrivabene, II, 158-162; Cairoli, 343-349; Racioppi, 198-199.”. Treveljan, a p. 417, di “Bertani, II” postillava: “……..”. Treveljan, a p. 419, di “Cairoli” postillava: “Cairoli = Rosi (M.) – I Cairoli, 1908 (“Biblioteca di Storia contemporanea”, n. 1).”. Si tratta del testo di Michele Rosi (….), I Cairoli, , Torino, 1908, ed. Fratelli Bocca, in “Biblioteca di Storia contemporanea“, n. 1. Io posseggo l’altro volume pubblicato nel 1944, Michele Rosi (….), nel suo “I Cairoli”, a pp. 343-349, in proposito scriveva che: “…………………………………….”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Si parte alle cinque: ovazioni al Morana. Distici latini. Distribuzione di 284 ducati ai soldati napoletani: la guardia nazionale ci segue; il figlio del capo urbano arrestato. Il capo degli insorti di Potenza annuncia essere pronti duemila volontari. Nuova guardia nazionale ben vestita, ben armata di fucili da caccia. Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Manda Trecchi e Nullo a portarlo. Giunse pertanto una lettera di Cardarelli in cui dice a Garibaldi: “Questa vostra truppa si profferisce ai suoi ordini”. Si ascoltano i lamenti degli ufficiali, che non hanno assicurata la loro posizione. Allora si pensa di mandare Bernieri e Trecchi portatori di un’altra lettera in cui si promette la conservazione del grado e si dispongono le cose per altre trattative. L’incarico dato ai nostri è di tenere la relazione continua con noi, mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno, e partono alle sei.”. Un altro testimone è Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…….morning we arrived at Lauria……Garibaldi slept at Rotonda. Etc…” che tradotto significa: “…….la mattina arrivammo a Lauria……Garibaldi dormì alla Rotonda. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, ….etc…”. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua –Garibaldiattraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. Etc..”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Michelangelo Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “La sera del 31 Agosto il Generale entrava in Cosenza, nel giorno seguente in Castrovillari, e nel giorno 2 in Rotonda, dove si fermò in casa della vedova Fasanella a riposare nelle prime ore della notte. “Quinc’innanzi – scrive il Racioppi nella ‘Storia dei moti di Basilicata nel 1860’ – dove Egli giungesse, era un uffiziale di ordinanza a raccogliere le infinite suppliche, che s’indirigevano al Dittatore, come è uso dei popoli abiettati da secolari tirannidi, che istimano etc….”.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata nel 1860”, a pp. 217-218, in proposito scriveva che: “La sera del 31 agosto il Dittatore entrò a Cosenza; il giorno 2 settembre toccò Rotonda, prima comunità della Basilicata ai confini delle Calabrie. Quinc’innanzi dove Egli giungesse, era un uffiziale di ordinanza a raccogliere le infinite suppliche, che s’indirigevano al Dittatore, come è uso dei popoli abiettati da secolari tirannidi, che istimano debbano aver limite al potere. Ed Egli con la bontà d’un animo, che ha in sè commiste la dolcezza della donna e la bontà della madre, la espansione del fanciullo e la generosità dell’Iddio, a quelle supplicazioni maggiormente intendeva l’animo, che toccassero agli interessi del minuto popolo infelice. Non sia chi l’appunti, se in quel turbinio di uomini e di eventi, quando la lotta fervea ancora, ed uno Stato ruinava e un’altro era ancora nelle regioni dell’deale, non sia chi l’appunti se il provvedimento corse troppo più celere, che le informazioni non giungessero a schiarirne retto il cammino. E come nei paesi del Cosentino aveva càsso il balzello del macinato sulle civaie, scemato della metà il prezzo del sale, e dato ai poveri abitatori intorno il Demanio Silano l’uso gratuito della seminagione e del pascolo, così in Rotonda, alle istanze uffiziali e conclamatrici del popolo, decretò invalido e nullo un contratto di enfiteusi, che già le solenni formalità della legge avevano fatto irrevocabile ed eseguito tra le opere pie ed un cittadino del comune; ed il podere si ripartisse ai non abbienti, e il canone non nel pio Istituto, ma in prò del Comune cadesse. Il popolo occuò subitamente le terre, finchè, l’anno appresso, essendo luogotenente il Principe di Carignano, non fu càsso il provvedimento dittatoriale perchè non fosse recata offesa all’autorità della cosa giudicata e ai diritti, in presidio della legge, acquisiti.”Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari, percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo, oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre :  le maestose sue torri , i monumenti, i trofei, ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LIV. – Turr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli ; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori , Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda , trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i auli, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”Raffaele De Cesare (….), nel suo “Una famiglia di patriotti”, a p. CCIII, in proposito scriveva che: “Garibaldi partì da Cosenza il dì appresso senza esercito, precedendone l’avanguardia e solo accompagnato dai suoi aiutanti, dalle sue guide, e dal suo ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Attraversando il resto della Calabria, della Basilicata e la provincia di Salerno, trovò la rivoluzione compiuta dappertutto. Nessuno scrittore meglio del Racioppi ha descritto quella marcia meravigliosa e rapida (I).”. De Cesare, a p. CCIII, nella nota (I) postillava: “(I) Storia dei moti di Basilicata – Napoli, 1867.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 217-218, in proposito scriveva: “La sera del 31 agosto il Dittatore entrò a Cosenza; il giorno 2 settembre toccò Rotonda, prima comunità della Basilicata ai confini delle Calabrie. Il Generale procedeva le sue schiere senza scorta di guardia o di onore: e poichè le vie erano ingombre dai soldati del Caldarelli, che si ritraevano a piccole giornate, e di ogni risma disertori o sbrancati, parve, ed era, non fuor di periglio che egli ne venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdegno o maltalento potea rendere infesta. Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino…..Il giorno 2 settembre toccò Rotonda (1), primo paese della Basilicata.”. Lacava, a p. 700, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi. Etc…”. Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 132, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30(1) ; Etc…”. Dunque, secondo il Pucci, Garibaldi a Rotonda era in compagnia dei suoi fedelissimi: Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Garibaldi era arrivato a Rotonda il 2 settembre con la colonna del gen. Cosenz, aveva fretta di giungere a Napoli il più presto possibile, ma, a bloccargli la strada, a Castelluccio era attestato un contingente di 3.000 soldati borbonici agli ordini del gen. Caldarelli. In conformità alla politica adottata da Reggio Calabria in su, Garibaldi non aveva interesse a forzare il passo, atto di forza che sarebbe costato una inutile perdita di uomini e spreco di armamenti da ambo le parti. Ma ‘mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno (1) egli progettava di arrivare al disarmo dei borbonici attraverso due vie congiunte o alternative: attraverso la corruzione del comandante e/o attraverso la dissuasione per accerchiamento. Intanto che le trattative fra i garibaldini e i borbonici del generale Caldarelli approdassero alla resa di questi ultimi e alla loro adesione alla causa unitaria (1), Garibaldi pensò di accellerare l’accerchiamento con i corpi che convergevano via mare a Sapri. Per procedere più velocemente in direzione di Napoli, egli aveva bisogno di congiungersi a loro via mare il più rapidamente possibile…..(2).”. Pucci, a p. 102, postillava di Amedeo Fulco. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a p……, in proposito scriveva che: “Garibaldi “Aveva raggiunto Rotonda la sera dello stesso giorno accolto trionfalmente dalle autorità locali e dalla popolazione, era stato ospite della famiglia del cavalier Don Bonaventura De Rinaldis.”.…”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora etc….”. Michelangelo Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’accoglieva una dimostrazione così entusiastica da far quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva a Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi all’alba, in viaggio di nuovo….Quanto a Garibaldi, egli è avanti a tutti, ormai lontano, e procede senza posa. Lasciata Castrovillari all’alba del 2 settembre coi suoi pochi, esce qualche ora dopo dalla Calabria ed entra in Basilicata per il passo del Morano a un migliaio di metri sul livello del mare. La regione dell’Appennino, lassù, è desolata, dice il Forbes: “Non vi sono che pochi miserabili mendicanti”. Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto. Di questo punto, ovvero del numero della comitiva e di chi fossero ad accompagnare Garibaldi ne ho discusso innanzi. Inoltre, sappiamo che fino a Rotonda, al seguito di Garibaldi vi erano alcuni suoi collaboratori ed ammiratori. Di sicuro vi erano alcuni giornalisti come il Forbes che però, insieme al Peard non proseguirono con lui ma restarono sulla strada per le Calabrie.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “….Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo.”. Agrati, a p. 410, in proposito scriveva pure che, Garibaldi, da Castrovillari, dove passò la notte: “Poi, all’alba, in viaggio di nuovo”. Agrati scriveva che Garibaldi si rimise in viaggio all’alba del 3 settembre 1860 da Castrovillari per recarsi a Rotonda. E, Agrati, a pp. 410-411, scriveva ancora che: “Quanto a Garibaldi, egli è avanti a tutti, ormai lontano, e procede senza posa. Lasciata Castrovillari all’alba del 2 settembre coi suoi pochi, esce qualche ora dopo dalla Calabria ed entra in Basilicata per il passo del Morano a un migliaio di metri sul livello del mare. La regione dell’Appennino, lassù, è desolata, dice il Forbes: “Non vi sono che pochi miserabili mendicanti”. Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservargli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponenteverso la costa, e là né di strade né di sentieri v’é traccia alcuna.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie.”. Prima della partenza, il Generale ebbe modo di colloquiare affabilmente con alcuni patrioti che lo avevano raggiunto sulla spiaggia. Tra questi vi erano Filippo La Gioia di Aieta e sua madre Angela Candia, la quale non mancò di offrire tutti i suoi figli per il riscatto della Patria. Garibaldi, commosso dalle nobili parole della donna, la colmò di baci e le disse: «Se tutte le donne d’Italia fossero simili a voi, l’Italia sarebbe libera da più secoli». Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania. Silvano Del Duca (….), nel suo“Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 309-310, in proposito scriveva: “Presto si riprende il cammino e, lasciando in lontananza sulla sinistra Mormanno, dopo pochi chilometri di strada si entra in Basilicata e si giunge a Rotonda, un paesetto di montagna, allora di tremila anime. Ivi Garibaldi è accolto dalla Guardia Nazionale, da alcuni volontari tutti giulivi e ben disposti e dall’intera gerarchia delle autorità rivoluzionarie, “né più né meno – commenta il Treveljan – che se fosse stato a Parigi o per lo meno a Cosenza”. Ma, come vedremo, il Comitato rivoluzionario di Basilicata si rende benemerito per l’aiuto che dà alla rivoluzione e all’impresa garibaldina. La deviazione da Rotonda a Sapri. A questo punto, la marcia del Dittatore su Napoli trova degli ostacoli per alcuni incidenti sopraggiunti, ond’egli è costretto a tornare indietro. e dirigersi al mare: è il tratto dell’itinerario della ‘deviazione’ da Rotonda a Sapri, della quale pochi scrittori parlano e non senza inesattezze e confusioni di una certa gravità. Qui ci proponiamo di chiarirle con una narrazione esatta degli avvenimenti lungo il suddetto tratto, con l’aggiunta di particolari ignorati trasmessici dalla tradizione, raccolti dalla viva voce di testimoni oculari nella visita ai luoghi e nella lettura di parecchi opuscoli diventati abbastanza rari o introvabili di scrittori locali. Non intendiamo fare una vera e propria bibliografia sull’argomento. Per ricostruire i fatti bastano i seguenti autori, non senza prima metterli a confronto e integrarli con notizie a nostra conoscenza attinte dai luoghi ove passò Garibaldi: Bertani, Canzio, Peard, Racioppi, Gioia, Lacava, La Gioia, De Cesare, Maturi, Pesce, e, tra i più recenti, Treveljan e Agrati. Premesso ciò possiamo senz’altro seguire Garibaldi. Il quale, giunto a Rotonda, è ospitato in casa di Serafino Fasanella (e non Fasanelli, come scrive il Bertani), ove si riposa. Quindi, si accinge a rimettersi in cammino, proseguendo in carrozza lungo la rotabile, la larga strada detta la ‘Consolare delle Calabrie’. Senonché, per prudenza, ne è sconsigliato: le vie sono ingombre dei soldati del Caldarelli, che si ritirano su Salerno lentamente, a piccole giornate. “Parve ed era – scrive il Racioppi – fuor di periglio che egli se venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdegno e maltalentopotea rendere infesto. Però l’ebbero pregato a venire a Rotonda alla marina di Scalea”, per avvicinarsi ai piroscafi partiti da Paola con la divisione Rustow e la brigata Turr di 1500 uomini, che dovevano formare l’avanguardia del Dittatore sulla via di Napoli, e questi ultimi giunti a Sapri il giorno avanti, etc…Persuaso dagli amici a non esporsi indifeso alla mercé di quegli sbrancati d’ogni risma, che avrebbero potuto riservargli qualche brutta sorpresa e piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui avevano spacciato i loro generali, Garibaldi decide per evitarli di avvicinarsi al mare e di dirigersi alla marina di Scalea. Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 331, in proposito scriveva che: “Ripreso il viaggio, attraversò l’altipiano di Campotenese, legato al sacrificio dei rivoluzionari calabresi del ’48, ed entrò a Rotonda, il primo paesetto della Lucania, dove per la rivoluzione si lavorava attivamente. Anche per Rotonda le nostre ricerche hanno dato dei frutti. Garibaldi fu accolto da gran folla di generosi e di curiosi. Fra di essi vi era un giovane di Mormanno etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava:“(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”

Nel 2 settembre 1860, a Lauria e a Lagonegro, le truppe borboniche del generale CALDARELLI

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, in proposito scriveva che: A questo punto del suo viaggio Garibaldi cambiò metodo. Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, ma ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr etc…”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre.”. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Etc…”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Dunque, in questo breve ma significativo passaggio, il Perini scriveva che Garibaldi, proseguendo la sua marcia da Morano, dopo Castrovillari, prosegue per Rotonda, ma, a Rotonda, scrive il Perini, non cambia itinerario come è ormai accertato dalla Storia e dalle testimonianze ma prosegue il suo viaggio all’interno della Basilicata e passando da Castelluccio arriva a Lauria. Perini, però di Lauria racconta l’episodio, a mio avviso identico, raccontato da Maxime Du Champ.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 490, riferendosi a Lauria, in proposito scriveva che: Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche. L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città , tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari, penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo: ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria , facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 491 e ssg., in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni dei volontari. Egli passava in appresso a Sala e a Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandate dallo stesso monarca.”. In questo passaggio si cita il piccolo paese di “Bosco” a cui in seguito fu cambiato il nome di Nemoli. Su Nemoli e sul passaggio di Garibaldi ha scritto Biagio Ferrari (….), nel suo “……………………….”. Ma, Garibaldi non passò per Nemoli e non andò a Lagonegro, come vedremo. Furono le truppe garibaldine, i volontari dell’Esercito Meridionale di Garibaldi che passarono per Lagonegro e poi Fortino di Casalnuovo. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a p. 220, in proposito scriveva che: “A Lauria, la roue de notre veiture se brisa completement. Il fallut attendre quatre heures. J’etais assis à lombre d’un quartier de rocher qui surpomble la ruote, et je considerais un vieux bourrelier qui raccomodait un bat de mulet. Etc…”. Poi, a p….., in proposito scriveva: “La premiere fois, c’etait dans le mois d’aout 1806. Les gens du pays tenaient pour le roi Nasone, qui etait en Sicile, et recevaient de l’argent, des munitions, tout ce quil fallait enfin, du cardina Ruffo, qui fut un saint homme. Etc…”. Sempre il Du Camp proseguendo il suo racconto, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: “Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce. A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare. Ovunque ci informiamo sulle novità; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno. Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: “Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce. A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare. Ovunque ci informiamo sulle novità; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno. Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 246-247, in proposito scriveva che: “Dov’è Garibaldi ? – Eh! chi può saperlo? – L’esercito napoletano è a Salerno ? – Così si dice. – A Lauria, la ruota della nostra vettura si sfascia completamente. Dovemmo aspettare quattro ore. …”. Da Wikipedia leggiamo che Maxime Du Champ fu  giornalista e grande viaggiatore, per i suoi scritti e le foto dei suoi viaggi si può considerare il primo inviato speciale dei suoi tempi. Volontario nella spedizione dei Mille, lasciò la sua testimonianza nella sua opera: L’expédition des Deux Siciles, (tra i pochi suoi scritti, ad oggi, tradotti in italiano). Questa sua testimonianza è preziosa perché è l’unica che ci è pervenuta dal continente mentre altri scrittori ne hanno scritto in modo parziale. Il Du Champ, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: “Dopo Lauria, il paesaggio ritorna ad essere rigoglioso, ma di un rigoglio tutto settentrionale: domina la flora francese, le querce sono numerose così le alberelle; qua e là appaiono dei castagni e alla loro ombra delle eriche in fiore; abbondano i torrenti, che, zampillando dala cima della montagna, lasciano cadere verso la valle le loro belle acque limpide; ed esse saltellando sulle rocce levigate ci spruzzano sul volto perline di schiuma; sono sormontati da alcuni ponti, e che ponti! Di legno, sconnessi e vacillanti; io non so che provvidenza amica dei viaggiatori li tenga in equilibrio, perché, a vederli, si crederebbe che basti una pedata ad abbatterli. Tagliata ai fianchi del monte, la strada non gli gira intorno secondo una linea circolare, ma si spezza continuamente ad angolo acuto, come quei fulmini a zig zag dipinti dai pittori nei quadri di tempesta. Ad alcune leghe da Lauria incontriamo una magnifica cascata, che spumeggia in balzi biancheggianti e non è altro che la sorgente del fiume ‘Trecchena’, che chiamiamo anche il ‘Noce (1). Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi.”. Duchamp, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò in modo da potere nel caso, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sulle montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la strada di Napoli, nel caso in cui ci avessero aspettato a Salerno. La loro ritirata, di cui stava appunto per giungersi notizia, doveva poi rendere inutile quell’ardito piano. Infatti, la sera, verso le otto, mentre stavamo per andare a vedere noi stessi i nostri cavalli fossero in condizione di riprendere il viaggio, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”. Il nostro primo sentimento, lo confesso, fu un cattivo sentimento di rammarico e quasi di ira; ne seguì uno più nobile, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 259, in proposito scriveva pure: “La notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli si diffuse rapidamente a Lagonegro, che ben presto fu tutta illuminata. L’indomani mattina, uno di noi ricevette un dispaccio in cui si annunciava che i forti di Napoli erano ancora in mano ai regi; ….Partimmo senza perder tempo. Dopo Lagonegro, etc…”L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 396, in proposito scriveva pure che: “E infatti la brigata del Generale Caldarelli, composta dal reggimento Carabinieri a piedi, dalla batteria N. 8, e da due squadroni del 5° lancieri, benché nei patti della resa di Cosenza si fosse ‘obbligata di non combattere più Garibaldi, i suoi soldati e le guardie cittadine del Regno, di ritirarsi a Salerno e non prendere parte in niuna spedizione che anche indirettamente potesse nuocere alla causa dell’Unità Italiana sotto Vittorio Emanuele, si ritraeva a piccole tappe, avvilita e scontenta, lungo la strada consolare, e dolente forse dell’onta patita, non mancava di commettere, fra le popolazioni ribelli, eccessi e rappresaglie. Questa brigata, già composta di 3500 carabinieri, gendarmi, lancieri ed artiglieria di montagna, giunse in Lagonegro nella sera del 1° Settembre, tuttora ben armata, per quanto fosse stremata di numero per le diserzioni che lungo la ritirata si verificarono; ed accampatasi nell’ampia piazza, dispose in fila, sulla zona del Timpone – non senza una certa trepidazione e sorpresa dei cittadini e della Colonna Lucana – i cannoni che ancora trainava.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 23-24-25, in proposito scriveva che: “”Il Generale – continua il Racioppi – procedeva le sue schiere senza scorta di guardia o di onore; e poichè le vie erano ingombre dei soldati del Caldarelli, che si ritraevano a piccole giornate – e di ogni risma di disertori o sbrancati, parve, ed era, non fuor di periglio, che egli venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdego o maltalento potea rendere infesta. Però l’ebbero pregato di venirne di Rotonda alla marina di Scalea”. Ed infatti la Brigata del Generale Caldarelli, composta etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio, spedito da Castelluccio nel 2 Settembre 1860 al Presidente Avv. Picardi da Nicolino Catalano (1) del tenore seguente: “Si deve segnare col telegrafo a Sala e Potenza che Garibaldi non ha potuto proseguire il viaggio perchè le truppe non erano partite ancora da Castelluccio, ed è perciò fermato a Rotonda, dubitandosi di qualche tradimento delle truppe”. Ed in postilla è scritto: “Il porgitore è partito a 21 ore, ditemi a che ora è giunto.”. Già la Colonna Lucana, comandata dal Lavecchia, con vari altri cittadini, s’erano mossi da Lagonegro per andare incontro a Garibaldi verso Lauria e Castelluccio, ma tosto tornarono indietro, quando si seppe che Egli aveva presa altra via.”. Pesce, a p. 25, nella nota (1) postillava: “(1) Il Catalano era stato condannato a 7 mesi di carcere per aver chiamato ‘cernicchiara’ la regina Maria Teresa.”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava scriveva che le truppe borboniche del generle Caldarelli arrivarono a Lagonegro il 1° settembre 1860. A Lagonegro si ritrovarono sia le brigate dei volontari garibaldini che ivi bivaccarono e si accamparono insieme ai soldati del generale Lavecchia e Caldarelli che arrivavano da Cosenza. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della Città di Lagonegro”, a pp. 396-397, in proposito scriveva che: “Era poi triste e doloroso l’esempio dato dalle truppe regie, che avevano massacrato, nella piazza di Melito, il loro Generale Brigante, credendolo traditore, nè mancavano fra esse dei soldati fanatici, esasperati per le sconfitte e per le capitolazioni, e disposti ad ogni feroce eccesso in quello stato di disperazione di animo. Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio, spedito da Castelluccio nel 2 Settembre 1860 al Presidente Avv. Picardi da Nicolino Catalano del tenore seguente: “Si deve segnare col telegrafo a Sala e Potenza che Garibaldi non ha potuto proseguire il viaggio perchè le truppe non erano partite ancora da Castelluccio, ed è perciò fermato a Rotonda, dubitandosi di qualche tradimento delle truppe”. Ed in postilla è scritto: “Il porgitore è partito a 21 ore, ditemi a che ora è giunto.”. Già la colonna Lucana, comandata dal Lavecchia, con vari altri cittadini, s’erano mssi da Lagonegro per andare ncontro a Garibaldi verso Lauria e Castellucio, ma ben tosto tornarono indietro, quando si seppe che Egli aveva preso altra via. Nel giorno 2 Settembre, mentre ancora erno in piazza accampate le truppe del Caldarelli, giungeva da Moliterno, per la via di S. Antuono l olona degli insorti di Potenza, comandata da Frneco Pomarici, il quale aveva ricevuto ordine dal Capo dello Stato Maggiore Senise d nirsi col Lavecchia in Lagonegro, di far quivi un concentramento d forze e d’appoggiare le truppe garibaldine provenienti dalle Calabrie (1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in moltre altre contingenze, è d’uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgobro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine. Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi, che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era del tutto sgombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Dell’avvenimento troviamo la testimonianza di un testimone di eccezione, un giornalista al seguito di Garibaldi. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…….morning we arrived at Lauria……Garibaldi slept at Rotonda. Wandering in, out and over in the mountain peaks, and passing the like which names the town of Lagonegro, we fell in whit the Neapolitan rearguard at ten o’ clock on the point of intering the town. The main body, about 1500 strong, where in the Piazza. They had, with their General, just agreed to come over to the national army. Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently che tradotto significa: “…….la mattina arrivammo a Lauria……Garibaldi dormì alla Rotonda. Andando avanti e indietro per le vette dei monti, e oltrepassando quella che dà nome alla città di Lagonegro, ci imbattemmo nella retroguardia napoletana alle dieci, sul punto di invadere la città. Il corpo principale, forte di circa 1500 persone, si trovava nella Piazza. Avevano appena accettato, con il loro generale, di arruolarsi nell’esercito nazionale. Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…. Forbes salta completamente la pausa a Sapri e va direttamente a descrivere l’arrivo ad Auletta il 5 Settembre. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Manda Trecchi e Nullo a portarlo. Giunse pertanto una lettera di Cardarelli in cui dice a Garibaldi: “Questa vostra truppa si profferisce ai suoi ordini”. Si ascoltano i lamenti degli ufficiali, che non hanno assicurata la loro posizione. Allora si pensa di mandare Bernieri e Trecchi portatori di un’altra lettera in cui si promette la conservazione del grado e si dispongono le cose per altre trattative. L’incarico dato ai nostri è di tenere la relazione continua con noi, mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno, e partono alle sei.”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 354, in proposito scriveva che: “….e la 4.a col brigadiere Giuseppe Caldarelli con 1′ 8.° di linea, il reggimento carabinieri a piedi, due squadroni lancieri, e una batteria da montagna, di cui metà rigata; divisa tra Cosenza, Rogliano e Paola.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria-Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza , ritiravasi sopra Salerno , giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi . I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 410-411, scriveva ancora che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservargli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponenteverso la costa, e là né di strade né di sentieri v’é traccia alcuna.. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 309-310, in proposito scriveva: Quindi, si accinge a rimettersi in cammino, proseguendo in carrozza lungo la rotabile, la larga strada detta la ‘Consolare delle Calabrie’. Senonché, per prudenza, ne è sconsigliato: le vie sono ingombre dei soldati del Caldarelli, che si ritirano su Salerno lentamente, a piccole giornate. “Parve ed era – scrive il Racioppi – fuor di periglio che egli se venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdegno e maltalento potea rendere infesto. Però l’ebbero pregato a venire a Rotonda alla marina di Scalea”, per avvicinarsi ai piroscafi partiti da Paola con la divisione Rustow e la brigata Turr di 1500 uomini, che dovevano formare l’avanguardia del Dittatore sulla via di Napoli, e questi ultimi giunti a Sapri il giorno avanti, etc…Persuaso dagli amici a non esporsi indifeso alla mercé di quegli sbrancati d’ogni risma, che avrebbero potuto riservargli qualche brutta sorpresa e piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui avevano spacciato i loro generali, Garibaldi decide per evitarli di avvicinarsi al mare e di dirigersi alla marina di Scalea. Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio. Se Garibaldi avesse proseguito sulla stessa strada, si sarebbe infatti trovato nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate. Il Caldarelli a Cosenza era stato costretto dal Morelli a venire a patti. Quali erano ora le sue intenzioni? Garibaldi temeva che non scivolasse con le sue truppe a Salerno. Prega Bertani a stendergli un indirizzo e manda Trecchi e Nullo dal Caldarelli, il quale scrive: “questa vostra truppa si profferisce ai suoi ordini”. Ma, un momento dopo, promette ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco, come riferisce il ‘Peard’, nel suo ‘Journal in data 2 settembre. Gli ufficiali borbonici si lamentano che non venga assicurata la loro posizione. Garibaldi allora pensa di rimandare Bernieri e lo stesso Trecchi quali portatori d’un’altra lettera, nella quale promette la conservazione del grado per quegli ufficiali, e dispone le cose in modo che si possano proseguire le trattative, dando incarico all’uno e all’altro di tenersi in relazione col Caldarelli, allo scopo di evitare che quelle truppe coi loro cannoni entrino a Salerno. La capitolazione vera e propria avverà – com’è noto – pochi giorni dopo, il 4 settembre, dopo lo sbarco a Sapri, a Casalnuovo, dove il Mignogna, uno dei Mille, che Garibaldi, prima di mettere il piede in Calabria, aveva mandato in Basilicata per prepararvi l’insurrezione, e Pietro Lacava, in nome del governo provvisorio di Basilicata, gli portano seimila ducati, somma che riesce molto gradita al Dittatore e ch’egli in parte elargisce in sussidi ai soldati del Caldarelli, che soltanto così si decidono a deporre le armi. Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio…etc…”Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”.   

Nel 2 settembre 1860, a Lagonegro arrivano le truppe al comando di POMARICI e LAVECCHIA

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della Città di Lagonegro”, a pp. 396-397, in proposito scriveva che: “Era poi triste e doloroso l’esempio dato dalle truppe regie, che avevano massacrato, nella piazza di Melito, il loro Generale Brigante, credendolo traditore, nè mancavano fra esse dei soldati fanatici, esasperati per le sconfitte e per le capitolazioni, e disposti ad ogni feroce eccesso in quello stato di disperazione di animo. Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio, spedito da Castelluccio nel 2 Settembre 1860 al Presidente Avv. Picardi da Nicolino Catalano del tenore seguente: “Si deve segnare col telegrafo a Sala e Potenza che Garibaldi non ha potuto proseguire il viaggio perchè le truppe non erano partite ancora da Castelluccio, ed è perciò fermato a Rotonda, dubitandosi di qualche tradimento delle truppe”. Ed in postilla è scritto: “Il porgitore è partito a 21 ore, ditemi a che ora è giunto.”. Già la colonna Lucana, comandata dal Lavecchia, con vari altri cittadini, s’erano mssi da Lagonegro per andare ncontro a Garibaldi verso Lauria e Castellucio, ma ben tosto tornarono indietro, quando si seppe che Egli aveva preso altra via. Nel giorno 2 Settembre, mentre ancora erno in piazza accampate le truppe del Caldarelli, giungeva da Moliterno, per la via di S. Antuono l olona degli insorti di Potenza, comandata da Frneco Pomarici, il quale aveva ricevuto ordine dal Capo dello Stato Maggiore Senise d nirsi col Lavecchia in Lagonegro, di far quivi un concentramento d forze e d’appoggiare le truppe garibaldine provenienti dalle Calabrie (1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Il passo del Pesce è tratto dall’altro suo testo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 26. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 700 riporta alcuni documenti che attestano le notizie del Pesce. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 26 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Nel giorno 2 Settembre, mentre ancora erano in piazza accampate le truppe del Caldarelli, giungeva da Moliterno, per la via di S. Antuono la colonna degli insorti di Potenza, comandata da Francesco Pomarici, il quale aveva ricevuto ordine dal Capo dello Stato Maggiore Senise di unirsi con Lavecchia in Lagonegro, di far quivi un concentramento di forze e d’appoggiare le truppe garibaldine provenienti dalle Calabrie (1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Il passo del Pesce è tratto dall’altro suo testo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 26. Pesce, a p. 26, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie, dove a foglio 685 è riportato l’ordine dato dal Capo dello Stato Maggiore al Pomarici: “Ella col comandante Lavecchia, operando di concerto, occuperà i punti principali strategici del Distretto di Lagonegro, precise le gole dei monti di Lauria, nell’intelligenza che l’insurrezione è sviluppata nelle tre Calabrie e che Garibaldi è giunto già in Monte leone. Le Signorie Loro occuperanno i posti più interessanti per impedire il passaggio delle truppe regie che potranno rinculare”. Questo piano, pei mutati eventi, non potè essere attuato, ed in seguito le due Colonne di Lavecchia e di Pomarici procedettero, al seguito di Garibaldi, per Eboli e Salerno, dove, per ordine del Colonnello Boldoni, il Battaglione di Lagonegro, composto degli uomini dei sottocentri di Rotonda, di Castelsaraceno, di Senise e di Corleto, della forza complessiva di 554 armati, fu affidato al comando di Giuseppe Domenico Lacava.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio, spedito da Castelluccio nel 2 Settembre 1860 al Presidente Avv. Picardi da Nicolino Catalano (1) del tenore seguente: “Si deve segnare col telegrafo a Sala e Potenza che Garibaldi non ha potuto proseguire il viaggio perchè le truppe non erano partite ancora da Castelluccio, ed è perciò fermato a Rotonda, dubitandosi di qualche tradimento delle truppe”. Ed in postilla è scritto: “Il porgitore è partito a 21 ore, ditemi a che ora è giunto.”. Già la Colonna Lucana, comandata dal Lavecchia, con vari altri cittadini, s’erano mossi da Lagonegro per andare incontro a Garibaldi verso Lauria e Castelluccio, ma tosto tornarono indietro, quando si seppe che Egli aveva presa altra via.”. Pesce, a p. 25, nella nota (1) postillava: “(1) Il Catalano era stato condannato a 7 mesi di carcere per aver chiamato ‘cernicchiara’ la regina Maria Teresa.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in moltre altre contingenze, è d’uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgobro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie. Ma il generoso Dittatore ad evitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Dunque, in questo breve ma significativo passaggio, il Perini scriveva che Garibaldi, proseguendo la sua marcia da Morano, dopo Castrovillari, prosegue per Rotonda, ma, a Rotonda, scrive il Perini, non cambia itinerario come è ormai accertato dalla Storia e dalle testimonianze ma prosegue il suo viaggio all’interno della Basilicata e passando da Castelluccio arriva a Lauria. Perini, però di Lauria racconta l’episodio, a mio avviso identico, raccontato da Maxime Du Champ.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 490, riferendosi a Lauria, in proposito scriveva che: Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche. L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città , tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari, penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo: ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria , facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”.  

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, NULLO, TRECCHI e BERNIERI, su ordine di Garibaldi si recano a Lagonegro a discutere la resa con il generale borbonico Caldarelli (probabilmente in casa Aldinio) che il 1° settembre era arrivato a Lagonegro

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Manda Trecchi e Nullo a portarlo. Giunse pertanto una lettera di Cardarelli in cui dice a Garibaldi: “Questa vostra truppa si profferisce ai suoi ordini”. Si ascoltano i lamenti degli ufficiali, che non hanno assicurata la loro posizione. Allora si pensa di mandare Bernieri e Trecchi portatori di un’altra lettera in cui si promette la conservazione del grado e si dispongono le cose per altre trattative. L’incarico dato ai nostri è di tenere la relazione continua con noi, mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno, e partono alle sei.”In questo passaggio, Agostino Bertani cita Nullo, Bernieri e Trecchi. Riguardo il Trecchi, Dallolio, a p. 36, in proposito scriveva che: “Cavour, ….aveva visto che, nel suo viaggio in Toscana, Vittorio Emanuele aveva preso seco, come ufficiale d’ordinanza onorario, il Trecchi, che era l’intermediario noto e consueto fra lui e Garibaldi.”. In questo passaggio, in cui Bertani, nel suo Diario racconta per mezzo della White il passaggio di Garibaldi a Rotonda, racconta della ulteriore lettera che egli decise di far pervenire all’indirizzo del generale Caldarelli e manda Trecchi e Nullo “…portatori di altra lettera in cui si promette la conservazione del grado e si dispongono le cose per altre trattative. L’incarico dato ai nostri è di tenere la relazione continua con noi, mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno.”. Anche la Dobelli, nella sua traduzione del Treveljan, a p. 147, in proposito a Trecchi scriveva che: “…giunse un altro messaggio segreto che gli pervenne a mezzo dell’aiutante in campo di Vittorio Emanuele, il Trecchi, intermediario regolare fra il Re e lui.”. Nullo e Trecchi partirono alle ore sei staccandosi da Garibaldi e gli altri. Relativamente al generale Caldarelli, il giornalista Stuart Forbes ci dice che le sue truppe erano già a Lagonegro che, probabilmente era la meta di Bernieri e di Trecchi che dovettero di nuovo recarsi verso Lagonegro per portare la seconda lettera di Garibaldi a Caldarelli. Infatti, un altro testimone è Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…….morning we arrived at Lauria……Garibaldi slept at Rotonda. Wandering in, out and over in the mountain peaks, and passing the like which names the town of Lagonegro, we fell in whit the Neapolitan rearguard at ten o’ clock on the point of intering the town. The main body, about 1500 strong, where in the Piazza. They had, with their General, just agreed to come over to the national army. Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently che tradotto significa: “…….la mattina arrivammo a Lauria……Garibaldi dormì alla Rotonda. Andando avanti e indietro per le vette dei monti, e oltrepassando quella che dà nome alla città di Lagonegro, ci imbattemmo nella retroguardia napoletana alle dieci, sul punto di invadere la città. Il corpo principale, forte di circa 1500 persone, si trovava nella Piazza. Avevano appena accettato, con il loro generale, di arruolarsi nell’esercito nazionale. Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…. Dunque, il Forbes scriveva e testimoniava che quando egli con la sua colonna arrivò a Lagonegro, il giorno 2 settembre, il generale Turr era lì atteso ma ancora non era arrivato. Forbes scriveva che, il 2 settembre, al suo arrivo, a Lagonegro trovò Trecchi e Nullo che erano stati ivi inviati da Garibaldi, che a Rotonda gli aveva ordinato di andare a cercare di parlare con il generale borbonico Caldarelli. Dunque, pare che quando arrivò Forbes a Lagonegro egli dice di aver pranzato insieme a Trecchi, Nullo e al generale Caldarelli e, quando arrivò a Lagonegro il generale Turr, il Caldarelli già era partito e, il Turr non potette parlarci. Questo fatto però non è del tutto chiarito.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, arrivato a Lagonegro, il generale Turr seppe che il generale borbonico Caldarelli era stato a Lagonegro ma era ripartito sulla consolare con le sue truppe e quindi gli invia, da Lagonegro, un telegramma in cui gli intimava di arrendersi. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 217-218, in proposito scriveva: “La sera del 31 agosto il Dittatore entrò a Cosenza; il giorno 2 settembre toccò Rotonda, prima comunità della Basilicata ai confini delle Calabrie. Il Generale procedeva le sue schiere senza scorta di guardia o di onore: e poichè le vie erano ingombre dai soldati del Caldarelli, che si ritraevano a piccole giornate, e di ogni risma disertori o sbrancati, parve, ed era, non fuor di periglio che egli ne venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdegno o maltalento potea rendere infesta. Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 396, in proposito scriveva pure che: “E infatti la brigata del Generale Caldarelli, composta dal reggimento Carabinieri a piedi, dalla batteria N. 8, e da due squadroni del 5° lancieri, benché nei patti della resa di Cosenza si fosse ‘obbligata di non combattere più Garibaldi, i suoi soldati e le guardie cittadine del Regno, di ritirarsi a Salerno e non prendere parte in niuna spedizione che anche indirettamente potesse nuocere alla causa dell’Unità Italiana sotto Vittorio Emanuele, si ritraeva a piccole tappe, avvilita e scontenta, lungo la strada consolare, e dolente forse dell’onta patita, non mancava di commettere, fra le popolazioni ribelli, eccessi e rappresaglie. Questa brigata, già composta di 3500 carabinieri, gendarmi, lancieri ed artiglieria di montagna, giunse in Lagonegro nella sera del 1° Settembre, tuttora ben armata, per quanto fosse stremata di numero per le diserzioni che lungo la ritirata si verificarono; ed accampatasi nell’ampia piazza, dispose in fila, sulla zona del Timpone – non senza una certa trepidazione e sorpresa dei cittadini e della Colonna Lucana – i cannoni che ancora trainava.”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava scriveva che le truppe borboniche del generle Caldarelli arrivarono a Lagonegro il 1° settembre 1860. A Lagonegro si ritrovarono sia le brigate dei volontari garibaldini che ivi bivaccarono e si accamparono insieme ai soldati del generale Lavecchia e Caldarelli che arrivavano da Cosenza. Dell’avvenimento troviamo la testimonianza di un testimone di eccezione, un giornalista al seguito di Garibaldi. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della Città di Lagonegro”, a pp. 396-397, in proposito scriveva che: “Era poi triste e doloroso l’esempio dato dalle truppe regie, che avevano massacrato, nella piazza di Melito, il loro Generale Brigante, credendolo traditore, nè mancavano fra esse dei soldati fanatici, esasperati per le sconfitte e per le capitolazioni, e disposti ad ogni feroce eccesso in quello stato di disperazione di animo. Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio, spedito da Castelluccio nel 2 Settembre 1860 al Presidente Avv. Picardi da Nicolino Catalano del tenore seguente: “Si deve segnare col telegrafo a Sala e Potenza che Garibaldi non ha potuto proseguire il viaggio perchè le truppe non erano partite ancora da Castelluccio, ed è perciò fermato a Rotonda, dubitandosi di qualche tradimento delle truppe”. Ed in postilla è scritto: “Il porgitore è partito a 21 ore, ditemi a che ora è giunto.”. Già la colonna Lucana, comandata dal Lavecchia, con vari altri cittadini, s’erano mssi da Lagonegro per andare ncontro a Garibaldi verso Lauria e Castellucio, ma ben tosto tornarono indietro, quando si seppe che Egli aveva preso altra via. Nel giorno 2 Settembre, mentre ancora erno in piazza accampate le truppe del Caldarelli, giungeva da Moliterno, per la via di S. Antuono l olona degli insorti di Potenza, comandata da Frneco Pomarici, il quale aveva ricevuto ordine dal Capo dello Stato Maggiore Senise d nirsi col Lavecchia in Lagonegro, di far quivi un concentramento d forze e d’appoggiare le truppe garibaldine provenienti dalle Calabrie (1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Garibaldi era arrivato a Rotonda il 2 settembre con la colonna del gen. Cosenz, aveva fretta di giungere a Napoli il più presto possibile, ma, a bloccargli la strada, a Castelluccio era attestato un contingente di 3.000 soldati borbonici agli ordini del gen. Caldarelli. In conformità alla politica adottata da Reggio Calabria in su, Garibaldi non aveva interesse a forzare il passo, atto di forza che sarebbe costato una inutile perdita di uomini e spreco di armamenti da ambo le parti. Ma ‘mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno (1) egli progettava di arrivare al disarmo dei borbonici attraverso due vie congiunte o alternative: attraverso la corruzione del comandante e/o attraverso la dissuasione per accerchiamento. Intanto che le trattative fra i garibaldini e i borbonici del generale Caldarelli approdassero alla resa di questi ultimi e alla loro adesione alla causa unitaria (1), Garibaldi pensò di accellerare l’accerchiamento con i corpi che convergevano via mare a Sapri. Per procedere più velocemente in direzione di Napoli, egli aveva bisogno di congiungersi a loro via mare il più rapidamente possibile…..(2).”. Pucci, a p. 102, postillava di Amedeo Fulco. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie. Ma il generoso Dittatore ad esvitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LIV. – Turr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse.”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i auli, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Dunque, in questo breve ma significativo passaggio, il Perini scriveva che Garibaldi, proseguendo la sua marcia da Morano, dopo Castrovillari, prosegue per Rotonda, ma, a Rotonda, scrive il Perini, non cambia itinerario come è ormai accertato dalla Storia e dalle testimonianze ma prosegue il suo viaggio all’interno della Basilicata e passando da Castelluccio arriva a Lauria. Perini, però di Lauria racconta l’episodio, a mio avviso identico, raccontato da Maxime Du Champ.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 490, riferendosi a Lauria, in proposito scriveva che: Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche. L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città , tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari, penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo: ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria , facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 354, in proposito scriveva che: “….e la 4.a col brigadiere Giuseppe Caldarelli con 1′ 8.° di linea, il reggimento carabinieri a piedi, due squadroni lancieri, e una batteria da montagna, di cui metà rigata; divisa tra Cosenza, Rogliano e Paola.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 309-310, in proposito scriveva: Il Caldarelli a Cosenza era stato costretto dal Morelli a venire a patti. Quali erano ora le sue intenzioni? Garibaldi temeva che non scivolasse con le sue truppe a Salerno. Prega Bertani a stendergli un indirizzo e manda Trecchi e Nullo dal Caldarelli, il quale scrive: “questa vostra truppa si profferisce ai suoi ordini”. Ma, un momento dopo, promette ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco, come riferisce il ‘Peard’, nel suo ‘Journal in data 2 settembre. Gli ufficiali borbonici si lamentano che non venga assicurata la loro posizione. Garibaldi allora pensa di rimandare Bernieri e lo stesso Trecchi quali portatori d’un’altra lettera, nella quale promette la conservazione del grado per quegli ufficiali, e dispone le cose in modo che si possano proseguire le trattative, dando incarico all’uno e all’altro di tenersi in relazione col Caldarelli, allo scopo di evitare che quelle truppe coi loro cannoni entrino a Salerno. La capitolazione vera e propria avverà – com’è noto – pochi giorni dopo, il 4 settembre, dopo lo sbarco a Sapri, a Casalnuovo, dove il Mignogna, uno dei Mille, che Garibaldi, prima di mettere il piede in Calabria, aveva mandato in Basilicata per prepararvi l’insurrezione, e Pietro Lacava, in nome del governo provvisorio di Basilicata, gli portano seimila ducati, somma che riesce molto gradita al Dittatore e ch’egli in parte elargisce in sussidi ai soldati del Caldarelli, che soltanto così si decidono a deporre le armi. Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio…. etc…”.  

LA DEVIAZIONE ED IL CAMBIO DI ITINERARIO DI GARIBALDI CHE DA ROTONDA DECIDE DI ANDARE A SAPRI 

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, il CAMBIO DI ITINERARIO di Garibaldi che, invece di proseguire sulla strada Consolare per le Calabrie verso Castelluccio si diresse direttamente a SAPRI, arrivando prima a Tortora lido e proseguendo in barca arriva a Sapri

Garibaldi, proseguendo il suo viaggio in carrozza, o a cavallo, accompagnato da un piccolo seguito, tra cui il generale Cosenz ed Agostino Bertani, da Tarsia e Castrovillari, in Calabria, arrivò a Morano Calabro e giunse a Rotonda, uscendo dalla Calabria ed entrando in Basilicata. Da Wikipedia leggiamo che Rotonda fu l’unico paese della Basilicata ad ospitare Giuseppe Garibaldi, che vi sostò il 2 settembre 1860, prima di partire da una spiaggia di Maratea per Sapri. L’eroe fu ospitato a casa della famiglia Fasanelli (ora di proprietà degli eredi del Comm. Vincenzo Tancredi), che per ricambiarne l’ospitalità regalò alla famiglia un grande medaglione di cui oggi si ignora la sorte. Garibaldi arrivò a Rotonda il 2 settembre con la colonna del Generale Cosenz, reduce dalla conquista della Sicilia e della Calabria, ed era diretto verso Napoli, in vista dello scontro con l’esercito di Francesco II. Unica nota stonata tra gli storici, peraltro testimoni oculari, vi sono quelle del Perini e del Du Champ, che non ci parlano affatto di Sapri. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Dunque, in questo breve ma significativo passaggio, il Perini scriveva che Garibaldi, proseguendo la sua marcia da Morano, dopo Castrovillari, prosegue per Rotonda, ma, a Rotonda, scrive il Perini, non cambia itinerario come è ormai accertato dalla Storia e dalle testimonianze ma prosegue il suo viaggio all’interno della Basilicata e passando da Castelluccio arriva a Lauria. Perini, però di Lauria racconta l’episodio, a mio avviso identico, raccontato da Maxime Du Champ. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Garibaldi aveva pensato di raggiungere la costa tirrenica costeggiando il fiume Lao-Mercure, ma don Bonaventura gli fece cambiare idea facendolo passare per vie interne. Fu lo stesso don Bonaventura a inviare un messaggio segreto per avvertire il sindaco di Tortora, don Biagio Maceri, dell’arrivo dell’eroe nel comune calabrese. La figlia di don Bonaventura, Filomena, era sposata con il figlio del sindaco di Tortora, Francesco Maceri. In piena notte Garibaldi lasciò Rotonda, con sei uomini a seguito, e seguendo le indicazioni di don Bonaventura e di un contadino incontrato per strada arrivò a Tortora alle 10 e 30 del 3 settembre. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Il tragitto fu a mio avviso agevole considerando che Garibaldi, come vedremo arriverà anche a casa degli attendibili di Maratea prima di imbarcarsi per Sapri, il giorno 3 settembre. Dall’alba del 2 settembre, si parte da Rotonda ed il 3 settembre era a Castrocucco. Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, Bari, Editore Laterza (prima edizione: Tip. Morelli, pagg. 343, Napoli. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 217-219, in proposito scriveva: Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Michele Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, in proposito scriveva che: A questo punto del suo viaggio Garibaldi cambiò metodo. Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, …etc….”. George Macaulay Treveljan (vedi traduzione della Dobelli), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Etc…(1)…”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 27, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. Etc..”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarco.Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Ma il generoso Dittatore….muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 310, in proposito scriveva: Premesso ciò possiamo senz’altro seguire Garibaldi. Il quale, giunto a Rotonda, è ospitato in casa di Serafino Fasanella (e non Fasanelli, come scrive il Bertani), ove si riposa. Quindi, si accinge a rimettersi in cammino, proseguendo in carrozza lungo la rotabile, la larga strada detta la ‘Consolare delle Calabrie’. Senonché, per prudenza, ne è sconsigliato: le vie sono ingombre dei soldati del Caldarelli, che si ritirano su Salerno lentamente, a piccole giornate. “Parve ed era – scrive il Racioppi – fuor di periglio che egli se venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdegno e maltalento potea rendere infesto. Però l’ebbero pregato a venire a Rotonda alla marina di Scalea”, per avvicinarsi ai piroscafi partiti da Paola con la divisione Rustow e la brigata Turr di 1500 uomini, che dovevano formare l’avanguardia del Dittatore sulla via di Napoli, e questi ultimi giunti a Sapri il giorno avanti, etc…Persuaso dagli amici a non esporsi indifeso alla mercé di quegli sbrancati d’ogni risma, che avrebbero potuto riservargli qualche brutta sorpresa e piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui avevano spacciato i loro generali, Garibaldi decide per evitarli di avvicinarsi al mare e di dirigersi alla marina di Scalea. Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio. Se Garibaldi avesse proseguito sulla stessa strada, si sarebbe infatti trovato nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate.”Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia Rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, etc…”Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Etc…”. Guarasci, a p. 42, nella nota (46) postillava: “(46)……..

Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” ma, sebbene sia interessante il De Fiore ci parla della Spedizione fino alla resa di Ghio. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “…Garibaldi…fa sosta a Rotonda e quì apprende etc…, “Per evitare quelle truppe – scrive Carlo Agrati – che potrebbero riservargli qualche sorpresa, nella notte del 3, parte a cavallo e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre sono tracciati sentieri. Poi – continua l’Agrati nel suo libro dal titolo ‘Da Palermo al Volturno’ – ad una dozzina di chilometri da Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni (cinque in tutto, dice il Bertani) a Sapri. Come si vede l’Agrati non nomina Tortora. Anzi, dalla tavola IV del suo documentatissimo libro in cui è segnato in rosso l’itinerario di Garibaldi nel suo viaggio dalle Calabrie verso Napoli, si ricava che, anzicché per Tortora, Garibaldi sarebbe passato per Papasidero, e da quì, lasciandosi a sia il fiume Lao e Scalea, avrebbe raggiunto il mare presso la stretta baia di S. Nicola Arcella, dove si sarebbe imbarcato per Sapri, unendosi quindi al generale Turr che l’aveva preceduto al comando dei suoi uomini e dei 1500 del Bertani ch’era con Garibaldi. Niente di più inesatto !. Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con i generali Bixio, ….Cosenz, Medici, Bertani, si diresse a Tortora attraverso il territorio di Laino puntando sul Carro, secondo le istruzioni avute dalla famiglia ospite di Rotonda. E venne a Tortora preceduto da un corriere recante una missiva segreta per Don Biagio Maceri, medico, umanista e filosofo, il cui figlio, Francesco, aveva sposato una De Rinaldis, Donna Filomena, la “Signorina” come fu sempre chiamata a Tortora, dopo aver ricevuto formale assicurazione di non andare incontro a spiacevole e pericolosa avventura che avrebbe compromesso irrimediabilmente l’esito d’un’impresa cui erano legati i destini d’Italia. Il primo tortorese a veder Garibaldi e i suoi quattro compagni di viaggio fu Mastro Paolo Maceri, allora adolescente che sulle colline del Carro badava all’armento. “Si era anche a due ore dall’alba – ci diceva vent’anni addietro Mastro Paolo Maceri che conservò una vigoria fisica ed una lucidità di mente sorprendenti fino alla tardissima età – quando fui attratto dalla presenza di cinque uomini a cavallo apparsi ad un 30 metri circa da me, sulla sboccata dell’erta proveniente da Laino, indecisi, ora che avevano innanzi a sé l’ampio orizzonte dell’altipiano del Carro e la discesa, sulla pista mulattiera da imboccare. Uno di essi mi chiamò ad alta voce in tono energico ma affettuoso e, quando gli fui vicino, mi chiese se fossi di Tortor e quale sentiero per giungervi. Dalla descrizione che me ne fecero in paese quando la domenica successiva vi ritornai, ebbi la certezza che a chiamarmi, a domandarmi e a fissarmi dolcemente negli occhi, era stato Garibaldi in persona. Ne ho conferma in seguito dai ritratti. Erano tutti e cinque meravigliosi nella loro tenuta su cui spiccava la camicia rossa e nelle loro splendide armature. Più bello però, commentava Mastro Paolo con un lampo d’orgoglio negli occhi, era Garibaldi. Etc…”. Fin qui la ricostruzione del racconto tante volte ripetutoci dal vecchio Paolo Maceri. Avute le informazioni richieste, Garibaldi e i compagni, spronati i cavalli, ripresero il loro cammino in direzione del paese.”.  

Secondo la maggioranza degli Storici, Garibaldi non proseguì per Lagonegro ed andò a Sapri per evitare le truppe regie del Caldarelli 

Garibaldi, proseguendo il suo viaggio in carrozza, o a cavallo, accompagnato da un piccolo seguito, tra cui il generale Cosenz ed Agostino Bertani, da Tarsia e Castrovillari, in Calabria, arrivò a Morano Calabro e giunse a Rotonda, uscendo dalla Calabria ed entrando in Basilicata. Da Wikipedia leggiamo che Rotonda fu l’unico paese della Basilicata ad ospitare Giuseppe Garibaldi, che vi sostò il 2 settembre 1860, prima di partire da una spiaggia di Maratea per Sapri. L’eroe fu ospitato a casa della famiglia Fasanelli (ora di proprietà degli eredi del Comm. Vincenzo Tancredi), che per ricambiarne l’ospitalità regalò alla famiglia un grande medaglione di cui oggi si ignora la sorte. Garibaldi arrivò a Rotonda il 2 settembre con la colonna del Generale Cosenz, reduce dalla conquista della Sicilia e della Calabria, ed era diretto verso Napoli, in vista dello scontro con l’esercito di Francesco II. A questo punto del racconto, la maggioranza degli storici scrivono che Garibaldi, a Rotonda decise di cambiare itinerario, di non proseguire sulla Consolare per Lagonegro, Sala Consilina, Padula etc.., facendo un altro percorso alternativo fino ad arrivare a Sapri che è un piccolo paese del Principato Citeriore posto sulla costa Tirrenica. La maggior parte degli storici vogliono che la decisione di Garibaldi, a Rotonda di non proseguire sulla Consolare e di scendere sulla costa Tirrenica fo ad arvare a Sapri fu dipesa dal fatto che a sbarrargli la strada, anche se in ritirata, a Castelluccio era presente un contingente di 3.000 soldati borbonici agli ordini del Generale Caldarelli. Secondo gli storici fu la ritirata o quello che si credeva una finta ritirata delle truppe del Generale borbonico Caldarelli indusse Garibaldi a cambiare itinerario. A parte che il generale Garibaldi per evitare di galoppare ed evitare di trovare le truppe del Caldarelli decise di fermarsi a Rotonda per la notte fra il 2 e il 3 settembre, accolto da don Bonaventura de Rinaldis e ospite della famiglia della vedova di Berardino Fasanelli ma, già a Tarsia, il 1° settembre 1860, Garibaldi scriveva a Sirtori che sarebbe andato a Sapri da dove avrebbe inviato ordini al generale Turr. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Dunque, in questo breve ma significativo passaggio, il Perini scriveva che Garibaldi, proseguendo la sua marcia da Morano, dopo Castrovillari, prosegue per Rotonda, ma, a Rotonda, scrive il Perini, non cambia itinerario come è ormai accertato dalla Storia e dalle testimonianze ma prosegue il suo viaggio all’interno della Basilicata e passando da Castelluccio arriva a Lauria. Perini, però di Lauria racconta l’episodio, a mio avviso identico, raccontato da Maxime Du Champ. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Addirittura Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto , s ‘apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Perini scriveva che i suoi compagni e la sua Brigata (credo la Medici) aveva ricevuto ordini di recarsi da Paola “al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato”. Che vi fossero le truppe regie accampate nei pressi di Eboli e di Salerno questo si sapeva ma che vi fossero truppe regie a Sapri non mi pare che sia corretto sostenerlo. Garibaldi aveva pensato di raggiungere la costa tirrenica costeggiando il fiume Lao-Mercure, ma don Bonaventura gli fece cambiare idea facendolo passare per vie interne. Fu lo stesso don Bonaventura a inviare un messaggio segreto per avvertire il sindaco di Tortora, don Biagio Maceri, dell’arrivo dell’eroe nel comune calabrese. La figlia di don Bonaventura, Filomena, era sposata con il figlio del sindaco di Tortora, Francesco Maceri. In piena notte Garibaldi lasciò Rotonda, con sei uomini a seguito, e seguendo le indicazioni di don Bonaventura e di un contadino incontrato per strada arrivò a Tortora alle 10 e 30 del 3 settembre. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. Etc…”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Addirittura il Quandel scriveva che nel Lagonegrese “lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi”. Notizia questa da approfondire ma a me non sembra che così fosse. E’ indubbio che la cittadina ed il contado del Lagonegrese fosse posto lungo la Consolare per le Calabrie, e che la Consolare fosse pericolosa in quel periodo perchè attraversata dalle truppe regie borboniche in ritirata ed è pur vero che in seguito, giorni doopo, Garibaldi evitò Lagonegro, fermandosi invece nella taverna del Fortino.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Anche l’Agrati cade nello stesso errore del Treveljan, perchè secondo quanto egli scrive, Garibaldi, a Rotonda, dovendo proseguire oltre, decise di lasciare la strada Consolare delle Calabrie  “Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao..”. A Rotonda, Garibaldi aveva appreso che il generale borbonico Caldarelli, di cui non si fidava, si trovava con le sue truppe a Castelluccio e quindi, come scrive il Treveljan, decise di cambiare itinerario ed aggirare quelle truppe che potevano costituire un pericolo. Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, Bari, Editore Laterza (prima edizione: Tip. Morelli, pagg. 343, Napoli. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 217-219, in proposito scriveva: Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Michele Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, in proposito scriveva che: A questo punto del suo viaggio Garibaldi cambiò metodo. Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, ma ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (2) postillava: “(2) Forbes, 214.”. Egli, dunque, doveva andare a Sapri, e come scrive George Macaulay Treveljan (vedi traduzione della Dobelli), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, in proposito scriveva che: A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli.”. Sempre la Dobelli, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Etc…(1)…”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 23-24-25, in proposito scriveva che: “”Il Generale – continua il Racioppi – procedeva le sue schiere senza scorta di guardia o di onore; e poichè le vie erano ingombre dei soldati del Caldarelli, che si ritraevano a piccole giornate – e di ogni risma di disertori o sbrancati, parve, ed era, non fuor di periglio, che egli venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdego o maltalento potea rendere infesta. Però l’ebbero pregato di venirne di Rotonda alla marina di Scalea”. Ed infatti la Brigata del Generale Caldarelli, composta etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della Città di Lagonegro”, a pp. 396-397, in proposito scriveva che: “Era poi triste e doloroso l’esempio dato dalle truppe regie, che avevano massacrato, nella piazza di Melito, il loro Generale Brigante, credendolo traditore, nè mancavano fra esse dei soldati fanatici, esasperati per le sconfitte e per le capitolazioni, e disposti ad ogni feroce eccesso in quello stato di disperazione di animo. Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio, spedito da Castelluccio nel 2 Settembre 1860 al Presidente Avv. Picardi da Nicolino Catalano del tenore seguente: “Si deve segnare col telegrafo a Sala e Potenza che Garibaldi non ha potuto proseguire il viaggio perchè le truppe non erano partite ancora da Castelluccio, ed è perciò fermato a Rotonda, dubitandosi di qualche tradimento delle truppe”. Ed in postilla è scritto: “Il porgitore è partito a 21 ore, ditemi a che ora è giunto.”. Già la colonna Lucana, comandata dal Lavecchia, con vari altri cittadini, s’erano mssi da Lagonegro per andare ncontro a Garibaldi verso Lauria e Castellucio, ma ben tosto tornarono indietro, quando si seppe che Egli aveva preso altra via. Nel giorno 2 Settembre, mentre ancora erno in piazza accampate le truppe del Caldarelli, giungeva da Moliterno, per la via di S. Antuono l olona degli insorti di Potenza, comandata da Frneco Pomarici, il quale aveva ricevuto ordine dal Capo dello Stato Maggiore Senise d nirsi col Lavecchia in Lagonegro, di far quivi un concentramento d forze e d’appoggiare le truppe garibaldine provenienti dalle Calabrie (1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la sua marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio, spedito da Castelluccio nel 2 Settembre 1860 al Presidente Avv. Picardi da Nicolino Catalano (1) del tenore seguente: “Si deve segnare col telegrafo a Sala e Potenza che Garibaldi non ha potuto proseguire il viaggio perchè le truppe non erano partite ancora da Castelluccio, ed è perciò fermato a Rotonda, dubitandosi di qualche tradimento delle truppe”. Ed in postilla è scritto: “Il porgitore è partito a 21 ore, ditemi a che ora è giunto.”. Già la Colonna Lucana, comandata dal Lavecchia, con vari altri cittadini, s’erano mossi da Lagonegro per andare incontro a Garibaldi verso Lauria e Castelluccio, ma tosto tornarono indietro, quando si seppe che Egli aveva presa altra via.”. Pesce, a p. 25, nella nota (1) postillava: “(1) Il Catalano era stato condannato a 7 mesi di carcere per aver chiamato ‘cernicchiara’ la regina Maria Teresa.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 27, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr….a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. In questo passaggio, però, devo precisare che rilevo una evidente incongruenza. Si tratta della frase: avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Pecorini scriveva: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarco. Arrivò , la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustowe Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Ma il generoso Dittatore ad evitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. Guarasci, a p. 42, nella nota (46) postillava: “(46)……..     

Ho dei seri dubbi sulla versione degli storici sulle motivazioni che spinsero Garibaldi, a Rotonda, a cambiare itinerario. Garibaldi deviò per Sapri invece di proseguire per Lagonegro  

Ancora oggi, sussistono dei dubbi e delle omissioni sul passaggio di Garibaldi a Sapri. Ancora oggi, è opportuno ulteriormente indagare sui reali motivi per cui Garibaldi decise di deviare per arrivare a Sapri dopo la sosta a Rotonda.La maggior parte degli storici risolvono frettolosamente la deviazione di Garibaldi come una decisione indotta dalla presenza sulla strada Consolare delle Calabrie delle truppe regie borboniche di Caldarelli che battevano in ritirata dopo la Capitolazione di Cosenza. Ma già nella sua tappa a Tarsia il generale Garibaldi aveva intenzione di deviare, di lasciare la strada Consolare per le Calabrie, e di recarsi a Sapri. I motivi per cui Garibaldi andasse a Sapri non sono mai stati del tutto chiariti. Non tutti conoscono della deviazione che Garibaldi decise di fare, andando a Sapri. Unica nota stonata tra gli storici, peraltro testimoni oculari, vi sono quelle del Perini e del Du Champ, che non ci parlano affatto di Sapri.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Addirittura Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Perini scriveva che i suoi compagni e la sua Brigata (credo la Medici) aveva ricevuto ordini di recarsi da Paola “al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato”. Che vi fossero le truppe regie accampate nei pressi di Eboli e di Salerno questo si sapeva ma che vi fossero truppe regie a Sapri non mi pare che sia corretto sostenerlo. Addirittura, alcuni storici recenti hanno liquidato la tappa di Garibaldi a Sapri come frettolosa ed inconsistente. Infatti, ad esempio, Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola. Dopo aver pernottato tra il 3 e il 4 settembre a Vibonati in casa De Nicolellis, etc…”. Non dicendo quasi nulla su Sapri e sulla sosta di Garibaldi a Sapri. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre dove già erano approdate le truppe del generale Turr, provenienti dalle Calabrie. Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Finelli scrive queste due parole su Sapri ed invece si dilunga su un evento di dubbia storicità che riguarda l’eventuale tappa di Garibaldi a Vibonati. Come si è visto nel precedente paragrafo la maggior parte degli storici fa risalire la decisione di Garibaldi a Rotonda, il 2 settembre 1860, da cui decise di deviare la sua cavalcata, adducendo i motivi della presenza pericolosa nella zona del Lagonegrese delle truppe Regie borboniche che battevano in ritirata. Ma noi nutriamo dei seri dubbi su questa versione dei fatti. Già a Tarsia Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, generale Sirtori, dicendogli che a Sapri avrebbe inviato ordini a Turr. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “…a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, avendo riguardo al buon nutrimento dei militi, etc….Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…”. Da Tarsia, dove Garibaldi si fermò per poco tempo, il 1° settembre 1860 scrisse al generale Sirtori anticipandogli alcuni ordini e avvisandolo che Turr si era partito per Paola da dove doveva condurre le truppe dell’ex divisione Bertani-Pianciani a Sapri. Nel dispaccio indirizzato a Sirtori Garibaldi gli scriveva che: Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Inoltre, il telegramma o dispaccio di cui parla l’Agrati, ovvero ciò che Garibaldi, a Tarsia manda a dire al generale Sirtori, dimostra anche il fatto che già il 1° settembre 1860, e non come erroneamente si dice, Garibaldi era già intenzionato a non proseguire la sua marcia prendendo la strada per Castelluccio-Lagonegro-Sala Consilina proseguendo sulla Consolare, ma, egli aveva già intenzione di passare per Sapri che, al contrario si trova lungo la costa tirrenica e da lì, proseguire e risalire vero Sala Consilina. Infatti, a Tarsia, il 1° settembre 1860, Garibaldi scrive a Sirtori: Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Garibaldi avvisa Sirtori che il generale Turr era andato a prendere le truppe di Bertani a Paola per portarle a Sapri “dove troverà suoi ordini”. Garibaldi, a Tarsia sapeva già che sarebbe passato a Sapri, dove avrebbe inviato nuovi ordini e nuove disposizioni a Turr che doveva ivi lasciare le truppe al Rustow. Garibaldi già da Tarsia o probabilmente già da Cosenza sapeva che avrebbe fatto la deviazione per Sapri. Infatti, Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. A questo punto mi chiedo, per quale importante motivo, Garibaldi decise la deviazione per Sapri ?  La domanda che mi faccio è cosa rappresentasse per Garibaldi Sapri, che è una piccola cittadina posta sulla costa Tirrenica. Che bisogno aveva Garibaldi che aveva fretta di arrivare a Napoli di fermarsi invece a Sapri ? Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Pietro Ebner scriveva che furono le insistenze del romanziere francese Alessandro Dumas, padre, a convincere Garibaldi di uno sbarco nel golfo di Policastro. Erano importanti i movimenti nei piccoli paesi della costa Cilentana e del Golfo di Policastro ?. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 103-104 , riassumento la lettera che il Dumas scrisse il 27 agosto a Garibaldi, scriveva: “Liborio Romano o si ritirerà a bordo della nave ammiraglia inglese o verrà a raggiungervi; una volta a bordo della fregata inglese o presso di voi, egli proclamerà la decadenza del re e vi riconoscerà per dittatore. Egli ha dalla sua parte il popolo ed i diecimila uomini della guardia nazionale, oppure, se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà.”Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi, decise di andare a Sapri. Perchè lo fece ? Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Però la domanda iniziale è sempre lecita. Cosa spinse Garibaldi, che marciava spedito verso Napoli, a deviare ed a fermarsi a Sapri ?. Ormai, le truppe dell’ex spedizione Pianciani erano già al sicuro nel porto di Sapri ed ivi sbarcate con Turr, restavano ordinate dal Rustow. Inoltre, Turr era pure partito da Sapri, insieme a pochi ufficiali per perlustrare la zona di Lagonegro, che, gistamente il Quandel-Vial (….), giudicava pericolosa. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. Etc…”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Addirittura il Quandel scriveva che nel Lagonegrese “lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi”. Notizia questa da approfondire ma a me non sembra che così fosse. E’ indubbio che la cittadina ed il contado del Lagonegrese fosse posto lungo la Consolare per le Calabrie, e che la Consolare fosse pericolosa in quel periodo perchè attraversata dalle truppe regie borboniche in ritirata ed è pur vero che in seguito, giorni doopo, Garibaldi evitò Lagonegro, fermandosi invece nella taverna del Fortino. Gli ordini che Garibaldi aveva impartito al Turr avevano già messo in sicurezza l’avanguardia garibaldina. Che bisogno aveva Garibaldi scendere con pochi suoi fidi a Sapri, la città dello sbarco di Pisacane ?. Cosa vi era di importante a Sapri ? Quale era la necessità di Garibaldi di non galoppare in incognita verso Lagonegro ed invece deviare per andare a Sapri. Forse Garibaldi doveva ivi incontrare alcuni messi inviati via mare da Persano quali inviati in missione di Cavour. Cosa che peraltro avvenne. Garibaldi, a Sapri incontrò il viceconsole sardo Astengo ed il suo amico di infanzia il capitano Augier. Garibaldi a Sapri doveva vedere le truppe dell’ex spedizione Pianciani annunciategli a Cosenza dal Bertani che li aveva portati da Pizzo a Paola ed a Sapri diede istruzioni al colonnello Rustow. Garibaldi a Sapri incontrò pure i volontari garibaldini e le truppe insurrezionali del Cilento ivi portate da Michele Magnoni e coordinati dal Matina a Sala Consilina. Insomma, credo che Garibaldi avesse diversi seri motivi per deviare per Sapri e che tale deviazione non fosse, a mio parere solo una mossa diversiva. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Etc…”. Anche l’Agrati cade nello stesso errore del Treveljan, perchè secondo quanto egli scrive, Garibaldi, a Rotonda, dovendo proseguire oltre, decise di lasciare la strada Consolare delle Calabrie  “Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao..”. A Rotonda, Garibaldi aveva appreso che il generale borbonico Caldarelli, di cui non si fidava, si trovava con le sue truppe a Castelluccio e quindi, come scrive il Treveljan, decise di cambiare itinerario ed aggirare quelle truppe che potevano costituire un pericolo. Forse è questo il motivo della deviazione di Garibaldi ma resta il fatto che, Garibaldi, già a Tarsia, il 1° settembre 1860 aveva scritto al generale Sirtori che egli sarebbe andato a Sapri. Garibaldi, già a Tarsia era intenzionato a dirigersi a Sapri tanto che scriverà al Sirtori che a Sapri manderà ordini a Turr. Certo, sulla strada Consolare delle Calabrie che passava da Castelluccio e poi da Lagonegro, forse sarebbe stato più semplice scendere nel golfo di Policastro ma, anche l’itinerario che decise di seguire da Rotonda, ovvero menarsi verso Laino Borgo e quindi verso la costa, verso Scalea poteva essere agevole. Aveva bisogno solo di guide esperte che lo guidassero non essendoci strade rotabili. Il tragitto fu a mio avviso agevole considerando che Garibaldi, come vedremo arriverà anche a casa degli attendibili di Maratea prima di imbarcarsi per Sapri, il giorno 3 settembre. Il Treveljan scrive che è solo a Rotonda che Garibaldi decise di cambiare itinerario, ma come dimostra il telegramma che egli inviò giorni prima al generale Sirtori, Garibaldi aveva già deciso di portarsi a Sapri. Garibaldi, ancora non sapeva dove si trovasse il Caldarelli con le sue truppe borboniche. Forse era già a Lagonegro ? Non era sicuro. Garibaldi doveva raggiungere le truppe del Caldarelli con le sue truppe, portate dal Turr che erano già a Sapri. Egli, dunque, doveva andare a Sapri. E’ interessante, a tal proposito, l’osservazione di Carlo Pecorini-Manzoni che risolve la quatione dicendo che Garibaldi decise di andare a Sapri solo dopo la notizia che gli arrivò dal generale Turr, il quale, su ordine stesso di Garibaldi, da Sapri dovette andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr….a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. In questo passaggio, però, devo precisare che rilevo una evidente incongruenza. Si tratta della frase: avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Si tratta della notizia che il Pecorini scrive che secondo lui, Garibaldi avuto notizie del Caldarelli dal generale Turr, si decideva a scendere verso la costa e si imbarcava per Sapri. La tempistica non è verosimile in quanto Garibaldi, a mio avviso, già a Rotonda aveva deciso di imbarcarsi per Sapri. Si tenga presente che il generale Turr si trovava in perlustrazione a Lagonegro, secondo la testimonianza di Forbes (….), egli si trovava a Lagonegro il 3 settembre 1860, dove aveva incontrato Forbes, Nullo e Trecchi, che gli dissero che avevano pranzato con Caldarelli che Turr non trovò. Dunque, quando Turr scrive ed invia il dispaccio da Lagonegro a Garibaldi, siamo già verso la fine della mattinata del giorno 3 settembre 1860 quando Garibaldi cioè, egli, era ancora sui muli per giungere alla marina di Tortora. Garibaldi non era arrivato a Sapri, ma, insieme ai sei compagni, già a Rotonda aveva deciso di cambiare itinerario e portarsi a Sapri. Pecorini scriveva che il generale Turr, da Lagonegro comunicava a Garibaldi, che ancora non era arrivato a Sapri, del dispaccio-intimazione di resa che aveva inviato a Caldarelli. Dalle informazioni assunte, Turr venne a sapere che il generale borbonico Caldarelli era già partito da Lagonegro e non aveva rispettato i patti stabiliti col Morelli a Cosenza. Infatti, Pecorini scriveva: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Inoltre, è vero che il messaggio di Turr arrivò a Garibaldi quando egli era già a Sapri ma vi è da dire che, se Garibaldi ricevè assicurazioni dal Turr che il generale Caldarelli non si trovava più a Lagonegro, a maggior ragione Garibaldi avrebbe portuto proseguire sulla Consolare per le Calabrie invece che andare a fare un viaggio lungo e faticoso per andare a Sapri. Il messaggio di Turr a Garibaldi dimostra solo che Garibaldi voleva conoscere le mosse di Caldarelli e delle sue truppe perché voleva essere sicuro che Caldarelli rispettava la capitolazione di Cosenza stipulata con Morelli. Infatti, in seguito, a Sala fu stipulata nuova capitolazione con il generale Caldarelli.  Dai fatti storici, di cui stò per parlare, si potrebbe affermare che Garibaldi si sentisse più sicuro a Sapri che a Lagonegro, dove risultavano passare migliaia di soldati borbonici nemici che battevano in ritirata. Risultava più sicura la costa Tirrenica di Paola, Scalea, Maratea e Sapri ? E’ indubbio che la costa calabrese all’altezza di Paola, si era dimostrata amica e non ostile alle forze garibaldine, dunque molto più sicura dll’entroterra battuto dalle truppe regie. Infatti, sulla costa Tirrenica, calabrese e Cilentana (a Sapri) vi fu un alto numero di sbarchi di volontari. A Paola le navi borboniche non incrociavano i numerosi piroscafi utilizzati per i trasferimeni delle truppe garibaldine ivi portati da Turr e Rustow dalla Sicilia. E la popolazione di Paola si era dimostrata affettuosa con i soldati garibaldini. E i Regii borbonici erano di colpo spariti ? Accordi con il Vial ? E a Sapri ? Come fu possibile che a Sapri, il generale Turr e il Rustow potettero portare le migliaia di volontari. La costa di Praja, Maratea, Acquafredda fino a Praja erano sgombre da bastimenti da guerra borbonici ?. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Come si spiega tutto questo ?  

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, GARIBALDI, insieme a ENRICO COSENZ, AGOSTINO BERTANI, ROSAGUTTI, LUIGI GUSMAROLI, FRANCESCO NULLO e GIOVAN BATTISTA BASSO viaggiando sulla groppa di muli

Chi erano e quanti erano i compagni del generale Giuseppe Garibaldi che, partendosi da Rotonda si diresero sulle spiagge della Calabria, ai confini con la Basilicata e che, con lui approdaono sulla spiaggia di Sapri ?. Da chi era composta la comitiva al seguito del generale Giuseppe Garibaldi che il 2 settembre lasciò Rotonda per dirigersi a Sapri ? Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto.. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 130 e ssg., in proposito scriveva che: “I. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli, per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, pag. 702. Il Trevelyan nel suo mirabile lavoro – Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Emma Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del dittatore. Questi discese alla marina da un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto, ma Bertani, sui cavalieri che accompagnarono Garibaldi e con lui si imbarcarono diretti a Sapri non dice che erano quattro, ovvero cinque in tutto. Agostino Bertani è stato un testimone d’eccezione. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto, ma Bertani, sui cavalieri che accompagnarono Garibaldi e con lui si imbarcarono diretti a Sapri non dice che erano quattro, ovvero cinque in tutto. Agostino Bertani è stato un testimone d’eccezione. Infatti, Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, ha raccontato l’epico viaggio di Giuseppe Garibaldi e l’approdo di questi, accompagnato da altri compagni sulle spiaggia di Sapri. Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea.”. Bertani, a p. 71 scrive chiaramente che insieme a Garibaldi “…discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io”, dunque erano in sette. Infatti, sempre il Bertani, a p. 72, in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”. Bertani, dunque, ci parla di sette cavalieri in tutto e non cinque come sosteneva l’Agrati. Inoltre, purtroppo non siamo del tutto sicuri chi essi fossero, oltre ovviamente a Bertani ed allo stesso Garibaldi. Chi erano gli altri quattro compagni di viaggio ?. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. E’ interessante ciò che scrisse Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi etc…”. I compagni di Garibaldi, dunque, secondo il De Cesare, almeno fino a Rotonda, non erano gli stessi che poi lo seguirono a Sapri. Al seguito di Garibaldi, a Sapri, vi erano anche i giornalisti che lo seguirono da Cosenza ?. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. L’Avv. Carlo Pesce scriveva che con Garibaldi vi era Bixio, Medici e Sirtori, oltre a Bertani e Basso. Ma ciò non corrisponde al vero in quanto Bixio e Medici conducevano le loro brigate lungo la strada consolare in direzione di Salerno. Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale non era di sicuro al seguito di Garibaldi ma come ha scritto l’Agrati, aveva il suo Quartier generale altrove. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Il lavoro intorno a Sirtori è febbrile. Telegrammi arrivano e partono ad ogni momento e portano per tutto indirizzo: – Bixio o Medici etc…, dove si trova. – Da ogni parte si comunicano continui spostamenti, si chiedono istruzioni, viveri, scarpe soprattutto, mezzi di trasporto etc…Poi anche il Quartier generale si sposta, da Cosenza a Spezzano, da qui a Castrovillari. Quanto a Garibaldi egli è avanti a tutti, ormai lontano, e procede senza posa. Lasciata Castrovillari all’alba del 2 settembre coi suoi pochi, esce qualche ora dopo dalla Calabria ed entra in Basilicata per il passo di Morano etc…”. Dunque, Bixio, Medici e Sirtori non erano con Garibaldi come invece scriveva Pesce. Agrati, però, parlando di Rotonda, dove Garibaldi arriva entrando in Basilicata il 2 settembre 1860, cita la testimonianza di Forbes (…). Dunque, a Rotonda, Forbes era al seguito di Garibaldi ? Prosegue con lui ?. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Gusmaroli (Mantova, 28 maggio 1811 – La Maddalena, 28 febbraio 1872) è stato un patriota e religioso italiano. Animato da ideali patriottici ed impegnato nel comitato segreto della sua provincia, per seguire Garibaldi abbandonò il sacerdozio, restando sempre molto legato all’eroe per tutto il resto della vita e seguendolo nelle successive vicende belliche. Prese parte alla Spedizione dei Mille e dopo lo sbarco a Marsala fece parte del Quartier Generale come addetto assieme a Cenni, Bandi, Gargiotti, Elia, Schiaffino e Stagnetti. Il Bandi racconta che durante il viaggio a bordo del Lombardo per passare il tempo Gusmaroli giocasse a carte con la moglie di Francesco Crispi. Cesare Abba lo descriveva come una persona un po’ curva, di piccola taglia, tarchiato e con passo da marinaio, lunghi capelli bianchi e barba modellata come quella di Garibaldi, somigliando non poco a quest’ultimo quando avesse avuto venti anni in più. Tale somiglianza indusse i volontari siciliani a scambiarlo per il vero Garibaldi, come accadrà successivamente nel continente con Peard, altro “sosia” di Garibaldi. Il Gusmaroli, nonostante l’età era spesso in prima linea e al ritiro di Garibaldi a Caprera lo seguì stabilendosi nell’isola de La Maddalena dove morì con Garibaldi, che alla sepoltura fece leggere un discorso di elogio con qualche venatura anti-clericale. Riguardo Nullo, Wikipedia ci dice che Francesco Nullo (Bergamo, 1º marzo 1826 – Krzykawka, 5 maggio 1863) è stato un patriota e militare italiano. Animato da profondo spirito patriottico, si unì nel 1859 a Garibaldi nelle file dei Cacciatori delle Alpi per combattere contro gli austriaci. Ma l’impresa per la quale passò alla storia fu la spedizione dei Mille. Nullo si occupò personalmente dell’arruolamento dei volontari nella propria città che, visto il grande numero di adesioni, si poté fregiare dell’appellativo di Città dei Mille. Scrisse sul Libro d’Onore dei volontari bergamaschi. Sempre su Wikipedia leggiamo che Rosagutti fu un capitano che si rese artefice della battaglia garibaldina di Varese nel 1859. Credo che avesse aderito ai Cacciatori delle Alpi, il corpo fondato da Giuseppe Garibaldi. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia Rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le ottto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, etc..”

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivarono a LAINO 

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: “Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia Rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, etc..”.  Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, a pp. 315, in proposito scriveva: Garibaldi bacia una vecchia madre. A questo punto ci viene offerta l’occasione di riferire un altro episodio ignorato da tutti i predetti autori, e che togliamo di peso da un opuscolo oggi introvabile di Filippo La Gioia di Aieta, che conoscemmo di persona nella nostra adolescenza, allora vecchio cancelliere in ritiro, il quale giovanissimo aveva preso parte ai moti del quarantotto e, come rappresentante del Comitato rivoluzionario di Aieta, al fatto d’armi di Campotenese, onde soffocati i moti, ebbe a soffrirne il carcere. Il La Gioia dice di aver conosciuto nelle carceri di Cosenza Francesco De Sanctis. Qundo Garibaldi coi suoi compagni scendeva da Tòrtora alla marina, il La Gioia si trovava insieme con la madre in mezzo alla folla che attendeva il Generale al suo passaggio. “Anche noi – egli scrive – etc…”. Si tratta del testo di La Gioia Filippo, L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia, Lauria 1891. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, a pp. 313-314, in proposito scriveva: “Anche a Scalea si diffuse la voce ch’egli si dirigeva verso la sua marina. Allora molti patrioti del luogo si recarono ad incontrarlo, come soleva narrarmi il mio genitore, allora quattordicenne, e che fu tra quelli. Ma se ne tornarono delusi, quando seppero che s’era diretto verso ponente (4). A Laino egli fu ricevuto tra le più vive manifestazioni di giubilo. L’avvenimento è ricordato da Giuseppe Gioia, un prete di sentimenti patriottici, allora giovane: “Nel 1860 le amate rive lainesi ripeteron l’eco delle grida festanti che salutavano l’arrivo del Leggendario Duce L’ombra annosa di Laos si riscosse ed esultò nel sentire sullesue zolle l’orme del piè di Giuseppe Garibaldi. E lo storico fiume vide specchirsi nelle onde la marziale figura dell’Eroe, che, attraversandolo, sostava a contemplarlo: mentre il raggio sereno della propizia luna nella notte del 3 settembre rischiarava il cammino del Duce intrepido, che per le balze dei monti lainesi scendeva alla marina di Aieta-Tortora per salpare a’ trionfi del 7 settembre, etc…”. Pepe, a p. 316, nella nota (4) postillava: “(4) A Scalea furono festeggiati quei garibaldini che nei giorni seguenti al passaggio di Garibaldi passarono di là per raggiungere la ‘Consolare’, come ne fa fede la deliberazione del ‘Decurionato’ in data 18 ottobre 1860 per omologare le spese sostenute, sottoscritta da G. De Cesare, Franceso Cupìdo, Giovanni Cupìdo, Emanuele Pepe, Antonio De Carlo, Biagio Siciliano. Il 5 novembre lo stesso Decurionato, presieduto dal Pepe, deliberò ad unanimità d’intitolare il Monte pecuniario, che portava in nome di Ferdinando di Borbone, a quello “dell’immortale eroe di Varese, Como, Palermo, Giuseppe Garibaldi”. In data 14 novembre, riunitosi nuovamente omologò la spesa per la festa dell’undici in occasione dell’entrata “dell’augusto nostro monarca Vittorio Emanuele”. Etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava:“(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”

 Nel 3 settembre 1860, Michele MAGNONI e Teodosio DE DOMINICIS e le loro colonne d’insorti andarono a Torre Orsaia e Castelruggiero

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni, in proposito pubblicava il documento e scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza. Etc…Rutino il primo settembre 1860. Il Commissario Delegato Lucio Magnoni.”. Questo è l’estratto della Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli, citata da Mazziotti e pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 8, in “Documenti”, in proposito scriveva che: “N.° 9 ter – 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo – Ordine del Giorno. Roccagloriosa 2 settembre 1860. Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa in dove pernottiamo – Domani andremo a Torreorsaja e Castelloruggiero. – La nostra militare organizzazione progredisce, e prestamente saremo soldati disciplinati se voi vi etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di 4000 Garibaldini comandati dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati il momento supremo è per noi venuto, e con ogni nostro sforzo, coi palpiti del cuore aneliamo l’ora del congiungimento coi nostri valorosi fratelli Italiani. Viva l’Italia – Viva Vittorio Emanuele – Viva Garibaldi. Il Generale Comandante – Teodosio de Dominicis.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra teza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andrmo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…..(93).”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.. Riguardo Roccagloriosa, Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) …Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); etc…”. Dunque, Fusco scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro.  Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Ferruccio Policicchio, inLe Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto gli uomini di Teodosio de Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria e Roccagloriosa. In quest’ultima località, alla colonna si rivolse in questi termini: “Soldati, ……Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. Etc…(24).”. Policicchio, a p. 281, nella nota (24) postillava: “(24) A. Infante, Garibaldi nel Cilento, Arti grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52; G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Linotip S. Jannone, Salerno, 1960.”. Infatti, Antonio Infante (…), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, nel capitolo “Il Cilento insorge”, a p. 52, in proposito scriveva che: A Roccagloriosa il De Dominicis emanò il seguente ordine del giorno alla colonna: “Soldati, abbiamo  effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una corte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: …..i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. Etc…”(14).. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52. Etc…. E’ interessante ciò che postillava Felice Fusco. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) …..e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Etc….

Nel 3 settembre 1860, la colonna d’insorti andò pure a MORIGERATI, che occupò 

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che: Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Questa notizia dovrà essere maggiormente indagata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effttuata questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andremo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.

Nel 3 settembre 1860, la galoppata di Garibaldi che da Rotonda arriva a Laino e si dirige al lido di Tortora

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “…Garibaldi…fa sosta a Rotonda e quì apprende etc…, “Per evitare quelle truppe – scrive Carlo Agrati – che potrebbero riservargli qualche sorpresa, nella notte del 3, parte a cavallo e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre sono tracciati sentieri. Poi – continua l’Agrati nel suo libro dal titolo ‘Da Palermo al Volturno’ – ad una dozzina di chilometri da Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni (cinque in tutto, dice il Bertani) a Sapri. Come si vede l’Agrati non nomina Tortora. Anzi, dalla tavola IV del suo documentatissimo libro in cui è segnato in rosso l’itinerario di Garibaldi nel suo viaggio dalle Calabrie verso Napoli, si ricava che, anzicché per Tortora, Garibaldi sarebbe passato per Papasidero, e da quì, lasciandosi a sia il fiume Lao e Scalea, avrebbe raggiunto il mare presso la stretta baia di S. Nicola Arcella, dove si sarebbe imbarcato per Sapri, unendosi quindi al generale Turr che l’aveva preceduto al comando dei suoi uomini e dei 1500 del Bertani ch’era con Garibaldi. Niente di più inesatto !. Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con i generali Bixio, ….Cosenz, Medici, Bertani, si diresse a Tortora attraverso il territorio di Laino puntando sul Carro, secondo le istruzioni avute dalla famiglia ospite di Rotonda. E venne a Tortora preceduto da un corriere recante una missiva segreta per Don Biagio Maceri, medico, umanista e filosofo, il cui figlio, Francesco, aveva sposato una De Rinaldis, Donna Filomena, la “Signorina” come fu sempre chiamata a Tortora, dopo aver ricevuto formale assicurazione di non andare incontro a spiacevole e pericolosa avventura che avrebbe compromesso irrimediabilmente l’esito d’un’impresa cui erano legati i destini d’Italia. Il primo tortorese a veder Garibaldi e i suoi quattro compagni di viaggio fu Mastro Paolo Maceri, allora adolescente che sulle colline del Carro badava all’armento. “Si era anche a due ore dall’alba – ci diceva vent’anni addietro Mastro Paolo Maceri che conservò una vigoria fisica ed una lucidità di mente sorprendenti fino alla tardissima età – quando fui attratto dalla presenza di cinque uomini a cavallo apparsi ad un 30 metri circa da me, sulla sboccata dell’erta proveniente da Laino, indecisi, ora che avevano innanzi a sé l’ampio orizzonte dell’altipiano del Carro e la discesa, sulla pista mulattiera da imboccare. Uno di essi mi chiamò ad alta voce in tono energico ma affettuoso e, quando gli fui vicino, mi chiese se fossi di Tortor e quale sentiero per giungervi. Dalla descrizione che me ne fecero in paese quando la domenica successiva vi ritornai, ebbi la certezza che a chiamarmi, a domandarmi e a fissarmi dolcemente negli occhi, era stato Garibaldi in persona. Ne ho conferma in seguito dai ritratti. Erano tutti e cinque meravigliosi nella loro tenuta su cui spiccava la camicia rossa e nelle loro splendide armature. Più bello però, commentava Mastro Paolo con un lampo d’orgoglio negli occhi, era Garibaldi. Etc…”. Fin qui la ricostruzione del racconto tante volte ripetutoci dal vecchio Paolo Maceri. Avute le informazioni richieste, Garibaldi e i compagni, spronati i cavalli, ripresero il loro cammino in direzione del paese.”. Interessante il racconto del settantenne Paolo Maceri, la cui ricostruzione dall’ascolto è stata trasmessa da Amedeo Fulco. Maceri quindicenne che si trovava sull’altipiano del “Carro” a pascolare capre e pecore, dice di aver incontrato cinque uomini a cui indicò il sentiero per arrivare a Tortora. Maceri racconta che l’indomani domenica andò a Tortora ed i paesani gli confermarono essere la comitiva con Garibaldi. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Agrati scrive che la lettera si trova conservata nell’Archivio Sirtori. Da Wikipedia leggiamo che a Soveria Manelli, Il 30 agosto 1860 un corpo dell’esercito borbonico di 12 000 uomini, comandato dal generale Ghio, si arrese alle truppe garibaldine di Stocco, in seguito all’azione diplomatica svolta da Ferdinando Bianchi ed Eugenio Tano e sotto la minaccia dell’imminente arrivo dei volontari guidati dal maggiore Pasquale Mileti. I motivi alla base della resa delle truppe borboniche non sono del tutto noti; le conseguenze furono tuttavia determinanti per l’occupazione del Sud. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “2 Settembre….Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.  

A TORTORA

Nel 3 settembre 1860, a Tortora, Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivano e saranno ospiti in casa Lomonaco-Melazzi

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica: un prete concitato vuole l’ordine di arresto per il notaio Marsigli che accusa di delitti reazionari; reclama giustizia pel martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora contro il prete. Entra il Sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che suo fratello ha defraudata la sorella del notaio. “Fate far la pace voi, mio bello,” dice una buona vecchierella al generale il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso ! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sà quanto male ha fatto e farà. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli.. Il racconto prosegue con l’arrivo a Tortora, dove è ospitato in casa Lomonaco-Melazzi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 27, riferendosi a Garibaldi il 3 settembre 1860 fermatosi a Tortora, in proposito scriveva che: Dopo breve sosta, nel susseguente mattino (3 settembre), a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava (….), scriveva che Garibaldi e la sua piccola comitiva (Bertani etc..), il 3 settembre 1860, di mattino, si fermò a Tortora in casa Lomonaco e poi in raggiungevano la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Mazziotti aggiunge anche: 4 – Rosagutti; 5 – Nullo; 6 – Nullo; 7 – Gusmaroli. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 96 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto a Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la brigata Caldarelli era già partita”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino…..Il giorno 2 settembre toccò Rotonda (1), primo paese della Basilicata.”. Lacava, a p. 700, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi. Etc…”. Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don  Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale  su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quei punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il Marsiglia era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia; egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Perrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento della folla, alla mediazione del sindaco e alla invocazione di una ‘vecchierella (1).”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) Jessie White Mario in “Agostino Bertani e i suoi Tempi – ed. G. Barbera – Firenze 1888, pag. 455-456”. Pucci, a p. 96, in proposito scriveva che: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Sempre il Pucci, a p. 100, in proposito scriveva che: “Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Amedeo Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Fonti. Fra le prove sicure del passaggio di Garibaldi per Tortora ci sono anzitutto quelle orali raccolte nel corso della generazione successiva a quella dei protagonisti dell’avvenimento: 1) la tradizione popolare e quella familiare dei Lomonaco, attendibile poiché menziona fatti risalenti ad appena due generazioni prima che il Fulco la raccogliesse (2) (il figlio di don Biagio Lomonaco, Guglielmo, è vissuto fino al 1923); 2) la testimonianza di Paolo Maceri, che, allora adolescente pastorello, aveva visto, al passo del Carro, passare il gruppo dei generali capeggiati da Garibaldi, al quale aveva anche fornito informazioni sulla via per Tortora, racconto da lui ripetuto infinite volte nella sua lunga vita (1); la testimonianza è stata raccolta per ascolto diretto da Amedeo Fulco e riportata nell’opera citata (2); 3) la menzione dell’evento da parte dell’aietano don Pietro Lomonaco, fratello di don Biagio Lomonaco Melazzi, nel discorso tenuto il 9 luglio 1882 ai soci della Società Operaia ‘Silvio Curatolo’ della quale don Pietro era il Presidente (2), per commemorare la morte di Garibaldi, avvenuta il 2 giugno 1882.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, pag. 129 e ssg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (3) postillava: “(3) ‘Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi’, vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988, p. 229.)”. Sul passaggio di Garibaldi da Tortora, Biagio Moliterni (….) scriveva che, il 9 luglio 1882 Pietro Lomonaco-Melazzi lo rievocò in un discorso tenuto alla Società Operaia «Silvio Curatolo» di Aieta: «Il 3 settembre 1860 il Comune vicino di Tortora ebbe l’onore e il piacere di alloggiarlo fra le sue mura; anzi dimorò per varie ore in casa di mio fratello Biagio ch’è domiciliato e residente a Tortora, ove prese una refezione insieme ai Generali Bixio, Cosenz, Medici e Bertrani, soli, senza niuna forza». L’evento è confermato da un telegramma che l’Eroe dei Due Mondi inviò il 7 febbraio 1875 allo stesso don Biagio Lomonaco Melazzi: «Caro Melazzi, Grazie per la vostra del 1° e per il gentile ricordo. Salutatemi il fratello  …Vostro G. Garibaldi». Michelangelo Pucci, ancora, a p……, in proposito trascriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora preceduto da un corriere recante una missiva segreta per Don Biagio Maceri, medico umanista e filosofo, il cui figlio, Francesco, aveva sposato una De Rinaldis, donna Filomena, … dopo aver ricevuto assicurazione di non andare incontro a spiacevole avventura …il primo tortorese a veder Garibaldi e i suoi quattro compagni di viaggio fu mastro Paolo Maceri , allora adolescente che sulle colline del Carro badava all’armento” … “si era a due ore dall’alba … quando fui attratto dalla presenza di cinque uomini a cavallo ad un 30 metri circa da me … uno di essi mi chiamò … mi chiese se fossi di Tortora e quale il sentiero per giungevi … era Garibaldi in persona, … ne ho avuto conferma in seguito da ritratti. … Avute le informazioni richieste … ripresero il loro cammino in direzione del paese. … Era lunedi … verso le 10,30” giunsero alla piazzetta Sandu Jàculu … “seguirono le presentazioni dei ‘notabili’ del paese, del clero … andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa,” … qui fu però notata l’assenza …di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, … Si vuole che il Sindaco avesse fatto balenare nella mente degli ospiti l’eventualità di un’ imboscata da parte degli uomini (del Marsiglia) … si vuole che sarebbe stata questa la ragione per la quale Garibaldi avesse stilato … l’ordine di cattura e fucilazione di Don Francesco Marsiglia … lacerato per intercessione del dotto sacerdote don Mansueto Perrelli … il loro imbarco avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola in territorio di Maratea alle ore 14 dello stesso giorno”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 99, in proposito scriveva che: “A casa Lomonaco-Melazzi. A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il notaio era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia, egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Parrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento del popolo, del sindaco e di una ‘vecchiarella’.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Ma il generoso Dittatore ad esvitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Raffaele De Casare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno etc…”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava della marina di Tortora. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 244 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: Il miraggio giacobino e riformista durò meno d’un decennio, anche se, nonostante la restaurazione e le conseguenti repressioni borboniche, la fiammella della libertà alitò ancora sotto la cenere. E l’attesa ebbe il più ambito dei premi: il 3 settembre 1860, in pieno mattino, giunse fra questa gente, semplice e generosa, il più semplice e generoso degli eroi, Giuseppe Garibaldi (199).”. Campagna, a p. 244, nella nota (199) postillava: “(199) L’avvenimento è ricordato da una iscrizione su marmo, posto sulla facciata di casa Lomonaco.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 253 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Tre anni dopo, da Tortora e dopo una sosta a Castrocucco nel castello del barone Labanchi, giunsero a Sapri, via mare, Garibaldi ed alcuni ufficiali della spedizione, erano le 14 del 3 settembre 1860 (50).”. Campagna, a p. 253, nella nota (50) postillava: “(50) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit..; A. Fulco, Memorie storiche di Tortora, op. cit.; D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce della Fede, op. cit. Il Dumas (padre) aveva proposto a Garibaldi di sbarcare nel basso Cilento, “la terra del patriottismo”, e non a Salerno, in “Rassegna Storica salernitana”, 1966. “. Biagio Moliterni su un blog in rete scriveva che: “L’unica eccezione fu quella del notaio Francesco Marsiglia che, fedele al regime borbonico, si rifiutò di rendere omaggio all’Eroe e che per questo motivo rischiò di essere passato per le armi. L’ordine di fucilazione fu però strappato dallo stesso Garibaldi, il quale, per intercessione del sacerdote don Mansueto Perrelli, optò per la presa in ostaggio del giovane figlio del notaio, Domenico. Questi, portato con sé a cavallo dal Medici, fu poi liberato intorno alle ore 14,00, ovvero nel momento in cui il gruppo di garibaldini, lasciata Tortora, si imbarcò per Sapri all’Agnola di Castrocucco, in territorio di Maratea.”. Sempre il Moliterni, cita un altro testo aimè introvabile, il testo di A. Pepe (….), I sei garibaldini che passarono da Tortora assieme col Generale il 3 settembre 1860, in “Cronaca di Calabria” del 2 ottobre 1960 (Gazzettino Calabrese) del 2 ottobre 1960. Moliterni aggiunge che: “P.S. Il sedicenne Carlo Mazzei di Maratea, nipote acquisito di don Biagio Maceri, raggiunse i garibaldini a Lagonegro e morì in battaglia il 1° ottobre 1860 presso Aversa. Era anche chi ci credeva davvero!”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “…..il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno. A Tortora fu entusiasticamente acclamato dalla popolazione e ricevuto alle porte del paese da una deputazione di distinte signore, tra cui Isabella Lauria Pelagano. Si recò in casa del sacerdote don Giuseppe Salmena, noto per le sue idee anti borboniche e acceso fautore di Garibaldi. L’eroe dei Mille ebbe dal Salmena e dal Vice Pretore don Biagio Lomonaco-Melazzi esaurienti informazioni sulla situazione locale e dei paesi vicini. Garibaldi scese poi sulla spiaggia di Castrocucco alla destra del fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, dopo di aver evitato l’incontro dei doganieri (il giorno avanti v’erano state segnalate delle truppe borboniche), e una breve sosta al vecchio castello del barone Labanca, Garibaldi e i suoi sei compagni prendono il mare su una barcaccia (giunta da Maratea, dice il Bertani), la quale spinta da due remiganti, e rasentando la costa di Maratea, Cersuta ed Acquafredda, dopo tre ore di penoso tragitto, giunse a Sapri.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 314, in proposito scriveva: “Anche a Tòrtora Garibaldi è fatto segno ad accoglienze entusiastiche. Una deputazione di gentildonne, tra le quali il Maturi ricorda ‘Isabella Lauria Palagano’, lo attende all’ingresso del paese. Egli è ospitato – come abbiamo detto – coi suoi in casa Lomonaco-Melazzi e vi riposa nel resto della notte dal 2 al 3. A Tòrtora (l’erede dell’antica Blanda-Julia, prima greca poi colonia romana) anche oggi si mostra al visitatore la stanza in cui il Dittatore dormì e con le stesse suppellettili di allora: il letto e il sofà. Si racconta che, accarezzando con affetto paterno un ragazzetto che gli si presentò, gli disse: “Cresci per la Patria”. E, a memoria del suo passaggio, vi si conserva un quadro in cui si legge: “Giuseppe Garibaldi – Di passaggio alla conquista di Napoli – A 3 settembre 1860 – Onorò colla sua dimora – Questa casa – A tanto nome – Il mondo intero s’inchina”. E si conserva tuttavia la seguene letterina, datata da Roma il 7 febbraio ’75, diretta dal Generale al Melazzi, dalla quale mi fece prendere visione il compianto notaio di Aieta Nicola Lomonaco: “Caro Melazzi, Grazie della vostra del 1° e per il generale ricordo. Salutatemi il fratello e credetemi sempre – Vostro G. Garibaldi”. Questi rimase grato al suo ospite di Tòrtora. La letterina, contrariamente a quanto dice il Maturi che la riporta nel suo opuscolo, non è tutto di pugno del Generale, soltanto la firma è sua, il resto è scritto dal Basso, suo segretario particolare.”Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 315, in proposito scriveva: “Garibaldi bacia una vecchia madre. A questo punto ci viene offerta l’occasione di riferire un altro episodio ignorato da tutti i predetti autori, e che togliamo di peso da un opuscolo oggi introvabile di Filippo La Gioia di Aieta, che conoscemmo di persona nella nostra adolescenza, allora vecchio cancelliere in ritiro, il quale giovanissimo aveva preso parte ai moti del ’48 e, come rappresentante del Comitato rivoluzionario di Aieta, al fatto d’armi di Campotenese, onde soffocati i moti, ebbe a soffrirne il carcere. Il La Gioia dice di aver conosciuto nelle carceri di Cosenza Francesco De Sanctis. Quando Garibaldi coi suoi compagni scendeva da Tòrtora alla marina, il La Gioia si trovava insieme colla madre in mezzo alla folla che attendeva il Generale al suo passaggio. “Anche noi – egli scrive – ebbimo l’onore di stringergli la mano etc….”. I testi citati da Pepe sono quello di Filippo La Gioia (….), e quello di Egidio Maturi (….). Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia”, Lauria 1891. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 131-132-133, in proposito scriveva che: “Era lunedì, e i tortoresi….Molta gente era pure ai balconi dei Salmena e dei Lauria, dove le Signore dei “galantuomini” facevano corona a Donna Isabella Palagano, moglie di Don Zaccaria Lauria dalla fluente e catoniana barba. Ad un tratto, verso le 10,30, si udirono gli evviva, la folla si animò, i giovani e i ragazzi accorsero verso la Casa della vecchia per essere i primi a vedere da vicino. Garibaldi, Bixio, Medici, Cosenz e Bertani, vista dall’altra parte del vallone della Castagnara, scendendo per i Sarri, la folla in festa, ……Garibaldi scese da cavallo, etc…, Don Biagio Maceri gli rivolse il saluto della popolazione, …..che fu quel giorno investito del grado di Capitano della Guardia Nazionale….Seguirono poi le presentazioni dei “notabili” del paese, del Clero che v’era in gran numero, e in corteo si andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa, dove, nella “galleria” affollata di gente, Garibaldi e i suoi generali, dopo avere amirato il magnifico affresco del soffitto dipinto dal neoclassico Genesio Gualtieri nel 1804 e raffigurante Mosé salvato dalle acque del Nilo, si riposarono dalla fatica del viaggio a cavallo da Rotonda a Tortora, e fecero colazione. Qui fu però notata l’assenza d’uno degli esponenti maggiori del paese. Trattavasi di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, uomo molto devoto alla causa dei Borboni, il quale, saputo dell’arrivo a Tortora di Garibaldi, aveva preferito, coerente coi suoi principi apertamente professati, rimanersene a casa, in disparte. Si vuole perciò che il Sindaco avesse fatto balenare nella mente degli ospiti l’eventualità d’un’imboscata da parte di uomini fedeli a costui nel posieguo del viaggio fino a mare, e si vuole inoltre che sarebe stata questa la ragione per la quale Garibaldi avesse immediatamente stilato, stesso in casa Lomonaco, un ordine di cattura e di fucilazione seduta stante di Don Francesco Marsiglia, ordine che fu poi lacerato per intercessione del dotto sacerdote Don Mansueto Perrelli e raccolto da Biagio Manzi ai piedi di Garibaldi, in quattro pezzi. Comunque Garibaldi e i suoi, generali vollero le loro assicurazioni e presero in ostaggio fino al loro imbarco, avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola, in territorio di Maratea, alle oe 14 dello stesso giorno, il giovanetto Domenico Marsiglia, che fu portato con sé a cavallo dal Generale Medici.”. Anche in questo caso, Fulco, scrive di questa notizia di cui non si capisce la provenienza e ci parla del giovanetto preso in ostaggio a Tortora dal generale Medici, che non mi risulta essere nella comitiva che accompagnava Garibaldi. Si sa che Garibaldi da Tortora si portò a Castrocucco dove passò a salutare il barone Labanchi. Fulco, a p. 133, continuando il suo racconto scriveva:  “L’evento storico è confermato, oltre che da fonti orali, da una lettera con firma autentica di Garibaldi datata da Roma 7 febbraio 1875 e conservata in casa Lomonaco, e dall’accenno che ne fece Pietro Melazzi Lomonaco, presidente della Società Operaia Silvio Curatolo di Aieta, nel suo discorso commemorativo di Garibaldi, tenuto ai soci di quel soldalizio il 9 luglio 1882. “Il 3 settembre 1860- egli disse – il Comune vicino di Tortora ebbe l’onore e il piacere di alloggiarLo fra le sue mura; anzi dimorò per varie ore in casa di mio fratello Biagio ch’è domiciliato e residente a Tortora, ove prese una refezione insieme ai Generali Bixio, Cosenz, Medici e Bertani, soli, senza niuna forza”. Scrisse il Bertai di quel viaggio: “La luna splende sui monti, l’aria fresca ci tiene svegli. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti e sette vi entriamo. I due naviganti etc…”. Fusco, a questo punto del racconto cita il Diario di Agostino Bertani, unico testimone di questi eventi. Fulco prima dice che Bertani scriveva essere in cinque in tutto e ora accenna a sette. Inoltre nutro dei dubbi sulla presenza di Nino Bixio e di Medici. Come Vedremo Bixio non era con Garibaldi e neanche Medici. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: 2 Settembre….Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.  

Stefano CANZIO

Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, aggiungeva pure che: “Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Infatti, Stefano Canzio (…., nel suo “Diario”, manoscritto, già pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo”, da p. 454 pubblicò il “Diario di un Garibaldino che fece parte della prima spedizione delle Calabrie”, e a p. 

Nel 3 settembre 1860, ad Auletta, l’inglese Peard (il falso Garibaldi), Luigi Fabrizi, C.F. Forbes ed il giornalista del Times Antonio Gallenga

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario. “La gente di là m’aveva preso per Garibaldi e si era giudicato savio lasciarla nell’inganno; una vera seccatura però quando deputazioni d’ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signoria illustrissima, e io dovetti tenere dei ricevimenti in piena regola”. La città fu illuminata a festa e si cantò il ‘Te Deum’ in onore del suo arrivo. Il dopo, il vero Garibaldi faceva e disfaceva la tela della sua vacillante politica nella bettola del Fortino, il Peard ed il Fabrizi con corteo di Guardia Nazionale e banda municipale, e dei popolani d’Auletta, salirono fino alla borgata di Postiglione che era in preda “all’esaltazione più pazza….”….Etc…”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Francis Galton (….), Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Sempre Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro etc….Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….),  lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VII. Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del Times – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Caldarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata tra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e per baciargli la mano. “Una vera seccatura però – continuava a raccontare – quando deputazioni di ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signora illustrissima, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare.”.  Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. Policicchio citava l’opera di P. Russo (….), ed il suo “Un brandello dell’impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta, Sala Consilina, 1997. 

Nel 3 settembre 1860, a Vallo della Lucania, LUCIO MAGNONI

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Vallo 3 settembre 1860. Compagni, Io son contento di voi. Ieri avete fatta una marcia da vecchi soldati ed ora voglio dare un compenso alle vostre fatiche, sicuro che tornerà grato più che qualunque altro premio. Eccovelo. Il genenale Turr è sbarcato con una brigata dell’invincibile armata del Dittatore sulle spiagge di Sapri. Etc…Lucio Magnoni.“. E difatti le forze, riunitesi con quelle di Diano e di Campagna ed ingrossate da molti volontari giunti da ogni parte, fugarono i quarantamila borbonici da Salerno, che erano risoluti a sgominare le schiere garibaldine, e poi li fugarono anche a Napoli (8).”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (8) postillava: “(8) Qualche storico invece dice, che i soldati borbonici partirono da Salerno dopo che giunse il telegramma di Garibaldi all’Intendente, inviato dal Fortino col quale desiderava trentamila razioni per i suoi soldati.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”.  

Nel 3 settembre 1860, Garibaldi diede ordini a Michele MAGNONI sulla marcia nel Vallo di Diano per gli insorti cilentani

Riguardo l’incontro di Garibaldi con Michele Magnoni, fratello di Lucio, vi è la notizia che nel corso di quell’incontro, Garibaldi lasciò detto al Magnoni le istruzioni militari per il prosieguo delle operazioni delle colonne degli insorti cilentani. Infatti, Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Quali fossero queste disposizioni non ci è dato di sapere. Anche Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in“Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, dopo aver riportato un documento conservato nell’Archivio Privato della famiglia Magnoni, a firma del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini.”. Dunque, secondo Anna Sole (….), Garibaldi, “nel lasciare Vibonati”, diede ordini a Michele Magnoni (?) “…disposizioni sulla condotta da seguire” nella marcia verso il Vallo di Diano. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. E’ proprio questa notizia, la notizia del passaggio di Garibaldi e del suo pernottamento a Vibonati che il De Crescenzo però, a p. 112, nella nota (9) postilava: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Inoltre, De Crescenzo parlandoci di Vibonati riferisce dell’incontro con Michele Magnoni, infatti egli scrive: “Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano”. Dunque, secondo le informazioni del De Crescenzo, di cui non rivela la fonte, Garibaldi: 1- si reca e pernotta a Vibonati in casa Del Vecchio; 2- a Vibonati, e non a Sapri, Garibaldi incontra Michele Magnoni, Teodosio De Dominicis e Gennaro Pagano; 3 – ………………………..Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.   

 

 

  

Nel 339 d.C. (IV sec.), la fondazione di Amalphi la Vecchia

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla storia e le origini di un’anticissima città oggi diruta chiamata “Amalphi La Vecchia” che si trovava alle pendici del monte Bulgheria e poco discosta dalla Molpa. Sebbene molti storici e chronicon antichissimi parlino e si riferiscano all’antichissima città di Molpa, oggi scomparsa, in questo mio saggio vorrei parlare di un antichissimo casale scomparso, la cui orgine si perde nella notte dei tempi. Si tratta dell’antico casale che sulla ‘Carta del Cilento’ viene indicato alle pendici del Monte Bulgheria “Casale di Amalfi Dir.”. L’area su cui esso doveva sorgere dovrebbe corrispondere all’ampio pianoro di “Ciulandrea” che dal casale di San Giovanni a Piro degrada verso la fascia costiera delle spiagge oggi dette dei “Gemelle”. Devo pure precisare che questo antichissimo casale non ha nulla a che vedere con l’antico casale della “Molpa” o “Melfi” come pure il fiume Melfi non è la stessa cosa del “vallone del Marcellino” di cui parla il Di Luccia (….).

Plinio e il “flumen Melpas”

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 170, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Molpa, Malfa, Melfa (“flumen Melpas” di Plinio (1)…”. Ebner a p. 170 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Plinio, N. H., III, 5,7. “Proximus autem Melpas”.”. Sempre l’Ebner (…), riguardo la leggenda in proposito a p. 171, vol. II, scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Nei primi del ‘600, il monaco Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…), lasciò scritto un anoscritto inedito e da me pubblicato dal titolo ‘Lucania sconosciuta‘, manoscritto inedito oggi conservato alla Bibilioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Il Mannelli (…) dedica due pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “Uno dei già accennati fiumicelli, che cadono nel Mare presso del Promontorio, ha nome Melfe, e con la solita corrottela dal Volgo molpa. Non però gli fu impedimento la picciolezza alla fama, essendo stato mentovato da molti scrittori, e particolarmente da Plinio, il quale rammentando questo tratto littorale, disse “Promontorius Palinury proximus huic flumen Melphes. Ma più divenne famoso poi per haver quindi ricevuto il nome da quei gloriosi Romani, ritornati da Ragugia, in Italia, che quivi dimorando Melfitani, e poi Amalfitani sorsi à gran potenza eran appellati….ecc…” si veda giù in basso la p. 43r

Le ‘ruine di Melpi’, in una carta del XV secolo

(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio). Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi

Come si può vedere nella carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), carta corografica inedita e da me scoperta, forse la più antica carta corografica finora conosciuta, vengono indicati alcuni toponimi locali, di estremo interesse per lo studio in questione. La carta è di probabile epoca Aragonese, e fu compilata molto probabilmente a Napoli, durante il Regno di Alfonso I o Ferrante d’Aragona, da un cartografo anonimo che doveva far parte dell’Accademia Pontaniana. La carta fu compilata molto probabilmente per motivi fiscali, ma i dati in essa contenuti, come alcuni toponimi o nomi di orri marittime e costiere, dovevano essere conosciuti già ai tempi degli Angioini. A questa carta, ho dedicato ivi un mio saggio. Nella carta, si può leggere il toponimo ed un disegno di un centro abitato, forse abbandonato “ruine di Melpi”, che come si vede, sono stati disegnati con il colore rosso un gruppo di edifici, posti in una zona prossima alla foce dei due fiumi Lambro e Mingardo. Inoltre, sempre nella carta in questione si può leggere un altro toponimo “Casale di Amalfi dir.”,  di cui vorrei dire alcune cose.

Il ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, nella ‘carta del Cilento’ all’ASN

Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria verso la fascia costiera tra Scario e gli Infreschi. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile.

(Fig….) BNF , ……………., stralcio dove è segnato “Casale de Amalfi dir.”. La carta simile alla prima è stata pubblicata da La Greca e Valerio (…). Si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio digitale Attanasio)

Nel 339 d.C. (IV sec. d.C.), alcune famiglie patrizie Romane, in viaggio verso Costantinopoli fondarono Amalfi vecchia

Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Nel 1700, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria verso la fascia costiera tra Scario e gli Infreschi. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Luca Mannelli (…), nella sua ‘La Lucania sconosciuta’, al cap. X cita il Malaterra (…) e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui riporto trascritto il testo delle pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni  gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi  se ne vennero in Eboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, ecc..ecc..”. Il Mandelli riporta la notizia della fondazione di Amalfi vecchia ma fa risalire la fondazione della città di Molpa ai Normanni di Roberto il Guiscardo. L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”.

Le marine o porti del litorale fino alla costa di Villammare dipendevano dall’abbazia di S. Giovanni a Piro

Vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item”

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi, la Vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..: “come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento”, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro:

La Molpa e Marino Freccia

Sulla Molpa e sulla “città di Amalfi” scrisse anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – Discorsi‘, edizione del 1745. L’Antonini (…), a p. 369, parlando di Molpa, dopo aver detto di Marino Freccia, disserta che: “Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, nella sua nota (2) a p. 369 (ma si riferisce alla nota a p. 368) postillava che: “(2) A dir vero non saprei qual fede prestar si possa a Marino Frezza, che tre pagine prima, cioè alla 77 aveva scritto, che Amalfi, Scala, e Ravello erano stati edificati dai cittadini di Pesto a tempo di sua distruzione, ch’egli scioccamente fa cadere intorno agli anni di Pirro, siccome da noi è stato più minutamente esaminato, anzi vi aggiunge, che Amalfi fu fatta Romana colonia. Troppo novizio della storia esser deve chi tali cose dice, o crede.” Ben’a lungo di queste cose leggesi in alcune nostre lettere in questi mesi stampate scritte in Parigi al chiarissimo S. Egizio nostro gran amico, dove si fanno alcune osservazioni intorno a ciò, che il medesimo Sign. Egizzio aveva scritto contro il ‘Sign. Languet’.”. L’Antonini cita anche Marino Freccia (…) opinando su ciò che scrisse.  Marino Freccia il quale fa risalire la fondazione della città di Amalfi non alla Molpa. Dunque, l’Antonini (…), riguardo l’edificazione di una città di Molpa, citava Marino Freccia (…) e, il suo libro I, fol. 37. Riguardo la notizia del Freccia (…) si tratta del suo ‘De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum’, pubblicato nel 1579. L’Antonini cita il lib. I, fol. 37. Infatti, Marino Freccia (…), sulla scorta di alcuni manoscritti dell’epoca, in proposito nel libro Primo e nel capitolo “De officio Admirtis maris” scriveva che:

(Fig….) Marino Freccia (…), op. cit., lib. Primo, fol. (p.) 37

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o l’Anonimo Salernitano e la Molpa

L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”.

Antonini, p. 368

Dunque l’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235.

La Molpa nella “Cronaca Amalphitana”

I riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal Muratori (…), dal Perger (…) e dall’Ughelli (…), che vedremo. Il Camera scrive che la ‘Cronaca Amalfitana‘ era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP. Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) citava di Recco (…) e postillava delle, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Un altro testo per lo studio delle origini di Amalfi e dell’insediamento di alcune genti Romane che si fermarono a Molpa o in un luogo posto nei pressi del litorale alle pendici del Monte Bulgheria, prima che si trasferissero ad Eboli e che poi in seguito andassero a fondare la città di Amalfi sull’omonima costiera è il saggio di Vera Von Falkenhausen (…), dal titolo “Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni” che si trova in ‘Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981). La Falkenhausen, a p. 9 in proposito scriveva che: “Perciò vorrei cominciare con l’analisi della leggendaria storia delle origini della città di Amalfi, nata forse durante il IX secolo (2), e che sicuramente circolava nell’Italia meridionale nella seconda metà del X secolo, quando venne raccolta, dall’anonimo autore del ‘Chronicon Salernitanum’ (3); più tardi, la stessa leggenda fu inclusa nel ‘Chronicon Amalfitanum’, una compilazione tardomedioevale (4): secondo tale testo, gli antenati degli Amalfitani sarebbero stati Romani i quali, seguendo Costantino Magno per installarsi a Costantinopoli, la nuova capitale dell’Impero, fecero naufragio presso Ragusa (5). Chiesero ospitalità agli abitanti del luogo che concessero loro terre per insediarvisi; ma dopo qualche tempo, sentendosi oppressi dai Ragusei, i futuri Amalfitani fuggirono via mare in Italia e presero dimora in una località chiamata Melfis, donde poi il loro nome. In seguito, per fuggire l’invasione di popoli allogeni, da ‘Melfis’ gli Amalfitani si sarebbero ritirati ad Eboli, e di là, mal sopportavano ecc…”. La Falkenhausen a p. 9, nella sua nota (3) postillava: “(3) ed. U. Westerbergh, (Studia latina Stockholmiensia 3), Stockholm, 1956, cc. 87-89, pp. 87-90. La leggenda è stata interpretata sotto aspetti diversi dal Prof. P. Delogu, durante una tavola rotonda tenutasi ad Amalfi nel 1977.”. Sempre la Falkenhausen a p. 10, nella sua nota (4) postillava che: “(4) U. Schwarz, ‘Amalfi in fruhen Mittelalter (9.-11. Jahrundert), Tubigen 1978, pp. 195-197.”. Il testo di Schwarz (…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, è stato pubblicato in ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, ad Amalfi, nel 2002. Schwarz pubblicava nel 1978 il testo del “Chronicon Amalfitanum”. Sempre la Falkenhausen, a p. 10, nella sua nota (5) ci fa notare che “(5)….M. Berza, ‘Amalfi preducale’, in “Rivista storica italiana”, s. V., III, 3 (1938),…lo stesso M. Berza, in ‘Le origini di Amalfi’, cit., p. 16, peraltro, ha individuato in vicinanza di Ragusa il toponimo ‘Malfi’. Ecc..”. La Falkenhausen si riferiva al testo di M. Berza, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s. In un sito sulla storia di Amalfi leggiamo che: “Il toponimo “Amalfi” è, inoltre, di sicura estrazione latina: esso, secondo la saga di origine principale, deriverebbe da Melfi, un villaggio marittimo lucano abbandonato da alcuni profughi romani nel IV d.C.; oppure potrebbe corrispondere al cognome di una gens romana del I secolo d.C. (Amarfia). A seguito delle incursioni germaniche del V secolo d.C. molti profughi romani delle città campane ormai preda delle orde barbariche si rifugiarono sui Monti Lattari e, dopo breve tempo, diedero maggiore impulso al piccolo villaggio di Amalfi, trasformandolo in una città, che era già sede vescovile nell’anno 596.. E qui ritorniamo al centro Lucano di ‘Melfi’ o ‘Molpa’. Riguardo la “leggenda” di Molpa e dei protoamalfitani, Ulrich Schwarz (…), nel suo saggio ‘Amalfi nell’alto Medioevo’, uscito nel 1978, a pp. 31-32, nella sua nota (68) in proposito postillava che: “(68) Nella leggenda medioevale sulla fondazione di Amalfi l’origine della città è messa in relazione con i Romani, ed è significativo che, ugualmente per gli inizi sia tirato in ballo anche Bisanzio. Su di essa vedi Schwarz, ‘Amalfi, pp. 113 sgg. Per le altre leggende moderne sulla fondazione della città vedi Berza, ‘Origini di Amalfi’, pp. 35 sgg. Esse si fondano in gran parte sulla leggenda medievale (Berza parla di un “ciclo costantiniano”) o inventano una ninfa che avrebbe dato il nome alla città.”. Lo Schwarz, cita il Berza e si riferiva a Michail Berza (…) ed al suo ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, pubblicato nel 1940. Sempre la Falkenhausen nel suo saggio in proposito scriveva che: “La fantasiosa odissea dei protoamalfitani contiene, a mio parere, alcuni elementi che ben caratterizzano gli Amalfitani medioevali, e che vorrei trattare in quattro punti: 1) la romanità degli Amalfitani, 2) i loro interessi marittimi, 3) i loro rapporti con Costantinopoli, 4) la struttura della società amalfitana.”. Dunque, la Falkenhausen fa notare un elemento distintivo contenuto nella leggenda su cui bisognerbbe ulteriormente indagare, ovvero “3) i loro rapporti con Costantinopoli”, anzi, perchè mai, mi chiedo, secondo la storia contenuta nel ‘Chronicon Amalfitanum’, i profughi da Ragusa avrebbero dovuto fermarsi sulle coste Lucane ed in particolare lungo le pendici del Monte Bulgheria. Le notizie intorno alla probabile origine dei profughi Romani approdati sulle nostre coste dovrebbe far riflettere e riportarci intorno alle vicende che diedero origine agli stanziamenti di alcuni genti Bulgare da cui il nome della montagna alle cui pendici, in antichità esisteva gia un’antica città sepolta forse di fondazione Romana. All’epoca dei fatti a cui si riferisce la “leggenda”, ovvero agli anni 337-339 d.C., epoca in cui era salito al trono l’Imperatore d’Oriente che il Camera (…), sulla scorta di Guglielmo di Puglia scriveva che: “Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II.”. Certo è che queste notizie bisognarà ulteriormente indagare. Bisognerà meglio indagare quella nostra parte dell’antica lucania Romana le vicende storiche che la distrasero nei primi secoli della Cristianità e dell’Impero Bizantino. La venuta delle popolazioni barbariche sulle coste Lucane, i rapporti dei nostri piccoli centri con Bisanzio e Costantinopoli, i rapporti con i vicini Ducati di Napoli, Gaeta e Benevento, ecc…, tutte questioni non ancora sufficientemente indagate. Ferdinando La Greca (…), riferendosi alle carte Parigine e all’Antonini, cita la storia delle origini della città di Amalfi raccontataci da Matteo Camera (…). Infatti, lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Noi per ridurre tali favolosi commenti al giusto lor valore ricorriamo alla più sensata e comune opinione tramandataci dai Cronisti (I) sull’origine e fondazione di questa città, la quale fanno rimontare al IV secolo dè tempi di Costantino, ecc…Fondata ch’ebbe questo Principe una novella capitale sul Bosforo della Tracia vi richiamò colà la primaria nobiltà di Roma a lui devota. Cessato egli di vivere nell’anno 337 carico di vittorie e di corone, molte altre nobili famiglie di Roma cercarono trasferirsi nella fortunata metropoli d’oriente (2); quindi nel 339 (secondo le Cronache Amalfitane) imbarcatesi con le più ricche suppellettili sopra cinque navi si diressero per Costantinopoli. Colpite da improvvisa tempesta in sull’altura del mare Jonio, due di esse appena riuscirono campare dal fiero naufragio, e balzare dalle onde nè vicini lidi giunsero ad afferrare terra presso Ragusa in Dalamazia. – E’ facile il supporre con quanta ospitalità e cortesia furono gl’infelici naufraghi in sulle prime accolti dà Ragusei, che dichiaravansi altamente beneficati dal popolo Romano; ma in appresso la restrizione dè confini che lor prescrissero, e l’ubbidienza che del pari tributar doveano a coloro che l’innanzi riguardati aveano come sudditi, divenne per essi un idea poco consolante…..Imbarcatisi eglino su navi Raguesee dopo aver percorso l’Adriatico si soffermarono in sulle spiagge della Lucania vicino Palinuro, che dal naufrago nocchiero il nome prese (I). Il bisogno di custodire le loro vite e sostanze, aggiunto all’avidità di fabbricare una città per loro stabilimento, determinò la Romana colonia di gittar colà le fondamenta d’una nuova città lungo un picciol fiume chiamato anticamente ‘Molpa’ (2) o ‘Melfi’. Di questo fiume fa menzione Plinio (3) dicendo: ‘promontorium Palinurum a quo sinu recente trajectos ad columnam regiam, c.m. pass. proximum autem huic (Palinuro scilicet) flumen Melfes et oppidum Buxentum, gracce Pyxus’ (Pisciotta). Cluverio nel lib. IV dell’Italia antica parimente scrisse. ‘Post Palinurum promontorium sequitur Melphes flumen, vulgo nunc Molfa, et Malfa, et idem Molpa, Malpa, et Melpa adcolis dictum’. Oggi ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Fondata adunque la città di Melfi che dal fiume il nome prese, vennero i suoi abitanti conosciuti sotto il nome di Melfitani. Alcuni scrittori poco intesi della situazione particolare dè luoghi hanno scritto che la romana colonia, abbandonata Ragusa, capitasse in Melfi città della Puglia, donde il nome prese Malfitani. Questo è un errore evidente non che contrario a ciò che ne dice un Cronista Amalfitano: “Viaggiando questi Romani per mare; Melfi di Puglia sta dentro terra più di 40 miglia lungi da Palinuro: gli antichi che scrissero questo viaggio avrebbero certamente indicato un luogo marittimo di approdazione” oltre che la città di Melfi in quel tempo non esisteva, e ciò con chiarezza ce lo dice Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II. Gli scrittori nulla rimarcavando tali differenze si sono lasciati incorrere nel più intollerabile anacronismo.  – Di corta durata fu il soggiorno dè Melfitani nella città da essi colà fabbricata; che per essere poco fortificata e troppo esposta alle barbariche irruzioni difendere ben non si potea. Quindi lasciata Malpa, o Melfi si condussero in ‘Eboli’ vicino Salerno al riferimento della Cronica Amalfitana: ecc..”. Da p. 14, il Camera, continua il suo racconto parlando delle origini di Amalfi e di queste genti Romane che si trasferirono dal casale di Amalfi vicino Palinuro, lo abbandonaro e si trasferirono ad Eboli pe poi andare a fondare Amalfi sull’omonima costiera. Dunque, Matteo Camera, riferisce di questa notizia che riguarda Molpa, la città sepolta (diruta) di Molpa e la città diruta di Amalfi citata nella carta corografica da me scoperta e conservata all’ASN. Vediamo ora i riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal muratori, dal Perger e dall’Ughelli. Il Camera scrive che la Cronaca Amalfitana era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) postillava e citava di Recco, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Matteo Camera si riferiva alla cronaca dei Normanni scritta da Guglielmo di Aix (…), cronista osservatore e contemporaneo dell’epoca. Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso. Sempre il Camera a p. 11, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Virgilio……………………..”. Il Camera citava anche Ferdinando Ughelli (…). Ferdinando Ughelli (…), nel 1721, per i nuovi tipi (nuova edizione) dell’“Italia sacra”, pubblicò a Venezia la sua opera mastodontica. Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “‘Ferdinando Ughellio, al tomo 9 dell’Italia Sacra, fol. 235, dice quasi lo stesso fino al ritorno da Ragusa; ma soggiugne a fede della ‘Cronaca’ manoscritta (quale in Amalfi conservasi) che colle navi stesse vennero alla Molpa: ‘In loco, qui Melpes dicebatur Palinuri, consedisse’; e che da quì fossero poi passati ad edificare Amalfi.”. Ferdinando Ughelli (…), nel 1659 pubblicò il suo tomo 7° dell'”Italia sacra, Romae, Sumptibus Blasij Deversin, & Zenobij Masotti. Nel suo Tomo VII (non come scriveva l’Ebner nel vol. IX), dell‘”Italia sacra ecc..”, pubblicato nel 1659, l’Ughelli (…) a p. (fol. 235) riporta integralmente un vecchio testo della cronaca Amalfitana o Chronici Amalphitani’. La trascrizione della ‘Cronaca Amalfitana’ pubblicata dall’Ughelli è la seguente: “Antiqua vero Amalphitanorum Chronica de ac civitate, deque eius, Amalphitanorumque nomine & origine haec ………..”Cum a Costantino nova Roma Bizantium appe….ecc…”:


Sempre a proposito del “Chronicon Amalphitanum”, la nota (19) a p. 18 dell’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965, ove il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…), si postillava che: “(19) Torna a proposito a questo punto, riportare il brano di un ‘Chronicon Amalphitanum anonymi cuiusdam saeculi XV, praef. (riportato dal Pelliccia, ‘Raccolte di varie croniche etc…, vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143): “Originale chronicae Amalphitanae, quae erat scripta caractere curialistico et in carta membranae, servatum fuisse una cum Tabula prothontina maris in domo familiare Domini Ursi et ex illa cives faciebant sibi copias, ut fuit Dominus Amalfae, ecc…”. Dunque la nota (19) del Cassese a p. 18 citava  Pelliccia (…), ed il suo ‘Raccolte di varie croniche etc..’., vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143
La ‘Tabula de Amalpha’

Tommaso Gar (…), nel suo ……………………., pubblicò un’antico manoscritto da lui scoperto alla Biblioteca Nazionale di Vienna, ivi traslato dagli Austiaci da Venezia dove esso era conservato. In questo antico codice veneziano Foscariniano fu trascritta la “Tabula de Amalpha”. In seguito, nel ………., il Governo Italiano l’acquistò per …………………..dal Governo Austriaco che la restituì all’Italia ed è oggi conservata nel Comune di Amalfi. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla storia di Amalfi, scrisse che possedeva un’altra “Tabula de Amalpha” simile a quella del codice Foscariniano ma oggi irrimediabilmente andata perduta, forse perchè appartenuta al fondo che Roberto Filangieri Gonzaga chiese e ottenne per l’Archivio di Stato di Napoli e che andò irrimediabilmente perso nel famoso rogo del 1943. Recentemente per i tipi di De Mauro Editore è stata stampata un’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965. Il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…) che eseguì la trascrizione di un antico testo. Pare che il testo della “Tabula de Amalpha” fosse contenuto in un testo di Alianelli (…), del Leband (…), del Laudati (…), del Racioppi (…) ecc….

La Molpa nella ‘Cronaca manoscritta Cavense’ o Chonicon Cavense

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano” (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (…), che nel ………. pubblicò alcuni scritti sulla geografia d’Italia. Infatti, Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1451-1522 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”. L’Antonini (…), a p. 370, parlando della Molpa e delle sue origini, nelle sue note postillava citando anche il Mabillon (…) al lib. 58, degli ‘Annali Benedettini’ e cita pure ‘L’ignoto Cassinense’ al num. 7, parlando dell’Imperator Ludovico dice: “Obtinuit Capuam, ingreditur Salerno navigans Malfim, Puteoli utitur lavacris.”.

Matteo Camera, la Molpa e le origini di Amalfi

Di Matteo Camera e della sua prima edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e delle opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz (…) nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”.

Bibliografia:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi.

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(…) La Greca Fernando e Vladimiro Valerio, Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano. Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2013; in questo testo si parla delle carte conservate alla Bibilioteca Nazionale di Francia, molto simili a quella da me scoperta e pubblicata

(…) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008 (Archivio Attanasio)

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743

Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc.., ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007 (Archivio Attanasio)

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20; di questa edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e dele opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”

(….) Cassese Leopoldo, La Tabule de Amalpha, ed. Di Mauro, Ente Provinciale per il Turismo di Salerno, 1965 (Archivio Attanasio)

(…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, Amalfi, 2002 (Archivio Attanasio)

(…) AA.VV., Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981), Amalfi, ed. Presso la sede del Centro, 1986

(…) Berza Michail, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s.; si veda il testo di Schwarz

(…) Freccia Marino, De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum, 1579

(…) Collenuccio Pandolfo, Compendio dell’Historia del Regno di Napoli composta da M. Pandolfo Collenutio Iuriconsulto in Pesaro, con la giunta di M. Mambrino Roseo da Fabriano ecc…,

(…) Maffei Raffaele detto il ‘Volaterrano’, Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus’, Basilea,………

 

Il basso Cilento nel decennio francese (1805-1815)

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Lo studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri, oggi conservato negli Archivi del Comune, scrivevo anche sul periodo della reazione Sanfedista (anno 1799) e quello successivo dell’occupazione Napoleonica del Regno di Napoli fino alla caduta e morte di Gioacchino Murat. Sebbene il presente saggio sia rivolto e riferito in particolare ai luoghi di Sapri e a Torraca, nei diversi riferimenti bibliografici non mancano riferimenti ad altri luoghi come Torre Orsaia, Policastro, Lagonegro, Maratea, Lauria ecc….

Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Da Wikipedia leggiamo che il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “ASN, Registro delle Rivele di Caselle, a. 1754, Fondo “Catasti Onciari”, n. 4247 (Con Dispaccio del 1731 Carlo VI stabilì che la numerazione dei fuochi fosse fatta col nuovo metodo delle ‘Rivele’ o ‘Notificazioni’. Ogni capofamiglia doveva denunciare agli ufficiali dell’Università il proprio nucleo familiare, la professione, il mestiere, i beni mobili e immobili. Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”

Nell’11 maggio 1774, Vespasiano Palamolla, 3° barone di Torraca

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, terzo Barone, ebbe a moglie donna lucrezia Salone figlia del Barone di Castrocucco. 4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia; 5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.

Nel 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e di Ippolita Carafa, conti di Policastro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: Poi il feudo passò alla famiglia Carafa che lo possedeva ancora nel ‘700. Il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa (v. a Policastro) e della congiunta Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani, università autorizzata a denominarsi Fòrli), Libonati, Sapri e Santa Maricina o Santa Marina, insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. In seguito Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il parente Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da costei il principe aveva avuto dei maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale tocarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe aveva avuto altri maschi, tra cui il primogenito Gerardo che ebbe titolo e feudi di Policastro. A Gerardo seguì Francesco e poi il figlio Nicola e due femmine, Maddalena e Maria Teresa. Nicola, che con decreto ministeriale del 1831 aveva ottenuto il riconoscimento di tutti i titoli e predicati, morì senza eredi. I titoli e i feudi di Policastro (v.), Fòrli (cioè Ispani), Sapri, Vibonati e Pardinola con R. Assensodel 1897 passarono a Maria Severina Longo, figlia di Maddalena Carafa e perciò marchesa di Gagliati e di San Guiliano.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: Vibonati….Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche.”. Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.

Nel 1799, la Repubblica Partenopea

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese. Il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s’imbarcò di nascosto sulla HMS “Vanguard” dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la Famiglia Reale e John Acton, in fuga verso Palermo (portandosi dietro, tra l’altro, il denaro dei Banchi). Venne affidato al Marchese di Laino Francesco Pignatelli l’incarico di Vicario Generale e da questi fu dato ordine di distruggere la Flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli Eletti del Popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli, l’11 gennaio 1799 il Marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso Armistizio col generale Championnet. La Repubblica Napoletana, anche detta Repubblica Napolitana e, impropriamente, Repubblica Partenopea, fu un’entità statuale proclamata a Napoli nel 1799, ed esistita per alcuni mesi sull’onda della prima campagna d’Italia (1796-1797) delle truppe francesi della Repubblica sorta dalla Rivoluzione. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 243, in proposito scriveva che: “Con la Repubblica Partenopea dello Championnet, 1799, Tortora fu aggregata al Cantone di Lauria. Con la conquista francese di Giuseppe Bonaparte, 1806, fu sottoposta da parte di briganti filoborbonici a vessazioni, spoliazioni, uccisioni. In una relazione, 20 luglio 1807, dell’Intendente di Calabria Citra al Miot, ministro dell’Interno sotto Giuseppe Bonaparte, si legge: “Nel distretto di Castrovillari vi si aggirano diverse orde di briganti. I comuni di Verbicaro e di Tortora sono stati requisiti per più centinaia di razioni colla minaccia in caso di furto di rinnovarsi le sanzioni scene che commetterono mesi addietro”(196). Difatti, atroci misfatti erano stati commessi nella cittadina il 6 maggio dello stesso anno. Il 5 fu saccheggiata casa Mazzei, e, dopo, prelevati don Vincenzo Mazzei, sacerdote, e i nipoti Pietro e Francesco (197). L’indomani, 6 maggio 1807, furno fuucilati. Con l’eversione della feudalità, inizio 2 agosto 1806, in base alla legge 19 gennaio 1807, Tortora divenne Luogo o Università del Governo di Scalea (198). Il miraggio giacobino e riformista durò meno d’un decennio, anche se, nononstante la restaurazione e le conseguenti repressioni borboniche, la fiammella della libertà alitò ancora sotto la cenere.”. Campagna, a p. 244, nella nota (196) postillava: “(196) ….

Nel 1799, il passaggio delle truppe Francesi di Napoleone Bonaparte

Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “La Madonna è ritenuta protettrice del paese per un episodio ormai entrato nella tradizione popolare. Nel 1799 l’esercito francese era diretto a Torraca per conquistare l’abitato e infierire sulla popolazione. Uomini e donne, vecchi e bambini si rifugiarono nella Chiesa di Cordici a invocare la Madonna. Inspiegabilmente calò sull’abitato una nebbia fittissima che impedì alle truppe francesi di vedere il paese. Esse lo sorpassarono allontanandosi dalle sue case.”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), nell’ubicare il villaggio su un colle, segnala che sulla cima vi è un castello. Torraca era notissima per i suoi calderai che giravano tutta l’Europa e che, emigrati, impresero a girare anche per le Americhe. Accorsatissimo è il suo santuario campestre (Madonna dei Cordici) in un ameno sito. Anche il Tancredi (17) scrive di Torraca bruciata dai francesi nel 1806, del santuario della Madonna dei Cordici e del castello baronale dei Palamolla che ospitò re Ferdinando il 15 settembre 1852 (lapide). In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, comune di 1298 ab., nel circ. di Sala, mand. di Vibonati, dal quale e dal mare dista 6 chm. Giace su di un colle alla cui cima sorge il castello con magnifico orizzonte. Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte. Vi è nelle sue vicinanze un accorsatissimo santuario campestre detto la Madonna dei Cortici, in un sito dilettevolissimo. Ha un piccolo territorio dal quale si ricava però in abbondanza ottimi vini, olio castagne e ghiande.”. Ebner, a p. 665, nella nota (17) postillava: “(17) Tancredi, Il golfo, cit., p. 69 sg.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 194 parlando di Torraca scriveva che: “Il 3 marzo 1799 si verificò a Torraca un fatto straordinario. I torracchesi, minacciati dai Francesi, che portavano terrore e sterminio in queste terre, si riunirono in chiesa e pregarono a lungo la Vergine dei Cordici. La preghiera fu ascoltata. Discese, all’improvviso, una nebbia fitta e oscura intorno al borgo, che fu sottratto, così, alla vista del nemico, mentre un sudore, mai visto, grondò dal volto della Madonna e dal braccio del Bambino.”. Queste le uniche parole del Guzzo su Torraca nel 1799. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Nel gennaio 1799 da Napoli giungono, portate dai soldati dell’esercito borbonico in fuga, notizie di sommosse avvenute nella città partenopea. La prima ad insorgere è la vicina Basilicata….All’armata dell’intrepido cardinale aderirono, spinti dalla sete di sangue e ricchezza, anche molti briganti. Tra questi vi era Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri, con il quale il cardinale Ruffo risalì il regno facendo proseliti ecc…Il movimento controrivoluzionario, ebbe in Novi il suo caposaldo e in Vallo della Lucania il suo più fiero avversario. Torraca, che si tenne fuori da vampate rivoluzionarie filo-repubblicane, venne minacciata dai francesi i quali dopo aver devastato e conquistato i paesi limitrofi si diressero verso il paese. La gente, disperata, il 3 marzo 1799, sotto il baronato di Vespasiano Palamolla e Terese Moscati, si riunì nella chiesa della Madonna dei Cordici per chiedere alla Vergine una sua intercessione. L’intensa preghiera della popolazione fu ascoltata, ed avvenne il miracolo. Discese all’improvviso una nebbia fitta e oscura che avvolse il borgo rendendolo invisibile alla vista del nemico che passò oltre.”. Ebner citando il Tancredi si riferiva a Luigi Tancredi (….), ed al suo “Il Golfo di Policastro etc…”, che purtroppo non posseggo. Il canonico Luigi Tancredi però scrisse di Sapri nel suo “Sapri – giovane e antica” e a p….., in proposito scriveva che: “…..

Nel 1799, i Sanfedisti borbonici ed i moti carbonari del basso Cilento

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”.  Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: (279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: (280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281) Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”.

Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date. Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea. La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX sec. lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali, poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici. Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto che di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.”. Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che alcuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti, quello della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”.

Nel 1799, la reazione dei Sanfedisti filo-borbonici del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici ed i moti carbonari del basso Cilento

Già precedentemente e sin dal 1978 dedicai gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri avevo redatto uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Ludovico Ludovici, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “Salmoneo Meleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana. Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di Demarete Megalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di Salmoneo Meleagride ( Cosmo Lodovici). Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale clabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, non dice molto su questi episodi ma parla dei vescovi di Policastro e qualche notizia siamo riusciti a strapparla. Il 25 aprile viene approvata la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, ma anch’essa non potrà avere un principio di attuazione in conseguenza del repentino crollo della Repubblica. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: “(279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: “(280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281)Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Il Laudisio (…) ci parla del vescovo Ludovici a pp. 91-92-93, nell’edizione del Visconti. Laudisio a p. 91 in proposito scrive che: “XLVIII. Ludovico Ludovici, frate dell’Ordine dei Minori Osservanti, di Eboli, trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797….Fu insignito della carica di ministro plenipotenziario del defunto nostro augustissimo re Ferdinando, e ispezionò le provincie del regno e le contee del Molise, della Capitanata, di Principato Ultra e Terra di Bari; perciò, dopo l’occupazione del Regno fu con audacia sacrilega cacciato con la forza delle armi dal suo episcopo di Lauria. E come il pontefice Pio VII in quegli stessi anni fu deportato dal Quirinale a Savona e poi in Francia, così egli fu deportato dal suo episcopio a Roma e poi ad Assisi. A Roma dal pontefici Pio VII, allora regnante, fu nominato prelato domestico e suo assistente al soglio Pontificio. Passò per Rivello il comndante in capo delle truppe francesi, e gli fu consegnata dai cittadini una petizione; così, dopo parechi anni ecc…Perciò lo zelantissimo vescovo Ludovici, per liberare la sua diocesi dalla luce che serpeggiava, ecc…”. Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro. In un saggio on line leggiamo che: “Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”. Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.”. Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni. Anche il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….) ci dice alcune cose sull’arrivo dei francesi a Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Per contrastare il dilagare della rivoluzione repubblicana, il clero della zona cilentana intervenne infiammando la folla che accorse ad arruolarsi sotto il comando del Durante capo dei sanfedisti. Il 12 aprile 1799 venivano destituiti tutti gli apparati repubblicani di questi paesi che insorsero. Il vescovo di Policastro mons. Ludovico Ludovici, dell’ordine dei frati Minori Osservanti, (resse la diocesi dal 1797 fino al 1818, anno della sua morte) entrò in azione in prima persona. Egli si attivò riuscendo a scuotere il sud della provincia di Salerno, fino al confine calabro, infiammando gli animi con la predicazione ed attirare a se un gran numero di accoliti. Il cardinale Ruffo, visto il suo impegno per la sana causa, gli affidò il governo politico ed economico nella Provincia del Principato Citra, nominandolo ‘Generale dell’armata cristiana, commissario regio e suo ministro plenipotenziario’. Il presule non deluse le aspettative del cardinale; riuscì in poco tempo ad imporre il controllo di tutto il Cilento meridionale fino al Vallo di Diano. Dal Golfo di Policastro assicurò un tranquillo sbarco delle truppe inglesi, mentre Padula divenne la roccaforte per il controllo della Regia strada delle Calabrie. Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo.”. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati.

Nel 5 novembre 1803, Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca e Teresa Moscati, Marchesa di Poppano

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.

Dal 1805 al 1815, Sapri, Rocco Stoduti e l’occupazione francese

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando e volendo a tutti i costi rivalutare la figura di Rocco Stoduti, trasformandolo da brigante che era ad un leale servitore della causa Borbonica, a p. 67, in proposito scriveva che: “La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX secolo lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali., poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici.”. Il Mallamaci (….), parlando di Rocco Stoduti, a p. 67, in proposito scriveva che: “Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il Vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata anche la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.”. Dunque, secondo il Mallamaci, il Rocco Stoduto sposò Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e con cui ebbe un figlio di nome Francesco Stoduto. Il Mallamaci, cita il “Regio Memoriale, Regole e fondazione della pia e laicale confraternita delle Anime del Purgatorio, 1778”, pubblicato dal Rocco Gaetani nel suo “La Fede degli Avi nostri ecc..”, a pp. 260-261 e s. dove veniva citato il Rocco Stoduti ed altri Stoduti di Torraca. Carlo Pesce a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Sempre il Mallamaci, a pp. 68-69, parlando di Rocco Stoduti, cita l’episodio di Maratea ed in proposito scriveva che: “Maratea fu tra i primi paesi che dovette subire le forze filo borboniche dello Stoduti. I suoi principali protagonisti della giovane repubblica furono: l’arciprete Don Giuseppe Alitti, il frate Giambattista Basile del Convento dei Minori Orsservanti, il frate Angelo d’Albi del Convento di S. Francesco di Paola, ecc….La reazione borbonica fu pressocchè immediata ed ispirata dal vescovo di Policastro Ludovici e attuata da Rocco Stoduti, che con i suoi uomini, tra i quali molti torracchesi, ebbe ragione su tutto il territorio lagonegrese. Il 3 marzo Maratea venne occupata e quindi ricondotta sotto l’autorità del regno borbonico. Ecc…Il vescovo di Policastro, capomassa del distretto del lagonegrese, concesse ospitalità ad un ufficiale inglese Guglielmo Harley, il quale aveva il compito di organizzare l’avanzata dell’esercito monarchico. Dalla città tirrenica di Maratea, le truppe sanfediste comandate dal Durante si spinsero verso il Vallo di Diano. Ecc…Il capomassa sanfedista, torracchese Rocco Stoduti collaboratore del Durante, proveniente da Capitello, dilagò con i suoi 16.000 uomini nella Val D’Agri. Costui, diverrà tra gli uomini di spicco nella repressione repubblicana. Fedele suddito dei Borboni, sarà stimato dal Cardinale Ruffo e dal Vescovo di Policastro. La partecipazione alla repressione della rivolta repubblicana, gli valse i gradi di tenente del Regio esercito Borbonico. Tale era il suo attaccamento alla monarchia, che lo ritroveremo qualche anno dopo a fronteggiare anche l’invasione del meridione d’Italia da parte dell’esercito francese.”. Giorgio Mallamaci (….), parlando di Torraca e del periodo francese a p. 74-75 in proposito scriveva che: “Il comando dell’impresa fu affidato allo stesso Massena, il quale ebbe a sua disposizione una forza di circa 15.000 uomini. Il corpo di spedizione si mise in marcia alla fine del luglio, diviso in due colonne: la prima, che comprendeva il grosso dell’esercito e che era sotto il comando diretto del generale, amarciò verso Lagonegro per la via di Eboli fino a raggiungere Sala; la seconda composta di millecinquecento uomini sotto gli ordini di Mermet, si diresse lungo la costa verso Sapri. Il 2 agosto 1806, giunto a Montano, il Mermet mandò un distaccamento di quattrocento corsi ad assalire Laurino, paese cilentano dominante l’alta valle del Calore, alle pendici del monte Cavallo che, fu espugnato. La medesima sorte la subì Roccagloriosa, assalita nello stesso periodo dal Mermet ed invano difesa dal torracchese Rocco Stoduti e da altri due suoi compaesani: Vincenzo e Pasquale Falco e Nicola Brandi, i quali come nel 1799, fedeli sudditi del Borbone, saranno in prima fila a combattere contro i francesi. Contro gli occupanti si batterono anche le bande brigantesche ecc…Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave. Rocco Stoduti con i suoi uomini occupò il paese ed uccise Felice De Luca, fratello del canonico De Luca. Quest’ultimo riuscì ad inviare un messaggio di aiuto ai francesi, i quali si adoperarono per riconquistare il paese. La battaglia di Roccagloriosa tra le truppe francesi e quelle dell’intrepido torracchese, ebbe inizio il 3 agosto e si dimostrò subito alquanto cruenta. Ecc…Il 4 agosto del 1806, festa di San Domenico, da Torre Orsaia il Mermet si recò a Policastro, ma poichè la via di Sapri era sotto il tiro della flotta inglese, ritornò a Torre Orsaia ad aspettare i rinforzi del Massena. Questi giunto a Lagonegro ecc…Tali notizie emergono da un libro dei morti in cui l’Arciprete Anastasio Brandi ne annotava i nomi. L’illustre sacerdote Rocco Gaetani nel suo trattato “La fede degli avi nostri” porta a conoscenza di uno di questi episodi. Egli dice che il 15 luglio ecc…ecc…”. Ecco cosa scriveva in proposito il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (….), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906 per i tipi di Polizzi e Valentini. Il Gaetani dedicò un intero capitolo ai francesi: “Torraca incendiata dai soldati francesi” a pp. 10-11: “, e dai Francesi, i quali ultimi furono causa della sventura più grave che ci fosse mai toccata. Nell’anno mille settecento novantanove Napoleone, arbitro del mondo, col titolo di conquistatore usurpando l’altrui proclamava la Repubblica Partenopea, che durò sei mesi, dal ventisei gennaio al trecici giugno. I Borboni riebbero il dominio del Regno di Napoli; ma loro fu altra volta tolto colle armi e passò ad esser governato per due anni da Giuseppe Napoleone (1806-1808), ed indi per altri sette anni da Gioacchino Murat (3) (1808-1815), dal quale lo riacquistarono con la forza e governarono fino al 2 gennaio 1861, giorno della proclamazione dell’Unità d’Italia…..Preso Napoli e divenuto padrone del Regno, prima cura del principe Giuseppe fu proseguire l’esercito borbonico che ritiravasi per le Calabrie. Diecimila Francesi, comandati dal Generale Regnier, inseguivano quattordicimila Napoletani, obbedienti al Generale Damas coi quali stavano i principi reali Francesco e Leopoldo a danno più che a vantaggio della guerra. I Napoletani attendarono a Campotanese, vasta pianura, in mezzo ai monti alla quale sono ingresso e uscita due valli malagevoli e lunghe. L’oste francese che aveva rotto a Campestrino e Lagonegro poche schiere guidate dal Colonnello Sciarpa, scacciò da Rotonda uno squadrone napoletano ecc…Le terre che i  Francesi tenevano, obbedivano a Giuseppe, quelle degli Inglesi o Siciliani, a Ferdinando; le non occupate dagli eserciti ecc…Lo storico napoletano che scrive…, omise il doloroso episodio, svoltosi qui sotto il comando del generale Messena, quando era accampato nella vicina Lagonegro. Nessun cronista dei tempi, nessun storico registrò quel fatto, che lasciò profonde ferite nel cuore di questo popolo, e vi scolpì col sangue il giorno 4 agosto 1806, festa di S. Domenico, ecc…In un foglio di un registro di morti si leggono i nomi di alcuni uccisi dagli schioppi francesi, notati dall’Arciprete Anastasio Brandi (2). Ecc…”. Carlo Pesce (….) a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Francesco Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.

Nel 1806, Torraca e le truppe Francesi (Napoleoniche) di Giuseppe Bonaparte e del Generale Massena

Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Cinque anni dopo, altre truppe francesi, guidate dal generale Massena, assalirono il castello, portando via ogni oggetto prezioso, dopo aver dato fuoco all’Archivio Parrocchiale. Gli abitanti del borgo ricordano i due episodi il 3 marzo e l’8 settembre con festeggiamenti e una solenne processione in onore della Madonna dei Cordici.”. Da Wikipedia leggiamo che nel nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese, venne nominato diplomatico, prima alla corte dei duchi di Parma e poi a Roma, lasciando la città solo dopo i disordini del 28 dicembre 1797 e l’assassinio del generale Duphot, suo aiutante. Dal 1806 al 1808 Giuseppe Bonaparte governò il Regno di Napoli in nome di suo fratello, che gli affiancò nel governo i napoletani Antonio Cristoforo Saliceti e Marzio Mastrilli, oltre ad altri valenti personaggi di governo francesi dell’epoca, quali Pierre-Louis Roederer, André-François Miot de Mélito, Louis Stanislas de Girardin e Mathieu Dumas.  Con Andrea Massena a capo della spedizione che aveva il compito di scacciare i Borboni da Napoli, Giuseppe intraprese il suo viaggio verso il regno del sud e nel gennaio 1806 si fermò per tre giorni a Roma, dove firmò un accordo per le forniture militari al nuovo regno che andava conquistando, passando poi il confine con 40.000 uomini. L’11 febbraio entrò nella piazzaforte di Capua e il 15 dello stesso mese fece il proprio ingresso solenne a Napoli, omaggiato dalle autorità cittadine e di governo, che apprezzarono particolarmente il suo gesto di omaggio a San Gennaro, patrono della città, cui fece dono di una preziosissima collana di diamanti. Ferdinando IV di Napoli, intanto, era fuggito in Sicilia e il suo esercito si era ritirato al suo seguito. Per conoscere e farsi conoscere, Giuseppe intraprese subito una visita nelle principali province del regno, giungendo in Calabria già nel marzo successivo.

Nel 3 agosto 1806, a Roccagloriosa le truppe francesi del generale Massena la bruciarono

Dopo la caduta di Gaeta, il re decretò la repressione delle insurrezioni in Calabria. Andrea Massena fu mandato con quindicimila uomini verso sud, dividendo l’esercito in due colonne: uno, al comando di Massena stessò, diretto in Calabria per la via di Lagonegro; l’altro comandato dal Mermet, per la via di Sapri. Mermet, giunto a Montano Antilia il 3 agosto, mandò quattrocento uomini al comando di Vincenzo Gentile all’assalto di Laurino, difesa dal capobanda Speranza, che fu saccheggiata e incendiata. Contemporaneamente, Roccagloriosa, difesa da Rocco Stoduti, fu assalita e saccheggiata da Mermet. Il 4 agosto lo stesso Mermet si recò da Torre Orsaia a Policastro, con la speranza di arrivare senza troppi problemi a Sapri. Ma era quest’ultima difesa dalla flotta inglese che stanziava al largo di Maratea. Mermet riparò nuovamente a Torre Orsaia, in attesa di Massena, che giunto a Lagonegro, distaccò un contingente al comando del Gardanne, che espugnò e incendiò Torraca. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (….), nella sua “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 66 ci parlava del “Sacceggio francese” ed in proposito scriveva che: “L’ultimo saccheggio subìto da Roccagloriosa fu quello del 1806, quando le truppe napoleoniche, al comando del generale Massena, invasero il reame di Napoli completamente aperto, perchè il re Borbone era fuggito in Sicilia. Le soldataglie francesi, che andavano conquistando le terre ribelli ed espugnavano le roccheforti che resistevano in tutto il Regno, il 3 agosto arrivarono a Roccagloriosa in numero di 6.000 fanti; e, avendo incontrato resistenza da parte dei briganti che si erano annidati nel castello e nei boschi vicini, saccheggiando ed incendiando il paese. La maggior parte dei cittadini che era tanta desiderosa di libertà, subì innocentemente gli effetti disastrosi della inutile criminale condotta del brigantaggio, che correva per le campagne, assaltava gli inermi, depredava, distruggeva e si nascondeva: e faceva tutto questo per indebolire e screditare presso il popolo l’azione dei conquistatori (105). La lotta si strinse tra i briganti, i cittadini e i soldati francesi: furono ore infernali, perchè si scatenarono gli odi più crudeli, si diede sfogo a vendette private e pubbliche. Nella giornata del 3 agosto furono uccisi n. 36 “paesani”., ed i briganti, i quali erano tutti laurioti (di Lauria), fortificati nel castello, uccisero diverse centinaia di francesi, fra i quali un loro generale chiamato Marmetta, che cadde al suolo avanti il casino del barone D’Afflitto, allora di proprietà dei Lombardi. Il saccheggio terminò lasciando nel cuore della maggior parte della popolazione atterrita un odio implacabile contro i Borboni (che si riavvivò, poi, quando si manifestarono i primi moti rivoluzionari del Cilento) e una feroce caccia al brigantaggio. Intanto i soldati francesi demolirono case, bruciarono le chiese e assalirono il castello. L’arciprete del tempo D. Giovambattista Mangia, dopo che i briganti ebbero incendiata la chiesa e la sua casa con i libri parrocchiali, sentì il bisogno di scrivere il “Libro delle famiglie”, annotandovi per ciascuna di esse il numero delle persone, l’età di ciascuna e i sacramenti amministrati. Da esso risulta che nel mese di agosto del 1808 in Roccagloriosa c’erano 16 sacerdoti, 2 accoliti e 3 novizi; che un certo “D. Giuseppe De Curtis morì il 3 agosto 1806 in casa propria per l’incendio dato a tutta la Rocca e sua casa”; e si parla di un “Silvestro Marotta morto di forca francese il 3 agosto 1806 in luogo campestre detto “La mattina”, dove si era nascosto insieme alla sorella (106).”. Il Romaniello (…) a p. 67 nella sua nota (105) postillava che: “(105) Colletta Pietro, Storia del Reame di Napoli, II, Firenze, 1856, pp. 11,18,43, 90, 103.”. Il Romaniello (…) a p. 68, nella sua nota (106) postillava che: “(106) Cfr. Doc. in Arch. Parrocchiale”. Giorgio Mallamaci (….), parlando di Torraca e del periodo francese a p. 74-75 in proposito scriveva che: “Il comando dell’impresa fu affidato allo stesso Massena, il quale ebbe a sua disposizione una forza di circa 15.000 uomini. Il corpo di spedizione si mise in marcia alla fine del luglio, diviso in due colonne: la prima, che comprendeva il grosso dell’esercito e che era sotto il comando diretto del generale, marciò verso Lagonegro per la via di Eboli fino a raggiungere Sala; la seconda composta di millecinquecento uomini sotto gli ordini di Mermet, si diresse lungo la costa verso Sapri. Il 2 agosto 1806, giunto a Montano, il Mermet mandò un distaccamento di quattrocento corsi ad assalire Laurino, paese cilentano dominante l’alta valle del Calore, alle pendici del monte Cavallo che, fu espugnato. La medesima sorte la subì Roccagloriosa, assalita nello stesso periodo dal Mermet ed invano difesa dal torracchese Rocco Stoduti e da altri due suoi compaesani: Vincenzo e Pasquale Falco e Nicola Brandi, i quali come nel 1799, fedeli sudditi del Borbone, saranno in prima fila a combattere contro i francesi. Contro gli occupanti si batterono anche le bande brigantesche ecc…Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave. Rocco Stoduti con i suoi uomini occupò il paese ed uccise Felice De Luca, fratello del canonico De Luca. Quest’ultimo riuscì ad inviare un messaggio di aiuto ai francesi, i quali si adoperarono per riconquistare il paese. La battaglia di Roccagloriosa tra le truppe francesi e quelle dell’intrepido torracchese, ebbe inizio il 3 agosto e si dimostrò subito alquanto cruenta. Ecc…Il 4 agosto del 1806, festa di San Domenico, da Torre Orsaia il Mermet si recò a Policastro, ma poichè la via di Sapri era sotto il tiro della flotta inglese, ritornò a Torre Orsaia ad aspettare i rinforzi del Massena. Questi giunto a Lagonegro ecc…Tali notizie emergono da un libro dei morti in cui l’Arciprete Anastasio Brandi ne annotava i nomi. L’illustre sacerdote Rocco Gaetani nel suo trattato “La fede degli avi nostri” porta a conoscenza di uno di questi episodi. Egli dice che il 15 luglio ecc…ecc…”.

Nel 4 agosto 1806, Sapri è occupata dai generali francesi Mermet e Gardanne

Dopo la caduta di Gaeta, il re decretò la repressione delle insurrezioni in Calabria. Andrea Massena fu mandato con quindicimila uomini verso sud, dividendo l’esercito in due colonne: uno, al comando di Massena stessò, diretto in Calabria per la via di Lagonegro; l’altro comandato dal Mermet, per la via di Sapri. Mermet, giunto a Montano Antilia il 3 agosto, mandò quattrocento uomini al comando di Vincenzo Gentile all’assalto di Laurino, difesa dal capobanda Speranza, che fu saccheggiata e incendiata. Contemporaneamente, Roccagloriosa, difesa da Rocco Stoduti, fu assalita e saccheggiata da Mermet. Il 4 agosto lo stesso Mermet si recò da Torre Orsaia a Policastro Bussentino, con la speranza di arrivare senza troppi problemi a Sapri. Ma era quest’ultima difesa dalla flotta inglese che stanziava al largo di Maratea. Mermet riparò nuovamente a Torre Orsaia, in attesa di Massena, che giunto a Lagonegro, distaccò un contingente al comando del Gardanne, che espugnò e incendiò Torraca. Giorgio Mallamaci (…), continuando il suo racconto sul periodo francese, a p. 77 in proposito scriveva che: “Dopo il sacco del paese, Gardanne con la sua colonna si unì al Mermet e con lui andò ad occupare Sapri.”. Infatti, dell’episodio ne parlano anche il Pesce (…) e il Barra (…) che a differenza del primo documentano gli avvenimenti. L’episodio si verifica in seguito al terribile passaggio delle truppe francesi del generale Gardanne a Torraca il 4 agosto 1806. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contempo­raneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sotto­messo la regione insorta. Ecc…”. Dunque, riguardo gli episodi che riguardarono Sapri ed il suo porto, il Barra (….) scriveva che: “Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabil­mente come manovra diversiva.”. Dunque, secondo la cronaca del Barra (…), i filobrobonici di Sapri, nel 1806 furono attaccati dal generale Gardanne e dovettero riparare e fuggire con la flotta Inglese che si trovava alla fonda alla baia di Sapri. Il Gardanne, generale delle truppe francesi, dopo aver distrutto e bruciato Torraca e congiuntosi alle truppe francesi del maresciallo Mermet, marciò su Sapri. Secondo il Barra (….), in ‘Cronache’ e in Rassegna Storica del Risorgimento, le notizie si desumono dalla sua nota (34) nella quale egli postillava che: 34) cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in Mémoires du rol Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, vol. III, pp. 116-121.”. Dunque, la notizia si desume dal rapporto militare del maresciallo Mermet a Messena redatto da Torre Orsaia il 6 agosto 1806 e pubblicato in “Mémoires du roi Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”

(Fig….) Du Casse A., Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, Paris, 1854, vol IX

Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Egli inviò allora in rinforzo il generale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva (34). Massena frattanto, ecc….”. Il Barra (…), a p. 304, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in ‘Mémoires du roi Joseph’, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”. Sempre il Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 305, odopo aver detto che il Mermet va a Policastro, in proposito scriveva che: “Gentile entrò il 4 a Torre Orsaia, che trovò evacuata dagli insorgenti e proseguendo la marcia si ricongiunse con Mermet lungo la strada per Policastro. Giunti, sotto le mura della città, dalla squadra inglese, che veleggiava a largo – e che era composta da un vascello di linea, due fregate, tre brick e una ventina di scialuppe armate – si distaccarono quattro scialuppe cannoniere, che vennero a sostenere i ribelli trincerati in Policastro, che era stata nel frattempo abbandonata dagli abitanti. Rinunciando allora a proseguire per Sapri lungo la strada costiera, troppo esposta alle artiglierie nemiche, Mermet come si è già detto, aveva preferito ripiegare su Torre Orsaia.”Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Il Generale Gardanne, comandante l’avanguardia, era partito in precedenza, e per la strada Eboli-Sala Consilina, era giunto a Lagonegro. Il generale Mermet percorse invece la via del litorale con 1500 uomini, con l’ordine di recarsi a Policastro, indi a Sapri. Il Mermet giunse a Vallo della Lucania ecc….Laurino fu incendiata, gl’insorti di Roccagloriosa – in numero di 700 circa – opposero una forte resistenza; ma dopo un vivo combattimento, furono costretti a ritirarsi, e il paese fu incendiato: vi restarono appena cento abitanti che furono rispettati. (dale Memorie del Generale Mermet). Il Generale Gardanne, giunto a Lagonegro, pensava mettersi in comunicazione con il Mermet che trovavasi nei pressi di Torraca; lungo il tragitto gl’insorti lo obbligarono a ritirarsi. Egli, però, coll’aiuto del Messena, Comandante Supremo, allontanò il nemico, si unì al Mermet e attaccò Sapri.”.

Nel 29 settembre 1806, a Torraca l’attacco del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara

Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 52 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che:  “Un altro e più consistente raggruppamento, costituito da circa 900 uomini, parte locali e parte sbarcati da un legno siciliano, si erano trincerati a Torraca, dove il 29 settembre furono attaccati dal I reggimento napoletano di linea del colonnello Pignatelli (43): “. Il Barra a p. 52 riporta quanto scrisse Pietro Calà Ulloa e, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il “Monitore Napolitano”, 3 ottobre 1806, n. 63.“.

Nel 1806 e 1808, al porto di Sapri la flotta siculo-Inglese di Sydney-Smith

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di Orazio Campagna, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 253, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Durante la campagna francese, 1806-1811, Sapri divenne porto di Sydney-Smith per il collegamento con gli insorti del Continente, per cui gli incendi e le distruzioni del generale Mermet, e le precipitose fughe verso la Sicilia da parte “di molta gente paesana”. (48).”. Il Campagna, a p. 253 nella sua nota (48) postillava che: “(48) In ASN.SA. 524, inc. 27, e ASN.SA, 374, inc. 7.”. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone occupò nuovamente con le sue truppe il reame di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte re di Napoli. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), successe Gioacchino Murat. Murat regnò sino al maggio 1815, riprendendo per sé il titolo di Re delle Due Sicilie, cancellando l’autorità amministrativa del Regno di Sicilia, che non aveva potuto conquistare, e accentrando il potere in un unico Stato con capitale Napoli. Il Campagna si riferiva a William Sydney-Smith che  fu un ufficiale inglese della Marina britannica che combatté nella guerra di indipendenza americana e nelle guerre rivoluzionarie francesi, divenendo ammiraglio. Napoleone Bonaparte, ricordandolo nelle sue Memorie, ebbe a dire di lui: «Quest’uomo mi ha fatto perdere la mia fortuna». Proveniente da una famiglia di tradizioni militari, imparentata con William Pitt, I conte di Chatam, era il secondo figlio del capitano di fanteria John Smith. Nel novembre del 1805 Smith fu promosso al grado di Contrammiraglio e venne inviato nel Mediterraneo sotto il comando dell’ammiraglio Collingwood, che era stato nominato comandante in capo della flotta del Mediterraneo in seguito al decesso di Nelson a Trafalgar. Collingwood inviò Smith ad assistere il re Ferdinando I delle Due Sicilie nel riconquistare la capitale Napoli contro il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, che ne era stato nominato re. Smith progettò una campagna utilizzando truppe irregolari calabresi insieme ad un corpo di spedizione inglese forte di 5.000 soldati, che avrebbero dovuto marciare su Napoli. Il 4 luglio 1806 questa forza composta sconfisse una grande formazione francese a Maida. Ancora una volta tuttavia l’incapacità di Smith nell’evitare di mancar di rispetto ai suoi superiori gli procurò l’esonero del comando delle forze da sbarco, nonostante il successo che aveva avuto il suo piano. Egli venne sostituito dal generale John Moore. Il Campagna si riferiva anche al Generale Mermet. Francesco Barra (…), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, in proposito a p. 299 così scriveva che: “A Torraca vittime dei ribelli rimasero tre esponenti delia famiglia Gallotti, la cui casa fu presa d’assalto, e i cui superstiti scamparono a stento al massacro cui per intera essa era stata votata gettandosi fortu­nosamente dalle finestre. Anche nel Vallo di Diano la rivolta dilagò rapidamente. Il 18 luglio, a Bellosguardo, il patriota Tiberio Macchiaroli fu letteralmente scannato ed il suo sangue raccolto in un cappello, mentre a Sicignano Gerardo Carnevale veniva bruciato vivo. Sempre a Sicignano, insorta il 19 luglio, la popolazione assediò per quattro giorni nel castello la famiglia Bilotti, che, sopraffatta, alla fine venne quasi tutta massacrata. 20). A capeggiare l’insurrezione borbonica nel Cilento era Antonio Guariglia. Dopo essersi impadronito a viva forza di Foria, sulle alture che dominano Capo Palinuro, Guariglia era il 19 luglio a Centola ed il 20 a Pisciotta, giungendo poi con circa 400 uomini al suo paese, S. Mauro, deciso a risolvere una volta per tutte l’antica faida con i Mazziotti di Celso. Ma costoro, raccolti i patrioti cilentani e pochi còrsi nel castello di Rocca Cilento, opposero disperata resistenza alle bande borboniche, che, fermate dalle robuste muraglie e dalla decisione dei difensori, furono costrette a porre l’assedio all’antico castello. 21). Destinato dalla corte borbonica e dall’ammiraglio inglese Sidney Smith a capeggiare l’insurrezione nel Vallo di Diano era Francesco Stoduti, il quale, cogli uomini venuti dalla Sicilia e con quelli levatisi in armi nei paesi del Vallo, raccolse un migliaio di insorti, dotati dagli inglesi anche di due pezzi di artiglieria leggera. Mentre lo Stoduti penetrava dal sud nel Vallo di Diano, questo veniva chiuso a nord e ad ovest dalle masse del De Rosa e del Tommasini. Difatti, Nicola Tommasini, antico capomassa del ’99, che si era mantenuto celato sino a quell’epoca, dopo aver fatto insorgere Piaggine, suo paese natale, Valle dell’Angelo e S. Angelo a Fasanella, aveva raccolto circa 500 uomini, che i francesi si attendevano da un momento all’altro di veder sboccare nella piana di Eboli attraverso la valle del Calore. 22) Pasquale De Rosa, a sua volta, anch’egli rimasto alla macchia dopo l’occupazione francese, alla testa di un mezzo migliaio d’insorgenti si era impadronito di Sicignano e del passo dello Scorzo, strategicamente assai rilevante, perché controllava la strada delle Calabrie. 23). La situazione strategica dei francesi si era fatta in pochi giorni assai critica, giacché i ribelli controllavano in pratica l’intero Cilento, da Sapri alla foce del Sele, e buona parte del Vallo di Diano, interrompendo le comunicazioni con la Calabria, mentre gli inglesi, istallatisi a Capri, minacciavano da vicino la Costiera amalfitana e dominavano pressoché incontrastati le acque e gli estesi litorali del Principato. Il comandante militare della provincia, generale Mermet, aveva peraltro assai scarse forze a disposizione. Il 15 luglio egli riferiva con tacitiana concisione al capo di stato maggiore generale.”. Cesar Berthier: La rébellion commence. 20) cfr., per tutti questi avvenimenti, Francesco Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, cit., pp. 267-282. 2i) Cfr. Francesco Barra, Cronache, cit., nota 7 a p. 278. 22) ANP, 381 AP 7, fase. C. Berthier, rapporto del gen. Montbrun, Salerno 20 luglio 1806, a midi. 23) Francesco Barra (….), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, a p. 271; In., Insorgenza e brigantaggio, cit., pp. 156-157. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Alla testa di questi assassini quasi dapertutto si trovano frati. I monaci della Certosa di S. Lorenzo della Padula sono accusati come autori della rivolta in quei luoghi. Infatti si è osservato che essa è scoppiata solo nei feudi dipendenti dalla Certosa. Molti degli abitanti ingannati e sedotti dai frati si son presentati a render le armi e a chieder grazia, ed indi son tornati alle loro case. [] Regna fra i ribelli lo spavento e la confusione: fuggono dapertutto. Impressionato dalla ferocia della repressione indiscriminata esercitata dalle truppe francesi, che si erano comportate come in un paese di conquista, abbandonandosi ad eccessi di ogni genere a danno delle popo­lazioni, Messena emanò da Padula un severo ordine del giorno, con cui prescriveva il rigoroso rispetto degli abitanti, anche allo scopo dichiarato di evitare di spingere a ribellarsi persino le persone più tranquille, forzandole a gettarsi nelle file dei ribelli, rendendo così la guerra più lunga e disastrosa a. 33) La mattina del 5 il maresciallo abbandonò la Certosa, avviandosi verso Lagonegro, lasciando l’appartamento abbaziale al re Giu­seppe, che vi giunse a sera con la sua Guardia, trattenendovisi sino al 7. Vana fu la difesa di Lagonegro, inutilmente rafforzata dagli insorti cala­bresi di Antonio Versace Genialitz e da sei pezzi di artiglieria sbarcati dalle navi inglesi e trasportati sin li attraverso i monti a dorso d’asino per ordine di Sidney Smith. A Lagonegro il maresciallo seppe che il generale Mermet, che avanzava dal Cilento con 1.500 uomini verso Policastro e Sapri, aveva dovuto ritirarsi da Policastro su Torre Orsaia, per non esporsi alle offese della squadra inglese, che incrociava minaccio­samente in prossimità della costa. Egli inviò allora in rinforzo il gene­rale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca, i cui difensori furono sorpresi e fatti a pezzi. Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabil­mente come manovra diversiva. 34) Massena, frattanto, dopo aver fortemente trincerato Lagonegro, proseguì la sua marcia, e l’8 agosto stroncò spieta­tamente la resistenza di Lauria, aprendosi definitivamente la via delle Calabrie. Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contempo­raneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sotto­messo la regione insorta. Il 1 agosto Mermet giunse a Vallo, dove rice­vette la sottomissione degli insorti di Novi, due capi dei quali furono fucilati. Il 3 agosto, prima dell’alba, riprese la marcia, distaccando da 33) il documento, quanto mai significativo, è riportato in E. GACIIOT, Histoire mllitaire de Massena, cit., pp. 204-205.”. Sempre il Barra (….), a p. 304 nella sua nota (34) postillava che: 34) Roccagloriosa rimase a lungo in uno stato di profonda desolazione a causa della perdita avuta de’ più bravi individui di essa, e del sofferto incendio, come si legge in una supplica presentata dal Comune nel 1808, in Francesco Barra (…), Cronache, cit., p. 278.”.

Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 51 parlando degli ultimi mesi del 1806 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che:  “Il 9 settembre, inoltre, Lamarque aveva nuovamente “taillé en pieces” i borbonici a Vibonati, e lo stesso giorno entrava a Sapri. La tristissima condizione del centro cilentano, da due mesi oggetto di violenti scontri, di saccheggi e di eccidi, è efficacemente descritta dallo storico borbonico Pietro Calà Ulloa (42): “Niuna cosa restò in piedi a Sapri. Ecc…“. Il Barra (…), a p. 51 nella sua nota (42) postillava che: “(42) P. Calà Ulloa, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro à francesi’, Roma, 1871, pp. 239-240.”. Infatti, il Calà Ulloa nel 1871 in proposito così scriveva che: “Niuna cosa restò in piedi a Sapri. Poche donne e fanciulli, avanzi di terra florida e popolosa, raccolte in mezzo la piazza a cerchio, viveano in triste comunità. Sei volte presa dagl’Imperiali, ed altrettanto ripresa dà sollevati, stata era rovinata da capo a fondo.” :

Nel 16 ottobre 1806 a Sapri, lo Stoduti, Guariglia e Tommasini si scontrarono con le truppe francesi del colonnello Andrea Pignatelli-Cerchiara

Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 53 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che:  “Nonostante i ripetuti insuccessi, Guariglia, Stoduti e Tommasini si mantennero in armi per tutto l’autunno coi resti delle loro bande, ascendenti a mille uomini circa. A metà ottobre, anzi allo scopo di alleggerire la morsa che andava stringendosi a Maratea, Guariglia, Stoduti ed altri capi minori vennero nuovamente fatti sbarcare dal Mandarini sulle coste cilentane. Scesi il 16 ottobre presso Sapri, batterono un reparto del I reggimento di fanteria leggera del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara, che era calato da Torraca per respingerli. Dopo di che marciarono su Torraca, da cui scacciarono gli avversari dopo tre ore di lotta, facendo 94 prigionieri. Altro scontro si era avuto il 21 a S. Biase, conclusosi con la ritirata dei borbonici su Caselle e Morigerati. Avendo poi saputo dell’approssimarsi di una forte colonna al comando del comandante Bellelli, ed essendo rimasti a corto di viveri e munizioni, si erano ritirati il 24 a Maratea (45).”. Il Barra (…) a p. 53, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Per queste vicende l’ampio rapporto di Alessandro Mandarini del 24 ottobre 1806, in F. Barra, ‘Cronache’, cit., pp. 110-113.”. Riguardo l’ultima citazione il Barra a p. 32, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815’, Salerno Catanzaro, 1981, ecc…”. Dunque, il Barra sulla scorta di un dettagliato rapporto del Mandarini racconta l’episodio della banda dello Stoduti (padre e figlio) di Torraca che il 16 ottobre 1806 attacano la colonna del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara a Sapri e poi vittoriosi salgono a Torraca. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 309, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Nonostante i ripetuti insuccessi, Guariglia, Stoduti e Tommasini si mantennero in armi per tutto l’autunno coi resti delle loro bande, ascendenti a mille uomini circa. A metà ottobre, anzi, allo scopo di alleggerire la morsa che andava stringendosi su Maratea, Guariglia, Stoduti ed altri capi minori vennero nuovamente fatti sbarcare dal Mandarini sulle coste cilentane. Scesi il 16 ottobre presso Sapri, batterono un reparto del I reggimento di fanteria leggera del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara, che era calato da Torraca pre respingerli. Dopo di che marciarono su Torraca, da cui scacciarono gli avversari dopo tre ore di lotta, facendo 94 prigionieri.”. Già nel mese di febbraio del 1806 Pignatelli aveva incontrato Giuseppe Bonaparte insieme a numerosi commilitoni che il nuovo re di Napoli cercava di guadagnare alla fedeltà francese senza l’umiliazione di una sconfitta. Mentre il 22 suo fratello Nicola Luigi assumeva la responsabilità del ministero della Marina, il 18 febbraio Andrea veniva promosso colonnello nel 1° reggimento di fanteria leggera. Fiducioso delle sue capacità, Bonaparte lo inviò a Gaeta all’inizio di luglio al comando di 1200 uomini e, il mese successivo, in Cilento a combattere il brigantaggio e a contrastare i tentativi di sbarco della flotta anglo-sicula sulla costa meridionale. Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea. All’arrivo di Murat, mentre Nicola Luigi lasciava il suo incarico e Giuseppe transitava dal ministero delle Finanze alla Segreteria di Stato, Pignatelli fu promosso generale di brigata e ottenne il titolo di commendatore dell’Ordine delle Due Sicilie. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Ma nel Cilento venivano intanto fatte convergere le colonne del generale Lamarque, che da Lagonegro marciò ancora una volta su Policastro e Sapri, per purgare dei ribelli il Basso Cilento, definito “le foyer des rassemblements”, e del maggiore Guy, che, dopo un assedio di 19 giorni riuscì a sbloccare Camerota, superando “une résistance assez forte”, che costò ai borbonici un centinaio di caduti (48). A fine novembre, Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse. Ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Dunque, secondo il saggio di Francesco Barra, pare che nel 1806, le truppe del generale francese Lamarque marciarono da Lagonegro verso Sapri e Policastro mentre le truppe del generale Guy marciarono verso Camerota per assediarla per ben 19 giorni. Secondo i documenti studiati da Barra (…), verso la fine del mese di novembre del 1806, il generale francese Lamarque “raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse.”. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Fu protagonista, insieme ad Alessandro Mandarini, dell’assedio napoleonico di Maratea. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Già nel mese di febbraio del 1806 Pignatelli aveva incontrato Giuseppe Bonaparte insieme a numerosi commilitoni che il nuovo re di Napoli cercava di guadagnare alla fedeltà francese senza l’umiliazione di una sconfitta. Mentre il 22 suo fratello Nicola Luigi assumeva la responsabilità del ministero della Marina, il 18 febbraio Andrea veniva promosso colonnello nel 1° reggimento di fanteria leggera. Fiducioso delle sue capacità, Bonaparte lo inviò a Gaeta all’inizio di luglio al comando di 1200 uomini e, il mese successivo, in Cilento a combattere il brigantaggio e a contrastare i tentativi di sbarco della flotta anglo-sicula sulla costa meridionale. Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea. All’arrivo di Murat, mentre Nicola Luigi lasciava il suo incarico e Giuseppe transitava dal ministero delle Finanze alla Segreteria di Stato, Pignatelli fu promosso generale di brigata e ottenne il titolo di commendatore dell’Ordine delle Due Sicilie.”. Il Mallamaci (….), parlando di Torraca e dei fatti di Maratea sulla scorta dell’Archivio privato della famiglia Mandarini (dice lui), a p. 78 in proposito scriveva che: “In merito scriverà da Maratea, Alessandro Mandarini, un fedele suddito dei Borbone il quale si teneva in continuo contatto epistolare con la corona, informando il sovrano che si trovava a Palermo, sull’evolversi della situazione bellica:………..Il sovrano a sua volta farà sapere al Mandarini che (Archivio privato famiglia Mandarini): “….di quanto ha ella riferito …….dà Capi Massa Stoduti e Guariglia in inutili operazioni contro i nemici stessi, e specialmente del fatto seguito nella montagna di Torraca, e nella successiva ritirata dei nostri verso Sapri, il Re si è degnato di approvare così fatte operazioni, dichiarando che terrà particolarmente presente i buoni servigi di Stoduto e Guariglia, ed anche quelli del Comandante di sciabecco Antonio Barranco il quale con intrepidezza protesse quella ritirata a Sapri”. Dunque, secondo la relazione epistolare con il re Ferdinando di Alessandro Mandarini, la ritirata della banda dei Stoduti e Guariglia a Sapri avvenne per opera e per merito del comandante dello Sciabecco Antonio Barranco.

Nel 4 dicembre 1806, Maratea è occupata dalle truppe del generale Lamarque

Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Fu protagonista, insieme ad Alessandro Mandarini, dell’assedio napoleonico di Maratea. Dalla Treccani on-line, in riferimento al colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara leggiamo che: “Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea.”. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Il Mallamaci (….), parlando di Torraca e dei fatti di Maratea sulla scorta dell’Archivio privato della famiglia Mandarini (dice lui), a p. 78 in proposito scriveva che: “In merito scriverà da Maratea, Alessandro Mandarini, un fedele suddito dei Borbone il quale si teneva in continuo contatto epistolare con la corona, informando il sovrano che si trovava a Palermo, sull’evolversi della situazione bellica:………..Il sovrano a sua volta farà sapere al Mandarini che (Archivio privato famiglia Mandarini): “….di quanto ha ella riferito …….dà Capi Massa Stoduti e Guariglia in inutili operazioni contro i nemici stessi, e specialmente del fatto seguito nella montagna di Torraca, e nella successiva ritirata dei nostri verso Sapri, il Re si è degnato di approvare così fatte operazioni, dichiarando che terrà particolarmente presente i buoni servigi di Stoduto e Guariglia, ed anche quelli del Comandante di sciabecco Antonio Barranco il quale con intrepidezza protesse quella ritirata a Sapri”. Riguardo Sapri occupato nel 9 settembre dalle truppe francesi del Lamarque, è stato citato il Pietro Calà-Ulloa (….) che ne parla nel suo ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi’. Infatti, il Calà-Ulloa (…), a pp. 239 e 240 descrive i fatti accaduti a Maratea. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “A fine novembre, Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse. Vinta la resistenza al passo della Colla ed occupata Maratea Inferiore, il 4 dicembre Lamarque poté dare inizio alle vere e proprie operazioni d’assedio, rese ardue dalle difficoltà del terreno e dell’accanita resistenza dei borbonici, che avevano respinto ogni offerta di resa. Ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”.

Nell’agosto del 1806, Lauria ed il suo incendio da parte delle truppe francesi

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, del 1913, vol. II, a p. 493, in “Appendice I”, riporta il “Documento (1)” ed in proposito scriveva che: Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro intitolato – Grands épisodes inédits et causes secretes de la politique et des guerres sous le Directoire executif, le Consulat et l’Empire, etc.., Lettres à Mr. le General Pelet, directour du depot de la Guerre, Senateur; a MM. Thiers, Lamartine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°. Etc…”. Ricercando questo testo di Charles De Montigy-Turpin, su google libri mi ritrovo scritto un diverso titolo che è il seguente: Grands épisodes inédits et causes secretes de la politique et des guerres sous le Directoire executif, le Consulat et l’Empire, etc.., Lettres à Mr. le General Pelet, directour du depot de la Guerre, Senateur; a MM. Thiers, Lamartine, La Guerroniere et Delamarre.”. Si tratta di lettere indirizzate al generale francese Pelet, etc…

Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 246-247, in proposito scriveva che: “Dov’è Garibaldi ? – Eh! chi può saperlo? – L’esercito napoletano è a Salerno ? – Così si dice. – A Lauria, la ruota della nostra vettura si sfascia completamente. Dovemmo aspettare quattro ore. Me ne stavo seduto all’ombra di una roccia a strapiombo sulla strada e osservavo un vecchio sellaio che accomodava un basto di mulo. Il buonuomo, rugoso, ingiallito, canterellava a mezza voce, spingendo con movimento regolare il suo grosso ago, aiutandosi con un guanto di cuoio guarnito di ferro; c’era nel suo atteggiamento una cosa così spensierata tranquillità, che ne fui sorpreso e avvicinandomi con aria meravigliata: – Che guerra ? mi chiese – Ma quella che stiamo facendo. – Ah ! riprese, voi questa la chiamte guerra? Siete giovane voi! etc…La prima volta fu nell’agosto del 1806. La gente del paese teneva per re Nasone, che stava in Sicilia, e ricevevano denaro, munizioni, infine tutto quello che occorreva, dal cardinale Ruffo, che fu un santo uomo, per il quale fare impiccare un cristiano era una cosa tanto semplice come per me recitare un ‘pater’. La parte della città laggiù, ed anche della città alta, erano piene di uomini che avevano fucili, e che già sulla montagna avevano dato dura caccia ai Francesi, i quali a quel tempo etc…”.

Nel dicembre del 1806, Maratea ed Alessandro Mandarini si arresero al generale francese Lamarque

Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Venuto meno ogni soccorso esterno, esauriti i viveri e le munizioni, Alessandro Mandarini, che guidava la resistenza, il 10 dicembre accolse l’invito di Lamarque a trattare la capitolazione, ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.

Nel 4 ottobre 1806, a Vibonati e Sapri e i briganti

Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a pp. 311-312, in proposito scriveva che: “III. Dall’insorgenza al brigantaggio. La resa di Maratea e lo scioglimento di molte delle masse borboniche che per sei mesi avevano accanitamente conteso ai francesi il Cilento ed il Vallo di Diano segnò la fine dell’insurrezione. Battuta in campo aperto, essa si sarebbe d’ora in poi manifestata sotto le forme, non meno insidiose, della guerriglia, finendo col degenerare rapidamente in vero e proprio brigantaggio…..Il riflusso dell’insurrezione, ormai battuta ovunque in campo aperto, e l’approssimarsi della stagione invernale avrebbero fatto presto prendere – riteneva Clary – “à cette guerre unae autre face”. Le bande, ricacciate dai centri abitati, sarebbero state costrette a rifugiarsi sui monti e nei boschi, dove per sopravvivere, avrebbero dovuto suddividersi in piccoli nuclei, dediti al banditismo spicciolo. Questa nuova situazione avrebbe imposto un nuovo sistema repressivo, basato su forti colonne mobili, destinate a proteggere i centri maggiori e le vie di comunicazione, e che sarebbero risultate assai più efficaci dei piccoli distaccamenti isolati. E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Delle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative nel controllare il territorio, e persino ad insediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine dell’ottobre 1806, infatti, questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben presto viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario”. (51) Di talché egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottointendenza.”. Il Barra, a p. 312 nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto del sottointendente B. Caprile all’intendente Charron, Sala 4 ottobre 1806.”. Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 58 in proposito scriveva che:  “E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Dalle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative a controllare il territorio, e persino ad assediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine di ottobre 1806, infatti questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben spesso viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione  tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario” (51). Di talchè egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottintendenza.”. Il Barra (…), a p. 58, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto dell’intendente Charron del 22 ottobre 1806.”.

Nel 1807, la fine della guerriglia contro i Francesi Napoleonici

Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.

Dal 1807 al 1811, Vibonati fu sede di Distretto

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Sede di distretto con 12 comuni dipendenti fino al 4 maggio 1811 (Legge da Parigi n. 122) quando venne sostituito da Vallo come sede di Distretto (1). Capoluogo di mandamento poi fino al 1924 quando venne sostituito con Sapri. Ecc..”. Ebner a p. 740 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Con la Legge 19 gennaio 1807, n. 14 (Napoli), Giuseppe Napoleone divise la Provincia di Principato Citeriore in 46 circondari. Vallo divenne distretto con la legge 4 maggio 1811, n. 122 che divise la provincia in 14 circondari, come immutati sono i comuni. Con la legge 19 gennaio 1807, n. 14 si stabilì (v. Ebner, Storia cit., p. 221), che il primo paese elencato era sede del circondario e “del giusdicente”. Il Laudisio cit., p. 60 ci informa (vedi oltre) dei tre circondari in provincia di Principato della sua Diocesi.”. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 741, in proposito scriveva che: “Il Laudisio (26) scrive che l’intera diocesi, ai suoi tempi, per ciò che attiene l’amministrazione civile, comprendeva sei circondari nei quali risiedevano i giudici regi, di cui tre nella provincia di Basilicata e tre nella provincia di Principato Citra. E cioè Vibonati, Torre Orsaia e Camerota, villaggio quest’ultimo, dove si erano rifugiati i saraceni che distrussero per la prima volta Policastro e che si erano stanziati pure ad Agropoli.”.

La partenza e fuga in Sicilia dei filo-borbonici della banda dello Stoduti

Sempre il Mallamaci a p. 79, riguardo l’episodio di Maratea, in proposito scriveva che: “Contro i francesi si distinsero quattro torracchesi, ad essi il re, il 17 novembre 1807 riconobbe il merito di aver immolato la vita in combattimento per la difesa dello stato. Alle loro famiglie assicurò un adeguato sussidio: Pietro Falco, granatiere il 7 agosto 1806, in un attacco al suo paese, perse la vita. Alla moglie vennero assegnati 25 carlini al mese; Carmelo Bifani; Pietro Paolo Mercadante, Sabato Marotti.”. Sempre il Mallamaci a p. 79, sulla scorta del Gaetani scriveva che: “Tra le persone di Torraca che dovettero prendere la via dell’esilio e recarsi in Sicilia con gli Stoduti, si annoverano: Capitano Don Francesco Bifani, insieme alla moglie Donna Nicoletta e i figli Rosa e Andrea; Capitano Don Vincenzo Falco, la moglie Donna Laura, le filgie Annamaria e Rosa, il fratello Francescantonioo, insieme ai propri figli Felicia e Pietro; Don Antonio Barra, (cognato dei capitani Bifani e Falco), la propria consorte Antonia e i figli Maria, Francesco, Giuseppe, Laura, Pietro e Carmine.”.

Nel 1807-1808, Sapri in uno schizzo del Genio Militare Napoletano inedito: “Croquì’ di Sapri”

In alcuni miei articoli e studi pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Questi disegni (8), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie.

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(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8)

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(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8)

Si tratta di un disegno (2) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 10, riporta la scritta: Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘ (Fig. 10). Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo e, il programma di organizzazione strategico militare che promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la progettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. Lo schizzo all’impronta, manoscritto detto “Croquì’ di Sapri” è uno dei disegni e carte tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a  (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg……, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Nel 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento, alcuni disegni e carte simili furono pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Questo disegno conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli proviene dalla Sezione “Manoscritti e Rari” dove nella sua collocazione è scritto “manoscritto inizio sec. XIX”. Infatti, questo schizzo all’impronta non è datato, non riporta data e sulla sua probabile datazione possiamo solo riferirci a ciò che è scritto nella sua collocazione “manoscritto inizio sec. XIX”. Dunque, secondo la sua collocazione, il disegno in questione doveva essere datato intorno ai primi anni del 1800. E’ molto probabile che questo disegno o schizzo all’impronta sia un disegno militare. Infatti, in esso vengono riportate alcune utili informazioni militari come ad esempio la linea di costa e le batterie militari esistenti e quelle proposte come ad esempio si legge nella leggenda “C. batteria proposta”. Dunque, non vi è alcun dubbio sulla paternità di questo disegno che è stato redatto ed eseguito sicuramente da qualche rilevatore militare appartenuto al Genio Militare Napoletano. Mi chiedo a questo punto quale fosse il Genio Militare Napoletano, quello Borbonico oppure quello dell’occupazione militare del Regno di Napoli da parte di Giuseppe Bonaparte che poi in seguito con Gioacchino Murat diventò del Regno delle Due Sicilie. La collocazione parla di “….inizio secolo XIX”, dunque potrebbe trattarsi del Genio Militare Napoleonico di Giuseppe Bonaparte. Infatti, oltre al titolo del lavoro “Croquì di Sapri” che è un evidente francesismo. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Rileggendo il testo di Adriano Caffaro (…), “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato nel 1989, dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN e, dove Adriano Caffaro (…) si occupò di documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli, a pp. 22 e pp. 24-25, si può vedere un disegno simile che riguarda Agropoli datato 4 marzo 1807. Il Caffaro a pp. 22-25 in proposito scriveva che: “La fortificazione complessiva della zona è rappresentata da un altro disegno del 4 marzo 1807 di mm. 275 x 385, nel quale non viene riportata la scala; è schedato B (a) 5 (b) (3. Lo schizzo visualizza i “contorni di Agropoli”, evidenzia la strada d’accesso e di ecc….In alto a sinistra è la scritta “Croquì dei / Contorni di Agropoli / Il 4 marzo 1807 ecc…(13)”. Caffaro a p. 25, nella sua nota (13) postillava che: “(13) La costruzione della torre dei ecc……Questi due disegni di Agropoli sono stati già pubblicati senza schede e commento dal Vassalluzzo, Castelli….., op. cit., pp. 6, 24. Un altro simile disegno ha la collocazione B (a) 28 (48.”. Dunque, Caffaro nella sua nota (13) postillava e citava Mario Vassalluzzo (…) ed il suo Castelli, torri e borghi della costa cilentana, ma devo precisare che il Caffaro si sbagliava in quanto a pp. 6 e 24 il Vassalluzzo non pubblicava nessun documento. Il Vassaluzzo (….), a p. 70 parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “Sotto i Napoleonidi e, successivamente, al tempo della restaurazione borbonica, il castello fu armato come non mai e intorno furono costruiti dei fortini, rispondenti alle armi di artiglieria del tempo (26).”. Il Vassalluzzo a p. 70 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Biblioteca Nazionale di Napoli, ‘Pianta del forte di Agropoli’ non catalogata, Cartella 25B.”. Il Vassalluzzo riportava la stessa collocazione del documento citato da Caffaro anni dopo ma non lo pubblicava.

A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ un disegno manoscritto, una sorta di schizzo disegnato a mano libera e in bianco e nero con inchiostro su carta, redatto all’impronta su carta bianca, di dimensioni cm. 27,5 x 28, senza indicazione di scala che, documenta l’assetto topografico ed urbano di Sapri e della baia, agli inizi dell’800 ed illustra una sommaria veduta planimetrica di Sapri, della baia, del porto naturale e del suo immediato entroterra. Nello schizzo planimetrico, una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Nello schizzo (Fig. 10), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig…..). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem; A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una T. Scialandro e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire), torre cavallara Vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati.

Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’. Dalla leggenda dello schizzo “Croquì di Sapri” (Fig. 10-11), posta in alto a sinistra, si evince che al punto ‘C’ = Batteria Proposta’, “alt. del Rosario’,  veniva proposta la costruzione di una nuova Batteria, la costruzione di un nuovo Fortino dotato di batteria di cannoni posto su un’altura detta ‘del Rosario’ che doveva trovarsi sopra la località ‘Fortino’. Si trattava forse proprio della nuava batteria di cui abbiamo i disegni di progetto del prospetto principale (Figg…….).

Nello schizzo, sul lato orientale, il compilatore disegnava ed indicava  il nucleo urbano di Sapri. Il redattore dello schizzo indicava il nucleo urbano di Sapri costituito in due parti come se fossero due rioni, i quali sono rappresentati separati da un fiumerello o da un grosso torrente. Guardando la linea del torrente disegnata si vede che questo fa una leggera curvatura verso oriente e dunque esso somiglia al Torrente Brizzi. Infatti guardando l’immagine attuale satellitale si può vedere la stessa deviazione o curvatura del corso del torrente Brizzi. Dunque, siccome i due nuclei abitati o urbani segnati nello schizzo sono due e sono uno ad occidente e l’altro ad oriente separati dal torrente Brizzi, io credo che si tratti dei due borghi marinari della “Marinella” e l’altro delle “Mocchie”. Nel disegno viene indicato il torrente ‘Brizzi‘, di portata maggiore che divide il piccolo rione della ‘Marinella‘. Il rione ‘S. Giovanni’, ingranditosi solo più tardi e il rione del ‘Rosario’ (attuale via Cassandra) ancora non figuravano. Infatti, guardano lo schizzo d’epoca Murattiana (primi anni del 1800), si può notare che ad occidente, il redattore dello schizzo ha segnato il torrente ‘Ischitello’. In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro (13). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni ( litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem; A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, forse la torre detta del ‘Buondormire’, torre cavallara vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati. Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti.

Nel 1807, la loggia massonica di Lagonegro “La Filarete Lucana”

Leggiamo da wikipedia che nel 1807 sorge a Lagonegro la prima loggia massonica-carbonara (fra le primissime in Basilicata) che fu chiamata “la Filarete Lucana” è stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia in bronzo, coi segni della massoneria del compasso, della squadra e dei tre puntini con la denominazione in giro: “la filarete lucana o (oriente) di Lagonegro.” nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico e accettato, esso ha rievocato e assunto lo stesso nome di Filarete Lucana, servendosi dello stesso suggello”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri ecc…”, parlando di Policastro, a p. 183 in proposito scriveva che: “Nel 1911, nella vicina Lagonegro, sorse una setta massonica d’antico rito scozzese con il nome di “Filarete Lucana”. Ad essa si iscrissero numerosi cittadini, di varia estrazione sociale, di Policastro, di Scario, di Vibonati, di Sapri e di altri centri della zona. Parecchi anni or sono, fu rinvenuto, nella contrada detta “Calancone”, il sigillo di bronzo della loggia, con i segni del compasso, della squadra e dei tre puntini, con la scritta in giro “La Filarete Lucana Oriente di Lagonegro” (77).”. Il Guzzo (….) a p. 183, nella sua nota (77) postillava che: “(77) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro – Napoli, 1913 – pag. 341.”. Infatti, Carlo Pesce a p. 341 in proposito scriveva che: “In Lagonegro era sorta una loggia o vendita’ di Carbonari, che fu detta ‘La Filarete lucana’, alla quale erano iscritti molti cittadini d’ogni ceto, desiderosi di novità, o ligi al passato regime. Le loro segrete riunioni si tenevano in una casetta appartata in contrada Calancone, dove spesso dalle innocue congiure si passava al vino ed alla crapula. E’ stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia, in bronzo, coi segni della massoneria, del compasso, della squadra e dei tre puntini, e con la denominazione in giro ‘la Filarete Lucana. O (Oriente) di Lagonegro. Nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico ed accettato, essa ha rievocato ed assunto l’antico nome di ‘Filarete Lucana’, servendosi dello stesso suggello.”. Il Mallamaci (….), nel suo testo sulla storia di Torraca, a p. 84, parlando dei moti rivoluzionari del 1828, in proposito scriveva che: “Il carbonaro di Torraca, un certo ‘Andrea Valenoto’ che faceva capo alla setta dei ‘Filadelfi’, partecipò a questi embrionali moti.”.

Nel 1808, il Regno di Napoli e Gioacchino Murat

Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Nel 1808 Napoleone nominò re di Napoli Gioacchino Murat, a seguito della nomina del precedente reggente, Giuseppe Bonaparte, a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna, succedette l’8 luglio Gioacchino Murat, che fu incoronato da Napoleone il 1º agosto dello stesso anno, col nome di “Gioacchino Napoleone”, ‘re delle Due Sicilie, par la grace de Dieu et par la Constitution de l’Etat, in ottemperanza allo Statuto di Baiona che fu concesso al regno di Napoli da Giuseppe Bonaparte. Il nuovo sovrano catturò immediatamente la benevolenza dei cittadini liberando Capri dall’occupazione inglese, risalente al 1805. Aggregò poi il distretto di Larino alla provincia di Molise. Fondò, con decreto del 18 novembre 1808, il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade e avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli (il ponte della Sanità, via Posillipo, nuovi scavi ad Ercolano, il Campo di Marte), ma anche nel resto del Regno: l’illuminazione pubblica a Reggio di Calabria, il progetto del Borgo Nuovo di Bari, l’istituzione dell’ospedale San Carlo di Potenza, Guarnigioni dislocate nel Distretto di Lagonegro con monumenti e illuminazioni pubbliche, più l’ammodernamento della viabilità nelle montagne d’Abruzzo. Fu promotore del Codice napoleonico, entrato in vigore nel regno il 1º gennaio 1809, un nuovo sistema legislativo civile che, fra le altre cose, consentiva per la prima volta in Italia il divorzio e il matrimonio civile: il codice suscitò subito polemiche nel clero più conservatore, che vedeva sottratto alle parrocchie il privilegio della gestione delle politiche familiari, risalente al 1560. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 328-329 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “VI. – Passato il Re Giuseppe al trono di Spagna nel 1808, e nominato Re di Napoli Gioacchino Murat, cognato dell’Imperatore e Granduca di Berg, la fama del valore del nuovo Sovrano e delle vittorie riportate ad Aboukir, a Marengo, ad Austerlitz, a Iena, a Madrid, gli procacciò tosto le simpatie dei sudditi. Nato povero ed oscuro, elevato, pei suoi meriti, ai supremi gradi dell’esercito, al parentado Napoleonico, alla Corona regale, bello ed aitante della persona, valoroso ed invitto, radunava in sè tutto quel che piace ai popoli, onde fu accolto dai Napoletani con immenso giubilo. Il Decurionato di Lagonegro, nel 19 Novembre 1808, etc…”.

Nel 1808, il Fortino del Cervato, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”.

Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois

Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: “Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufuourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).

Nel 1809, la flotta Inglese al comando del gen. Sir. John Stuart nel Golfo di Policastro e a Sapri

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “….la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Infatti, Carlo Pesce, a pp. 324-325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati ecc….”. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Sempre il Carlo Pesce (…), a pp. 310-311, riferendosi a Lagonegro in proposito scriveva che: “La Città, posta allo sbocco ecc….non solo punto necessario di passaggio e di concentramento delle truppe, provenienti dalla Capitale, ma altresì un posto strategico per la sorveglianza delle spiagge del vicino golfo di Policastro, dove spesso sbarcavano, su navi inglesi, truppe ed emissari borboniani per molestare i nuovi dominatori ed i fautori del nuovo ordine di cose, più che per tentare la ricuperazione del Regno perduto, e dove il Colonnello Borbonico Rocco Stoduti, il feroce repressore dei moti del 1799, il Maggiore Giuseppe Necco, e il famigerato D. Vincenzo Peluso di Sapri promuovevano continue ribellioni (1). Mancando gli alloggi per le truppe, furono ridotte in caserme varie case private, come quella Gallotti alla piazza Rosario e quella Corrado; ecc…….Riferisce il Colletta, che nel 1809, quando la flotta anglo-sicula, comandata da D. Leopoldo di Borbone e dal Generale Steward, percorreva il Tirreno e minacciava le coste qua e là, le schiere Murattiane ‘s’adunarono in tre campi, uno a Monteleone di 4000 soldati, altro a Lagonegro di 1600, ed il terzo di 11000 in Napoli e nei dintorni.”. Il Pesce, a p. 311, nella sua nota (1) postillava del prete Peluso scrivendo che: “(1) Il Prete Peluso, devotissimo alla Corte Borbonica, la seguì a Palermo, e spesso, approdando alle coste di Policastro e nascondendosi nelle caverne di Serralonga, ne usciva per esercitar vendette più per proprio conto che per la causa borbonica. Egli fu l’assassino del patriota Costabile Carducci nel 1848. (Vedi il mio opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’. Lagonegro, Tip. Lucana, 1905).”. Dunque, il Pesce (…) e prima ancora il Racioppi (….), dicono “generale sir Stuart”, ma sempre il Pesce, citando il Colletta (….) lo chiama “Generale Steward”. La flotta anglo sicula era capeggiata da un rampollo della famiglia Borbone. Leopoldo di Borbone, nome completo Leopoldo Giovanni Giuseppe Michele di Borbone, principe di Salerno membro della casa dei Borbone, principe delle Due Sicilie e principe di Salerno, fu l’unico figlio del re Ferdinando I che non si legò a nessuna casa reale europea e che condusse una vita tranquilla nella città di Napoli. Leopoldo era il sedicesimo figlio di Ferdinando I (1751–1825), re del Regno delle Due Sicilie e della sua consorte Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, al momento della sua nascita sovrani del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia. Durante il periodo murattiano, la corte di Napoli, rifugiata in Sicilia, gli affidò funzioni rappresentative, che non furono sempre fortunate. Nel 1808 Napoleone nominò re di Napoli Gioacchino Murat, a seguito della nomina del precedente reggente, Giuseppe Bonaparte, a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. Nel 1809 egli capeggiò formalmente la sfortunata spedizione anglo-borbonica nel golfo di Napoli. L’11 Giugno. In appoggio alle operazioni militari contro la Francia il Gen. John Stuart con 8.000 inglesi ed il Gen. Bourchard con 12.000 soldati borbonici salpano da Milazzo con duecento barche verso il golfo di Napoli scortati da due fregate, due corvette e diverse cannoniere borboniche e dalla squadra navale inglese comandata dal Commodoro Martin. Capo nominale della spedizione il principe di Salerno Leopoldo di Borbone imbarcato sulla fregata “Minerva”. Stuart, Sir John. – Generale inglese (n. in Georgia, America Settentr., 1759 – m. Clifton 1815). Combatté nella prima guerra d’indipendenza americana e successivamente, passato in Europa, nelle guerre contro la Francia rivoluzionaria. Brigadiere generale nel 1801, nel 1805 fu inviato a Napoli per cooperare con i Russi alla difesa della città. Riparato in Sicilia dopo la partenza di questi, nel luglio 1806 compì una fortunata incursione a S. Eufemia, e presso Maida sconfisse i Francesi; per questa fortunata impresa ebbe poi da Ferdinando I il titolo di conte di Maida. Così esposta, Napoli cadde sotto l’avanzata delle truppe di Masséna, ma Gaeta resistette ancora al re Ferdinando e la forza principale di Masséna fu rinchiusa nell’assedio di questa fortezza. Stuart, che era al comando temporaneo, si rese conto della debolezza della posizione francese in Calabria e il 1 ° luglio 1806 sbarcò rapidamente tutte le sue forze disponibili nel Golfo di Sant’Eufemia. Il 4 la forza britannica, forte di 4.800 uomini, ottenne la celebre vittoria di Maida sull’esercito di Reynier. Un anno dopo, divenuto luogotenente generale, ricevette il comando del Mediterraneo che mantenne fino al 1810. Le sue operazioni si confinarono nell’Italia meridionale dove Murat, re di Napoli, deteneva la terraferma mentre le truppe britanniche e siciliane (insieme ad alcuni ) tenne la Sicilia per il re borbonico. Tra gli eventi di questo periodo si possono ricordare il mancato soccorso del colonnello Hudson Lowe a Capri, la spedizione contro le cannoniere di Murat nel golfo di Napoli e il secondo assedio di Scilla. I vari tentativi di Murat di attraversare lo stretto in modo uniforme fallirono, anche se in un’occasione i francesi riuscirono effettivamente a prendere piede nell’isola. A.G. Macdonell nel suo libro del 1934 Napoleon and His Marshals descrive Stuart come “un uomo pigro, incompetente e malvagio“, ma non è chiaro perché Macdonell pubblichi una descrizione così denigratoria. Nel 1810 Stuart tornò in Inghilterra.

Nel 1809, a Sapri, il prete Peluso si imbarcò con la flotta Ingelese seguendola a Palermo

Carlo Pesce (…), a pp. 310-311, riferendosi a Lagonegro in proposito scriveva che: ….dove il Colonnello Borbonico Rocco Stoduti, il feroce repressore dei moti del 1799, il Maggiore Giuseppe Necco, e il famigerato D. Vincenzo Peluso di Sapri promuovevano continue ribellioni (1).”. Pesce, a p. 311, nella sua nota (1) postillava del prete Peluso scrivendo che: “(1) Il Prete Peluso, devotissimo alla Corte Borbonica, la seguì a Palermo, e spesso, approdando alle coste di Policastro e nascondendosi nelle caverne di Serralonga, ne usciva per esercitar vendette più per proprio conto che per la causa borbonica. Egli fu l’assassino del patriota Costabile Carducci nel 1848. (Vedi il mio opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’. Lagonegro, Tip. Lucana, 1905).”. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a p. 8, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica..

Nel 1809, il Prete Vincenzo Peluso

Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a p. 8, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità ecc..”. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799  e seguenti. Un uomo leale,  generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘  della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”.

Nel 1809, Sapri era abitata da 1455 abitanti

Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Nel 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne conteneva 1368 (4).”. Il Vassalluzzo a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Rizzi F., Oss. stat. sul Cilento, op. cit., p. 69. Cassese L., La “statistica”, op. cit., p. 281. Sinno A., ‘Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo’, parte II, 1954, p. 130. Ecc…”. Dunque, il Vassalluzzo citava il testo di Filippo Rizzi (….), ovvero il suo “Osservazioni statistiche sul Cilento” e il testo di Leopoldo Cassese (…)

Nel 1° gennaio 1810, Sapri diventa Comune autonomo del Regno delle Due Sicile di Gioacchino Murat

Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta che nel 1810 il 6° Sindaco di Sapri era “6) – Vincenzo Peluso” e, dal 1810 il 7° Sindaco “7) – Lorenzo Autuori nel 1811”. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie.

Dal 1808 al 1815, epoca Murattiana, il sigillo civico del Comune di Sapri appartenne al Mandamento di Vibonati

Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “Nel periodo che va dal 1808 al 1815, epoca murattiana, il sigillo del Comune di Sapri, appartenne al Distretto e Circondario di Vibonati, in Provincia di Principato Citra (Salerno), viene semplificato: ha fondo chiaro e contenuto leggermente diverso: un uccello sulle acque, con un emblema sulla testa e la scritta in giro ovale: “Comune di Sapri-Provincia di Salerno (6)“. Il Tancredi a p. 88, nella sua nota (6) postillava che: “(6) A.D.P.: ‘Idem, Fasc. 13° per D. Giuseppe Timpanelli (10 marzo 1910).“.

Nel 10 febbraio 1810, un documento del Comune di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 93-94 cita un documento del 1810 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 94 dice “Affari demaniali Winspeare uno (11)”. Il Tancredi (…), a pp. 94-95 in proposito scriveva che: “Il documento che si riporta è il testo di una lettera inviata dal Comune all’Intendenza nel 1810. Dal contenuto  si comprende la relativa importanza, in quanto può solo testimoniare il corretto governo del precedente signore di Sapri, il conte di Policastro. All’inizio, dove figura il punteggiato, mancano due righi contenenti nella sostanza i soliti nomi della burocrazia (di difficile lettura), ma che non incidono nella sostanza del documento. Alla fine della lettera sono riportati i nomi dei firmatari ed il bollo ad inchiostro. “Oggi che sono il 10 del mese di febbraio 1810 Sapri. Precedente invito fatto dal Sig. secondo Eletto Giuseppe Gerbase, funzionario del Sindaco Vincenzo Peluso afferma…..che si sono riuniti nella solita Casa del Consiglio ed alla loro presenza dal Sig.r Segretario del Decurionato è letta la circolare di S.E. il Sig.r Intendente, registrata negli Atti dell’Intendenza nn. 44 a 10 dicembre 1810 relativo ai gravami da addurre nella Commisssione stabilita da S. M. sull’abolita Feudalità, se mai questo Comune ne abbia mai riceuti dagli Ex Decreti del 16 dicembre ecc….Alla fine della lettera sono riportati i nomi dei firmatari e il bollo o ad inchiostro, raffigurante un uccello sull’acqua ed in giro l’iscrizione “Comune di Sapri” – Provincia di Salerno”. Il Tancredi a p. 94, nella sua nota (11) postillava che: “(12) Archivio di Stato di Napoli Fasc. 8”.

Nel 1810, Gioachino Murat sbarcò a Sapri

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 329-310, in proposito scriveva che: “Sia per conoscere le provincie, sia per tentare una invasione in Sicilia, difesa dalla flotta Inglese, Gioacchino nel 1810 s’inoltrò fino all’estrema Calabria. Poichè l’ultimo decreto firmato a Napoli è del 16 Maggio 1810, ed il primo, datato Cosenza, è del 23 dello stesso mese, si rileva che egli, in questo intervallo di 7 giorni, percorse tutto quel cammino seguendo la regia strada rotabile, parte costruita e parte in costruzione. Già fin dal Marzo il Decurionato di Lagonegro aveva assunto l’obbligo di somministrare ‘alla truppa, che dovrà sfilare in occasione del prossimo viaggio di S. M., tutta quella carne che sarà necessaria’, tuttochè vi fosse pubblico macello dato in appalto ‘per uso e comodo del Comune e della Truppa’. Giunse il Re a Lagonegro a cavallo la sera del 18 Maggio, accompagnato dallo Stato Maggiore e da numeroso esercito, ed ebbe festosissime accoglienze da tutti i cittadini, accorsi a completare le regali sembianze, le scintillanti divise militari e lo sfarzo di Corte. La maestosa figura di Gioacchino, dal capo coperto dall’ampio ‘Kolbak’ sormontato da piume ondeggianti al vento, etc…Nella notte il Re prese alloggio in casa Bruno, dove era il comando di Piazza, al Largo del Tribunale, e nel mattino seguente ricevè in casa Corrado, residenza del Sotto-Intendente etc…”.

Nel 1811, Sapri aveva una popolazione di 1368 abitanti

Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Infatti, la notizia che a Sapri, nel 1811, contasse una popolazione di 1368 abitanti è tratta dalla Relazione redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat, redatta da Gennaro Primicerio Guida, pubblicata da Leopoldo Cassese (….), nella sua ‘La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…’, pp. 280-281.

Nel 1811, Sapri, in una Relazione per il Governo Napoleonico di Gioacchino Murat

Nel 1998, in occasione della redazione del mio studio “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, lo studio storico-Urbanistico per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositata al Comune di Sapri, approfondii alcune notizie che avevo letto nei vari studi e pubblicazione su Sapri. Ve ne era una che destò subito la mia curiosità. Si trattava di una notizia che riguardava Sapri che veniva citata dallo storico locale Angelo Guzzo (…) che a sua volta l’aveva tratta dal Vasselluzzo (…). A p. 9 della Relazione in proposito riportavo la notizia e scrivevo che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare”(118).”. La notizia era tratta da due testi del Guzzo (…). Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 225, parlando di Sapri ci informava che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (15)“. Il Guzzo (…), a p. 225, nella sua nota (15) postillava che: “(15) A. Sinno – Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo“, 1954, Parte II, del 1955, Pag. 130”. Il Guzzo ci informava della curiosa notizia di Andrea Sinno (…). Il Guzzo non dice a quale epoca il Sinno si riferisca ma dice solo dei 400 individui di Sapri. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstriti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Il Guzzo (…) riporta la stessa notizia anche nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997. Dunque il Guzzo (…) riportava l’interessante notizia dei 400 uomini che andavano girando dentro e fuori il Regno di Napoli e scriveva che tale notizia era tratta dall’Andrea Sinno (…), ma probabilmente egli si sbagliava. Il Guzzo (…), accostava la notizia dei “400 individui di Sapri che andavano accomodando caldare” alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il testo del Sinno (…) è in mio possesso ma a p. 130 della sua Parte II, non ho trovato la notizia. Andrea Sinno (…) nel suo “Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, parlava si di Sapri ma diceva altro. Il Sinno (…), a p. 130, nella sua Parte II, in proposito scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè dalla malaria, e per di più dal pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, raggiunsero in passato i vicini paesi montani, dove trovarono fraterno accoglimento, e si assicurarono maggiori possibilità di vita, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, e rifarsi una casa con maggiori agi, e formarsi coll’industria e coll’agricoltura una posizione più vantaggiosa, oppure un certo benessere col lavoro. Agropoli e Sapri e la stessa Pesto sono oggi centri importantissimi di vita, dove le popolazioni, discese dalle zone montane, svolgono le loro ecc…”. Dunque, il Sinno citava Sapri ma non citava la notizia. Dunque, il Guzzo (…), non solo errava i riferimenti bibliografici, forse mai del tutto verificati ma riportava la notizia facendola risalire a dopo l’incursione di Dragut Pascià e come vedremo errava di molto. La notizia come vedremo non è del Sinno (…). Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1811 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1811 e non al 1552 come pare che si legga dal Guzzo. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Guzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, ecc..ecc…”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese (…), e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955 a cui il Vassalluzzo si riferiva quando a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281″ e quando scriveva che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, la notizia venne tratta dalla p. 281 di Leopoldo Cassese (…) che scriveva di Sapri all’anno 1811. Leopoldo Cassese (…), nel 1955 pubblicò La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno’, Salerno, Tip. Ispirato & Cuomo. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di Filippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’, un’altra delle inchieste di quel periodo che riguarda il Cilento e le sue condizioni economiche. Per quanto riguarda il Principato Citra o Citeriore, dove ricadevano gran parte dei nostri centri del basso Cilento, il redattore dell’Inchiesta incaricato fu Gennario Guida (…). La sua inchiesta e Relazione conservata all’Archivio di Stato di Napoli fu pubblicata integralmente dal Leopoldo Cassese che a p. 281 riportava la notizia dei “400 individui di Sapri che giravano dentro e fuori il Regno di Napoli andando accomodando caldare”.  I quesiti in ordine a cui si doveva rispondere si articolavano in quattro sezioni generali: Notizie relative allo stato fisico; Sussistenza e conservazione della popolazione; Notizie sull’economia rurale; Le manifatture. Alla fine di maggio i questionari furono inviati in tutte le universitates del Regno, e venne assegnata ai redattori una gratifica per il lavoro da svolgere. Infatti, Leopoldo Cassese (…), nel suo saggio a pp. 280-281 parlando del “Distretto di Vibonati”, cita il paese di ‘Sapri’ e non solo fornisce una serie di dati su pesi e misure adottate e su alcune produzioni ma, in proposito al paese di Sapri a p. 281, nelle “Osservazioni” scriveva che: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare.”. La notizia e la pagina 281 si trova nel Cassese (…), op. cit., in “Appendice IV – Stati di consumo”. Il Cassese (…) a p. 263 postillava che: “(*) A.S.N., Ministero dell’Interno, Inv. I, fascio 96/65, bis III.”. Certo la notizia è interessantissima trattandosi di una Relazione governativa che scriveva questo dei Sapresi ma è curiosa perchè a me risulta che a Rivello e non a Sapri, vi sia stata da tempo immemorabile l’arte e l’artigianato di accomodare caldare (caldaie di rame e stagno come quelle che venivano molto diffusamente utilizzate in passato):

(Fig….) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…, pp. 280-281

Il mestiere di accomodare caldare

Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame.

Nel XIX secolo, a Sapri, ramai e calderai

A parte il cognome noto e diffuso anticamente a Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). La collega Maria Carla Calderaro mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo. Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Il Ferrari (….), nella sua nota (43) postillava e si riferiva a Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381, in proposito a Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conte di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”.

Tuttavia, il Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”.

Nel XIX secolo, a Sapri e Torraca, ramai e calderai

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), etc..”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, …..Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte.”. A parte il cognome noto e antico di Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”. Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame. La collega Maria Carla Calderaro di Sapri mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo.

Nel 21 aprile 1812, un documento del Comune di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 95 cita un documento del 1812 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 95 dice “Affari demaniali Winspeare due (12)”. Il Tancredi (…), a pp. 95-96 in proposito scriveva che: “E’ un documento di una certa importanza, che non ha bisogno di commento. E’ datato 21 aprile 1812. Sul frontespizio è riportato, per così dire, l’oggetto: “Sapri-Provincia di Principato Citra. Domanda non coltivarsi i demani onde le acque non nocciano alle abitazioni ed al porto”. L’intendente della Provincia di Citra sulla domanda del Decurionato e cittadini di Sapri propone di far rimanere incolti i demani accantonati al Comune, poichè la loro coltivazione darebbe un più facile pendio alle acque, che recherebbero un danno alle sottoposte abitazioni ed al Porto”. Ecco il testo della lettera inviata al Ministro dell’Interno: Il Consigliere di Stato ed intendente della provincia di principato citeriore. A. S.E. Il Ministro dell’Interno. Napoli.: Eccellenza, il Comune di Sapri ecc….ecc…A questa richiesta segue la risposta del Ministro: A 25 Aprile 1812. …A.  S.E. Il Consigliere di Stato Intendente di Principato Citra”. Il Tancredi a p. 95, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Archivio di Stato di Napoli Fasc. 55/56”.

Il Fortino borbonico in località ‘Fortino’ a Sapri

Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (3), in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo. ” (3). Il Gallotti (…), medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, cita il vecchio Fortino Borbonico di Sapri e, parlando di Sapri, a p. 16, riferiva che E, oltre, agli accennati Garibaldi, Pisacane – Nicotera, ecc.. che illustrarono con i loro avvenimenti – anche quei di casa Borbone, un tempo, un tempo vi si recarono, e, tra i più autorevoli * (postillava fra tutti quelli che vi vennero”), senza dubbio, annoverato il Re Murat, che volle pure personalmente visitare il nostro amenissimo paese, ma forse più per ispezionare, sotto il rapporto strategico, il così detto Fortino di Sapri, il quale, in quel tempo, era munito pure di cannoni. Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. In un altro suo scritto, il Gallotti, scriveva pure: “Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (3), mentre il Pesce (11), ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899  “si riscontrano appena le parvenze.”. Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro “Pisacane” (Figg. 2-3), a Sapri, nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, proprio in località ‘Fortino’,  forse rinforzato  durante il decennio napoleonico, durante il decennio francese e del Regno di Gioacchino Murat e, rinforzato poi in seguito al ritorno della  della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, come attesta la documentazione da noi rinvenuta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui parleremo (12). Lo Schmiedt (4), scriveva in proposito a Vibonati-Sapri-Maratea: “Dopo il Porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172) elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino (173).”. Il vecchio Fortino borbonico a Sapri, è stato citato anche da Pifano (13) che sulla scorta di Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Pisacane il 28 giugno 1857,  in proposito così scriveva: “Il punto prescelto per lo sbarco distava dall’abitato circa due chilometri e mezzo ed era altresì lontano dalla località indicata nelle mappe del tempo col nome di Fortino  (chiamata oggi comunemente zona del Villaggio) ove era un posto doganale.”. Lo storico Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane, scriveva in proposito: Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale lasciava una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino.”.

Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (5), mentre il Pesce, ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati (6). Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro ‘Pisacane’ a Sapri o nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, in località ‘Fortino’, forse rinforzato  durante il decennio Napoleonico sotto il Regno dei francesi di Gioacchino Murat. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della Monarchia Borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri come si può vedere anche dal documento (Fig. 7), in mio possesso. Si tratta di una Carta di Passaggio (lasciapassare) rilasciata dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato, nativo di Sapri. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana:  sull’”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).

CA006738 - Copia
Punta Fortino a Sapri

(Fig….) Faro “Pisacane” in località Fortino a Sapri – il luogo dove doveva sorgere in antichità la Torre del Buondormire e in seguito, in epoca Borbonica il “Posto Doganale”.

Nel 1813, il progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella” del Sotto Direttore della Fortificazione Salati, funzionario del Genio militare dell’Esercito Murattiano

C.G.25A032

(Fig….) Progetto di un Fortino “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella ecc..”, a Sapri – documento inedito da me scoperto (Archivio Attanasio)

In alcuni miei articoli e studi pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Questi disegni (…), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione Napoleonica del Regno delle Due Sicilie. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Il progetto, illustrato in Figg……., è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, stà in “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Il disegno a colori acquerellato su carta ( Figg……), Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata TorricellaVi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni” (Fig……). Si tratta di un progetto del Colonnello Costanzo del Genio militare Napoletano dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie, per la costruzione di un fortilizio con batteria di cannoni dove oggi si vede il Faro Pisacane o forse nel luogo dove oggi sorge l’Ospedale Civile di Sapri. Non sappiamo se la costruzione militare progettata dal Genio Militare fosse mai stata realizzata. Il disegno a colori ed acquerellato, di dimensioni 25 x 41, è inserito in un doppio riquadro, di cui all’interno più spesso, con sopra a sinistra l’indicazione di un numero 6; in alto a sinistra vi è indicato una leggenda, e a destra il ‘ Profilo della linea A B C ‘; in basso a sinistra vi è indicata la ‘scala per la pianta‘ che è di mm. 68= 22 mt.; in basso al centro, vi è riportata la firma del Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’, che Adriano Caffaro (….), apprendiamo essere stato nel 1813, preposto a Direttore del Genio militare dell”Esercito’ (….) francese nel Regno delle Due Sicilie, dopo la divisione del Genio militare. Si tratta di un disegno (….) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. Nel 1989, alcuni disegni e carte simili, circa dieci anni dopo la mia scoperta furono pubblicate da Caffaro Adriano (….), op. cit. (…). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Anche in questo caso, come pure nel “Croquì di Sapri”, il disegno acquerellato in questione del progetto Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata TorricellaVi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni, non è datato e, non vi è scritto nulla a riguardo una possibile datazione. Sul disegno (Fig…..) è scritto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “ e, poi anche: “V (vedi) B = Colon.lo Dir. del Genio/ /Costanzo”. Nell’intestazione questo disegno o progetto è scritto pure “vedi la pianta topografica di Sapri e dè suoi contorni”. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Infatti, Adriano Caffaro (…), nel suo testo citato cita il Colonnello del Genio Costanzo, che dal nostro documento pare sia l’autore del progetto in questione. Caffaro (…) a p. 25, in proposito scriveva che: “Estendendo la nostra indagine ad altre località fortificate della costa cilentana, troviamo un interessante disegno a colori di mm. 425 x 310, senza indicazione di scala, segnato B a 21 853, di epoca murattiana, raffigurante il porto degli Infreschi presso Camerota. La ‘Pianta figurativa del porto degli Infreschi’ è inserita in un doppio riquadro, di cui l’esterno più spesso. In basso a destra è la firma ‘Il Diret. Colon. o del / Genio Costanzo (14).”. Passaggio interessantissimo. Dunque, il disegno non è lo stesso nostro e non è neanche simile ma il Caffaro cita il colonnello Costanzo per un disegno della stessa epoca a Palinuro. Il Caffaro (…) a p. 25 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125. Il corpo del Genio fu diviso nel 1813 in due parti: Genio dell’esercito al quale fu preposto Costanzo e Genio dell’armata attiva Colletta (N. Cortese, ‘Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806 al 1815, Estr. “Rassegna Storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28.”. Dunque, il Caffaro in questo caso, parlando del Genio Militare Napoletano all’epoca di Gioacchino Murat, cita Francesco Barra (…) e Nicola Cortese (…) e scriveva che nel 1813 il Colonnello Costanzo fu preposto al corpo del Genio dell’Esercito. Ma la cosa più interessante è l’autore del progetto. Si tratta dell’Intendente Salati, dipendente dall’ufficio del Genio dell’Esercito Colonnello Costanzo. Infatti, sul disegno in questione è scritto: “Il Sotto Dirett: Salati”. Infatti, sempre dal Caffaro apprendiamo a p. 38 che: “Il disegno a colori, firmato Il Tenente Marotti / Col mio Intervento / Il Sotto Direttore della Fortificazione Salati. Il Direttore Colonnello del Genio Costanzo, ecc…”, per un disegno simile, un progetto di una batteria da costruirsi a Palinuro.

particolare del Fortino
particolare del Fortino - Copia

(Fig…..) Disegno di Progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “, progetto di un fortino da costruirsi a Sapri, disegno del Genio militare francese, a firma del ‘Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’ (2), epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari‘ (…).

Riguardo poi le notizie ed informazioni sulle batterie costiere costruite e attive presso il litorale del basso Cilento, Adriano Caffaro (….), in proposito, a p. 45 scriveva che: “L’esame degli ultimi progetti di fortificazione e la ricostruzione delle varie linee difensive danno l’idea precisa del grande lavoro effettuato dal corpo del Genio militare per rendere veramente imprendibile il promontorio di Palinuro e costituirlo a caposaldo militare dell’intero tratto costiero del Cilento. Infatti, il 1° novembre 1811 quando la marina di Palinuro venne investita dalle truppe borboniche, mentre la flotta anglo-sicula ecc…(36).”. Caffaro a p. 45 nella sua nota (36) postillava che: “(369 La notizia è anche in M. Acciarino, ‘Segreteria di guerra e marina, ramo guerra. Inventari dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni. Anni 1753-1823, Napoli, Archivio di Stato, 1974, p. 73.”. Non sappiamo se il progetto del Genio militare Napoletano (Figg……), fosse stato mai realizzato o fosse stato proposto per rinforzare un fortino borbonico preesistente nei pressi della Torre di Buondormire, che si trovava dove attualmente si trova il presidio ospedaliero di Sapri o dove attualmente si trova il Faro di Sapri. In quell’area di Sapri, doveva già trovarsi un piccolo Fortino munito di cannoni come ci ricorda il Gallotti (…) ed il Pesce (…) e, come si può vedere nel rilievo del Ten. C. Blois (Fig. 1)(…), del 1819,  che cita una Torre del Fortino (che doveva essere la Torre del Buondormire), oggi scomparsa. Riguardo i Fortini o batterie presenti a Sapri nell”800, il particolare (Fig…..), tratto dallo schizzo (Fig…..) da noi rinvenuto e pubblicato, cita all’estremo lembo della baia di Sapri, ad occidente, un’ ‘antica batteria’ e  una ‘T. Buondormire‘ , la Torre del ‘Buondormire’, torre costiera e marittima di avvistamento, oggi scomparsa, ma costruita molto prima della costruzione delle Torri costiere fatte costruire dai Vicerè Spagnoli alla fine del ‘500, come la Torre dello Scialandro, del Lubertino e di Capobianco a difesa delle coste. La Torre detta  del “Buondormire”, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro ‘Pisacane‘ (Figg. 2-3). Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri.

Nel 20 novembre 1814, un documento del Comune di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 98 cita un documento del 1814 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 98 dice “Affari demaniali Winspeare tre (13)”. Il Tancredi (…), a pp. 97-98 in proposito scriveva che: “Il seguente documento, senza data, ma facilmente databile al 20 novembre 1814 (data riportata su un altro documento dello stesso foglio, riguardante altra città), è, in realtà, una semplice annotazione per ricordare un provvedimento precedente, quello del Fs. 55/56, riportato innanzi. “Comune di Sapri, Provincia di Principato Citeriore. Con rapporto dell’Intendente del 21 aprile 1812 al Ministero dell’Interno, si propose di far rimanere incolte le dodici quote stabilite sui terreni dell’ex feudatario, spettanti in divisione al Comune, per allontanare, al possibile, coltivandosi, il pericolo dell’inondazione; ecc….”. Il Tancredi a p. 98, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Archivio di Stato di Napoli Ms, Fasc. 88/21”.

Nel 1815, il prete di Sapri, don Vincenzo Peluso accompagnò la regina Carolina in viaggio a Vienna

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 110, in proposito scriveva che: “Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1).”. Mazziotti, a p. 110, nella nota (1) postillava: “(1) Sentenza della sezione di accusa di Potenza del 16 gennaio 1863. Rapporto del giudice istruttore Iuliani del 12 marzo 1849. (Processo Carducci), vol. 2°, parte 2°.”. Maria Carolina Luisa Giuseppa Giovanna Antonia d’Asburgo-Lorena, nota semplicemente come Maria Carolina d’Austria (Vienna, 13 agosto 1752Vienna, 8 settembre 1814), nata arciduchessa d’Austria, divenne regina consorte di Napoli e Sicilia come moglie di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia. Fu deposta nuovamente dalle forze napoleoniche nel 1806 e trascorse i suoi ultimi anni in esilio a Vienna, dove morì nel 1814, poco prima di poter assistere alla restaurazione dei Borbone sul trono delle Due Sicilie.

Nel 1815, Sapri in una carta geografica dell’epoca

Un altro documento unico per la ricostruzione dell’evoluzione urbanistica di Sapri è la carta illustrata in Fig….Si tratta della carta manoscritta del “Golfo di Policastro”, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri). In questa carta del primo quarto di secolo XIX si vede chiaramente indicato il nucleo urbano di Sapri e la frazione non distante del Timpone segnato come “Lo Tempone”. La carta in questione ivi richiamata più volte in quanto in essa si indicano alcuni toponimi come le Torri marittime visibili lungo la costa di Sapri è interessante in quanto in essa si vedono segnati gli edifici e rioni che costituivano il nucleo urbano di Sapri.

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

(….) Cestaro Francesco Paolo, Il vescovo di Policastro e la reazione borbonica del 1799: con saggio di poesie sanfediste‘,

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(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985 (Archivio Attanasio)

(….) B.N.N. Sezione Manoscritti e Rari ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2),  idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3) Archivio di Stato di Napoli, pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437

(8) (Figg……) “Croquì’ di Sapri”. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a  (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg. 4-5-6, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN

(….) Sinno Andrea, Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo’, Salerno, 1954, vol. I-II, si veda, parte II, p. 130 (Archivio Attanasio)

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(….) Gaetani Rocco, “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca“, Roma, 1906 (Archivio Attanasio), originale

(….) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914 (Archivio Attanasio)

(….) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)(1)

(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Discorso XI, parte II, Napoli, 1745, da p. 428 a p. 438 e pure II° edizione Gessari, 1795, pubblicata postuma da Mazzella Farao (Archivio Attanasio)

(….) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809; si veda pure ristampa ed. Galzerano, p. 39 (Archivio Atanasio)

(….) Giustiniani Lorenzo, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli , tomo II, 1797, p. 341

(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823

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(….) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (Archivio Attanasio)

(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976 (Archivio Attanasio)

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(….) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24

(….) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio)

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(…) Avv. Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, 1913 (Archivio Attanasio). Dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)

(….) Barra Francesco, Principato Citra Storia 1806, stà in ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, anno 1992, anno LXXIX – Fascicolo III – Luglio Settembre 1992, ed. Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, pp. 304 e s.; si veda pure dello stesso autore: Barra Francesco, Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815, ed. Società Editrice meridionale, 1981; si veda pure: Il Decennio francese nel Regno di Napoli – 1806-1815 – studie ecc…, Napoli. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra’, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2. (sarebbe a. 6, 1988) (Archivio Attanasio)

(…) Du Casse A., Mémoires du roi Joseph, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121

(….) La Greca Amedeo, Di Rienzo Antonio, La Greca Emilio, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, Agropoli, 1984 (Archivio Attanasio)

(….) Calà-Ulloa Pietro, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi, Roma, 1871, pp. 239-240

(…) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899 (Archivio Attanasio)

(….) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. ‘Ricerca 3’, Palladio editrice, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro

(….) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991

(….) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 (a cura di ), Collana Storico Economica del Salernitano, Salerno, 1955 (Archivio Attanasio)

(…) Colletta Pietro, Storia del Reame di Napoli, II, Firenze, 1856, pp. 11,18, 43, 90, 103

(….) Cortese N., Memorie di un generale della repubblica e dell’impero. Francesco Pignatelli principe di Strongoli, Bari 1927

A. Dufourcq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326

Ispani (Fòrli), S. Cristoforo (S. Agata) e Capitello

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sul toponimo di “S.ta Agata dir.”, citato in una carta d’epoca aragonese e segnato nella medesima dove oggi si trova il piccolo borgo di S. Cristofaro”, frazione attuale del Comune di Ispani.

(Fig….) Veduta satellitale – Google Maps

Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, riferendosi al sacerdote Luigi Tancredi (….), in proposito scriveva che: “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Ecc…”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.”. La notizia interessante è anche quella riferita da Ebner (…), sempre a p. 625 del vol. I di “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, dove parlando sempre di Capitello (oggi frazione d’Ispani) e riferendosi alla carta in questione citata dal Tancredi (…), nel 1978 scriveva pure che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Pietro Ebner (….), a p. 625, nella sua nota (4), postillava “(4) A. Guzzo, cit., p. 245 e s. Cfr. pure M. Vassalluzzo, cit. la torre pare fosse costruita dopo il 1563. Certo è che che nel 1569 ne risulta custode Bernardo Rey.”. La nota (4) che cita Guzzo riguarda però la torre di Capitello, una torre marittima di avvistamento d’epoca vicereale. Ma al nostro discorso questa citazione non serve. Dunque, Pietro Ebner riferiva che nella carta in questione, ovvero la carta illustrata nella Fig….si possono leggere dei toponimi che al momento o nelle mappe più recenti non esistono o non vengono segnati, come ad esempio il toponimo strano di una “S. Agata dir.”, che stà per S. Agara diruta, ovvero un borgo antico che ai tempi risultava diroccato e che veniva chiamato S. Agata. Ebner precisamente, sulla scorta della carta in questione scriveva che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”, ovvero scriveva che, nella carta in questione si possono leggere i seguenti toponimi: “S. Agata dir.”. Ebner, sebbene segnalasse il toponimo di “S. Agata” segnato nella carta in questione, scriveva alcune inesattezze geo-storiche. Infatti, scrivendo Ebner che: “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Ecc….“, si commettevano alcuni errori. Il primo dei quali è quello secondo cui a mio parere, guardando la carta in questione vediamo che il toponimo di “S.ta Agata dir.” si trova posto esattamente sopra la collina dove si trova segnato il cosiddeto “Castellaro”. Si può vedere un gruppetto di edifici colorati in rosso e la scritta del luogo o toponimo “S. ta Agata dir.“. Dunque, come io vedo il toponimo “S.ta Agata dir.”, non si trova come scrive l’Ebner “Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata”, ma si trova sopra il “Castellaro” e dunque a mio parere il toponimo “S.ta Agata dir.” non corrisponde all’attuale Ispani ma corrisponde all’attuale S. Cristofaro. Ciò che affermo si può vedere guardando l’immagine satellitale illustrata nella Fig….Inoltre, il piccolo borgo di Ispani, attualmente molto più piccolo di S. Cristofaro e, che oggi si trova abbarbicato sulle colline sopra Capitello nella carta in questione non figura ed è questo uno dei motivi per cui io affermo che questa carta corografica nata per le imposizioni fiscali all’epoca Aragonese (secolo XV), non è una carta come scrivono i due studiosi Natella e Peduto del 1600 ma, dunque molto più antica. Infatti, come ritengo all’epoca Aragonese forse il piccolo borgo di Santa Agata doveva essere in parte diroccato ed era l’attuale borgo di S. Cristofaro, mentre il piccolo borgo attuale comune di Ispaniì, di cui oggi Capitello è frazione insieme a S. Cristofaro in epoca aragonese non esisteva affatto. Il piccolo borgo di Ispani sorse dopo le note vicende delle frequenti incursioni saracene da cui poi la costruzione delle Torri marittime di avvistamento in epoca Vicereale. Altra inesattezza di Ebner è quella secondo cui il “Bibone novo” fosse “Bibone nove” e non avesse detto che questo toponimo corrisponde all’attuale Vibonati.

(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)

La carta che segnalava Tancredi (…) citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione “Manoscritti”:  “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Questi sono i riferimenti bibliografici della sua collocazione presso l’ASN, non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali riportarono la notizia senza mai citarmi. Della carta in questione citata da Tancredi (…) e segnalata da Ebner (….) è di probabile epoca aragonese ed è citata nel lontano 1973 dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous – Policastro”, pubblicato nel lontano 1978. I due studiosi, a p. 486 parlando di Policastro e riferendosi al ‘Castellaro’ di Capitello, scrivono che “Il termine ‘castellaro’ è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. La carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Devo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui, Pietro Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento. Riguardo la carta in questione, la “Carta del Cilento”, d’epoca Aragonese ed il toponimo di S. Agata anche il Guzzo (…) a mio parere errava. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 139 in proposito scriveva che: “In alcune carte geografiche del XVI e XVII secolo, sul posto attualmente occupato da Ispani si trovano indicati abitati che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”. Come ho avuto modo di spiegare in un altro mio saggio dedicato alla carta in questione, l’unica carta (corografica) che riporta il toponimo di “S. Agata diruta” è quella che ho illustrato in Fig….., la “Carta del Cilento”, di probabile epoca Aragonese. Non esistono carte del secolo XVI e XVII che riportano i toponimi di cui parlava il Guzzo. La notizia riportata dal Guzzo di un “Sant’Agata” è tratta dal testo del sacerdote Luigi Tancredi (…) che, nel lontano 1978 citava la carta in questione avendo letto la stessa citazione su Natella e Peduto che ne parlarono nel 1973 ma non la conoscevano. La carta è stata publlicata dallo scrivente molto più tardi. Al tempo del Guzzo, del Tancredi e prima ancora di Natella e Peduto, la carta in questione si conosceva ma essendo ancora inedita non la sie era vista.Fui io stesso a farla vedere molti anni dopo al Tancredi che però non ebbe il tempo di correggere alcuni errori. Credo che il toponimo “Sant’Agata” non riguardi il piccolo borgo di Ispani ma si riferisca all’originario borgo medioevale di S. Cristoforo. Come ho già scritto, Pietro Ebner (…), a p. 625 del vol. I della sua “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” citava Luigi Tancredi (…) nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 citava la carta in questione e segnalava il “Castellaro” di Capitello d’Ispani. Guardando la veduta satellitale del borgo molto più antico di “S. Cristofaro“, oggi sede del Comune di Ispani nonostante sia frazione, possiamo vedere che in questo piccolo borgo non si vedono oggi particolari riferimenti all’area diroccata ne a cappelle intotolate alla Santa Agata. Tuttavia la notizia di una località detta in antichità “S.ta Agata” dovrà essere ulteriormente indagata. Patrono di San Cristoforo è San Cristoforo, festeggiato il 25 luglio; in tale occasione viene effettuata la tradizionale benedizione degli autoveicoli. Viene festeggiato anche San Donato, il 7 agosto, a cui è dedicata una cappella in cima alla collina che sovrasta l’abitato comunale.

Le viste satellitali segnalano alcune contrade e località

(Fig…..) ‘Carta del Cilento’ oggi alla B.N.F. , copia fatta realizzare nel 1756 da Ferdinando Galiani

Nell’indagine geo-storica, guardando le viste satellitali come ad esempio quella di Google maps si possono notare alcune località e contrade dai nomi singolari, forse un tempo antropizzate. Alcune di queste si possono leggere sulla mappa d’epoca Aragonese di cui ho già parlato. Su google maps nei pressi di Policastro Bussentino, oltre al piccolo borgo di S. Marina oggi sede del Municipio, si possono leggere anche i toponimi di: “Lupinata”, “Poria”, “Serriere”, “Divolio”, “Santa Lucia”, “Valle di Natale”, “Spineto” ecc….Confrontando le attuali mappe catastali e le viste satellitali come ad esempio quella di google maps, con le due mappe che ho illustrato in figg….., una dei quali di sicura epoca aragonese, si possono leggere alcuni toponimi diversi ma corrispondenti agli stessi luoghi o contrade. Si vede ad esempio che ad oriente della foce del fiume Bussento vi è scritto il toponimo di “Sirsio” che non corrisponde ad alcun toponimo attuale. Un tempo lì vi era il porto di Policastro. Guardando invece ad occidente della foce del fiume Bussento dove oggi si legge “Torre Oliva”, sulla mappa “Carta del Cilento” si legge “Casale dell’Oliva”, posto un pò più in alto di una torre segnata in rosso e che oggi è detta “Torre dell’Oliva”, una torre rimaneggiata in epooca Vicereale ma già preesistente. Verso la “Contrada” oggi nominata “Lupinata”, sulla mappa, ad oriente del fiume Bussento possiamo leggere i toponimi di “Il Monaco” con segnato un piccolo borgo di case forse corrispondente al piccolo borgo medioevale di “Sicilì”. Un pò più sù possiamo leggere il toponimo di “Casale delli Affliti” che nella “Carta del Cilento”, d’epoca aragonese, molto più antica, a mio avviso originale (Fig….) è segnato “Casale Aflitti”, forse corrispondente all’attuale Caselle in Pittari.

Nel 1400, Policastro, S. Marina, S. Cristofaro e “delli Spani”, “Fòrli” o “Forli” (Ispani)

Riguardo la carta in questione, la “Carta del Cilento”, d’epoca Aragonese ed il toponimo di S. Agata anche il Guzzo (…) a mio parere errava. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 139 in proposito scriveva che: “In alcune carte geografiche del XVI e XVII secolo, sul posto attualmente occupato da Ispani si trovano indicati abitati che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”. Dunque, secondo Angelo Guzzo (….), sul “sul posto attualmente occupato da Ispani” in alcune carte si trovano indicati toponimi e abitati “che portano, in tempi successivi, nomi diversi: Sant’Agata, Fòrli, Fòruli, Casale delli Spani.”. Il Guzzo a p. 139 in proposito aggiungeva che: “Si ha, perciò, motivo di ritenere che il luogo non fu abitato in modo continuo, ma a diverse riprese abbandonato, quando non serviva più allo scopo per il quale era sorto. Come abitato-rifugio Ispani, infatti, era l’ideale. Quando il pericolo delle incursioni piratesche rallentava, gli abitanti ritornavano alle più comode sedi, vicine alle loro attività lavorative; ecc…Ogni nuova popolazione dava un nome al riappropriato borgo o, piuttosto, un nome veniva dato dagli altri al nuovo abitato, il cui passato era cancellato e dimenticato (3).”. Il Guzzo a p. 139, nella sua nota (3) postillava che: “(3) L. Tancredi – ‘Il Golfo di Policastro’ – Napoli – 1975 – pag. 44.“. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “Il villaggio fu fondato intorno al 1490 e terminato da una sola generazione di uomini. Sulla collina sovrastante il paese sorgeva, un tempo, una cappella dedicata a San Sebastiano martire.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Capitello, nel suo vol. II, a pp. 66-67 palando di Ispani in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursoni del Barbarossa e di Dragut rais con la sua forte flotta (123 galee). Il 26 novembre 1557 il casale “delli Spani” fu assalito verso le cinque del mattino. La Real Camera constatò che su un centinaio di abitanti solo 15-20 erano fuggiti alle distruzioni e alle razzie (1). Il villaggio dovette subire gli stessi eventi occorsi a Policastro……Di Ispani sono poche notizie nel Giustiniani (2). Egli colloca il villaggio su una collina con una popolazione di 630 abitanti nei primi dell’800. Nelle numerazioni del Regno compare per la prima volta nel 1595 con fuochi 8 (=ab. 40), poi nel 1614 con fuochi 14 (= ab. 70) e nel 1660 con fuochi 10 (= ab. 50). Il Galanti (3) ha “Spani” con 671 ab. nel 1760. Il Tancredi (4) accenna a locali antichi abitati (Sant’Agata, Fòrli, Casale delli Spani). Dalla mia nota (5) la popolazione dal 1809 al 1871. Chiesa. Il 2 giugno 1765 mons. Pantuliano col seguito visita la chiesa parrocchiale “S. Nicolai Terrae Ispanorum” dove si trova il SS. “ciborio ligneo collocatum”; il fonte battesimale ecc…”. Ebner a p. 66 nella sua nota (1) postillava che: “(1) A.S.N., ‘Consultarum Somma’, vol. 59, f. 3 e vol. 73, f. 108.”. Ebner a p. 66 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giustiniani, op. cit., Napoli, 1802, p. 184.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Galanti, cit., IV, p. 234.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Tancredi, cit., Il Golfo, cit., p. 43.”. Ebner a p. 67 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner, ‘Cilento cit., Tav. I: 1809 (ab. 620), 1816 (ab. 1017), 1861 (ab. 1162), 1871 (ab. 1049), 1881 (ab. 992), 1901 (1009), 1911 (941), 1921 (988), 1948 (1149), 1951 (1160), 1961 (1044), 1971 (1042).”. Rileggendo Lorenzo Giustiniani (…) il suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, edizione del 1804, vol. VII, p. 228, parla di Policastro e dei suoi casali “Sancristofaro” e “delli Spani”. Da Wikipedia leggiamo che per sfuggire alle scorribande dei pirati e alla malaria la popolazione si ritirava periodicamente verso l’entroterra, arrampicandosi lungo le ripide colline ove oggi sorgono gli abitati di Ispani e San Cristoforo. I diversi nomi dati a questi insediamenti nel corso dei secoli (Sant’Agata, Forli, Casale delli Spani) confermano come la popolazione li abitasse solo in situazioni di emergenza, per poi ritornare a vivere sulla costa.

San Cristoforo, Sancristoforo, “San Christopharo”, S. Agata, Sant’Agata

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di S. Cristoforo, nel suo vol. II, a p. 479 in proposito scriveva che: “Sancristofaro, San Cristoforo, Frazione di Ispani (Km. 2). A m. 350 s. m. Ad. 275. L’abitato è più esteso di quello di Ispani, capoluogo di Comune, ma la sede comunale è appunto a S. Cristoforo perchè ubicato tra Capitello e Ispani. Il Tancredi (1) ne da solo qualche cenno. Il Giustiniani (2) lo riporta come casale della città di Policastro (Km. 2), su una collina. Dice dei terreni non molto fertili e dei suoi abitanti (500). Il villaggio è menzionato nel censimento del 1648 (fuochi 34 = ab. 170) e nel 1669 quando risultava ancora dimezato (fuochi 17 = ab. 85) per la peste del 1656. L’Alfano (3) scrive dei suoi 450 abitanti, il Bozza (4) dei suoi 367 abitanti ubicando il villaggi ale falde del monte, presso il mare.”. Ebner a p. 479 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tancredi Luigi, op. cit., p. 44“. Ebner si riferisce al testo: “Il Golfo di Policastro”. Ebner a p. 479 vol. II, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giustiniani, op. cit., VIII, Napoli, p. 141.”. Ebner a p. 480 nella sua nota (3) postillava che: (3) Alfano, op. cit., p. 50″. Ebner a p. 490 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Bozza, op. cit., p. 203.”. Infatti il Bozza, nella sua “Lucania” a p. 203 scriveva l’esatto contrario del Giustiniani. Ritornando alla citazione dell’Ebner su un piccolo borgo chiamato anche “S. Agata”, ho cercato le possibili motivazioni sull’origine del toponimo che troviamo anche sulla “Carta del Cilento” da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli. E’ Pietro Marcellino Di Luccia (….), che cita “Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata”, moglie di Ettore Carafa Conte di Policastro. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, nel suo trattato ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, a p. 8, sulla scorta di Antonio Summonte (….), “Historia della città e del Regno di Napoli”, vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Lo faceva notare Ferdinando Palazzo (….), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia (…), dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro” che, a pp. 114, parlando delle “usurpazioni” dei Conti Carafa della Contea di Policastro in proposito scriveva che: “Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo, a p. 114, nella sua nota (2) postillava a riguardo che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Dunque, secondo il Di Luccia (…), sulla scorta di Antonio Summonte (….), il Palazzo ci faceva notare che il Conte di Policastro Ettore Carafa aveva in moglie donna Teresa Farau dei Principi di S. Agata. Ferdinando Palazzo (…), nel suo testo a p. 114 si riferiva al conte di Policastro Ettore Carafa che nel 26 aprile 1668 “su espressa richiesta della Basilica di S. Pietro, con provvedimento espresso dal Delegato Apostolico Marchese Marchione in data 26 aprile 1668 e poi ratificata dal Papa, i poteri del Conte di Policastro venivano riportati nei termni stabiliti dalla predetta “Regia Pragmatica”. Dunque, il toponimo “S. Agata” forse attribuito al casale o piccolo borgo di S. Cristoforo dipendente dal conte di Policastro Ettore Carafa e da sua moglie la Principessa di S. Agata dei Goti, Teresa Farau, doveva essere molto più antico del tempo in cui Ettore Carafa era Conte a Policastro. Di sicuro dunque, il luogo di S. Agata doveva esistere ai tempi di Ettore Carafa, marito di Teresa Farau. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”.

(Fig….) Pietro Marcellino Di Luccia (…), op. cit., p. 8

(Fig…) Lorenzo Giustiniani (…), op. cit., p.

Capitello, oggi frazione del Comune di Ispani

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Capitello, nel suo vol. I, a pp. 624-625 parlando di una frazione di Ispani, Capitello, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (1) si limita a fornire solo qualche notizia sul villaggio che dice distante “da Bonati” (Vibonati) due miglia. Segnala, però, che vi erano “molti magazzini per riporvi il sale”, aggiungendo che il luogo era “abitato da pochissimi individui”. Manca nel Galanti. L’Alfano (p. 38) assegna il feudo alla famiglia Carafa, conti di Policastro (v.) che lo possedevano già nel ‘700 (v. a Ispani). L. Tancredi (2) suppone che il villaggio era sorto , con i vicini di S. Cristoforo e S. Marina, a seguito delle incursioni barbaresche e Capitello anche per la malaria del fondo valle. A Capitello risiedevano anche i Conti Carafa, in un palazzo ora adibito ad asilo infantile. Una lapide asportata dal palazzo venne poi murata all’ingresso del giardino (“Non t’alletti, o pirata / il bel terreno / simbol di Carafa / poichè una Spina il guarda / e se impiagò beltà divina / trafigger saprà meglio un mortal seno / 1645″.) Il Tancredi poi assicura che sulla collina Castellaro ecc…..Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, ecc…”.

(Fig….) Portale di ingresso nei giardini del Palazzo Carafa della Spina a Capitello

Nel XVI secolo i Conti Carafa della Spina fuggendo dalla vicina Policastro infestata dalla malaria, si stabilirono nel borgo di Capitello. Del palazzo costruito dai nobili rimangono solo le mura perimetrali delimitanti il giardino, l’arco con il loro simbolo che consentiva il passaggio delle carrozze, una garitta per la guardia armata ed una lapide di marmo. I resti del palazzo, restaurati e ammodernati, ospitano oggi un istituto religioso, un Asilo infantile. Wikipedia nella nota (….) postillava che: “(…) “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II”. Si riferiva a Pietro Ebner. Da Wikipedia leggiamo che il piccolo borgo di Ispani seguì gli stessi eventi occorsi a Policastro. Nel lontano 1978, Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia”, parlando di Policastro riportava interessanti notizie che forse potrebbero riguardare la storia dei due piccoli centri o borghi medioevali sorti sulle colline non distanti. A p. 156 il Guzzo in proposito scriveva che: “Il Silvestri, in un suo studio sul commercio nella provincia di Salerno nella seconda metà del Quattrocento, ha edito alcuni interessanti diplomi, dai quali si può rilevare che il porto di Policastro, in quella epoca, era molto ricettivo e, almeno fino a Neocastro, uno dei pochi adatti per navi di medio tonnellaggio. Uno di questi diplomi assicura che, nel 1485, s’imbarcava, nel porto di Policastro, carne salata proveniente da Amantea, sulla costa calabra, per essere poi scaricata fuori dal territorio del Regno. In altri due documenti, del 1489 e del 1490, si rende noto che merci e vettovaglie varie s’imbarcavano a Policastro, per Tunisi, Algeri, Orano ed altri centri costieri dell’Algeria, della Tunisia e della Libia (31).”. Il Guzzo a p. 156 nella sua nota (31) postillava che: “(31) A. Silvestri – Il commercio a Salerno nella seconda metà del Quattrocento – Salerno 1952 – pagg. 28- 135.”. Tuttavia, le notizie storiche intorno al porto di Policastro dovrebbero essere ulteriormente indagate.

Nel 1534, l’incursione barbaresca del pirata Khair ed Din Barbarossa

Alcune notizie storiche, forse le prime sui due piccoli borghi di San Cristoforo e di Ispani si iniziono ad avere intorno alle incursioni barbaresche del ‘500 che funestarono le nostre coste. Tutti gli autori di cui parlerò accennano e parlano delle tre terribili incursioni di cui essi dicono abbia subito i maggioni danni Policastro Bussentino. Delle tre incursioni che subì la città di Policastro ed i paesi o piccoli borghi posti nel vicino entroterra mi sono occupato in un altro mio saggio dal titolo: Nel 1532, 1544 e 1552, tre terribili incursioni corsare nel Golfo di Policastro”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursioni del Barbarossa ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel lontano 1978, nel suo “Policastro Bussentino” a pp. 15-16 parlando di Policastro nel XVI secolo, in proposito scriveva che: “Essa sopravvive fino al XVI secolo, che vide la micidiale guerra fra Carlo V, che era padrone dell’eredità angioina e aragonese da una parte e Francesco I di Francia dall’altra. Carlo V aveva alle sue dipendenze uno dei più grandi ammiragli del suo tempo, il genovese Andrea Doria, discendente della stessa famiglia del distruttore di Policastro “terza”. Francesco I non disponeva di una flotta che potesse misurarsi con le forze di Andrea Doria e si rivolse per aiuto alla principale forza mediterranea, che erano i Turchi. Ammiraglio della flotta turca era Ab-d-el-Kahr, soprannominato il Barbarossa. Si dà notizia che Ab-d-el-Kahr distrusse la città e le cronache del tempo indicano con sgomento la immensa potenza marina che si abbattè sulla città. Policastro “quarta” cadde, fu devastata e portata via quella parte della popolazione che non riuscì a mettersi in salvo.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a pp. 138-139 in proposito scriveva che: “Nel 1534, sorpresa dall’assalto dei pirati turchi del famigerato Khair ed Din Barbarossa, la popolazione vi si rifugiò stringendosi tutt’insieme nell’ultimo, disperato tentativo di difesa. Il gruppo di profughi, capeggiato dal nipote del conte Carafa della Spina, signore e padrone del paese, riuscì a respigere l’assalto, ma molti furono i caduti, tra i quali anche il coraggioso rampollo dei feudatari. Tutti furono sepolti sotto il sagrato della chiesa. I pirati, però, erano riusciti a portar via derrate e prigionieri. Il curato del tempo, don Donato Maria Ievola, intervenne presso i Carafa e riuscì ad ottenere per la sfortunata popolazione l’esonero dalle tasse e un cospicuo contributo per ogni famiglia. Ecc…”. Il Guzzo (….), a p. 138, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. Guzzo – ‘Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, Salerno, 1992 – pag. 8”.

Nel lontano 1831, mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis riportò alcune interessanti notizie sui due centri e borghi collinari non distanti da Policastro. Francesco Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, pubblicato nel 1981, dedicò un intero capitolo all’azione corsara dal titolo: “Cap. II – Le incursioni barbaresche”, vedi da p. 85 e ssg. Sempre il Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, a p. 88 in proposito citava il Laudisio e scriveva che: “La prima è del vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio e si riferisce a due saccheggi subìti da alcuni paesi costieri della sua diocesi.”. Infatti Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi nell’edizione curata in seguito nell’edizione del Visconti (…), raccontava le due incursioni del 1533 e del 1552. Infatti, il triste episodio della nostra storia è narrato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: Nel 1533, per la terza volta, Policastro fu saccheggiata e distrutta dal pirata Ariadeno Barbarossa, e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata ‘Oliveto'”. Nell’edizione curata dallo studioso Salernitano Gian Galeazzo Visconti (…) che curò la riedizione della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), devo far notare che vi è un errore perchè egli traducendo il Laudisio scriveva “località che è chiamata ‘Oliveto'”. Il Visconti pone la parola o il toponimo “Oliveto” in corsivo proprio perchè non è sicuro. Sempre il Visconti però a p. 23 trascrivendo il testo (mutilo) del Laudisio (….) scrive: “…qui appellatur ‘Oliva’, ecc…”. Infatti, secondo la relazione ex protocollo del notaio Antonio de Onofrio si parlava di spiaggia dell’Oliva, ovvero la spiaggia dell’attuale cimitero di Scario e vicino alla Torre dell’Oliva. Il Visconti traducendo il Laudisio (…) a p. 79 continuando il racconto del Laudisio traduceva che: “Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67). Come Geremia, chino il volto nel cavo delle mani, pianse sulla sulla sorte di Gerusalemme, così il vescovo pianse sulla città deserta, con l’amarezza nel cuore. E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita. Si legge in un antico manoscritto che non soltanto trenta persone rimasero a Policastro. Ma dopo quella rovina nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati, così che oggi le località della diocesi sono di numero uguale, anche per quanto riguarda gli abitanti, a quello delle località elencate dall’arcivescovo metropolitano di Salerno nella sua pastorale ecc…”. Il Visconti a p. 23 nel testo manoscritto del Laudisio (….) riporta la nota (66) e postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, in ‘deserto insidiati sunt’ nobis).”. Il Laudisio (…), citava il “Thren.”. A cosa si riferiva il Visconti nella sua nota (66) postillando di “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, in ‘deserto insidiati sunt’ nobis).”. Non sono riuscito a capire cosa fosse il testo citato dal Laudisio “Thren.”. Non sono riuscito a capire cosa fosse il testo citato dal Laudisio “Thren.”. Dunque, mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua Sinopsi ci parla dei piccoli borghi di San Cristoforo e di Ispani. Dunque, il Laudisio scriveva che i pochi superstiti si rifugiarono nel vicino e piccolo borgo di San Cristoforo ed altri andarono a fondare il “villaggio di Civita”, “sulla cima di un monte”. Nella traduzione del Laudisio che curò il Visconti (…), è scritto E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita.”. E’ interessante far notare che il Visconti nella traduzione del Laudisio scriveva del villaggio di San Cristoforo e poi scriveva pure che: “che altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita.”. Anche in questo caso credo che il Visconti (…) sia stato tratto in errore nella traduzione del testo del Laudisio perchè il Laudisio (si legge a p. 23) scriveva che: “Et ex eis abierunt alii S. Christopharum, alii Forolorum pagos in alto constituere.”. Il Laudisio parlava di S. Cristoforo e di Fòrli, i due villaggi vicini a S. Marina. Qual’è questo villaggio che il Visconti (…), traducendo il Laudisio chiamava “Civita” ?. E’ interessante questo passaggio del Laudisio. Certo che da Wikipedia leggiamo che: La Civita (A Cìvita in dialetto catanese) è un quartiere della zona sudorientale della città di Catania, facente parte della I Circoscrizione (già I Municipalità, quella del Centro Storico), comprendente anche i quartieri Angeli Custodi, Antico Corso, Fortino, Giudecca, San Berillo e San Cristoforo. Ricordo pure che a Catania c’è la La chiesa della Badia di Sant’Agata è una chiesa di Catania affacciata sulla via Vittorio Emanuele II, nel quartiere Duomo di Catania o Terme Achilliane – Piano di San Filippo. Sempre della traduzione della ‘Sinossi’ (manoscritto) del Laudisio (….) curata da Gian Galeazzo Visconti (…), a p. 79 leggiamo che: “Si legge in un antico manoscritto che non soltanto trenta persone rimasero a Policastro. Ma dopo quella rovina nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati, così che oggi le località della diocesi sono di numero uguale, anche per quanto riguarda gli abitanti, a quello delle località elencate dall’arcivescovo metropolitano di Salerno nella sua pastorale, ad eccezione, s’intende dei paesi assegnati alla Diocesi di Cassano Ionico.”. Dunque, secondo il Laudisio, proprio dopo questa ultima incursione “nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati”. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), sulla scorta di Nicola Maria Laudisio ci parla dei piccoli casali o borghi di San Cristoforo e di Ispani. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, riferendosi all’incursione più tremenda del 1552 in proposito scriveva che: “Il giorno seguente le acquile affamate di preda assalirono, incendiarono e saccheggiarono non solo Policastro, ma anche S. Marina, Vibonati, S. Giovanni a Piro, Bosco, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, e Castelruggero. – I pochi abitanti scampati colla fuga dalla violenta strage, iniziarono la costruzione dei casali sulle vicine colline. Sorse così S. Cristoforo, detto nei registri parrocchiali “Casale di Policastro”; poi Ispani, detto “Foruli”. Dal 1611, cioè 59 anni dopo l’ultima distruzione di Policastro, le chiese di S. Cristoforo Ecc…”. Il Laudisio parla e cita un antico manoscritto. Credo che il Laudisio (….) si riferisca al manoscritto citato nella sua nota (67, vedi Visconti p. 23) in cui postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Sul notaio Antonio di Onofrio di Sanza anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (….) ha scritto nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “(Laudisio: Synopsis: n. XXXI, in nota “Ex Protocollo Notarii Antonii de Onofrio, pag. I, in Arch. Matr. Eccl. Oppidi Sansii, Caputaq. Dioec.”, a p. 44).”.

Nell’11 luglio 1552, Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Infatti, il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”.

La relazione del notaio Antonio de Onofrio di Sanza

Ferdinando Palazzo (….), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Dette notizie sono state attinte dal Laudisio  ad un potocollo del Notaio D’Onofrio Antonio (15) esistente nell’Archivio parrocchiale della vicina Sanza, nel quale, però, l’impresa viene attribuita al Corsaro turco DRAGUS RAJS. Se non vi è stata confusione di nomi, può anche presumersi che il Dragut e il Dragus ecc…”. Il Palazzo, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Notaio A. D’Onofrio: Protocollo riportato nei ‘Cenni storici sulla Frazione di Scario, (III° parte del presente volume).”.

Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: “Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Il Greco riferisce: “Die martii quinta mensis julii, ecc…”. Il Pasanisi (…), continua il suo racconto a p. 14 e 15 ed aggiunge, riguardo il suddetto de Onofrio: Anno 1533 ecc…e anno 1552 ecc….(35).”. Il Pasanisi (…), a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio, in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Sempre il Pasanisi (…), a p. 14, continuando il suo racconto su Camerota scrive che: Molti anni più tardi il suddetto sacerdote Leone richiesto, in un processo, per una tentata riduzione al demanio della Terra di Camerota, fece la seguente dichiarazione: “Io don Tommaso de Leone, ecc..eccc., Napoli, li 20 di aprile 1594″ (36). I turchi così si presentarono nel Golfo di Policastro e propriamente nel luogo detto Oliva (odierna Scario) il 9 luglio 1552, di sabato. Il giorno successivo sbarcarono a Policastro, S. Marina, S. Giovanni a Piro, Bosco, Torre Orsaia e Roccagloriosa che misero a sacco. La popolazione fu raggiunta sui monti, e di quella che non potette avere scampo nella fuga, parte fu uccisa e parte catturata. ……….La cifra ufficiale dei mancanti (uccisi o prigionieri) fu, secondo una dichiarazione della Regia Camera, di fuochi 90 (l’unità demografica era costituita dalla famiglia, non dall’individuo). Di questi 90 fuochi, 40 appartenevano a Camerota, 20 a Licusati,  e 30 a Lentiscosa (37) ecc….(38). Ecc…(40).”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Dal già Proc. R. Camera della Sommaria – Pandette, ant. n. 1550, vol. 163.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.S.N. Partium della Sommaria, vol. 278, fol. 129 t e vol. 389, foll. 9 e 85.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (38) postillava che: “(38) I dati relativi al numero dei fuochi di Camerota e dei due casali sono stati  desunti dal su cit. ‘Dizionario’ del Giustiniani.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Id. Voll. ‘Partium’ su citati.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dal già ‘Processo della R. Camera della Sommaria, n. 550 su cit..”.

Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi (…), a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”.

Il Porfirio (…) nel suo ‘Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 539 così scriveva:

Porfirio, p. 539 (in D'Avino).PNG

(Fig….) Gaetano Porfirio (…), op. cit., parla della Diocesi di Policastro

Nel 1552, l’incursione di Dragut Rais Pascià

Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; la seconda, da parte di Dragut Pascià nel 1552. Quest’ultima fu la più disastrosa perchè i turchi bruciarono tutte le case, con gli arredi, e gli archivi urbani (come quello del Convento di S. Francesco). Uno storico ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: ‘…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta’ (82).” che, tradotto dovrebbe corrispondere a: “che (Policastro) turca sta infuriando l’enormità della seconda combustione, non solo sui Fratelli e sull’assemblea ma anche nelle immagini sacre, mobili sacri sono stati gettati insieme a loro in un enorme”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffaele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Nel lontano 1978, Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia”, parlando di Policastro riportava interessanti notizie che forse potrebbero riguardare la storia dei due piccoli centri o borghi medioevali sorti sulle colline non distanti. A p. 180 il Guzzo in proposito scriveva che: “Tali sorti si rinnovarono, con ferocia ancora maggiore, nel luglio del 1552, quando Pascià turco Dragut Rais, sbarcato, con una potente flotta, nel vicino porto dell’Olivo, invase Policastro con la sua sfrenata ciurmaglia e, dopo averne bruciato tutte le case, gli arredi, gli archivi urbani e tutto quanto di sacro esisteva nel convento di San Francesco, scaricò la sua ira sui cittadini inermi che furono parte uccisi e parte condotti schiavi (70). Lo storico Raffaele da Paternò ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: “…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta” (71).”. Il Guzzo a p. 180, nella sua nota (70) postillava che: “(70) G. Racioppi – Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata – Roma – 1902 – pag. 321.”. Sempre il Guzzo, a p. 180, nella sua nota (71) postillava che: “(71) R. Da Paternò – De Alma Principatus Provincia – Napoli – 1880 – pag. 44.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel lontano 1978, nel suo “Policastro Bussentino” a pp. 15-16 parlando di Policastro nel XVI secolo, in proposito scriveva che: “Non era ancora terminato il destino della povera Policastro “quarta”, perchè, appena la città si riprese dalla terribile batosta, venne di nuovo la flotta turca, nel 1552, sotto il comando dell’ammiraglio Dragut, successore di Khair. Ecc…Corre l’anno 1552 ed è l’anno in cui scompare Policastro “quarta”. Gli abitanti superstiti sviluppano un villaggio in collina, denominata S. Marina, che è il capoluogo del Comune (1). Policastro non si riebbe più. Il porto fluviale non è usabile per le navio moderne.”. Il Tancredi a p. 16 nella sua nota (1) postillava di aver parlato di S. Marina nel suo libro “Il Golfo di Policastro” del 1975. Dunque, si qui nessuna notizia sui due piccoli borghi di S. Cristofaro e di Ispani. Il Tancredi accennava alle incursioni del secolo XVI e parlava del piccolo borgo di S. Marina che si ripopolò proprio a causa dei funesti effetti e distruzioni che portarono i barbareschi e predoni. Il Guzzo citava Giacomo Racioppi (…) di cui parlerò in seguito e citava anche padre Raffaele da Paternò. Mentre Pietro Ebner citava padre Raffaele da Patierno. Da Paternò o da Patierno ?. Si tratta di un frate francescano dei Minimi Osservanti che nel 1880 scrisse un testo per i tipi di Raffaello Rinaldi e Giuseppe Sellitto pubblicato a Napoli. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Dunque, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto, parlando di Policastro scrivono che dell’incursione a Policastro del pirata Dragut Rais Pascià del 1552 ne ha parlato padre Raffaele da Patierno (…) nel suo ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia‘, un testo del 1880 e scrivono che il padre francescano racconta “…..ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: ecc…”. Secondo i due studiosi il padre francescano raccontava che: ‘…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta’ (82).” che tradotto dovrebbe significare: “che (Policastro) turca sta infuriando l’enormità della seconda combustione, non solo sui Fratelli e sull’assemblea ma anche nelle immagini sacre, mobili sacri sono stati gettati insieme a loro in un enorme”. Sulla notizia dell’incursione dei turchi di Rais Pascià Dragut nel 1552, il Guzzo citava Giacomo Racioppi (…) e il vol. II di “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata“. Infatti, il Racioppi (….), a p. 321, riferendosi ai tempi del Viceregno Spagnolo in proposito scriveva che: “….il cruccio perpetuo di Turchi e corsari. Pirati in corsa, o Turchi e barbareschi in guerra con la Spagna, piombavano periodicamente a stuoli sulle spiagge del Jonio e del Tirreno; e incendiando le messi, sperperando i colti, struggendo gli opificii, ghermivano a stormi uomini, donne, fanciulli che incontrassero; e traevano schiavi in Levante. Nel 10 luglio del 1552 uno stuolo di vele aombra il golfo di Policastro; scendono i Turchi, e saccheggiano e incendiano Policastro, Bonati, San Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa, Castel Ruggero, poi Camerota e Pisciotta, ed altri paesi sulle coste salernitane, basilicatesi e calabre. A Policastro è fama non sopravanzassero allo sperpero che una trentina di persone appena! (1).”. Il Racioppi a p. 321 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Conf. Antonini, pag. 410: e la ‘Paleocastren Dioeceseos Synopsis’, etc., altrove citata.”. Dunque, il Racioppi citava l’Antonini e citava mons. Nicola Maria Laudisio. Infatti, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione (a. 1745) della “La Lucania – Discorsi”, a p. 418, parlando di Policastro nei “Discorso X” in proposito scriveva che: “Durò in suo splendore, e frequenza di gente la Città fino all’anno MDXLII. allora i Turchi in lega con Franzesi, saccheggiando le marine del Regno, ruinarono, e brugiarono Policastro, e tutti i luoghi d’intorno, anzi ritornatovi ott’anni dopo, finirono di consumare ciò che alla prima rabbia era scappato, senza contarci quello ce avevano fatto nel MDXXXIII (I).”. L’Antonini a p. 418, nella sua nota (I) postillava che: “( I) Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Dunque, Giuseppe Antonini sulla calamità che nel 1552 funestò il nostro Golfo di Policastro cita una lettera di Marco Fileto di Campagna che scrisse a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi era Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini (….), a p. 418, nella lettera di Marco Fileto di Campagna a Francesco d’Este, si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Chi era Marco Fileto o Filetto di Campagna (….) ?. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Un altro autore che ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc… Breve descrizione del castello abbiamo per questo periodo, prima cioè della sua distruzione, avvenuta nel luglio 1552. Fu fatta in occasione del relevio (tassa di successione feudale) presentato da D. Placido de Sangro per morte del padre Bernardino (32). Come si legge dal documento esso era così costituito ecc…(33).”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Evidentemente Lucrezia Caracciolo vedova, all’epoca del relevio, di Bernardino.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi, a p. 217, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. Riavutasi dalle devastazioni precedenti, fu nel giugno 1544 (non nel 1542 come affermava Antonini ‘La Lucania, Napoli, 1795, t. I pagg. 417 e 418 e Giustiniani nel suo ‘Dizionario Geografico, Napoli, 1805), con S. Giovanni a Piro, Bosco e casali rasa completamente al suolo dal Barbarossa, che, secondo esposero i cittadini delle suddette terre alla R. Camera, bruciò chiese, abbattè case, tagliò alberi, lasciando al suo passaggio soltanto rovine (‘Partium Somm., vol. 251 fol. 264 v.). Venne perciò esentata dai pagamenti fiscali fino a nuovo ordine. (ivi). A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a pp. 275-276, parlando di una relazione spedita alla Real Camera della Sommaria (un processo) in nota (1): “(1) E’ il processo di Camera in risposta al de Leyna, n. 5603, vol. 491 p.a., completato dai proc. – anch di R. Camera. – n. 1511, vol. 160 sudetto e n. 3749, ol. 315 p.a. Per il memoriale presentato dal de Leyna v. anche ‘Comune Somm. vol. 117, fol. 113.”, egli scriveva che: “, e dal quale attingiamo principalmente le notizie (1).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che:

Nel 26 novembre 1557, la terribile incursione e saccheggio di Dragut Rais Bassà

Il nome di Ispani compare in un documento del periodo vicereale che riguarda un’annotazione della Camera Regia di Napoli sul saccheggio effettuato dal pirata Dragut Pascià. Il corsaro barbaresco, dopo aver saccheggiato la vicina Policastro, incendiò e distrusse il villaggio di Ispani che il 26 novembre 1557 contava cento abitanti; ne sopravvissero soltanto una ventina (….) Nei censimenti del Regno di Napoli Ispani compare nel 1595 con soli 40 abitanti, poi nel 1614 con 70 abitanti e nel 1660 con 50 abitanti. Nel 1790 risultavano invece 671 abitanti (….). Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “Il 26 novembre 1557, verso le cinque del mattino, il casale “delli Spani” fu nuovamente assalito da pirati musulmani, sbarcati sulla spiaggia di Capitello, e fu quasi completamente distrutto. La Real Camera constatò che, su circa 100 abitanti, solo 20 erano riusciti a sfuggire alla morte o alla deportazione (2).”. Il Guzzo, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A.S.N. – ‘Consultorum Sommaria – Vol. 59, f. 3 – Vol. 73, f. 108.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Poche le notizie sul villaggio. Se ne hanno sulle distruzioni subite per le incursioni del Barbarossa e di Dragut rais con la sua forte flotta (123 galee). Il 26 novembre 1557 il casale “delli Spani” fu assalito verso le cinque del mattino. La Real Camera constatò che su un centinaio di abitanti solo 15-20 erano fuggiti alle distruzioni e alle razzie (1). Il villaggio dovette seguire gli stessi eventi occorsi a Policastro.”.

Nel 26 novembre 1557 o 1577 (?), la quarta incursione corsara che distruge Forlì (Ispani)

Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Nella distrutta Policastro, tornarono ancora nel 1577 incendiarono il casale di Ispani.”.

Nel 1562, la ripresa e la costruzione di alcuni centri

Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), ovvero in seguito ad un’altra distruzione subita da Policastro a causa dei Turchi che per il re di Francia Francesco guerreggiavano contro l’Imperatore di Spagna Carlo V, in proposito scriveva che: Dopo questa ultima caduta dopo più non risorse, non havendo attentato riedificarla nè quei cittadini che dalle spade turche scapparono nè altri forestieri qualunque sito opportuno ai traffici nè gli allettasse, perchè non vollero esporsi a si manifesto pericolo di restar ogni giorno bersaglio dè nemici di nostra fede.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “…..bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ac penè solo aequata est. Civitas illa paucas habet domos, & ab celi inclementiam intra diruta moenia anime fidelium vix triginta numerantur.”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”.

Nel 1570, a Ispani l’erezione della chiesa di San Nicola di Bari

Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura mito e storia”, parlando di Ispani a p. 138 in proposito scriveva che: “I superstiti, intorno al 1570, vi eressero una piccola chiesa in onore di San Nicola di Bari, divenuta parrocchiale nel 1597 e retta da un curato in dipendenza della divenuta parrocchiale nel 1597 e retta da un curato in dipendenza della Cattedrale di Policastro.“.

I Carafa della Spina ed i Carafa della Stadera, ‘Forli’ (Ispani), Santa Marina e Capitello

(Fig….) Stemma araldico sul portale di Palazzo Carafa della Spina a Napoli

Lo stemma araldico della nobile famiglia napoletana dei Carafa ramo della Spina si rappresenta con uno scudo e tre fasce orizzonali di colore rosso e bianco attraversate trasversalmente da una spina. Lo scudo è affiancato da due Leoni rampanti che reggono un cerchio. Lo stemma araldico dei Carafa della Spina lo si ritrova sul portale d’ingresso del Palazzo gentilizio dei Carafa della Spina a Napoli, ma anche su una lapide marmorea posta all’interno della Chiesa di S. Croce a S. Marina che riporta la seguente iscrizione: “Hic iacet corpus domini Francisci Carafa, primogenitus domini Fabritii comitis Polichastrensi, aetatis suae annis XXIV”, lapide datata 1685. Sempre nella chiesa di S. Croce a S. Marina è stata rinvenuta un’altra lapide con emblema gentilizio, uno scudo triangolare in campo rosso attraversato da tre bande o fasce colorate colro argento ed una spina trasversale color nero. Un altro stemma araldico ai colori e simile ai primi due dei Carafa della Spina lo ritroviamo all’interno di un edificio a Capitello oggi sede di un Asilo gestito dalle suore Elisabettine. Un tempo l’edificio era il Palazzo Carafa a Capitello che un tempo aveva l’Ingresso dai giardini oggi posti in un giardino comunale lungo la SS. 18 che attraversa il lungomare di Capitello. Nel Palazzo Carafa di Capitello, oggi Asilo infantile, vi era una lapide del 1645 che un tempo fu asportata e murata sul portale di ingresso ai giardini. La lapide ricorda ed ammonisce “Non t’alletti, o pirata / il bel terreno / simbol di Carafa / poichè una Spina il guarda / e se impiagò beltà divina / trafigger saprà meglio un mortal seno / 1645.”.

Ritroviamo lo stemma araldico dei Carafa anche su alcuni diplomi del secolo XVIII come quello che oggi è custodito dalla famiglia Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri. Infatti pare che la nobile famiglia napoletana dei Carafa si dividesse in due rami: i Carafa della Spina ed i Carafa dei Stadera. Si dicono Carafa della Spina quelli del predicato di Roccella, di Policastro e di Traetto; si dicono Carafa della Stadera quelli del predicato di Andria, di San Lorenzo, di Noja, e di Montecalvo. Grandi furono i meriti dei Carafa.

Nel 16 gennaio 1625, il re concesse ai Carafa della Spina il titolo del ducato di Forlì

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Il feudo era ancora tenuto dalla famiglia Carrafa nel ‘600, quando (16 gennaio 1625) venne concesso a uno di essa il titolo di duca sulla terra di Forlì. Ecc…”.

Nel 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e di Ippolita Carafa, conti di Policastro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Poi il feudo passò alla famiglia Carafa che lo possedeva ancora nel ‘700. Il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa (v. a Policastro) e della congiunta Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani, università autorizzata a denominarsi Fòrli), Libonati, Sapri e Santa Maricina o Santa Marina, insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. In seguito Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il parente Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da costei il principe aveva avuto dei maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale tocarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe aveva avuto altri maschi, tra cui il primogenito Gerardo che ebbe titolo e feudi di Policastro. A Gerardo seguì Francesco e poi il figlio Nicola e due femmine, Maddalena e Maria Teresa. Nicola, che con decreto ministeriale del 1831 aveva ottenuto il riconoscimento di tutti i titoli e predicati, morì senza eredi. I titoli e i feudi di Policastro (v.), Fòrli (cioè Ispani), Sapri, Vibonati e Pardinola con R. Assensodel 1897 passarono a Maria Severina Longo, figlia di Maddalena Carafa e perciò marchesa di Gagliati e di San Guiliano.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…) parlando di Sapri, a p. 197, in proposito scriveva che: Vibonati….Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche. Molti hanno voluto vedere qui il golfo di Vibona, di cui parla Cicerone nella sesta epistola ad Attico.”.

(Fig…) Patente di Luogotenente del 1773 – Palazzo Gallotti a Sapri – foto Attanasio

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Ispani, nel suo vol. II, a p. 66 in proposito scriveva che: “Certo è che il 3 ottobre 1770 – informa il ‘Cedolario’ – Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della parente Ippolita Carafa, quale unica erede …….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p….., parlando di Sapri in proposito scriveva che: “…la ‘famiglia Carrafa’, possedeva ancora la Contea di Policastro nel ‘700. Il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unico erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forlì con titolo di duca ( il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forlì), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristofaro e Capitello. Successivamente Teresa ebbe intestate varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro. A Gerardo successe Francesco ( 1 giugno 1781 – 22 settembre 1846) che dalla moglie Beatrice di Sangro ebbe poi Nicola nato il 21 agosto 1829, il quale con decreto ministeriale il 18 agosto 1831 ottenne il riconoscimento di tutti i titoli e predicati e due femmine, Maddalena che sposò Camillo Severino Longo, marchese di Gagliati e Maria Teresa. Nicola morì il 25 dicembre 1894 senza discendenti, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Forlì ( Ispani detto Forlì) e duca delle Chiuse, con i predicati di Tenerola, Frattapiccola, Sapri, Libonati, passarono per legittima successione alla nipote Maria Severino Longo, marchesa di Gagliati e San Giuliano, figlia di Maddalena Carafa e moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida. ” (2). Il 3 ottobre 1770 Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della parente Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani e l’Università fu autorizzata a prendere il nome di Fòrli), insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da questa il principe aveva avuto dei figli maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale toccarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe ebbe altri maschi, tra cui Gerardo, il primogenito, che ebbe titoli e feudi di Policastro. A Gerardo successe Francesco che, dalla moglie Beatrice di Sangro, ebbe due femmine, Maddalena e Maria Teresa, e un maschio, Nicola, il quale con decreto ministeriale (1831) ottenne il riconoscimento di titoli e predicati. Nicola morì senza eredi, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Fòrli (Ispani ora detto Forli) e duca della Chiusa, con i predicati di Tenerola, Frattapiccolo (Terra di Lavoro), Sapri, Libonati e Pardinola, con Regio Assenso (1897) passarono alla figlia di Maddalena Carafa, Maria Severina Longo, marchesa di Gagliati e di S. Giuliano, poi moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida.

(Fig….) Cartiglio con intestazione dei Titoli di famiglia Carafa – Palazzo Gallotti a Sapri – foto Attanasio

La torre cavallara e di avvistamento vicereale di Capitello

Nel 1815, una carta geografica con San Cristoforo e Forli

Un’altra carta interessante per i due toponimi e luoghi di S. Cristofaro e di Ispani, borgo molto più giovane del primo, è quella del primo quarto di secolo XIX, ovvero delineata nel primo decennio dell’800. Si tratta della carta carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita fino a quando nel lontano 1998 la pubblicai nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 depositato presso il Comune di Sapri.

(Fig…..) carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.

Come si può vedere nell’immagine illustrata in fig…., tratta dalla carta più grande del Golfo di Policastro, si notano i due toponimi di “S. Christofaro” e di “Forli”. Il toponimo di “S. Christofaro” corrisponde all’attuale borgo di S. Cristofaro frazione del Comune di Ispani ed il toponimo di “Forli”, molto più recente e più piccolo corrisponde all’attuale Ispani.

(Fig…..) Particolare della carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(….) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)(1)

(….) Ebner Pietro, Chiesa Baroni e Popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991

(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio Attanasio)

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Gian Galeazzo Visconti, Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento”, ed. Palladio, Salerno,

(….) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Salerno, 1992 (Archivio Attanasio)

(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII

(…) Giustiniani Lorenzo, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli , tomo II, 1797

(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823

(….) Beltrano Ottavio, Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1644 (I° edizione); recentemente Forni ha pubblicato la ristampa anastatica dell’edizione del 1671 forse più attendibile

(….) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….

(….) Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), edizione realizzata da ‘Typos Lissone’, 1978 per l’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977 (Archivio Attanasio); contiene anche un saggio di Vittorio Faglia

(….) Acciarino Mario, Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823, Napoli, Arte Tipografica, 1974 (Archivio Attanasio)

(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976

(….) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24

(….) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X

(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita dalla sa: mem: di Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacro-Santa Basilica di S. Maria Maggiore – Trattato Historico Legale ecc… , Roma, 1700 stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)

(…) Strutt Arthur John, A pedestrian tour in Calabria & Sicily, 1842; si veda anche ristampa edizione Galzerano con traduzione

(…) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, ed. Gio. Battista Cappelli, Napoli, 1586 (I° edizione) e 1601, p…

(….) Bacco Alemanno Enrico, Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…, Napoli, Giacomo Carlino e Costantino Vitale, 1609 (Archivio Attanasio)

(….) padre Da Paternò Raffaele o padre Raffaele da Paterno, ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, si veda p. 44

(….) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Loescher, Roma, 1902 (Archivio Attanasio), si veda p. 321

(….) Silvestri Alfonso, Il commercio a Salerno nella seconda metà del Quattrocento – Salerno 1952 – pagg. 28- 135

(…) Severino Graziano, Monografia su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36. Riguardo il Severino (…), citato dal Pasanisi (…), troviamo che nel …..pubblicò una monografia su Camerota, intitolata: “Camerota e suo Circondario etc…”, che poi in seguito fu pubblicata dal Cirelli nel suo vol. V sul Principato Citeriore

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore, pag. 36 (il Guzzo dice a p. 63) (Archivio Storico Attanasio). Filippo Cirelli, nel suo vol. V dedicato al Prinicipato Citeriore, pubblicò “Camerota e suo Circondario etc…” di D. Graziano Severino; “S. Giovanni a Piro” di Vincenzo Sebastiano Petrilli; “Pisciotta” di Leopoldo Pagano, ecc..

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)

(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Attanasio)

(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio).

(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Attanasio)

(….) Tancredi L., Giudice D., Giudice P., Liotti T., Bruno E. (a cura di), Qui è Ispani, ed. 1983, Sapri, Tip. Faracchio (Archivio Attanasio)

Gli almugaveri nel Golfo di Policastro

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate dall’annosa guerra del Vespro, in cui gli eserciti Angionini di Carlo I e poi Carlo II d’Angiò si fronteggiarono con gli eserciti Aragonesi per la conquista del Regno di Napoli. Di quel periodo, il periodo della dominazione Angioina nel Regno di Napoli, sebbene le operazioni militari della guerra del Vespro si siano svolte per gran parte lungo le nostre coste, molti hanno scritto ma con pochi riferimenti alla nostra zona. In particolare, in questo mio saggio, vorrei fare il punto sulle notizie storiche che riguardano le forze Siculo-Aragonesi che intorno all’anno 1282, dalla Sicilia iniziarono una lenta azione di guerriglia e di conquista del Regno di Napoli di Carlo I d’Angiò. Questo argomento è stato da me trattato più in generale nell’altro mio saggio ivi: “Nel 1266, le guerre del Vespro nel basso Cilento”. In questo saggio mi occupo dei centri del basso Cilento ed in particolare del Golfo di Policastro che all’epoca furono occupate dagli almugaveri di Pietro II d’Aragona prima e di Ruggiero di Lauria e Giacomo II d’Aragona dopo. Nel basso Cilento non si erano ancora del tutto sopite le forti delusioni per l’uccisione di Corradino di Svevia catturato e fatto uccidere da Carlo I d’Angiò.

Fonti

Riguardo le fonti dei Registri Angioini ricostruiti solo recentemente vorrei citare quanto scrive Adele Maresca Campagna (…), nella sua prefazione al testo “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, vol. XXXII. La Campagna a p. “Con questo volume si apprende la ricostruzione dei registri di Carlo II relativi alla III indizione (1289-90), riportati nel vol. XXX, dopo l’inserimento del ‘Formularium Curie Karoli secundi’, edito nel vol. XXXI. Fra i primi atti del re, rientrato a Napoli nel giugno 1289 e finalmente incoronato dal papa …..l’investitura di Carlo Martello, cui viene conferito il titolo di principe di Salerno e l’Onore di Monte Sant’Angelo, la creazione di 300 ecc….Nello stesso tempo il re nomina Roberto conte d’Artois, già “baiulo” nel periodo della sua prigionia, capitano generale del regno: per i meriti acquisiti sui campi di battaglia, “ob peritiam militatem” e per la sua conoscenza di uomini e cose. …..Carlo Martello è pure affiancato da una specie di consiglio di reggenza composto dal Vescovo di Capaccio, vice-cancelliere e guardasigilli, dal marescalco Anselmo di Chevreuse, da Ludovico de Mons, ecc…”. Inoltre, sempre riguardo le fonti storiche per il periodo della guerre del Vespro Sicilano, vi sono alcuni chronicon scritti da cronisti dell’epoca. E’ stato scritto sulla figura di Ruggiero di Lauria, ammiraglio della flotta Siculo-Aragonese di Pietro II d’Aragona prima e di Giacomo II d’Aragona re di Sicilia che ebbero un ruolo fondamentale nei fatti di cui mi occupo in questo mio saggio. I due studiosi Francesco Augurio Francesco e Silvana Musella (…), nella ‘Introduzione’ del loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo‘, pubblicato a Lauria con la prefazione dell’On. Gianni Pittella, in proposito a p. 17 scrivevano che: “Le cronache di autori francesi, catalani e “italiani”, scritte in latino medioevale, catalano volgare, possono essere suddivise in due gruppi, a seconda dell’adesione alla fazione guelfa, stretta attorno alla Chiesa e agli angioini, o a quella ghibellina, di matrice filoimperiale e perciò in naturale sintonia con gli interessi siculo-aragonesi. Al primo gruppo appartiene l’Historia del fiorentino Giovanni Villani (1276-1348) che ricoprì più volte tra il 1316 e il 1328 l’ufficio di priore, per nomina di Carlo I d’Angiò, allora signore di Firenze. Nella sua opera, ripresa in toto dalle cronache di Ricordano e Giacchetto Malaspini, al punto da far parlare il Muratori di plagio, si distinguono nettamente due parti……ecc..ecc…Ancora più schierato sembra essere Saba Malaspina, probabilmente parente dei precedenti Malaspini, del quale sono incerte sia l’origine sia la cronologia. Per sua stessa ammissione fu scrittore pontificio al tempo di papa Martino IV, e decano della chiesa di mileto. La sua cronaca intitolata Rerum Sicularum Historia, databile tra il 1284 e il 1285, riferisce gli eventi compresi tra la morte dell’imperatore Federico II di Svevia e la morte di Carlo I d’Angiò (1285), parteggiando per la fazione guelfa ecc….Di un’altra veridicità sono i cronisti di parte opposta che rappresentano i più autorevoli riferimenti per lo studio del periodo storico in esame. Il messinese Bartolomeo di Nicastro, giurista, magistrato ecc…, nel 1286 ambasciatore di Giacomo II presso papa Onorio IV, ecc…redigere in lingua latina, prima in versi, poi in prosa, l’Historia Sicula, cronaca che riporta gli eventi compresi tra la morte dell’imperatore Federico II e il 1293. Il Nicastro, ecc…Niccolò Speciale, definito dall’Amari “uomo di alto stato e di molte lettere”, ambasciatore nel 1334 di re Federico III d’Aragona presso papa Benedetto XII, è autore anch’egli di una Historia sicula…..Lo stesso metro seguono due altri contemporanei che, pur essendo di origine catalana, furono organici alla storia di Sicilia. Il primo è Raimondo Muntaner, nativo di Peralada (1265 o 1275), milite al servizio di re aragonesi Pietro III, Giacomo II e Federico III, il quale tornato vecchio in patria, si dedicò alla stesura della Cronaca. Ben altra gravità si rileva in Bernardo d’Esclot che, ecc…La sua Cronaca, terminata con la morte di Pietro III nel 1285, è fondamentalmente la prima testimonianza della mira aragonese sul mondo mediterraneo. Ecc…..Per quel che concerne le fonti archivistiche italiane, sono stati consultati i volumi dei registri della cancelleria angioina e i repertori seicenteschi della stessa conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, relativi agli anni di cui non è stata effettuata la ricostruzione dopo la distruzione degli originali avvenuta durante l’ultimo conflitto mondiale. Di pari importanza è da considerar lo studio dei documenti conservati nell’Archivio della Corona d’Aragona, pubblicati in varie raccolte. Tra queste ricordiamo i volumi del Carini, Archivi e biblioteche di Spagna e i documenti diplomatici pubblicati nella collana Documenti per servire alla storia di Sicilia, a cura della Società siciliana per la storia patria., riportati nella bibliografia finale.”. Nei pochi documenti tratti dall’ormai perduta Cancelleria angioina, pubblicati da Michele Amari (…) e poi in seguito da Carlo Carucci, troviamo tracce di questo periodo storico. Michele Amari, utilizza spesso la cronistoria di Bartolomeo da Neocastro (…), i cui fatti narrati nella sua “Historia Sicula” ricorrono spesso nella narrazione dell’Amari. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro è stato un cronista medievale, fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino Historia Sicula. Lo si ritiene nato nella prima metà del Duecento da una famiglia probabilmente originaria di Nicastro e quindi di provenienza calabrese. Si sa che era un giureconsulto messinese, che esercitò inizialmente funzioni giuridiche, prima di assumere incarichi burocratici di primo piano nella corte aragonese: nel 1286, ad esempio, fu inviato da Giacomo II d’Aragona in missione diplomatica presso Onorio IV. Proprio tali notizie rivelano il valore della sua figura come testimone diretto e ravvicinato degli eventi narrati, dei quali fu in qualche caso spettatore dall’interno. Fu autore di una Historia Sicula dal 1250 al 1293, redatta in prosa latina. ll filo narrativo seguito dall’autore prende le mosse dalla morte di Federico II Imperatore (nel 1250) e si spinge fino all’estate del 1293, con la descrizione di un’ambasceria siciliana a Giacomo II d’Aragona, sbarcata a Barcellona il 3 luglio di quell’anno. Dunque, la narrazione del cronista Bartolomeo da Neocastro dovrebbe comprendere anche gli anni del 1287 e 1288 in cui alcuni nostri paesi furono occupati dagli Almugaveri. Molte notizie di quel periodo storico e della guerra del Vespro ci pervengono dalla cronistoria di Bartolomeo di Neocastro. Michele Amari (…) a p. 604 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82 – Sala Malaspina, cont. p. 415 e 417.”. L’Amari si riferiva al chronicon di Bartolomeo de Neocastro pubblicato integralmente da Giuseppe del Re (…), nel suo Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia’. Le gesta dei due, di Giacomo e di Ruggiero, sono descritti in due cronache. Nella cronaca di Bernardo d’Esclot e la cronaca di Ramon Muntaner, due cronache tradotte e pubblicate da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Augurio e Musella (…), proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Bernat Desclot (o d’Esclot, italianizzato in Bernardo; … – …) è stato un cronista catalano del XIII secolo. Fu autore dell’importante opera Llibre del rei en Pere e dels seus antecessors passats, in lingua catalana, meglio conosciuta come Crònica de Bernat Desclot, stampata per la prima volta nel 1616 e facente parte del corpus delle quattro Grandi cronache catalane. La sua cronaca incomincia nel 1207 e termina nel 1285, trattenendosi più diffusamente sull’epoca al di Pietro III d’Aragona (1276-1285): discorre, in particolare, sul vespro siciliano (come la cronaca di Ramon Muntaner), delle gloriose imprese dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, della prigionia del principe di Salerno, Carlo lo Zoppo (futuro re Carlo II d’Angiò), figlio di Carlo I d’Angiò.

Nel 14 ottobre 1282, re Carlo I d’Angiò nominò Ruggero Sanseverino, capitano generale nella Basilicata e nel Principato

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, parlando di Ruggero Sanseverino ai tempi di Carlo I d’Angiò, e sulla scorta del manoscritto di Nicolò Iamsilla (…), a pp. 133-134-135 scriveva che: “….e vi rimase come governatore fino al 14 ottobre 1282, in cui il re lo richiamò per avvalersene quale suo capitan generale nella Basilicata e nel Principato (2). Padre e figlio furono di grande giovamento agli Angioini nelle loro guerre, avendo Carlo II principe di Salerno affidata la custodia di questa città contro i ribelli a Ruggiero, ed al figliuolo di lui Tommaso il littorale da Salerno a Policastro (1, p. 135). Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a pp. 114-155, in proposito scriveva che:“Carlo I il 3 maggio 1284 affidò a Ruggiero Sanseverino la difesa di Salerno e della costa che si estendeva fra queste città, Agropoli e Castellabate, mentre il figlio di questi, Tommaso, accorreva in difesa di Policastro, poi il 1 agosto il Re nominò Ruggiero comandante generale delle operazioni di guerra nel Principato e diede a Tommaso lo stesso incarico nel giustizierato di Calabria.”.

Nel 28 luglio 1283, Carlo II d’Angiò, principe di Salerno acconsente al trasporto di derrate dal porto di Policastro

Di certo, la stessa notizia degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Vediamo cosa dice il Carucci. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Così scriveva il Carucci (…), a p. 121, del vol. II.

Nel 10 Maggio 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro

Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Carlo Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Dunque, la notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 260, secondo cui il presidio o il Castello di Policastro, fu occucato dagli Almugaveri, non è la stessa che riporta il Carucci (…), a p. 121 e p. 145, ma è diversa, come abbiamo visto. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”:

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Nel 1284, RUGGERO DI LAURIA, ammiraglio della flotta Siculo-Aragonese

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Per la storia delle nostre terre nel periodo della terribile guerra del Vespro, la guera tra gli Angioini e gli Aragonesi, può rivelarsi utile indagare su un personaggio che ebbe un ruolo non secondario in quegli anni: Ruggiero di Lauria. Nel corso dello scoppio degli eventi bellici che determinarono la Guerra dei Vespri Siciliani, la guerra che si tenne verso la fine del XIII secolo tra i francesi Angioini e gli spagnoli Aragonesi del Regno di Sicilia per la conquista del Regno di Napoli, un dei personaggi di maggior rilievo fu proprio Ruggero di Lauria, un uomo delle nostre terre. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà e della nobile famiglia dei de Cloira o Loria,  nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Anche in virtù dei possedimenti terrieri in Calabria, si racconta che Ruggiero fosse in realtà nato nel castello normanno o nel palazzotto d’Episcopio di Scalea, anziché a Lauria, così come risulterebbe anche da un documento in latino conservato, ma mai trovato, negli archivi della Corona d’Aragona (a Barcellona), che lo stesso Ruggiero avrebbe inviato personalmente al re Giacomo II («Así consta de una carta Latina que se conserva en el Archivio Real de la Corona de Aragón, escrita por Roger al Rey Don Jayme II»). Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.“. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc…”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Sempre il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, scriveva che negli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Il sacerdote Nicola Palmieri (…), a p. 10 cita Vincenzo Lomonaco (…), ovvero il suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Il Palmieri, a p. 10 in proposito sciveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Se dunque il padre di Ruggiero, che si chiamava Riccardo, aveva il cognome di de Cloira, Ruggiero figlio a Riccardo Barone e giustiziere della Basilicata, doveva avere come al padre il Cognome di de Cloira.”Il Palmieri (…), a p. 10, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le notizie di cui fa cenno il Sig. Lomonaco furono rilevate dal grande Arch. di Napoli dal suo amico Minieri Riccio, solerte cultore di patria antichità.”. Il testo citato dal Palmieri nella sua nota (1) si riferisce agli Archivi Angioini pubblicati dal Minieri Riccio (…) e poi ricostruiti dalla Jole Mazzoleni (…). Dunque, secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. E’ per questo motivo che secondo il Palmieri (…), il predicato di Lauria venne aggiunto al nome di Ruggiero. Dunque, secondo il Palmieri (…), sulla scorta dello Zurita (…), Ruggero di Lauria era figlio di “Donna Bella” (Isabella) Lancia che era al servizio (nutrice) di Costanza di Hoenstaufen. Isabella Lancia, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia. Dall’unione di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero), con Federico II di Svevia, nacque Manfredi di Svevia. Dunque, Ruggiero di Lauria e re Manfredi di Svevia erano cugini. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. Dunque, il nesso che legava la famiglia di Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, ai Lancia, nobile e potente famiglia al servizio della famiglia Sveva. Riccardo di Lauria, sposò in seconde nozze Isabella (“Donna Bella”) Lancia, sorella di Bianca Lancia, che come vedremo sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. E’ per questo motivo che, sebbene a Riccardo di Lauria, in seguito alla ‘Congiura di Capaccio’, Federico II di Svevia aveva tolto i possedimenti di Lauria e in Calabria, poi in seguito furono riacquistati e restituiti per la parentela che Riccardo di Lauria aveva con l’ultima moglie (o solo amante) di Federico II di Svevia. Bianca Lancia era nipote di Isabella (Donna Bella) Lancia, che in seconde nozze aveva sposato Riccardo di Lauria, conte di Lauria e padre di Ruggiero di Lauria. Di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero di Lauria) e sposa di Riccardo di Lauria), il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos e il Pirri, la vorrebbero figlia di Corrado Lancia dei Duchi di Baviera, Conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea e sorella di Galvano Lancia, Signore di Brolo e Barone di Longi, Capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Bianca Lancia, o Lanza, meglio Bianca d’Agliano (Arce ?, 1210 circa – poco dopo il 1250 ?), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli sposò “in articulo mortis”. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. A partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero: Costanza (1230-1307) e Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266). Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Infatti, di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Nel 1266, la dinastia Sveva viveva momenti difficili culminati, due anni più tardi, nella decapitazione del sedicenne sovrano Corradino di Svevia per volontà di Carlo I d’Angiò. Ruggiero si rifugiò a Barcellona con altri esuli siciliani vivendo con la madre Bella alla corte della regina Costanza, consorte dell’infante di Spagna e futuro re d’Aragona Pietro III, nonché figlia di Manfredi e cugina di Corradino. Fu armato cavaliere dall’infante Pietro insieme a Corrado I Lancia, di cui fu compagno di imprese e in seguito cognato. Ruggero servì i re d’Aragona Pietro III e Giacomo I (rispettivamente re di Sicilia coi nomi di Pietro I e Giacomo I) e il re di Sicilia Federico III, riportando numerose vittorie contro le flotte degli Angioini. Nel 1282 fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Nel 1282 fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri Siciliani. Ruggiero di Lauria (Lauria o Scalea, 17 gennaio 1250 – Cocentaina, 19 gennaio 1305) fu un ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “Quattro anni dopo la strage di Capaccio, nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo. Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figliuolo di lui che lo elevò ai più alti onori. Ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca’: Giannone, lib. 18, pag. 581.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Parte 2°, discorso 3°, pag. 261.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Iamsilla, ‘Cronaca pub. da Gius. Del Re’, p. 117.”. Il Mazziotti (…), a p. 128, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘Galvano Lancia, Studio biografico pub. da Federico Lancia nell’”Archivio storico Siciliano”, Nuova serie, Vol. 1°, pag. 45.”.

NEL 1282-84, L’INVASIONE DELLA CALABRIA, BASILICATA E ALCUNI CENTRI DEL BASSO CILENTO

Nel 1282, le forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e Ruggiero di Lauria contro Carlo I d’Angiò

Quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi. In questo particolare periodo storico, gli anni 1286 fino al 1293, si inserisce inoltre un altro personaggio che apparteneva alla casata dei spagnoli Aragonesi di Sicilia. Giacomo d’Aragona, detto il Giusto è stato Re Giacomo II di Aragona, di Valencia e Conte di Barcellona (1291–1327). Dal 1285 al 1296 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dal 1291 al 1298 governò il regno di Maiorca, mentre fu Re di Sardegna dal 1297 al 1327. Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. In un altro mio saggio mi sono occupato delle forse Siculo-aragonesi e turbe di Almugaveri che, a soldo di Pietro d’Aragona e poi di Giacomo, occuparono parte della Basilicata e della valle del Tanagro. In particolare si parlava di Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (49), postillava che: “(49) Nel 1289 a Gaeta, tra Carlo II e D. Giacomo d’Aragona fino a Ognissanti del 1291.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (50), postillava che: “(50) Comparvero per la prima volta in Aragona nel XIII secolo: soldati di fanteria leggera abilissimi nelle armi da lancio contro la cavalleria. Scorridori (il termine arabo passò poi nella lingia spagnola) feroci lasciarono tristi ricordi nella popolazione del Cilento, dove infierirono a volte con inumana crudeltà. Le compagnie originarie erano costituite da aragonesi, navarresi, majorchini, guasconi, soprattutto da catalani, agli ordini di rispettivi “adil” (= giuda) cui ano sottoposti con ferrea disciplina.”. Pietro Ebner (…), ci raccontava del periodo in cui, quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi.

Nel 1283-84, le forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e Ruggiero di Lauria contro Carlo I d’Angiò

Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a pp. 114-155, in proposito scriveva che:“Carlo I il 3 maggio 1284 affidò a Ruggiero Sanseverino la difesa di Salerno e della costa che si estendeva fra queste città, Agropoli e Castellabate, mentre il figlio di questi, Tommaso, accorreva in difesa di Policastro, poi il 1 agosto il Re nominò Ruggiero comandante generale delle operazioni di guerra nel Principato e diede a Tommaso lo stesso incarico nel giustizierato di Calabria.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate scriveva che: “Da una lettera (12) del 5 settembre del 1283 si apprende che gli almugaveri si erano spinti sino ai confini tra Basilicata e Principato saccheggiando le terre di Riccardo di Chiaromonte. Pertanto il principe Carlo ordinava al giustiziere delle due provincie di raccogliere armati e respingere “infideles Almugavari”.”. Dunque, l’Ebner (…), segnala che secondo i documenti angioini esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, poi andati persi nel rogo del 1943 ma pubblicati da Carlo Carucci (…), ed in particolare secondo la lettera del 5 settembre dell’anno 1283, si apprende che:  “….gli almugaveri si erano spinti sino ai confini tra Basilicata e Principato saccheggiando le terre di Riccardo di Chiaromonte.”. Ebner, nel vol. I,  a p. 658 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Reg. ang. 45 f 50 t Brindisi = Carucci, II, p. 126, n. 17.”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II “La guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato” a pp. 125-126, pubblicò il documento n. 17, tratto dalla cancelleria angioina. Il Carucci in proposito a questo documento n. 17, datato 5 settembre 1283 scriveva che: “XVII. 1283, 5 settembre, Brindisi. Il principe Carlo, avendo saputo che gl’infedeli Almugaveri si erano spinti, come predoni, saccheggiando, fino alle terre del nobile Riccardo di Chiaromonte, site fra i confini delle provincie di Basilicata e di Principato, ordina ai giustizieri di quelle due provincie di raccogliere gente armata, a piedi e a cavallo, nelle terre vicine a quelle di detto Riccardo, accorrere personalmente ai luoghi invasi e difenderli con forza ed energia.”. Il Carucci a p. 125, postillava: “Reg, ang. n. 45, fol. 50b.”. Ebner postillava di Carlo Carucci (…) e si riferiva anche ad altri documenti (gli stessi) pubblicati nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano“, pubblicato in A.S.C.L. (….) e, dove a pp. 8-9 pubblicò questo documento citato da Ebner:

docum.-pp.-8-9-1

Riguardo i guerriglieri Almugaveri, lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che a p. 12 del  suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato nel 1800 diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Il Pasanisi (…), riguardo questo documento si rifaceva anche al testo del De Lellis (…). Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Ecc..”. Dunque, il Cataldo (…), parlando del castello di Policastro, cita quel periodo storico in cui vie era una furibonda guerra tra la casata francese degli Angiò e gli spagnoli di Pietro d’Aragona per il possesso del Regno di Napoli. I fatti di cui ci occupiamo risalgono al 1287 quando da poco era salito al trono Carlo II° d’Angiò, detto lo Zoppo e, suo figlio primogenito Carlo Martello d’Angiò, era stato nominato Principe di Salerno nel …….che minorenne restò sotto la tutela del conte d’Artois fino alla maggiore età, come scriveva Pietro Ebner (…), nel suo vol. I, a p. 658 del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” : “Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), ecc..”.

Nel giugno del 1284, gli almugaveri di Giacomo II di Aragona (futuro re di Trinacria poi Sicilia) e Ruggiero di Lauria e l’invasione della Calabria, Basilicata e parte del Cilento

Augurio e Musella (…), proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Sempre il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, scriveva che negli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Rugero di Lauria, dicono gli Annali di Aragona nel libro III, Cap. 81, p. 203, venne nella Spagna con D.a Bella sua madre insieme a D.a Costanza presso la quale stava di servizio. Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266). Fu Rugero Ammiraglio valoroso. Ecc…”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “….è questo il periodo della cosiddetta Guerra del Vespro, duro per tutto il Regno, durissimo per Morigerati che viene a trovarsi a ridosso della linea di guerra, soggetta ad aggressioni lampo, a violenze di ogni genere, ecc…ecc…E’ questo il periodo che allontana Morigerati dall’abazia italo-greca di Rofrano….Il difensore per eccellenza fu Tommaso Sanseverino, responsabile della costa del Golfo, aiutato dagli abitanti delle campagne che nel luglio del 1283 scesero a difenderla da un attacco (10) dagli Aragonesi via mare. Gli Angioini non contenti del comportamento del capitano di Policastro Oddone di Brindisi, evocano il castello alla Regia Curia (11): questa era responsabile direttamente anche di tutta la costa per la larghezza di un tiro di balestra, cioè una fascia di circa 150 metri. La stessa Curia invia Pietro pilet (4 marzo 1284) Vicario del Principato per meglio vigilare sul castello e terre circostanti, unitamente a 50 stipendiari (truppe pagate) al comando di Rimbaldo de Alemannia, proprio per la presenza di bande nemiche in zona. Nuovo cambio, viene inviato il giudice Taddeo di Firenze, il primo maggio dello stesso anno per vigilare sulle terre prossime a Policastro (12). Accorre anche Tommaso Sanseverino e il 10 maggio altri armati. Si temono soprattutto le bande degli almugaveri, truppe irregolari che gli spagnoli ingaggiavano purchè facevano i lavori più pericolosi; questi ‘guerriglieri’ erano di fede musulmana, il loro obiettivo era la predazione più che l’occupazione vera e propria, essendo abilissimi scorridori. Grazie agli sforzi congiunti queste bande furono, per il momento respinte. Due anni dopo, il 24 maggio 1286 altro responsabile per la zona di Policastro nella persona di Erberto de Aurelianis che poteva prendere possesso anche delle saline, se erano ancora esistenti. Costui era un esperto di difese e lo troviamo signore in altre fortificazioni, a seconda delle esigenze. Ecc..”. Il Gentile (…), a pp. 58-59, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci C., La Guera del Vespro nella frontiera del Principato, Subiaco, 1934, pag. 120. Per Policastro usata come deposito di viveri o armi vedi pag. 121, 249, 291, 304, 330, 331.”. Alla nota del Gentile che trae le notizie dal Carucci, aggiungo che egli si riferiva al vol. II del testo di Carlo Carucci (12), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il Gentile (…), a pp. 58-59, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Cit., pag. 135.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Nella sua nota (10) il Gentile si riferisce al testo di Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, il Gentile nella sua nota postillava di Carucci (….), vol. II, pp. 120, 121, 249, 291, 304, 330, 331 e nella sua nota (11) postillava che: “(11) Cit., pag. 135.”. Anche Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “….negli anni della disastrosa Guerra del Vespro (1282-1302) conbattuta fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, ‘Casolla’ dovette costituire uno dei ‘castra’ (fortezze) della seconda linea difensiva interna insieme con Torraca, Tortorella, Rocca Gloriosa e Torre Orsaia (117). Le due Valli del Bussento e del Mingardo, infatti, che in ‘Policastrum’ avevano la loro porta d’ingresso, furono costellate di ‘castra’ per la difesa contro la soldataglia degli Almugàveri assoldata dagli Aragonesi (118). E se alla foce del Bussento il ‘castrum Policastri’ era il più difeso anche con il concorso di quelli meglio attrezzati dell’interno (‘castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle….Sanse…Turrace…Rofrani)(119) e dalle sorgenti dei due importanti corsi d’acqua erano attivi quelli di ‘Roffrànum’ (120) e di ‘Sansa’ (121) (che costituivano la terza linea), allora anche il ‘castrum Caselle’ nel medio corso dovette ricoprire qualche importanza e patire le misere condizioni di guerra, tanto da essere esonerato più volte dal pagamento delle imposte: ‘satis est notorium quod ex presentis guerre discrimine pars regni multa dispèndia subiit….dapna pergràvia deploràvit….itaque statuimus terras et loca ipsa eximendas a solutione presentis collecte…Nomina terràrum et locòrum sunt hec: Padula, Sansa, Rufranum, Caselle, Policastrum (122). L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), el suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Carlo Carucci (…), nel lontano 1932, pubblicò un suo interessante saggio dal titolo ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘ (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932), pp. 1-7, dove egli, oltre a parlarci delle operazioni militari di Carlo II d’Angiò contro gli Aragonesi nella guerra detta del “Vespro Sciliano” fornisce pure una serie di documenti che poi in seguito pubblicherà anche sulla sua opera ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, in tre corposi volumi dove pubblicò moltissimi documenti tratti dagli Archivi Angioini nell’Archivio di Stato di Napoli non ancora distrutti nel rogo di San Paolo Belsito. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che: “Ora, a tal proposito, molti documenti dell’Archivio di Stato di Napoli ci fan conoscere che, stando ancora a Reggio, Carlo d’Angiò intuì che i Siculi-aragonesi, avrebbero presto invasa la Calabria, ed infatti già delle bande, dette Almugaveri, avevano fatto qua e la degli sbarchi, e mandò ordini precisi a tutte le terre del Principato e della Calabria perchè si mettessero in stato di difesa. I maggiori preparativi egli opportunamente tenne che si dovessero fare……..e sul Golfo di Policastro, donde era possibile risalire a Nord, penetrare nella Basilicata o risalire l’impervio Cilento, ed uscire alla valle pestana. Organizzò quindi in quei due punti importanti linee di difesa. La prima, ….La seconda linea di difesa, sul Golfo di Policastro, fu affidata a Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggiero, conte di Marsico. E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Dunque, anche Carlo Carucci scriveva che “E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”Carlo Carucci (…), a p. 145, pubblicò un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Di certo, le notizie degli Almugaveri a Policastro, stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro fu riferita da Carlo Carucci (…) e, dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.“. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Dunque, i due studiosi, Natella e Peduto, sulla scorta del Carucci, riferivano la notizia del momentaneo stanziamento di soldati Almugaveri a Policastro, nell’anno 1287. Carlo Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Sempre il Carucci (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemic e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Pietro Ebner (…), nel suo, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, a pp. 120-121 e s. parla delle operazioni militari della Guerra del Vespro ed in proposito scriveva che: “La dura dominazione instaurata da Carlo d’Angiò determinò un malcontento che si diffuse ovunque nel regno. La nobiltà siciliana invitò subito Pietro III d’Argona alla cui corte si erano rifugiati Ruggiero di Lauria e il grande medico Giovanni da Procida, ad affrettarsi a liberarla dalla “schiavitù” di Carlo d’Angiò, che aveva tiranneggiato l’Isola, ecc…Sperarono nella libertà la Calabria (42), l’intero Principato con il Cilento, dove non mancarono riflessi della rivolta siciliana con significativi episodi d’incontrollata reazione che la progressiva carenza dell’autorità dello Stato non riuscì più a incanalare e contenere…..Il popolo di Roccagloriosa rifiutò di prestar giuramento al proprio feudatario: il salernitano Giovanni Mansella, che re Carlo aveva voluto podestà di Ascoli e poi capitano di guerra sulla frontiera del Principato (44). Ecc….(p. 120) 4. La guerra divampò per mare e per terra senza tregue, anche durante le trattative (49).”. Pietro Ebner, a p. 119 nella sua nota (42), postillava che: “(42) Pontieri E., Ricerche, p. 176 sgg, v. pure CDS, 20 gennaio 1275.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (44), postillava che: “(44) Reg. 59 f IIIa: Carlo II (Aix, 5 maggio 1292) concede a Giovanni Mansella il feudo di Rocca (Gloriosa): CDS, II, 189, v. pure  Reg. 59 f 19a, 59 f 80a, 59 f 192a e Reg. 60 f 283: ecc…”. Riguardo i guerriglieri Almugaveri, lo storico Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicato nel 1926, sulla scorta di Minieri-Riccio (…) che nel 1800, a p. 12, del  suo ‘Diario Angioino’, aveva pubblicato diversi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, a p. 441, cita il documento: del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Dunque, il Pasanisi (…), riguardo questo documento lo traeva da Minieri-Riccio (…) che a sua volta lo traeva dal De Lellis (…). Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Sappiamo, da alcuni documenti tratti dalla cancelleria Angioina che già nel 1284, gli Almugaveri e le forze Sicili-aragonesi avevano occupato e conquistato Scalea e che Carlo d’Angiò inviò truppe a liberarla. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Pietro Ebner (…), nel suo, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, a pp. 120-121 e s. parla delle operazioni militari della Guerra del Vespro ed in proposito scriveva che: 4. La guerra divampò per mare e per terra senza tregue, anche durante le trattative (49). L’ultra ventennale lotta angioino-aragonese che, se per un verso logorò le forze angioine per l’altro risultò rovinosa per l’intero territorio del Cilento, soprattutto per la parte meridionale del basso Cilento a contenere l’avanzata dell’esercito assoldato dagli Aragonesi e costituito dai tristemente noti Almugàvari (50), ai quali si erano unite bande siciliane. I condottieri del tempo, resisi conto dell’importanza del Cilento, montagnoso e impervio, con sagace disegno unitario cercarono di creare un valido organismo difensivo che può considerarsi ancora oggi un capolavoro di strategia militare. Ecc..”. Più avanti l’Ebner a p. 123 continua scrivendo che: “Anche per impellenti bisogni venne in gran fretta trasferito materiale bellico dal castello di Melfi a Policastro (60). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (49), postillava che: “(49) Nel 1289 a Gaeta, tra Carlo II e D. Giacomo d’Aragona fino a Ognissanti del 1291.”. Pietro Ebner, a p. 120 nella sua nota (50), postillava che: “(50) Comparvero per la prima volta in Aragona nel XIII secolo: soldati di fanteria leggera abilissimi nelle armi da lancio contro la cavalleria. Scorridori (il termine arabo passò poi nella lingia spagnola) feroci lasciarono tristi ricordi nella popolazione del Cilento, dove infierirono a volte con inumana crudeltà. Le compagnie originarie erano costituite da aragonesi, navarresi, majorchini, guasconi, soprattutto da catalani, agli ordini di rispettivi “adil” (= giuda) cui ano sottoposti con ferrea disciplina.”. Pietro Ebner (…), ci raccontava del periodo in cui, quando Pietro III d’Aragona mosse guerra a Carlo I d’Angiò dopo il Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 per ottenere il possesso di Napoli e della Sicilia, gli almogàver formarono l’elemento più efficace del suo esercito. La loro disciplina e ferocia, la forza con cui lanciavano i loro giavellotti e la loro attività li rese formidabili contro la cavalleria pesante dell’esercito angioino. Combattevano contro la cavalleria attaccando prima i cavalli invece dei cavalieri. Una volta che il cavaliere era a terra, era una facile vittima per gli almogàver. Con il termine catalano di Almogàver (aragonese: Almogabar, spagnolo: Almogávar, dall’arabo: al-Mugavari) si indica un gruppo di soldati della Corona d’Aragona, famosi durante la reconquista cristiana della Penisola Iberica. In italiano furono variamente chiamati come almogaveri, almogavari, mugaveri, mogaveri o almogravi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento ecc… Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.” ho cercato di approfondire. Il Campagna, riferendoci la notizia citava i riferimenti bibliografici e, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata dal Campagna (…) e da Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del “re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari”. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri (…), nel fasc. IV dell’anno I, 1931 a p. 492, riferendosi al periodo in cui Carlo I d’Angiò affronta la campagna contro ……………………..,in proposito scriveva che: “Per lo stesso motivo duecento uomini vengono spediti per ordine del re, dal Giustiziere di Val di Crati e Terra Giordana, Porzio de Blanchefort, ad Amantea, che, avvisata dai nemici, è posta sotto la tutela di Guglielmo Sclavello (2)……A capo della guarnigione di ……Policastro ecc…sono affidate a Bertrando d’Artois (4). Tali disposizioni, prese nel novembre 1282, non furono sole e definitive: ordini e contrordini si susseguono con una celerità, che può essere soltanto spiegata dalle notizie che arrivano a Carlo I, a Reggio, e che divengono più tempestose nl volgere del dicembre. Si assicura, per esempio, che forti contingenti nemici stanno per assalire Scalea e che attraverso le gole di essa, si sarebbero aperto un varco nell’alta Calabria; parecchi fuoriusciti Calabresi che avevano trovato ospitalità presso Pietro d’Aragona, erano stati da questo rimandati nei rispettivi paesi, allo scopo di incitare gli animi e sollevarsi contro gli Angioini, e questi lavoravano ormai non senza frutto (5). Certo era diventata così critica la posizione degli Angioini in Calabria, che ne giunse……”. Il Pontieri, nel suo saggio a p. 492, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri-Riccio, Memorie, p. 13; Id., ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1272 al 31 dicembre 1283, pag. 36. Ma i nomi non rispondono sempre esattamente alla lezione del Registro Angioino, da cui sono ricavati.”. Sempre il Pontieri a p. 492, nella sua nota (5) postillava che: “Minieri Riccio, Memorie, p. 15; Id., ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò dal 2 gennaio 1272 al 31 dicembre 1283, pag. 40.”. Domenico Tomacelli (….), nella sua, ‘Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace’, vol. I, sulla scorta del chronicon di Saba Malaspina (…), a pp. 273-274 e s., riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Sopraggiunto il nuovo anno, gravissime ambasciate toccarono al vicario del d’Angiò, scarseggiando le provvisioni di bocca in terra ferma, si che l’esercito accampato a Nicotera, ebbe molto a patirne, e le terre di Santo Lucido, Scalea, Cetraro e Amantea, mosse dalla fame si dettero alla reina Costanza ed all’infante Giacomo, a patto che fussero provvedute di viveri. Il che, come fu assentito, prestamente dieci galee cariche di grano, ed una forte mano di almugaveri mandaronsi in quelle terre, con la quale cosa si provvide alla fame ed alla sicurtà dei terrazzani.”. Infatti, Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano, a p. 229 (cap. X)(si veda la ristampa  ed. Mazara, 1947, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata) e, nella sua opera del 1851 a p. 220 (cap. X), sulla scorta del Muntaner (…) e del chronicon di Saba Malaspina, riferendosi all’anno 1284 ed alla regina Costanza, che prese a cuore una penuria di viveri in Calabria, in proposito scriveva che: “Mandovvi pertanto con otto gelee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò, (3) a grande sollievo dei terrazzani.”. L’Amari a p. 220, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Da quaranta a venti tarì la salma, dice il Malaspina.”. Dunque, l’Amari si riferiva al chronicon di Saba Malaspina che troviamo pubblicato nel testo di Giuseppe Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia, Napoli, 1868, vol. II, che in wikipedia leggiamo: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Interessante è ciò che a riguardo scriveva Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Muntaner e di B. d’Esclot (…) e a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di  Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Moisè (….), nella sua ‘cronaca Catalana’, sulla scorta della cronaca di Ramon Muntaner postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. Il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri‘, pubblicato nel 1914, a p. 5, parlando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, in proposito scriveva che: “Il Maurolio, scrittore di cose Siciliane, l’appella pur esso Calabrese, ed aggiunge: “Cui galli patrem unterfecerunt.” (1). Ma quello che precisa la patria dell’illustre uomo, facendone di proposito minuta biografia, è lo storico Spaguolo Girolamo Zurita. Questi, nell’opera che ha per titolo: “Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49, che avuto l’incarico Rugero di Lauria di portarsi nella Basilicata per sollevarla contro il dominio di Carlo d’Angiò, ed a prò di Pietro d’Aragona venne anche in Lauria, e giunto in questo paese, dice chiaramente l’autore, d’esser stato dè suoi predecessori, cioè i suoi antenati vi avevano un dominio, un possesso. Ecco le sue testuali parole: “ecc..ecc..”. Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, nel suo cap. X, a pp. 122-123 (a. 1283) in proposito scriveva che: “Ebbe in quel verno gran caro di vittuaglie in Italia. Donde Scalea, Santo lucido, Cetraro, Amantea, mosse dalla penuria o dalla mala contentezza (che Scalea, l’anno innanzi era stata la prima in terra ferma a darsi a re Pietro), si proffersero alla regina Costanza, s’ella provvedesse di viveri e difendesse; ecc…” (continua Cap. X, p. 123): “provvedessele di viveri e difendesse; la qual pratica condussero alcuni scaleotti usciti per omicidi e riparati in Sicilia; e volentieri la assentì la regina. Mandovvi pertanto con otto galee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò (1), a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri messo piè a terra, diersi a infestare tutto val di Crati e Basilicata: contro i quali movendo il giustiziere di val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, rupperlo di strage, e l’inseguirono infino a un castello del vescovo di Cassano. ove poser l’assedio. Ecc….”. L’Amari (…), a p. 123 nella sua nota (1) postillava che: “Da quaranta a venti tarì, dice Malaspina.”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Nell’autunno del 1283, il principe di Salerno Carlo lo Zoppo, reggente per conto del padre Carlo I d’Angiò, dopo aver affidato il comando delle truppe al conte Roberto d’Artois, lasciò Nicotera e si trasferì a Napoli per riorganizzare l’esercito. In seguito alla sua partenza la situazione in Calabria precipitò sia per il malcontento della popolazione locale sia per una grande carestia che aveva messo in ginocchio quasi tutta la regione. Nella primavera del 1284 le terre di Scalea (già ribellatasi l’anno prima agli angioini e passata cogli Aragonesi), San Lucido, Cetrara e Amantea avevano inviato ambasciatori alla regina Costanza chiedendo derrate alimentari in cambio della loro sottomissione. Prontamente la regina inviò due tarìde cariche di frumento scortate da otto galee armate con un buon numero di almogaveri. Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”. Augurio  Musella, nella loro nota (16) a p. 60 postillavano che: “(16) B. d’Esclot, op. cit., cap. CXVI”.

Nel …….1284, Pietro III di Aragona manda il conte di Modica, Federico Mosca a conquistare Scalea

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri, riferendosi a dopo l’occupazione di Scalea, nel 1284, in proposito scriveva che: “Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, ecc…”. Federico Mosca, conte di Modica di origine sveva del XIII secolo. Al servizio del re Pietro III di Aragona, detto il Grande, questi dopo essersi proclamato Re di Sicilia in quanto marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia del Re Manfredi, l’11 novembre 1282 lo investì del titolo di Conte di Modica e lo nominò governatore del Val di Noto. L’Aragonese lo inviò in Calbria, dove a capo di una milizia costituita da 600 almogaveri attaccò gli Angioini, e devastò Scalea e il suo circondario, per poi dirigersi verso Reggio (1)(2). Wikipidia nelle sue note (1) e (2) postillava di: (1) Gaetani F. Emanuele, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, parte II, Lib. IV, Stamperia Santi Apostoli, 1757, p. 4 e nella nota (2) postillava: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Il Racioppi, nel suo raconto cita Michele Amari (…) che, nella sua ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’., riferendosi all’anno 1284, vol. II, cap. X, p. 219, in proposito scriveva che:

Amari, p. 219

Nel principio del 1284 o già nel 1283 (secondo alcuni), le forze Siculo-aragonesi conquistano Scalea

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 1284 (1), incitati dai fuoriusciti della terra stessa: e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da codesti incitamenti e dal mancare dei grani, poichè le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mércuri e del Noce; e il giustiziere di Val Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, e poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumnto per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). Ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In Amari, Op. cit., secondo l’ultima ediz., cap. X, vol. II, 29.”. Racioppi, a p. 181, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Documento del 2 agosto 1284, in Amari, Op. cit., cap. XI, 229.”. Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Muntaner e di Maresclot e a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di  Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Muntaner (in Moisè) nella sua ‘cronaca Catalana’ postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta proprio questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, nel suo cap. X, a pp. 122-123 (a. 1283) in proposito scriveva che: “Sopraggiunto in Sicilia il conte di Modica, e con esso pochi cavalli e più feroci frotte di almugaveri, peggior travaglio diè a Basilicata. Prese alcune castella e la terra di san Marco; quivi della chiesa de frà minori fè un ridotto assai forte; mal conci ne rimandò Rizzardo Chiaromonte e altri baroni venuti con maschio valore contr’esso; i quali non furono punto imitati dagli altri feudatari del regno, scontentissimi del governo angioino. Invano di maggio dell’anno seguennte si fè appello alle milizie feudali del reame di Puglia per venire a oste a Scalea, e anco mandovvisi, sotto il comando di Ruggier Sangineto, gente assoldata in Toscana; perchè sempre tennero il fermo i nostri: e patiron provincie correrie, ladronecci, notturni assalti (2); che appena si crederebbe, standovi a manca il campo di Nicotera, a destra la capitale, e per tutto il regno guerriere voci e apparecchi.”. L’Amari a p. 123, nella sua nota (2) postillava che: “(2) D’Esclot, cap. 119. Saba Malaspina, cont., pag. 403, 404. Il primo dice dell’occupazione di quelle quattro terre; il Malaspina della sola Scalea.”. I due appelli al servigio feudale del reame di Puglia si leggono nel diploma del 30 ottobre 1283, nel citato Elenco delle pergamene del real Archivio di Napoli, vol. 1, pag. 257; e nei diplomi del 21 e 31 maggio 1284, ibidem, pag. 266, 268. – Nel r. Archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 81 a. t leggesi un diploma dato di Napoli a 28 aprile 12a Indiz. (1284) per 100 balestrieri e 200 arcieri a piè, venuti poco prima da Firenze, che si mandavano a Ruggiero Sangineto per ingrossar l’oste all’assedio di Scalea. Montaner, cap. 113, nomina alcuna delle terre occupate, e dice del mal contento nel reame di Puglia; ma confonde questa fazione con quella dell’armata che combattè poi nel golfo di Napoli.”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: “Nell’autunno del 1283, il principe di Salerno Carlo lo Zoppo, reggente per conto del padre Carlo I d’Angiò, dopo aver affidato il comando delle truppe al conte Roberto d’Artois, lasciò Nicotera e si trasferì a Napoli per riorganizzare l’esercito. In seguito alla sua partenza la situazione in Calabria precipitò sia per il malcontento della popolazione locale sia per una grande carestia che aveva messo in ginocchio quasi tutta la regione. Nella primavera del 1284 le terre di Scalea (già ribellatasi l’anno prima agli angioini e passata cogli Aragonesi), San Lucido, Cetrara e Amantea avevano inviato ambasciatori alla regina Costanza chiedendo derrate alimentari in cambio della loro sottomissione. Prontamente la regina inviò due tarìde cariche di frumento scortate da otto galee armate con un buon numero di almogaveri. Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”. Augurio  Musella, nella loro nota (16) a p. 60 postillavano che: “(16) B. d’Esclot, op. cit., cap. CXVI”. I due studiosi si riferivano al cap. CXVI di B. d’Esclot, una cronaca tradotta e pubblicata da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Infatti, Domenico Tomacelli, nel suo ‘Storia dè Reami di Napoli e Sicilia ecc…’, a p. 229, il Tomacelli non parlava di Castellabate e non si riferiva ai fatti accaduti nell’anno 1286 ma all’anno 1283 e riferiva di Mosca e dei suoi almugaveri in Calabria. Tomacelli a p. 229 in proposito scriveva che: “Libro III. Anno 1283. Il 14 febbraio…..fu a Reggio. Quindi, mentre re Carlo si credea di trionfar dell’avversario, combattendo con armi eguali ed in campo chiuso, costui toglievagli vilmente le terre soggette ridendosene e beffandosene; che non sol Reggio in questa maniera venne in potere all’Aragonese, ma ancora la terra di Scalea e l’altra di Gerace, e sì che quella aperse le porte a Federico Mosca conte di Modica che vi mandò per reggervi giustizia in nome di Pietro, e questa, come vide il naviglio dell’Aragonese, si affretto a chiedere uomini ed armi ecc…”:

Tomacelli, p. 229

Il Tomacelli a p. 229 nella sua nota (9) postillava che:

Tomacelli, nota 9 libro III

Nel 2 agosto 1284, Federico Mosca, conte di Modica, reggente a Scalea per conto di Pietro III d’Aragona entra in Basilicata e forse pure Maratea

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri, riferendosi a dopo l’occupazione di Scalea, nel 1284, in proposito scriveva che: “Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con altre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, ecc…”. Federico Mosca, conte di Modica di origine sveva del XIII secolo. Al servizio del re Pietro III di Aragona, detto il Grande, questi dopo essersi proclamato Re di Sicilia in quanto marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia del Re Manfredi, l’11 novembre 1282 lo investì del titolo di Conte di Modica e lo nominò governatore del Val di Noto. L’Aragonese lo inviò in Calbria, dove a capo di una milizia costituita da 600 almogaveri attaccò gli Angioini, e devastò Scalea e il suo circondario, per poi dirigersi verso Reggio (1)(2). Wikipidia nelle sue note (1) e (2) postillava di: (1) Gaetani F. Emanuele, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, parte II, Lib. IV, Stamperia Santi Apostoli, 1757, p. 4 e nella nota (2) postillava: il chronicon di Saba Malaspina in G. Del Re (…), Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti, ordinati per serie e pubblicati, vol. II, pp. 387-388, 478. Il Racioppi (…) a p. 182, continuando a discorrere su Matteo Fortuna, sulla scorta dell’Amari, scriveva che: “…..mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 ecc…”. Il Racioppi, vol. II, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. Domenico Tomacelli (….), nella sua, ‘Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace’, vol. I, sulla scorta del chronicon di Saba Malaspina (…), a pp. 273-274 e s., riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Indi ad alcun tempo, quegli stessi almugaveri si spinsero fino alla Valle di Crati e alla vicina Basilicata, e comechè non bastavano ad arrestargli i pochi e scarsi armati che ivi aveva mandato il Vicario, si mettevano a recare per ogni dove la desolazione e la morte; quindi, fatti più forti da non pochi cavalli, e da una mano dè loro compagni, che gli menò appresso il conte di Modica, si dettero a travagliar le terre onde passavano di ladronecci, di stupri e di altre contumelie. Riccardo di Claremont, e Ruggier Sangineto, iti, l’un dopo l’altro, a snidar costoro di Basilicata, non riuscirono a cacciarli nè della terra di S. Marco, nè delle altre in chè si erano fortificati; sia che scarse tuttochè vigorosissime genti capitanassero, sia che veramente la gente d’ordinanza malamente potesse combattere contro questi ispidi e sanguinosi almugaveri, il cui mostrarsi e ritrarsi su per colli e balzi, era cosa veramente straodinaria. Nè il vicario fu più felice nell’ottenere soccorsi dà principi stranieri di quello delle sue armi erano stati nel respingere i barbari almugaveri: che, la veneta repubblica, udita la sconfitta subita a Malta, ecc…”. Il Racioppi cita Michele Amari, cap. XI, p. 227, dove l’Amari. Infatti, Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano, a p. 229 (cap. X)(si veda la ristampa  ed. Mazara, 1947, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata) e, nella sua opera del 1851 a p. 220 (cap. X), sulla scorta del Montaner (…) e del chronicon di Saba Malaspina, riferendosi all’anno 1284 ed alla regina Costanza, che prese a cuore una penuria di viveri in Calabria, in proposito scriveva che: “Mandovvi pertanto con otto gelee un forte di almugaveri, e alcune teride cariche di grano; onde il pregio di esso d’un subito si ammezzò, (3) a grande sollievo dei terrazzani. Ma gli almugaveri, messo piè a terra, diersi a infestare tutto Val di Crati e Basilicata: contro il quale muovendo il giustiziere di Val di Crati con grosse torme di cavalli, aspettatolo a lor uso in una stretta gola, ruppero con strage, e l’inseguirono infine a un castello del vescovo di Cassano, ove posero l’assedio.“: 

Amari, p. 220

Nel 1284, gli almugàvari di Pietro III d’Aragona e Ruggero di Lauria, al comando dell’adil Matteo Fortuna occuparono Scalea e poi Maratea

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continua a parlare degli Almugaveri e scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota. Fermati dalle munite vie interne, tentarono di aggirare gli Angioini per la via costiera, e risalire poi il corso dei fiumi, con la valida protezione della flotta che assaliva e distruggeva casali e torri, i cui prèsidi, a volte, non riuscivano a segnalarne in tempo gli arrivi. Si spinsero così fino a Castellabate (a. 1286), minacciando Salerno. Penetrarono pure in Basilicata, inoltrandosi fino a Taranto e nella Valle del Tanagro occuparono Padula e nella valle del Calore Civita Pantuliano (Castelcivita). Le notizie pervenuteci lasciano supporre che gli Aragonesi tendessero a una guerra di logoramento, cioè alla guerriglia, per la natura del terreno e per il tipo delle milizie impegnate, senza dubbio più portate agli improvvisi colpi di mano e quindi di razzie che al possesso stabile delle località occupate. La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (60), postillava che: “(60) Reg. 48 f 185 e 194 t.“. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri (…), nel fasc. IV dell’anno I, 1931 a p……, riferendosi al periodo in cui Carlo I d’Angiò affronta la campagna contro ……………………..,in proposito scriveva che: “…….

Come già ho detto il Racioppi si riferiva a Michele Amari (…) ed al suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’. Infatti, Michele Amari, riguardo questi avvenimenti, riferendosi all’anno 1285 (in seguito all’occupazione della Basilicata), vol. II, a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. L’Amari, nell’edizione del 1851, scriveva questo passo a p. 248 e a p. 249 (cap. XI) riportava le sue interessanti note al testo:

Biagio Cappelli (…), sulla scorta di altri studiosi come Michele Amari e Giacomo Racioppi (…). Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “….l’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 390 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Biagio Cappelli, nella sua nota (37) citava Michele Amari (…), che nel ……scrisse ‘La guerra del Vespro Siciliano’, Milano, 1875. Nella nota (37) il Cappelli citava le “Appendici” del vol. II, dell’Amari (…) ed in particolare le sue “Appendici”. Riguardo invece i confini dei feudi, il Cappelli, citava alcuni documenti pubblicati dal Garufi. Infatti, il Cappelli, nella sua nota (38) a p. 390 postillava che: “(38) G.A. Garufi, Da Genusia romana al Castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in A.S.C.L., a. III, pp.34-5, doc. n. 23. Laino infatti già nel 1274 non appare più tra i feudi dei Chiaromonte; cfr.: B. Cappelli, Laino ed i suoi Statuti, in A.S.C.L., a. I., pp. 415-16.”.

Nel 1284, l’adelillo Matteo Fortuna ed i suoi almugàvari occupano Policastro, Camerota e la Basilicata

Lo storico Lagonegrese Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 190, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), parlando delle imprese di Ruggiero di Lauria, scriveva che: “Ammiraglio Ruggero, Conte di Lauria – il quale comandava così superbamente e trionfalmente la flotta Sicula-Catalana ai servizi di Pietro d’Aragona, e del quale dovremo occuparci in seguito nel periodo della dominazine feudale – necessariamente furono nella persecuzione prese di mira le città che dipendevano dal terribile avversario. Questi, non pago delle vittorie riportate sulla flotta napolitana, spinse i conflitti pure i terraferma, e frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, si spingono nel paese interno della valle del Laino o Mercure e del Noce, secondo che vien riferito dall’Amari nella ‘Storia dei Vespri Siciliani’, il quale soggiunge in ‘Appendice’, documento 34035: “Matteo Fortuna, conduttiero di duemila Amulgavari, impavido era rimasto tutta la stase (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano e poscia Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre in Val Crati e Basilicata” (1).”. Il Pesce (…), a p. 190, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi la Storia del Racioppi – vol. II, p. 182.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, ce devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35) In tale modo gli sforzi fatti dai feudatari delle truppe angioine non valsero a nulla, perchè ancora nei mesi estivi di quell’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 383 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “La prima terra da loro occupata sul Tirreno fu Scalea al principio del 1284 (1), incitati dai fuoriusciti della terra stessa: e da qui partono inviti e fomiti di sollevamenti all’interno della regione, e da codesti incitamenti e dal mancare dei grani, poichè le navi inimiche intercettavano ogni commercio per mare, si resero al re di Sicilia le prossime terre di S. Lucido, di Cetraro ed Amantea, che ne ebbero vettovaglie e presidii. Da questi punti di passaggio all’interno, frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri sciolti e spediti, si spingono pel paese interno della Valle del Laino o Mércuri e del Noce; e il giustiziere di Val Crati che va loro incontro con squadre di cavalli intoppa in un agguato, e scampa appena; inseguito, e poi stretto da blocco in un castello presso Cassano. Il Conte Federico Mosca, messo da re Pietro a reggere la terra di Scalea, entra in Basilicata con alttre torme di Almugavari, che si spargono per tutte quelle valli fino a Chiaromonte, oltre il fiume Sinni, e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumnto per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Almugavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti: cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo (2); torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.”. Il Racioppi (…), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In Amari, Op. cit., secondo l’ultima ediz., cap. X, vol. II, 29.”.  . Racioppi, a p. 181, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Documento del 2 agosto 1284, in Amari, Op. cit., cap. XI, 229.”. Infatti, la notizia di Matteo Fortuna (…) la troviamo a p. 229, della ‘La Guerra del Vespro Siciliano, di Michele Amari, ristampa ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, pubblicato nel 1947. Amari (…) a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(2) In Amari. Op. cit., – Append., docum. 34 e 35.”. Per la notizia che cita il Racioppi (…), tratta da Michele Amari, dove l’Amari scrive che re Carlo manda a Maratea ecc..ecc.., Michele Amari riporta i riferimenti bibliografici a p. 249 del suo cap. XI del suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851, scaricabile da Google libri. In essa l’Amari riporta pure in ‘Appendice’ il documento n. 3435 su Matteo Fortuna e citato dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato:  “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.”. Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 182 parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: “a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1). “Matteo Fortuna, scrive l’Amari, condottiero di duemila Almugavari, impavido era rimasto tutta la state (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, e poscia Montalto, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre di Val di Crati e Basilicata.”. Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 ecc…”. In questo passaggio, il Racioppi, a p. 182 del vol. II, citava la nota (1) e postillava che: “(1) I documenti dell’archiv. di Napoli onde risultano queste notizie, sono cennati particolarmente in Amari, op. cit., cap. XI, 227.”. Come già ho detto il Racioppi si riferiva a Michele Amari (…) ed al suo ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’. Infatti, Michele Amari, riguardo questi avvenimenti, riferendosi all’anno 1285 (in seguito all’occupazione della Basilicata), vol. II, a pp. 223-224 (Cap. XI), in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno precipitarono peggio le sorti degli Angioini. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, era rimasto impavido tutta la state nelle terre occupate in Basilicata, che non si crederebbe, ma forse Carlo lo spezzò, tutto intento al passaggio in Sicilia. Costui, incoraggiato dagli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte, d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montalto, Regina, Rende, Bracalla, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in Val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; ecc…ecc..”. Il Racioppi, a p. 182, nella sua nota (1) postillava che: “(1) I documenti dell’Archivio di Napoli, onde queste notizie sono cennati particolarmente in Amari, Op. cit., cap. XI, p. 227.”. L’Amari, nell’edizione del 1851, scriveva questo passo a p. 248 e a p. 249 (cap. XI) riportava le sue interessanti note al testo:

Amari, note p. 249

Michele Amari (…), nel 1842 pubblicò, ‘Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII’, dove egli racconta proprio questo periodo storico della guerra del Vespro Siciliano tra la casa d’Angiò e quella degli Aragona. L’Amari scriveva sulla scorta delle due cronache catalane di Ramon Muntaner e quella di Bernardo d’Esclot (…). L’Amari si rifà moltissimo alle notizie tratte dal cronista Bernardo di Neocastro (…). L’Amari, a p. 141, nel cap. XI e, riferendosi all’anno 1284, in proposito scriveva che: “Dal canto del Tirreno peggio precipitarono gli eventi. Matteo Fortuna, condottier di due mila almugaveri, impavido era rimasto tutta la state nelle occupate terre di Basilicata; che non si crederebbe, ma forse Carlo per troppa fretta del passaggio in Sicilia, lo spezzò. Costui inanimito agli esempi dell’ammiraglio, una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano, terra e castello; e poscia Montaldo, Regina, Rende, Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro, e altre terre in val di Crati e Basilicata. Eran le armi del re fuggitive e lontane; per contrario nei popoli presente l’esempio di Nicotra, vivi gli umori di ribellione; ed invano attorno con molti altri eccitando gli uomini di maggior seguito due frati calabresi della famiglia dei Lattari: talchè tutti alla nuova dominazione si volser gli animi; fecersi occultamente le bandiere con le insegne di Sicilia; e un soffio à Calabresi bastava chiarirsi. Il fè Tropea, mossa da due frati; e Strongoli, Martorano, Nicastro, Mesiano, Squillaci fece omaggio all’infante Giacomo…….Tutte le Calabrie perdevansi se non era pel conte d’Artois. Il quale, ecc…”.  E’ interennte ciò che l’Amari a p. 141, nella sua nota (1) postillava: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82. Ecc..” :

Amari, note p. 249

Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot (….) e, a p. 273 nel suo capitolo CXIII parlando dell’inizio del 1284 e, riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “Quando si fu imbarcato, trovò che v’erano quaranta galee, quattro uscieri e quattro barche armate; si dissero addio e coll’aiuto del Signore partirono. Costeggiando la Calabria, e in sul bel principio toccarono Scalea; trovarono al porto di San Nicola di Scalea, trovarono quattro navi e parecchie teride che caricavano legname per far legna, alberi e antenne da galee e da uscieri per trasportarlo a Napoli. Poi s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Moisè, traducendo il Muntaner proseguendo il suo racconto e riferendosi all’ammiraglio della flotta Siculo-aragonese, Ruggiero di Lauria si portò davanti il porto di Napoli. Dunque, riguardo la notizia di Policastro, a me sembra che il Muntaner (…) sia chiaro. Il Muntaner (…) non cita almugaveri o Matteo Fortuna ma, parlando di  Ruggiero di Lauria, che chiama “l’almirante” scriveva che: “s’impadronirono di Scalea, di Ximoflet, di Santo Lucido, di Cetraro, della città di Policastro che misero a ferro e fuoco e sangue, poi di Castello dell’Abbate, e fornirono tutte le piazze.”. Il Muntaner nella sua ‘cronaca Catalana’ postillava citando il testo “Cr. Cat. Vol. I”. I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria e, proseguendo il loro racconto nel capitolo V “Da Malta a Napoli”, a p. 63 in proposito scrivevano che: “Ai primi di giugno del 1284, tirate le ancore e issate le vele, si fece rotta verso Napoli. Ruggiero di Lauria si preparava a combattere una delle più importanti battaglie navali della storia. Lungo la risalita costa costa, l’Ammiraglio non disdegnò di compiere piccole incursioni a terra. Giunto a Scalea, riuscì ad appropriarsi di quattro navi e di alcune tarìde che caricavano legname diretto a Napoli. Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Dunque, i due studiosi, riferendosi a Ruggiero di Lauria, concludono scrivendo che: “Impadronitosi di Amantea, San Lucido e Cetraro, riprese la via per Napoli, giungendo nel Golfo di Policastro dove diede fuoco all’ononima città.”. Dunque, anche i due studiosi, sulla scorta delle cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot scrivono che Ruggiero di Lauria, diretto con la sua flotta siculo-aragonese a Napoli, distrugge Policastro. I due studiosi si riferivano al cap. CXVI di B. d’Esclot, una cronaca tradotta e pubblicata da Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Pietro Ebner riguardo l’occupazione di Policastro da parte degli Almugàvari. Ebner a p. 123, nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………….

Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, che devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35). In tale modo gli sforzi fatti dai feudatari delle truppe angioine non valsero a nulla, perchè ancora nei mesi estivi di quell’anno 1284, bande di Almugaveri guidate da Matteo Fortuna devastarono le terre al confine calabro-lucano occupando inoltre, con improvvisi colpi di mano, Morano, che però insieme a Castrovillari si ribellò ai Catalani il 19 gennaio 1286 (36), e vari altri luoghi: Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro (37) i cui territori confinavano in buona parte con i feudi dei Chiaromonte. I quali feudi sebbene a quest’epoca non comprendessero più tutti i castelli ed i casali elencati in un documento del 1267 (38), pure si estendevano ancora lungo la valle del Sinni; ai confini così del Principato, della Lucania e della Calabria.”. Il Cappelli a p. 383 nella sua nota (37) postillava che: “(37) M. Amari, op. cit., II, Appendici; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902, p. 182, vol. II.”. Biagio Cappelli (…), postillando di “M. Amari”, si riferiva a Michele Amari (…), ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851. Infatti, l’Amari, nel suo vol. II, nelle sue “Appendici”, riporta alcuni documenti storici che riguardano Matteo Fortuna e la sua invasione. Sono gli stessi documenti che vedremo innanzi che aveva già in precedenza citato Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889. Michele Amari (…), ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, nella sua ‘Appendici’ riporta alcuni documenti che riguardano Matteo Fortuna e l’invasione della Basilicata. L’Amari riporta il documento n. 3435 su Matteo Fortuna citato pure dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato:  “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.. Anche Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 190, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), parlando delle imprese di Ruggiero di Lauria, scriveva che: “Ammiraglio Ruggero, Conte di Lauria – il quale comandava così superbamente e trionfalmente la flotta Sicula-Catalana ai servizi di Pietro d’Aragona, e del quale dovremo occuparci in seguito nel periodo della dominazine feudale – necessariamente furono nella persecuzione prese di mira le città che dipendevano dal terribile avversario. Questi, non pago delle vittorie riportate sulla flotta napolitana, spinse i conflitti pure in terraferma, e frotte di quella speciale milizia catalana degli Almugavari, men soldati che saccomanni e masnadieri, si spingono nel paese interno della valle del Laino o Mercure e del Noce, secondo che vien riferito dall’Amari nella ‘Storia dei Vespri Siciliani’, il quale soggiunge in ‘Appendice’, documento 34035: “Matteo Fortuna, conduttiero di duemila Amulgavari, impavido era rimasto tutta la stase (1284) nelle occupate terre di Basilicata. Una piovosa notte d’un sol colpo guadagnava Morano e poscia Laino, Rotonda, Castelluccio, Lauria, Lagonegro ed altre terre in Val Crati e Basilicata” (1).”. Il Pesce (…), a p. 190, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi la Storia del Racioppi – vol. II, p. 182.”.

Nel 12 aprile 1284, Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, reggente del Regno, spedì Ruggero di Sangineto a riconquistare Scalea

Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 383 in proposito scriveva che: “Ma questi nuclei, ce devastavano così i territori della Lucania meridionale, ricevevano nuovi rinforzi dalle altre bande di predoni sbarcate alla Scalea nei primi mesi del 1284 (35).”. Il Cappelli a p. 389 nella sua nota (35) postillava che: “(35) Amari M., op. cit., vol. I, pag. 273; C. Carucci, op. cit., pag. 10, doc. n. VIII.”. Il documento citato dal Cappelli e pubblicato dal Carucci nel suo saggio……………………..è il documento n. VIII, in cui il principe Carlo Martello ordina che “che l’esercito di Calabria, al comando di Ruggero di Sangineto, si porti a riconquistare la terra di Scalea, di cui i Siculi-aragonesi si erano impadroniti.“. Il documento è datato: “1284, XII, ind. 12 aprile 1284, Napoli. Il documento è riassunto da Minieri-Riccio, loc. cit., tratto dal fol. 91b del reg. ang., n. 49.” :

docum., 10-11

I due studiosi, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro, ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, parlando di Ruggiero di Lauria, nel cap. IV “Da Malta a Napoli”, sulla scorta della cronaca del Muntaner e del Zurita, a p. 60 in proposito scrivevano che: Quando il reggente Carlo lo Zoppo seppe che quattro castelli sul mare di notevole importanza strategica erano passati al nemico, spedì millecinquecento cavalieri provenzali e francesi con l’ordine di ripristinare l’autorità. Sbarcati a Scalea, furono subito affrontati in battaglia dagli almogaveri: la maggior parte fu uccisa o catturata.”.

Nel 2 maggio 1284, il reggente Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo spedì’ a Maratea Ruggiero di Sangineto per riconquistarla

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 181, parlando dei guerriglieri almugàvari, riferendosi a re Carlo I d’Angiò che cercò di contrastare in tutti i modi l’avanzata delle forze Siculo-aragonesi di Pietro III d’Aragona e di Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “e più in là (2) Re Carlo si sforza invano di spegnere questo focolare d’incendi. Dopo l’occupazione di Scalea aveva egli mandato un capitano in Maratea per difendere la spiaggia aperta alle offese; e intanto provvedeva approdassero navi con cento salme di frumento per conforto e sollievo alla penuria di quel paese e sue circostanze, esortando gli abitanti a tener fermo con promesse di aiuti: vi mandò inoltre Riccardo di Sangineto con gente che fu assoldata in Toscana, mentre Riccardo di Chiaromonte ed altri baroni fanno fronte, come possono, con le loro genti a quell’irrompere fulmineo di torme di scorridori, non senza prendere ostaggi essi dai loro vassalli sospetti di intelligenza con i nemici, e chiamando a raccogliersi intorno alle rocche gli abitanti e le greggi dei casali aperti (1 – p. 182).”.

NEL 1285, CARLO II D’ANGIO’ “LO ZOPPO”

Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo (1254 – Napoli, 5 maggio 1309), figlio di Carlo I d’Angiò, prima re di Sicilia poi di Napoli, e di Beatrice di Provenza, ultimogenita del conte di Provenza, Raimondo Berengario IV, e di Beatrice di Savo, fu re di Napoli dal 1285 alla morte, avvenuta nel 1309. Oltre ad essere sovrano del Regno di Napoli, Carlo II fu principe di Salerno dal 1266, poi conte d’Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, principe di Taranto, re d’Albania, principe d’Acaia e re titolare di Gerusalemme.

Nel 1285, muore Ruggero di Sanseverino

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, parlando di Ruggero Sanseverino ai tempi di Carlo I d’Angiò, e sulla scorta del manoscritto di Nicolò Iamsilla (…), a pp. 133-134-135 scriveva che: Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 133, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 4°, lib. 19, pag. 42; Summonte, vol. 4°, pag. 93: Del Giudice, ‘La famiglia del re Manfredi, pag. 277.”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”.

Nel 1285, TOMMASO II SANSEVERINO, figlio di Ruggero II Sanseverino

Figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro dal 1291, signore di Atena dal 1295, signore di Postiglione dal 1295 (ma rinuncia nel 1298), signore di Sanza dal 1294, signore di San Severino di Camerota, Casal Boni Ripari, Pantoliano, Castelluccio Cosentino, Corbella, Monteforte (di Vallo), Serre e Padula dal 1301, signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Scorto’ il Duca di Calabria per accogliere il nuovo re Roberto di Napoli di ritorno da Avignone (ottobre 1310). Tommaso sentì molto l’influenza del santo zio, Tommaso d’Aquino, che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi, infatti si interessò attivamente per la glorificazione dello zio. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: “Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Questi per quanto prode nelle armi era altrettanto pio e devoto. Nella sua vita, che si protrasse durante i regni di Carlo II d’Angiò e parte di quello di Roberto, fece larghe donazioni alle chiese e specialmente a quella di S. Tommaso di Marsico che beneficò con quattro diplomi nel 1295, 1296, 1304, e 1314 (3). Signore anche di Diano ottene dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico Napoletano”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”.  Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio terzogenito di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere. Nel 1395 ebbe infine confermata la baronia di Diano e S. Arsenio. Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del DUca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Felice Fusco (…), a p. 158, parlando del periodo di re Ladislao, nella sua nota (7) postillava riguardo il casale di Buonabitacolo che fu fondato nel 1333 dal suo figlio terzogenito Guglielmo III Sanseverino: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) ecc…”.

Nel 1285, gli Almugàveri conquistano Policastro

Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “Nel 1285 si spensero Carlo I, Ruggiero Sanseverino ed anche Pietro III d’Aragona, lasciando quest’ultimo al primogenito Alfonso III l’Aragona ed al secondogenito Giacomo II la Sicilia. Le truppe spagnole risalirono la Calabria fino a Policastro ed, occupatala, si inoltrarono nelle zone interne del Principato, impadronendosi di Padula e di Civita Pantuliana (oggi Castelcivita), sul fiume Calore. Sulla costa invece avanzarono fino a Castellabate, che nel 1286 fu strappata con un colpo di mano alla poco vigile custodia della Badia di Cava.”. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. La notizia dell’invasione almugàvari di Policastro nel 1285 riportata dal La Greca fu ricavata da Pietro Ebner (…), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 123 in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………..

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro è riferita, oltre che da Carlo Carucci (…) anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino) che, però a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che Policastro fosse caduta nell’anno 1287: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”

Nel 1285, una cruenta battaglia sulla Molpa tra angioini e aragonesi

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; ecc…”. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. Dunque, l’Ebner non dice nulla riguardo l’occupazione della soldataglia degli Almugaveri. Ma, Amedeo La Greca (…), non riportava in merito alla notizia alcun riferimento bibliografico.

Nel 1286, Giacomo II di Aragona, re di Sicilia, conquistò Castellabate

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a p. 657 parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “Dell’età angioina vi sono altri documenti che ci informano degli eventi occorsi nel territorio, specialmente durante la guerra angioina-aragonese, quando Castellabate venne persino occupata da re Giacomo di Sicilia (a. 1286) che la visitò tre anni dopo. Ecc…”. Filippo Moisè (….) nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, edito nel 1884. Moisè pubblicò la traduzione delle due cronache di Ramon Muntaner (…) e di Bernardo d’Esclot (….) e, a p. 283, nel suo capitolo CXVI riferendosi a Ruggiero di Lauria, in proposito scriveva che: “…vano qualche impiego o che presidiavano le castella, e in pochi furono tutti all’ordine e regunati a Messina; e il principe passò in Calabria con mille cavalli bardati e cento armati alla spedita a modo dei giannettarj. V’era eziando un buon nerbo di almogavari e di valletti di masnada. Delle quaranta galee allestite dall’almirante venti erano aperte in poppa, e avevano su quattrocento cavalieri e gran copia di almogavari. Così, colla grazia di Dio, il signor infante don Giacomo per terra e l’almirante per mare, se n’andarono occupando città, borghi, castella ed altri luoghi. Ora che dirò ?…….Fu tanto il coraggio e l’audacia tutta cavalleresca del signor infante don Giacomo che, dal momento in che mostrossi in Calabria fino al suo ritorno in Sicilia, fece la conquista di tutta la Calabria, tranne la sola rocca di Stilo, posta sopra un’alta montagna presso il mare. Oltre la Calabria tolse nel Principato tutta quella provincia che si distende fino a Castello dell’Abbate, alla distanza di trenta miglia da Salerno, e l’isola d’Ischia, come già avete saputo e per giunta quelle di Procida e di Capri; cui bisogna aggiungere dal lato di levante la città di Taranto, tutto il Principato, tutto il capo di Leuca, ecc…”. Poi, il racconto di Moisè (Ramon Muntaner) prosegue parlando nel cap. CXVII, della conquista della città di Gerbe. Amedeo La Greca (…), nel suo Appunti di Storia del Cilento, cap. XIV, a p. 183, riferendosi all’anno 1286 in proposito scriveva che: “….l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55, egli scriveva che: “Una lunga serie di gravi avvenimenti scosse profondamente Castellabate nella guerra protrattasi per parecchi anni tra gli aragonesi e Carlo II d’Angiò. Il suo territorio fu occupato nel 1286 da Giacomo d’Aragona e la stessa fortezza cadde nelle mani di lui che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che Giacomo II di Aragona, nel 1289 si recò di persona a Castellabate a far visita al suo castello e fortezza. Secondo il Mazziotti (…) che scriveva sulla scorta della cronaca del Jamsilla (…), di cui parlerò in seguito, re Giacomo II di Aragona fece visita a Castellabate nel 1289 dopo essere stato a Scalea e prima di partire definitivamente il 27 del mese per Gaeta. Dunque, il Mazziotti scriveva che Castellabate fu presa da Giacomo II di Aragona nel 1286. Il Mazziotti (…), a p. 55, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nella cronaca di Nicola IAMSILLA si legge: “Il Re facendo visita la terra di Scalea, Castellabate e così le isole di Capri, di Procida e d’Ischia e riposatosi alquanto in Ischia ai 27 giugno partì e l’ultimo del mese fu a Gaeta.”. Sulla cronaca di Nicola IAMSILLA, come lo chiama Matteo Mazziotti, si vedano le mie note bibliografiche. La sua cronaca fu pubblicata per la prima volta dall’Ughelli (…) ma poi in seguito la troviamo anche nel testo di Guiseppe Del Re (…), nel suo ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia‘, Napoli, 1868. La cronaca di Nicola IAMSILLA o JAMSILLA (…) si intitola ‘Historia Sicula’ che dopo gli anni 1255 è ripresa da un’altro cronicon, quello di Saba Malaspina. Riguardo le notizie riportate dal Mazziotti, come lui stesso scrive a p. 5: “Qualche accenno vi ha pure nell’opera già citata del Lenormant ed in una piccola, ma accurata monografia recente di Giuseppe Volpe di Pollica (1). Due soli lavori hanno importanza per la storia della regione e vengono dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, molto benemerita di questi studi. Francesco Ventimiglia, che pubblicò nel secolo XVIII le memorie del principato di Salerno, scrisse pure un’opera tuttora inedita, ‘Il Cilento illustrato’, ecc…Domenico Ventimiglia, suo degno figliuolo ecc…”. Dunque, il Mazziotti, dopo aver citato la cronaca di Nicola Iasmilla citava anche il testo di Giuseppe Volpe di Pollica, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento nel 1888. Infatti, è proprio da questo testo che il Mazziotti prende le notizie sull’assedio di Castellabate. Il Volpe (…), nell’edizione Ripostes, a p. 60, in proposito scriveva che: “III. Ma infierndo nel 1286 la guerra tra i principi angioini di Napoli e i sovrani aragonesi di Sicilia, non pure i casali suddetti soffrirono gravi danni, ma la stessa Castellabate, la quale veniva ostilmente occupata dalle armi di re Giacomo infino al 1292, saccheggiata indi ridotta a tal punto, che cinque anni dopo contava appena duecentosei famiglie, laddove prima ne numerava ben mille.”. Il Volpe però non riportava nessuna nota bibliografica. Il Volpe scrive che: “….e dai sofferti danni rinfrancatasi Castellabate cò suoi casali, lo stesso re Roberto, nel 1332, ne faceva restituzione a Guizzardo abate cavense (15).”. Il Volpe dunque, riferendosi all’anno 1332 quando Roberto d’Angiò restituisce il casale e la fortezza all’abate della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, a p. 66, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Arch. di Cava, arm. 1, lit. F n. 18.”. Siccome il casale e la fortezza di Castellabate era stata concessa alla Badia di Cava dei Tirreni ho consultato il Guillaume (…) a cui anche il Mazziotti si riferiva. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877. Siccome il casale e la fortezza di Castellabate era stata concessa alla Badia di Cava dei Tirreni ho consultato il Guillaume (…) a cui anche il Mazziotti si riferiva. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877. Riguardo l’occupazione di Castellabate, il Guillaume (…) è importante perchè egli scrisse la storia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che possedette la Baronia di Castellabate occupata in seguito dagli Almugaveri di Giacomo II di Aragona. Infatti il Guillaume (…), parlando dell’Abate Leone II, a pp. 189-190 in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Cava, tutta angioina per sentimento, ebbe, come si può immaginare, molto a soffrire dalle turbative senza sosta rinascenti, che allora agitavano il sud dell’Italia. Innanzitutto, all’epoca della defezione della Sicilia a vantaggio degli Aragonesi (1282) perse tutte le proprietà che teneva in quest’isola, soprattutto a ‘Paternione’ e a ‘Petralia’. Più tardi (1286), Giacomo, figlio di Pietro III d’Aragona che regnava in Sicilia, mentre andava con una flotta numerosa mettere assedio davanti Gaeta, fece una discesa sulle coste della Lucania e ‘Castellabate’, con tutte le sue dipendenze, cadde nelle sue mani (15). Fu a gran pena che la regina Costanza, figlia di Manfredi e madre di Giacomo, ecc…(16). Quando ai possessi di Sicilia, malgrado tutti gli sforzi di Leone, non si riuscì a riaverli.”. Il Guillaume a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Poi sempre il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Vedi la Bolla di papa Nicola IV, che nel 1292 conferma questa transazione ecc…De Blasi, ‘Chronicon ecc..’.”. Dunque, il Guillaume citava Domenico Tomacelli (…), ‘Storia del Reame di Napoli’, pubblicato nel ……, la sua p. 231. Infatti, il Tomacelli (…), nel suo vol. II, a pp. 232-233, riferendosi a Ruggiero Sanseverino in proposito scriveva che: “…che con quelle bastavano a ridurre Castellabate e torlo dalle mani di quei bestiali almugaveri che vi si erano afforzati dentro fin dall’anno 1286, ecc…”. Per l’episodio del 1286 a Castellabate ha scritto pure Michele Amari (…), nel suo ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, ed infatti a p. 276, nel cap. XIII riferendosi alle forze Siculo-Aragonesi l’Amari in proposito scriveva che: “Entrando l’ottantasei, Taranto, Castrovillari e Morano, voltavano, sì, a parte angioina per non poter più dè rapaci almugaveri; ma con maggior audacia o disciplina, un’altra banda armata di almugaveri, spintasi in Principato, s’insignorì di Castell’Abate, presso Salerno. Non guarì appresso, Guglielmo Calcerando, che reggea le Calabrie per Giacomo, riprese e riperdè Castrovilla e Morano, e tenne sì viva la guerra, che lo scorcio della state i governanti angioini chiamavan tutte le forse feudali ad osteggiarlo. S’ebbe più avvantaggio a mare. Loria, andato in Catalogna con due galee e toltene seco altre sei dalle catalane, correa depredando le costiere di Provenza; …..Nello stesso tempo, Giacomo allestì due armatette, l’una di dodici galee nel porto di Palermo, capitanata da Bernardo de Sarriano, ….l’altra di venti galee nel porto di Messina, armata forse di Messinesi e di abitatori delle coste Orientali, e le diè a Bernardo Vilaraut. E l’una, a dì otto giugno, fè vela dritto verso il Golfo di Napoli, ove al primo espugnò Capri e Procida, ecc….”. Dunque è in questo passo che l’Amari ci parla della conquista ed occupazione di Castellabate che all’epoca era antica baronia dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Infatti, Domenico Tomacelli, nel suo ‘Storia dè Reami di Napoli e Sicilia ecc…’, a p. 229, il Tomacelli non parlava di Castellabate e non si riferiva ai fatti accaduti nell’anno 1286 ma all’anno 1283 e riferiva di Mosca e dei suoi almugaveri in Calabria. Il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (15), riguardo Castellabate e la sua occupazione postillava anche di: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an..”.  Il Guillaume si riferiva all’opera di Antonio Ludovico Muratori (…), Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′ e, credo per l’anno 1286 che si trova nel tomo VII. Infatti, nella seconda edizione del Muratori (…), vol. XI, a p. 191, per l’anno 1286 troviamo scritto che: “All’incontro i Catalani presero il Castello dell’Abbate, situato trenta miglia da Salerno, e vi misero presidio. Nella festa della purificazione della Vergine, cioè il 2 di Febbraio, seguì in Palermo la solenne incoronazione del re di Sicilia dell’Infante Don Giacomo, ecc…”.  

Nel 1286, Policastro si libera degli almugàvari che l’avevano occupata

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123, dopo aver scritto che nello stesso anno del 1286 gli almugàvari avevano occupato Policastro scriveva pure che: “Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel 1286, Roccagloriosa sventò la consegna del castello agli almugàvari da parte del feudatario Mansella

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto sull’invasione degli almugàvari scriveva pure che: Roccagloriosa, continuamente esposta agli assalti nemici, venne tolta al feudatario Giovanni Mansella perchè il castellano “spiritum diabolice perversionis eversus” aveva deciso (il disegno fu sventato dai cittadini) di consegnare la fortezza agli assediatnti (63).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel 1286, Camerota insorse e si liberò degli almugàvari che l’occuparono

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto e riferendosi all’anno 1286 scriveva pure che: Camerota insorse liberandosi dagli oppositori.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel 1287, Camerota e Policastro vennero occupate dagli Almugaveri ( forse detti “mamelucchi”)

Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Anche in questo passaggio l’Ebner (…), non cita alcuna fonte bibliografica. Dunque, la notizia che l’assalto di Policastro sia avvenuto nel 1287 è a mio avviso suffragata dalle lettere e diplomi degli anni successivi quando furono apprestati piani di attacco per la riconquista di buona parte di questi centri, soprattutto del centro di Castellabate che resistette fino alla disfatta avvenuta nell’anno 1299 e, di cui parlerò in seguito. Pietro Ebner riporta la notizia dell’occupazione di Agropoli da parte degli Almugaveri nell’anno 1287 e, dice l’Ebner, lo si deduce dalla lettera di re Carlo II d’Angiò che scrisse al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nella lettera di re Carlo si elencano i ribelli. Pietro Ebner (…) scriveva che: Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate.”. Le notizie storiche che riguardano l’anno 1287, non sono suffragate da documenti di quell’anno. Infatti, Carlo Carucci (…), a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Pietro Ebner ne parla sempre nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I,a p. 469, parlando di Agropoli, dove dice che: “Poco dopo Agropoli cadeva in mano degli Almugaveri, per cui la rioccupazione dell’abitato e l’assedio del castello caduto prima del maggio 1295. Lo si deduca da una lettera di re Carlo in data 5 di quel mese., al milite Raimondo del Balzo (de Baucio).”. Dunque, in conclusione, ritengo dubbia la notizia dataci da alcuni di un occupazione di Policastro nel 1287. Le notizie che nell’anno 1287 si ripettettero alcune invasioni da parte degli almugaveri delle forze siculo-aragonesi di Giacomo I di Aragona e di Ruggiero di Lauria non sono suffragati da documenti di quell’anno. Rileggendo alcuni testi come quello Camillo Minieri-Riccio (…), Diario angioino dal 4 gennaio 1284 al 2 gennaio 1285, parte III, del 1873, che pubblicava gran parte dei documenti tratti dalla Cancelleria angioina conservati nell’Archivio di Stato di Napoli fino al 1943 quando furono dispersi a causa di un maledetto rogo, pare che non vi fossero documenti dell’epoca. Lo stesso Carlo Carucci (….) che nel 1934 ne ripubblicò buona parte nel suo vol. II, salta direttamente all’anno 1289. Credo che i fatti accaduti negli anni intorno al 1287 siano stati desunti dai documenti angioini degli anni successivi al 1288, che analizzerò ora, come ad esempio quello di cui parla Pietro Ebner a p. 658 nella sua nota (13) postillava che: ,“(13) Reg. ang. 54, f 27, 12 maggio 1290, Napoli = Carucci, II, p. 219, n. 119 “. Dunque, in questo caso Ebner postillando del documento angioino si riferiva a Carlo Carucci, vol. II del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, Ebner nel suo vol. II, p. 219, scrive documento n. 119. Si tratta di questo documento CXIX, del 1290, 12 Maggio, Napoli, in cui “il conte d’Artois dà licenza a Giovanni de Eusebio, abbate Sorrentino, di recarsi in barca, con cinque marinai che la conducano, a Ischia, Capri, Castellabate e, se sarà necessario alla ribelle isola di Sicilia, per ottenere la liberazione del fratello Pietro, ecc…”. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che: “…..E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, il Carucci si riferiva ad un’invasione del 1284 non all’anno 1287, infatti, nel documento citato dal Carucci, il documento datato 21 aprile 1284, il principe di Salerno Carlo detto lo Zoppo scrive e ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro perchè si era saputo che: “che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato”. Dunque, il 21 aprile 1284 ancora non era certo che gli almugaveri invadessero il Principato ma si sapeva solo che essi avessero occupato Scalea ed alcuni centri della Basilicata. Le notizie di un’invasione del Principato arriveranno più tardi. Carlo Carucci (…), riguardo gli Almugaveri nell’anno 1287, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a p. 183 (vol. II), in proposito a quegli anni scriveva che: Poco dopo la morte di re Carlo, muore a Perugia Papa Martino IV e gli succede Onorio IV, ecc….Il conte d’Artois e il legato pontificio mettono audacemente piede in Sicilia; il re di Francia, Filippo, con grande esercito, valica i Pirenei e invade, vittorioso, la Catalogna; ……Ma la sagacia del re d’Aragona e il valore di Rugiero di Lauria cambiano improvvisamente il corso delle operazioni guerresche. D. Pietro assale l’esercito francese, che assedia Girona, e lo sconfigge; Ruggiero di Lauria sorprende, presso gli scogli delle Formiche, la flotta francese, la distrugge e sottopone a orribili torture quanti non hanno trovato la morte affogando nelle onde. L’esercito francese, decimato anche dalle malattie e dalle diserzioni, non può resistere alle molestie di D. Pietro e a quelle di Ruggiero di Lauria, che sbarcato a ….. Nel 1282, Ruggiero di Lauria fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri siciliani. Nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II° “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Il Carucci traeva da Minieri-Riccio (…). Il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Dunque, il Carucci, parlando del periodo in cui Ruggiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Così scriveva il Carucci (…), a p. 183, del vol. II. Il Carucci (…), a p. 184, in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula,; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli, ecc…”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“. Sempre il Carucci in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Ed intanto giunge in Aragona dalle prigioni di Metagrifone e di Cefalù ed è mandato a Campofranco nei Pirenei il nuovo re di Napoli, Carlo detto lo Zoppo. Il dieci novembre, mentre le popolazioni di Siciliae d’Aragona sono in tripudio per le grandi vittorie riportate in terra di mare, muore a Villafranca Pietro, di appena quarantesei anni…Pel testamento fatto nell’87 e l”instrumentum donacionis’ dell’83 gli succede in Aragona il figlio Alfonso ed in Sicilia Giacomo. Questi è coronato re il 2 febbraio nella cattedrale di Palermo, e, continuando, senza perder tempo, le operazioni guerresche, scaccia dalla Sicilia il cardinale Gherardo e il conte d’Artois; fa saccheggiare le coste tirrene, specialmente quelle del ducato di Amalfi e del Principato ecc….”. Dunque, riepilogando i passaggi storici citati dal Carucci, si parla di Giacomo d’Aragona, detto il Giusto, il quale è stato Re Giacomo II di Aragona. Dal 1285 al 1286 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dunque, il Carucci si riferiva agli anni tra il 1285 ed il 1286. Riguardo invece l’anno 1287, cioè l’anno in cui molti asseriscono molte notizie di invasioni nel Principato, sempre il Carucci (…), vol. II, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ma Ruggiero di Lauria non sa profittare della vittoria: senza autorizzazione del suo re concede al conte d’Artois e al legato pontificio una tregua di due anni, riceve una grossa somma e torna in Sicilia, rovinando un’impresa così bene avviata. A Messina, il popolo furibondo ne domanda la morte, ma è salvato da Giovanni da Procida, ecc….Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. Riguardo la ricostruzione storica degli avvenienti negli anni 1287 e 1288, il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Infatti, il Carucci, nel suo vol. II, a p. 186, continua con un documento del 1289, riportando un documento del 1289 e, saltando i documenti ed il periodo del 1287 e 1288. Mi chiedo se il Carucci, in questo riepilogo storico si riferisse all’anno 1287 o si riferisse ad avvenimenti accaduti nell’anno prima ?. Sicuramente le notizie storiche degli avvenimenti che riguardano l’anno 1287 sono scarsissime e quelle certe risalgono, come vedremo meglio innanzi, agli anni 1290, dal 4 luglio al 4 dicembre 1290 in cui Carlo Martello, nominato vicario dal re Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo che si recò in Francia, inizia a preoccuparsi di riconquistare le posizioni perdute o i centri occupati del Principato, come Padula, Policastro, Sanza ecc…..Infatti, Carlo Carucci, riguardo gli anni successivi, come ad esempio l’anno 1290, in proposito scriveva che: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo le parti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantuliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però lo fallisce.”. Dunque, queste le uniche parole riguardo la conquista di Policastro che in questo passo il Carucci dice ad opera di Carlo Martello negli anni successivi al 1290. Questa è l’unica notizia certa riguardo l’occupazione di Policastro e di Camerota, forse avvenuta nell’anno 1287, da parte degli Almugaveri, perchè sappiamo dai documenti angioini che in seguito, nell’anno 1290, Policastro fu ottenuta da Carlo Martello, vicario nel Principato di Carlo II d’Angiò lo Zoppo, per un tradimento fatto alla guarnigione degli almugaveri che ivi si erano stanziati nel castello. Ma da quale notizia storica gli storici locali desumono che Policastro fu attaccata ed espugnata dagli almugaveri nell’anno 1287 ?. Non saprei dire. Posso solo dire che le cronache di Ramon Muntaner e di d’Esclot ci parlano di quel periodo storico che come scriveva il Carucci, riguardo l’anno 1287 scriveva  che: “Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ecc..”, ovvero ci parla degli avvenimenti accaduti nel 1287 quando Ruggiero di Lauria si lancia all’assalto di Napoli. Carlo Carucci, parlando del periodo in cui Rugiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Il Carucci si riferisce a dopo l’anno 1286. Dunque, il Carucci a p. 185 del vol. II, riferendosi a l’anno 1287 scriveva che: “Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. In Carucci arriviamo al 1290, 5 settembre, quando da Eboli, Carlo Martello accoglie la supplica dei cittadini di Roccagloriosa e gli concede i proventi della loro bagliva che invece potevano utilizzare per la riparazione del castello. La città di Pantuliano venne assediata e riconquistata nel settembre del 1290 e, che il 13 ottobre 1290, la città di Policastro era libera dagli almugaveri e ritornata alla casa d’Angiò. E’ il documento CXLV pubblicato dal Carucci a p. 243, vol. II conservato nei Registri Angioini n. 54, fol. 241a. Di quel periodo e di Ruggiero di Lauria ha scritto Michele Amari (…), il quale, nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, riferendosi a dopo l’anno 1287, che salta completamente portandosi all’anno 1288-89, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Di quegli anni e, delle incursioni degli Almugaveri nelle nostre terre nell’anno 1287 ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53 e, parlando di Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1287, in proposito scriveva che: L’accenno all’esistenza o meno delle saline ci mostra un quadro tragico: se la popolazione abbandona le preziose saline vuol dire che la guerra stava creando danni seri e, infatti, la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga. Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili; sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13). Due erano i punti fortificati, essendo praticamente ai confini tra Aragonesi e Francesi: Policastro e Roccagloriosa; dunque Morigerati venne a trovarsi sulla linea di guerra: è questo il periodo di maggiore depauperamento per il terrore delle aggressioni Aragonesi. Viene organizzato anche il reperimento di viveri affinchè gli abitanti non abbandonassero le terre e le difese, non potendo provvedere con la normale semina-raccolto (14). Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)….Tra il luglio ed agosto del 1296 gli almugaveri attaccano in forze e arrivano a scorazzare fino al fiume Sele, il castello viene colpito il primo agosto….”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cit., 13 ott. 1290 vendita di frumento, orzo e miglio a Policastro, 25 gennaio 1291 richiesta del re di provvedere di viveri la zona in questione.”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit.,  pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cit., pag. 288, 2 novembre 1291.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Carlo Carucci (…), citato dal Gentile, a p. 120 e 121 riporta i due documenti angioini, il documento XIII a p. 119 del 17 marzo 1283 da Melfi in cui Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo, primogenito del re e principe di Salerno, informa le autorità di avere affidato a Tommaso Sanseverino la difesa del Principato e poi l’altro documento, il n. XV, del 28 luglio 1283, da Nicotera dove Carlo Martello d’Angiò, principe di Salerno “scrive alle persone addette alla custodia del Golfo di Policastro ecc…”. Il Gentile cita sempre il Carucci e cita anche il vol. II, le pp. 249, 291, 304, 330, 331, di cui parlerò innanzi. In questo passo però il Gentile, sebbene io credo faccia riferimento solo al Carucci (…), egli non riporta nessuna nota bibliografica. La notizia del Gentile che scrive: “….la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga., ovvero la notizia che nell’anno 1287 gli almugaveri occuparono il baluardo del Cilento. Carucci dice addirittura che le forze siculo-aragonesi vennero via mare con due flotte di galee ed una di queste assalì Policastro, mettendo in fuga quei pochi cittadini rimasti. Credo che il Gentile, come dicevo, avesse preso questa notizia dal Carucci che nel suo vol. II, a pp. 184-185, diceva solo che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, …….occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno.”, senza però documenti a suffragio delle notizie riferite. Infatti il Gentile a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”, riferendosi a p. 142 del vol. II del Carucci che però non parla dell’anno 1287 ma parla dell’anno 1284. Io credo che le notizie riferibili all’anno 1287 siano state desunte dagli avvenimenti e dai documenti degli anni 1289-90. Infatti, il Gentile, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili;…”. Dunque, se gli almugaveri dovettero sloggiare nel 1290 va da se che avendo occupato Policastro ed altri centri per tre anni, essi, erano arrivati nell’anno 1287. Il Gentile ci da la stessa notizia anche per Camerota. Il Gentile (….), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da re Carlo Martello che nel frattempo era succeduto a Roberto d’Angiò. Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal prinicipe di Salerno Carlo Martello d’Angiò. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”.

Nel 15 luglio 1287, i patti di tregua della pace di Oleron, non del tutto rispettata 

Dopo che un primo accordo, preso ad Oléron, nel 1287, fu bocciato dal Papa Nicola IV, il 27 ottobre 1288 a Canfranc, nel nord dell’Aragona, fu trovato un accordo che mantenendo lo status quo nel regno di Sicilia, prevedeva la liberazione del re di Napoli, Carlo (II) d’Angiò detto lo Zoppo, ancora prigioniero in Aragona, in cambio dei suoi tre figli che dovevano rimanere in ostaggio al suo posto. Dopo che Carlo II venne liberato ed incoronato, Re di Sicilia, dal papa a Rieti, il 19 giugno del 1289, il papa annullò gli impegni presi col Trattato di Canfranc e riprese la guerra in Sicilia contro Giacomo il Giusto. Nell’agosto dello stesso anno, però a causa dei mamelucchi che minacciavano Acri, fu siglata una tregua di due anni. Ritornando alla questione di re Giacomo II di Aragona re di Sicilia, e della guerra che in quegli anni, nonostante una tregua stipulata con gli Angioini, continuò le incursioni e le conquiste sul litorale Tirrenico, Carlo Carucci (…), vol. II, p. 185, nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Interessante è ciò che scrisse Amedeo La Greca (…) sull’argomento , nel suo Appunti di Storia del Cilento, cap. XIV, a p. 183 in proposito scriveva che: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. Per il periodo successivo all’anno 1287, ovvero dopo la stipula della tregua firmata tra gli angioini e gli aragonesi, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Ebner, in sostanza ci racconta che dopo la stipula della tregua (a. 1287), nell’anno 1288 e nell’anno 1288, Carlo Martello, nipote di Carlo I° d’Angiò e che alla sua morte fu messo sotto la tutela del conte d’Artois (Roberto d’Angiò), essendo nel 1285 il principe Carlo imprigionato in Spagna, era stato nominato reggente del Regno di Napoli insieme al cardinale Gerardo di Palma, “con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Carlo Martello riconquistò diverse posizioni che in precedenza erano state occupate dagli almugaveri. Secondo Ebner che si riferiva agli anni 1288 e 1289, Carlo Martello riconquistò il castello di Pantuliano ed ottenne per tradimento Policastro e Camerota. Solo Castellabate restò, come vedremo sempre nelle salde mani degli almugaveri e delle forze siculo-aragonesi di Ruggiero di Lauria e di re Giacomo II d’Aragona. Per la tregua firmata nel 1287 tra gli Angioini e Ruggero di Lauria hanno scritto i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000. I due studiosi, a p. 110, in proposito scrivevano che: “Fu così che dopo un primo accordo firmato il 15 luglio 1287 a Oleron in Bearn e non accettato il 27 ottobre del 1288 si giunse al trattato di Campofranco con cui Afonso III s’impegnava a liberare il principe Carlo lo Zoppo in cambio della consegna ecc…”. Dunque, in sostanza, a fronte della liberazione del principe Carlo detto lo Zoppo, figlio di Carlo I d’Angiò e futuro re Carlo II d’Angiò che nel frattempo era rimasto prigioniero degli aragonesi, i due contendenti vennero a patti e stipularono una tregua. Scarlata M. e Sciascia L., nel loro ‘Documenti sulla luogotenenza di federico d’aragona, acta siculo-aragonensia’, a p. 14 scrivevano che: “Dal punto di vista politico il Loria, avversario temibile sui mari, dispone quasi di una totale libertà d’azione tanto da concludere nel 1287 una tregua con l’angioino senza consultare il consiglio del re (28).”. I due autori a p. 14 nella nota (28) postillavano che: “(28) Cod. dipl., I, cit., Prefazione, p. CLXXIV e doc. CLXXXI, p. 421.”. I due autori si riferivano al testo di La Mantia (….), Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, vol. I (anni 1282-1290), pubblicato a Palermo nel 1917. Il La Mantia, nella sua ‘prefazione’ al vol. I, a pp. CLXXIV in proposito scriveva che: “…; e lo scopo si sarebbe raggiunto se la tregua del Loria con gli Angioini di Napoli nel 1287 non avesse ecc…”. Per quel periodo e per l’anno 1287, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Ecc…”. Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a p. 185, riferendosi a Carlo II d’Angiò e agli anni del 1289-1290 conclude quel periodo con le seguenti frasi: “Torna così in Francia e quindi in Italia, ecc….; a Rieti è coronato re dal papa e il 9 luglio ’89 entra in Napoli. Il papa però non approva il trattato e allora riarde la guerra per terra, specialmente sulla frontiera del Principato, e per mare. Re Giacomo si spinge fino a Gaeta, di cui occupa la rocca, ma ivi poi si trova assediato da truppe accorse da tutte le parti del Regno e, per opera del papa, da varie parti d’Italia. Nè manca, contravvenendo ai patti, di presenziare alle operazioni di assedio Carlo II.”.

Nel mese di Agosto del 1289, la tregua di Gaeta

Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Michele Amari (…), nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000, a p. 110, riportano la stessa notizia ed in proposito scrivevano che: “Nella stessa primavera del 1289 Giacomo II, ……forte dell’appoggio dei nobili siciliani e dell’invincibile Ruggiero di Lauria, decise di muovere in modo risoluto contro il regno angioino. L’Ammiraglio, ….il 15 aprile con quaranta tra tarìde e galee, quattrocento cavalli, diecimila fanti e tutti nobili messinesi, salpò dal porto di Messina con il re che avrebbe risalito la penisola calabrese via terra con l’esercito, mentre lui con la flotta lo avrebbe protetto dal mare. In poco tempo Giacomo II riconquistò le terre che erano passate con i francesi: Sinopoli ecc….“. Sempre i due studiosi a p. 113 scrivevano che: “Concluso l’assedio di Sangineto, Giacomo II e l’Ammiraglio fecero vela verso il Principato. Dopo aver toccato Scalea, visitarono Castel dell’Abbate, nei pressi di Agropoli, distante trentaquattro miglia da Salerno, e da lì si portarono nelle isole del Golfo di Napoli, Capri, Ischia e Procida già in loro possesso. Il 27 giugno 1289 partirono per Gaeta, dove giunsero l’ultimo giorno del mese.”.

Nel 30 agosto 1289, re Giacomo II e Ruggiero di Lauria rischiarono la flotta a Palinuro

Michele Amari (…), nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare.”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato a Lauria nel 2000, a p. 116, dopo aver parlato della tregua stipulata “con il trattato si stabiliva una tregua di due anni, “fino al dì d’Ognissanti del novantuno” in proposito scrivevano che: “Come nei patti i francesi levarono prima il campo. Il 30 agosto Ruggiero di Lauria fece vela verso la Sicilia. Giunto sul far della notte nei pressi di Palinuro fu investito da una grande tempesta di mare. Mentre procedeva innanzi alle altre galee, facendo strada, alcune furono inghiottite dalla forza delle onde. Soltanto il 7 settembre la galea dell’Ammiraglio, che ospitava anche Giacomo II, giunse nel porto di Messina seguita alcuni giorni dopo dai legni superstiti.”. Secondo i due studiosi questa notizia dovrebbe essere tratta dal chronicon di Bartolomeo Nicastro (…), cap. CXII.

Nel 1289, Giacomo II di Aragona, re di Sicilia, si ferma a far visita a Castellabate

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, pp 657-658 che ci parla degli Almugaveri e di Giacomo II d’Aragona nel 1287. Ebner, parlando del casale di Castellabate, in proposito scriveva che: “….Castellabate venne persino occupata da re Giacomo di Sicilia (a. 1286) che la visitò tre anni dopo.”. Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55 egli, parlando di Castellabate e riferendosi a re Giacomo II di Aragona, in proposito aggiungeva  che: “……che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che Giacomo II di Aragona, nel 1289 si recò di persona a Castellabate a far visita al suo castello e fortezza. Secondo il Mazziotti (…) che scriveva sulla scorta della cronaca del Jamsilla (…), di cui parlerò in seguito, re Giacomo II di Aragona fece visita a Castellabate nel 1289 dopo essere stato a Scalea e prima di partire definitivamente il 27 del mese per Gaeta. Il Mazziotti (…), a p. 55, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nella cronaca di Nicola IAMSILLA si legge: “Il Re facendo visita la terra di Scalea, Castellabate e così le isole di Capri, di Procida e d’Ischia e riposatosi alquanto in Ischia ai 27 giugno partì e l’ultimo del mese fu a Gaeta.”. Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877 a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Dunque, il Guillaume citava Domenico Tomacelli (…), ‘Storia del Reame di Napoli’, pubblicato nel ……, la sua p. 231. Infatti, il Tomacelli (…), nel suo vol. II, a pp. 232-233, riferendosi a Ruggiero Sanseverino in proposito scriveva che: “…che con quelle bastavano a ridurre Castellabate e torlo dalle mani di quei bestiali almugaveri che vi si erano afforzati dentro fin dall’anno 1286, ecc…”. Riguardo l’occupazione di Castellabate da parte di Giacomo II di Aragona, Paul Guillaume (…), nella sua ‘Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits‘, a p. 190, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an.; Domenico Tomacelli, Storia del Reame di Napoli, p. 231.”. Il Guillaume (…), a p. 190, nella sua nota (15), riguardo Castellabate e la sua occupazione postillava anche di: “(15) Muratori, Annali d’Italia, an..”.  Il Guillaume si riferiva all’opera di Antonio Ludovico Muratori (…), Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′ e, credo per l’anno 1289 che si trova nel tomo VII. Infatti, nella seconda edizione del Muratori (…), vol. XI, a p. 207, per l’anno 1289 troviamo scritto che: “Imbarcatosi di nuovo il Re Giacomo visitò Scalea, il Castello dell’Abbate, e le Isole di Capri, Procida e Ischia, che ubbidivano alla sua Corona, e perciocchè da alcuni della città di Gaeta gli era data speranza, che s’egli fosse venuto gli avrebbero aperte le porte della città.”.

Nel 1290, re Carlo Martello nominò Roberto di Tortorella, capitano di Padula

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 677, parlando del casale di Tortorella, in proposito scriveva che: “Nell’Abbadia di Cava vi sono due pergamene che accennano a Tortorella.”. Nel novembre del 1290 (10), Girolamo, figlio di Guido, con il consenso della moglie, vendette un terreno con vigna a Policastro, “ubi Molinelli dicuntur”, per un’oncia d’oro al D.no Roberto di Tortorella.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”. Ed ancora troviamo il milite Roberto di Tortorella nel 1291. Ebner, riguardo il “proditores” Roberto di Tortorella, diceva di guardare ciò che egli scriveva su Padula. Pietro Ebner (…), nel suo Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982′, parlando di Padula all’epoca angioina, a p. 244 in proposito scriveva che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso di S. Severino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor uncias aurii per mensem pro suis gagiis” (27). Vi è poi un ordine al giustiziere di Principato e Terra Beneventana di adorarsi perchè, tra gli altri, anche il casale di Padula nel Principato consegni 150 salme di vettovaglie per l’esercito, “sub pena duarum unciarum ausi pro quolibet salma eis imposita” (28).”. Pietro Ebner a p. 255, del vol. II, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Reg. 56, f. 13 t, Napoli 24 sett. 1291 = vol. II, p. 280, n. 175.”. Ebner a p. 244 del vol. II nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f 66 t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.”. Dunque, il 24 settembre 1291, Carlo Martello nomina il milite ed ex ribelle (‘proditores’) Roberto di Tortorella, custode e difensore di Padula. L’Ebner a p. 677 nella sua nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, LIX 70, novembre 1290, III.”. Stessa notizia è riportata da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, contenuto nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ e a p. 280, scriveva che: “CLXXV. 1291, 24 settembre, Napoli. Carlo Martello, accogliendo la proposta di Tommaso Sanseverino, nomina capitano della terra di Padula Roberto Tortorella, e fissa lo stipendio che gli si dovrà corrispondere.”. Il Carucci (…), a p. 280 del vol. II postillava che il documento era tratto dai registri angioini: “Reg. ang. n. 56, ol. 13b.”.

Nel 1290, Rainaldo S. Denna e la sua banda autorizzato a combattere ed a contrastare gli attacchi degli almugàvari

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 parlando degli almugàvari di Matteo Fortuna scriveva che: “La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Il notaio Ursone Massa, fuoriuscito da Castellabate, e Rinaldo di S. Denna di Padula costituirono, insieme ad altri e con assenso reale, bande simili a quelle degli Almugàvari, addestrandole alla guerriglia (62).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “Le popolazioni inermi furono costrette a subire passivamente le violenze degli Spagnoli e solo in qualche caso si organizzarono in bande armate, quali quelle giudate dal notaio Ursone di Massa, profugo da Castellabate, e Rinaldo di S. Denna, di Padula, che difesero per quel che poterono le contrade facendo ricorso allo stesso sistema della guerriglia.Ecc..”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1291 di Policastro scriveva che: Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)…”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit.,  pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile si riferiva a Carlo Carucci (…), al suo vol. II “La Guerra de Vespro nella frontiera del Principato”, ed al documento pubblicato a p. 149, del 16 ottobre 1290. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 244, parlando di Padula, scriveva solo che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso Sanseverino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor ecc….(28). Il conte d’Artois informa Tommaso Sanseverino che Rainaldo di S. Dena gli ha riferito che persone di Padula di cui non conosce i nomi, hanno uccise tre suoi soci e un loro prigioniero rubando anche cose appartenenti alla sua società. Il conte ordina (29) d’indagare e di infliggere punizioni ecc…“. Su questo personaggio Rainaldo di S. Denna o S. Dena, Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 244, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, a p. 245, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. 56, f 69, Trani, 25 genn. 1292 = vol. II, p. 291, n. 185: “et plurima bona mobilia societatis: una banda, come quella di Ursone Massa di Castellabate che, autorizzate dal governo, avevano impreso a fare la guerriglia per rintuzzare quella degli almugaveri.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (28) si riferiva al Registro Angioino “C”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli ma poi in seguito andato perso. Ebner postillava: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, si riferiva al documento angioino n. 128 contenuto nel vol. I, a pp. 214-215 della II° edizione del “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, a cura di Riccardo Filangieri (…), dove il n. 128 si postilla che: “Fonti: Minieroi-Riccio, ‘Alcuni fatti ecc…’, p. 44 (transun.); Faraglia, Saggio di corografia abbruzzese, in A.S.N., p. 436, ecc..”, dove per “Padula di Principato” erano previste 150 salme. Alcune notizie contenute in due documenti angioini del 1291, riguardano Rainaldo de S. Dena. Pare che questo personaggio di Padula, Rainaldo de S. Dena, capeggiasse una piccola banda che doveva talvolta intervenire contro gli attacchi degli Almugaveri nemici. Pare che a quei tempi, Tommaso Sanseverino che era stato nominato a sovrintendere alle operazioni militari delle forze angioine contro quelle spagnole di Pietro e poi di Giacomo d’Aragona dopo, avesse autorizzato la formazione di bande che operavano nelle nostre terre per creare disturbo agli assalitori ed intervenire in occasione dei numerosi assalti nemici. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Il Carucci (…), scrivendo che “gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; ecc…”, riporta la stessa notizia che riportava Felice Fusco (…) tratta da Piero Cantalupo (…). Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Dunque, il Fusco si riferiva al testo di Cantalupo, vol. I, p. 215.

Nel 1290, Carlo Martello d’Angiò, figlio primogenito di re Carlo II d’Angiò assale e riconquista le posizioni occupate dagli Almugaveri a Civita Pantuliano, a Capaccio, ad Agropoli, Camerota e Policastro

Pietro Ebner (…) nel suo vol. II parlando di Pantoliano “villaggio scomparso” a p. 273 scriveva solo che: “Si legge ancora nei ‘Registri’ che il 5 settembre 1290 Carlo Martello inviò da Napoli Nicola Verticello in diversi centri del Principato per approntarvi balestrieri da riunire a Eboli per l’assedio di Pantoliano (3).”, e nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. 54, f 132 = vol. II, , p. 238, n. 138, Eboli, 5 settembre 1290. Salerno, ecc..dovevano approntare i balestrieri per ‘Casale Pantuliani, civitas Pantuliani’.”. Forse notizie più precise riguardo l’occupazione degli Almugaveri a Pantoliano e poi Camerota e Policastro potrebbero essere contenute in questi documenti dell’anno 1290. Angelo Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da Carlo Martello d’Angiò. Sull’occupazione di Policastro nel 1287, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, riportava alcuni documenti tratti dalla cancelleria angioina ed in particolare a pp. 249, 291, 304, 330, 331. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo lep arti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantoliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però gli fallisce.”. Infatti, nelle pagine seguenti alla pagina 229, il Carucci pubblica i documenti che ci dicono degli assedi a Pantuliano, a Camerota e a Policastro. In particolare vediamo il documento n. CXXXVI del 5 settembre 1290, pubblicato dal Carucci a p. 237 e, in cui Carlo Martello d’Angiò accoglie la supplica degli abitanti di Roccagloriosa per le spese del castello ordinando che la bagliva raccolta servisse a questo. Il documento in questione è tratto dalla cancelleria angioina ma il Carucci che non riporta i rferimenti bibliografici. Il documento n. CXXXVIII pubblicato dal Carucci a p. 238 riguarda l’inizio delle operazioni militari che Carlo Martello condurrà per l’assedio di Civita Pantuliano, egli scrive da Eboli nel 5 settembre 1290. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 132a”. Sempre il Carucci pubblica a p. 241 il documento n. CXLII del 20 settembre 1290 in cui Carlo Martello scrive da Pantuliano ai cittadini di Roccagloriosa esonerandoli dal pagamento delle tasse. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 138b.”.

Nell’estate del 1290, Camerota fu liberata dagli Almugaveri

Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Camerota ed a Policastro gli abitanti riuscirono a recuperare la loro libertà insorgendo contro i presìdi aragonesi e trucidandoli.”. Angelo Gentile (…), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal principe di Salerno Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno angiono. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse.

Nel 11 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da Matera ai militi del castello di Camerota per consegnarlo a Trogisio de Trogisio

Carlo Carucci, a p. 242 pubblica il documento n. CXLIII, del 11 ottobre 1290, in cui Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da matera e: “ordina a Giovanni de Rocco e ai suoi socii di consegnare il castello di S. Severino di Camerota, che tenevano per conto della regia curia, a Trogisio de Trogisio, capitano del Principato, il quale avrà cura di custodirlo con opportuna diligenza. Si recheranno poscia da Rainaldo de Avelia, per avere il premio del servizio prestato.”. Il documento pubblicato dal Carucci è tratto dalla cancelleria angioina: “Reg. ang. n. 54, fol. 147 b.”.

Nel 1290, i cittadini di Policastro uccidono 24 almugaveri e liberano la fortezza occupata da Leonardo di Alatri

Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Camerota ed a Policastro gli abitanti riuscirono a recuperare la loro libertà insorgendo contro i presìdi aragonesi e trucidandoli.”. Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, ecc…….Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di ………scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, eccc….”. Dunque, il Carucci riassume quel momento storico (a. 1290) in cui Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno e di Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, riesce ad impossessarsi di Policastro e di Camerota. Il Carucci però scriveva pure che: “Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota”. Carucci scriveva che Policastro ritornò alla fede Regia dei d’Angiò a causa del tradimento, di un inganno di Carlo Martello. Si, proprio così. Carlo Martello, nel 1290 si impossessa di nuovo di Policastro promettendo a Leonardo di Alatri o di Alatro, capo degli Almugaveri che avevano occupato Policastro nel 1287, il feudo di Sanza. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. La liberazione dell’avamposto di Policastro e del suo Castello fu assicurato alla casa d’Angiò grazie alla promessa del feudo di Sanza al ribelle “Leonardo de Alatri o “ALATRO”, che come ho detto è dimostrato dal documento n. CXLIV del 1290 che è pubblicato dal Carucci nel vol. II a p. 242 e, come dimostra pure il documento n. CXLVIII, pubblicato a p. 246. Ma, il feudo di Sanza verrà tolto a Leonardo de Alatri come dimostra l’altro il documento n. CXLIX, pubblicato a p. 247 ed in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.

Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte di Artois scrive da Spinazzola per pagare Leonardo di Campagna (o di Alatri) per fargli consegnare il castello di Policastro

Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, a p. 246 riportava il documento n. CXLVIII del 16 ottobre 1290, da Spinazzola in cui il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) “informa Guglielmo Peregrino, capitano di Policastro, che Ugo di Brenne, Tommaso Sanseverino, Rainaldo d’Avella e Giacomo Bursone gli consegneranno 150 once d’oro, perchè compia quanto già a voce gli ha ordinato, e cioè: dia a Leonardo di Campagna (‘negli altri documenti, di ALATRO) quanto ancora gli si deve sulle 30 once promessegli; gli paghi le spese sostenute per sè, pel fratello e i serventi dal sabato, 7 ultimo scorso, fino al giorno in cui consegnerà il castello; paghi i creditori degli Almugaveri uccisi, in occasione della resa, in Policastro, e di quelli che fuggirono; compensi i danni arrecati al giudice Alfano e al notaio Tancredi da Guglielmo di Padula, già castellano di Policastro, il quale li teneva in sospetto di aspirare a tornare alla fede regia. Conservi il resto del danaro per gli stipendi suoi e dei serventi.”. Il Carucci, vol. II, a p. 246 postillava: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a”. Sempre il Carucci (….), a p. 247 del vol. II cita un altro documento angioino che riguardava Policastro e gli Almugaveri vinti nel 1290. Deve riferirsi a questa notizia quando Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13).“. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 242.”. Sempre Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a pp. 247 e p. 250 pubblica due documenti tratti dalla cancelleria angiona che riguardano questo personaggio detto in un documento Leonardo di Camapgna e in un altro Leonardo de Alatro o Alatri. Questi due documenti che riguardano Policastro, sono del 1290 ed entrambi sono forse la riprova che a Policastro prima del settembre 1290 vi fossero stati per lungo tempo Almugaveri o forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Carucci a p. 247 pubblica il documento n. CXLIX del 16 ottobre 1290, in cui il conte d’Artois scrive da Spinazzola e, di cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore, è tornato alla fede della Romana chiesa e del Re, ha innalzato sulle mura il vessillo regio e ha reso il castello. Concede perciò a lui, ai suoi parenti e a quanti furon con lui al servizio dei nemici, completo indulto nelle persone e negli averi, concede gli stipendi che spettavano a lui, al fratello e ai serventi fino al 5 ultimo scorso, dei quali già ha fatto dare un acconto da Guglielmo Peregrino, ivi destinato capitano e castellano, e gli farà pagare le spese fatte fino al giorno della consegna del castello. Ha inoltre dato ordineche nessuno gli dia molestia, sia in Policastro che fuori, e che lui e ai suoi eredi sia corrisposta dalla regia curia un’annua provvigione di 20 once d’oro.”. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a.”. Il Carucci, riguardo Leonardo di Alatri pubblica ancora un altro documento a p. 249 il doc. n. CL del 16 ottobre 1290, in cui sempre il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) scrive da Spinazzola “informando Leonardo di Alatri d’aver nominato Guglielmo Pellegrino, connestabile di Melfi, castellano e capitano del castello e della terra di Policastro. Gli ordina quindi di consegnargli il castello colle munizioni, le armi, e ogni altra cosa in esso esistenti. Ordina poi al castellano di Melfi di prendere dal castello delle balestre coi rispettivi apparechi e delle casse di quadrelli e farle tenere allo stesso Peregrino e ordina a Ruggiero Costa di fare altrettanto, senza indugio o negligenza, dovendosi presto provvedere di munizioni il castello di Policastro.”. Il Carucci postillava essere il documento tratto da: “Reg. ang. n. 54, fol. 154b.”.


Nel 12 ottobre 1290, il re raccomandava la difesa di Policastro
e nominava Guglielmo Pellegrino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re raccomandava di provvedere alla difesa di Policastro ordinando a Tommaso Sanseverino di corrispondere al capitano Guglielmo Pellegrino 150 once d’oro (40).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (40) postillava che:  “(40) Reg. 54, ff 152 e 155.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”. Infatti, deve riferirsi a questa notizia quando Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“.

Nel 12 ottobre 1290, il re ordinava a Guglielmo Pellegrino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”.

Nel 1290, il re concede a Pellegrino e a Alatri i feudi di Policastro e Sansa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Credo però che questo documento avrebbe dovuto apparire dal Carucci non posteriore a quello di p. 247 (il documento n. CXLIX), in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.

Nel 21 febbraio 1291, Carlo Martello fece liberare l’Abbate del monastero di S. Pietro di Licusati

Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a pp. 595-596, riporta un documento simile a quello n. 35 riportato dall’Amari (…) che il Carucci riporta col n. CDXXXV, dove nell’anno 1299, 4 Aprile, Napoli, Castellabate: “Reg. ang., n. 96, fol. 36b. Ed. dall’Amari, op. cit., App. doc. XXXVII.”, in proposito presentava scrivendo che: “Re Carlo II confema parecchi patti stipulati tra Tommaso Sanseverino e gli Almugaveri di Castellabate, i quali, dopo la cessione del fortilizio, erano passati o tornati alla fede regia. Fa i nomi di questi Almugaveri.”.

Nel 1292, Castellabbate venne liberata dall’assedio degli almugaveri di Giacomo II di Aragona

Rileggendo “La Baronia del Cilento” di Matteo Mazziotti (…), nel suo capo IV “Il Castello dell’Abbate”, al punto VI, a pp. 54-55, egli scriveva che: “Una lunga serie di gravi avvenimenti scosse profondamente Castellabate nella guerra protrattasi per parecchi anni tra gli aragonesi e Carlo II d’Angiò. Il suo territorio fu occupato nel 1286 da Giacomo d’Aragona e la stessa fortezza cadde nelle mani di lui che vi si recò di persona nel 1289 (1) e ne conservò il possesso per diversi anni. In tale incontro Castellabate con i suoi casali fu miseramente saccheggiata dagli invasori. L’abate del tempo, Rainaldo, pochi anni dopo, perdurando la guerra, ritenne di non essere in grado di difendere validamente Castellabate e cedette nel 1299 per 10 anni il castello ed il paese a Giovanni di Monforte, conte di Squillace e ciambellano di Re Carlo II, riservandosi soltanto la giurisdizione spirituale (2)……Nello stesso anno le truppe angioine assediarono Catellabate e l’obbligarono a cedere. Innanzi al castello stesso, in data 3 marzo di quell’anno fu stipulata la resa.”. Riguardo le notizie riportate dal Mazziotti, come lui stesso scrive a p. 5: “Qualche accenno vi ha pure nell’opera già citata del Lenormant ed in una piccola, ma accurata monografia recente di Giuseppe Volpe di Pollica (1). Due soli lavori hanno importanza per la storia della regione e vengono dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, molto benemerita di questi studi. Francesco Ventimiglia, che pubblicò nel secolo XVIII le memorie del principato di Salerno, scrisse pure un’opera tuttora inedita, ‘Il Cilento illustrato’, ecc…Domenico Ventimiglia, suo degno figliuolo ecc…”. Dunque, il Mazziotti, dopo aver citato la cronaca di Nicola Iasmilla citava anche il testo di Giuseppe Volpe di Pollica, ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento nel 1888′. Infatti, è proprio da questo testo che il Mazziotti prende le notizie sull’assedio di Castellabate. Il Volpe (…), nell’edizione Ripostes, a p. 60, in proposito scriveva che: “III. Ma infierndo nel 1286 la guerra tra i principi angioini di Napoli e i sovrani aragonesi di Sicilia, non pure i casali suddetti soffrirono gravi danni, ma la stessa Castellabate, la quale veniva ostilmente occupata dalle armi di re Giacomo infino al 1292, saccheggiata indi ridotta a tal punto, che cinque anni dopo contava appena duecentosei famiglie, laddove prima ne numerava ben mille.”. Il Volpe però non riportava nessuna nota bibliografica. Il Volpe scrive che: “….e dai sofferti danni rinfrancatasi Castellabate cò suoi casali, lo stesso re Roberto, nel 1332, ne faceva restituzione a Guizzardo abate cavense (15).”.

Nel 4 aprile 1299, Roberto d’Angiò conferma i patti con gli almugàvari di Castellabate

Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a pp. 595-596, riporta un documento simile a quello n. 35 riportato dall’Amari (…) che il Carucci riporta col n. CDXXXV, dove nell’anno 1299, 4 Aprile Napoli, Castellabate: “Reg. ang., n. 96, fol. 36b. Ed. dall’Amari, op. cit., App. doc. XXXVII.”, in proposito lo presentava scrivendo che: “Re Carlo II confema parecchi patti stipulati tra Tommaso Sanseverino e gli Almugaveri di Castellabate, i quali, dopo la cessione del fortilizio, erano passati o tornati alla fede regia. Fa i nomi di questi Almugaveri.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, vol. II, a p. 182, parlando dei guerriglieri Almugaveri in proposito scriveva che: Molte e molte terre sulle spiaggie jonie e tirrene alzano bandiera sicula-aragonese: fino al 1299 si tenne pel re di Sicilia, con un presidio di Almugavari, Castellabate nel Cilento, poi vennero a patti: cessero il castello e restarono, a doppio stipendio, con re Carlo (2); torme di ventura, senza fede, temuti e temibili non meno agli amici che ai nemici.”. Il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 182, nella sua nota (2) postillava che: “(2) In Amari. Op.cit., – Append., docum. 34 e 35.”. Il Racioppi postillando dell’Amari si riferiva a Michele Amari, ‘La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari’, IV° edizione, Firenze, Le Monier, 1851 e cita due documenti che l’Amari riporta in “Appendice”, il documento nn. 34 e 35, ovvero due documenti del 1299. L’Amari scrive che re Carlo manda a Maratea ecc..ecc.., l’Amari riporta i riferimenti bibliografici a p. 249 del suo cap. XI e, riporta pure in ‘Appendice’ i documenti n. 34-35 su Matteo Fortuna, citati pure dal Pesce (…). Amari (…), in ‘Appendice’ , da pp. 602 a p. 603 riporta il documento n. XXXIV e a p. 604 riporta il documento su Maratea n. XXXV, entrambi tratti dalla Cancelleria Angioina di re Carlo. Questo che pubblichiamo è il documento n. XXXIV di Carlo II d’Angiò, già pubblicato dall’Amari a p. 602 in Appendice:

amari-la-guerra-del-vespro-sici-vol.-ii-p.-602
Amari, note p. 249

Il doc. n. 34 è segnato: “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segn. 1299, A, f 43.”, mentre il doc. n. 35 è segnato:  “Dal Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1299, A f 36 a tergo.”. Infatti, tutti e due i documenti sono datati all’anno 1299, allorquando questi nostri territori erano passati di nuovo sotto il controllo della casa Angioina, ovvero sotto il controllo di re Carlo II d’Angiò che appunto rilascia diplomi ai paesi ed ai castellani di queste terre.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 continuando il suo racconto sull’invasione delle forze Siculo-aragonesi e della liberazione successiva dei centri occupati da questi scriveva che: “Camerota insorse liberandosi dagli oppositori. Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re. A tutto provvedeva Tomaso Sanseverino che riprese anche Agropoli, occupata dal nemico il 1295, al cui castello inviò la moglie a presiedere la sua ricostruzione, dopo lla rinuncia fattane dal vescovo di Capaccio. Malgrado ogni sforzo Federico d’Aragona non riuscì a superare la linea Policastro-Basilicata, conservando invece Castellabate che fu visitata dallo stesso re Giacomo d’Aragona (a. 1289) e tenuta da Apparicio di Villanova con un forte presidio Siciliano, resistendo validamente all’assedio posto da Tommaso Sanseverino. Castellabate cadde solo per trattative approvate da re Carlo II a Napoli il 7 marzo 1299 e 4 aprile dello stesso anno (64).”, e poi a p. 129 continua e scrive che: “Nel 1309 buona parte del Cilento era stata occupata dagli Angioini, ma Castellabate venne restituita all’abbazia di Cava solo nel 1322.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (60), postillava che: “(60) Reg. 48 f 185 e 194 t.“. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Ruggiero di Lauria dopo la morte l’elezione di Federico di Aragona a re di Trinacria

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: “In seguito, morto Re Pietro, e sorte gravi sciagure fra i figli di lui Giacomo e Federico, Ruggiero parteggiò pel primo, che aveva assunto il trono dello stesso Re Giacomo, (e ciò rileviamo per eliminare ogni traccia di tradimento o fellonia) Ammiraglio della flotta franco-napolitana. Si trovò così egli a prestare l’opera sua a prò degli Angioini contro Federico nominato Re di Trinacria, e lo sconfisse in un combattimento navale al Capo Orlando, onde Re Carlo II d’Angiò – scrive il Giannone nel libro XXI, Cap. III, – “gli restituì non solo tutte le terre antiche sue “Calabria, in Basilicata ed in Principato, ma gliene donò molte “altre”. Fra tali feudi spettanti all’Ammiraglio Ruggiero, vanno ricordati Lauria, Lagonegro, Laino, Castelluccio, Maratea, Rivello, Rotonda, S. Chirico Raparo, Tortora, Tortorella ed altri, come rilevasi da Pietro Vincenti nel ‘Teatro dei Protonotari del Regno’. Così ebbe principio presso di noi, da sì alto personaggio nel 1297 – senza tener conto del periodo anteriore più oscuro ed ignorato – la serie dei Feudatari, e se si tien conto di tanto stipite, ecc..ecc…..”. Il 4 luglio 1299, a capo di un’armata angioina composta di settanta galee — trenta delle quali inviate da Giacomo II dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni — sconfisse i siciliani nella battaglia di Capo d’Orlando. Nello scontro seimila uomini della flotta avversaria morirono o caddero prigionieri, ma Federico sfuggì alla cattura. La storiografia ritiene verosimile che la fuga del sovrano fosse stata permessa o agevolata da Giacomo e dallo stesso Ruggiero che, nonostante fossero suoi nemici in battaglia, conservavano tuttora legami affettivi, sia di parentela che di pregressa fedeltà. Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfisse la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riuscì nuovamente a fuggire, mentre Palmiero morì in prigionia. Il 31 agosto 1302, con la pace di Caltabellotta che chiudeva la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fece atto di sottomissione a Federico di Sicilia il quale, a seguito di ciò, gli rese i possedimenti confiscati.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) Saba Malaspina, La prima edizione del Liber gestorum regum Sicilie, limitata alla parte iniziale dell’opera, fu pubblicata nel 1713 da Étienne Baluze. Successive edizioni, sempre parziali e non di rado inaffidabili, furono curate da Giovanni Battista Caruso (Palermo 1723), Pieter Burmann e Johann George Graeve (Leiden 1723), Ludovico Antonio Muratori (Milano 1726), Rosario Gregorio (Palermo 1792). Nel 1868 Giuseppe Del Re fornì la prima edizione completa della cronaca riunendo la prima parte (1250-76) pubblicata dal Baluze e la seconda (1276-85) pubblicata dal Gregorio e affiancandola con una traduzione in italiano curata da Bruto Fabbricatore (Saba Malaspina, Rerum Sicularum historia, in Cronisti e scrittori sincroni napoletani, a cura di G. Del Re, II, Napoli 1868, pp. 203-408). Nel 1999 l’esigenza più volte rimarcata di un’edizione critica della cronaca malaspiniana è stata soddisfatta con la pubblicazione dell’ottima edizione curata da W. Koller e A. Nitschke, Die Chronik des Saba Malaspina, in Mon. Germ. Hist., Scriptores, XXXV, Hannover 1999.

(…) Muntaner Ramon, Cronache catalane

(….) Bernat Desclot (o d’Esclot, italianizzato in Bernardo; … – …) è stato un cronista catalano del XIII secolo. Fu autore dell’importante opera Llibre del rei en Pere e dels seus antecessors passats, in lingua catalana, meglio conosciuta come Crònica de Bernat Desclot, stampata per la prima volta nel 1616 e facente parte del corpus delle quattro Grandi cronache catalane. La sua cronaca incomincia nel 1207 e termina nel 1285, trattenendosi più diffusamente sull’epoca al di Pietro III d’Aragona (1276-1285): discorre, in particolare, sul vespro siciliano (come la cronaca di Ramon Muntaner), delle gloriose imprese dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, della prigionia del principe di Salerno Carlo lo Zoppo, figlio di Carlo d’Angiò.

(….) De rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283) Documenti inediti estratti dall’Archivio della Corona d’Aragona e pubblicati dalla Sovrintendenza agli Archivi della Sicilia, Palermo, 1882.

(….) Tomacelli Domenico, Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, dal 1250 al 1303 di Domenico Tomacelli duca di Monasterace, Napoli, Tip. Fernandes, 1846 (Archivio Attanasio), vedi vol. I

(…) Carini Isidoro, Gli Archivi e le biblioteche di Spagna, Documenti ed allegati annessi alla Relazione di I. Carini, 2 voll., Palermo, 1884; dello stesso autore si veda pure: Carini Isidoro, De rebus regni Sicilie, a cura di I. Carini (anni 1282-83), Palermo, 1882

(….) Scarlata M. e Sciascia L., Documenti sulla luogotenenza di federico d’aragona, acta siculo-aragonensia, fonti per la storia della sicilia collana diretta da francesco giunta, vol. 2, ed. ilapalma, Renzo Mazzone editore, Palermo, 1978 (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure:

(…) Scarlata M., Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972

(…) Finke H., Acta aragonensia, Berlino, 1908 (Archivio Attanasio)

(…) Giunta F., Giordano N., Scarlata M., Sciascia L., Acta siculo-aragonensia, I, 1 Documenti sulla luogotenenza di Federico d’Aragona a cura di, ed. Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo, 1972 (Archivio Attanasio)

(…) La Mantia Giuseppe, Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, vol. I (anni 1282-1290), Palermo, 1917 (Archivio Attanasio)

(…) Muratori Antonio Ludovico, Annali d’Italia dal principio dell’era volgare fino al 1749′, Napoli, 1753, tomo VII (Archivio Attanasio)

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995)

(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Attanasio)

(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Attanasio)

(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli,  1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52

(…) Manco Carmine, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969

(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book,

(…) Maresca Campagna Adele, “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, vol. XXXII (Archivio Attanasio)

(…) Riccardo Filangieri, Introduzione, in Gli atti perduti della cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, pubblicati sotto la direzione di Idem, parte I, vol. I («Regesta chartarum Italiae»), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1939, pp. VII-LII; Idem, Programma di ricostruzione dell’archivio della Cancelleria Angioina, in «Notizie degli Archivi di Stato», VIII (1948), pp. 36-38; Idem, Prefazione, in I registri della cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di Idem, Napoli, Accademia Pontaniana, 1950, pp. V-XII; Idem, Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane compilati da Carlo De Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII (1927), ora in Idem, Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma, Ministero dell’interno 1970, pp. 173-200; Jole Mazzoleni, Storia della ricostruzione della cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1987; Stefano Palmieri, Degli archivi napolitani. Storia e tradizione, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 250 sgg.

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s. (Archivio Storico Attanasio); segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure l’opera di Mazzoleni Jole, ‘Gli atti perduti della cancelleria angioina’, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939; si veda pure J. Mazzoleni, ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974, p. 36.

(…) Zurita Girolamo, Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49 (Archivio Attanasio)

(…) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: La guerra del Vespro Siciliano, Milano, 1875, vol. I-II (Archivio Attanasio); si veda pure: La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Attanasio)

(…) Amari Michele, Un periodo di istorie Siciliane del secolo XIII, Palermo, tip. Empedocle, 1842 (Archivio Attanasio)

(….) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Roma , 1973, ed. di Sroria e Letteratura (Archivio Attanasio)

(….) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, voll. I-II; si veda pure vol. I; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II; si veda pure dello stesso autore: (Archivio Attanasio)

(…) Minieri-Riccio Camillo, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore, per il ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, si veda pure: C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181

(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli:  il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Attanasio)

(….) Jamsilla Niccolò,

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Stabilimento Cromo-Tipografico Ripamonti e Colombo, Roma, 1904 (Archivio Attanasio)

(…) Volpi Giuseppe, Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II° edizione (Archivio Attanasio)

(2) Natella Paolo Peduto Pasquale, ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M. Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Attanasio)

(…) Scotti…., Syllabus membranorum ad Regiae Siciliae Archivum pertinientium, Napoli, ed. …., 1814, vol. III, p. 3 (Archivio Attanasio)

(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Storico Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea

(…) Lomonaco Vincenzo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, Napoli, ed……, 1858 (Archivio Attanasio)

(…) Pontieri Ernesto, Un Capitano della Guerra del Vespro, stà in ‘ASCL’, I (1931), fasc. III e IV; idem ‘Ricerche sulla crisi della Monarchia siciliana nel secolo XIII’, Napoli, 1958 (Archivio Attanasio)

(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Attanasio)

(…) Visalli V., Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche, Messina, 1900

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Attanasio), vedi vol. II

(…) Moisè Filippo, in questo testo il Moisè pubblica la traduzione di Raimondo Muntaner, Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot, Firenze, 1844 (Archivio Attanasio)

(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Attanasio)

(…) Ventimiglia Mariano, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881; dello stesso autore si veda pure: Degli uomini illustri del Real Convento del Carmine Maggiore di Napoli,

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia, Unione Grafica, Lugio, 1997 (Archivio Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

(….) Santoro Lucio, Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro Lucio, L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966

(…) Santoro Lucio, ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi immagini, 1982 (Archivio Attanasio)

(….) Vassalluzzo Mario, ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Attanasio)

  • Moreno Echavarría, José María, Los almogávares, Círculo de Lectores.
  • Paul N. Morris, We have met devils! The Almogavars of James I and Peter III of Catalonia-Aragon, in Anistoriton, vol. 4, 2000.

(….) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, ed. Reale Tipografia Pansini, Napoli, 1914 (Archivio Attanasio)

(…) Volpi Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento perl Sac. Giuseppe Volpe, Roma 1888, vedi ed. Ripostes

(….) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

(…) Ruggiero di Lauria, nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Nel 1288 Ruggiero sconfisse definitivamente gli angioini benché armato solo di quaranta navi contro le ottanta degli avversari, garantendo così la supremazia della flotta siculo-catalana nel Mediterraneo occidentale. Dopo la seconda vittoria Ruggiero, senza l’autorizzazione del re, vendette una tregua al conte Roberto II d’Artois e al cardinale Gerardo Bianchi da Parma. I siciliani disapprovavano tale tregua perché la ritenevano inutile e dannosa; secondo loro la vittoria, favorita dalla vacanza della Santa Sede, avrebbe scoraggiato definitivamente gli angioini da ulteriori rivendicazioni del loro territorio. Tuttavia i rapporti tra Ruggiero e il giovane sovrano si deteriorarono e, quando il primo passò dalla parte degli angioini, Federico fece espugnare il castello (1297) entro il quale si erano asserragliati i ribelli. Per riuscire nell’impresa il re fece costruire una torre mobile in legno, chiamata cicogna, alta quanto la rupe lavica e dotata di un ponte alla sommità per rendere agevole l’accesso al castello. In seguito Ruggiero si trincerò a Castiglione di Sicilia, suo feudo e residenza estiva, dove fu assediato e quindi sconfitto. Arrestato, fuggì da Palermo e abbandonò la Sicilia insieme alla sua seconda moglie, la nobildonna catalana Saurina d’Entença, che diede a Ruggiero quattro figli, Roberto, Berengario, Carlo e Margherita. I suoi numerosi possedimenti in Sicilia, Calabria e Africa furono subito confiscati da parte di Federico. Il 4 luglio 1299, a capo di un’armata angioina composta di settanta galee — trenta delle quali inviate da Giacomo II dalla Catalogna per far fronte agli impegni presi con il papa Bonifacio VIII quattro anni prima nel Trattato di Anagni — sconfisse i siciliani nella battaglia di Capo d’Orlando. Nello scontro seimila uomini della flotta avversaria morirono o caddero prigionieri, ma Federico sfuggì alla cattura. La storiografia ritiene verosimile che la fuga del sovrano sia stata permessa o agevolata da Giacomo e dallo stesso Ruggiero che, nonostante fossero suoi nemici in battaglia, conservavano tuttora legami affettivi, sia di parentela che di pregressa fedeltà. Il 14 giugno 1300, nella battaglia di Ponza, Ruggiero sconfisse la flotta di Federico III, catturando il sovrano e Palmiero Abate. Il re riuscì nuovamente a fuggire, mentre Palmiero morì in prigionia.

(…) Cantalupo Piero, Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo, ed. Stab. Tip. Guariglia, Agropoli, 1981 (Archivio Attanasio)

La rocca del ‘Castellaro’ a Capitello di Ispani

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sulle fortificazioni costruite nel basso Cilento. In questo saggio, cercherò di ricostruire la vicenda del “Castellaro”, così detto, oggi nel territorio di Capitello, frazione del Comune di Ispani in Provincia di Salerno. Si tratta di ruderi di una rocca fortificata che si possono scorgere percorrendo in auto la SS. 18 che da Capitello prosegue in direzione di Policastro, poco prima all’altezza del cimitero di Capitello, guardando sulla destra su una collinetta.

La rocca fortificata del ‘Castellaro’ nella frazione di Capitello d’Ispani (SA)

(Fig….) Il “Castellaro” di Capitello di Ispani (SA) – foto Francesco Giudice e Rocco Malatino – ricerca 2021

Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, ed. Tomberli, Napoli, 1745 (I° edizione) ci parla di Policastro e del suo Castello a p. 416 dove scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina, e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso al mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietre di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, scome dall’Iscrizione, che sta sulla porta di essa. Un miglio fuori le mura, verso levante si trova un avanzo di edifizio romano ecc…”. L’Antonini continua a discorrere sul “Castellaro” di Capitello di cui parlerò in seguito. L’Antonini (…), a p. 416 postillava che: “Molto meno si sa l’antico suo nome, perchè il citato ‘Mario Nigro’ avendo scritto che ‘Juniores Paleocastrum vocant’ scordossi dirci come gli antichi il chiamassero. Vuò ben vedere che l’antico fosse anche ‘Paleocastrum’, voce Greca, che in essa mostra il suo significato fosse di antico Castello, del di cui nome abbiamo anche un altro in Calabria, ed in Cipro una città. ‘Merola’ con un positivo uguale abbaglio dice che: Citra medium Paestani Sinus juxta Palinuri, promontorium, Paleocastrum; e quì è da notarsi altro abbaglio, che prende dicendo che Policastro ‘Castellum est’, quando nelle sue vaste ruine dimostra essere stata non picciola Città.”.

(Fig….) I ruderi della rocca e delle fortificazioni dette il “Castellaro” a Capitello di Ispani – veduta satellitale

La rocca fortificata del ‘Castellaro’ in una carta d’epoca aragonese

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), a p. 486, parlando di Policastro e riferendosi al ‘Castellaro’ di Capitello, scrivono che esso “Il termine ‘castellaro’ è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. Non è una carta topografica come vogliono i due studiosi e non è una carta del ‘600. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, tra i centri di Policastro e Capitello, troviamo segnato un toponimo “Castellaro”, con l’immagine di un piccolo casale o guppetto di edifici. Questa carta, a cui ho dedicato ivi un mio saggio, è molto più antica del ‘600. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotico minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400.

(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)

In questa carta d’epoca aragonese si vedono chiaramente indicati alcuni toponimi interessanti come ad esempio la “Rocca” (di Policastro dove oggi si possono scorgere i resti del castello di Policastro) ed il “Castellaro” che indica un’altra altura con una rocca fortificata del cosiddetto “Castellaro”, un piccolo gruppetto di edifici colorati in rosso posti tra Capitello e Policastro e poco discosti dalla linea del mare.

La rocca fortificata del ‘Castellaro’, forse d’epoca Longobarda

Riguardo l’epoca di costruzione del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e dunque, volevano che la rocca fortificata del ‘Castellaro’ di Capitello: “E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo“. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), la rocca fortificata del ‘Castellaro’, doveva già esistere prima del 1077, quando le fortificazioni ed i castelli di Policastro sorti all’epoca del Principe Longobardo Gisulfo II passarono a suo cognato Roberto Giuscardo che gli conquistò il Principato Longobardo di Salerno. I due studiosi si rifanno alla narrazione del cronista dell’epoca Amato di Montecassino. I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

(Fig…..), Aimè (…), op. cit., p. 256

I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, e, riferendosi al ‘Castellaro’ di Capitello, frazione del Comune d’Ispani a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Ecc…).”. Come possiamo leggere, i due studiosi scrivevano del ‘Castellaro’ che: “E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo. I due studiosi, Natella e Peduto (…), ritenevano che sia stato ragionevole identificare il ‘castellaro’ di Capitello con uno dei castelli di Policastro citati da Amato di Montecassino nel suo ‘chronicon’ ‘Storia dei Normanni‘, quando riferiva dei castelli di Policastro che, nell’anno 1077 passarono a Roberto il Guiscardo. I due studiosi (…) che, nel 1973, pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). Policastro, oggi Bussentino, ma un tempo Policastro e prima ancora Buxentum, conquistato nel 1055 o 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11)….Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Ecc….”. Io credo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente al tempo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”.

La cappella comitale del ‘Castellaro’

(Fig….) Il ‘Castellaro’ di Capitello di Ispani (SA) – la “Cappella” così detta nella tradizione orale – foto Carmine Giudice 2021

(Foto n….) Cappella comitale del ‘Castellaro’ – volta a crociera – foto di Francesco Giudice

Roberto il Guiscardo e la nuova Policastro

La rocca fortificata del ‘Castellaro’ forse d’epoca Normanna

Angelo Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. Come possaimo leggere, i due studiosi scrivevano del ‘Castellaro’ che: “E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo. Il Guzzo (…), parlava sulla scorta dell’Antonini. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.” :

“Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”L’Antonini (…), nella parte II, a p. 416, parlando del ‘Castellaro’ di Capitello, postillava che l’aveva citato anche il Merola (…), ma non sul ‘Castellaro’ ma su Policastro. Antonini scrive che nel 1065, Policastro fu distrutta da Roberto il Guiscardo e portò lontanissimo i suoi concittadini. In seguito altri hanno scritto che nel 1065 (?), i cittadini superstiti di Policastro, furono portati dal Guiscardo a Nicotera. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro (non del ‘Castellaro’), fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: “Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Le mura e le possenti fortificazioni di Policastro, importante testa di ponte e di difesa per il Regno per gli eserciti che venivano dalle Calabrie, come del resto gli stessi castelli della Valle di S. Severino e della rocca ‘Cilento’, erano sorte e furono state costruite già da molto tempo.

Dell’antica Cappella del ‘Santo Rosario’, ne parla Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotata dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”.

Nel 1229, Federico II di Svevia fece costruire un porto collegato con la rocca del ‘Castellaro’

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 15, proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto ‘Castellaro’, oggi nel territorio di Capitello nel Comune d’Ispani.

La località “Petrasia” e la Torre della “Petrasia” a Villammare, in una carta d’epoca Aragonese (XV secolo)

Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 (credo che l’Ebner, si riferisca a questo lavoro) “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.” e, nella sua nota (4), postillava “(4) A. Guzzo, cit., p. 245 e s. Cfr. pure M. Vassalluzzo, cit. la torre pare fosse costruita dopo il 1563. Certo è che che nel 1569 ne risulta custode Bernardo Rey.”. Ebbene, la carta che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…), citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione “Manoscritti”:  “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Questi sono i riferimenti bibliografici della sua collocazione presso l’ASN, non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali, riportarono la notizia senza mai citarmi. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. La carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Dobbiamo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento.

(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)

Il monastero di S. Fantino, forse il “Castellaro” di Capitello

Antonio Rocchi (….), pubblicò “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 36-37, nel capitolo 5, in proposito scriveva che: “Ora il Padre presale scese al vicino cenobio di Castello (I)….”. Il Rocchi a p. 36, nella nota (I) postillava: “(I) Il ‘Cenobio di Castello’ è nominato due volte nella biografia, ed è anche una volta distintamente la città di ‘Castello’ nella cui cinta stava il monastero. Il Minasi (op. cit., annot. 12) e il De Salvo (Palmi, Seminara e Gioia, p. 10) la identificano con la presente ‘Seminara’: e Mons. TACCONE GALLUCCI, Monografie di storia calabrese, p. 139), l’appella “L’antica brezia città di Tauriana” perchè fondata dagli abitanti di Tauriana (Vedi anche nel medesimo autore: Monografia della città e diocesi di Mileto, Napoli, 1881, p. 174).”. Sempre il Rocchi (….), a p. 37, in proposito scriveva pure che: “Intanto non guari dopo questo incidente venne a visitarlo il santissimo Fantino; poichè di sovente essi si ritrovavano insieme, quasi due candelabri per illuminarsi a vicenda: ed anche perchè come Fantino avea con replicate insistenze persuaso Nilo a ricevere da sè settimanalmente il pane (I), così in ricambio questi lo ricompensava con lavori di sue mani (2). Vedutolo pertanto in così fatta tribolazione, non senza molte preghiere lo potè condurre seco con ogni sollecitudine in monastero; dove anche assai pregava Dio per la sua salute…..(p. 38 Rocchi) Ora trovavasi a caso in monastero uno dei fratelli venuto dalle parti di sopra (3), al quale egli portava una speciale affezione per essere cantore assai valente e fornito di bella voce. Etc..”. Il Rocchi a p. 38, nella nota (3) postillava che: “(3) Cioè meridionali più verso Rossano”. Io però dubito che si trovasse li il monastero di S. Fantino. Riguardo il monastero di S. Fantino, nella “Vita di S. Nilo” pubblicata dal Rocchi (…), a pp. 42-43 leggiamo che: “In questa i Padri del monastero di S. Fantino vennero a lui pregandolo di occuparsi di loro, ed eleggere un abate, quel che alla santità sua piacesse di scegliere etc…E tenutogli tutti dietro, terminata che fu la preghiera, Luca, fratello germano del beatissimo Fantino, etc…(I).”. Il Rocchi, a p. 43, nel cap. 6°, nella nota (I) postillava che: “(I) Questo sant’uomo fu quegli che morì in Vallelucio (dove, vedremo in seguito, Nilo uscendo dalle Calabrie riparò coi suoi) il 21 novembre del 991; e che vien detto ‘abate del monasteor del S. P. Zaccaria in Mercurio ?’ (Cd. ms. Cryptofer. B. a. IV). Non si può in tutto assicurare.”. Sempre il Rocchi nella Vita di S. Nilo, a p. 53, in proposito scriveva che: “Venuta in questa la domenica, in cui quelli che stanno nei monasteri, sogliono dare qualche conforto al loro corpo, il Padre preso seco Giorgio lo condusse al monastero cosiddetto del ‘Castellano’, nel quale etc…”. Il capitolo ed i passi citati riguardano la Vita di S. Nilo prima che lasciasse la spelonca e si recasse verso S.Demetrio-Corone dove fondò il monastero di S. Adraino (vedi cap. 7). Dunque, è del tutto plausibile che il biografo di Nilo parlasse di luoghi che non corrispondono affatto a quelli individuati dal Rocchi, dal Minasi e da altri che pensavano più ai luoghi del Mercurion e non al basso Cilento. Stessa cosa dicasi per i luoghi frequentati dal beato Fantino. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52).”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s….Infatti, rileggendo Antonio Rocchi (….) in “Vita di San Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata”, a pp. 42 e ss., nel capitolo 7: “S. Nilo, per le incursioni dei Saraceni, lascia la spelonca, e va con i suoi monaci ad abitare in una sua proprietà dedicata a S. Adriano, ove costituisce per primo abate il b. Proclo da Bisignano.”, nella nota (2) postillava che: “E noi vedremo ciò più avanti; onde anche Nilo fu ostretto prima a trasferirsi in detta regione superiore (nel Rossanese) quinci a passar nella Camapania.”. Ciò che scrive il Cappelli: La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro”, ci induce a pensare che S. Fantino si sposta nella “Regione superiore”, ovvero la regione dei Principi di Salerno, nel Cilento, nel basso Cilento. Il Cappelli (….), aggiunge pure che nella: “La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”.

Note Bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(….) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, edizioni di Storia e letteratura, Roma, 1973

(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Attanasio)

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto donatoci dall’Auore (Archivio Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno; dello stesso autore si veda pure: I relazione storico artistica sulla Cattedrale di Policastro Bussentino, p. 97, Salerno 1973

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(….) Vassalluzzo Mario, ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Attanasio)

(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371) (Archivio Attanasio). Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo.  Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Aimè , ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’,

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

(….) Hirsch F. Schipa Michelangelo, in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240,

(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887 (Archivio Attanasio)

(…) Ebner Pietro,

(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(…) Ughelli Ferdinando, ‘Italia Sacra’, 1659 in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758

(….) Ramage Crawford Tait, Viaggio nel Regno delle due Sicilie, (titolo originale: The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions)(Archivio Attanasio). In Italia è conosciuto soprattutto per la sua opera intitolata The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, pubblicata in italiano col titolo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, in cui Ramage descrive un viaggio a piedi intrapreso a sud di Napoli, tra l’aprile e il giugno 1828, alla ricerca delle “sopravvivenze” linguistiche, archeologiche e culturali greco-latine. In tale viaggio, Ramage parte da Napoli, giunge a Paestum, attraversa il Cilento, da Policastro visita la Calabria tirrenica e ionica, per giungere in Basilicata, scendendo in Puglia a Taranto, dove si imbarca per Gallipoli, passa da Ugento, Salve, i resti di Veretum (Patù), Leuca, Castro, Grotta Zinzulusa, Santa Cesarea Terme, Vaste, Otranto, Lecce, Manduria, Oria, Brindisi, da qui in nave fino a Trani, quindi a Barletta e Canne, Canosa, Venosa, Melfi, Ascoli Satriano, Foggia, Manfredonia, Mattinata, Vieste, Lucera, Volturara, Campobasso, per poi fare ritorno a Napoli. Il resoconto del viaggio di Ramage rappresenta un’importante descrizione socio-culturale delle provincie del Mezzogiorno italiano nell’anno 1828. Recentemente nel 2013 per l’edizione Ippogrifo, il libro di Ramage è stato ristampato tradotto in Italiano a cura di Raffaele Riccio e Roberto Ritondale che ha curato l’introduzione; si veda pure la ristampa di Galzerano.

(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito. Il vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure dello stesso autore: ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932, pp. 1-7 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Carucci Carlo, Don Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, Salerno, Stab. Tip. Nazionale, 1899 (Archivio Attanasio)

(…) Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988 (Archivio Attanasio)

(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso (Archivio Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

Policastro: la Contea, la rocca con il castello e la cappella comitale

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sulle fortificazioni costruite nel basso Cilento. In questo saggio, cercherò di ricostruire la vicenda storica del castello di Policastro.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Rivello di Ravaschieri, Lauria del Duca di Cerasano, Lago negro del Regio Fisco (21); Policastro città Marittima di Francesco Carafa col titolo di Conte, che fu distrutta da Barbarossa gran corsaro di Turchi, nella quale non si vede altro che la Cathedrale ristorata (22). “. Bracco, a p. 38, nella nota (22) postillava: “(22) Veramente le aggressioni turche della città – oggi Policastro Bussentino – furono due, e la seconda, capeggiata da Dragut Pascià nel 1552, gettò l’abitato ‘in ingentem rogum’ (cfr. P. Natella – P. Peduto, Pixous-Policastro, in “L’Universo”, LIII, 1973, p. 515 seg.).”. Bracco, a p. 38, nella nota (22) postillava: “(22) Sulla cattedral di Policastro, “un’antica tricora, denunciata chiaramente sia all’esterno…sia all’interno, del tutto rimaneggiato in età barocca ed anche più tardi”, cfr. A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Napoli, ESI, 1967, p. 541 seg.; e inoltre P. Natella – P. Peduto, op. cit., pp. 516-520″. Bracco, a p. 39, nella nota (23) postillava: “(23) “Padovano Guglielmini fu da Rofrano, e per la perizia nella medicina è celebrato da Raimondo Greco, e da altri Autori di questa professione”, scriverà il Volpi (Cronologia, p. 294). E’ il Volpi medesimo che dà qualche notizia su Domenicantonio Altomare, citato dall’Eterni per aver ricordato il Guglielmini. Dalla disposizione cronologica che il Volpi assegna al suo elenco si desume che il medico di Rofrano visse nel Cinquecento.”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro, fu centro indigeno, su cui si stese il controllo greco. Nel sesto secolo a.C. goderono uniti di una propria zecca operante come emanazione di Sibari. La moneta nota, di cui si conoscono alcuni esemplari, è uno statere d’argento incuso, che mostra un cinghiale in corsa, al di sotto del quale è sul dritto la scritta PAL e sul rovescio la leggenda MOL, con evidente riferimento ai due abitati (cfr. P. C. Sestieri, in Greci e Italici in Magna Grecia (Atti del I Convegno di Taranto), Napoli, 1962, pp. 276 seg. e N. F. Parise, in ‘Economia e società della Magna Grecia (Atti del XII Convegno di Taranto), Napoli, 1972, p. 106 e p. 111.). Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); il luogo di Molpa, lungo il rofilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e scomparso. Similmente il fiume Melpa pare che sia da identificare nel Lambro (cfr. E. Magaldi, op. cit., p. 31 e p. 36). Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: neabbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102. Leggo poi che nel 1484 “i 6 fuochi di San Serio, già abitanti in Molpa distrutta dai mori e dimoranti in ‘pagliare’, per la loro estrema povertà venivano proposti al re…. per l’esenzione da ogni pagamento” (A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, a cura della Camera di Commercio, Salerno, 1956, p. XII). Quanto alla famiglia Marchese, insignorita su Camerota, su di essa si diffonderà nel Settecento il Gatta (cfr. Gatta, Memorie, pp. 292-294).”.

La rocca fortificata di Policastro in una carta d’epoca aragonese

I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 486 parlando delle fortificazioni di Policastro scrivono che esso “è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. Non è una carta topografica, ma essa è conservata nella Sezione delle “Carte Topografiche” del Regno di Napoli nella Biglioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” a Napoli. Questa carta importantissima per la storia dei nostri luoghi non è una carta del ‘600, come vogliono i due studiosi ma essa risale all’epoca Aragonese. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, si possono scorgere alcuni toponimi interessanti come ad esempio quello di “Rocca” che indica la rocca fortificata dove oggi si possono vedere i ruderi del castello di Policastro, poco sopra il borgo medioevale di Policastro. Questa carta, a cui ho dedicato ivi un mio saggio, è molto più antica del ‘600. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotico minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400 (epoca aragonese).

(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…)

Nel VI secolo d.C., la rocca di Policastro città o castrum fortificato dai Bizantini

Nel lontano 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e, a p. 520, parlando del Castello di Policastro, pubblicarono l’interessante planimetria delle fortificazioni, cinta muraria, porte e castello di Policastro:

(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p. 517

Già nel 1970 i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono sulla rivista “Castellum” un interessante studio sul castello di Policastro, il primo in assoluto, “Nota sul castello di Policastro”:

(Figg…..) Natella Pasquale, Peduto Paolo, “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio)

Il castello di Policastro all’epoca Bizantina

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); Ecc…”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”. Nel 1988, in seguito ad una campagna di scavi a cura della Soprintendenza, la studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), pubblicò Pyxous-Buxentum, ed in proposito scriveva che: “…………….

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come PolicastroFilippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  “E, proprio per ovviare ai danni conseguenti alla perdita di Siracusa (878), si concreta di lì a poco in una campagna militare che, al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio riconquista Amantea, Tropea e Santa Severina, occupate dai Saraceni, e ripristina l’antica unità politica dei territori lambiti dal Golfo di Taranto, congiungendo la Calabria settentrionale alla Lucania orientale e parte della Puglia, giacché in tali regioni si verifica, in pari tempo, un riflusso dei longobardi (92). Erc…”. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”

Nel giugno del 915, i Saraceni abbandonarono il ribat (“munita Oppida”) di Camerota e saccheggiarono Policastro

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: “Nell’anno 915…………. Come seppero dai dodici Ismaeliti, che si erano precipitati fuori su una piccola barca, la battaglia all’estremità occidentale del fiume Gareliano, temendo di continuare più in l’Agropoli s’impossessano della città, risuonando, e quando se ne vanno, si sottomettono al fuoco. Di là, radunati i fratelli di Camerota, si recano nello stesso silenzio, prendono Pellicastrum e lo depredano; le loro barche, cariche di bottino, si rifugiarono sulle coste dell’Africa.”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: “I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…).Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….). Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: “Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel 929 (X sec. d. C.), Guaimario II e la riconquista dei territori Bizantini come Policastro che fu conquistata e passò ai Longobardi

Nel 929 Guaimario ritirò la propria alleanza con Bisanzio, contro cui mosse guerra in appoggio a Landolfo I di Benevento. In base agli accordi presi, Guaimario e Landolfo attaccarono unitamente la Puglia, le cui conquiste andarono a Landolfo, e la Campania, da cui Guaimario ottenne nuovi territori. Ma l’alleanza fra i due principi si rivelò ben presto un insuccesso, al punto che Landolfo cambiò strategia e chiamò a proprio sostegno il duca Teobaldo di Spoleto. Anche quest’alleanza risultò fallimentare e fu rotta intorno al 930. Guaimario tornò allora dalla parte dei bizantini, persuaso a questo passo dal protospatario Epifanio. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: “Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, riferendosi al nuovo ed ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, dopo la morte di Guaimario V, nel 1052, in proposito scriveva che: “Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (5) postillava: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da AMATO (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento…., cit. I, 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Dunque, da Amato di Montecassino verrebbe la notizia che nel 1052, Gisulfo II confermò al fratello Guido la contea di Policastro che quindi doveva già da tempo essere nei possessi della casa Longobarda. Anche Angelo Gentile, a p. 40, sulla scorta dell’Ebner scriveva che: “Nel 929 i Longobardi riuscirono ad occupare Policastro scacciando definitivamente i soldati di Bisanzio. Nonostante il clima di insicurezza i monaci basiliani cercarono, sempre di diffondere il rito greco ad iniziativa del patriarca Anastasio, su sollecitazione di Niceforo Foca (anno 968), infatti costituì i calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, incentivandolo anche in altri paesi, come ad esempio a Morigerati, Poderia, Roccagloriosa, a Torraca (11) dove esistevano chiese dedicate a S. Sofia e S. Fantino e così a Lentiscosa dove esiste una chiesa magnificamente affrescata, e sfuggita all’attenzione dei più (12), dedicata a S. Maria ad Martires, ecc…”. Il Gentile a p……, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani R., L’antica Bussento oggi Policastro Bussentina e la sede episcopale, Gli studi in Italia, V, p. 366 e segg. ed Ebner P., Economia e Società ecc…”.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) la firma del patto per la spartizione dei territori

Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”

Nel 1089, la Contea di policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3].  Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei.

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436,in proposito scriveva che: “….fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54).”. Pontieri, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Dunque, il Pontieri scriveva che Simone, conte di Policastro era il figlio di Enrico del Vasto o Enrico Paternò-Butera. Pontieri scriveva pure che Simone, conte di Policastro aveva un figlio illegittimo chiamato Ruggero Schiavo. Il Pontieri però parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: “Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: “Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”.

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero chesarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112.  Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che   Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Pontieri, a p. 488, in proposito scriveva pure che: “Le donazioni si susseguirono negli anni seguenti fino al termine della reggenza; si trattò ora di concessioni che Adelasia faceva insieme al figlio Simone o, morto costui con l’altro, Ruggero, ora di conferma di precedenti erogazioni (151); una volta venne spedito ordine ai vicecomiti e gajti di Castrogiovanni di proteggere i religiosi di S. Filippo (152); finalmente, nel marzo 1112 – ultima carta della reggente in favore del suo prediletto monastero – Adelasia e Ruggero confermano all’egumeno Gregorio la donazione, già fattagli dal defunto conte Simone, della chiesa di S. Maria della Gullia (153).”. Pontieri, a p. 488, nella nota (151) postillava: “(151) Lo Shalandon, Histoire, cit., vol. I, pp. 357-59, e lo Scaduto, op. cit., p. 111, hanno riassunto queste concessioni, desumendole dai corrispettivi documenti conservatici nei cartari siculo-normanni, ai quali stiamo facendo continuo ricorso.”. Pontieri, a p. 488, nella nota (152) postillava: “(152) Caspar, Regesten, p. 484, n. 7; G. La Mantia, Il primo documento in carta esistente in Sicilia ecc.., cit., oltre il testo greco della carta l’a. dà pure il testo arabo con la traduzione di I. Di Matteo; Collura, Appendice, p. 14, n. 6: il documento appartiene al 1109.”.  

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.

La rocca fortificata di Policastro nel ‘Chronicon’ di Amato da Montecassino, forse sorta già in epoca Longobarda

Riguardo l’epoca di costruzione del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e dunque, volevano che la rocca fortificata del ‘Castellaro’ di Capitello: E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo”. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), la rocca fortificata del ‘Castellaro’, doveva già esistere prima del 1077, quando le fortificazioni ed i castelli di Policastro sorti all’epoca del Principe Longobardo Gisulfo II passarono a suo cognato Roberto Giuscardo che gli conquistò il Principato Longobardo di Salerno. I due studiosi si rifanno alla narrazione del cronista dell’epoca Amato di Montecassino. I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

La rocca fortificata di Policastro ai tempi dei Normanni secondo Goffredo Malaterra

Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, ed. Tomberli, Napoli, 1745 (I edizione) ci parla di Policastro e del suo Castello a p. 416 dove scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina, e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso al mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietre di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, sccome dall’Iscrizione, che sta sulla porta di essa. Un miglio fuori le mura, verso levante si trova un avanzo di edifizio romano ecc…”. Conquistato nel 1055 o 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo di Policastro fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: ……..

L’Antonini (…), a p. 416 postillava che: “Molto meno si sa l’antico suo nome, perchè il citato ‘Mario Nigro’ avendo scritto che ‘Juniores Paleocastrum vocant’ scordossi dirci come gli antichi il chiamassero. Vuò ben vedere che l’antico fosse anche ‘Paleocastrum’, voce Greca, che in essa mostra il suo significato fosse di antico Castello, del di cui nome abbiamo anche un altro in Calabria, ed in Cipro una città. ‘Merola’ con un positivo uguale abbaglio dice che: Citra medium Paestani Sinus juxta Palinuri, promontorium, Paleocastrum; e quì è da notarsi altro abbaglio, che prende dicendo che Policastro ‘Castellum est’, quando nelle sue vaste ruine dimostra essere stata non picciola Città.”. L’Antonini (….), parlando sempre della città di Policastro continuando il suo racconto in proposito scriveva pure che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”Dunque, l’Antonini scriveva della rocca fortificata a Policastro, quella dove oggi si vedono i ruderi del castello e aggiungeva del “Castellaro” oggi nel territorio di Capitello d’Ispani. L’Antonini dunque concludeva che rocca e castellaro facevano parte di un’unica città fortificata: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”Antonini voleva che le due distinte rocche fortificate facessero parte di un’unica città fortificata che fu poi in seguito espugnata da Roberto il Giuscardo. L’Antonini (…), nella parte II, a p. 416, parlando di Policastro postillava che l’aveva citato anche il Merola (…). Antonini scrive che nel 1065, Policastro fu distrutta da Roberto il Guiscardo e portò lontanissimo i suoi concittadini. In seguito altri hanno scritto che nel 1065 (?), i cittadini superstiti di Policastro, furono portati dal Guiscardo a Nicotera. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: “Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Le mura e le possenti fortificazioni di Policastro, importante testa di ponte e di difesa per il Regno per gli eserciti che venivano dalle Calabrie, come del resto gli stessi castelli della Valle di S. Severino e della rocca ‘Cilento’, erano sorte e furono state costruite già da molto tempo. Noi crediamo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente al tempo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro riferendosi a dopo la restauratione della nuova sede vescovile, dopo l’anno 1000, a p. 334, aveva scritto che: “La ricostruzione dell’abitato di Policastro fu intensificata ai tempi di Ruggiero (mura, castello e completata nel XIII secolo. Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggero al bastardo suo figliolo Simone…..”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a pp. 143-144, parlando di Capitello (e non di Policastro) in proposito scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto ‘Castellaro’, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo (…), a p. 144, nella sua nota (2), postillava: “(2) Natella-Peduto, op. cit, p. 483 e sgg.”. Riguardo poi al castello, il Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario ecc…”, a p. 132, scriveva che: “Incerto è anche il committente. Potrebbe essere lo stesso Roberto il Guiscardo o anche suo figlio Ruggero Borsa, che gli successe dal 1085 al 1111 e, se si va oltre l’XI secolo, si potrebbe pensare anche a Ruggero II, re di Sicilia, che completò la ricostruzione di Policastro per consegnarla in Contea al figlio naturale Simone.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando del castello di Policastro e dei suoi ruderi posti sulla collina sopra il paese, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”.

Il ‘castrum’ ed il castello di Policastro ai tempi del re di Sicilia Guglielmo I d’Altavilla

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro dopo la restauratione della nuova sede vescovile, dopo l’anno 1000, a p. 334, in proposito scriveva che: “La ricostruzione dell’abitato di Policastro fu intensificata ai tempi di Ruggiero (mura, castello e completata nel XIII secolo. Pare che la locale contea fosse stata concessa da re Ruggero al bastardo suo figliolo Simone…..Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”. Ebner (…), a p. 335, nella sua nota (30), postillava che:  “(30) ‘Catalogus Baronum’ Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’, ecc…ecc..”. Sul ‘Catalogus Baronum’, ho dedicato ivi un mio saggio, in cui ho pubblicato alcune pagine tratte dal testo di Evelin Jamison (…). L’Ebner (…), a p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Pietro Ebner (…), parlando di Policastro, a p. 335 del vol. II, scriveva in proposito: “Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”, e poi nella sua nota (30), postillava che:

Ebner, p. 335

(Fig. 14) Ebner (…), p. 335, parla di Policastro, nota (30)

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo.

de Policastro

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Evelyn Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, n. da 566 a 574 (citati da Ebner, a p. 335, nota (30)), vol. II

Carucci, vol. I, p. 89

(Fig….)

Nel 1144, Gibel di Lauria

I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. Secondo la nota (22), dei due studiosi, il nome di ‘Gibel’, appare nel ‘Catalogus Baronum’, commentato dal Cuozzo al n. 101, ma non è corretto. Infatti al Mingardo, durante la guerra del Vespro vi fu una tremenda battaglia. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. I due studiosi dicono essere indicato al n. 101. Infatti, il Cuozzo (…), nel suo commento al ‘Catalogo dei baroni’ scriveva di Gil al n. 101, ma non ho trovato nulla al n. 101. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Ma, scorrendo il ‘Catalogus baronum’, del Cuozzo o della Jamison non ho ritrovato alcun Gilbert al n. 101. Dunque, secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…), parlando di Torraca. Tuttavia, sull’influenza che i Sanseverino ebbero nelle nostre terre, non vi sono dubbi ed indagheremo ulteriormente. Riguardo il ‘Gibel de Loria’ presente secondo i due studiosi Augurio e Musella (…), nel ‘Catalogus baronum’ ci viene incontro Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

Ebner, p. 335

(Fig…..) Ebner (…), p. 334

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo, Gibel Lorie (v. n. 601) 3 vilani. Dunque, l’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti nell’opera pubblicata dalla Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto:  “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s  toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated  ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Evelyn Jamison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 117, in proposito scriveva che: “3….. Infatti, negli stessi Registri Angioini, e propriamente nell’atto di costituzione del Principato di Salerno, si legge che Carlo d’Angiò nel donare quest’ultimo, insieme alla contea ecc…., oltre Monteforte e Magliano (Francesco di Monteforte), Camerota e Molpa (Egidio di Blemur), Novi (Riccardo di Marzano) e Castelnuovo (Guido di Alemagna)(38).”. Ebner, a p. 117, nella sua nota (38) postillava che: “Reg. ang., VIII, p. 182 n. 464 (=Reg. 1272, XV, Ind. f CXXI), ma v. pure Reg. 1271, A, f. 218 t.”.

Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 37-38, in proposito scriveva che: “2.1 – Legami familiari nel regno normanno-svevo ed angioino. Sembra proprio che un ‘Gibel de Lauria’ ed un ‘Gibellus de Loria’ sia uno dei primi sicuri rappresentanti del ceppo familiare a cui poi il nostro Ruggero sarebbe riconducibile, ma che sia cosa diversa ed azzardata porlo come capostipite (80). Gibel, infatti, è unicamente il primo dei Loria del quale si ha una qualche notizia documentale, sia nel ‘Catalogus Baronum’, sia in due documenti del Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone (81). Gibel de Loria è poi una figura significativa almeno per la territorialità a cui è legata, nel ‘Catalogus’, il suo nome. Egli è, infatti, individuato come colui che tiene tre villani in Policastro (82) e come colui che ricopre l’incarico di giustiziere regio del distretto di Val Sinni nel 1144 insieme a Roberto di Cles (83), entrambi chiamati a derimere, presso l’abate Ilario, una questione che coinvolge il Monastero di Carbone, minacciato nelle sue proprietà da un non meglio precisato nobile Gillius, signore di Calabria (84). I due sono poi legati al conte di Principato: Roberto di Cles, quale suffeudatario di Lampus de Fasanella (85) e Gibel quale suffeudatario del conte di Marsico (86), mediante ancora il tramite di un Gisulfo de Palude (87). Con Gibel, si delinea, dunque, un primo legame col territorio, secondo il quale, il ceppo familiare dei Loria insisterebbe per un verso con l’area più occidentale che dal Vallo di Diano (Campania) conduce fino almeno a Policastro e, per l’altro, con l’area più centro-meridionale dell’antica Lucania, corrispondente appunto al distretto di Val Sinni.”. La Lamboglia, a p. 37, nella sua nota (80) postillava che: “(80) 

Lamboglia, note a p. 37
Lamboglia, note a p. 38

Dunque, la Lamboglia scriveva che Gibel de Loria, nel 1144 ricopriva la carica di Giustiziere Regio del Distretto Normanno di Val Sinni e che, insieme a Roberto di Cles si recarono dall’abate Ilario dell’Abbazia o Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone per derimere un controversia sorta tra il Monastero ed un feudatario (non meglio precisato), un certo “Gillius”, signore di Calabria. Il documento fu pubblicato dalla Robinson (….), ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli (…), sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  “voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: “Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Nel 1229, Federico II di Svevia fece costruire un porto collegato con il ‘Castellaro’

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 15, a p. 28 e s., proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto ‘Castellaro‘, oggi nel territorio di Capitello, frazione del Comune di Ispani e di cui parlerò in un altro mio saggio.

Nel 1240, Federico II di Svevia invita i cittadini di Policastro di presentarsi al suo cospetto a Foggia

Certo è che la notizia citata dallo storico Kantorowicz (…), è più o meno dello stesso anno (a. 1239-1240), dell’altra notizia dataci da Carlo Carucci (…), di una altra carta Federiciana del 1240.  I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, proseguendo il loro interessante racconto citano altre notizie dateci da Ebner (…), ed in proposito a Policastro scrivevano che:  “In altra carta federiciana, del 1240, l’Imperatore in un parlamento a Foggia invitò della Provincia di Salerno i soli rappresentanti di Salerno, Eboli, Amalfi e Policastro (78): è chiaro l’intento politico, originato dalla necessità di avere sotto controllo e ai propri ordini i maggiorenti delle città più qualificate dal punto di vista della sicurezza territoriale).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. Pietro Ebner (…), aveva già riportato questa interessante notizia, infatti, a p……., scriveva che: “Per il Parlamento da tenere a Foggia (a. 1240) l’imperatore oltre i rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, invitò anche quelli di Policastro.”. Rileva il Carucci (…) che per il parlamento  poi tenuto a Foggia nell’anno 1240 – quindi prima della Congiura di Capaccio – il sovrano invitò insieme ai rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, anche quelli di Policastro, il cui castello fu avocato alla curia regia. Come si può leggere nel documento ivi, tratto dal Carucci (…), che lo pubblicò nel 1931, del vol. I, a p. 196: “XCIX. 1240 (a. XX di Federico II imperatore), (XIII, ind.), marzo, Viterbo. Federico II informa, per mezzo del suo ministro Pier delle Vigne, la città di Salerno, che ha piacere di vedere i sudditi fedeli del suo regno ereditario di Sicilia, e che terrà a Foggia un generale parlamento il dì delle Palme, 1° del prossimo Aprile. Invita la città a mandare due suoi rappresentanti che possano vedere “la Serenità del suo volto” e riferire, al ritorno, la sua volontà.”. Il Carucci (…), a p. 196, aggiunge che il documento è tratto dal ‘Regestum Imp. Fr. annorum 1239-1240’ etc. edizioni Carcani:…………….Il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 196, pubblica l’interessante documento del 1240, di cui ci parla l’Ebner (…) e i due studiosi Natella e Peduto (…) e, nella sua nota (1), a p. 197, postillava in proposito: “(1) Le città invitate a quell’importantissimo parlamento furono quarantasei in tutto il Regno, e tra queste, Salerno, Amalfi, Policastro ed Eboli, della Provincia di Salerno.”. Questa notizia dell’anno 1240 e l’altra notizia dataci dallo storico Kantorowicz (…), dell’anno 1239, mi fanno ritenere che il porto di Policastro, demaniale ed importantissimo ai tempi dell’Imperatore Svevo Federico II, sia proporio la baia naturale di Sapri, che poteva accogliere legni di una certa portata, rispetto ad un piccolo porticciolo interratosi nel tempo, quale potrebbe essere stato a Policastro.

Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Nel successivo marzo del 1240, Riccardo di Lauria è di nuovo tra gli ufficiali a cui Federico II fa pervenire la comunicazione, nella quale ingiunge loro di presentarsi al cospetto dell’Imperatore in occasione della sua prossima venuta nel Regno di Sicilia e della convocazione di un’assemblea generale che si terrà a Foggia il giorno della Domenica delle Palme – apud Fogiam in festo Palmarum primo venturo conloquium indixerimus generale (100). Nondimeno, ‘Riccardus de Loria’ sembra essere stato giustiziere di Basilicata solamente al tempo di Federico II (101), poichè dopo il 1240, se ne perdono del tutto le tracce.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (100) postillava che: “(100) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 2, docc. 657-668, pp. 620-622; il nome di Ruggero è nel doc. 660, p. 621. Sulla circostanza della convocazione, si veda A. Caruso, Indagine sulla legislazione di Federico di Svevia per il Regno di Sicilia. Le Leggi pubblicate a Foggia nell’aprile del 1240, in Il “Liber Augustalis” di Federico II di Svevia nella storiografia, Antologia di scritti a cura di A. L. Trombetti Budriesi, Bologna, Pàtron editore, 1987, pp. 145-168. Sulla feudalità del Regno, si rinvia alle note di G. Fasoli, La feudalità siciliana nell’età di Federico II, in Trombetti Budriesi (a cura di), Il “Liber Augustalis” di Federico II di Svevia, pp. 403-421.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (101) postillava che: “(101) FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 312.”.

Nel 1229 (epoca Federicana), Policastro è città demaniale e dei Ruffo

Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1229, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”.Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Quindi, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); In altra carta federiciana, del 1240, l’Imperatore in un parlamento a Foggia invitò della Provincia di Salerno i soli rappresentanti di Salerno, Eboli, Amalfi e Policastro (78): è chiaro l’intento politico, originato dalla necessità di avere sotto controllo e ai propri ordini i maggiorenti delle città più qualificate dal punto di vista della sicurezza territoriale).“. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (76), postillavano che: “(76) C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia, ecc.., 1931, vol. I, p. 89.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”.

Nel 1230-31, il Castello di Policastro all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 108, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, riferendosi all’anno 1230-1231 (?), in proposito scriveva che: “Non meraviglia, quindi, se tentò di estromettere i faudatari dai loro castelli costruiti dopo il 1189 nei punti più strategici creando “provisores” (5) e disponendo che alla manutenzione dei castelli medesimi (rifacimenti, ecc..) partecipassero, con i villaggi vicini, anche quelli lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino e quello di Policastro, ecc..”. L’Ebner, a p. 109, scriveva ancora che: “Nei documenti imperiali sono elencate le altre baronie tenute a concorrere alla manutenzione dei vari castelli con riferimento a un solo feudatario, “domini Gisulfi de Magina”, segno evidente di prestigio e di rapporti più autorevoli con l’Imperatore.”. Ebner, a p. 108, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Degli altri castelli ivi elencati (pp. 157-159) è ancora notizia delle baronie tenute a provvedervi: Castrum Policastri: baronie Camerote; Castrum Rocce de Gloriosa: homines tocius baronie Castris Maris – Castllammare della Bruca e cioè Velia -; Castrum Capuacci: baroniam ecc…”.  Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando di Federico II, scriveva che: “Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del fueudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X-XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca (…), scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo…..; nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Come vedremo, la postilla di Natella e Peduto, nella loro nota (77), si riferisce al vol. I, di Carucci (…), a pp. 156-157-158. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Ritornando a quanto scrive il Campagna “sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79).” e, dove postillava: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.”. Pietro Ebner (…), scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (…).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, a pp. 156-157-158, pubblicava il documento del 1230-1231, citato dai due studiosi Natella e Peduto e da Pietro Ebner (…): “LXXVIII. 1230-1231 (?) Federico II, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”.

Carucci, p. 156

(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. I, p. 157 Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii Inedita’ n. 775, (Archivio Attanasio)

Nicola Montesano (…), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, parlando di Tortorella a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Policastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turrace, per homines Rustrani, item per homins Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata.” (32).”. Il Montesano, a p. 21 nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Edward Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”. Dunque, il Montesano pubblica uno stralcio del documento Svevo pubblicato dal Winnkelmann nel 1880. Anche Carlo Carucci (…), nel suo vol. I di ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, di cui il vol. I è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), a p. 157, postillava che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi (Dal Winkelmann, Acta Imperii, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914.”. :

Carucci, p. 255

(Fig…) Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii Inedita’ n. 775 e in Carucci, vol. I, p. 157 (Archivio Attanasio)

Edvard Winkelmann (…), nel suo ‘Acta Imperii Inedita’, del 1880, a p. 775 pubblica il documento federiciano su Policastro:

Infatti, come scriveva pure Pietro Ebner (…), vol. II , p. 336, nella sua nota (32), postillava che, nel documento vi è scritto che per “Castrum Policastri, debet reparari per homines Turturelle, et per homines Sanse, per homines Turracae, per homines Rofrani item per homines Brighelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieriatu Basilicae; item potest reparari per homines Muclarone (Morigerati, nel 1294 Moregerarum) et per homines totius baronie Camerote, que homnes terre sunt vicine Policastro in quo nulla est familia ordinata. Carucci cit. ibidem.”

Carucci, p. 160
Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Il castello ed il castrum di Policastro dopo gli Svevi e con la venuta degli Angioini

Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e scriveva che: “Morto Federico II a Lucera nel 1250, tramontava per sempre la potenza sveva tanto in germania quanto in Italia. Dopo la breve parentesi del figlio Manfredi, conte di Taranto e re di Sicilia, l’Italia Meridionale passò agli Angioini, grazie all’appoggio di due papi francesi: Urbano IV e Clemente IV. Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX, Re di Francia, riconosciuti i diritti della Santa Sede ed impegnatosi a non oltrepassare l’Italia centrale, sceso in Italia, nel 1266 fu incoronato Re di Sicilia e, appoggiato dai Guelfi, sconfisse Manfredi a Benevento. Indì punì tutti coloro che avevano parteggiato per gli Svevi, la cui casa si estinse colla morte di Corradino e di Enzo (1268). Ed in questa difficoltà si trovarono diversi Policastresi, come attesta un documento antico in difesa di Nicola De Jannuzzo, assente in occasione della ribellione scoppiata nel paese: “Nicola De Jannuzzo de Policastro provisio quod non molestatur pro ribellione commissa per dictam terram quia ipse absens ab illa fuit” (Regesta Chartarum Italiae: p. 49, anno 1269). Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, Di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”.

Le fortificazioni e i castelli nel basso Cilento all’epoca di Carlo I d’Angiò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1269,…vi è pure un ordine di recupero dall’erede del Giudice Ruggiero di Policastro; un ordine di esibizione delle decime al vescovo di Policastro (35); la nomina del bàiulo di Policastro a “prepositus” alla strada che dal ponte sul Sele andava fino a Polla e alla strada che da Policastro andava a San Giovanni a Piro e poi fino a Tropea (36). Nel 1271 è un ordine al milite Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio, in territorio di Castelluccio (Calabria ?) che il re gli aveva donato (37). ecc..”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Reg. 10, f. 41 t = vl. VI, p. 132, n. 642”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Reg. 10, f. 115 t e 115 bis = vol. VI, pp. 237-238, n. 1266.”.Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Reg. 1271, A., f. 111 = vol. VII, p. 205, n. 162.”. Riguardo il Castello della Molpa all’epoca Angioina, l’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”.

Nel 1269, re Carlo I d’Angiò, scrive della ribellione di Nicola de Jannuccio di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: Nel 1269 il re ordinava di non molestare Nicola di Giannuzzi (“Jannucio”) di Policastro per la ribellione commessa da quella popolazione, perchè avvenuta in sua assenza (34).”. Pietro Ebner (…), a p. 337, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Reg. 1269, S, f 45 = vol. IV, p. 34, n. 196.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, nel suo vol….., a p….., parlando di Policastro scriveva che: “Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza. Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: Dai registri Angioini si rileva un’ordinanza di Re Carlo I d’Angiò (Reg. 1269 S, f. 45) che invitava le autorità a non molestare Nicola de Jannuccio (Giannucci), per la ribellione commessa da Policastro perchè questa si era verificata durante la sua assenza.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, a p. 191, parlando di Policastro, nella sua nota (16) postillava che: “REGESTA CHARTARUM ITALIAE, op. cit., pag. 49. Ecco il testo integrale: “Nicola de Jannuzzo de Policastro provvisio quod non molestur pro ribellione commissa per dictam terram quia ipse absens ab illa fuit” (anno 1269).”. L’opera a cui si riferiva il Vassalluzzo (…), ‘Regesta Chartarum Italiae’, che contiene e cita la notizia sulla ribellione di Nicola Jannuzzo è postillata nella sua nota (5) a p. 152 “Gli atti perduti della cancelleria angioina, parte I, vol. I, a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1939.”. Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e scriveva che: “Morto Federico II a Lucera nel 1250, tramontava per sempre la potenza sveva tanto in germania quanto in Italia. Dopo la breve parentesi del figlio Manfredi, conte di Taranto e re di Sicilia, l’Italia Meridionale passò agli Angioini, grazie all’appoggio di due papi francesi: Urbano IV e Clemente IV. Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX, Re di Francia, riconosciuti i diritti della Santa Sede ed impegnatosi a non oltrepassare l’Italia centrale, sceso in Italia, nel 1266 fu incoronato Re di Sicilia e, appoggiato dai Guelfi, sconfisse Manfredi a Benevento. Indì punì tutti coloro che avevano parteggiato per gli Svevi, la cui casa si estinse colla morte di Corradino e di Enzo (1268). Ed in questa difficoltà si trovarono diversi Policastresi, come attesta un documento antico in difesa di Nicola De Jannuzzo, assente in occasione della ribellione scoppiata nel paese: “Nicola De Jannuzzo de Policastro provisio quod non molestatur pro ribellione commissa per dictam terram quia ipse absens ab illa fuit” (Regesta Chartarum Italiae: p. 49, anno 1269).”.

Nel 1269, a Policastro il giudice Ruggiero di Policastro, ordina al vescovo di esibire le decime riscosse

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1269,…vi è pure un ordine di recupero dall’erede del Giudice Ruggiero di Policastro; un ordine di esibizione delle decime al vescovo di Policastro (35); la nomina del bàiulo di Policastro a “prepositus” alla strada che dal ponte sul Sele andava fino a Polla e alla strada che da Policastro andava a San Giovanni a Piro e poi fino a Tropea (36).”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Reg. 10, f. 41 t = vl. VI, p. 132, n. 642”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Reg. 10, f. 115 t e 115 bis = vol. VI, pp. 237-238, n. 1266.”. Sempre l’Ebner (…) scriveva la stessa notizia parlando di S. Giovanni a Piro “Nel Reg. 10, f. 110 t e 115 bis, l’ordinanza che il baiulo di Policastro era “prepositus” alle strade del ponte del Sele a Polla, da Policastro a S. Giovanni a Piro e da Policastro a Tropea. Vi è pure un’ordinanza per la riscossione di 121 oncie per aver occultati 124 fuochi.”.

Nel 28 luglio 1283, Carlo II d’Angiò

Carlo Carucci (…), nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, a p. 4-5, in proposito scriveva che: “E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Il Carucci a pp. 8-7 riporta il documento tratto dagli Archivi Angioini dove in proposito scrive che: “III. 1283, XI ind., 28 luglio Nicotera. Carlo, primogenito del re, principe di Salerno, Vicario del Regno, scrive alle persone addette alla custodia delle coste del Golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi…ecc..”:

(Fig….) Carlo Carucci (…), op. cit., pp. 8-7

Il Carucci (…), riguardo la notizia di cui ho parlato, citava il documento tratto dai Registri Angioini conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, andati persi ma riportati dagli storici. Si tratta del documento “Napoli, Archivio di Stato, reg. ang. n. 46, fol. 105a.”. La stessa notizia Carlo Carucci (…), la pubblica anche nel suo libro, il vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II che, ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…),  a pp. 121, cita un documento del XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, er mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrov.”. Il Carucci (…) a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Infatti, la stessa notizia riferita all’epoca della guerra del Vespro, riferita da Carlo Carucci (…) sarà in seguito riferita dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9) 1283, Carlo d’Angiò permette che Ruggero di Cetraro carichi nel porto di Policastro frumento e orzo per trasportare a Nicotera; 1284, il porto contiene un gran numero di navi per la guerra del Vespro. 1287, Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.“.

Nel 21 aprile 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno ordina al Giustiziere del Principato di recarsi subito a Policastro

Carlo Carucci (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemic e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”Carlo Carucci (…), pubblica questo documento anche nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, a pp. 10-11, in proposito scriveva che:

Nel 1° maggio 1284, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno manda soldati a Taddeo di Firenze a Policastro

Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia, scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, che si vede ivi illustrato e tratto dal Carucci (…):

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(Figg…..) Carlo Carucci (…), op. cit., pp. 147-148-149-150-151, documenti della Cancelleria Angioina

Nel 1 agosto 1284, Carlo d’Angiò nomina Ruggero Sanseverino, conte di Marsico, capitano generale

Nel 1285, gli Almugàveri conquistano Policastro

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, cap. XIV, a p. 183: “Ma tutto fu vano. Le orde degli Almugàvari avanzarono rapidamente; Policastro cadde nel 1285, una cruenta battaglia infuriò per la presa della Molpa, poi fu assalito Camerota, e infine Agropoli; l’anno seguente capitolarono anche Castellabate, Gioi, Novi, Sacco Vecchio; mentre la flotta tra il 1284 e il 1289, con una implacabile guerriglia, infieriva sui villaggi della costa, saccheggiandoli ogni qual volta servivano vettovaglie.”. La notizia dell’invasione almugàvari di Policastro nel 1285 riportata dal La Greca fu ricavata da Pietro Ebner (…), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 123 in proposito scriveva che: “Al comando dell’adelillo Fortuna, gli Almugàvari, superata rapidamente la Calabria (61), e occupata Policastro, volsero a ovest per Camerota.”. Dunque, secondo l’Ebner Policastro fu occupata da Matteo Fortuna. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Dunque, Ebner scriveva sulla scorta del saggio di Ernesto Pontieri (…), ovvero il saggio ‘Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria’. Il Pontieri a p….., in proposito scriveva che: ………………………..

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro è riferita, oltre che da Carlo Carucci (…) anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino) che, però a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che Policastro fosse caduta nell’anno 1287: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”

Nel 1286, Policastro si libera degli almugàvari che l’avevano occupata

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123, dopo aver scritto che nello stesso anno del 1286 gli almugàvari avevano occupato Policastro scriveva pure che: “Policastro approfittò della momentanea assenza degli Aragonesi per uccidere i 24 uomini del presidio di custodia, mettere in fuga gli altri e consegnare poi il castello al re.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (61), postillava che: “(61) I feudatari calabri seguirono il movimento secessionista siciliano. E. Pontieri, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, stà in “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (63), postillava che: “(63) Reg. 81 ff 138 e 153.”.

Nel 24 marzo 1286, il conte d’Artois Spinazzola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: Il 24 marzo 1286, XIII, il conte d’Artois, da Foggia, informava Tommaso Sanseverino di aver concesso a “Herberto de Aurelianis d’Orleans (…) usque ad beneplacitum regiorum heredum vel nostrum, ipsis et suis heredes (…) possideant” il feudo di Policastro, sito nel Principato, eccetto le locali saline se ve ne sono e la custodia delle terre a un tiro di balestra dal mare (39).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Reg. 53, f 1: “possideant ad opus terram Policastri, sitam in iusticiariatu Principatus (…) expeptis salinis, si que ibidem sunt.”.

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Carucci, p. 182

Nel 1287, Camerota e Policastro vennero occupate dagli Almugaveri ( forse detti “mamelucchi”)

Alla morte del padre, nel novembre del 1285, il secondogenito, Giacomo il Giusto gli successe sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli successe sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Il regno di Sicilia per la verità si era diviso in due regni, quello di Napoli, sul continente e quello di Sicilia, che poi diverrà di Trinacria, sull’isola, ed era in stato di guerra permanente; Giacomo, raggiunta la Sicilia dove già si trovava la madre, Costanza, che la governava per conto del marito Pietro, aveva ricevuto in aiuto dal fratello, Alfonso, la flotta del Regno di Sicilia, al comando dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, per cui aveva la superiorità assoluta in campo marittimo, infatti il 23 giugno del 1287, Lauria aveva sconfitto la flotta napoletana, a Castellammare, impadronendosi di 42 galere, mentre lo stesso giorno Giacomo aveva sventato un attacco contro Augusta. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 658, parlando di Castellabate e, riferendosi agli almugaveri scriveva che: “Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate. Ovunque, in vallate e pianure del Cilento vi era guerriglia. Pattuglie di Almugaveri si spinsero fino a Salerno. Durante la tregua il dodicenne Carlo Martello (alla morte di re Carlo a Foggia – gennaio 1285 – era stato nominato reggente sotto la tutela del conte di Artois, al quale il papa unì il cardinale Gerardo di Palma), con un colpo di mano riuscì a conquistare il castello di Pantuliano, ottenne per tradimento Policastro e Camerota, ma non riuscì a prendere Castellabate.”. Anche in questo passaggio l’Ebner (…), non cita alcuna fonte bibliografica. Dunque, la notizia che l’assalto di Policastro sia avvenuto nel 1287 è a mio avviso suffragata dalle lettere e diplomi degli anni successivi quando furono apprestati piani di attacco per la riconquista di buona parte di questi centri, soprattutto del centro di Castellabate che resistette fino alla disfatta avvenuta nell’anno 1299 e, di cui parlerò in seguito. Pietro Ebner riporta la notizia dell’occupazione di Agropoli da parte degli Almugaveri nell’anno 1287 e, dice l’Ebner, lo si deduce dalla lettera di re Carlo II d’Angiò che scrisse al milite Raimondo del Balzo (de Baucio). Nella lettera di re Carlo si elencano i ribelli. Pietro Ebner (…) scriveva che: Nel 1287 quest’ultimi invasero la Basilicata (guerriglia) e penetrarono nelle valle del Tanagro occupando Padula. Nella valle del Calore si trincerarono a Pantuliano (Castelcivita) occupando Policastro, Camerota e Castellabate.”. Le notizie storiche che riguardano l’anno 1287, non sono suffragate da documenti di quell’anno. Infatti, Carlo Carucci (…), a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Pietro Ebner ne parla sempre nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I,a p. 469, parlando di Agropoli, dove dice che: “Poco dopo Agropoli cadeva in mano degli Almugaveri, per cui la rioccupazione dell’abitato e l’assedio del castello caduto prima del maggio 1295. Lo si deduca da una lettera di re Carlo in data 5 di quel mese., al milite Raimondo del Balzo (de Baucio).”. Dunque, in conclusione, ritengo dubbia la notizia dataci da alcuni di un occupazione di Policastro nel 1287. Le notizie che nell’anno 1287 si ripettettero alcune invasioni da parte degli almugaveri delle forze siculo-aragonesi di Giacomo I di Aragona e di Ruggiero di Lauria non sono suffragati da documenti di quell’anno. Rileggendo alcuni testi come quello Camillo Minieri-Riccio (…), Diario angioino dal 4 gennaio 1284 al 2 gennaio 1285, parte III, del 1873, che pubblicava gran parte dei documenti tratti dalla Cancelleria angioina conservati nell’Archivio di Stato di Napoli fino al 1943 quando furono dispersi a causa di un maledetto rogo, pare che non vi fossero documenti dell’epoca. Lo stesso Carlo Carucci (….) che nel 1934 ne ripubblicò buona parte nel suo vol. II, salta direttamente all’anno 1289. Credo che i fatti accaduti negli anni intorno al 1287 siano stati desunti dai documenti angioini degli anni successivi al 1288, che analizzerò ora, come ad esempio quello di cui parla Pietro Ebner a p. 658 nella sua nota (13) postillava che: ,“(13) Reg. ang. 54, f 27, 12 maggio 1290, Napoli = Carucci, II, p. 219, n. 119 “. Dunque, in questo caso Ebner postillando del documento angioino si riferiva a Carlo Carucci, vol. II del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Dunque, Ebner nel suo vol. II, p. 219, scrive documento n. 119. Si tratta di questo documento CXIX, del 1290, 12 Maggio, Napoli, in cui “il conte d’Artois dà licenza a Giovanni de Eusebio, abbate Sorrentino, di recarsi in barca, con cinque marinai che la conducano, a Ischia, Capri, Castellabate e, se sarà necessario alla ribelle isola di Sicilia, per ottenere la liberazione del fratello Pietro, ecc…”. Carlo Carucci (…), nel 1932, nel suo saggio ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, (stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II), a pp. 4-5 in proposito scriveva che: “…..E i fatti d’arme su questi due fronti, non furono pochi, e portarono presto alla presa di Scalea, dello stesso castello di Policastro e delle terre vicine, da parte degli Almugaveri.”. Di certo, la notizia degli Almugaveri stanziatisi a Policastro all’epoca della guerra del Vespro, è riferita anche dai due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che, nel 1973, nel loro ‘Pixous – Policastro’ (un interessantissimo studio su Policastro Bussentino), a p. 484, nella loro nota (9), postillavano che: ” (9)….1287 Policastro è per breve tempo in mano dei guerriglieri almugaveri-aragonesi (cfr. C. Carucci, Codex Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Subiaco, Fonti per la Storia d’Italia, 1934, II, pp. 121, 145 sgg.”Il Natella e Peduto (..), nella loro nota (9), si riferiscono al vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, di Carlo Carucci, di cui il vol. II ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Per questo argomento e questo periodo, i due studiosi citando Carlo Carucci (…) e, scrivono vol. II, pp. 121 e p. 145. Infatti, il Carucci (…), a p. 145, pubblicò il documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, ed in proposito scriveva che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemici e dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, il Carucci si riferiva ad un’invasione del 1284 non all’anno 1287, infatti, nel documento citato dal Carucci, il documento datato 21 aprile 1284, il principe di Salerno Carlo detto lo Zoppo scrive e ordina al giustiziere del Principato di recarsi a Policastro perchè si era saputo che: “che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato”. Dunque, il 21 aprile 1284 ancora non era certo che gli almugaveri invadessero il Principato ma si sapeva solo che essi avessero occupato Scalea ed alcuni centri della Basilicata. Le notizie di un’invasione del Principato arriveranno più tardi. Carlo Carucci (…), riguardo gli Almugaveri nell’anno 1287, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, nel vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934, a p. 183 (vol. II), in proposito a quegli anni scriveva che: Poco dopo la morte di re Carlo, muore a Perugia Papa Martino IV e gli succede Onorio IV, ecc….Il conte d’Artois e il legato pontificio mettono audacemente piede in Sicilia; il re di Francia, Filippo, con grande esercito, valica i Pirenei e invade, vittorioso, la Catalogna; ……Ma la sagacia del re d’Aragona e il valore di Rugiero di Lauria cambiano improvvisamente il corso delle operazioni guerresche. D. Pietro assale l’esercito francese, che assedia Girona, e lo sconfigge; Ruggiero di Lauria sorprende, presso gli scogli delle Formiche, la flotta francese, la distrugge e sottopone a orribili torture quanti non hanno trovato la morte affogando nelle onde. L’esercito francese, decimato anche dalle malattie e dalle diserzioni, non può resistere alle molestie di D. Pietro e a quelle di Ruggiero di Lauria, che sbarcato a ….. Nel 1282, Ruggiero di Lauria fu nominato capo della flotta del regno aragonese di Sicilia, insorta contro gli Angioini durante i Vespri siciliani. Nella prima delle battaglie navali del golfo di Napoli (5 giugno 1284) si scontrò con la flotta angioina comandata da Carlo II° “lo Zoppo”, fatto prigioniero. Nel 1285 sconfisse angioini e genovesi e, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, anche Filippo III di Francia “l’Ardito” — in guerra da due anni contro la Corona d’Aragona — nella battaglia navale delle Formiche, presso Roses, in Catalogna. Il Carucci traeva da Minieri-Riccio (…). Il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Dunque, il Carucci, parlando del periodo in cui Ruggiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Così scriveva il Carucci (…), a p. 183, del vol. II. Il Carucci (…), a p. 184, in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula,; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli, ecc…”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“. Sempre il Carucci in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Ed intanto giunge in Aragona dalle prigioni di Metagrifone e di Cefalù ed è mandato a Campofranco nei Pirenei il nuovo re di Napoli, Carlo detto lo Zoppo. Il dieci novembre, mentre le popolazioni di Siciliae d’Aragona sono in tripudio per le grandi vittorie riportate in terra di mare, muore a Villafranca Pietro, di appena quarantesei anni…Pel testamento fatto nell’87 e l”instrumentum donacionis’ dell’83 gli succede in Aragona il figlio Alfonso ed in Sicilia Giacomo. Questi è coronato re il 2 febbraio nella cattedrale di Palermo, e, continuando, senza perder tempo, le operazioni guerresche, scaccia dalla Sicilia il cardinale Gherardo e il conte d’Artois; fa saccheggiare le coste tirrene, specialmente quelle del ducato di Amalfi e del Principato ecc….”. Dunque, riepilogando i passaggi storici citati dal Carucci, si parla di Giacomo d’Aragona, detto il Giusto, il quale è stato Re Giacomo II di Aragona. Dal 1285 al 1286 fu anche re di Sicilia come Giacomo I. Dunque, il Carucci si riferiva agli anni tra il 1285 ed il 1286. Riguardo invece l’anno 1287, cioè l’anno in cui molti asseriscono molte notizie di invasioni nel Principato, sempre il Carucci (…), vol. II, a pp. 184-185, in proposito scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ma Ruggiero di Lauria non sa profittare della vittoria: senza autorizzazione del suo re concede al conte d’Artois e al legato pontificio una tregua di due anni, riceve una grossa somma e torna in Sicilia, rovinando un’impresa così bene avviata. A Messina, il popolo furibondo ne domanda la morte, ma è salvato da Giovanni da Procida, ecc….Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. Riguardo la ricostruzione storica degli avvenienti negli anni 1287 e 1288, il Carucci, a p. 185, nel vol. II, in proposito nella sua nota (1) postillava che: “(1) Per questo periodo (1285-1288) i registri angioini contengono pochissimi documenti, soprattutto di quelli che possono riguardare il nostro lavoro.”. Infatti, il Carucci, nel suo vol. II, a p. 186, continua con un documento del 1289, riportando un documento del 1289 e, saltando i documenti ed il periodo del 1287 e 1288. Mi chiedo se il Carucci, in questo riepilogo storico si riferisse all’anno 1287 o si riferisse ad avvenimenti accaduti nell’anno prima ?. Sicuramente le notizie storiche degli avvenimenti che riguardano l’anno 1287 sono scarsissime e quelle certe risalgono, come vedremo meglio innanzi, agli anni 1290, dal 4 luglio al 4 dicembre 1290 in cui Carlo Martello, nominato vicario dal re Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo che si recò in Francia, inizia a preoccuparsi di riconquistare le posizioni perdute o i centri occupati del Principato, come Padula, Policastro, Sanza ecc…..Infatti, Carlo Carucci, riguardo gli anni successivi, come ad esempio l’anno 1290, in proposito scriveva che: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo le parti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantuliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però lo fallisce.”. Dunque, queste le uniche parole riguardo la conquista di Policastro che in questo passo il Carucci dice ad opera di Carlo Martello negli anni successivi al 1290. Questa è l’unica notizia certa riguardo l’occupazione di Policastro e di Camerota, forse avvenuta nell’anno 1287, da parte degli Almugaveri, perchè sappiamo dai documenti angioini che in seguito, nell’anno 1290, Policastro fu ottenuta da Carlo Martello, vicario nel Principato di Carlo II d’Angiò lo Zoppo, per un tradimento fatto alla guarnigione degli almugaveri che ivi si erano stanziati nel castello. Ma da quale notizia storica gli storici locali desumono che Policastro fu attaccata ed espugnata dagli almugaveri nell’anno 1287 ?. Non saprei dire. Posso solo dire che le cronache di Ramon Muntaner e di d’Esclot ci parlano di quel periodo storico che come scriveva il Carucci, riguardo l’anno 1287 scriveva  che: “Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli. La popolazione in questa città è in sommossa, onde pare sicuro il dissolvimento del governo angioino. Ecc..”, ovvero ci parla degli avvenimenti accaduti nel 1287 quando Ruggiero di Lauria si lancia all’assalto di Napoli. Carlo Carucci, parlando del periodo in cui Rugiero di Lauria cerca in tutti i modi di invadere il Regno di Napoli degli Angiò, scriveva che gli Almugaveri, dopo aver invaso la Basilicata e aver penetrato nella Valle del Tanagro, occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Il Carucci si riferisce a dopo l’anno 1286. Dunque, il Carucci a p. 185 del vol. II, riferendosi a l’anno 1287 scriveva che: “Muore in questo stesso anno, 1287, papa Onorio IV e gli succede Niccolò IV; ecc…”. In Carucci arriviamo al 1290, 5 settembre, quando da Eboli, Carlo Martello accoglie la supplica dei cittadini di Roccagloriosa e gli concede i proventi della loro bagliva che invece potevano utilizzare per la riparazione del castello. La città di Pantuliano venne assediata e riconquistata nel settembre del 1290 e, che il 13 ottobre 1290, la città di Policastro era libera dagli almugaveri e ritornata alla casa d’Angiò. E’ il documento CXLV pubblicato dal Carucci a p. 243, vol. II conservato nei Registri Angioini n. 54, fol. 241a. Di quel periodo e di Ruggiero di Lauria ha scritto Michele Amari (…), il quale, nella sua “La Guerra del vespro Siciliano ecc…”, a pp. 291-292-293, riferendosi a dopo l’anno 1287, che salta completamente portandosi all’anno 1288-89, in proposito scriveva che: “Carlo II, intanto, passato di Provenza in Italia, fece omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta la parte guelfa d’Italia…….Perchè Giacomo, risolutamente l’assaltò, la primavera dell’ottantanove, intendendo la liberazione dello Zoppo e le successive negoziazioni, tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio, il quindici aprile, con quaranta tra teride e galee, montate da quattrocento cavalli, e dieci migliaia di fanti Messinesi e altri Siciliani; il quindici maggio muove lungo la costiera occidentale di Calabria, avanzandosi ei di terra con le genti, l’ammiraglio con la flotta, ecc…Occuparono Sinopoli, ecc…Arrendeasi indi a’ Siciliani Amantea, ecc…Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza ecc… Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida, che per lui si teneano; soprastette in Ischia ecc..”. Poi a p. 295 scrive un’altra interessante notizia: “Secondo i patti, levò primo il campo re Carlo, tre di appresso Giacomo; il quale, imbarcatosi con tutte le genti il dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre, dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando le bravate dei baroni di Carlo,…….ecc…, ma il guelfo Villani accetta esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo stesso ecc…dall’esser rimasto Giacomo signore della più parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e la per altre province; e da altri onorevoli patti ecc..”. L’Amari, a p. 295 scriveva che Giacomo II di Aragona il 7 settembre prese il porto di Messina, “dopo aver corso a Palinuro grande fortuna di mare“. Sempre Michele Amari, a p. 295 in proposito scriveva che: “Indi, del mese di agosto milledugentottantanove, si fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una tregua infine al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che si posassero le armi in mare e in terra, fuorchè nelle Calabrie, nè pressi di Castell’Abate e in qualche altro luogo; ecc…”. In questo passo l’Amari parla del Patto di Gaeta tra Giacono II di Aragona e Carlo II d’Angiò. Dunque, l’Amari scrive Ognissanti del 1291. Di quegli anni e, delle incursioni degli Almugaveri nelle nostre terre nell’anno 1287 ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati’, pubblicato nel 2001, a pp. 51-52-53 e, parlando di Morigerati all’epoca Angioina, riferendosi all’anno 1287, in proposito scriveva che: “L’accenno all’esistenza o meno delle saline ci mostra un quadro tragico: se la popolazione abbandona le preziose saline vuol dire che la guerra stava creando danni seri e, infatti, la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga. Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili; sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13). Due erano i punti fortificati, essendo praticamente ai confini tra Aragonesi e Francesi: Policastro e Roccagloriosa; dunque Morigerati venne a trovarsi sulla linea di guerra: è questo il periodo di maggiore depauperamento per il terrore delle aggressioni Aragonesi. Viene organizzato anche il reperimento di viveri affinchè gli abitanti non abbandonassero le terre e le difese, non potendo provvedere con la normale semina-raccolto (14). Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)….Tra il luglio ed agosto del 1296 gli almugaveri attaccano in forze e arrivano a scorazzare fino al fiume Sele, il castello viene colpito il primo agosto….”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cit., 13 ott. 1290 vendita di frumento, orzo e miglio a Policastro, 25 gennaio 1291 richiesta del re di provvedere di viveri la zona in questione.”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit.,  pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cit., pag. 288, 2 novembre 1291.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Cit., pag. 145.”. Carlo Carucci (…), citato dal Gentile, a p. 120 e 121 riporta i due documenti angioini, il documento XIII a p. 119 del 17 marzo 1283 da Melfi in cui Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo, primogenito del re e principe di Salerno, informa le autorità di avere affidato a Tommaso Sanseverino la difesa del Principato e poi l’altro documento, il n. XV, del 28 luglio 1283, da Nicotera dove Carlo Martello d’Angiò, principe di Salerno “scrive alle persone addette alla custodia del Golfo di Policastro ecc…”. Il Gentile cita sempre il Carucci e cita anche il vol. II, le pp. 249, 291, 304, 330, 331, di cui parlerò innanzi. In questo passo però il Gentile, sebbene io credo faccia riferimento solo al Carucci (…), egli non riporta nessuna nota bibliografica. La notizia del Gentile che scrive: “….la situazione muta nel 1287 allorchè il baluardo Cilento venne attaccato dagli almugaveri che scendevano dai monti, e via mare con due flotte da 12 e 20 galee, una di queste assale Policastro. L’attacco congiunto ottenne l’effetto voluto: davanti a queste truppe la città cadde e gli abitanti vennero uccisi o fatti prigionieri, pochi si salvarono con la fuga.“, ovvero la notizia che nell’anno 1287 gli almugaveri occuparono il baluardo del Cilento. Carucci dice addirittura che le forze siculo-aragonesi vennero via mare con due flotte di galee ed una di queste assalì Policastro, mettendo in fuga quei pochi cittadini rimasti. Credo che il Gentile, come dicevo, avesse preso questa notizia dal Carucci che nel suo vol. II, a pp. 184-185, diceva solo che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, …….occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno.”, senza però documenti a suffragio delle notizie riferite. Infatti il Gentile a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 142.”, riferendosi a p. 142 del vol. II del Carucci che però non parla dell’anno 1287 ma parla dell’anno 1284. Io credo che le notizie riferibili all’anno 1287 siano state desunte dagli avvenimenti e dai documenti degli anni 1289-90. Infatti, il Gentile, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Per tre anni, le terre del basso Cilento rimasero in potere degli almugaveri con conseguenze facilmente intuibili;…”. Dunque, se gli almugaveri dovettero sloggiare nel 1290 va da se che avendo occupato Policastro ed altri centri per tre anni, essi, erano arrivati nell’anno 1287. Il Gentile ci da la stessa notizia anche per Camerota. Il Gentile (….), a p. 93 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, a p. 93, parlando di Camerota in proposito scriveva che: “Camerota fu conquistata dagli Almugaveri nel 1287 e liberata nell’estate del 1290 da Carlo Martello che l’anno dopo scrive a Giovanni Bursone affinchè provveda ai bisogni della popolazione della zona e. ancora, nel 1292 gli abitanti vengono esonerati dalle tasse (vedi le pagine precedenti) e ancora una volta nel 1295, da Carlo II, su richiesta di Tommaso Sanseverino e ancora nel 1300.”. Dunque, il Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da re Carlo Martello che nel frattempo era succeduto a Roberto d’Angiò. Angelo Gentile (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Dunque, il Gentile, ci informa che dopo l’occupazione di Camerota da parte delle forse Siculo-Aragonesi e degli Almugaveri al soldo di Giacomo d’Aragona, Camerota fu liberata dal prinicipe di Salerno Carlo Martello d’Angiò. Infatti, il Gentile riporta una notizia riportata anche da Ebner (…), nel suo vol. I di “Chiesa, popolo e baroni ecc…” che, a p. 583, parlando di Camerota scriveva che: “Il 25 gennaio 1291 Carlo Martello ordinò a G. Bursone, Tommaso Sanseverino e Raimondo di Avella, incaricati delle riscossioni fiscali, ecc….”.

Nel 1290, Rainaldo S. Denna e la sua banda autorizzato a combattere ed a contrastare gli attacchi degli almugàvari

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 123 parlando degli almugàvari di Matteo Fortuna scriveva che: “La ferocia dei mercenari, assetati di sangue, di donne e di preda costrinse il popolo a difendersi. Il notaio Ursone Massa, fuoriuscito da Castellabate, e Rinaldo di S. Denna di Padula costituirono, insieme ad altri e con assenso reale, bande simili a quelle degli Almugàvari, addestrandole alla guerriglia (62).”. Pietro Ebner, a p. 123 nella sua nota (62), postillava che: “(62) Reg., 54, f 192a – Reg. 56 f 69a.”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1291 di Policastro scriveva che: Chi riesce ad uccidere almugaveri viene pagato (15) e vengono organizzate bande di armati per combatterli, quella che agisce nel territorio del Bussento è al comando di Rainaldo di S. Dena che, all’occorrenza, ha il permesso non solo di ritirarsi nel castello, ma di rifornirsi di quanto occorre (16)…”. Il Gentile (…), a p. 59, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cit.,  pag. 149, 16 ottobre 1290.”. Il Gentile si riferiva a Carlo Carucci (…), al suo vol. II “La Guerra de Vespro nella frontiera del Principato”, ed al documento pubblicato a p. 149, del 16 ottobre 1290. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cit., pag. 291, Trani, 13 gennaio 1292. L’ordine del re pervenne al castelliere di Policastro.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 244, parlando di Padula, scriveva solo che: “Carlo Martello accoglie la proposta di Tommaso Sanseverino e nomina il milite Roberto di Tortorella custode e difensore “dicte terre Padule (…) capitaneus”, fissandone lo stipendio in ragione di “quatuor ecc….(28). Il conte d’Artois informa Tommaso Sanseverino che Rainaldo di S. Dena gli ha riferito che persone di Padula di cui non conosce i nomi, hanno uccise tre suoi soci e un loro prigioniero rubando anche cose appartenenti alla sua società. Il conte ordina (29) d’indagare e di infliggere punizioni ecc…“. Su questo personaggio Rainaldo di S. Denna o S. Dena, Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 244, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, a p. 245, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. 56, f 69, Trani, 25 genn. 1292 = vol. II, p. 291, n. 185: “et plurima bona mobilia societatis: una banda, come quella di Ursone Massa di Castellabate che, autorizzate dal governo, avevano impreso a fare la guerriglia per rintuzzare quella degli almugaveri.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (28) si riferiva al Registro Angioino “C”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli ma poi in seguito andato perso. Ebner postillava: “(28) Reg. 4, f. 66t = Reg. C, a = vol. I, p. 221, n. 128.” e, si riferiva al documento angioino n. 128 contenuto nel vol. I, a pp. 214-215 della II° edizione del “I Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione di Archivisti napoletani”, a cura di Riccardo Filangieri (…), dove il n. 128 si postilla che: “Fonti: Minieroi-Riccio, ‘Alcuni fatti ecc…’, p. 44 (transun.); Faraglia, Saggio di corografia abbruzzese, in A.S.N., p. 436, ecc..”, dove per “Padula di Principato” erano previste 150 salme. Alcune notizie contenute in due documenti angioini del 1291, riguardano Rainaldo de S. Dena. Pare che questo personaggio di Padula, Rainaldo de S. Dena, capeggiasse una piccola banda che doveva talvolta intervenire contro gli attacchi degli Almugaveri nemici. Pare che a quei tempi, Tommaso Sanseverino che era stato nominato a sovrintendere alle operazioni militari delle forze angioine contro quelle spagnole di Pietro e poi di Giacomo d’Aragona dopo, avesse autorizzato la formazione di bande che operavano nelle nostre terre per creare disturbo agli assalitori ed intervenire in occasione dei numerosi assalti nemici. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Il Carucci (…), scrivendo che “gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula; ecc…”, riporta la stessa notizia che riportava Felice Fusco (…) tratta da Piero Cantalupo (…). Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “L’anno più difficile dovette essere il 1287, quando gli Almugaveri, sfondata la linea difensiva costiera (Policastrum’), sciamarono nell’entroterra sovvertendo le altre due e penetrando nel Vallo di Diano, dove occuparono Padula nonostante l’eroica resistenza degli Angioini e degli abitanti giudati da Rinaldo di San Denna (123).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio a p. 101, nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Dunque, il Fusco, cita Rainaldo di San Denna e nella sua nota (123) postillava che: “(123) A.A. VV., Storia delle Terre., cit., I., p. 215.”. Felice Fusco (…), nella sua nota (123) a p. 101, si riferiva al testo di autori vari, Storia delle Terre del Cilento antico, a cura di P. Cantalupo e A. La Greca, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II. Dunque, il Fusco si riferiva al testo di Cantalupo, vol. I, p. 215.

Nel 1290, Carlo Martello d’Angiò, figlio primogenito di re Carlo II° d’Angiò assale e riconquista le posizioni occupate dagli Almugaveri a Civita Pantuliano, a Capaccio, ad Agropoli, Camerota e Policastro

Pietro Ebner (…) nel suo vol. II parlando di Pantoliano “villaggio scomparso” a p. 273 scriveva solo che: “Si legge ancora nei ‘Registri’ che il 5 settembre 1290 Carlo Martello inviò da Napoli Nicola Verticello in diversi centri del Principato per approntarvi balestrieri da riunire a Eboli per l’assedio di Pantoliano (3).”, e nella sua nota (3) postillava che: “(3) Reg. 54, f 132 = vol. II, , p. 238, n. 138, Eboli, 5 settembre 1290. Salerno, ecc..dovevano approntare i balestrieri per ‘Casale Pantuliani, civitas Pantuliani’.”. Forse notizie più precise riguardo l’occupazione degli Almugaveri a Pantoliano e poi Camerota e Policastro potrebbero essere contenute in questi documenti dell’anno 1290. Angelo Gentile, riferisce che dopo l’occupazione degli Almugaveri nel 1287, Camerota fu liberata nell’anno 1290 da Carlo Martello d’Angiò. Sull’occupazione di Policastro nel 1287, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, riportava alcuni documenti tratti dalla cancelleria angioina ed in particolare a pp. 249, 291, 304, 330, 331. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, non cessano da ambo lep arti le rappresaglie e le operazioni guerresche, pur tra continue scambievoli proteste. Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di Pantoliano, oggi Castelcivita, sito in fondo alla valle del Calore, affluente del Sele, e ne scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, e tenta quindi di muovere con l’esercito contro Castellabate. Quest’ultima impresa però gli fallisce.”. Infatti, nelle pagine seguenti alla pagina 229, il Carucci pubblica i documenti che ci dicono degli assedi a Pantuliano, a Camerota e a Policastro. In particolare vediamo il documento n. CXXXVI del 5 settembre 1290, pubblicato dal Carucci a p. 237 e, in cui Carlo Martello d’Angiò accoglie la supplica degli abitanti di Roccagloriosa per le spese del castello ordinando che la bagliva raccolta servisse a questo. Il documento in questione è tratto dalla cancelleria angioina ma il Carucci che non riporta i rferimenti bibliografici. Il documento n. CXXXVIII pubblicato dal Carucci a p. 238 riguarda l’inizio delle operazioni militari che Carlo Martello condurrà per l’assedio di Civita Pantuliano, egli scrive da Eboli nel 5 settembre 1290. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 132a”. Sempre il Carucci pubblica a p. 241 il documento n. CXLII del 20 settembre 1290 in cui Carlo Martello scrive da Pantuliano ai cittadini di Roccagloriosa esonerandoli dal pagamento delle tasse. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 138b.”.

Nel 13 ottobre 1290, il conte d’Artois ordinò l’acquisto di derrate alimentari per Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno il conte d’Artois, preoccupato delle condizioni economiche di Policastro, i cui abitanti non avevano  di che nutrirsi, ordinò l’acquisto di frumento, orzo, e miglio per l’ammontare di 180 once d’oro da trasportare e vendere ai locali (43).”. Ebner a p. 338 nella sua nota (43) postillava che:  “(43) Reg. 54, f 241, Napoli = Carucci, op. cit., II, p. 242: “maxima victualilium penuria (…) precimus quatimus illam quantitatem, inter frumentum, ordeum et milium (…) cuius pretium ascendat ad summam unciarum auri centum octuaginta (…) vendenda pro parte curie hominibus dicte terre aliisque fidelibus”.”. Infatti, Carlo Carucci nel suo vol. II pubblicherà questo documento a pp. 243-244 ed in proposito scriveva che: “Il conte d’Artois, considerando che gli abitanti di Policastro, ritornati alla fede regia, versano in estrema penuria di viveri, perchè non avvenga del loro castello qualche disgrazia, ordinano che si acquisti per 180 once d’oro una quantità di frumento, orzo e miglio, si trasporti a quella terra e si venda agli abitanti di essa.“. Il documento è il n. CXLV del 13 ottobre 1290 da Napoli: “Reg. ang. n. 54, fol. 241a.”:

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Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da Spinazzola ai cittadini di Policastro

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 27 e s. scrive in proposito che: “Nel 1210 il conte d’Artois di Spinazzola, in nome del Re, rilascia a Policastro una solenne dichiarazione e promessa: “Le mura e fortificazioni di Policastro non saranno mai distrutte”. Parola di Re Angioino (72).”. Il Tancredi a p. 27, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Carucci Carlo, Codice diplomatico Salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1931, I, 189.” Ma la nota del Tancredi è totalmente errata in quanto il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 189, riporta un documento del 1237 di Federico II di Svevia. Infatti credo che la notizia sia da riferirsi ad altro documento. Il 16 ottobre 1290 il Conte d’Artois comunicò all’Università che Policastro sarebbe stata sempre demaniale. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Carucci (vol. II, pp. 252-253-254), scriveva in proposito: Documento notevolissimo e probante della rilevanza politica raggiunta in quel tempo da Policastro, è quello che porta la data del 16 ottobre 1290, con il quale il conte d’Artois da Spinazzola informava i rappresentanti di Policastro che la loro città sarebbe stata sempre demaniale, sempre fortificata e mai distrutta (Muri civitatis eiusdem propter guerram presentem fortificentur in melius nec occasione aliqua diruatur), parole che poche città meridionali possono vantare a loro fama.”.

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(Fig….) Cancelleria Angioina, documenti pubblicati dal Carucci (…), op. cit., pp. 252-253-254

Nel 1291, il basso Cilento e la riconquista dei territori occupati dagli Almugaveri e dalle forse Siculo-aragonesi

La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. A seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro ed il suo territorio, si trovò al centro degli scontri. Furono proprio il Golfo di Policastro e le nostre coste, teatro dei sanguinosi scontri terrestri e navali per il possesso del Regno di Napoli. Al periodo della lunga guerra del Vespro, che si combattè principalmente sulle nostre coste e che vedeva Policastro e tutti i paesi rivieraschi impegnati in prima fila, ho dedicato ivi un mio saggio. Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse.

Nel 11 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da Matera ai militi del castello di Camerota per consegnarlo a Trogisio de Trogisio

Carlo Carucci, a p. 242 pubblica il documento n. CXLIII, del 11 ottobre 1290, in cui Roberto d’Angiò, conte d’Artois scrive da matera e: “ordina a Giovanni de Rocco e ai suoi socii di consegnare il castello di S. Severino di Camerota, che tenevano per conto della regia curia, a Trogisio de Trogisio, capitano del Principato, il quale avrà cura di custodirlo con opportuna diligenza. Si recheranno poscia da Rainaldo de Avelia, per avere il premio del servizio prestato.”. Il documento pubblicato dal Carucci è tratto dalla cancelleria angioina: “Reg. ang. n. 54, fol. 147 b.”.

Nel 1290, i cittadini di Policastro uccidono 24 almugaveri e liberano la fortezza occupata da Leonardo di Alatri

Piero Cantalupo (…), nel suo ‘Acropolis – Appunti per una storia del Cilento, I, Dalle origini al XIII secolo‘, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Camerota ed a Policastro gli abitanti riuscirono a recuperare la loro libertà insorgendo contro i presìdi aragonesi e trucidandoli.”. Dunque, Piero Cantalupo scriveva che i cittadini di Policastro uccisero tutti gli almugaveri che l’avevano occupata. Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, parlando del periodo che va dal 4 luglio al 31 dicembre 1290, a p. 229 scriveva questo sunto: “Mentre è ancora in vigore la tregua pattuita davanti Gaeta, ecc…….Il vicario del Regno, Carlo Martello, approfitta di questo stato di cose ed assale il castello di ………scaccia i nemici. Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota, eccc….”. Dunque, il Carucci riassume quel momento storico (a. 1290) in cui Carlo Martello d’Angiò, Vicario del Regno e di Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, riesce ad impossessarsi di Policastro e di Camerota. Il Carucci però scriveva pure che: “Riesce anche ad avere Policastro, per tradimento, e Camerota”. Carucci scriveva che Policastro ritornò alla fede Regia dei d’Angiò a causa del tradimento, di un inganno di Carlo Martello. Si, proprio così. Carlo Martello, nel 1290 si impossessa di nuovo di Policastro promettendo a Leonardo di Alatri o di Alatro, capo degli Almugaveri che avevano occupato Policastro nel 1287, il feudo di Sanza. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. La liberazione dell’avamposto di Policastro e del suo Castello fu assicurato alla casa d’Angiò grazie alla promessa del feudo di Sanza al ribelle “Leonardo de Alatri o “ALATRO”, che come ho detto è dimostrato dal documento n. CXLIV del 1290 che è pubblicato dal Carucci nel vol. II a p. 242 e, come dimostra pure il documento n. CXLVIII, pubblicato a p. 246. Ma, il feudo di Sanza verrà tolto a Leonardo de Alatri come dimostra l’altro il documento n. CXLIX, pubblicato a p. 247 ed in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.

Nel 16 ottobre 1290, Roberto d’Angiò, conte di Artois scrive da Spinazzola per pagare Leonardo di Campagna (o di Alatri) per fargli consegnare il castello di Policastro

Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, ed in particolare al vol. II che ha per titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, a p. 246 riportava il documento n. CXLVIII del 16 ottobre 1290, da Spinazzola in cui il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) “informa Guglielmo Peregrino, capitano di Policastro, che Ugo di Brenne, Tommaso Sanseverino, Rainaldo d’Avella e Giacomo Bursone gli consegneranno 150 once d’oro, perchè compia quanto già a voce gli ha ordinato, e cioè: dia a Leonardo di Campagna (‘negli altri documenti, di ALATRO) quanto ancora gli si deve sulle 30 once promessegli; gli paghi le spese sostenute per sè, pel fratello e i serventi dal sabato, 7 ultimo scorso, fino al giorno in cui consegnerà il castello; paghi i creditori degli Almugaveri uccisi, in occasione della resa, in Policastro, e di quelli che fuggirono; compensi i danni arrecati al giudice Alfano e al notaio Tancredi da Guglielmo di Padula, già castellano di Policastro, il quale li teneva in sospetto di aspirare a tornare alla fede regia. Conservi il resto del danaro per gli stipendi suoi e dei serventi.”. Il Carucci, vol. II, a p. 246 postillava: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a”. Sempre il Carucci (….), a p. 247 del vol. II cita un altro documento angioino che riguardava Policastro e gli Almugaveri vinti nel 1290. Deve riferirsi a questa notizia quando Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 56 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “sarà Carlo Martello, Vicario del regno, a liberarle nell’anno 1290 con il valido aiuto di Guglielmo Pellegrino (o Peregrino) e Leonardo di Alatri che vennero ricompensati per il loro valore con l’assegnazione del feudo di Sanza in parti uguali (13).“. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Cit., pag. 242.”. Sempre Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, a pp. 247 e p. 250 pubblica due documenti tratti dalla cancelleria angiona che riguardano questo personaggio detto in un documento Leonardo di Camapgna e in un altro Leonardo de Alatro o Alatri. Questi due documenti che riguardano Policastro, sono del 1290 ed entrambi sono forse la riprova che a Policastro prima del settembre 1290 vi fossero stati per lungo tempo Almugaveri o forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Carucci a p. 247 pubblica il documento n. CXLIX del 16 ottobre 1290, in cui il conte d’Artois scrive da Spinazzola e, di cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore, è tornato alla fede della Romana chiesa e del Re, ha innalzato sulle mura il vessillo regio e ha reso il castello. Concede perciò a lui, ai suoi parenti e a quanti furon con lui al servizio dei nemici, completo indulto nelle persone e negli averi, concede gli stipendi che spettavano a lui, al fratello e ai serventi fino al 5 ultimo scorso, dei quali già ha fatto dare un acconto da Guglielmo Peregrino, ivi destinato capitano e castellano, e gli farà pagare le spese fatte fino al giorno della consegna del castello. Ha inoltre dato ordineche nessuno gli dia molestia, sia in Policastro che fuori, e che lui e ai suoi eredi sia corrisposta dalla regia curia un’annua provvigione di 20 once d’oro.”. Il documento è: “Reg. ang. n. 54, fol. 155a.”. Il Carucci, riguardo Leonardo di Alatri pubblica ancora un altro documento a p. 249 il doc. n. CL del 16 ottobre 1290, in cui sempre il conte d’Artois (Roberto d’Angiò) scrive da Spinazzola “informando Leonardo di Alatri d’aver nominato Guglielmo Pellegrino, connestabile di Melfi, castellano e capitano del castello e della terra di Policastro. Gli ordina quindi di consegnargli il castello colle munizioni, le armi, e ogni altra cosa in esso esistenti. Ordina poi al castellano di Melfi di prendere dal castello delle balestre coi rispettivi apparechi e delle casse di quadrelli e farle tenere allo stesso Peregrino e ordina a Ruggiero Costa di fare altrettanto, senza indugio o negligenza, dovendosi presto provvedere di munizioni il castello di Policastro.”. Il Carucci postillava essere il documento tratto da: “Reg. ang. n. 54, fol. 154b.”.


Nel 12 ottobre 1290, il re raccomandava la difesa di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re raccomandava di provvedere alla difesa di Policastro ordinando a Tommaso Sanseverino di corrispondere al capitano Guglielmo Pellegrino 150 once d’oro (40).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (40) postillava che:  “(40) Reg. 54, ff 152 e 155.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”. Infatti, deve riferirsi a questa notizia quando Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata da Orazio Campagna (…) e dai due studiosi Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari“.

Nel 12 ottobre 1290, il re ordinava a Guglielmo Pellegrino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 ottobre 1290 il re ordinava a Guglielmo Pellegrino, “comestabulo di Melfie”, di condurre a Policastro 40 stipendiari a cavallo e 130 a piedi, di cui 30 dovevano rimanere sempre nel castello, come guarnigione. Nello stesso giorno il conte d’Artois comunica a tutti che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici a Policastro aveva levato sul castello il vessillo reale per cui concedeva a lui e ai suoi il più largo indulto (41).”. Ebner a p. 337 nella sua nota (41) postillava che:  “(41) Reg. 54, f 155, v. pure Reg. 54, f 154 ter.”.

Nel 1290, il re concede a Pellegrino e a Alatri i feudi di Policastro e Sansa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a pp. 337-338, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno 1290 il re concesse a Guglielmo Pellegrino e a Leonardo di Alatri, in porzioni uguali, il feudo di Sansa in premio per quanto avevano fatto per il ritorno di Policastro in potere sovrano (42). “. Ebner a p. 338 nella sua nota (42) postillava che:  “(42) Reg. 54, f 253 = Carucci, cit., II, p. 242.”. Questo documento è stato pubblicato da Carlo Carucci (…), vol. II, p. 242, doc. n. CXLIV del 1290: “Reg. ang. n. 54, fol. 253a.”, di cui il Carucci a p. 242 scriveva che: “Pel cattivo stato di conservazione della pergamena non è possibile un transunto letterale del documento, il quale riguarda la concessione della terra di Sansa a Guglielmo Pellegrino ed a Leonardo de Alatri, in porzioni eguali, in premio della parte da loro avuta nel ritorno di Policastro in potere del sovrano.”. E’ forse questo il documento che dimostra come Policastro fosse stato occupato dagli Almugaveri o comunque dalle forze Siculo-aragonesi al soldo del re di Sicilia Giacomo I° d’Aragona nel 1287 e poi appunto liberata dai due militi nel 1290. Credo però che questo documento avrebbe dovuto apparire dal Carucci non posteriore a quello di p. 247 (il documento n. CXLIX), in cui il Carucci scriveva “Il conte d’Artois fa a tutti noto che Leonardo di Alatri, capitano dei nemici di Policastro riconoscendo il suo errore ecc..ecc..”.

Nel 16 settembre 1291, Ponzio di Boccabianca, castellano del castello di Policastro

Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II a p. 309, nella sua nota (4) parlando di Policatro, dopo aver scritto: “Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in quest’anno 1324 dal re Roberto a Bertolomeo Roveto di Genova (4), ecc..ecc…”. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 420 e s., in proposito scriveva che: Il 16 conferma la nomina dei giudici Nicola di Tranto e Ubolotto del maestro Pietro per il nuovo anno, i quali dovranno prestare il giuramento nelle manii del capitano e castellano “Olivierius de Senes, castellanus Rocce de Gloriose” e a Ponzio castellano di Policastro (33).“. Ebner a p. 420, nella sua nota (33) postillava che:  “(33) Reg. 58, f 199, Napoli 3 novembre 1291.”.

Nel 2 novembre 1291, il principe Carlo Martello d’Angiò esonera i paesi come Policastro

Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 57 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “Una volta rioccupato il basso Cilento il principe Carlo esonera tutte le terre poste tra il mare e il fiume Tanagro dal pagare le imposte, essendo state, queste, le più colpite dalla guerra (179, fra le altre Roccagloriosa e Policastro vengono direttamente menzionate, ma la decisione riguardava anche gli altri paesi della zona compresi i feudi di Tommaso Sanseverino e tra essi Policastro e, quindi, Morigerati. Lo stesso succede nel 1292, ecc…”.Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cit., pag. 288, 2 novembre 1291.”. Il Gentile (…), si riferiva a Carlo Carucci (…), al suo vol. II “La Guerra de Vespro nella frontiera del Principato”, ed al documento pubblicato a p. 288 del 2 novembre 1291.

Nel 12 settembre 1292, il principe Carlo


Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 12 settembre 1292, da S. Erasmo, il principe Carlo concedeva a “Benetenutum de Policastro” 4 once d’oro per aiutarlo a liberare “quorundam filiorum suorum, quos eorumdem hostium carcer includit” (45).”. Ebner a p. 338 nella sua nota (45) postillava che:  “(45) Reg. 62, f 127 t: qui in presentis guerre discrimine ab hostibus damna gravia pertulit.”.

Nel 15 settembre 1292
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Il 15 settembre 1292 il re accoglieva la supplica “baiulis Policastri” di devolvere le entrate della bagliva per la difesa della città.”.

Nel 1293, Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, fece rinforzare la Torre Mastra del castello della rocca di Policastro

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”. Dunque, l’Antonini fa notare che, secondo l’iscrizione scolpita sull’architrave del portale del castello è scritto che Jacopo Trifosano “fecit” nell’anno 1393. Ma, come abbiamo già visto il castello già esisteva al tempo di Carlo II° d’Angiò detto “lo Zoppo”, che nell’anno 1296 lo fece rinforzare. Un altro studioso asserisce che il castello fu costruito nel 1293 da Giacomo Sanseverino. Infatti, nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Ecc…”. Dunque, il Cataldo voleva che Giacomo Sanseverino nell’anno 1293, al tempo di Carlo II° d’Angiò avesse iniziato la costruzione del solido castello di Policastro, ma, sebbene il castello già esisteva all’epoca, nel 1293, tanto che re Carlo II° lo fece rinforzare nel 1296, come risulta da un documento angioino, niente ci dice che fu Giacomo Sanseverino a farlo costruire e solo in seguito (nel 1309) completato. Inoltre, il Cataldo (…), nel trascrivere la traduzione dell’epigrafe scolpita sull’architrave del portale del castello dice essere “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”, ovvero il Cataldo affermava che, secondo l’epigrafe scolpita, Giacomo Sanseverino fece costruire il castello il 3 luglio dell’anno del Signore 1309. Il Cataldo continuando il suo racconto sul castello scriveva pure che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sulla questione della datazione della costruzione del castello anche lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Dunque, anche Orazio Campagna (…), rifacendosi all’Azzarà (…) scrive che la costruzione del castello iniziò nel 1293 e terminò nell’anno 1309. Ma, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel vol. II, a p. 345, in proposito scriveva che: L’Antonini accenna ad avanzi di un edifizio romano rilevandolo da un’iscrizione sulla porta della torre ricostruita nel 1393 da Giacomo Sanseverino”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. I due studiosi Natella e Peduto, nella loro nota (86) a p. 520 postillavano ancora che: “L’Antonini (‘La Lucania’, I, pp. 415-418) indica che l’anno in questione è il 1393 ma l’iscrizione non parla chiaro in quanto bisognerebbe trovare ‘nonagesimo septimo’, e non ‘nono setimo’. Che il lapicida abbia voluto intendere 1316, oppure che dovendo scrivere 1397 in latino sia ripiegato poi nell’aggettivazione lasciando inalterato il mille e 300, ha poca importanza in quanto il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, e quindi la data del 1397 va accettata per buona, ad onta della cattiva epigrafe. Questa affermazione annulla in parte ogni nostra ipotesi, esposta altrove (cfr. ‘Nota sul castello di Policastro, in “Castellum”, 12, 1970, 2,o sem.). Anche il Tait Ramage (cit.) lesse 1393.”. Dunque, i due studiosi disquisivano sulla data impressa dal lapicida sull’architrave illustrato in fig….. in alto e, affermavano che la data di costruzione del castello, la data del rifacimento per esser precisi era quella del 1397. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, nell’ultimo loro saggio su Policastro “Pixous – Policastro”, si rimangiano ciò che avevano scritto nel loro primo saggio e sulla questione della datazione del castello scrivevano che la data del 1397 andava presa per buona in quanto “……il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, ecc..”.

Nel 1296, Carlo II d’Angiò, detto “lo Zoppo” ordinò la riparazione del castello e della Torre mastra di Policastro

Nel lontano 1973, i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, a p. 521, parlando della Torre Mastra del Castello di Policastro, nella loro nota (87) postillavano che: “(87) Una torre mastra era già nel 1296 (Carucci C., Codice cit., II, p. 511). Infatti, nel 1934, Carlo Carucci (…), pubblicò una serie di documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, alcuni dei quali oggi andati persi. Il Carucci, nel suo vol. II del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. II da titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII, a p. 511 pubblicavano l’interessante documento su Policastro con cui re Carlo II d’Angiò, durante la sanguinosa Guerra del Vespro, il 1° Agosto 1296, da Napoli ordinava di pagare gli stipendi al castellano del castello di Policastro e di riparare la “Torre mastra”: (il documento tratto dai Registri Angioini è il n. 64, fol. 142.b).

(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. II, p. 511, documento del 1° agosto 1296

Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Ecc…”. Dunque, il Cataldo voleva che Giacomo Sanseverino nell’anno 1293, al tempo di Carlo II d’Angiò avesse iniziato la costruzione del solido castello di Policastro, ma, sebbene il castello già esisteva all’epoca, nel 1293, tanto che re Carlo II° lo fece rinforzare nel 1296, come risulta da un documento angioino, niente ci dice che fu Giacomo Sanseverino a farlo costruire e solo in seguito (nel 1309) completato. Inoltre, il Cataldo (…), nel trascrivere la traduzione dell’epigrafe scolpita sull’architrave del portale del castello dice essere “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”, ovvero il Cataldo affermava che, secondo l’epigrafe scolpita, Giacomo Sanseverino fece costruire il castello il 3 luglio dell’anno del Signore 1309. Il Cataldo continuando il suo racconto sul castello scriveva pure che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sulla questione della datazione della costruzione del castello anche lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”.

Nel 26 aprile 1296, il re da Napoli

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 338 e s., in proposito scriveva che: Il 23 aprile 1296, da Napoli, si ordinò al castellano di Castel Capuano di mandare balestre e quadrelle ai castelli di Policastro e Roccagloriosa (48). Il primo agosto 1296, da Napoli, il re scriveva al giustiziere del Principato di pagare gli stipendi al castellano e ai serventi del castello di Policastro e di provvedere alle necessarie riparazioni della torre maestra.”. Ebner a p. 338, nella sua nota (48) postillava che:  “(48) Reg. 87, f 160.”.

Nell’agosto 1296, Policastro ed il suo castello

Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, sulla scorta del Carucci, a p. 57 continuando il suo racconto sull’invasione degli Almugaveri nel 1287 di Policastro scriveva che: “….le imposte esatte per migliorare le difese della zona. Le stesse vengono potenziate col cambio del capitano, nella persona di Benedetto de Arrabito e con il raddoppio dei serventi, nonchè più balestre e più frecce. Tra il luglio ed agosto del 1296 gli almugaveri attaccano in forze e arrivano a scorazzare fino al fiume Sele, il castello viene colpito il primo agosto, il territorio abbandonato, per cui re Carlo II esonera gli abitanti dal pagamento delle tasse anche nel 1298 e nel 1300. Solo la pace di Caltabellotta del 31 agosto 1302 mette fine alla guerra del Vespro, ecc…”.

Nel 17 ottobre 1298, Policastro e il re da Napoli

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 339 e s., in proposito scriveva che: “Il 17 ottobre 1298, pure da Napoli, re Carlo II ordinò al giustiziere del Principato di comunicare agli abitanti di Policastro di averli esonerati dal pagamento dei residui delle precedenti tasse e dalla presente generale sovvenzione “pro fidei nostre cultu illibate servando, per depredationibus hostium, multipliciter sustulerunt” (50).”. Ebner a p. 338, nella sua nota (49) postillava che:  “(49) Reg. 64, f 142 t”.

Nel 1300, Policastro

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “La città tuttavia, dovette sopportare altre spoliazioni nel 1300, quando fu occupata da 3 milites e 500 uomini, avversi ai Ruffo, feudatari di Policastro.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.

Nel 3 gennaio 1300, re Carlo II d’Angiò

Pietro Ebner (…), a p. 339, del vol. II, in ‘Chiesa, Baroni etc…’, parlando di Policastro al tempo della dominazione Angioina, in proposito scriveva che: “Il 3 gennaio 1300, da Napoli, re Carlo ordinò a Landolfo Rumbo di Napoli, “vicario principatus Salerni et eiusdem terre straticoto” di pagare alle persone che invierà Tommaso Sanseverino i “duo mandato nostra pridem direximus” sulle entrate “civitate Salerni” per la custodia “castro S. Severini de Camerota” e per quello di Policastro (51).”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, a p. 339, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Reg. 97, f. 126″.

Nel 1305, Tommaso II Sanseverino, acquistò Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere.”. Silvia Pellecchi (…), recentemente nel suo “Raccontare l’Archeologia ecc…“, a p. 23 in proposito scriveva che: “Nel 1305, Carlo II d’Angiò concesse il feudo a Tommaso Sanseverino (46), …..”. La Pellecchi, a p. 23, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Reg. 1305, A. 46 in Camera, 1860, p. 118.”. Dunque, la Pellecchi (…), a p. 23, nella sua nota (46) citava Matteo Camera, ovvero si riferiva all’opera di Matteo Camera (…), nel suo vol. II degli “Annali ecc…”, a p. 118 in proposito scriveva che: “Al conte di Marsico Tommaso Sanseverino fu data la città di Policastro ‘de antiquo Reali demanio’, colla condizione “quousque de equivalenti excambio provideatur” (2).” e nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regest. anno 1305, lit. A, fol. 46.”, che è lo stesso documento citato dalla Pellecchi.

Nel 1305-1309 (secondo Silvia Pellecchi) Giacomo Sanseverino, figlio di Tommaso, fece iniziare e completare i lavori del castello di Policastro


(Fig….) Policastro – architrave lapideo scolpito con iscrizione che sormonta il portale della torre mastra del castello – foto Cristian e Lorenzo

Silvia Pellecchi (…), recentemente nel suo “Raccontare l’Archeologia ecc…”, a p. 23 e, riferendosi alla sua nota (47) dove citava Natella e Peduto (pp. 521-524), in proposito scriveva che: “Nel 1305, Carlo II d’Angiò concesse il feudo a Tommaso Sanseverino (46), il figlio del quale, Giacomo, fece iniziare sotto la guida, del maestro Giacomo Trifognano, una serie di lavori sull’area sommitale del castello, con un sostanziale rifacimento e allargamento della cinta esterna e con la costruzione di un palazzo comitale (47). Le opere terminarono nel 1309, come recita l’iscrizione sull’architrave della porta d’accesso alla torre del castello, tutt’oggi visibile. In questi anni la città doveva vivere un momento di grande prosperità, che comportò un notevole incremento delle attività commerciali ecc…”. La Pellecchi, a p. 23, nella sua nota (47) postillava che: “(47) Natella Peduto, 1973, pp. 521-524.”. Come abbiamo letto, l’iscrizione scolpita sulla lapide marmorea dell’architrave che sormonta l’ingresso alla Torre Mastra del Castello, di cui parlerò in seguito, secondo Silvia Pellecchia, è scritto che la costruzione della torre mastra avvenne nel 1305 ed i lavori terminarono nell’anno 1309. La Pellecchi, a p. 23, nella sua nota (47) postillava di Natella e Peduto (…) e si riferiva all’opera “Pixous-Policastro” e a pp. 521-524, dove i due studiosi salernitani parlano del castello di Policastro. La notizia di una costruzione del castello completato nell’anno 1309 è smentita però dagli stessi Natella e Peduto, citati dalla Pellecchi e, anche, dal Carucci (…), il quale, come abbiamo già visto, a p. 511 del vol. II, pubblicava il documento del 1° agosto 1296 in cui re Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo ordinava i lavori di riparazione della Torre Mastra del Castello che peraltro doveva già esistere. I due studiosi Natella e Peduto, nella loro nota (86) a p. 520 postillavano che: “L’Antonini (‘La Lucania’, I, pp. 415-418) indica che l’anno in questione è il 1393 ma l’iscrizione non parla chiaro in quanto bisognerebbe trovare ‘nonagesimo septimo’, e non ‘nono setimo’. Che il lapicida abbia voluto intendere 1316, oppure che dovendo scrivere 1397 in latino sia ripiegato poi nell’aggettivazione lasciando inalterato il mille e 300, ha poca importanza in quanto il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, e quindi la data del 1397 va accettata per buona, ad onta della cattiva epigrafe. Questa affermazione annulla in parte ogni nostra ipotesi, esposta altrove (cfr. ‘Nota sul castello di Policastro, in “Castellum”, 12, 1970, 2,o sem.). Anche il Tait Ramage (cit.) lesse 1393.”. Dunque, i due studiosi disquisivano sulla data impressa dal lapicida sull’architrave illustrato in fig….. in alto e, affermavano che la data di costruzione del castello, la data del rifacimento per esser precisi era quella del 1397. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, nell’ultimo loro saggio su Policastro “Pixous – Policastro”, si rimangiano ciò che avevano scritto nel loro primo saggio e sulla questione della datazione del castello scrivevano che la data del 1397 andava presa per buona in quanto “……il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, ecc..”. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, il committente della torre Maestra e del castello di Policastro, del suo rifacimento, fu Jacopo (Giacomo) Sanseverino, conte di Potenza, figlio di Ugo Sanseverino primo conte potentino e protonotario del Regno nel 1380.

(Fig….) Policastro – architrave lapideo scolpito con iscrizione che sormonta il portale della torre mastra del castello – foto Cristian e Lorenzo

Anzi, se vogliamo stare ad un’altra ricostruzione, quella fatta nel lontano 1973, quando il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” che, riferendosi ai discendenti di Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, in proposito scriveva che: “Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Ecc…”. Dunque, il Cataldo voleva che Giacomo Sanseverino nell’anno 1293, al tempo di Carlo II° d’Angiò avesse iniziato la costruzione del solido castello di Policastro, ma, sebbene il castello già esisteva all’epoca, nel 1293, tanto che re Carlo II° lo fece rinforzare nel 1296, come risulta da un documento angioino, niente ci dice che fu Giacomo Sanseverino a farlo costruire e solo in seguito (nel 1309) completato. Inoltre, il Cataldo (…), nel trascrivere la traduzione dell’epigrafe scolpita sull’architrave del portale del castello dice essere “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”, ovvero il Cataldo affermava che, secondo l’epigrafe scolpita, Giacomo Sanseverino fece costruire il castello il 3 luglio dell’anno del Signore 1309. Il Cataldo continuando il suo racconto sul castello scriveva pure che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sulla questione della datazione della costruzione del castello anche lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”.

Nel 1314, Nicolò Arabito, milite di Policastro

Matteo Camera (…) nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, parlando dell’anno 1324 e dell’editto di re Roberto d’Angiò per Bartolomeo Roveti, a p. 313, nella sua nota (1), riguardo questo documento inedito postillava: “(1) Niccolò Arabito di Policastro, signore di essa città, su cui ne pagava l’adoa col servigio di mezzo soldato “dimidij militis” (Ex regest. an. 1314 lit. C. fol. 65, 68 v.); ebbe per figli Francesco, e Tommaso che fu sindaco di detto luogo (1333). Francesco succedette alla morte di suo padre Niccolò dè beni feudali che quivi possedeva, e pè quali corrispondeva il consueto servigio militare, leggendosi: “A Francisco filio quond. Nicolai de Arrabito de Policastro pro feudalibus cum vassallis in Policastro sub servitio dimidij militis” – Olim ex regest. an. 1331-1332 sine litt. fol. 108 – Costui vendette di poi in Policastro nel 1339 taluni di essi feudi a Goffredo Morra, ed a Percivallo e Gabriele dè Grimaldi di Genova, che, come diremo in seguito, divennero baroni di Policastro – Ex regest. Reg. Roberti an. 1339-1340 lit. B. fol. 48 v.”.

Nel 31 dicembre 1317, il milite Iacopo Capano a Policastro

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 334, parlando dell’acuirsi di forme “intollerabili” di violenze e soprusi dei feudatari locali, in proposito scriveva che: “A Policastro, Iacopo Capano, milite, scaccia violentemente i portulani, impedisce gli abitanti di fornire loro delle vettovaglie, e non permette che si esigano i diritti di uscita, da quella che egli considera terra assolutamente sua (2)!.”. Il Caggese, a p. 334 del vol. I, nella sua nota (2) postillava che: “(4) Reg. Ang., n. 212, c. 26, 31 dicembre 1317.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dei Capano, affidatari dei Lancia e dei Sanseverino, però si riferisce al 1343 quando con Tommaso II Sanseverino, Giacomo Capano assistettero all’incoronazione di Giovanna I.

Nel 1314 e nel 1317, le tregue firmate tra Roberto d’Angiò e Federico III di Aragona

Federico d’Aragona, conosciuto anche come Federico III di Sicilia, o di Trinacria è stato reggente aragonese in Sicilia dal 1291 al 1295, Re di Sicilia – come Federico III– dal 1296 al 1302 e poi di Re di Trinacria dal 1302 alla sua morte. Appare con il nome di Fridericus (rex) nei documenti in lingua latina, Frederic (el de Sicília) in quelli in catalano, Fridiricu in sciliano, Frederico in aragonese. Non si conosce la data di morte del Doria, da collocarsi tra il 1321 e il 1323. Nel 1321 egli si trovava ancora in Sicilia presso la corte di Federico III, onorato ed investito dal re di numerosi feudi. A significativo che nel 1320 re Federico abbia giustificato nei confronti del fratello Giacomo la sua mancata partecipazione alla campagna aragonese per la conquista della Sardegna con il dovere d’intervenire a Genova nell’interesse.del Doria. La pace di Caltabellotta durò solo una dozzina di anni e, dopo che nel 1313 la guerra tra Angioini e Aragonesi era ripresa, il parlamento siciliano, il 12 giugno 1314, disattendendo l’accordo siglato con la Pace di Caltabellotta, riconosceva il figlio di Federico, Pietro come erede al trono, e quindi, alla sua morte, successore di Federico, e, il 9 agosto, confermava Federico re di Sicilia e non più di Trinacria. Seguirono due anni di guerra, in cui Roberto d’Angiò cercò di conquistare l’isola nel 1314, a cui seguì una tregua di due anni, sino al 1316. Allo scadere della tregua, Roberto attaccò la Sicilia occidentale e si diresse su Palermo, su cui confluiva anche la flotta napoletana. Federico, vedendosi a mal partito, nel 1317, chiese una tregua che gli fu concessa a patto di restituire agli angioini tutte le posizioni che ancora deteneva sul continente (quasi tutte in Calabria); la nuova tregua sarebbe scaduta a Natale del 1320.

Nel 10 setembre 1320-21, Policastro fu distrutta e occupata dalla flotta di Federico d’Aragona al comando del genovese Corrado Doria

Finita la tregua, Federico, nel 1321, inviò una flotta con reparti di cavalleria di fronte a Genova, in aiuto ai ghibellini che combattevano contro la repubblica di Genova, ma Roberto d’Angiò, alleato di Genova, inviò 82 galee che costrinsero la flotta siciliana a ritirarsi e rientrare in Sicilia (passando da Ischia la saccheggiò). Nel settembre dello stesso anno, la flotta siciliana tornò a Genova e coordinando gli attacchi con le truppe dei ghibellini lombardi capitanati da Marco Visconti, riuscì a creare grandi difficoltà per i difensori, senza però riuscire a fare cadere la città. Col cattivo tempo, la flotta, molto danneggiata, dovette rientrare definitivamente in Sicilia. Nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona (Guerra del Vespro), Policastro fu riditrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: “terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit. I Doria (detti anche D’Oria) sono un’antica e nobile famiglia originaria di Genova. Verso la fine del 1297 si recò in Sicilia, dove il re Federico III lo nominò grande ammiraglio, al posto di Ruggiero di Lauria. Come scrissi nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: “Ritroviamo Sapri, nella “carta nautica del Mediterraneo” dell’Atlante Catalano di Carlo V, della prima metà del secolo XIV. (98). E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit“.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 237 in proposito scriveva che: “Anzi, quando i feudatari fanno il loro dovere, come tra il 1319 e il ’20, nella campagna contro Rieti ed in quella, Federigo d’Aragona, sono generosamente esentati dal pagamento del tributo o della prestazione del servizio miltare (1). Il Duca di Calabria si limita ad ordinare ai portulani del Regno ed ai custodi dei passi montani di vigilare attentamente che ai nemici della Chiesa e del Re non fossero inviate le vettovaglie promesse dai Baroni (2).. Il Caggese, a p. 237 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Reg. Ang., n. 221, c. 216-216t, 10 settembre 1320. Rotta la tregua Federico occupò Policastro, dandola alle fiamme, e danneggiò “u terram Iscle“. Il Caggese, a p. 237 del vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(2) Reg. Ang. n. 254, c. 242t, 23 luglio 1324. La lettera del Papa è del 1° giugno.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Nel 1320, a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona Policastro fu ridistrutta, da marinai d’una flotta genovese al comando di Corrado Doria: ‘Terram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit’.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Ecc..“. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Infatti, lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. II, nel cap. III: “Per la conquista della Sicilia”, a p. 190 in proposito scriveva che: “II. – Il 10 agosto 1230, tutti i Baroni e tutte le Università del Regno, obbligati a “dimitio militari servicio supra”, ebbero l’ordine di prepararsi alla guerra e di far buona guardia ai confini essendo virtualmente già rotta la tregua con la Sicilia (3). …i cittadini di Salerno furono invitati ad armarsi come meglio fosse stato loro possibile, per essere pronti a difendere con ogni mezzo la città minacciata (5), in collaborazione con quanti feudatari e uomini d’arme (continua a p. 191) vi si fossero trovati disponibili (1). Il pericolo urgeva; e in realtà la flotta siciliana, dopo aver gravemente danneggiato Policastro (2), aveva attaccata, forse il 10 e l’11 agosto, Ischia assolutamente indifesa distruggendone i pingui vigneti e i frutteti obertosi onde andava superba (3). Ormeggiata poi nelle acque di Ponza, indecisa se andare a dare l’assalto alla capitale o correre a Genova, l’armata facilmente vittoriosa, a cui si erano unite le galee dei Ghibellini genovesi comandate da Gerardo Spinola, ricevevano vettovaglie proprio dai fedelissimi di re Roberto.“. Caggese a p. 191, nella sua nota (2) a proposito dell’assalto a Policastro postillava che:  “(2) Vedi Camera, Annali, vol. II, p. 274 e fonti ivi citate. Vedi più compiutamente, la notizia  in Reg. Ang. n. 234, C 77-77t, 10 settembre 1320: “teram Policastri expugnavit improbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit…”.”. Matteo Camera (…), nel vol. II, a pp. 309-314. Infatti, Matteo Camera (…), a p. 309, in proposito scriveva che: “Oltre a quanto abbiamo dinanzi accennato intorno la città di Policastro, la quale era stata manomessa dai siciliani, e simultaneamente incendiata e agguagliata al suolo dai genovesi (v. av. pag. 274), dobbiamo aggiungere intorno ad essa talune altre peripezie che gli scrittori contemporanei non seppero nè punto nè poco tramandarci. Questa città pingue ed ubertosa dell’antica Lucania, nobile per la sua origine (2), ed a niuu altra seconda nelle sciagure, era stata sempre mantenuta e conservata nel regio demanio.”. Dunque, Matteo Camera (…), a p. 309 dei suoi “Annali”, vol. II, nella sua nota (2) riassume la storia di Policastro e di Bussento. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274.  Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “Infrattanto Federico, impegnò il famoso Castuccio signore di Lucca, a porsi alla testa di quei fuoriusciti; e quindi fece partire da Sicilia una flotta di quarantadue navi, dirette dall’ammiraglio Corrado Doria di Genova, donde la corsa fu combinata col cammino dell’armata di terra. All’incontro, Roberto, pose in mare cinquanta legni che unì alle galee genovesi, sotto il comando del catalano Raimondo di Cardona, illustre capitano, che subito si condusse in cerca del nemico. L’ammiraglio siciliano scioltosi dal porto di Messina costeggiò dapprima il littorale delle Calabrie, ed a viva forza prese e distrusse la città di Policastro; “dum littora Calabriae excurrit, Policastren evertit” (1). Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Una tale catastrofe non fu mai rammentata dal nostro topografo Giustiniani (3). Dopo che l’ammiraglio siciliano ebbe distrutta Policastro, ch’ei trovò sguarnita di difensori, rivolse le prore verso Napoli, affin di farsi inseguire dalle galee angioine con maggiore ardore, e così dar tempo a Castruccio di raccogliere i fuoriusciti ghibellini, e di chiudere la piazza di Genova.”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Th. Fazelli ‘de rebus Siculis’, poster decad. lib. IX – Anche il Maurolico scrisse: “Tota classis Genuam versus est navigarsi, Polycastrum in Calabria diripuit – Maurol. Sicanicae hist. lib. V.“. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giustiniani, op. cit., tomo VII, vedi art. Policastro.”. Matteo Camera citava Tommaso Fazello (…), ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, pubblicato a Palermo nel 1560 e poi citava il Maurolico (…), di cui consiglio la lettura di Girolamo Di Marzo Ferro (…), ‘Della Storia di Sicilia dell’abate Maurolico’. Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Th. Fazelli ‘de rebus Siculis’, poster decad. lib. IX.”. Lo storico siciliano Tommaso Fazello o Fazzelli (…), nel 1560 pubblicò ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, scritto tutto in latino. Molto più tardi, in seguito, Remigio Fiorentino (…), lo ripubblicò integralmente tradotto in italiano, nel suo “Le due deche dell’Historia di Sicilia del Tomaso Fazello”, pubblicato a Venezia nel 1574. Nella traduzione del Fazello di Remigio Fiorentino (…), a p. 778 nel cap. IX, a p. 778, si legge che: “Nacque intanto in Genova tra i Dorij e i Spinoli, Ghibellini fuoriusciti, e tra i Grimaldi Flischi, e Malucelli, Guelfi che dominavano una gran sedizione: la onde i Guelfi chiamarono in loro aiuto il Re Ruberto, & i Ghibellini si raccomandarono al Re Federigo. Per la qual cosa, Federico l’anno di nostra salute MCCCXX, messa infreme un’armata di quaranta galere, andò alla volta di Genova: ma mentre ch’egli corseggiava per le riviere di Calabria, rovinò il castel di Policastro. Assaltò poi Voltiro, poco lontana da Genova, ecc…ecc…”. Dunque questo scriveva il Fazello secondo Remigio Fiorentino. L’interessante notizia, già in passato era stata accuratamente esaminata dagli studiosi di storia del Regno di Napoli. Infatti, anche il canonico Rocco Gaetani (…), nel suo introvabile ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, pubblicato per i tipi di De Bonis nel 1880, prendendo le mosse dell’introvabile manoscritto di Luca Mannelli (…), a pp. 28-29, in proposito al periodo Angioino, parlando di Policastro scriveva che: “Risorse gloriosa sotto il Regno dei Normanni, ma sotto i Re Angioini soggiacque a nuova disavventura, mentre bollendo le guerre tra i Re di Napoli e Sicilia nel 1320 fu assalita da Federico d’Aragona e diroccata, quando partì da Messina, per andare in aiuto ai Ghibellini di Genova, per quanto notò il Fozzelli. Rifatta di nuovo (dice questo medesimo Autore), ecc…ecc…”. Luca Mannelli, o Mandelli (…), scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo XI del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Il Padiglione (…), nel suo ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati da Carlo Padiglione’, pubblicato nel 1876, a p. 262, leggiamo che:

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(Fig….) Pagina n. 50v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (…)

Dunque, nel manoscritto del monaco Luca Mannelli o Mandelli (…), si cita lo storico siciliano Fazello (…). Come ho già precedentemente scritto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Angioina e Sapri, in proposito scrivevo che: E’ probabile che la presenza genovese nella zona, intorno ai primi decenni del ‘300, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca. Infatti, nel 1320 a seguito delle lotte tra Roberto d’Angiò e Federico d’Aragona  (Guerra del Vespro), Policastro fu ridistrutta da marinai di una flotta genovese al Comando di Corrado Doria: ” terram Policastri expugnavit imporbe concremavit  pariter et homines totaliter spoliavit”, e più tardi, nel 1324, lo stesso Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti” viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi “(99). Sapri, figura anche sul “Portolano del Mediterraneo”, di Guglielmo Soleri, del 1385 circa (fig. 26) (100); ecc…. Riguardo l’episodio del 1320, che riguarda direttamente un distruzione di Policastro è quanto scriveva Rocco Gaetani sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani (…), a p. 29 in proposito scriveva che: “…per quanto notò il Fozzelli. Ecc…”. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”. Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320. Tommaso Fazello (…), nella sua opera sulla Sicilia, a p. 520, in proposito a Policastro scriveva che: “Gibellini verò Fredericum evocarunt. Anno itaq; fal. 1320. Fridericus Rex cum quadraginta triremium classe contra Genuam soluit. Sed dum littora Calabrie excurrit, Policastrum oppidum evertit. Deinde oppidum Voltirum ecc…”. Fazello riporta la notizia che nell’anno 1320 re Federico con 40 galee sbarcò a Policastro e la distrusse. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”.

Fazello, p. 520, estratto sulla distruzione di Policastro.PNG

(Fig….) Fazello Tommaso, op. cit., p…..

Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320. Alcune di queste carte nautiche in cui figura il porto di Sapri o il piccolo scalo marittimo di Sapri, sono elencate nel prospetto che Roberto Almagià (…), pubblicò nel suo ‘Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali’. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, ecc…ecc….come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, al tempo degli Angiò. Tra le fonti dell’epoca abbiamo i pochi documenti rimasti della Cancelleria Angioina. I registri angioini dell’epoca (sul finire del XIII secolo), durante la Guerra del Vespro, sono stati pubblicati da Carlo Carucci, nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…). Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, in proposito scrive che: “16. Il Porto dei Genovesi. Presto si fa distuggere. Ad opera terminata, rimangono cadaveri disseminati, valori patrimoniali distrutti e gente impoverita senza tetto. A questi inconvenienti si poteva passa sopra…; ma era in gioco il trono di Napoli, come pure quello di Sicilia, perchè mancava il punto strategico di appoggio: Policastro. Quattro anni dopo la distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto della distruzione, che si era dimostrata indifendibile, ma sul posto antico, entro le mura del Guiscardo.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 27 e s. scrive in proposito che: “Non passa molto tempo e nel 17 luglio 1320 ‘Federico d’Aragona’ dichiara la guerra e la settimana dopo, il 25 luglio, salpa una potente flotta, composta di 40 galee siciliane e 20 galee genovesi, sotto il controllo del genovese ‘Corrado Doria (73), e si dirige a Policastro per distruggerla. Il porto era punto di appoggio per i rifornimenti angioini; per indebolire le azioni del nemico, bisognava distruggerlo. Il governo di Napoli (Roberto d’Angiò) non si mosse affatto, abbandonando Policastro al suo destino. Dev’essere stato un assedio durante il mese di agosto 1320, perchè in data 10 settembre successivo leggiamo:  “Terram Policastri expugnavit imporbe concremavit pariter et homines totaliter spoliavit(74), cioè la città di Policastro fu presa d’assalto, data alle fiamme, distrutta, e la sua popolazione completamente eliminata. Non sappiamo nulla sugli avvenimenti dell’agosto 1320, sulle azioni dei difensori, sulla finale sopraffazione, sull’eccidio e la cacciata degli abitanti, sull’incendio e la distruzione della città. I difensori sono forse periti; comunque non c’è dubbio che Corrado Doria abbia fatto diverse relazioni al suo re e che queste relazioni dovrebbero trovarsi negli archivi aragonesi di Saragozza e di Barcellona (Spagna). A quanto sappiamo, queste relazioni non furono mai cercate, per quanto sarebbero di grande interesse storico, per le ragioni che subito esporremo. Tali relazioni di Doria non sono nè a Saragozza, nè a Barcellona, ma forse a Palermo, sede della corte che avrebbe incaricato Doria.”. Il Tancredi, a p. 27, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, I, 1930, pp. 442-443.”. Il Tancredi, a p. 28, nella sua nota (74) postillava che: “(74) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 234, Carta n. 77.”. Dunque, la nota interessante del Tancredi è che in occasione dell’attacco dell’ammiraglio genovese Corrado Doria alla città di Policastro, incaricato da Federico d’Aragona nella lotta per la conquista della Sicilia e del Regno di Napoli, pare che, come scrive il Tancredi, vi fossero delle relazioni scritte a Federico d’Aragona dal Doria che non sono state mai cercate negli archivi della corona a Palermo e forse in seguito portate in Spagna. Scrive il Tancredi (…): “A quanto sappiamo, queste relazioni non furono mai cercate, per quanto sarebbero di grande interesse storico, per le ragioni che subito esporremo. Tali relazioni di Doria non sono nè a Saragozza, nè a Barcellona, ma forse a Palermo, sede della corte che avrebbe incaricato Doria.”. Fatto sta che in quella occasione la città fortificata di Policastro fu lasciata completamente al suo destino da re Roberto d’Angiò e fu incendiata subendo notevoli danni. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), ci parla di questo episodio nel suo Le città sepolte nel Golfo di Policastro, pubblicato nel 1978 e a p. 27, nella sua nota (72) cia il testo di Carlo Carucci (…), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero cita il vol. I dal titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del 1931, dove il Carucci pubblica diversi documenti riguardanti il periodo Angioino ma che arrivano fino al 1300 e non comprendono l’epoca di Re Roberto d’Angiò.

Nell’8 luglio 1324, Roberto d’Angiò concede per 25 anni Policastro al genovese Bartolomeo Roveti

Nel luglio del 1324, re Roberto d’Angiò, permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia agli ordini di Bartolomeo Roveti, “viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi (…). I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che, dopo l’anno 1320: “Quattro anni dopo, nel 1324, re Roberto permise che Policastro fosse ripopolata dagli stessi genovesi la cui colonia, agli ordini di Bartolomeo Roveti, viveva secondo le consuetudini e gli usi delle leggi genovesi. Le case furono ricostruite e Policastro ebbe migliore vita, in specie per le entrate della pesca.”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (forse p. 354). Ecc..“. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515, nella loro nota (80) postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554 (forse p. 354). Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”. Matteo Camera (…), ci parla della distruzione di Policastro da parte di Corrado Doria a p. 274.  Infatti, il Camera (…), nel suo vol. II, a p. 274, parlando dell’anno 1320, in proposito scriveva che: “…Questa Città, probabilmente surta sulle rovine dell’antica ‘Bussento’ prendendo il nome di PALEOCASTRUM, o di antico castello, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”. Il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”. Matteo Camera, in questo caso errava a scrivere “…Questa Città, ….ebbe due secoli e mezzo a subire in quest’anno il saccheggio l’incendio e la distruzione da Siciliani e consecutivamente dà filibustieri genovesi (2). Ecc..”, in quanto, sebbene si potesse trattare come scrive il Camera di “filibustieri” (genovesi), nell’anno 1324 non la distrussero ma la colonizzarono ripopolandola su espressa volontà di re Roberto d’Angiò. Infatti il Camera, a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi in seguito in queste pagine il documento del 1324.”Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), a pp. 442-443, vol. I, nel cap. IV: “Autonomie Municipali”, parlando di Roberto d’Angiò, in proposito scrive che: “Ma non mancano casi specialissimi nei quali il Re, per la difesa, economica e militare, insieme, ai luoghi ritenuti utilissimi alle ragioni dello Stato, crea dal nulla una Università, dotandola di privilegi e di facoltà molto feconde. Oltre il caso di Città Reale or ora ricordato, dovuto a preoccupazioni essenzialmente d’indole militare, è degno di particolare rilievo l’atto del 1324 col quale la terra di Policastro, nel Principato Ultra, quasi completamente devastata dalle continue guerre esterne ivi abbattutesi con estrema violenza, veniva rinvigorita di sangue genovese e riformata con ordinamenti di singolare interesse. Presentatosi, dunque, al Re, in Provenza, il cittadino genovese Bartolomeo Roveti, si offrì di ricostruire e ripopolare Policastro, che proprio dai Genovesi, tre anni prima, aveva ricevuto l’ultimo e più fiero colpo, deducendovi una copiosa colonia di suoi concittadini atti a ridare in poco tempo alla terra sventurata l’anica prosperità e l’antico splendore. Il Re accolse benevolmente e concesse, anzitutto, a Bartolomeo Roveti la qualità di Capitano della città a vita e, per ben 25 anni, il mero e misto imperio su i Genovesi non solo ma anche su quanti fossero ivi convenuti d’oltre Regno, riservando al regio Giustiziere del Principato la giurisdizione su gl’indigeni. Alla colonia è riservato l’uso delle consuetudini e delle leggi genovesi, per ciò che riguarda le eventuali liti da definirsi da arbitri, ed è concessa la facoltà di esercitare liberamente, pagati i diritti alla Curia regia, il commercio di spropriazione del frumento e dei cereali tutti, alla sola condizione che all’interno il frumento non costi più di due tarì e dieci grani il tomolo. Tutte le terre e le case di Policastro, appartenenti al demanio o a privati scomparsi o non solleciti di ritornarvi, nel termine massimo di diciotto mesi, sono concessi ai coloni con un censo da regolare in seguito, caso per caso; e, darano alla Curia quella somma che risulterà costituire la media delle entrate dell’ultimo quadriennio. Nessun barone, infine, potrà acquistare o costruire case in Policastro per un ventennio, e quelli che abitano nei dintorni sono tenuti, in caso di guerra, ad accorrere in difesa della città risorta (1). In questi casi quindi, la Università si fonda ‘ex novo’, come si fonda un castello ecc…ecc..”. Il Caggese (…), a p. 443, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Reg. Ang., n. 255, c. 22-23, 8 luglio 1324: “Bartholomeus Roveti de Ianua, constitutus in nostra presentia, dum in Provincie partibus moraremur, obtulit se nobis et efficaciter repromisit refectionem ac populationem facere civitatis eiusdem et in habitationem ipsam viros utique sufficientes et aptos ianuenses adducere in numero copioso”; ecc…”. La notizia è tratta da Matteo Camera (…). Infatti, due studiosi Natella e Peduto (…), citavano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. Infatti, Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 309, parlando della città di Policastro, in proposito scriveva che: “Divenuta dipopolata essa Città, e distrutta dal ferro e dal fuoco, fu data in ques’anno (1324) dal re Roberto d’Angiò a Bartolomeo Roveto di Genova (4) con le seguenti condizioni: Che questi dovesse riedificarvi o ripararvi gli edifizi, e fare riabilitare il paese da una colonia di genovesi, ch’ei comanderebbe a titolo di capitania per la durata di 25 anni, esercitando su di essa il diritto sommo del ‘mero e misto imperio’ tranne però la podestà criminale – Che qualunque questione, litigio o causa che fra quelli nascesse, venisse risoluta secondo le leggi, usi, e consuetudini patrie del Comune di Genova – Che introducendosi in Policastro dè fuoriusciti, si sarebbero consegnati da esso Roveto nelle mani della regia Curia – Che potessero i naturali del luogo liberamente estrarre quivi delle vettovaglie pè luoghi devoti ed amici al sovrano ed alla S. Sede – Che tutte le case e poderi demaniali di Policastro, rimasti abbandonati, divenissero per sempre in proprietà dè nuovi abitatori e loro eredi. Che nessun barone infra la durata di 25 anni potesse quivi acquisire alcun terreno od innalzarvi nuovi edifizii ec. Ma perchè i nostri leggitori abbiano fatto, e faremo, ogni qual volta troveremo qualche lacuna presso gli antichi scrittori delle nostre patrie memorie (1, p. 310): “Robertus etc. Universis presentis indulti seriem inspecturis tam presentibus etc…””. Il Camera, a p. 309, nella sua nota (4) postillava in proposito che: “(4) Nel 1291, Policastro, era guardata e difesa da Ponzio di Boccabianca milite, capitano, e castellano di essa Città; il quale teneva alla di lui immediazione una scorta di 24 soldati (‘servientes’).”. Il Camera (…) pubblica l’intero testo in latino del documento con cui re Roberto d’Angiò concede Policastro al genovese Bartolomeo Roveti. Il Camera, nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 312, alla fine del documento scritto in latino, in proposito scriveva che: “Datum ibidem per manus Bartholomei de Capua militis logothete et prothonotarii regni Sicilie anno Domini MCCCXXIIII nostrorum anno XVI (1).”, e nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. n. 235 fol. 22 apud Reg. Archiv. Neap.”. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28, riferendosi a Policastro dopo la distruzione subita da Corrado Doria, riferendosi al castrum di Policastro, in proposito scrive che: “16. Il Porto dei Genovesi…..Per il ripopolamento sono destinati i ‘Genovesi’ (già in possesso dei larghi privilegi di Napoli) che si sono dimostrati un prezioso aiuto per gli Angioini, grazie all’esperienza di navigatori (76). Che i Genovesi distruggono la città per conto del re Aragonese, e quattro anni dopo la ricostruiscono per conto del re Angioino, non deve meravigliare: gli affari sono affari; i marinai sono soldati, assoldati da chi paga. Le battaglie navali vanno combattute in gran parte da marinai, istruiti nelle repubbliche marinare. Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Il genovese ‘Bartolomeo Roveti’ si presenta al re ed offre di ricostruire e di ripopolare Policastro. Il re lo nomina capitano della città a vita, e, inoltre, gli dà per 25 anni la giurisdizione sui Genovesi e sugli immigrati di Policastro (77). Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (77) postillava che: “(77) Caggese Romolo, op, cit.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

Nel 1330, Rinaldo di Sassano cercò di conquistare Policastro

Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: Cinque anni appresso, un certo Rinaldo de Sussano figlio di Pietro, radunata una squadra di fuoriusciti “cum comitiva illicita” fece grandi sforzi per espugnare Policastro e Castelluccio ‘de Alfano’; ma non vi riuscì (3).”. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1330 lit. B. fol. 126 v.”.

Nell’11 luglio 1330, tre ‘milites’ di Rivello occuparono Policastro feudo dei Ruffo di Calabria

Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Soltanto sei anni dopo, scoppia una faida (1330) contro i ‘Ruffo’, che, nel 1229 erano feudatari di Policastro, ed arrivano tre condottieri (milites) con 500 uomini, che cacciano i funzionari dei Ruffo dalla città (81). E i Ruffo? I Ruffo occupano Gerace, che è dominio regio, e portano via gli abitanti che riducono a servi, perchè hanno bisogno di mano d’opera sui loro territori. E’ un atto di manifesta violazione di un regio dominio, ma i Ruffo dichiareranno più tardi che gli abitanti si sono rifugiati nei loro territori. E chi osa contraddire al potente? Il feudo di Policastro nel 1229 passa a Giovanni Ruffo (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) e nel 1348 alla famiglia genovese dei ‘Grimaldi’ (82), ancora regnante a Monte Carlo.“. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), nel suo vol. II, cap. V., “Il tramonto del Re”, a p. 354, parlando di Policastro, in proposito scriveva che nell’anno 1330: “Ma altre volte non si invocava l’Imperatore e si armavano, ciò non ostante, dei veri eserciti, come, per esempio,  nella selvaggia regione che si stende tra la Basilicata e la Calabria contro i Ruffo di Catanzaro.  Laggiù, a mezzo il 1330, tre ‘milites’ con un esercito di cinquecento uomini occuparono Policastro, feudo dei Ruffo, ne scacciarono i funzionari signorili, e mossero di la alla conquista di Roccabernarda e Misurata, altri feudi del Conte di Catanzaro,  con più numerose schiere e con ardimento reso temerario dalla vittoria (2).”. Il Caggese, a p. 354 nella sua nota (2) postillava che la notizia era tratta da: “(2) Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53, 11 luglio 1330. I tre capi erano “Rogerius de Riveto, Nicolaus natus eius et Jordanus eiusdem cognominis” aiutati da “Fulco et Tancredus, similiter de Riveto”, tutti ‘milites’. Dunque, il Caggese traeva l’interessante notizia dai Registri della Cancelleria Angioina di Roberto d’Angiò: il Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53 dell’11 luglio 1330. Romolo Caggese, forse sulla scorta di Matteo Camera, per l’anno 1330, ci dice che a Policastro si portarono i tre ‘milites’ di Rivello che si opposero con 500 fanti contro lo strapotere dei Ruffo di Catanzaro. I tre militari capi della rivolta che occuparono Policastro erano di Rivello (“Riveto”) ed erano: Ruggiero di Rivello, Nicola e Giordano aiutati da Fulco e Tancredi di Rivello. In proposito ai Ruffo di Calabria ed alla contea di Policastro, essa fin dall’epoca federiciana apparteneva ai Ruffo di Catanzaro. L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudalidi Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixus – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Ecc…”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8“.

Nel 1348, Policastro passò a Gabriele e Luciano Grimaldi

Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348. in Gabriello, e Luciano Grimaldi, e dopo in Gio: Antonio Petrucci ecc…ecc.., come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato, a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro e dei Ruffo di Calabria.

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 344, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Pacichelli (76) riferisce della sua origine e che “in ogni conto fà d’huopo affermare, che fosse una Città (….) dL’ebbero poi i Sanseverini e indi la Reina Giovanna I, la conferì a Gabriele e Luciano Grimaldi” e poi ai Carafa della Spina…..”Il suo Vescovo, che ha titolo di Barone con Vassallaggio, ne’ Casali di Torre Ursara, e Petrafia”.”. Ebner, a p. 344, nella sua nota (76) postillava che: “(76) Pacichelli cit., I, p. 199 e a p. 337 per la popolazione del 1648 (16 fuochi = ab. 80) e del 1669 (10 = 50)”. Infatti, il sacerdote Pacichelli (….), nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “L’ebbero poi i Sanseverini, et indi la Reina Giovanna I. la conferì a Gabriele e Luciano Grimaldi: ma, per munificenza del Reè Ferdinando II. rimane trasmessa ne’ discendenti di D. Gio: Carafa della Spina, etc…”.

Il Giustiniani (…), scriveva che “Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. Antonini, cit., I, p. 415 sgg. Il Gatta;

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixus – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Ecc…”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8“.

Nel 20 agosto 1372, la fine della guerra del Vespro

La fine del conflitto con gli Angioini si ebbe con il Trattato di Avignone che, segnò il distacco definitivo del Regno di Napoli dal Regno di Sicilia. La guerra fra Sicilia e Napoli si sarebbe chiusa solo il 20 agosto 1372 dopo ben novanta anni, con il trattato di Avignone, firmato da Giovanna d’Angiò e Federico IV d’Aragona con l’assenso di papa Gregorio XI, con il riconoscimento formale dei due regni, di Sicilia e di Napoli.

Il castello di Policastro

Qui, sorge il Castello di Policastro eretto dai Bizantini nel XVI secolo, durante il Medioevo subì circa dieci devastazioni e più volte restaurato. Così come appare oggi, è un’opera trecentesca. Infatti, quando il feudo di Policastro passò nelle mani dei Sanseverino, Jacopo, figlio di Ugo Sanseverino, decise di ampliarlo e rafforzarlo. I lavori di ristrutturazione furono affidati al maestro Giacomo Trifosano nel 1393 e terminarono cinque anni dopo. In tempi moderni, il Castello fu interessato dagli scavi archeologici eseguiti nel 1966 dalla Soprintendenza di Napoli. Dallo studio dei ruderi è stato accertato che, oltre alle aule, vi era una “sala portico” che serviva come luogo di ricevimento o per disbrigo di affari amministrativi e la cisterna per la raccolta dell’ acqua piovana. Al terzo piano, esposto verso il mare, vi era un terrazzo raggiungibile da una scala di pietra. Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, ed. Tomberli, Napoli, 1745 (I° edizione) ci parla di Policastro e del suo Castello a p. 416 dove scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina, e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso al mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietre di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, sccome dall’Iscrizione, che sta sulla porta di essa. Un miglio fuori le mura, verso levante si trova un avanzo di edifizio romano ecc…”.

Nel 1333, GIACOMO SANSEVERINO, figlio di Tommaso II° Sanseverino

Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”.

Gatta, Memorie, p. 162

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (132) postillava che la notizia era tratta da: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), ecc..”. Devo però precisare che la notizia dataci dal Fusco (…) tratta da probabilmente dal testo di G. Pecori (…), riguardo il nonno – scrive sempre il Fusco – Guglielmo Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, non mi pare collimi con un’altra interessantissima notizia che proviene da Matteo Camera (…). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “I Sanseverino possedevano ancora il feudo nel 1333 con Giacomo di Sanseverino (27), primogenito di secondo letto di Tommaso, secondo conte di Marsico, per parte di sua madre Sveva Avezzano. Era pure conte di Mileto, barone di Cilento e primo Conte di Tricarico. Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc..Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni e dei titoli al fratello Antonello (sposò Giovannella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ma vennero poi reintegrati nei loro beni con il privilegio di re Ferrante II del 15 agosto 1486. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto. Il Tutini cit.,  pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”.

Nel 1380 Giacomo (Jacopo) Sanseverino, figlio di Ugo Sanseverino, III conte di Saponara, conte di Potenza e protonotario del Regno di Napoli, al tempo della guerra di successione al trono di Napoli tra gli Angiò e i Durazzo

I due studiosi Natella e Peduto, nella loro nota (86) a p. 520 postillavano ancora che: “L’Antonini (‘La Lucania’, I, pp. 415-418) indica che l’anno in questione è il 1393 ma l’iscrizione non parla chiaro in quanto bisognerebbe trovare ‘nonagesimo septimo’, e non ‘nono setimo’. Che il lapicida abbia voluto intendere 1316, oppure che dovendo scrivere 1397 in latino sia ripiegato poi nell’aggettivazione lasciando inalterato il mille e 300, ha poca importanza in quanto il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, e quindi la data del 1397 va accettata per buona, ad onta della cattiva epigrafe. Questa affermazione annulla in parte ogni nostra ipotesi, esposta altrove (cfr. ‘Nota sul castello di Policastro, in “Castellum”, 12, 1970, 2,o sem.). Anche il Tait Ramage (cit.) lesse 1393.”. Dunque, i due studiosi disquisivano sulla data impressa dal lapicida sull’architrave illustrato in fig….. in alto e, affermavano che la data di costruzione del castello, la data del rifacimento per esser precisi era quella del 1397. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, nell’ultimo loro saggio su Policastro “Pixous – Policastro”, si rimangiano ciò che avevano scritto nel loro primo saggio e sulla questione della datazione del castello scrivevano che la data del 1397 andava presa per buona in quanto “……il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, ecc..”. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, il committente della torre Maestra e del castello di Policastro, del suo rifacimento, fu Jacopo (Giacomo) Sanseverino, conte di Potenza, figlio di Ugo Sanseverino primo conte potentino e protonotario del Regno nel 1380. Nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola , non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sempre il Cataldo, parlando di Policastro, a pp. 131-132 accenna alla Famiglia dei Sanseverino ed in proposito, sulla scorta di Pietro Summonte (…) scriveva che: “Ab. D. Placido Troyli: Istoria generale del Reame di Napoli: Tomo III, libro VIII, Cap. I., pag. 370, che ci parla dell’invasione dei Saraceni. Poi aggiunge: “l’autore ha raccolto notizie da numerose cronache medievali, come quelle di Giovanni Diacono, Giulio Cesare Capaccio, Angelo delle Noci ecc..), già ampiamente studiate dal nuovo umanista Flavio Biondo da Forlì (1392-1463): Italiae illustratae: 2° – Veronae, 1482. Sempre nella stessa pagina 131 il Cataldo aggiunge che: “B) – idem: Lib. IX, Cap. VI; della Polizia Normanna, e delle loro primarie Contee: “Contea di Sanseverino” (note sulla Famiglia e su Giacomo Sanseverino, fondatore del Castello di Policastro: 1293-1309): – (p. 464 – n. XVI) = “Il primo adunque, che diede il nome alla Gente Sanseverina in Italia ecc…, al rapporto di Giannantonio Summonte, che dice: “Nell’istesso tempo ecc….(Dell’Historia di Napoli: Napoli, 1675, Tomo I, pag. 468). Poi ancora il Cataldo a p. 132 continua scrivendo sui Sanseverino: “..indi (p. 471, n. XXXI): “Di vantaggio debbe avvertirsi, che Giacomo Sanseverino, Primogenito di Tommaso, e fratello di Guglielmo, e di Ruggiero, sposando Margherita di Chiaromonte, ebbe da costei tre figliuoli, Ruggiero, Ugo e Tommaso: dè quali Ruggiero, come si disse, fu Conte di Tricarico, ed Ugo fu Conte di Montescaggioso. Da Ugo poi Conte di Potenza, nacque Giacomo; e da costui il secondo Ugo, che ebbe per moglie Beatrice Zurla, e fu Conte della Saponara”. —Come si vede, Giacomo II dei Sanseverino, figlio del Conte Ugo di Potenza, ebbe anche la Contea di Policastro (non menzionata dal Troyli).”. Dunque, il Cataldo sulla scorta del Troyli e del Summonte chiarisce chi era il feudatario Giacomo II Sanseverino che nell’anno 1293 fece costruire e poi nell’anno 1393 o 1397 fece ristrutturare il castello di Policastro. Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, in proposito scriveva che: “Da Giacomo primo Conte di Tricarico ne sursero molte potentissime Case con titoli e onori grandi; …..gli portò in dote detta Contea (Chiaromonte), colla quale Signora procreò Egli tre Figli Rugiero, Ugo, e Tommaso: ed avendo avuto anch’egli facoltà da Re Roberto, nè cui tempi visse, di dividere i suoi Stati agli dilui Figli; quindi fu che da Rugiero primogenito si diramarono gli Conti di Tricarico, dal cui ceppo poscia ne germogliarono gli Serenissimi Principi di Bisignano. Da Ugo sursero gli Conti di Potenza, e Saponara, e da Tommaso gli Conti di Montescaggioso.”. Dunque, il Gatta (…) si riferiva a Jacopo (Giacomo), figlio di Ugo Sanseverino, conte di Potenza. Giacomo (o Jacopo) Sanseverino era figlio di Ugo Sanseverino, Conte di Potenza e da lui ebbe la Contea di Policastro. Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a p. 176 parlando sempre della famiglia dei Sanseverino ci dice della morte di Ugo Sanseverino, Conte di Potenza al tempo della presa al potere di Ladislao. Infatti il Gatta (…), sulla scorta di Scipione Ammirato e del Summonte (…), descrive quella tragica pagina di storia in cui molti Sanseverino alleati dei d’Angiò furono sterminati. Il Gatta scrive che scamparono dall’ira del re crudele ecc…ma non mi pare vi sia Giacomo (Jacopo) figlio di Ugo.

Nel 1386, Ladislao d’Angiò-Durazzo, re di Napoli

Era il tempo di Ladislao detto Ladislao d’Angiò-Durazzo che fu re di Napoli dal 1386, anno dell’assassinio del padre, all’età di dieci anni, sotto la reggenza della madre, fino al 1414 anno in cui egli morì. Fra i capi del partito angioino filo-francese figuravano alcuni esponenti della famiglia dei Sanseverino e lo stesso Ottone di Brunswick, vedovo della regina Giovanna I. Costituito un consiglio di magistrati che reggesse le sorti del regno in questa fase, i filo-francesi proclamarono re Luigi II d’Angiò, futuro capo del ramo cadetto degli Angioini e figlio di quel Luigi I che la regina Giovanna aveva nominato erede in contrapposizione a Carlo III. Lo scontro assunse presto le proporzioni di una vera e propria guerra. Nel corso del 1387 i sostenitori degli Angioini francesi occuparono Napoli, costringendo la reggente Margherita col piccolo Ladislao e la famiglia a barricarsi in Castel dell’Ovo, dal quale fuggirono alla volta di Gaeta. Luigi d’Angiò poté così impossessarsi del regno, ma domare i baroni ribelli fu un’impresa che lo tenne occupato per anni. Per il re minorenne ed esiliato giunse presto un importante sostegno: nel 1390 saliva al soglio pontificio Bonifacio IX, originario di Casarano, che prese le parti di Ladislao contro il pretendente Luigi. Dunque, è molto probabile che il castello di Policastro fosse stato rinforzato da Giacomo Sanseverino, figlio di Ugo, conte di Potenza, proprio in occasione della guerra che scoppiò tra Luigi d’Angiò ed il piccolo erede al trono Ladislao di Durazzo e la madre Margherita. Solo nel 1399, Ladislao si lanciò alla conquista del trono e riuscì ad occupare Napoli, mentre Luigi era impegnato nella lotta contro i principi pugliesi. Sopraffatto dalla determinazione del giovane Durazzesco, Luigi abbandonò la propria causa e fece ritorno in Francia. Per Ladislao era giunto il momento di imporsi come unico e legittimo sovrano e per ottenere lo scopo non esitò a perseguitare i nemici e stroncare le velleità dei filo-francesi. Spietato nella costruzione del suo potere, il giovane re si dimostrò subito ancora più scaltro e dispotico di suo padre Carlo, che pure aveva seminato terrore e morte nell’imporre il proprio dominio. All’alba del XV secolo, Ladislao I si affermava come capo politico e militare di straordinaria tempra, di indole spregiudicata e di grandi ambizioni. La sua prima preoccupazione fu dunque quella di consolidare il potere monarchico su Napoli a spese dei baroni, obiettivo che non esitò a perseguire commissionando l’assassinio di molti dei suoi rivali. La casata dei Sanseverino, ispiratrice della rivolta filo-francese, fu duramente punita con una sfilza di lutti che ne sfibrarono la capacità sovversiva. Un autore e storico che ci ha parlato della famiglia Sanseverino e delle sue diverse diramazioni è Scipione Ammirato (…), nel suo “Famiglie nobili napoletane” pubblicato nel 1580 ad vocem “della famiglia Sanseverina” a metà del vol. I, p. 99 e s., parte I.

Nel 1393-97 (?), Giacomo (Jacopo) II Sanseverino, figlio di Ugo Sanseverino (Conte di Potenza) fa eseguire un ampliamento del castrum e del castello comitale di Policastro

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCIII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”. Nel lontano 1973, i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed in proposito scrivevano che: Come oggi appare il castello è opera trecentesca. La cappella di fronte alla torre principale, la stessa torre bugnata datata al 1397 (86), lo confermano.”. I due studiosi a p. 520, nella loro nota (86) postillavano che: “Un arcotrave sull’ingresso ha la seguente iscrizione HOC OPUS FIERI FECIT LO MANIFICO DOMINO JACOBUS / DE SANTO SOVIRINO MILES FILIUS COMITIS POTENTIS / ANO DOMINI MCCC NONO SETIMO…./ M’ JACOBUS TRIFOSANO FECIT HOC.”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri ecc…”, a p. 187, parlando del castello di Policastro scriveva: “(Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio nell’anno del Signore 1397. M. Giacomo Trifosano lo costruì).”:

(Fig…) Castello di Policastro – antico portale con iscrizione scolpita – foto di Cristian e Lorenzo

Dunque, l’Antonini fa notare che secondo l’iscrizione scolpita sull’architrave del portale del castello è scritto che Jacopo Trifosano “fecit” nell’anno 1393. Ma, come abbiamo già visto il castello già esisteva al tempo di Carlo II° d’Angiò detto “lo zoppo”, che nell’anno 1296 lo fece rinforzare. Un altro studioso, invece asserisce che il castello fu costruito nel 1293 da Giacomo Sanseverino. Infatti, nel lontano 1973, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Verso la fine del ‘200 la Contea di Policastro passò ai Sanseverino. Questa antica famiglia napoletana fu così chiamata da Torgisio, cavaliere normanno, quando, ecc…., come afferma Giannantonio Summonte (Storia della città e del Regno di Napoli: Tomo I, p. 468). L’origine normanna ecc…ecc…Uno dei numerosi discendenti di questa famiglia fu Giacomo, il quale iniziò nel 1293 la costruzione del CASTELLO di Policastro, dovè dimorò Ruggiero il Normanno, duca di Calabria, di questo castello medioevale esistono i ruderi; ma ne possiamo ammirare la forma originaria in una tela della Cattedrale. Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Ecc…”. Dunque, il Cataldo voleva che Giacomo Sanseverino nell’anno 1293, al tempo di Carlo II° d’Angiò avesse iniziato la costruzione del solido castello di Policastro, ma, sebbene il castello già esisteva all’epoca, nel 1293, tanto che re Carlo II lo fece rinforzare nel 1296, come risulta da un documento angioino, niente ci dice che fu Giacomo Sanseverino a farlo costruire e solo in seguito (nel 1309) completato. Inoltre, il Cataldo (…), nel trascrivere la traduzione dell’epigrafe scolpita sull’architrave del portale del castello dice essere “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. Dunque, il Cataldo voleva che la data scolpita sull’architrave del portale del castello si leggesse: “….come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”, ovvero il Cataldo affermava che, secondo l’epigrafe scolpita, Giacomo Sanseverino fece costruire il castello il 3 luglio dell’anno del Signore 1309. Il Cataldo continuando il suo racconto sul castello scriveva pure che: “La costruzione del castello avvenne sotto Carlo II d’Angiò, detto “Lo zoppo”, che, dopo la morte del padre Carlo I, regnò dal 1285 al 1309 e lottò cogli Aragonesi per il possesso della Sicilia. Era il periodo della “guerra del Vespro” (1282-1302), quando un nostro condiocesano, Ruggero di Lauria distolse Carlo dall’occupazione della Sicilia, in modo che l’isola, non volendo più sottostare al governo napoletano, restò agli Aragonesi, prima come Regno vassallo della Casa d’Aragona fino al 1409, poi unita con questa al Regno di Napoli da Alfonso il Magnanimo nel 1420. Appunto per evitare nuovi danni e difendere il nostro territorio dagli Aragonesi Carlo II d’Angiò fece fortificare tutte le cittadine del regno, fra le quali Policastro.”. Sulla questione della datazione della costruzione del castello anche lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Dunque, anche Orazio Campagna (…), rifacendosi all’Azzarà (…) scrive che la costruzione del castello iniziò nel 1293 e terminò nell’anno 1309. Ma, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel vol. II, a p. 345, in proposito scriveva che: L’Antonini accenna ad avanzi di un edifizio romano rilevandolo da un’iscrizione sulla porta della torre ricostruita nel 1393 da Giacomo Sanseverino”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. Per il 1348 Di Luccia, cit. p. 8. Questi Grimaldi erano di Genova, e in precedenza Policastro era già stata infeudata alla famiglia – Gabriele, Antonio e Princivalle Grimaldi – nel 1333 (Cfr. M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314).”.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 28 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. I due studiosi Natella e Peduto, nella loro nota (86) a p. 520 postillavano ancora che: “L’Antonini (‘La Lucania’, I, pp. 415-418) indica che l’anno in questione è il 1393 ma l’iscrizione non parla chiaro in quanto bisognerebbe trovare ‘nonagesimo septimo’, e non ‘nono setimo’. Che il lapicida abbia voluto intendere 1316, oppure che dovendo scrivere 1397 in latino sia ripiegato poi nell’aggettivazione lasciando inalterato il mille e 300, ha poca importanza in quanto il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, e quindi la data del 1397 va accettata per buona, ad onta della cattiva epigrafe. Questa affermazione annulla in parte ogni nostra ipotesi, esposta altrove (cfr. ‘Nota sul castello di Policastro, in “Castellum”, 12, 1970, 2,o sem.). Anche il Tait Ramage (cit.) lesse 1393.”. Dunque, i due studiosi disquisivano sulla data impressa dal lapicida sull’architrave illustrato in fig….. in alto e, affermavano che la data di costruzione del castello, la data del rifacimento per esser precisi era quella del 1397. Dunque, secondo i due studiosi Natella e Peduto, nell’ultimo loro saggio su Policastro “Pixous – Policastro”, si rimangiano ciò che avevano scritto nel loro primo saggio e sulla questione della datazione del castello scrivevano che la data del 1397 andava presa per buona in quanto “……il committente della torre, il conte di Potenza, Iacopo, era figlio di Ugo, primo conte potentino, protonotario del Regno nel 1380, ecc..”.

MAESTRO JACOPO (GIACOMO) TRIFOSANO O TRIFOGNANO (?)

Come ho avuto modo di dire, sull’architrave lapideo che sormonta il portale del castello sulla rocca di Policastro vi è scolpita la scritta in cui si legge il nome del probabile autore esecutore del rifacimento del castello. Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro saggio ‘Pixous – Policastro’, a p. 520, nella loro nota (86) postillavano e riportavano la scritta: “Un arcotrave sull’ingresso ha la seguente iscrizione HOC OPUS FIERI FECIT LO MANIFICO DOMINO JACOBUS / DE SANTO SOVIRINO MILES FILIUS COMITIS POTENTIS / ANO DOMINI MCCC NONO SETIMO…./ M’ JACOBUS TRIFOSANO FECIT HOC.”. Dunque, i due studiosi trascrivono “M’ JACOBUS TRIFOSANO FECIT HOC”. Dunque, i due studiosi scrivono che sull’architrave è scritto Jacobus (Jacopo o Giacomo) Trifosano “fecit”. I due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed in proposito scrivevano che: “Il Sanseverino incaricò il maestro Iacopo Trifosano, di ignota patria, di rifare il tutto. Costrui ridisegnò la cinta esterna, allargandola; dotò il castello di un palazzo comitale degno di questo nome, e rifece completamente la torre principale (87). La planimetria del castello fu da noi eseguita nel 1967, quando da poco erano stati completati gli scavi, che riportarono alla luce ambienti (C nella planimetria del castello) al piano terra accanto alla cappella con le relative due scale adducenti ai piani superiori.”. I due studiosi Natella e Peduto, a p. 521, nella loro nota (87) postillavano che: “(87) Una torre mastra era già nel 1296 (Carucci C., Codice cit., II, p. 511).Dunque, i due studiosi riportano la notizia che Giacomo Sanseverino incaricò il “maestro Iacopo Trifosano, di ignota patria”. Dunque i due studiosi non dicono nulla di più su questo architetto. Riguardo le notizie intorno a questo architetto Maestro Jacopo Trifosano credo che i due studiosi abbiano tratto alcune notizie dai due testi di Arnaldo Venditti (…), Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria, ed. E.S.I., Napoli, 1967, II, pp. 541-542 e, Martelli G., Influssi campani sull’Architettura del secolo XII in Calabria, in “Atti d. VIII, Concesso Naz.le di Storia dell’Architettura”, Roma, 1956, pp. 293-300. Anche Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri ecc…”, a p. 187, parlando del castello di Policastro scriveva: “(Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio nell’anno del Signore 1397. M. Giacomo Trifosano lo costruì).”. Anche il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Ma, alcuni studiosi locali come ad esempio il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino‘, a pp. 35-36-37 dedica il capitolo “Il castello medioevale dei Sanseverino” e, scriveva che: “Fu poi terminato nel 1309, come si desume dalla lapide, che sormonta il portale, scritta in caratteri gotici = Il magnifico Signore Giacomo Sanseverino, soldato, figlio del Conte di Potenza, fece costruire questo edificio il 3 di luglio nell’anno del Signore 1309; M. Giacomo Trifognano lo costruì”. Dunque, il Cataldo (…), scriveva che il nome dell’autore del rifacimento del castello di Policastro riportato sull’architrave non fosse come trascrivono i due studiosi Natella e Peduto “JACOBUS TRIFOSANO” ma fosse “JACOBUS TRIFOGNANO”. Sulla questione della datazione del castello e del nome del suo probabile autore o mastro muratore, lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Dunque, anche Orazio Campagna (…), rifacendosi all’Azzarà (…) scrive che la costruzione del castello iniziò nel 1293 e terminò nell’anno 1309 e molto probabilmente fu proprio l’Azzarà (…), nel suo “I Sanseverino nella storia d’Italia” a suggerire il nome di “JACOPO TRIFOGNANO”. Ma chi fosse l’autore del rifacimento del castello di Policastro al momento possiamo solo dire quello che fu scritto dai due studiosi Natella e Peduto, ovvero che: “Il Sanseverino incaricò il maestro Iacopo Trifosano, di ignota patria, di rifare il tutto.”. Dunque, i due studiosi riportano la notizia che Giacomo Sanseverino incaricò il “maestro Iacopo Trifosano, di ignota patria”. Dunque i due studiosi non dicono nulla di più su questo architetto. Marta Del Prete (…), nella sua Tesi di Laurea, Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia, fede e cultura, a p. 33 riportava la scritta scolpita nell’architrave sul portale della Torre Maestra:

Riguardo le notizie intorno a questo architetto Maestro non sappiamo altro se non il suo nome scolpito sull’architrave. Certo, risulta difficile fare delle certe attribuzioni se ancora oggi alcuni autori, sulla base di non so quali riferimenti bibliografici scrivono “Trifognano” invece che “Trifognano”. E’ il caso della studiosa Silvia Pellecchi (…), nel suo ‘Raccontare l’archeologia. Strategie e tecniche per la comunicazione dei risultati delle ricerche archeologiche (a cura di), ed. All’Insegna del Giglio, Sesto Fiorentino, Firenze, 2017 (e-book), dove a p. 23 in proposito scriveva che: “Nel 1305, Carlo II d’Angiò concesse il feudo a Tommaso Sanseverino (46),il figlio del quale, Giacomo, fece iniziare, sotto la guida del maestro Giacomo Trifognano, una serie di lavori sull’area sommitale del castello, con un sostanziale rifacimento e allargamento della cinta esterna e con la costruzione di un palazzo comitale. Le opere terminarono nel 1309, come recita l’iscrizione posta sull’architrave della porta d’accesso della torre al castello, tutt’oggi visibile.”. La Pellecchi (…), a p. 23 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Natella Peduto, 1973, pp. 521-524.” e invece abbiamo visto che i due studiosi scrivevano tutt’altro.

La Torre Maestra del castello di Policastro

(Fig…) Torre mastio o Maestra del castello di Policastro

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “La torre del Castello, esistente ancora oggi nella parte alta, è del 1397 e fu costruita da Giacomo Sanseverino (Tav. VI, fig. 3). Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous Policastro’, riguardo Policastro in epoca Angioina, a p. 515 scrivevano che: “Feudo nel 1348 di Gabriele e Luciano Grimaldi (80), Policastro ebbe alla fine del sec. XIV un altro ampliamento castrense con la costruzione del castello dell’altra torre quadrata bugnata. Ecc..”. Natella e Peduto (…), nella loro nota (80) a p. 515 postillavano che: “(80) Cfr. per gli aa. 1320, 1324, e 1330 R. Caggese, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, I, pp. 442-443; II, p. 191- 554.”.

(Fig…) Natella – Peduto, op. cit., p. 517, planimetria del castello

(Fig…) Natella Peduto, op. cit., p. 518 – Sezione della Torre Maestra

La Cappella Comitale del Castello e Palazzo comitale sulla rocca di Policastro

Nel lontano 1973, i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed in proposito scrivevano che: “Come oggi appare il castello è opera trecentesca. La cappella di fronte alla torre principale, la stessa torre bugnata datata al 1397 (86), lo confermano.”. Il termine “comitale” è un aggettivo di “conte”, dunque, il termine “comitale” è aggiunto ai manufatti della contea. E’ il caso del castello e della cappella comitale del castello della contea di Policastro. Sempre i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 522 in proposito alla cappella comitale del castello diPolicastro scrivevano che: “La cappella copmitale del castello di Policastro era a crociera con colonne poste agli angoli dell’unica aula e della absidiola di fondo. Oggi solo qualche resto di arcata è rimasto a rapprresentarci l’immagine d’una costruzione trecentesca, che in sè concludeva un sistema di vitalità castellana tipico dei ‘potentiores’ feudali del pieno Medioevo campano.”.

Castello di Policastro, resti di una chiesa

(Fig…) Castello di Policastro – resti della Cappella comitale della chiesa del Castello

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(Fig…) Planimetria generale di Policastro con la cinta delle mura fortificate ed il castello tratta da P. Natella e P. Peduto ‘Pixous-Policastro’, p. 517

Nel lontano 1973, i due studiosi salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto pubblicarono l’interessantissimo saggio ‘Pixous – Policastro’, sulla rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed in proposito scrivevano che: ….

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca. Storia di un borgo del Cilento’, a p. 30 in proposito al Castello di Policastro scriveva che:

Nel 1° gennaio 1320, Bartolomeo di Lauria è Conte di Lauria e signore di Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a pp. 206-207-208 scriveva che: “Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio. E’ notevole un diploma di grazie accordato, nel 1° gennaio del 1320, dal detto Bartolomeo in premio della fedeltà e dei servigi ottenuti dall’Unità e dai cittadini di Lagonegro. Assicurano il Falcone ed il Tortorella che dal diploma di grazie, nel quale Bartolomeo si denominava ‘utile signore di Lagonegro’, si conservava originariamente scritto su pergamena, nell’Archivio Comunale, ma esso è andato distrutto.”. Il Pesce a pp. 207-208, riporta l’intera trascrizione del documento o del privilegio di Bartolomeo trascritto dal Tortorella (…). Nell’edizione del 1600, abbiamo trovato che Filiberto Campanile (….) ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, in proposito scriveva pure che: “Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”. Il Campanile scriveva che questo Roberto d’epoca angioina era figlio di Giacomo (cugino di Ruggiero di Lauria) ed ebbe un figlio chiamato “Bartolomeo” che fu signore di Lagonegro e una figliuola chiamata “Giacoma” che andò sposa a Riccardo di Sangineto.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 1414, re Ladislao I di Durazzo, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”.

Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò

Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409 – Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.

Il Castello di Policastro all’epoca Aragonese dei Petrucci e della ‘Congiura dei Baroni’

Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. La Congiura dei baroni fu un movimento rivoluzionario che si sviluppò nel XV secolo; nacque principalmente in Basilicata come reazione agli Aragonesi che si erano insediati sul trono del Regno di Napoli. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (87), postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’.

Nel gennaio 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca con l’architetto (maestro) Antonio Fiorentino a far visita a Policastro, le mura, le fortificazioni ed il castello

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 71, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…” :

Leostello, p. 195 su Policastro

(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194-195

Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner, nello scrivere “(vedi a Policastro quando si apprende ecc…”, voleva intendere di vedere quando il corte del re arriva a Policastro, episodio descritto nei passi del manoscritto del Laostello di cui parlerò. L’episodio citato da Pietro Ebner e riguardo il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso II d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Riguardo questo manoscritto oggi alla Biblioteca Nazionale di Francia, lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino, nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del Leostello (…), si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il Leostelo ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello (…) accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si tratta di Alfonso II d’Aragona. Infatti, come si vede sulla Treccani, il Leostello, dal 1474 sembra non trovarsi più a Volterra. Di certo, come dichiara egli stesso, il 20 ott. 1476 era a Napoli, presso la corte del duca di Calabria, il futuro re di Napoli Alfonso II d’Aragona. Da allora la vita del L. si sarebbe intrecciata con quella del duca. A Napoli infatti ottenne l’incarico di governatore dei paggi della casa del duca con lo stipendio annuo di 36 ducati. E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso II d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle “Effereidi” del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.

Nel 1489, il maestro “Antonio fiorentino della Cava” (pseudonimo di Antonio Marchesi), si trovava a Policastro con il Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona che venne ad ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la congiura dei Baroni

Un’altra interessantissima notizia tratta dal manoscritto delle “Effemeridi” di Joampiero Leostello (…), di cui ho già parlato, è quella della presenza a Policastro dell’architetto “maestro Antonio fiorentino” che ivi venne in occasione della visita del Duca di Calabria Alfonso d’Aragona, dopo la congiura dei Baroni che aveva visto sterminare gran parte dei Conti di Policastro, i Petrucci. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 71, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner, nello scrivere “(vedi a Policastro quando si apprende ecc…”, voleva intendere di vedere quando il corte del re arriva a Policastro, episodio descritto nei passi del manoscritto del Laostello di cui ho parlato. Innanzitutto l’Ebner si riferiva al testo (vol. I) dell’opera citata di Gaetano Filangieri, Principe di Satriano che pubblicò il manosritto inedito delle “Effemeridi” del Leostello. Il Filangieri parla del viaggio di Alfonso d’Aragona a Policastro a pp. 194-195. Ebner scrive dell’Architetto: “viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”)”.

Leostello, p. 195 su Policastro

(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, p. 195

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Addirittura in questo passaggio l’Ebner, il “maestro Antonio Fiorentino di cava” citato nel manoscritto di Leostello, è da lui chiamato “disegno di Giuliano Fiorentino”. Dunque, Pietro Ebner, riferendosi all’autore della ristrutturazione o ricostruzione del castello di Policastro ai tempi ed in seguito alla “Congiura dei Baroni” e dello sterminio dei Petrucci, conti di Policastro, l’Ebner lo chiama “Giuliano Fiorentino” e non più “maestro Antonio Fiorentino” come scritto negli “Effemeridi” del Leostello. Infatti, questo personaggio, abile architetto di opere militari, fu confuso con Giuliano da Sangallo. Infatti, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro “Pixous – Policastro”, a p. 521, nella loro nota (88) in proposito scrivevano che: “(88) J. Leostello, Effemeridi delle cose, op. cit., I, pag. 194-195; Pane R., Architettura del Rinascimento in Napoli, ivi , 1937, p. 307. Questo maestro Antonio è stato acriticamente scambiato per il Sangallo (cfr. il nostro ‘Castello di Capaccio’, in Rivista di Studi Salernitani, 6, 1970), mentre è nota la sua opera di restauratore delle mura aragonesi di Napoli (cfr. per ultimo M. Tafuri, ‘L’architettura dell’Umanesimo’, Bari, Laterza, 1969, p. 101.).”. Infatti, i due studiosi Natella e Peduto (…), ci parlano di questo autore e maestro di architettura militare nel loro saggio sul “Castello di Capaccio”, op. cit., p. 26 e s.., interessante studio anche per le interessanti note bibliografiche a cui si rimanda. I due studiosi, nel saggio citato a p. 42, nella loro nota (39) parlando del castello di Capaccio all’epoca della Congiura dei Baroni, postillavano che: “(39) E’ un fatto che in provincia di Salerno dopo la distruzione e la progressiva scomparsa dei fortini bastionati del Cilento costiero, può ritrovarsi un solo esempio, per la verità non molto esteso, di opera bastionata, vale a dire la parte Nord Ovest dell’esterno della cortina muraria del castello di Rocca Cilento. Qui è accertato un tardo quattrocentesco Iuliano Fiorentino, maestro di fortezze, già fatto passare per il Sangallo senza che si sia operata una sola ricerca sui disegni Giulianei del Gabinetto delle Stampe degli Uffizi. Ricordiamo in proposito che nella seconda metà del ‘400 a Napoli convenne un numero non indifferente di artisti toscani (architetti, maestri di muro, scarpellini ecc..) e, che negli stessi anni a Napoli operò anche il da Maiano. …..Si noti, infine, che Iuliano Fiorentino operò nella stessa epoca al castello di Policastro (di cui, fra breve, pubblicheremo la storia). e, R. Pane, ‘Architettura del Rinascimento a Napoli’, Napoli, 1937), nel riportare la notizia, non avanzò alcuna iopotesi ricostruttiva su quel nome.”. Addirittura, i due studiosi Natella e Peduto, prima di scrivere il loro saggio su Policastro, lo chiamavano “Iuliano Fiorentino”.

MAESTRO ANTONIO FIORENTINO, IULIANO FIORENTINO (NATELLA-PEDUTO), ANTONIO MARCHESI

Da Wikipedia leggiamo che: Antonio Fiorentino della Cava, pseudonimo di Antonio Marchesi da Settignano (Settignano, 17 maggio 1451 – Firenze, 1º settembre 1522), è stato un architetto e ingegnere italiano, attivo principalmente nel napoletano. Il maestro “Antonio Fiorentino della Cava”, pesudonimo di Antonio Marchesi da Settignano, nacque a Settignano nel 1451, nel 1489 avrebbe avuto 38 anni quando alla stregua di Alfonso d’Aragona lo accompagnò in visita a Policastro. Dalla vicenda del Monastero di Santa Caterina è nato il disguido storiografico nell’attribuzione delle opere del Marchesi ad un certo capomastro di Cava de’ Tirreni che si chiamava Fiorentino. Diffusore di questa errata attribuzione è da accreditare a Bernardo de Dominici, successivamente ripresa da Francesco Milizia. Dalla lettera del Summonte si parla anche di un intervento presso la villa di Poggioreale. Nel 1506 si rese autore degli apparati effimeri per l’ingresso in città di Ferdinando il Cattolico. Infatti, sempre da wikipedia leggiamo che questo personaggio, che pare abbia operato sul castello di Policastro, Pietro Summonte (…), scriveva che: «[…] Conduxe in questa terra alcuni di quelli architetti che più allora erano stimati: Iulian da Maiano, fiorentino, Francesco da Siena [ Francesco di Giorgio Martini ], maestro Antonio fiorentino benché costui fosse più per cose belliche e macchinamenti di fortezze; e sopra tutti ebbe qua il bono e singolare frà Iucundo da Verona […]». Come rilevato dal Summonte nella sua lettera, fece parte di quella folta schiera di artisti e tecnici che arrivarono nella capitale del Regno di Napoli dopo i mutati assetti geopolitici generati dalla Pace di Lodi. L’alleanza che nacque tra la corte medicea di Lorenzo il Magnifico e la corte aragonese e del duca di Calabria Alfonso II° comportò un notevole scambio culturale tra Firenze e Napoli trasformando quest’ultima nella capitale mediterranea del Rinascimento. Dopo la partenza di Francesco di Giorgio fu nominato direttore delle regie opere, dopo la nomina a direttore dei cantieri regi ebbe anche un feudo mentre a Firenze poté edificare una casa propria e a Settignano fu proprietario di tre abitazioni, un frantoio e un podere. Alla fine del XV secolo diresse i lavori della cinta bastionata di Castel Nuovo e della murazione urbana. Dal 1501 al 1514 fu il direttore dei lavori del Convento di Santa Caterina a Formiello, opera eretta su progetto di Francesco di Giorgio Martini e diretta dal Nostro e da Romolo Balsimelli. Nel 1506 si rese autore degli apparati effimeri per l’ingresso in città di Ferdinando il Cattolico. Nel 1517, insieme ad altri esperti di opere militari, fece parte della commissione giudicatrice voluta dal papa Leone X per esaminare il disegno di un baluardo progettato da Antonio da Sangallo il Giovane per la città di Civitavecchia. Nel 1518 ritornò in Toscana come ispettore delle fortezze. Per breve tempo del successivo anno ritornò a Napoli per il baluardo del parco e nel medesimo anno ritornò in patria lavorando alle fortezze di Pisa e Livorno, quest’ultima con Baccio Bigio e Andrea da Fiesole. Nel 1520 ritornò un’ultima volta a Napoli per i cantieri del Castel Nuovo. Morì in Toscana nel 1522. Dalla Treccani on-line leggiamo che Antonio Marchesi: Nel 1489 il Marchesi si trovava nel Regno di Napoli: in quell’anno progettò e diresse i lavori di consolidamento della rocca di Gaeta (Filangieri, 1891, p. 102) e, dal successivo gennaio, intraprese un viaggio al fianco di Alfonso, duca di Calabria, per definire il riassetto delle strutture difensive sulle coste calabresi, dal Tirreno allo Ionio. Il lungo itinerario è riportato nelle Effemeridi di Giampietro Leostello da Volterra, il quale riferisce che il Marchesi era “homo subtile circa de fare forteze e roche” (Id., 1883, p. 195). Il 12 marzo 1497, dopo che Francesco di Giorgio aveva lasciato Napoli, il Marechesi fu nominato dal re Federico d’Aragona direttore delle regie opere, con una provvigione annua di 200 ducati. Aveva una casa in affitto, in attesa che gli venisse concessa un’abitazione dove poter vivere con la moglie Fioretta di Giovanni Cioli e i figli che egli stesso sarebbe andato a prendere a Firenze (Ceci, 1900, p. 84). Di questo maestro toscano che avendo restaurato la chiesa di S. Caterina a Formiello ne ha parlato G. Ceci (…), nel suo saggio ‘Nuovi documenti per la storia delle arti a Napoli durante il Rinascimento‘, in Napoli nobilissima, IX (1900), p. 84; Id., La chiesa e il convento di S. Caterina a Formello, ibid., pp. 69 s..

Nel 1701, Giovan Battista Pacichelli e Policastro nel suo “Il Regno di Napoli in Prospettiva”

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 344, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Pacichelli (76) riferisce della sua origine e che “in ogni conto fà d’huopo affermare, che fosse una Città (….) disfatta da Roberto il Duca di Normandia nel 1065, ma comparve più magnifica per opera del Re Rogerio, che ne investì con il titolo di Contado, il suo Naturale Simeono.”. Ebner, a p. 344, nella sua nota (76) postillava che: “(76) Pacichelli cit., I, p. 199 e a p. 337 per la popolazione del 1648 (16 fuochi = ab. 80) e del 1669 (10 = 50)”. Infatti, il sacerdote Pacichelli (….), nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che:

Nel 1828, il castello di Policastro diroccato e visto dal sacerdote scozzese Craufurd Tait Ramage

Le ultime notizie sul castello di Policastro le ritroviamo in un viaggio “Gran Tour” di un sacerdote scozzese. Infatti, nel 1828, il sacerdote scozzese Craufurd Tait Ramage (…), nel suo scritto “Viaggio nel Regno delle due Sicilie”, avendo visitato anche Policastro così ne parlava: “Mi fu riferito che avrei trovato altre rovine sul monte che sovrasta la città e mi recai ad ispezionarle……Giunti in cima al monte vi trovai le rovine di una fortificazione che un tempo doveva essere stata una potente roccaforte; su un dei portali era incisa la data 1393, ma si dice che si possa fare risalire la costruzione ad un periodo anteriore. Qui le guardie che io avevo seguito, mi lasciarono dicendo che andavano alla ricerca di certi disgraziati ‘carbonari (11), a cui da queste parti, in questi giorni, quasi fossero bestie feroci, stanno dando la caccia. Devi sapere che alcuni anni or sono l’intero paese si trovava in uno stato di insurrezione, che fu poi repressa ad opera di una modesta forza d’occupazione austriaca (12). Ecc…”. Nato in Scozia a Annefield nei pressi di Newhaven, Ramage è stato un Ministro della Chiesa scozzese e cultore delle lettere classiche. È noto in Italia per aver intrapreso un viaggio nel Regno delle Due Sicilie nel 1828, che descrisse nell’opera intitolata “The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions”. In Italia è conosciuto soprattutto per la sua opera intitolata The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, pubblicata in italiano col titolo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, in cui Ramage descrive un viaggio a piedi intrapreso a sud di Napoli, tra l’aprile e il giugno 1828, alla ricerca delle “sopravvivenze” linguistiche, archeologiche e culturali greco-latine. In tale viaggio, Ramage parte da Napoli, giunge a Paestum, attraversa il Cilento, da Policastro visita la Calabria tirrenica e ionica, per giungere in Basilicata, scendendo in Puglia a Taranto, dove si imbarca per Gallipoli, passa da Ugento, Salve, i resti di Veretum (Patù), Leuca, Castro, Grotta Zinzulusa, Santa Cesarea Terme, Vaste, Otranto, Lecce, Manduria, Oria, Brindisi, da qui in nave fino a Trani, quindi a Barletta e Canne, Canosa, Venosa, Melfi, Ascoli Satriano, Foggia, Manfredonia, Mattinata, Vieste, Lucera, Volturara, Campobasso, per poi fare ritorno a Napoli. Il resoconto del viaggio di Ramage rappresenta un’importante descrizione socio-culturale delle provincie del Mezzogiorno italiano nell’anno 1828.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…); degli stessi autori si veda pure: “Nota sul castello di Policastro”, in “Castellum”, Rivista dell’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, Castel S. Angelo, 1970, II° semestre, Luglio Dicembre, p. 120 (Archivio Attanasio); sempre dei due autori si veda: “Il Castello di Capaccio”, in Rassegna Storica Salernitana, anno VI°, 1970 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988 (Archivio Attanasio)

(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Attanasio)

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

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(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

(…) Caggese Roberto, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vol. I-II, pp. 442-443; II, p. 191- 554

(…) Hisch F. – Schipa M., La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, p. 121; si veda pure dello stesso autore: Camera Matteo, Annali delle Due Sicilie, Napoli, Fibreno, 1860, II, pp. 309-314

(…) Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, p. 311

(…) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: La guerra del Vespro Siciliano, Milano, 1875, vol. I-II (Archivio Attanasio); si veda pure: La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Attanasio)

(…) Amari Michele – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition (Archivio Attanasio)

(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito. Il vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure dello stesso autore: ‘Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano‘, stà in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno II, 1932, pp. 1-7 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Carucci Carlo, Don Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, Salerno, Stab. Tip. Nazionale, 1899 (Archivio Attanasio)

(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, ‘Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43

(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972 (Archivio Attanasio)

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(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pontieri Ernesto, Un capitano della Guerra del Vespro, Pietro II Ruffo di Calabria, in “Archivio storico per la Calbria e la Lucania”, I, 1931, fasc. III e IV, pp. 269 e s. e pp. …….(Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto donatoci dall’Auore (Archivio Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno; dello stesso autore si veda pure: I relazione storico artistica sulla Cattedrale di Policastro
Bussentino
, p. 97, Salerno 1973

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Caserta, ed. A. Guida, 1930

(…) R. Perrone-Capano, Sulla presenza degli slavi in Italia, estrat. Atti Acc. Pontaniana, n.s., XII, 1963

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(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi,  ed. di storia e letteratura, Roma, 1973, p. 91 (Archivio Attanasio)

(…) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

(…) Amari Michele, Storia dei Mussulmani in Sicilia, vol. I, II edizione, p. 187

(…) Bréhier L., Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949

(…) Damiano Domenico, Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I. Roma, II edizione, 1965 (?) (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora, ed. Libreria Intercontinentalia, Napoli,  1960, nuova edizione Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52 (Archivio Attanasio)

(…) Fulco Aleardo Dino, Memorie storiche, op. cit; oppure si veda: Blanda, sul Paleocastro di Tortora, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968

(…) Jaffé- Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)

(….) Sthamer Eduard, Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou, vol. I, II,III, Leipzig, 1914

(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita Innsbruck – 1880, pag. 775

(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887 (Archivio Attanasio)

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento – problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano (Archivio Attanasio)

(…) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, III Serie, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli‘, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Attanasio)

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(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Ebner Pietro, Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, p. 62

(…) Londolini A., Le Repubbliche del mare, Roma, 1963, p. 131

(…) Cusa Salvatore, I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Attanasio)

(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Troyli P. Placido, Historia generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, pp. 135-136, p. 186; Tomo II°, p. 53; Tomo VIII, cap. I, p. 370 (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium da Paolo Diacono, sia il nostro Bussento (Archivio Attanasio)

(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Del Buono G. B., Profilo storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere – Poeta latino, Tip. Luigi Spera, 1983 (Archivio Attanasio)

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Attanasio)

(….) Troyli P. Placido, Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, I° edizione  (il Racioppi, riguardo i castelli sulla spiaggia, lo cita, vol. I, parte I, p. 47, ma io non sono sicuro che si riferisca alla prima edizione)

(….) Pane Roberto, Architettura del Rinascimento a Napoli, ed. E.P.S.A. Editrice Politecnica S.A., , Milano, 1975, vol. II, pp. 306-307

(…) Bologna Ferdinando, Roviale spagnuolo e la pittura italiana del Cinquecento, Napoli, 1959, pp. 76-79

(…) Azzarà G., I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335

(…) Siviero Oreste, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925

(…) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria, ed. E.S.I., Napoli, 1967, II, pp. 541-542; si veda dello stesso autore anche ‘Napoli Nobilissima,

(…) Martelli G., Influssi campani sull’Architettura del secolo XII in Calabria, in “Atti d. VIII, Concesso Naz.le di Storia dell’Architettura”, Roma, 1956, pp. 293-300.

(…) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri ecc…, vedi p. 187, ed. Grafica Palumbo, Cava de Tirreni (SA), 1978 (Archivio Attanasio)

(….) Ramage Crawford Tait, Viaggio nel Regno delle due Sicilie, (titolo originale: The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions)(Archivio Attanasio). In Italia è conosciuto soprattutto per la sua opera intitolata The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, pubblicata in italiano col titolo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, in cui Ramage descrive un viaggio a piedi intrapreso a sud di Napoli, tra l’aprile e il giugno 1828, alla ricerca delle “sopravvivenze” linguistiche, archeologiche e culturali greco-latine. In tale viaggio, Ramage parte da Napoli, giunge a Paestum, attraversa il Cilento, da Policastro visita la Calabria tirrenica e ionica, per giungere in Basilicata, scendendo in Puglia a Taranto, dove si imbarca per Gallipoli, passa da Ugento, Salve, i resti di Veretum (Patù), Leuca, Castro, Grotta Zinzulusa, Santa Cesarea Terme, Vaste, Otranto, Lecce, Manduria, Oria, Brindisi, da qui in nave fino a Trani, quindi a Barletta e Canne, Canosa, Venosa, Melfi, Ascoli Satriano, Foggia, Manfredonia, Mattinata, Vieste, Lucera, Volturara, Campobasso, per poi fare ritorno a Napoli. Il resoconto del viaggio di Ramage rappresenta un’importante descrizione socio-culturale delle provincie del Mezzogiorno italiano nell’anno 1828. Recentemente nel 2013 per l’edizione Ippogrifo, il libro di Ramage è stato ristampato tradotto in Italiano a cura di Raffaele Riccio e Roberto Ritondale che ha curato l’introduzione; si veda pure la ristampa di Galzerano.

(…) Abbate Francesco, Visibile Latente. Il patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro, ed. Donzelli, Roma, 2004 (Archivio Attanasio). Sebbene molto interessante il testo non dice nulla sul castello di Policastro.

(….) Prignani Giovan Battista, riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80). In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”. La Treccani on-line segnala: Fonti e Bibl.: Arch. segreto Vaticano, Registro Vaticano 42, f. 52; Roma, Bibl. Angelica, cod. 276: G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normande (ms., 1641), f. 69. Aurelio Musi (…), scrive che questo importante testo del 1600 è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. 19, famiglie 1-103 e presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Cronache e notizie di famiglie nobili salernitane, ms. X1V-H-22. Sul sito della Biblioteca Angelica di Roma, per il ms. 276, troviamo la seguente Bibliografia: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152; G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “”Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]; M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]; G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]; H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).

Granito G., op. cit. in BSPS, 84, a. II, n. 1, p. 86
Granito, op. cit. , p. 81.PNG

Infatti Piero Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel “Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra”, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

Cantalupo, Archivio Storico ..principato Citra, anno II, n. 2 (1983), nota 103, p. 36,.PNG

(Fig…) Cantalupo Piero, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)

Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”.

(…) Pecori G., ‘Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms.’, Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47)

(…) Bruno I., Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino)

(…) Summonte Giovanni Antonio, Historia della città e del Regno di Napoli”, Napoli, 1601 (I° ed.) e 1675, si veda vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, al tempo degli Angiò

(…) Leostello Giampiero Volterrano, Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio). Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), oppure Codice Italiano già 9996

(….) Fusco Fusco, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’,

(…) Del Prete Marta, Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia, fede e cultura, Tesi di Laurea

(…) Reale R., La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires 1944, pp. 48-50 (Archivio Attanasio)

(…) Trinchera Francesco, Codice Aragonese, 1866-74, vol. I, pp. 101-102 (Archivio Attanasio)

(…) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Tip. stabilimento Pansini, Napoli, 1913, pp. 226-227 (Archivio Attanasio) ci parla del passaggio di Rais Bassà e della distruzione di Policastro.

(…) P. Pietro Antonio di Venezia, Giardino serafico historico fecondo di fiori e frutti di
virtù, di zelo e di santità nelli tre ordini istituiti dal Gran Patriarca de’ poveri, San
Francesco, dove si vagheggia l’origine, il progresso e lo stato di tutta la Minoritica
Religione
, cap. V, p. 489, Venezia 1710

(….) Montefusco Angelina, Chiesa Cattedrale di Policastro, La Cattedrale nella storia e nell’arte, Salerno, 1990, pp. 26-27-28; 30, 35-37

(…) Troyli Placido, Istoria generale del Reame di Napoli: Tomo III, libro VIII, Cap. I., pag. 370

(…) Ammirato Scipione, Famiglie nobili napoletane, Napoli, 1570 ad vocem

(…) Pellecchi Silvia, Raccontare l’archeologia. Strategie e tecniche per la comunicazione dei risultati delle ricerche archeologiche (a cura di), ed. All’Insegna del Giglio, Sesto Fiorentino, Firenze, 2017 (e-book)

(…) Minieri-Riccio Camillo, Diario angioino dal 4 gennaio 1284 al 2 gennaio 1285, Napoli, 1873 (Archivio Attanasio)

(…) Manco C., Scalea prima e dopo, Scalea, 1969 (Archivio Attanasio)

(….) De rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283) Documenti inediti estratti dall’Archivio della Corona d’Aragona e pubblicati dalla Sovrintendenza agli Archivi della Sicilia, Palermo, 1882

(…) Scarlata M., Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972

(…) Finke H., Acta aragonensia, Berlino, 1908

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, ed. Loesher, 1889 (Archivio Attanasio)

(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Attanasio)

(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea

(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Attanasio)

(…) Moscati Roberto, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995)

(…) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Attanasio)

(…) Cantalupo Piero e Amedeo La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I-II; dello stesso autore si veda pure: Piero Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel “Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra”, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 (Archivio Attanasio)

(….) Garufi G.A., Da Genusia romana al Castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in A.S.C.L., a. III, pp. 34-5, doc. n. 23

(…) Scarlata Marina, Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo 1972

(…) Muntaner R., Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot, Firenze, 1844 (Archivio Attanasio)

(….) Augurio Francesco e Musella Silvana, Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo, ed. Associazione Mediterraneo, Lauria, 2000 (Archivio Attanasio)

(…) Pontieri Ernesto, Un Capitano della Guerra del Vespro, stà in ‘ASCL’, I; idem ‘Ricerche sulla crisi della Monarchia siciliana nel secolo XIII’, Napoli, 1958

(…) Del Giudice Giuseppe, Codice diplomatico del Regno di Carlo I e II d’Angiò – dal 1265 al 1309, Napoli, 1863 (Archivio Storico Attanasio), dove il Del Giudice pubblicava il testo dello Scotti e poi dell’Aprea

(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Attanasio)

(…) Zurita Girolamo, Annales de la Coron de Aragon impressos en Caragoca en el Colegio de S. Vicente Ferrer Ann. 1610, scrive nel libro III, cap. 49 (Archivio Attanasio)

(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Attanasio)

(….) Muntaner Ramon, Cronica catalana, Texto original j traducion Castellana, ed. A. De Bofarull, Barcellona, 1860

(…) Bartolomeo da Neocastro (…), i cui fatti narrati nella sua “Historia Sicula” ricorrono spesso nella narrazione dell’Amari. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro (Messina, … – 1294 o 1295), è stato un cronista medievale, fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino Historia Sicula. Lo si ritiene nato nella prima metà del Duecento da una famiglia probabilmente originaria di Nicastro e quindi di provenienza calabrese. Si sa che era un giureconsulto messinese, che esercitò inizialmente funzioni giuridiche, prima di assumere incarichi burocratici di primo piano nella corte aragonese: nel 1286, ad esempio, fu inviato da Giacomo II Aragona in missione diplomatica presso Onorio IV. Proprio tali notizie rivelano il valore della sua figura come testimone diretto e ravvicinato degli eventi narrati, dei quali fu in qualche caso spettatore dall’interno. Fu autore di una Historia Sicula dal 1250 al 1293, redatta in prosa latina. ll filo narrativo seguito dall’autore prende le mosse dalla morte di Federico IIimperatore (nel 1250) e si spinge fino all’estate del 1293, con la descrizione di un’ambasceria siciliana a Giacomo II d’Aragona, sbarcata a Barcellona il 3 luglio di quell’anno. Dunque, la narrazione del cronista Bartolomeo da Neocastro dovrebbe comprendere anche gli anni del 1287 e 1288 in cui alcuni nostri paesi furono occupati dagli Almugaveri. Molte notizie di quel periodo storico e della guerra del Vespro ci pervengono dalla cronistoria di Bartolomeo di Neocastro. Michele Amari (…) a p. 604 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82 – Sala Malaspina, cont. p. 415 e 417.”. L’Amari si riferiva al chronicon di Bartolomeo de Neocastro pubblicato da diversi scrittori come il Carducci ed il Volpicella. Il chronicon di Bartolomeo di Neocastro è stato publbicato integralmente da Giuseppe del Re (…), nel suo Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia.; si veda pure del Del Re Giuseppe, Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, vol. II, dove a p. 412 riporta l’Historia Sicula di Bartolomeo di Nicastro.

(…) Tomacelli Domenico, Storia dei Reami di Napoli e Sicilia, vol. II, Napoli, TIp. Fernandes, 1847 (Archivio Attanasio)

(…) Del Re Giuseppe, Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti, Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia, Napoli, 1868, vol. II (Archivio Attanasio)

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2001 (Archivio Attanasio)

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria Antiquaria editrice, W. Cesari, Testaferrata, Salerno, 1972 (Archivio Attanasio)

(…) Guillaume Paul, Essai Historique sur l’Abbaye de Cava d’après des documents inedits, Cava dei Tirreni, Abbazia Benedettina, 1877 (Archivio Attanasio); si veda l’edizione a cura di

(…) Niccolò di Jamsilla (Nicolaus de Jamsilla). – A questo personaggio è convenzionalmente attribuita una cronaca, che costituisce una delle fonti più importanti per la storia del Regno di Sicilia all’epoca di Manfredi di Svevia, e alla quale generalmente viene assegnato il titolo Historia de rebus gestis Frederici II imperatoris eiusque filiorum Conradi et Manfredi Apuliae et Siciliae regum, stabilito da Ludovico Antonio Muratori, anche se l’archetipo di tutta la tradizione manoscritta, il ms. Napoli, Bibl. naz., IX C 24, non reca titolo. Riguardo all’attribuzione dell’opera si è avuto un secolare dibattito. Il nome dell’autore fu indicato da Muratori sulla base del manoscritto da lui utilizzato per la sua edizione, ma dubbi sull’identità del cronista furono avanzati già a partire dalla fine del XIX secolo, soprattutto in base alla constatazione che in età sveva il nome Jamsilla non risulta attestato, mentre in età angioina venne in Italia meridionale al seguito di Carlo I una famiglia Joinville. Per questo, innanzitutto Bartolommeo Capasso suppose che quel nome indicasse solo il possessore di un manoscritto della Historia e ipotizzò che il vero autore potesse essere il notaio imperiale Nicola da Rocca. Friederich Wilhelm Schirrmacher propose il nome del notaio Nicola da Brindisi e August Karst, con più acribia, attribuì la cronaca a Goffredo di Cosenza, principalmente perché questi viene più volte menzionato, nella prima parte dell’opera, come presente ai fatti. Tuttavia Michele Fuiano ha obiettato a quest’ultima ipotesi, dimostrando che Goffredo non accompagnò Manfredi nella parte finale del tragitto verso Lucera del 1° novembre 1254. Questa, invece, è descritta fin troppo minuziosamente per non pensare a una partecipazione diretta. Di recente si è tornati sulla questione dell’autore, che comunque dimostra buona cultura retorica, ed è stato riproposto il nome di Nicola da Rocca, almeno per la prima parte dell’opera (o, meglio, della sua fonte diretta), la cui datazione complessiva è stata spostata agli inizi del XIV secolo. Il testo fu pubblicato per la prima volta da Ferdinando Ughelli nel 1662, come opera di un anonimo, col titolo De rebus Frederici imperatoris, Conradi et Manfredi regum eius filiorum. Questa edizione, nel 1723, fu poi riprodotta da Johann Georg Eckhart e, con qualche variante tratta da un codice messinese, da Giambattista Caruso. Muratori, nel 1726, pubblicò il testo nei Rerum Italicarum Scriptores, suddividendolo in due parti ben distinte: la Historia vera e propria, che arrivava fino al 1258, ovvero fino all’incoronazione regia di Manfredi, e un anonimo Supplementum. Questa edizione, sempre divisa in due parti, fu poi riprodotta, nel 1770, nella Raccolta curata da Giovanni Gravier, e, in seguito, nella silloge storiografica, assai diffusa, di Giuseppe Del Re, che separò nettamente le due parti, interponendo tra la Historia e il Supplementum vari altri testi. L’edizione di Muratori ha fuorviato sistematicamente i lettori, inducendoli a ritenere che l’opera fosse di poco successiva al 1258: più precisamente, Enrico Pispisa ha supposto che essa risalisse al 1261-62 e ne ha enfatizzato la funzione di ‘relazione ufficiale’ indirizzata al papato, finalizzata anche all’esaltazione del ruolo ricoperto dalla famiglia Lancia. In realtà, l’opera, comunque mutila, deve essere necessariamente successiva al 1283-85, ovvero al periodo di composizione della Historia di Saba Malaspina, che viene usata come fonte. La Historia presenta una struttura alquanto irregolare, o, comunque, non organicamente equilibrata. È, infatti, possibile riscontrare molteplici partizioni nell’andamento del racconto: la prima sezione narra in maniera piuttosto rapida le vicende che vanno dalla morte di Federico II a quella del figlio Corrado; la seconda, piuttosto lunga e dettagliata, di natura autoptica, è dedicata agli eventi di tutto il 1254, e va dall’assunzione del baliato del Regno da parte di Manfredi fino alla sua fuga in Puglia in seguito all’uccisione di Borrello di Anglona; la terza, anch’essa lunga e dettagliata, pur se con inserzioni su alcune azioni di Manfredi, vede uno spostamento del racconto in Sicilia e Calabria, per seguire i movimenti di Pietro Ruffo, almeno per il periodo fino all’estate del 1255; la quarta, piuttosto breve e desultoria, va dall’estate del 1255 fino all’incoronazione di Manfredi, celebrata a Palermo l’11 agosto 1258; infine, l’ultima è quella che nell’edizione di Muratori, di fatto, è espunta e considerata un Supplementum, in quanto riprende, manipolandolo ampiamente in chiave filomanfrediana o più ampiamente filosveva, il testo della Historia di Saba Malaspina, e arriva, mutila, fino all’autunno del 1267, ovvero agli inizi della discesa di Corradino. L’opera è, dunque, nettamente scomponibile in diverse parti, di cui tre sono le principali: quella che risulta essere la descrizione autoptica delle imprese e dei movimenti di Manfredi fatta da un sostenitore che lo accompagna; quella in cui l’attenzione è concentrata sugli avvenimenti di Sicilia e Calabria connessi con la ribellione di Pietro Ruffo; e quella che, in buona parte, riproduce il secondo, il terzo e l’inizio del quarto libro della Historia di Saba Malaspina. Tale constatazione, corroborata dalla certezza che la terza parte è tratta da un’opera che è pervenuta e che è nota, induce, di conseguenza, a pensare che un anonimo compilatore abbia messo assieme almeno tre diversi testi o fonti, con l’intento di farsi, a sua volta, autore di un’opera storiografica.

Nel 1811, Sapri in una relazione per il governo Napoleonico

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su un altro documento che riporta notizie storiche di Sapri e del Cilento nell’anno 1811, durante il governo Murattiano e l’occupazione francese del Regno di Napoli.

Nel 1811, circa 400 “individui” di Sapri vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare

Nel 1998, in occasione della redazione del mio studio “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, lo studio storico-Urbanistico per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositata al Comune di Sapri, approfondii alcune notizie che avevo letto nei vari studi e pubblicazione su Sapri. Ve ne era una che destò subito la mia curiosità. Si trattava di una notizia che riguardava Sapri che veniva citata dallo storico locale Angelo Guzzo (…) che a sua volta l’aveva tratta dal Vasselluzzo (…). A p. 9 della Relazione in proposito riportavo la notizia e scrivevo che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare”(118).”. La notizia era tratta da due testi del Guzzo (…). Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 225, parlando di Sapri ci informava che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (15)“. Il Guzzo (…), a p. 225, nella sua nota (15) postillava che: “(15) A. Sinno – Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo“, 1954, Parte II, del 1955, Pag. 130”. Il Guzzo ci informava della curiosa notizia di Andrea Sinno (…). Il Guzzo non dice a quale epoca il Sinno si riferisca ma dice solo dei 400 individui di Sapri. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstriti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Il Guzzo (…) riporta la stessa notizia anche nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997. Dunque il Guzzo (…) riportava l’interessante notizia dei 400 uomini che andavano girando dentro e fuori il Regno di Napoli e scriveva che tale notizia era tratta dall’Andrea Sinno (…), ma probabilmente egli si sbagliava. Il Guzzo (…), accostava la notizia dei “400 individui di Sapri che andavano accomodando caldare” alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il testo del Sinno (…) è in mio possesso ma a p. 130 della sua Parte II, non ho trovato la notizia. Andrea Sinno (…) nel suo “Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, parlava si di Sapri ma diceva altro. Il Sinno (…), a p. 130, nella sua Parte II, in proposito scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè dalla malaria, e per di più dal pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, raggiunsero in passato i vicini paesi montani, dove trovarono fraterno accoglimento, e si assicurarono maggiori possibilità di vita, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, e rifarsi una casa con maggiori agi, e formarsi coll’industria e coll’agricoltura una posizione più vantaggiosa, oppure un certo benessere col lavoro. Agropoli e Sapri e la stessa Pesto sono oggi centri importantissimi di vita, dove le popolazioni, discese dalle zone montane, svolgono le loro ecc…”. Dunque, il Sinno citava Sapri ma non citava la notizia. Dunque, il Guzzo (…), non solo errava i riferimenti bibliografici, forse mai del tutto verificati ma riportava la notizia facendola risalire a dopo l’incursione di Dragut Pascià e come vedremo errava di molto. La notizia come vedremo non è del Sinno (…). Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1811 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1811 e non al 1552 come pare che si legga dal Guzzo. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Guzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, ecc..ecc…”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese (…), e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955 a cui il Vassalluzzo si riferiva quando a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281″ e quando scriveva che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, la notizia venne tratta dalla p. 281 di Leopoldo Cassese (…) che scriveva di Sapri all’anno 1811. Leopoldo Cassese (…), nel 1955 pubblicò La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno’, Salerno, Tip. Ispirato & Cuomo. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di Filippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’, un’altra delle inchieste di quel periodo che riguarda il Cilento e le sue condizioni economiche. Per quanto riguarda il Principato Citra o Citeriore, dove ricadevano gran parte dei nostri centri del basso Cilento, il redattore dell’Inchiesta incaricato fu Gennario Guida (…). La sua inchiesta e Relazione conservata all’Archivio di Stato di Napoli fu pubblicata integralmente dal Leopoldo Cassese che a p. 281 riportava la notizia dei “400 individui di Sapri che giravano dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare”.  I quesiti in ordine a cui si doveva rispondere si articolavano in quattro sezioni generali: Notizie relative allo stato fisico; Sussistenza e conservazione della popolazione; Notizie sull’economia rurale; Le manifatture. Alla fine di maggio i questionari furono inviati in tutte le universitates del Regno, e venne assegnata ai redattori una gratifica per il lavoro da svolgere. Infatti, Leopoldo Cassese (…), nel suo saggio a pp. 280-281 parlando del “Distretto di Vibonati”, cita il paese di ‘Sapri’ e non solo fornisce una serie di dati su pesi e misure adottate e su alcune produzioni ma, in proposito al paese di Sapri a p. 281, nelle “Osservazioni” scriveva che: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare.”. La notizia e la pagina 281 si trova nel Cassese (…), op. cit., in “Appendice IV – Stati di consumo”. Il Cassese (…) a p. 263 postillava che: “(*) A.S.N., Ministero dell’Interno, Inv. I, fascio 96/65, bis III.”. Certo la notizia è interessantissima trattandosi di una Relazione governativa che scriveva questo dei Sapresi ma è curiosa perchè a me risulta che a Rivello e non a Sapri, vi sia stata da tempo immemorabile l’arte e l’artigianato di accomodare caldare (caldaie di rame e stagno come quelle che venivano molto diffusamente utilizzate in passato):

(Fig….) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…, pp. 280-281

Nel 1811, “circa 400 individui” Sapresi esercitavano il mestiere di “accomodare caldare”

Secondo la relazione di Gennaro Primicerio Guida (….), come abbiamo visto, Relazione redatta per il Governo Napoletano Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare”. Certo la notizia appariva strana e tuttavia meritava ulteriori approfondimenti. Mi sono chiesto come mai il Guida (….) riportò nella sua Relazione per il Governo di Gioacchino Murat nel Regno di Napoli, redatta nel 1811 e poi in seguito pubblicata da leopoldo Cassese (….), da dove avesse tratto questa strana notizia che riguardava Sapri. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Sapevo che nel corso del XIX secolo verso il Timpone era forte la produzione della calce viva con le numerose “Carcare” ma non sapevo nulla della produzione e del mestiere di “accomodare caldare” che è cosa diversa. Decisi di approfondire la faccenda e di vederci chiaro. Sapevo che a Rivello, antichissimo centro lucano non molto distante da Sapri, vi era stata e vi è ancora una forte produzione di caldare e di ramai. Infatti rileggendo il testo di Angelo Bozza (….), la sua “Lucania”, del 1888, alla voce “Rivello” in proposito scriveva che: “L’antico abitato sta sopra un rialto alla falda meridionale del monte Coccovello, ed ha buoni fabbricati: vi sono, come a Maratea, molti artefici ramai, che vanno girando le varie contrade d’Italia, ovvero emigrano in America, vivendo del cambio del rame vecchio col nuovo.”. Devo far notare che il Bozza dunque riporta la stessa notizia dei ramai che giravano per l’Italia ma riguardo i rivellesi e non i sapresi. Però devo pure far notare che quando parliamo di Rivello si deve pure considerare che non molto distante da Sapri vi sono alcune frazioni o parte del suo territorio comunale. Infatti, a parte la frazione di “S. Costantino”, più vicina a Sapri che a Rivello e le altre frazioni vicine come la “Carpineta” e la “Medichetta” che un tempo erano collegate alla vecchia postale borbonica che risaliva verso Lagonegro o il “Fortino” di Casaletto. La strada interna che da Sapri risaliva verso i piccoli borghi della Lucania. Guardano la “Carta del Cilento”, sopra Sapri si possono leggere i toponimi di “Lucerosa” e “S. Jorio” che a mio parere dovrebbe corrispondere con il piccolo borgo della “Medichetta” poco sopra Sapri ma frazione di Rivello. I due toponimi accennati seguono il corso del “Torrente Lubertino”. Tutti luoghi ad occidente del monte Ceraso e posti alle falde del Monte Coccovello. Come ho scritto in un altro mio saggio, il torrente Lubertino è un fiume carsico che scorre verso la costa occidentale di Sapri sotto il monte Ceraso ma esso proviene dalle montagne del Lagonegrese.

(Fig…) “Carta del Cilento” – particolare – Archivio Attanasio

Il decennio francese nel Regno di Napoli, Gioacchino Murat e l’indagine statistica

A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna, succedette l’8 luglio Gioacchino Murat, che fu incoronato da Napoleone il 1º agosto dello stesso anno, col nome di “Gioacchino Napoleone”, re delle Due Sicilie, par la grace de Dieu et par la Constitution de l’Etat, in ottemperanza allo Statuto di Baiona che fu concesso al regno di Napoli da Giuseppe Bonaparte. Il nuovo sovrano catturò immediatamente la benevolenza dei cittadini liberando Capri dall’occupazione inglese, risalente al 1805. Fondò, con decreto del 18 novembre 1808, il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade e avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli (il ponte della Sanità, via Posillipo, nuovi scavi ad Ercolano, il Campo di Marte), ma anche nel resto del Regno: l’illuminazione pubblica a Reggio di Calabria, il progetto del Borgo Nuovo di Bari, l’istituzione dell’ospedale San Carlo di Potenza, Guarnigioni dislocate nel Distretto di Lagonegro con monumenti e illuminazioni pubbliche, più l’ammodernamento della viabilità nelle montagne d’Abruzzo. Fu promotore del Codice napoleonico, entrato in vigore nel regno il 1º gennaio 1809, un nuovo sistema legislativo civile che, fra le altre cose, consentiva per la prima volta in Italia il divorzio e il matrimonio civile: il codice suscitò subito polemiche nel clero più conservatore, che vedeva sottratto alle parrocchie il privilegio della gestione delle politiche familiari, risalente al 1560. Nel 1812, grazie alle politiche del Murat, fu impiantata la prima cartiera del regno a sistema di produzione moderno presso Isola del Liri, nell’edificio del soppresso convento dei carmelitani, ad opera dell’industriale francese Carlo Antonio Beranger. E’ noto che il decennio francese nel Mezzogiorno d’Italia fu un periodo di sostanziale modernizzazione politico-istituzionale e socio-economica. Giuseppe Bonaparte conquistò il trono di  Napoli  il 14 gennaio 1806, e rimase in carica fino al 15 luglio 1808, quando fu incoronato  re di Spagna. Gli successe Gioacchino Murat che rimase al governo fino al marzo 1815. Durante il decennio francese fu avviato un poderoso processo di modernizzazione in ogni campo della vita istituzionale dello Stato, del territorio, dell’economia e delle finanze, dell’istruzione, della laicizzazione dello Stato, della laicizzazione dello stato civile, raggiungendo i risultati migliori maggiormente in campo istituzionale e amministrativo piuttosto che i quelle più propriamente economici. Pur imperfetta, i francesi avviarono, soprattutto nel Mezzogiorno, una grande stagione di riforme, a cui contribuirono i patrioti esuli del Regno che erano sfuggiti all’ecatombe del 1799. L’otto agosto del 1806 fu emanata una legge sulla divisione e l’amministrazione delle province del Regno, che conteneva la divisione del territorio, l’istituzione delle amministrazioni provinciali con i consigli generali della provincia, la creazione dei distretti con i relativi consigli distrettuali, l’istituzione degli Intendenti, che erano a capo delle province.

Nel XIX secolo, a Sapri, ramai e calderai

A parte il cognome noto e antico di Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). La collega Maria Carla Calderaro mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo. Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Il Ferrari (….), nella sua nota (43) postillava e si riferiva a Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381, in proposito a Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conte di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”.

Tuttavia, il Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”.

Nel 6 giugno 1841, “Francescantonio” Eboli di professione “calderaro”

Una prova inequivocabile della presenza di calderai e ramai a Sapri è contenuta nei Registri dei “matrimoni” ecc…conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno. Infatti, guardando i documenti on-line scansiti per l’anno 1841 dei registri dei “Matrimoni” nel Regno delle Due Sicilie “Stato civile della Restaurazione” conservati all’Archivio di Stato di Salerno. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dei ramai, ramaioli, calderari sapresi e di questi sapresi dell’antica Famiglia degli Eboli. Riguardo poi alla professione di ramaio, il Basilici a p. 116 in proposito scriveva che: “Per celebrare il matrimonio fu predisposto un ‘processetto’; (148) in questo si trovano delle carte autografe che forniscono altre informazioni. Francescantonio sarebbe nato il 13 marzo 1815 da ‘Biase’ (scritto per Biagio), mentre Maddalena sarebbe nata il 22 marzo 1824 (149). Il registro delle nascite di Sapri dell’anno 1815 è mancante, quindi non si hanno altre informazioni sulle origini di Francescantonio. E’ stata svolta anche una ricerca nelle registrazioni delle nascite di Sapri per trovare riferimenti al cognome Gallotti, con l’obiettivo di trovare una eventuale Rosa Gallotti. Nell’anno 1823 trovo tre registrazioni di nascite con il cognome Gallotti. Trovo tra queste una Rosa Maria Gallotti, figlia di Domenico, di professione ‘ramaio’, e Milo Maria, nata il 31 agosto 1823 (150).”. Basilici, a p. 116, nella sua nota (150) postillava che: “(150) ASSa, nati, anno 1823, registrazione numero 36.”.

(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Nati”, anno 1823, n° d’ordine 36

Nel 1836, alcuni Farano, ramai di Sapri e l’epidemia di colera che colpì il Regno

In un saggio di Ferruccio Policicchio apparso sul blog on-line “Golfonetwork”, curato dall’amico Tonino Luppino, dal titolo “Epidemie d’altri tempi a Sapri” ho letto alcune interessanti notizie su alcuni Eboli di Sapri. Secondo questo scritto, riferendosi all’epidemia colerica che colpì l’Italia intera ed in particolare il Regno di Napoli, in proposito scriveva che: “I luoghi più colpiti furono le città portuali. Nicola Farano, in quell’anno, (anno 1831) concesse al Comune, per tre anni una stanza a beneficio della ‘Commissione Sanitaria’ nel cui contratto si pattuivano complessivi 9 ducati. Ma il 27 aprile 1835, il decurionato deliberò il pagamento di soli 17 carlini e grana 5 da prelevarsi dal resto di cassa dell’anno precedente. Ecc….Pur essendo il Regno ben guardato dal mare, il colera giunse anche da terra. Biase, Vincenzo, Marcantonio, Benedetto, Francesco e Antonio Farano, Giuseppe Lacorte, Felice e Biase Pasquale, dopo essere stati assenti da Sapri 28 giorni, per esercitare la loro professione di ramaj, vi rientrarono il 19 settembre 1836. Asserirono che durante la loro assenza erano stati nel Comune di S. Angelo, in Basilicata e che la mattina del 10 settembre si erano spostati a Castel Saraceno, dove le autorità di detti paesi, anzicchè munirli delle debite carte sanitarie, imposero loro il rientro in patria, per poi qui ne fossero forniti. Ecc…”.  

Nel 1943, i Farano ed i Calderaro, ramai di Sapri e la Zecca del Brasile dell’Imperatore Pietro II per il conio del nuovo cruzeiros

In un saggio di Angelo Guzzo apparso su un giornale on-line, leggiamo che: “Emblematico il caso dei fratelli Giuseppe e Francesco Farano, rispettivamente di 17 e 19 anni, i quali, sul finire del 1843, dal Golfo di Policastro partirono alla volta di Rio de Janeiro. Entrambi provetti lavoratori del rame e della latta, sapevano forgiare alla perfezione caldaie, pentole, contenitori e recipienti vari. Il loro era un mestiere girovago, che li portava in paesi e città, dentro e fuori i confini del Regno. Questo tipo di artigianato era particolarmente attivo a Sapri, dove, soprattutto nel corso del diciannovesimo secolo, era praticato da oltre la metà della popolazione e costituiva la fonte maggiore di reddito locale. Gli artigiani sapresi, detti in gergo “caurarari”, cioè “calderai”, erano bravi, conosciuti e richiesti non solo nel circondario. Il desiderio di smettere quella vita vagabonda e l’opportunità di entrare stabilmente in una grossa fabbrica nei pressi di Napoli, li portò alla decisione di allontanarsi dalla natia Sapri. Ma l’esperienza non dovette essere del tutto positiva. Gli scarsi guadagni e la consapevolezza che la loro professionalità meritava più lauti compensi, li spinse ad assumere una decisione che avrebbe cambiato la loro vita. A Napoli avevano saputo che la figlia di Ferdinando II di Borbone, Teresa Maria Cristina, era andata sposa, proprio quell’anno, all’imperatore del Brasile Don Pedro II di Braganca, di origine portoghese. Quel matrimonio era valso ad aprire a molti cittadini del Regno le porte del Brasile, ove trovavano facile ed immediata sistemazione, date le enormi potenzialità di quella nazione sconfinata. Animati da forte spirito di iniziativa, sicuri della propria abilità e sorretti da una volontà di ferro, i fratelli Farano vollero tentare la fortuna all’estero e, una volta giunti in Brasile, cominciarono subito a lavorare ed a far conoscere la loro bravura. L’imperatore don Pedro II, informato delle loro capacità e della precisione con cui lavoravano il rame, li volle alla sua corte perché dessero un nuovo stile e una diversa struttura alla moneta corrente dell’epoca, il “pitacore”, piuttosto rozzo e pesante e, quindi, scarsamente funzionale. “Peppo” e “Ciccio” Farano seppero sfruttare al meglio l’occasione, creando una moneta leggera, elegante e stlizzata che sostituì in modo veramente egregio l’antiquato “pitacore”. Da quel momento i fratelli sapresi iniziarono una vertiginosa scalata nella gerarchia sociale del Brasile, divenendo Francesco direttore e Giuseppe vicedirettore della Zecca dello Stato. La loro fama in Brasile arrivò a tal punto che a Rio de Janeiro fu loro intitolata una delle principali strade della città carioca, Rua Irmanos Farano.“. E’ una storia di emigrazione, della quale furono protagonisti i fratelli Giuseppe e Francesco Farano, rispettivamente di 17 e 19 anni. Sul finire del 1843 partirono dal Golfo di Policastro alla volta di Rio de Janeiro; erano provetti lavoratori del rame e della latta, artigianato allora fiorente a Sapri. In Brasile seppero farsi apprezzare sino ad attirare l’attenzione dell’Imperatore don Pedro II, che li incaricò di provvedere ad una nuova moneta in sostituzione dell’antiquato “pitacore”. Francesco e Giuseppe se la cavarono magistralmente e divennero, il primo Direttore ed il secondo Vicedirettore della Zecca dello Stato. A Rio de Janeiro fu loro intitolata una delle principali strade della città: RUE IRMANOS FARANO.

Note bibliografiche

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Attanasio Francesco, Relazione “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

(…) “Relazione sulla Statistica relativa alla sussistenza e conservazione delle popolazioni del Principato Citeriore” (nel Cilento nel 1811) del Primicerio Gennaro Guida, stà in Archivio di Stato di Napoli, Ministero dell’Interno, Inv. I, fascio 96/65, bis III. Il Cassese nell’Indroduzione al suo testo nella nota (1) postillava che: “(1) Si conserva nell’Archivio di Stato di Napoli, ‘Ministero dell’Interno, 1° Inventario, 96, I-65.” .

(…) Ricchioni V., La “Statistica” del Reame di Napoli del 1811, Relazioni sulla Puglia, Trani, Vecchi, 1942

(…) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – Relazioni sulla Provincia di Salerno, a cura di Leopoldo Cassese, Salerno, ed. Tipografia Ispirato & Cuomo, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti I, 1955 (Archivio Attanasio)

(…) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese Leopoldo, Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in ‘Rassegna storica salernitana’, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; dello stesso autore vedi pure: ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, a cura di, Salerno, ed. di ‘Collana Stocico Economica del Salernitano, Fonti III, 1959; dello stesso autore si veda pure: ‘Il Processo per la Spedizione di Sapri – inventario a cura di Leopoldo Cassese’, ed. Pubblicazioni dell’Archivio di Stato di Salerno, Salerno, 1957 (Archivio Storico Attanasio); sempre del Cassese, si veda pure: La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Ispirato e Cuomo, 1955 (Archivio Attanasio)

(…) Sinno Andrea, Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, Salerno, 1954, si veda parte II, 1955, p. 130 (Archivio Attanasio)

(…) Demarco Domenico, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, a cura di Domenico Demarco, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4, 1988

(…) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809, vedi ristampa ed. Galzerano (Archivio Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975 (Archivio Attanasio)

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Attanasio)

(…) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976 (Achivio Attanasio)

(…) De Rosa Gabriele,

(…) Cestaro Antonio,

(…) Acton Harold, I Borboni di Napoli (1734 – 1825), Firenze, Giunti editore, 1997 (Archivio Attanasio)

(…) Pesce Carlo, La città di Lagonegro, Napoli, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, 1913

(….) Bozza Angelo, La Lucania, 1888

Il fondo stato civile dell’Archivio di Stato di Salerno è articolato sui due versamenti operati dal Tribunale di Salerno per gli anni in cui è stato competente per l’intera Provincia. Il primo versamento fu attuato dopo la Seconda Guerra Mondiale e riguardò l’arco cronologico dal 1809 al 1865 e comprese tutti i Comuni dell’antica provincia di Principato Citeriore, che corrispondeva, tranne qualche piccola modifica, all’attuale territorio provinciale. Il secondo versamento è stato realizzato nel 2012-2013 e ha riguardato il territorio del Tribunale di Salerno e di Nocera Inferiore, mentre sono tuttora giacenti presso i rispettivi Tribunali di Sala Consilina e di Vallo della Lucania i registri dei Comuni dei relativi distretti. L’ordinamento del fondo stato civile dell’Archivio di Stato di Salerno conserva la divisione per versamenti al contrario della presentazione delle immagini sul Portale.

La Relazione e l’inchiesta per il Governo Murattiano del Primicerio don Gennaro Guida

Lo storico salernitano Leopoldo Cassese (…), nell’Indroduzione alla sua ‘La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – Relazioni sulla Provincia di Salerno‘, pubblicato nel 1955, in proposito così dichiarava: “Gli storici del Mezzogiorno, che si sono interessati del periodo del Decennio francese (Rambaud, Valente ecc…) non hanno posto attenzione ad una fonte di notevole importanza per la storia economica e sociale del tempo, cioè alla “Statistica” del 1811, un’ampia inchiesta, condotta con larghezza di vedute, sulle condizioni generali del paese (1). Il Cassese nell’Indroduzone al suo testo nella nota (1) postillava che: “(1) Si conserva nell’Archivio di Stato di Napoli, ‘Ministero dell’Interno, 1° Inventario, 96, I-65.” e, nella nota (2) postillava che: “(2) V. Ricchioni, La “Statistica” del Reame di Napoli del 1811, Relazioni sulla Puglia, Trani, Vecchi, 1942.”. Il testo di Leopoldo Cassese (…) riguarda la Relazione di Gennaro Primicerio Guida (…) che nel 1811, presentò per il ‘Pricipato Citra’, scritto in un inchiesta per il Governo Murattiano. Nel testo del Cassese la Relazione pubblicata è detta: “Relazione sulla Statistica relativa alla sussistenza e conservazione delle popolazioni del Principato Citeriore”. L’inchiesta o lo studio o la Relazione ‘statistica’ di cui si parla è una delle tante che all’epoca del governo Murattiano del decennio francese fiorirono nel Regno di Napoli, visto le difficoltà economiche in cui versava gran parte della popolazione del Regno. Il contributo focalizza l’attenzione sul Mezzogiorno italiano nel  decennio francese (1806-1815) e analizza nel dettaglio l’inchiesta – la Statistica– voluta da Murat, re di Napoli,  nel 1811 per conoscere il territorio del Regno. L’obiettivo di questo studio è  quindi di analizzare in modo specifico la documentazione della Statistica riguardante una delle province del Mezzogiorno italiano, il Molise, e mostrare la sua particolare utilità per analizzare spazi geografici poco noti, discuterli tramite il confronto con altri documenti e porre in evidenza la modernità di una testimonianza che permette di ragionare di qualità della vita agli inizi dell’Ottocento. L’inchiesta, pertanto, è una testimonianza significativa per gli studi geografici da un punto di vista generale perché fornisce informazioni territoriali, dal punto di vista specifico perché affronta tematiche innovative come la qualità della vita. In questa logica si è prescelta un’area campione per proporre un modello euristico di analisi geografica di questo importante documento. Il Cassese (…), pubblicò l’inchiesta sul Principato Citra in epoca Murattiana. La notizia e la pagina 281 (vedi fig….) si trova nel Cassese (…), op. cit., in “Appendice IV – Stati di consumo”. Il Cassese (…) a p. 263 postillava che: “(*) A.S.N., Ministero dell’Interno, Inv. I, fascio 96/65, bis III.”. La Relazione sulla «statistica» del Regno di Napoli del 1811 è un’opera letteraria redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat che la commissionò in quegli anni. Il colto sacerdote, come scrivono nell’introduzione al testo i due studiosi Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (…), nel 1973, dove pubblicano solo la parte che riguarda l’Agricoltura. L’inchiesta prese l’avvio nel 1811, con circolare datata 15 maggio, che individuava per ogni provincia un redattore scelto tra i componenti delle Società di Agricoltura (tranne che a Napoli dove venne incaricato ufficialmente l’Istituto di incoraggiamento) e nominato dal ministro su proposta degli intendenti. I redattori furono Paolo Aquila (Abruzzo Citeriore), Giovanni Thaulero (Abruzzo Ulteriore 1°), Giuseppe Alferi Casorio (Abruzzo Ulteriore 2°), Giulio Girolamo Corbo (Basilicata), Francesco De Roberto (Calabria Citra), Giuseppe Grio (Calabria Ulteriore), Serafino Gatti (Capitanata), Vitangelo Bisceglia (Terra di Bari), Raffaele Pepe (Molise), Gennaro Guida (Principato Citra), Marcia De Leo (Principato Ulteriore), Reale istituto di Incoraggiamento (Napoli), Oronzo Gabriele Costa (Terra d’Otranto) e Francesco Perrini per Terra di Lavoro. Il canonico Francesco Perrini era membro del Consiglio generale della Beneficenza della Provincia di Terra di Lavoro e socio corrispondente della Commissione di Agricoltura. Nel 1811 Gioacchino Murat lo aveva nominato Direttore generale della Statistica della Provincia di Terra di Lavoro. Oltre al nome del redattore Perrini, sono noti, per la provincia di Terra di Lavoro, anche i nomi di alcuni collaboratori locali tra i quali Nicola Pilla per Venafro, Francesco Antonio Notarianni di Lenola per il comprensorio di Gaeta, Vincenzo di Lorenzo per Sessa, Gennaro de Quattro per il circondario di Teano, il canonico e storico Michele Broccoli per Vairano, Fabrizio d’Amore per Roccamonfina, Michele Fusco per Mondragone, Filippo Duratorre di Castelforte, Francescantonio Notarianni di Lenola. I quesiti in ordine a cui si doveva rispondere si articolavano in quattro sezioni generali: Notizie relative allo stato fisico; Sussistenza e conservazione della popolazione; Notizie sull’economia rurale; Le manifatture. Alla fine di maggio i questionari furono inviati in tutte le universitates del Regno, e venne assegnata ai redattori una gratifica per il lavoro da svolgere. Sull’inchiesta commissionata dal Governo Murattiano nel decennio francese nel Regno di Napoli ha scritto nel 1988, Domenico Demarco (…), nel suo, ‘La Statistica del Regno di Napoli nel 1811’, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4.

(….) Ferrari Giovannipaolo, “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22

(….) Sacco Francesco, “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli”, Napoli, 1896, vol. III, pp. 380-381

(….) La Greca Amedeo, Di Rienzo Antonio, La Greca Emilio, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, Agropoli, 1984 (Archivio Attanasio)

Sapri nei ricordi dei viaggiatori

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni viaggiatori che in passato hanno pubblicato notizie tratte dai loro appunti di viaggio nel ‘basso Cilento’ ed in particolare la visita al nostro piccolo paese ricco di storia e di tradizioni popolari. In particolare in questo saggio mi occupo dell’umanista e dantista Karl Witte che visitò Sapri nel 1828 e di Tait Craufurd Ramage (…) che pure lo visitò nel 1828. La Relazione di Filippo Rizzi (…), fino ad arrivare all’architetto Renato Angelini che restò a Sapri durante le operazioni belliche dell’ultimo conflitto mondiale e gli scritti del noto giornalista Enzo Siciliano che nel suo romanzo “Mia madre amava il mare”, parlava spesso di Sapri. Aggiungiamo così facendo nuove e forse inedite notizie alla nostra storia.

Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Le via della Magna Grecia”,  in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “La Magna Grecia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Quando venne proposto lo studio delle vie, quale tema del 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia, era ovvio che si avesse presente la ricognizione e possibilmente l’esatta identificazione delle vie istmiche, delle vie cioè che dovevano servire a stabilire comunicazioni e traffici fra il versante ionico e il versante tirrenico, e soprattutto fra le città metropoli sullo Jonio e le loro filiali o federate o indipendenti, in funzione di scali marittimi, sul Tirreno…..il lavoro da fare, in un terreno così tormentato, qual’è quello della Calabria e della Lucania, era quello di una ricognizione aerea e di una ricognizione pedonale che riprendesse il filo delle vecchie vie mulattiere, degli antichi valichi etc…Bisognava insomma riprendere la tradizione dei viaggiatori inglesi del primo Ottocento che hanno perorso a piedi la Calabria descrivendo e disegnando costumi e paesaggio, etc…Ho detto dei viaggiatori inglesi del primo Ottocento (e ricorderò fra essi il viaggio fatto a piedi nel 1847 dal pittore Edw. Lear, e il ‘Pedestuam Tour’ di Arthur John Strutt nel 1842), ma debbo ricordare un viaggiatore a noi più vicino, il Norman Douglas, che ha scritto il suo famoso libro ‘Old Calabria’, tradotto in italiano, dopo due viaggi fatti in gran parte a piedi nel 1907 e nel 1911, ma senza proporsi anch’egli, pur non ignorandoli, speciali problemi archeologici.”. Ai viaggiatori citati da Amedeo Maiuri, archeologo e profondo conoscitore delle nostre terre, aggiungo i seguenti:

Nel 1858, la visita di Karl Witte a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione del mio studio “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, lo studio storico-Urbanistico per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositata al Comune di Sapri, approfondii alcune notizie circa i viaggi e le visite a Sapri e dintorni intrapresi da alcuni studiosi come Gianni Granzotto che ha lasciato delle pagine interessantissime che riguardano il nostro paese o del viaggio nel sud d’Italia intrapreso dall’umanista e dantista tedesco Johan Heinrich Friedrich Karl Witte che venne a Sapri e che nel 1858 ne pubblicò a Berlino il resoconto in un suo scritto poco conosciuto: ‘Alpinisches und Transalpinisches‘. Su uno scritto di Giovanni Domenico Brandolino e Domenico Mediati apparso recentemente su ‘ArcHistor’ leggiamo che nel volume “A classical Tour Through Italy” del 1802, il pastore anglo-irlandese John Chetwode Eustache (…) fornisce una generica notizia sulla presenza di una comunità grecofona in Italia Meridionale. E’ un’informazione rilevante ma rimane del tutto trascurata fino al viaggio del giovane filologo tedesco Karl Witte nel Sud Italia. Nel 1820 egli attraversa la Campania, Basilicata e Calabria, alla ricerca di una sperduta isola alloglotta di lingua “greca”, che alla fine individua nell’estrema punta meridionale della Calabria. Un anno più tardi, ne dà notizia in un articolo della rivista “Gesellshalter” (3), dove riporta anche il canto greco-calabro “Iglio pu olo ton cosmo portatì” (la cui traduzione è: “Sole per tutto il mondo cammini”) Nel 1856, il glottologo August Friedrich Pott (…) lo pubblica nuovamente sulla rivista “Philologus”, insieme ad altri due canti. L’interesse per la comunità grecofona calabrese a questo punto assume un respiro internazionale e coinvolge studiosi del calibro di Comparetti, Morosi, Pellegrini, Karanastasis, Rohlfs (…). Infatti, il filologo dantista tedesco, dopo trenta anni dal suo viaggio nel sud d’Italia che intraprese nel 1828 pubblicò il testo in tedesco ‘Alpinisches und Transalpinischesneun Bortrage von Karl Witte‘, che tradotto è: ‘Alpine and Transalpine – nove tratti portuali di Karl Witte‘, con un illutrazione di San Marino ma l’edizione è stampata a Berlino nel 1858.

(Fig. 1) Witte Karl, Alpinisches und Transalpinisches, Berlino, 1858

Johan Heinrich Friedrich Karl Witte

Da Wikipidia leggiamo che: Johann Heinrich Friedrich Karl Witte, più conosciuto come Karl Witte, o Carlo Witte (Lochau, 1º luglio 1800 – Halle, 6 marzo 1883), è stato un giurista, filologo, filosofo e traduttore tedesco. Studioso di Dante Alighieri, nel 1865 fu il fondatore della Deutsche Dante-Gesellschaft, la prima nel suo genere, anteriore di oltre un ventennio alla nascita dell’analoga Società Dantesca Italiana fondata nel 1888. Appassionato di Dante Alighieri, nel 1824 pubblicò il saggio Über das Missverständnis Dantes nel quale ipotizzava che la Vita Nuova, il Convivio e la Divina Commedia corrisponderebbero a tre momenti distinti della vita spirituale di Dante. Più avanti curò edizioni critiche della Divina Commedia (del 1862, la prima mai ricevuta da quest’opera), utilizzando il criterio della lectio difficilior, del De Monarchia (1863-71; seconda ed., 1874) e infine della Vita Nuova (1876). Della Divina Commedia Witte fu anche un buon traduttore, con una resa in giambi non rimati (1865), così come era stato il traduttore del Decamerone di Boccaccio (1827; 3ª edizione rifatta, 1859). Nel 1865 si fece promotore della fondazione della Deutsche Dante-Gesellschaft, cronologicamente la prima società dantesca, della quale fu anche il primo presidente. Accumulò una notevole collezione di antiche edizioni dantesche (compresi manoscritti, incunaboli, e cinquecentine) che è confluita, insieme al suo intero patrimonio librario e documentale, in un fondo in possesso della Biblioteca nazionale Universitaria dell’Università di Salisburgo.

Nel 1828, Karl Witte scrisse di Sapri

Il giovane filologo dantista tedesco Karl Witte (…), nel 1828 intraprese un viaggio nel sud Italia, e si fermò anche a Sapri. Le sue memorie sono scritte nel testo pubblicato trenta anni dopo, nel 1858 nel testo ‘Alpinisches und Transalpinischesneun Bortrage von Karl Witte‘, che tradotto è: ‘Alpine and Transalpine – nove tratti portuali di Karl Witte‘. Nell’indice del testo a p. VI del testo egli scrive: “Palinuro und Sapri – pp. 363 – 403” ed infatti ci parla anche di Sapri da p. 389 a p. 403, dove accenna anche a Maratea. In particolare Witte a p. 399 scriveva che:

Nel 1879, la contessa Gioconda Walvescky e Sapri nel racconto di Rocco Baldanza

(Fig…)

Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…), pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II° dal titolo La signora di Sapri: storia dei nostri tempi. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di  Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane. Io posseggo una scansione di una parte del libretto per gentile concessione della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.

Nel 1828 il viaggio di Craufurd Tait Ramage

Nel 1998, consegnai al Comune di Sapri la Relazione “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio, dove a p. 9 in proposito scrivevo che: “Nel 1828, il sacerdote scozzese C. T. Ramage, nel suo scritto “Viaggio nel Regno delle due Sicilie”, avendo visitato anche Sapri così ne parlava: “Entrammo poco dopo in un piccolo bellissimo porto, vicino al quale è situato il paese di Sapri. Questo paese aveva un aspetto di maggior benessere di quanti fin qui veduti. Le case erano disseminate tra vigneti e giardini che i recenti acquazzoni avevano rinverdito e che ora si mostravano freschi ed accoglienti. Fui colpito pure dall’a spetto rigoglioso dei frutteti. Gli agrumeti, aranci, e limoni erano di lussureggiante bellezza. L’albicocco quì cresce con particolare rigoglio – il “crisciommolo” napoletano di cui vanno così giustamente orgogliosi – Questo vocabolo è evidentemente una corruzione del greco …………. (“mela d’oro”). Ramage, poi, riportava le iscrizioni incise sulle lapidi viste a Sapri, tra cui quella che già alla epoca si “elevava nella piazza” (149).”. Nato in Scozia a Annefield nei pressi di Newhaven, Ramage è stato un Ministro della Chiesa scozzese e cultore delle lettere classiche. È noto in Italia per aver intrapreso un viaggio nel Regno delle Due Sicilie nel 1828, che descrisse nell’opera intitolata “The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions”. In Italia è conosciuto soprattutto per la sua opera intitolata The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, pubblicata in italiano col titolo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, in cui Ramage descrive un viaggio a piedi intrapreso a sud di Napoli, tra l’aprile e il giugno 1828, alla ricerca delle “sopravvivenze” linguistiche, archeologiche e culturali greco-latine. In tale viaggio, Ramage parte da Napoli, giunge a Paestum, attraversa il Cilento, da Policastro visita la Calabria tirrenica e ionica, per giungere in Basilicata, scendendo in Puglia a Taranto, ecc…Il resoconto del viaggio di Ramage rappresenta un’importante descrizione socio-culturale delle provincie del Mezzogiorno italiano nell’anno 1828.

Nel 1838, Strutt Arthur John

Arthur John Strutt (Chelmsford, 12 giugno 1818 – Roma, 1888) è stato un pittore, incisore, viaggiatore, scrittore ed archeologo inglese. Rimase per il resto della sua vita in Italia, interessandosi soprattutto agli aspetti “pittoreschi”, in particolare a quelli della Campagna romana, rivolgendo la sua attenzione, in modo specifico, ai paesaggi e ai costumi degli abitanti. Nel 1838 intraprese un viaggio a piedi verso il sud dell’Italia (allora Regno delle Due Sicilie, in compagnia dell’amico William Jackson. Il 30 aprile giunse a Palermo e il 15 dicembre, dopo aver attraversato la Campania e la Calabria. Le sue osservazioni furono raccolte in un libro, “A pedestrian tour in Calabria & Sicily” (Un viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia) che ebbe un notevole successo, soprattutto nei paesi anglosassoni, ed è considerato ancor oggi un documento molto importante per comprendere la società del Regno delle due Sicilie nel periodo pre-unitario. Per suo volere, la famiglia costruì una tomba gentilizia al cimitero protestante di Roma al Testaccio.

Nel 1959 il viaggio di Alberto Moravia e il mare di Sapri

Nel 1987, il sacerdote Mario Vassalluzzo (2), nel suo “Cilento ad occhio nudo”  – una raccolta di saggi di alcuni autori che parlarono del Cilento – ripropose e trascrisse un saggio scritto e pubblicato a stampa da Alberto Moravia dal titolo “Il Mare fra Sapri e Paola” (1), pubblicato nel lontano 1959 sulla rivista bimestrale “Le vie d’Italia” (la n° 5 del Maggio 1959)  edita nel Maggio dal Touring Club d’Italia (1). Nel 1959, lo scrittore Alberto Moravia dopo un soggiorno per motivi di lavoro, in un suo articolo invitava tutti a visitare la costa cilentana:

L’Architetto Sandro Angelini, il servizio militare trascorso tra Sapri e le isole Egee

Enzo Siciliano, sua madre ed il mare di Sapri

Il giornalista e scrittore Enzo Siciliano, in una cronaca familiare avvincente, l’autore ci racconta dei viaggi con la madre nella nostra bella Sapri.

Alcune notizie sulla formazione geologica del territorio

Nel 1966, nel Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli (…), vol. LXXV, 1966, pubblicato a Napoli nel 1967, a pp. 188-189, leggiamo di Sapri e della formazione geologica del territorio circostante.

Notizie di Ufo nella baia Saprese

Ed ora, diciamo così manteniamoci sul gossip. Nel 1980, sulla rivista ‘Notiziario UFO’ a p. 22, apparve un curioso articolo dal titolo ‘Manifestazioni ripetitive a Villammare di Sapri ? (…), a firma U.T. , cita alcune notizie circa delle apparizioni e avvistamenti di Ufo tra Villammare e Sapri, forse una signora napoletana turista al villaggio delle Ginestre.

Ugo Riccarelli

Nel 2004, lo scrittore Ugo Riccarelli (…), ha dedicato un intero romanzo ad un personaggio, forse di fantasia, di Sapri che si trasferisce in un piccolo paese della Toscana. Il suo romanzo è intitolato Il dolore perfetto‘, premio Strega 2004 e del Premio Società dei Lettori – Lucca dello stesso anno. Il dolore perfetto nell’edizione spagnola El dolor Perfecto, pubblicato da Maeva Ediciones, con la traduzione di Carlos Gumpert, ha conquistato il Premio Campiello Europa (Spagna) nel 2007. Il personaggio detto il “Maestro” va ad insegnare in questo piccolo centro della Toscana. Il romanzo si svolge in un periodo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino agli anni cinquanta del Novecento. Un uomo, chiamato sempre Il Maestro, di idee anarchiche, si trasferisce dal suo paese del Sud, nei dintorni di Sapri, a Colle Alto, un piccolo paese in un punto imprecisato della campagna toscana, dove ha ottenuto un posto di insegnante. A Colle Alto conosce e sposa la Vedova Bartoli, dalla quale avrà quattro figli (Ideale, Mikhail, Libertà e Cafiero), dei quali il romanzo seguirà le tragiche vicende. Parallelamente, viene narrato dei Bertorelli, una ricca famiglia di commercianti di maiali, da quando Ulisse Bertorelli sposa la Rosa. Dal matrimonio nasceranno Sole e l’Annina. Le storie delle due famiglie si uniscono quando l’Annina decide, contro la volontà dei parenti, di sposare Cafiero. Il romanzo prosegue raccontando le vite dei loro figli, Sole e Ideale. Le vicende delle due famiglie si svolgono sullo sfondo della storia italiana, alla quale sono indissolubilmente legate. Entrano a cambiare e spesso a sconvolgere la vita dei protagonisti la prima modernizzazione di fine Ottocento, le guerre coloniali con la sconfitta di Adua, la Prima Guerra Mondiale e l’avvento del Fascismo, fino alla Seconda guerra Mondiale, l’invasione tedesca e la Resistenza.

Paolo Sorrentino

Nel ………, il regista Napoletano Paolo Sorrentino (…), ha citato più volte Sapri, nel suo romanzo Tony Pagoda e i suoi amici, per l’edizione di Feltrinelli.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Witte Karl, Alpinisches und Transalpinisches – neun Bortrage von Karl Witte, Berlino, 1858; si veda pure la ristampa di ‘Analisi Trend’, 1985 (Archivio Attanasio)

(3) Strutt Arthur John, “A pedestrian tour in Calabria & Sicily” (Un viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia); si veda pure in proposito: “Passando per il Cilento. Avventure e scoperte di un «turista» inglese nel Cilento borbonico”, edizione Galzerano, Casal Velino Scalo, 2010 (Archivio Attanasio)

(4) Rohlfs Gerald, Mundarten und Griechentum des Cilento, in Zeitschrift für Romanische Philologie, 57, 1937, pp. 421–461 (una traduzione in italiano è in Gerhard Rohlfs, Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento. Galatina, ed. Congedo, 1988; dello stesso autore si veda pure: Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma, 1933; dello stesso autore si veda pure: Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria, Ravenna, 1974; dello stesso autore si veda anche ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle-Milano, 1932, ss. I (Archivio Attanasio); Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina, 1988 (traduzione a cura di Elda Morlicchio, Atti e memorie N. 3, Università degli Studi della Basilicata)

(5) Ondis L.A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996 (Archivio Attanasio)

(6) Ramage Craufurd Tait, The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, ed. Howell, Liverpool, 1868 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore la II° edizione: ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie‘, E. Clay – De Luca, Roma 1966; per questo autore si veda pure: Attraverso il Cilento – il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828, edizioni l’Ippogrifo, agosto 2013 (Archivio Attanasio)

(7) Siciliano Enzo, Mia madre amava il mare, ed. Rizzoli, Milano, 1994 (Archivio Attanasio)

(8) Simoncini Carlo, “Quell’uom di multiforme ingegno” – Vita di Sandro Angelini, ed. Lubrina,

(9) Baldanza Rocco, La signora di Sapri: storia dei nostri tempi, vol. II, Roma, Tipografia di Adolfo Paolini, 1879

(10) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809, vedi ristampa ed. Galzerano (Archivio Attanasio)

(11) Granzotto Gianni, Carlo Magno, ed. Mondadori, Milano, (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: La battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, ……..(Archivio Attanasio)

(12) Touring Club d’Italia, Guida d’Italia – Napoli e dintorni, ed. 2008, vedi p……(Archivio Attanasio)

(13) Donatone Guido, ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , stà in “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, vol. IV, da pp. 579 e s.; dello stesso autore si veda pure: ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, Gemini Arte Napoli 1993; oppure anche: “La maiolica napoletana dell’età aragonese”, d. Associazione Amici dei Musei di Napoli, 1976, quaderno n. 3 (Archivio Attanasio)

(14) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia’, stà in rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, 2, Firenze, 1975 (Archivio Attanasio)

(15) Moravia Alberto, Il Mare fra Sapri e Paola, stà in la rivista ‘Le vie d’Italia’ ed. Touring Club Italiano – Anno LXV n° 5, Maggio 1959, pp. 560-567 (Archivio Attanasio)

(16) AA.VV., Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli, vol. LXXV, 1966, Napoli, Tip. Genovese, 1967

(17) Redazione, Manifestazioni ripetitive a Villammare di Sapri ?, stà in ‘Notiziario Ufo‘, rivista, anno III, n. 2 (93), febbraio 1980 (Archivio Attanasio); vedi p. 22 (Archivio Attanasio)

(…) Riccarelli Ugo, Il dolore perfetto, ed. Arnoldo Mondadori, Milano, 2004; si veda pure dello stesso autore ‘Il dolore perfetto‘, prefazione di Carlo Madrignani, UTET, Torino 2006; Ugo Riccarelli, Une douleur parfaite, traduit de l’italien par Nathalie Bauer, Plon, Paris 2005; Ugo Riccarelli, Der vollkommene Schmerz, trad. di Karin Krieger, Deutscher Taschenbuch Verl., München 2009

(…) Sorrentino Paolo, Tony Pagoda e i suoi amici, ed. Feltrinelli, ‘Narratori’.

Dimera di Sapri ed il suo pavimento del ‘400 in S. Pietro a Majella a Napoli

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano  abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su un pavimento del XIV secolo firmato dal suo probabile esecutore, un certo “Dimera de Sapri”. Come vedremo questo pavimento si trova nella “Cappella del SS. Crocifisso” all’interno della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli ed il frammento in questione si trova esposto e conservato nel Museo “Filippo Palizzi” di Napoli. La cappella del SS. Crocifisso appartenne in origine alla famiglia Campanile e poi in seguito alla famiglia Petra ma io credo che questo pavimento provenga da altre chiese e sia di molto anteriore all’epoca dei Campanile. Come vedremo innanzi, la notizia fu tratta dallo studioso napoletano Gaetano Filangieri (….) che, nel 1884 scriveva in proposito a questo pavimento: “Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI.”.

(Fig. 2) Pavimento del ‘400 ove vi è la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta “Dimera de Sapri” nella cappella Campanile (…) nella chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli – immagine tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm

La notizia di un certo ‘Dimera di Sapri’, probabile esecutore di un pavimento del XIV secolo a Napoli

Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta su incarico del Comune di Sapri per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) redatto dal Prof. Francesco Forte, a p. 16 in proposito scrivevo che: “Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (117), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, ecc…”. Dunque, la notizia interessantissima riguardava un pavimento maiolicato napoletano del ‘400 che racava la firma del suo probabile esecutore, un certo “Dimera” di Sapri e, riferita da Felice Cesarino (…) che, nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri” (…) (stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, pubblicato nel lontano 1979), a p. 28 informava che: “Il prof. Guido Donatone, uno studioso della maiolica napoletana (10), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400 (attualmente conservato presso l’Istituto d’Arte di Napoli) che reca la firma del suo esecutore: un certo DIMERA di Sapri.”. Il Cesarino a p. 28, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Vedi “La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV” in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.”. Dunque, una notizia tratta da Guido Donatone (…) che ha scritto diversi testi sulla maiolica Campana, nel Regno di Napoli. Ho cercato di indagare ulteriormente sull’interessante notizia riferita dallo studioso napoletano Guido Donatone.

Nel XIV secolo, un pavimento maiolicato di un certo “Dimera de Sapri”, nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli

Felice Cesarino traeva l’interessante notizia dal saggio sulla maiolica napoletana del ‘400 del prof. Guido Donatone (…). Il Cesarino (…), nella sua nota (10) citava il riferimento bibliografico, ovvero il testo del Donatone ma non diceva altro. Certo la notizia era ed è interessantissima essendo all’epoca pure fresca di stampa. Il volume IV della “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane) contiene il saggio di Guido Donatone (…), “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”. Il volume IV della “Storia di Napoli”, fu pubblicato nel lontano 1974 ed ivi troviamo il saggio dello studioso napoletano Guido Donatone (…): “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” che, a pp. 579 e s. parla dei pavimenti maiolicati del XV secoli in Campania. Nel saggio di Guido Donatone “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” non appare mai la parola “Dimera di Sapri” e, nel testo scritto non pare vi sia un riferimento diretto al maiolicaro Dimera di Sapri. Il Donatone però, riporta alcune immagini di pavimenti ed una in particolare, la fig. n. 232, si può leggere “Dimera de Sapri”. La fig. 232 del saggio di Donatone (vedi Fig. n. 1) illustra un pavimento maiolicato. Per saperne di più dobbiamo riferirci alla didascalia. Infatti, nella didascalia della fig. 232) è scritto che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”, mentre nella didascalia dell’altra immagine fig. n. 233) si postillava che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”; la didascalia della fig. 235) postillava che: “235) Avanzi del pavimento della cappella Brancaccio della chiesa di S. Angelo a Nido. Fabbriche napoletane del secolo XV. L’autore dell’impiantito si rivela in maniera palmare uno dei ritrattisti che dipinsero i vasi con personaggi della corte aragonese più innanzi illustrati. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.

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(Fig. 1) Donatone Guido (…), op. cit., fig. 232 (Archivio Attanasio)

Come si può vedere nell’immagine di Fig. 1, ovvero la fig. 232) tratta e pubblicata nel saggio di Guido Donatone (…) sul vol. IV della “Storia di Napoli”, si illustra un pannello con avanzi, una porzione, di un pavimento composto da piastrelle ceramiche maiolicate, in cui in una di esse si legge chiaramente la scritta “DIMERA DE SAPRI”. Come si può vedere sulla piastrella montata sul pannello conservato al Museo Palizzi viene illustrato un pomo trafitto da una lama con su scritto “Dimera de Sapri”. E’ solo rimandando alla didascalia della fig. 232) ed al testo di Donatone che si riesce a sapere qualcosa in più di questo pavimento. Il Donatone non dice nulla di questo “Dimera de Sapri”. Il Donatone postillava solo che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque, sebbene la parola “Dimera de Sapri” appaia solo sull’immagine di fig. 1 (vedi fig. 232)) è solo leggendo il testo del Donatone che riusciamo a capirne di più. Lo studioso napoletano Guido Donatone (…) nel suo saggio “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”, nel suo cap. IX – “Le pavimentazioni maiolicate del secolo XIV”, a p. 595, in proposito scriveva che: “Pure in S. Lorenzo sono state trovate numerose ambrogette quattrocentesche, di cui si dirà innanzi, ma anche qualche piccola piastrella quadrata (vd. ill.), rapportabile al secolo precedente per la tecnica di esecuzione rudimentale e l’ingenuo arcaismo dei motivi ornamentali. Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.) e quello, appena ricordato, dei Poderigo in S. Lorenzo (vd. ill.) impiantito che vede come anello di congiunzione tra quello di Donnareggina e quelli di gran lunga più pregevoli del secolo XV. Ecc…”. Dunque, la notizia citata dal Cesarino riguardava proprio il seguente passo del Donatone (…) che a sua volta si rifà ad Orazio Rebuffat (…), ovvero che: “Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.) ecc…”. Il Donatone dice che il pavimento illustrato nell’immagine in bianco e nero della fig. 232) dice solo essere uno dei “pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.)”. Dunque, indaghiamo meglio. La notizia di un pavimento con la scritta “Dimera de Sapri” proveniva dal Donatone ?. Il Donatone aveva tratto la notizia dal testo di Gaetano Filangieri (…). Il Filangieri a pp. 340-341 del vol. II del testo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, pubblicato nel 1884 e che a p. 340 in proposito a questo pavimento scriveva che: “Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI. Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla ecc…”. Dunque, la notizia è stata tratta dal Filangieri. Quello che il Donatone illustra nell’immagine fig. n. 232) che riporta la scritta “Dimera de Sapri” è, come scrive lo stesso Donatone essere un “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella ?, oppure questo pavimento o “Avanzi….un tempo nella cappella del Crocifisso” oggi si trova, come dice lo stesso Donatone presso Napoli, Istituto Statale d’Arte ?. L’immagine della didascalia 232) (vedi Fig. 1) tratta dal Donatone (…), riguarda un pannello conservato presso il Museo “Filippo Palizzi”, presso l’Istituto Statale d’Arte di Napoli e composto di “avanzi” del pavimento che pure esiste ancora oggi nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. Dunque, il pavimento o frammento di esso che è composto da piastrelle invetriate o “riggiole” maiolicate dove ve ne è una che riporta la scritta “Dimera de Sapri” è conservato ed è esposto al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli presso l’Istituto Statale d’Arte oggi Istituto Coreutico. Questo frammento di pavimentazione, raccolto in un pannello, proviene da un pavimento che ancora si trova e si può ammirare nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli e precisamente nella cappella presbiteriale che prima veniva chiamata “Cappella del SS. Crocifisso” (vedi figg. 2-3-4). Pubblico la fig. 2 a colori, che illustra il pannello con gli avanzi del pavimento in questione a colori con la scritta “Dimera de Sapri”. Tra le ceramiche italiane, eseguite in un arco di tempo che va dal Quattrocento all’Ottocento, spiccano senza dubbio i pavimenti maiolicati (molto presenti a Napoli sin dal tempo di Alfonso I d’Aragona) e una serie di pezzi, sempre in maiolica da tavola e da farmacia. L’immagine è stata tratta dalla rete cercando nelle chiese Napoletane ed in particolare cercando la chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli:

(Fig. 2) Tavola o pannello di una porzione o avanzo del pavimento del ‘400 oggi esposto e conservato presso il Museo Palizzi di Napoli, con la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta del suo probabile esecutore “Dimera de Sapri”. L’immagine illustra il pannello esposto al Museo Artistico Industriale di Napoli ove essa è conservata ed è tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm

(Fig. 4) Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli – Cappella Petra (ex cappella Campanile), I cappella a sx del presbiterio, nel transetto sinistro. L’immagine illustra il pavimento maiolicato nella cappella Petra (ex cappella Campanile) nella chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. Come si può vedere il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, quello illustrato nelle Figg. 1-2 è un frammento tratto proprio da questo pavimento. L’immagine illustra il pavimento maiolicato da cui proviene il frammento con la piastrella o riggiola del ‘400 con la scritta del nome del suo probabile esecutore “Dimera de Sapri”, pannello esposto nel Museo Artistico Industriale di Napoli. L’immagine è tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm alla voce ‘famiglia Campanile’. La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso.

(Fig. 5) Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli – Cappella Petra (ex cappella Campanile), I cappella a sx del presbiterio, nel transetto sinistro. L’immagine illustra il pavimento maiolicato nella cappella Petra (ex cappella Campanile) della chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. L’immagine è la Tav. 5 tratta dal testo di Guido Donatone, La Maiolica napoletana del Rinascimento (…). Come si può vedere il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, quello illustrato nelle Figg. 1-2 è un frammento tratto proprio da questo pavimento.

Nella ‘Guida d’Italia – Napoli e dintorni‘, ed. 2008, del Touring Club d’Italia, a p. 193, alla voce che parla della Chiesa di San Pietro a Maiella, in proposito è scritto che: “Transetto sinistro. Nella 1° cappella a sinistra del presbiterio (L), *pavimento a mattonelle maiolicate (“azulejos”), di un tipo frequente nella Napoli aragonese ma oggi assai raro, alle pareti, ‘monumenti della famiglia Petra di Lorenzo Vaccaro. Al ecc…ecc…”. Sui saggi o porzioni di pavimento conservati nelle collezioni del Museo Palizzi di Napoli conviene leggere ciò che scriveva il Gaetano Filangieri. Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, vol. II, parlando della chiesa di S. Pietro a Maiella, a p. 340, postillava che: “Il pavimento invetriato della cappella Brancaccio a S. Angelo a Nido, è appena un anno, che ivi non più vedesi, avendolo il patrono di essa cappella signor Gerardo Brancaccio Principe di Russano, cambiato con altro in marmo. Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico-Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti si da detta chiesa di S. Angelo a Nido, che dall’antico monastero di Donnareggina – (Vedi ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli- Napoli, 1873, p. 54).”. Qualcosa in più sul frammento di pavimentazione pubblicato dal Donatone (…)(quello di fig. 1, ovvero l’immagine della didascalia 232)) conservato nel Museo Artistico Industriale di Napoli è detto nella guida del ‘Il Museo Artistico Industriale di Napoli‘, pubblicata nel 1998 da Luciana Arbace (…), a p. 37 è stata pubblicata l’immagine di uno dei pavimenti o frammenti di essi che sono esposti e conservati al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli. Riguardo la tipologia di questo tipo di maioliche d’epoca aragonese eseguite a Napoli o altrove (ma non certo a Faenza come voleva il Tesorone e come ha dimostrato il Rebuffat), l’Arbace (…), nella sua guida citata a p. 34, nel suo capitolo “I pavimenti maiolicati a Napoli” ha scritto in proposito che: “Sull’esempio delle mattonelle ordinate da Alfonso il Magnanimo al più celebre maestro di Manises, Johan Al Murcì, per i castelli di Napoli e Gaeta, a partire dalla metà del Quattrocento numerose chiese e palazzi napoletani vennero pavimentati con la maiolica. Dei diversi schemi tipici delle produzioni valenzane, venne preferito quello adottato per le sale di Castel Nuovo, che prevede la scansione regolare di piastrelle di forma esagonale intorno a un quadrello (tozzetto). Caratterizzate da decorazioni serrate (animali, ritratti, temi vegetali e floreali, iscrizioni, insegne araldiche), che attingono al repertorio tardo-medioevale o altra tradizione araba, le più antiche mattonelle provengono dalla Cappella Caracciolo del Sole nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, databili dopo il 1456 e dipinte con prevalenza di blu cobalto come i prototipi iberici ai quali si ispirano (3M 785-814; 963-973). Una tavolozza più ampia – con giallo ocra, l’ocra, il verde ramina, assieme al bruno di manganese e all’azzurro – e sensibili aperture in direzione rinascimentale, distinguono le piastrelle della Cappella Brancaccio in Sant’Angelo a Nilo (3M 676-696) e quella dei Crocefissi nella chiesa di San Pietro a Majella (3M 647-669), in cui compaiono animali e figure restituiti con maggiore naturalismo. Oltre ad avanzi di pavimento un tempo nei monasteri di San Lorenzo (con lo stemma della famiglia Poderico), 3M 718-737), Santa Maria Donnareggina ecc…”. Dunque, l’Arbace (…) in proposito del nostro pavimento pubblicato dal Donatone (v. didascalia 232)) e in S. Pietro a Majella, scriveva che esso aveva una varietà di colori con giallo ocra, l’ocra, il verde ramina, assieme al bruno di manganese e all’azzurro – e sensibili aperture in direzione rinascimentale, che il Rebuffat (fece analizzare), si distinguono le “piastrelle” (maiolicate) nella cappella quella dei Crocefissi nella chiesa di San Pietro a Majella (3M 647-669). I numeri rappresentano la collocazione del pannello illustrato in Fig. 1 e didascalia 232) pubblicato dal Donatone che fa parte delle collezioni del Museo Artistico Industriale di Napoli. Sauro Celichi (…), nel 1988, nel suo studio ‘La maiolica italiana della prima metà del XV secolo. La produzione in Emilia-Romagna e i problemi della cronologia, “Archeologia Medievale”, XV, 1988, pp. 65-104, in proposito ai pavimenti napoletani scriveva che: “Secondo Whitehouse precocità di attestazione avrebbe avuto invece la famiglia “gotico-floreale” retrodatata al 1425 ca., anticipandone la cronologia quindi di circa un trentennio. A supporto di tale ipotesi egli utilizzava principalmente i dati provenienti dai pozzi di Tuscania e, in subordine, le cronologie di alcuni pavimenti napoletani. I pavimenti napoletani sono quello della Cappella Brancaccio di Sant’Angelo al Nido (oggi distrutto) e quello della Cappella di San Giovanni a Carbonara, datati il primo intorno al 1428 e il secondo al 1427 o 1432 (Whitehouse, 1972, p. 230; IDEM, 1975, pp. 15-17). Questa cronologia si basa sulla convinzione che i pavimenti siano stati messi in opera al momento della costruzione o, nel caso di quello di San Giovanni a Carbonara, al momento della morte di Giovanni Caracciolo, qui sepolto, come è concorde opinione degli studiosi a partire dal Filangieri (FILANGIERI Dl CANDIDA, 1915, pp. 33-45, tavv. V-VIII;  napoletana vd. anche REBUFFAT, 1917, pp. 67-70). I pavimenti napoletani documentano motivi appartenenti alla famiglia “gotico-floreale” in forma primitiva (Whitehouse, 1975, p. 17).”. Dunque, il Celichi (…), riguardo i pavimenti napoletani citava lo studioso Whitehouse (…), Filangieri di Candida (…) e Orazio Rebuffat (…). Per il Whitehouse il Celichi, nelle sue note si riferiva al testo di WHITEHOUSE D., 1972, The Medieval and Renaissance Pottery, in J. WARD PERKINS et alii, Excavations and Survey at Tuscania, 1972. A preliminary report, “Papers of the British School at Rome”, XL (1972), pp 209-235 e pure WHITEHOUSE D., 1975, Tuscania e la maiolica italiana del XV secolo, in Atti dell’VIII Convegno Internazionale della Ceramica, Albisola, 1975, pp. 11-30. Riguardo invece il Filangieri di Candida (…), il Celichi si riferisce a Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga, ed al suo saggio del 1915,   Per il pavimento della Cappella di Ser Gianni Caracciolo ? Chiesa di S. Giovanni Carbonara in Napoli, “Faenza”, III (1915), pp. 33-45. Riguardo poi Rebuffato O., il Celichi si riferisce a Orazio Rebuffat (…) ed al suo saggio del 1917, I pavimenti maiolicati del quindicesimo secolo esistenti nelle chiese di Napoli, “Faenza”, V (1917), pp. 67-70. Del saggio di Orazio Rebuffat, che posseggo, ho già detto mentre riguardo al saggio di Riccardo Filangieri di Candita Gonzaga, egli si interessò al pavimento della cappella detta “di Ser Gianni Caracciolo” perché questo pavimento si trovava all’interno della cappella Caracciolo nella chiesa di San Giovanni a Carbonara. Anche questo pavimento forse databile verso la fine del ‘300, di sicura fattura napoletana presenta diverse analogie con il pavimento nella cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella.

L’origine del pavimento che si trova nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella e degli avanzi montati su un pannello conservato ed esposto nel Museo Filippo Palizzi di Napoli

Il pavimento in questione, come vediamo, si trova nella chiesa di San Pietro a Majella a Napoli mentre, il frammento di pavimento pubblicato dal Donatone nella fig. 232 è un pannello conservato ed esposto al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” che oggi è annesso all’ex Istituto d’Arte Statale di Napoli. E’ solo rimandando alla didascalia della fig. 232) ed al testo di Donatone che si riesce a sapere qualcosa in più di questo pavimento. Il Donatone non dice nulla di questo “Dimera de Sapri”. Il Donatone nella sua didascalia 232) postillava che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque, il Donatone, nella sua didascalia all’immagine 232) postillava che l’immagine (vedi fig. 1) è un “avanzo del pavimento” che “un tempo era nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella” e che oggi si trova conservato a Napoli presso “l’Istituto Statale d’Arte”. Il Donatone, quando scrive “Istituto Statale d’Arte” si riferisce al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” annesso all’attuale Liceo Coreutico “Boccioni-Palizzi” di Napoli. Riguardo la raccolta di frammenti di pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese conservati ed esposti nel Museo Artistico-Industriale ‘Filippo Palizzi’ di Napoli, ed in particolare all’immagine della didascalia 232) in Donatone, che riguarda il pavimento in questione, ho cercato nelle pubblicazioni a stampa dei cataloghi fino a questo momento realizzati ma pare che non ve ne siano tranne che nel Donatone. Infatti, anche Edoardo Alamaro (…), che nel 1984 curò la pubblicazione a stampa del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, a riguardo questo argomento, nella sua nota (98) a p. 29 scriveva che: “L’ordinamento di questo settore del Museo napoletano è in fase di attuazione e, nell’ambito del gruppo operativo, è a cura del sottoscritto la ricerca delle fonti archivistiche e la ricostruzione storica di questo importante settore roduttivo. Ricordiamo in tal senso il recente, prezioso contributo di Guido Donatone, ‘Pavimenti e rivestimenti maiolicati in Campania, Napoli, 1982, il quale ha lanciato l’idea dell’istituzione nella città partenopea di un ‘Museo della riggiola’ (ivi, p. 63), il cui nucleo storico iniziale potrebbe coincidere con la Raccolta già esistente nel nostro Museo. E’ fondamentale in questa prospettiva l’attività scientifica, ricontrabile in numerosi saggi apparsi su “Napoli nobilissima” (vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982) di Gennaro Borrelli.”. In seguito parlerò di questo Museo voluto da Gaetano Filangieri. Dunque, secondo Guido Donatone, questo pavimento, quello illustrato in figg. 1-2 dove leggiamo la scritta “Dimera de Sapri” è un “avanzo del pavimento” che si trova nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. Rileggendo il saggio di Gustavo Ceci (…) ‘La chiesa ed il convento di S. Caterina a Formello‘ che, a pag. 39 in proposito ad un altro pavimento di cui pubblicava la foto scriveva che: “Ne pubblichiamo il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli (I)” e, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Esemplari di mattonelle, tolte da diverse chiese napoletane si conservano tra le collezioni del Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone, in occasione del Concorso per i pavimenti delle Sale Borgia al Vaticano. E’ noto che quel concorso fu vinto dal Museo Industriale di Napoli.”. Dunque, secondo quanto scriveva Giuseppe Ceci (…), l’esemplare pubblicato dal Donatone (…) (vedi fig. 1) che, si trova al Museo Artistico Industriale di Napoli, potrebbe essere uno dei frammenti di pavimento “tolto da diverse chiese napoletane” oppure potrebbe essere un pannello di frammento di pavimento che il “Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone ecc…”. Il Ceci dice: “il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli”. Certo è che il disegno o cromolitografia pubblicata dal Donatone riguarda un frammento del pavimento originale proveniente dalla cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella a Napoli. Questo illustrato nell’immagine in basso non è il pavimento in questione ma si tratta di un pavimento molto simile. Luciana Arbace (…), nel 1998, nel catalogo del Museo: ‘Il Museo Artistico Industriale di Napoli‘, (Guida artistica Electa), a p. 37 pubblicava questo pannello e scriveva che: “Mattonelle con l’arma Brancaccio e temi figurati ‘Fabbriche napoletane, II metà secolo XV (attr. a) maiolica 20×10; 10×10 Prov: del perduto pavimento della chiesa di Sant’Angelo a Nilo. Inv. 676-696.”. In questo caso l’Arbace, a p. 37 scriveva: “del perduto pavimento”.

(Fig. 3) Arbace Luciana (…), (tratta da), pannello con frammento di pavimento della cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido, oggi perduto. Il pannello con gli avanzi del pavimento è conservato ed esposto nel Museo ‘Palizzi’ a Napoli. Il frammento è molto simile al pannello pubblicato da Guido Donatone (fig. 1) dove si legge “Dimera de Sapri”.

Dunque, l’Arbace (…), le chiamava “le piastrelle”. Sempre l’Arbace, riguardo il Museo di Napoli a p. 34 in proposito scriveva che: “Ulteriori pannelli riuniscono esemplari appartenuti a due diverse cappelle, ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Arbace parla di “pannelli”. Infatti il pavimento pubblicato dal Donatone sembra proprio un pannello simile a quello pubblicato dall’Arbace in alto. Il Donatone nel suo saggio, a p. 622 nella sua nota (74) cita il Rebuffat: “(71) Rebuffat O., I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli, in “Atti Ist. Incor. di Napoli, ivi, 1915, pp. 3-5 e si veda pure nota (74) op. cit., p. 5; Id., in “Faenza”, 1917, fasc. III-IV.”. Un altro che ci parla del pavimento nella cappella del SS. Crocifisso in San Pietro a Majella è Orazio Rebuffat (…). Nella ‘Guida d’Italia – Napoli e dintorni‘ del Touring Club d’Italia (…), alla voce chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’, a p. 193, in proposito è scritto che: “Transetto sinistro: nella 1° cappella a sx del presbiterio (L), *pavimento a mattonelle maiolicate (“azulejos”), di un tipo frequente nella Napoli aragonese ma oggi assai raro; ecc…”. Orazio Rebuffat (…), nel 1916, fece eseguire dei saggi e indagini chimiche sui detti pavimenti che pubblicò nel suo ‘I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli‘ (…). Il Rebuffat, a p. 67, in proposito scriveva che: “Ho avuto dalla cortesia del dott. Ballardini alcune schegge di terracotta tolte ai pavimenti maiolicati faentini del XV e XVI secolo e dalla cortesia non meno grande del Prof. Stefano Farneti, conservatore delle collezioni del Real Museo artistico Industriale di Napoli, una serie completa di schegge di terracotta tolte dai campioni degl’insigni pavimenti sopra mentovati che nel museo stesso si conservano. I risultati analitici ottenuti conducono a conclusioni interessantissime ecc…”. Dunque, questo interessante passaggio del Rebuffat che ebbe dal direttore del Museo dell’epoca, prof. Stefano Farneti, alcuni frammenti delle porzioni di pavimento ivi conservate, per poi in seguito farle analizzarne la loro effettiva composizione chimica e confrontarla con altre realizzate ad esempio a Faenza, ci fanno ritenere dunque che i frammenti dei pavimenti maiolicati conservati ed esposti nel Museo Artistico Industriale di Napoli siano esemplari effettivamente autentici e non copie di saggi. Le stesse, all’epoca dell’allestimento della mostra per il pavimento delle Sale Borgia in Vaticano furono si fatte sistemare dal Palizzi ma utilizzando frammenti originali. Riguardo il probabile esecutore dell’opera in questione, un certo “Dimera de Sapri” (nome che viene dipinto su una delle piastrelle maiolicate del pavimento raffigurato in Figg. 1-2), indagando ed approfondendo la ricerca ulteriormente ho trovato che il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”. La notizia citata dal Donatone fu tratta da Gaetano Filangieri principe di Satriano (…), che a sua volta, alcune notizie le aveva tratte dal D’Engenio (…) e De Lellis (…), come ad esempio la notizia secondo cui la cappella in origine era della famiglia “Campanile” e che sempre in origine era detta “Cappella del SS. Crocifisso” nella Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli. Il Filangieri a pp. 340-341 del vol. II dell’opera citata ci parla e descrive la cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella e cita pure il nostro “DIMERA DE SAPRI”. Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 340, parlando proprio dei “quadrelli” del pavimento in questione nella Cappella del SS. Crocifisso (come la chiamava il De Lellis (…)), in proposito scriveva che: Questa Cappella con volta a crociera modificata dagli stucchi sui modi del XVII e XVIII secolo, serba ben poco dell’antico stile in quanto all’apparente sua struttura. Il solo suo finestrone nella parete di fronte, a sesto acuto, dà un indizio delle sue forme primitive. Non così per l’impiantito, il quale è uno dei tanti preziosi lavori di terra invetriata napoletana, che adornano i nostri monumenti. I quadrelli che la compongono dimostrano allo smalto stannifero della loro invetriatura, essere senza dubbio lavoro dei principii del XV secolo, se pure non sono di anteriore epoca; poichè le fogge ed acconciature del capo delle figure che si vedono, appartengono appunto allo scorcio del XIV ed al principio del XV secolo. Il che spiega la ragione del loro carattere decorativo, che ha dell’orientale, stante la non ancora cessata influenza, in quel tempo dell’arte siculo-moresca su tal fatta di prodotti ceramici delle provincie meridionali. Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI. Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla ecc…”.

(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. II, p. 340

Nel 1994, a Napoli vennero pubblicate una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), pubblica due immagini che illustrano lo stesso pavimento in questione, le due figg. 34 e 37 e parla della chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’. Il Boccia a p. 395 nelle due note 34 e 37 postillava che: “(34 e 37) San Pietro a Maiella, Cappella del SS. Crocifisso, manifattura napoletana della seconda metà del secolo XV, pavimento.”, le due didascalie delle due foto che illustrano il pavimento in questione fotografate in posizioni e porzioni diverse e dove, forse a causa dell’angolatura di ripresa, non si vede la scritta in questione “Dimera di Sapri” (suo probabile esecutore) e non si vedono le due lapidi marmoree come quelle illustrate nell’immagine di fig. 4. A pp. 399-400, in proposito è scritto che: “La prima cappella a sinistra del presbiterio è invece famosa per il prezioso pavimento maiolicato. Le mattonelle, che rivestono il pavimento, sono di manifattura napoletana della seconda metà del Quattrocento e compongono serie di ottagoni intrecciati costituiti da un tozzetto quadrato centrale e da quattro esagonette allungate, ciascuna a cellula decorativa indipendente. Raffigurano stemmi araldici, uccelli e animali vari e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano. Nelle pareti laterali sono infissi i monumenti funebri di Valentino e Domenico Petra, opera dello scultore Lorenzo Vaccaro, attivo nella seconda metà del secolo XVII.”. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Gaetano Filangieri (…), in proposito a p. 47 scriveva che: “Quadrelli smaltati importantissimi e lavori in terra cotta, condotti con una gentilezza di contorni ed un’armonia di tinte, ne troviamo ancora, nonostante le rovine e l’abbandono nel quale quest’opere d’arte furono lasciate da chi aveva il dovere di far custodire i ricordi della più importante tra le patrie industrie. E così importantissimi i quadroni smaltati che veggonsi negli impiantiti del XVI secolo: quelli della chiesa di S. Pietro a Maiella, nella cappella dei ‘Staibano’ ed in quella degli ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’; quelli della cappella di S. Giovanni Battista, detta del ‘Pontano’ alla Pietra Santa, quelli della chiesa di S. Giovannello alla Sapienza; e così gli altri di due cappelle nella chiesa di S. Lorenzo, ed a S. Giovanni a Carbonara nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’. “In molti di tali quadrelli, oltre agli stemmi ripetuti di sovente, vi sono pure rappresentanze di fiori, di frutta, di uccelli, ed assai belle ornature, ognora a colori vivacissimi, e di disegno franco e spedito”. Dunque, il Mosca chiamava la nostra cappella, quella che è la prima a sinistra del presbiterio: ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’, la prima cappella presbiteriale a sinistra. Sempre il Mosca (…) a pp. 52-53 in proposito alla chiesa di S. Pietro a Maiella scriveva che: “Filangieri nei suoi studi importantissimi per la storia delle arti in Napoli ci fa conoscere un importante documento riguardante la pavimentazione in ‘reggiole’ della cappella di S. Pietro e Celestino nella chiesa di S. Pietro a Maiella ecc…”. La cappella del Celestino è la prima cappella a sx entrando nella chiesa. Si tratta di un documento del 1685, un atto stipulato per lavori da svolgere per la costruzione di un pavimento che oggi non esiste perche poi in seguito fu sostituito. Il Mosca in proposito nella sua nota (45) postillava che: “(45) Filangieri, ‘Il Museo Industriale.”, riferendosi al testo di Gaetano Filangieri (…), sul Museo Artistico Industriale di Napoli. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldiche, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Dunque, il Donatone, illustrando con la Tav. 5 illustrando il pavimento che si trova nella cappella del SS. Corocifisso, ora Petra (ex cappella Campanile), afferma che le decorazioni illustrate nelle piastrelle di questo pavimento (vedi Fig. 5), sono attribuibili “dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Il Donatone, dunque, dimentica il “Dimera de Sapri”, la scritta citata da Gaetano Filangieri e attribuisce questi pavimenti alla mano di un maestro che egli chiama convenzionalmente “Maestro della Cappella Brancaccio”.

La ‘Cappella del SS. Crocifisso’ nella chiesa di San Pietro a Majella, un tempo della famiglia Campanile oggi detta cappella Petra e gli stemmi araldici delle due famiglie Campanile e Cicinello

Carlo De Lellis (…), nel 1654, nella sua ‘Aggiunta alla Napoli sacra del d’Engenio‘, tomo I, ed. ……., Napoli, 1654; si veda pure la ristampa a cura di Francesco Aceto, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1977, pp. 267 e s., a p. 53 e s. (vedi p. 267) parla di “SS. Caterina e Pietro a Maiella” e a p. 53 (vedi p. 280) parla della “La prima Cappella al lato destro (20) dell’Altar Maggiore, dedicata a Santissimo Crocefisso, che in essa si vede in legno antico di rilievo (21) è della famiglia Campanile, di quel Gio. Girolamo napolitano, Giureconsulto, vescovo già di Lacedonia e poi d’Isernia, il qual, morto in Napoli nel 1626, fu sepolto in questa Cappella, come viene affirmato dall’Abbate D. Ferdinando Ughelli nella sua Italia Sacra di esso trattando tra i Vescovi d’Isernia. La seconda cappella dedicata ……è ecc…”. L’opera di De Lellis (…), rimaneggiava la precedente opera letteraria di Cesare d’Engenio Caracciolo Cesare (…), e la sua ‘Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo‘, Napoli, 1623. Il De Lellis (…), citava l’abate Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia sacra”. Infatti, l’opera del De Lellis (…) integrava il testo del d’Engenio (…), composta anni prima nel 1623. Il d’Engenio (…), nella sua “Napoli sacra” parlava di “S. Pietro a Maiella” da p. 73 e s.. Il d’Engenio cita alcune iscrizioni lapidee poste a terra. L’Aceto (…), curando l’opera di De Lellis, a p. 53 e s. (vedi p. 280) nella sua nota (20) postillava che: “(20) A sinistra, per chi entra”. L’Aceto (…), nella cura dell’opera di De Lellis (…), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Il crocifisso è ora sistemato nel braccio destro del transetto”. Secondo il Rebuffat (…), a cui faceva riferimento lo studioso napoletano (Donatone), il pavimento illustrato nella fig. 232 (vedi fig. 1) è un pavimento da assegnarsi alla fine del secolo XIV e si trovava, “un tempo”, all’interno della “cappella del Crocifisso” all’interno della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. La “Cappella del Crocefisso” in precedenza era detta cappella della famiglia “Campanili” (come scrive il Donatone) e poi famiglia “Petra”. Infatti, su wikipedia leggiamo che: “La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso.”. Il monastero di San Pietro a Maiella è coevo alla chiesa e adiacente alla stessa ed è situato in via Tribunali a Napoli. L’uso dell’edificio da parte dei padri celestini cessò di funzionare nel 1799 e dal 1826 al suo interno ha trovato sede il Conservatorio di San Pietro a Majella, nato dalla fusione di altri quattro conservatori storici della città: quello di Santa Maria di Loreto, della Pietà dei Turchini, di Sant’Onofrio a Porta Capuana e dei Poveri di Gesù Cristo. Nell’immagine sotto è illustrato il disegno dello sviluppo planimetrico in pianta della chiesa di S. Pietro a Maiella come oggi appare e con la descrizione degli ambienti:

(Fig. 3) Chiesa di S. Pietro a Majella – sviluppo planimetrico in pianta

L’interno è a tre navate, con nove cappelle laterali, più quattro ai lati del presbiterio e dal transetto. Sono presenti monumenti funebri di Pipino di Barletta, architetto della chiesa. I cappella a sinistra dell’abside (Cappella Petra) dedicata alla famiglia Petra, la cappella ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro. Oltre al pavimento maiolicato, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco raffigurante la Madonna del Soccorso. Come si può vedere dall’immagine sopra, la Cappella Petra è la n. 10: “n. 10 – Cappella Petra (I cappella presbiteriale sx)”. Essa è una delle cappelle poste sul fondo direi absidale della chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli. L’immagine è tratta da wikipedia e sempre da wikipedia leggiamo che: La chiesa di San Pietro a Majella è una chiesa gotica di Napoli situata su Via dei Tribunali, nel centro antico della città. All’interno dell’omonimo complesso monasteriale ha sede dal 1826 il Conservatorio musicale di Napoli “San Pietro a Majella”, una delle più prestigiose scuole di musica in Italia. Seppur di impronta tipicamente gotica, soprattutto per quel che riguarda il campanile che risale all’originale architettura trecentesca, la chiesa fu invece interessata nel corso dei secoli da numerosi rimaneggiamenti che ne hanno alterato sia l’aspetto esterno che interno. I primi lavori si ebbero tra il 1319 e il 1341 con interventi che vennero decisi dal re Roberto d’Angiò e da Andrea di Ungheria. Altri radicali restauri si ebbero anche per tutta la seconda metà del Trecento e Quattrocento; i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.. Su wikipidia leggiamo pure che: La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso. Segue la seconda cappella a sinistra dell’abside, cappella Pipino, composta da un pavimento in mattonelle maiolicate, dal monumento funebre a Giovanni Pipino da Altamura, opera di Paolo Sulbana, e da affreschi alle pareti con Storie della Maddalena. Gli affreschi, attentamente studiati per la prima volta da Ferdinando Bologna (…) nel 1969, sono caratterizzati da un impianto di tendenza giottesco-masiana e rivelano la presenza di un artista aggiornato alla lezione plastica e coloristica del Giotto più tardo, cioè quello della basilica inferiore di San Francesco d’Assisi. L’autore degli affreschi è stato identificato da Bologna con l’anonimo Maestro di Giovanni Barrile attivo a Napoli nella cappella Barrile a San Lorenzo Maggiore. Il ciclo di affreschi potrebbe essere stato realizzato, secondo lo studioso, in una data precedente il 1356, anno della morte del possibile committente Giovanni Pipino d’Altamura. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1787, nel suo tomo III a p. ….parla dei Petra. La corte fu inglobata nel successivo ampliamento iniziato nel 1493 e terminato nel 1508. Tale ampliamento si era reso necessario quando l’altra comunità di Celestini esistente in Napoli aveva ceduto il suo convento di Santa caterina a formiello alle suore del monastero della Maddalena per trasferirsi presso i confratelli di San Pietro a maiella, formando con essi un’unica comunità. La chiesa fu prolungata con l’aggiunta di due cappelle per lato. Alla chiesa primitiva risale il bel pavimento quattrocentesco a mattonelle smaltate della prima cappella a sinistra del presbiterio che corrisponde alla cappella “Petra” (la n. 10). E’ interessante in proposito questo passaggio che riguarda la cappella “Petra” ex cappella “Campanile o Campanili”, ovvero che: i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.. Dunque, da questo passaggio desumiamo due notizie che potrebbero dare ulteriori dettagli alla notizia del pavimento del “Dimera di Sapri”. Il saggio dice che a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione dell’intero impianto della chiesa di S. Pietro a Maiella, avvenuti tra il 1319 e il 1341, alla fine del secolo XIV, …………….con la chiesa di S. Caterina a Formiello, quasi adiacente al complesso della chiesa e inoltre al fatto che in seguito, a seguito dei lavori di ampliamento avvenuti tra il 1493 e il 1508, voluti dal duca di Calabria, il re Federico I di Napoli, figlio di Alfonso II d’Aragona, che era stato più volte a Policastro e che conosceva bene la nostra zona. La radicale ristrutturazione della chiesa di San Pietro a Majella riguardò la facciata – che fu spostata in avanti rispetto al campanile – e l’interno, che subì una radicale modifica in stile barocco. I successivi restauri – in particolare quelli di inizio ‘900 – riportarono l’edificio religioso indietro di qualche secolo, donandogli nuovamente l’originario aspetto gotico. In wikipedia leggiamo che la “cappella del Crocifisso” doveva essere una delle cappelle presbiteriali appartenute alla famiglia “Campanili” (in origine) e poi in seguito alla famiglia “Petra”. Il Donatone cita la cappella della famiglia “Campanili” (non Campanile) come trovaimo in un blog della rete. Sulla nobile famiglia napoletana dei Campanile ho trovato scritto sul blog delle famiglie nobili napoletane http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm, che parla della famiglia nobile napoletana “Campanile” che aveva una cappella all’interno della chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli è scritto che: “Sotto la dominazione degli Aragonesi di Napoli, un altro ramo di questa famiglia, e precisamente quella di Domenico Campitelli si trasferì da Tramonti nella Capitale, dove i suoi figli Gregorio, Venceslao e Gallieno, conquistata la benevolenza del sovrano ne ottennero cariche e onoreficenze.”. Sempre sul blog citato, nella didascalia posta sotto l’immagine del pavimento in questione, illustrato nella fig. 2, leggiamo che: “Napoli – pavimento del XV secolo con le insegne della famiglia Campanile. Gli stemmi araldici si rinvengono anche negli antichi pavimenti, sapientemente dipinti da valenti artigiani sulle riggiole di fattura napoletana.”. L’Aceto (…), nel curare l’opera del De Lellis citava Giovanni Girolamo Campanile ivi sepolto, Giuseconsulto e Vescovo di Lacedonia e d’Isernia come scriveva l’Ughelli. Napoletano, addottorato in utroque iure, fu nominato nel 1608 vescovo di Lacedonia e nel 1625 vescovo di Isernia. Fu ministro del Sant’Uffizio del Regno di Napoli dal 1621 fino alla morte, avvenuta nel 1626. Ma il pavimento d’epoca Aragonese o fine secolo XIV, doveva essere stato commisionato da un componente di un altro ramo della famiglia Campanile. Su un blog sulla nobiltà napoletana e della famiglia Campanile leggiamo che “Sotto la dominazione degli Aragonesi di Napoli, un altro ramo di questa famiglia, e precisamente quello di Domenico Campitelli  si trasferì da Tramonti nella Capitale, dove i suoi figli Gregorio, Venceslao e Gallieno, conquistata la benevolenza del sovrano ne ottennero cariche e onorificenze.“. Un ceppo dei Campanile si trapiantò in Baronissi, paese in Principato Citra; nella frazione di Sava (Baronissi) c’era un luogo chiamato Casa Campanile, e qui vi è la cappella gentilizia della famiglia Campanile, che ha come stemma un campanile d’argento a tre piani, con calotta semisferica sormontata dalla croce e da una bandierina triangolare a due punte, rivolte verso destra. In Baronissi, nella Chiesa del Convento della SS. Trinità il secondo altare a sinistra del transetto era di juspatronato della famiglia Campanile. Nella stessa chiesa fu sepolto Giovanni Geronimo Campanile (†Isernia, 26 giugno 1626), dottore in utroque, cioè in due discipline canoniche, nominato nel 1608 Vescovo di Lacedonia, feudo in provincia di Avellino, appartenuto ai Pappacoda e poi da 1584 ai Doria; nel 1613 nella cattedrale di Lacedonia emanò l’editto di indizione di un nuovo sinodo. Nel 1626 fu destinato alla diocesi di Isernia ove rese l’anima a Dio. Come possiamo vedere nel pannello illustrato nella Fig. 3, che illustra il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, questo pannello è composto da diversi “tozzetti” i quali sono a sua volta composti da diverse piastrelle invetriate. In questo pannello tutti i tozzetti contengono delle piastrelle dove ricorrono spesso due diversi ma accostati e ricorrenti stemmi araldici delle due famiglie dei Cicinello e dei Campanile. La piastrella raffigurante una colomba rappresenta lo stemma araldico della famiglia Cicinello come spiega il Donatone del suo ……………….., mentre quello, pure molto ricorrente sia nel pannello di Fig. 3 e del pavimento ricomposto in S. Pietro a Majella del “campanile” è lo stemma araldico della famiglia Campanile, nobili napoletani. Arma:di rosso al cigno fermo d’argento, lo scudo con bordatura dentata d’oro. L’antica  famiglia Cicinello, Ciciniello,  Cicinella  o Cicinelli, originaria di Napoli, ascritta al Seggio di Montagna, fu illustrissima sia nelle armi che nelle lettere. Lo stemma dei Cicinello ricorre spesso nei due pavimenti napoletani di cui mi occupo in questo mio saggio. Oltre allo stemma dei Campanile ricorre spesso lo stemma dei Cicinello, la colomba o uccello bianco con un messaggio sul becco. In proposito a questo stemma familiare, Guido Donatone nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, nella didascalia alla Tav. 90 postilla che: “Tav. 90, …..i, piastrelle con tema animalistico, con lo stemma dei Poderico, ….., infine lo stemma dei Cicinello e proveniente dalla chiesa di S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane della seconda metà del secolo XV. Napoli, Museo Istituto d’Arte F. Palizzi”. Giuseppe Ceci (…), nel suo saggio “La chiesa e il convento di S. Caterina a Formello (I)”, che stà in Napoli Nobilissima, vol. …….., a p. 39, dopo aver parlato di alcuni pavimenti maiolicati di pregio e di bella fattura che si trovano in due cappelle della chiesa, a p. 39, in proposito scriveva che: “Rimane ancora oscura l’origine di questi pavimenti a smalti. Uscirono da officine napoletane, come credè il Filangieri di Satriano (I) ecc..”. Il Ceci (…) a p. 39 nella sua nota (I) postillava che: “(I) Filangieri di Satriano, Il museo artistico Industriale e le scuole-officine, Giannini, Napoli, 1881, p. 77, La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70; Conf. Bertaux, Santa maria di Donna Regina, p. 149.”. Dunque il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”.

Le origini dei pavimenti maiolicati napoletani ed il manoscritto di Joampiero Leostello pubblicato da Gaetano Filangieri sui viaggi di Alfonso II d’Aragona

Sappiamo che il Duca di Calabria fece ristrutturare la chiesa di S. Pietro a Majella. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.. Riguardo sempre il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del L., si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il Leostello ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il Leostello doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfondo d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si trata di Alfonso d’Aragona ? E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle Effereidi del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa.

La cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella

Nella “Napoli Sacra” di Cesare d’Engenio Caracciolo (…), del 16…., a p. 75 si parla della chiesa di S. Pietro a Maiella e a p. 77 egli descrive le lapidi e iscrizioni nelle diverse cappelle. Come possiamo leggere il d’Engenio a cui si rifà spesso il De Lellis (…), riporta l’iscrizione nella cappella oggi Petra dove si legge “Domenico Giovanni de Diano, miles Regji, & Ducalis hospicji Magistri Rationalis qui obijt Anno Domini 1328, die 22, Novemb. 12 Inditionis.”, l’epitaffio di ……………………che morì nel 1328.

Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 234, nella premessa postillava la bibliografia:

Il Filangieri (…), nella sua opera citata, a p. 328, in proposito scriveva parlava della “Cappella del SS. Crocifisso”, ora “cappella Petra” interna alla chiesa di S. Pietro a Maiella e che è la n. 10 come illustrato nella fig. 3.

(Fig…) Filangieri G., op. cit., vol. II, p. 339

Nel ‘400, Dimera de Sapri’, il probabile esecutore del pavimento maiolicato in S. Pietro a Majella

Riguardo il probabile esecutore dell’opera in questione, un certo “Dimera de Sapri” (nome che si vede dipinto su una delle piastrelle maiolicate del pavimento raffigurato in Figg. 1-2), indagando ed approfondendo ulteriormente ho trovato che il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”. La notizia citata dal Donatone fu tratta da Gaetano Filangieri principe di Satriano (…), che a sua volta, alcune notizie le aveva tratte dal D’Engenio (…) e De Lellis (…), come ad esempio la notizia secondo cui la cappella in origine era della famiglia “Campanile” e che sempre in origine era detta “Cappella del SS. Crocifisso”. Il Filangieri a p. 340 del vol. II dell’opera citata ci parla e descrive la cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella e cita pure il nostro “DIMERA DE SAPRI” :

(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. II, pp. 340-341, descrive la “Cappella del SS. Crocifisso”

Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 340, parlando proprio dei “quadrelli” del pavimento in questione nella Cappella del SS. Crocifisso (come la chiamava il De Lellis (…)), in proposito scriveva che: Questa Cappella con volta a crociera modificata dagli stucchi sui modi del XVII e XVIII secolo, serba ben poco dell’antico stile in quanto all’apparente sua struttura. Il solo suo finestrone nella parete di fronte, a sesto acuto, dà un indizio delle sue forme primitive. Non così per l’impiantito, il quale è uno dei tanti preziosi lavori di terra invetriata napoletana, che adornano i nostri monumenti. I quadrelli che la compongono dimostrano allo smalto stannifero della loro invetriatura, essere senza dubbio lavoro dei principii del XV secolo, se pure non sono di anteriore epoca; poichè le fogge ed acconciature del capo delle figure che si vedono, appartengono appunto allo scorcio del XIV ed al principio del XV secolo. Il che spiega la ragione del loro carattere decorativo, che ha dell’orientale, stante la non ancora cessata influenza, in quel tempo dell’arte siculo-moresca su tal fatta di prodotti ceramici delle provincie meridionali. Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI.”. Dunque, per essser precisi, pare che il primo ad essersi accorto del “Dimera di Sapri” fosse proprio Gaetano Filangieri. Riguardo questi frammenti e pannelli esposti e conservati al Museoo ‘Palizzi’ di Napoli, il Ceci (…), nella sua nota (I) a p. 39 in proposito postillava che: “(I) Esemplari di mattonelle, tolte da diverse chiese napoletane si conservano tra le collezioni del Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone, in occasione del Concorso per i pavimenti delle Sale Borgia al Vaticano. E’ noto che quel concorso fu vinto dal Museo Industriale di Napoli.”. Dunque, secondo quanto scriveva Giuseppe Ceci (…), l’esemplare pubblicato dal Donatone (…) (vedi fig. 1) che, si trova al Museo Artistico Industriale di Napoli, potrebbe essere uno dei frammenti di pavimento “tolto da diverse chiese napoletane” oppure potrebbe essere un pannello di frammento di pavimento che il “Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone ecc…”. Il Ceci dice: “il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli”. Certo è che il disegno o cromolitografia pubblicata dal Donatone riguarda un frammento del pavimento originale proveniente dalla cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella a Napoli.

La cappella della famiglia ‘Staibano’ nella chiesa di San Pietro a Majella a Napoli

Nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli, oltre al pavimento che abbiamo visto illustrato nella figg. 4-5, presente nella ex Cappella Campanile oggi cappella Petra, vi era un’altra cappella dove vi era un altro pavimento oggi scomparso e di cui si conserva solo un frammento disposto su un pannello conservato e esposto nel Museo Palizzi di Napoli. Si tratta di un pavimento esistente nella cappella Staibano. Oggi un frammento di questo pavimento è conservato nel Museo Palizzi. Questo pavimento un tempo nella cappella Staibano è molto simile a quello illustrato in figg. 4-5 esistente ancora oggi nella ex cappella Campanile in S. Pietro a Majella. Guido Donatone (…), nel suo ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , lo cita nella didascalia della fig. 234, dove in proposito postillava che: “234) Pavimento della cappella Staibano nella chiesa di S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, chiesa omonima.”. La cappella ‘Staibano’ è quella che nell’impianto planimetrico di fig. 3 (tratta da wikipidia e dalla ‘Guida d’Italia’ del T.C.I.) è quella essere la n. 8. Infatti Carlo De Lellis (…), nel suo “Aggiunte alla Napoli Sacra del d’Engenio di Carlo De Lellis”, a cura di Francesco Aceto (…), ristampa del 1977, a p. 280, dopo aver parlato della cappella n. 10 (l’ex cappella Campanile), in proposito scriveva che: “La seconda Cappella dedicata….è della famiglia Staibano, Nobile della Città di Scala, della quale al presente vive Paolo, dignissimo Regio Consigliere, padre….., ove si leggono i seguenti epitaffi:…..ecc…”. Dunque, il d’Engenio e il De Lellis (…), la chiamano cappella “Staibano”, perchè in questa cappella vi è una lapide marmorea con epitaffio dedicato ad un componente della famiglia Staibano, nobili napoletani. Nella Guida del T.C.I., a p. 194 leggiamo che la cappella in questione è la n. 8, ovvero la cappella N dell’impianto planimetrico e a riguardo è scritto: “Nella 2° (N), alle pareti, storie della Maddalena del Primo maestro della Bible moralisée e aiuto (sec. XIV). Segue nella parete di fondo, ‘la tomba di Giovanni Pipino da Barletta (m. 1316), fondatore della chiesa, distintosi nella distruzione della colonna saracena di Lucera (1300). ecc..”. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ecc…Segue la seconda cappella a sinistra dell’abside, cappella Pipino, composta da un pavimento in mattonelle maiolicate, dal monumento funebre a Giovanni Pipino da Altamura, opera di Paolo Salbana, e da affreschi alle pareti con Storie della Maddalena.[6] Gli affreschi, attentamente studiati per la prima volta da Ferdinando Bologna nel 1969, sono caratterizzati da un impianto di tendenza giottesco-masiana e rivelano la presenza di un artista aggiornato alla lezione plastica e coloristica del Giotto più tardo, cioè quello della basilica inferiore di San Francesco d’Assisi. L’autore degli affreschi è stato identificato da Bologna con l’anonimo Maestro di Giovanni Barrile attivo a Napoli nella cappella Barrile a San Lorenzo Maggiore. Il ciclo di affreschi potrebbe essere stato realizzato, secondo lo studioso, in una data precedente il 1356, anno della morte del possibile committente Giovanni Pipino da Altamura.”. Dunque, nello sviluppo planimetrico di fig. 3 la cappella ‘Staibano’ dovrebbe corrispondere alla cappella n. 8 – Cappella Pipino. I due pavimenti, sia quello che probabilmente, un frammento, si trova al museo Artistico-Industriale dell’Istituto d’Arte di Napoli e sia quello nella cappella Staibano, entrambi posti nelle due cappelle presbiteriali di S. Pietro a Maiella. Il Donatone (…), riguardo i due pavimenti, quello dell’immagine di fig. 232 e quello di fig. 234 dice per entrambi essere due pavimenti del secolo XV. E’ singolare però quando il Donatone dice che questo pavimento, quello dell’immagine di fig. 234 essere all’interno della cappella Staibano in S. Pietro a Maiella. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece il Donatone postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldice, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, ecc…“. Dunque, il Donatone, illustrando sempre lo stesso pavimento (vedi fig. 1 e fig. 5) nel primo caso, nella didascalia 234) dice essere un pavimento che si trova nella cappella Staibano e nell’altro caso dice che questo pavimento trovasi nella cappella del Crocifisso, sempre nella stessa chiesa di S. Pietro a Majella. In ogni caso sia del primo pavimento che del secondo, ovvero dei due pavimenti nelle due cappelle distinte, si trovano dei frammenti montati su dei pannelli che furono raccolti e conservati dal Filangieri nel Museo Palizzi di Napoli. In tutte e due i pavimenti, entrambi simili tra di loro, vi sono delle mattonelle o piastrelle che riportano lo stesso stemma, quello del ‘Campanile’ (che dovrebbe essere lo stemma della famiglia Campanile e lo stemma della famiglia Cicinello. Infatti, questo pavimento, come si può vedere, nell’immagine di fig. 234 ha alcune piastrelle su cui è dipinto l’immagine del ‘campanile’ che dovrebbe essere lo stemma della famiglia di cui era proprietaria la cappella in origine. Lo stesso stemma del campanile è dipinto su alcune piastrelle del nostro pavimento (in questione), quello della fig. 232, dove leggiamo pure “Dimera de Sapri”. Lo stesso stemma del ‘campanile’ lo troviamo sia nella fig. 1, pubblicata dal Donatone, sia sulla fig. 2 pubblicata da me e sia sulla fig. 234, pubblicata dal Donatone che dice essere nell’altra cappella presbiteriale ovvero dice lui nella cappella Staibano. Dunque, i pavimenti simili a quello della fig. 4-5 sono in due cappelle della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. Infatti, anche il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” dove ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese, a p. 47 scriveva che: “Quadrelli smaltati importantissimi e lavori in terra cotta, condotti con una gentilezza di contorni ed un’armonia di tinte, …….E così importantissimi i quadroni smaltati che veggonsi negli impiantiti del XVI secolo: quelli della chiesa di S. Pietro a Maiella, nella cappella dei ‘Staibano’ed in quella degli ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’;ecc…”. Per quanto riguarda questa cappella nella chiesa di S. Pietro a Maiella, nel 1994, a Napoli vennero pubblicate una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), a p. 400, in proposito scrive che: “La seconda cappella a sinistra del presbiterio, chiamata anche cappella Pipino, per il probabile committente della decorazione Giovanni Pipino da Barletta, conte d’Altamura e di Minervino (morto nel 1356, da non confondere con l’omonimo fondatore), si vedono ecc…ecc…Il monumento funebre di Paolo Staibano risale invece alla metà del Cinquecento, mentre le due lapidi infisse nella parete sinistra sono del Seicento. Sul pavimento sono visibili alcune mattonelle quattrocentesche, simili a quelle della prima cappella a sinistra del presbiterio.”. Dunque nelle due cappelle presbiteriali citate interne alla chiesa di S. Pietro a Maiella, vi sono due pavimenti maiolicati molto simili tra loro. Guardando l’impianto planimetrico della chiesa di S. Pietro a Maiella, si vede che le prime due cappelle presbiteriali a sinistra dell’altare maggiore sono la cappella Staibano oggi detta cappella Pipino e la cappella Campanile oggi detta Petra. In entrambe le cappelle si trovano due mirabili pavimenti maiolicati molto simili tra loro e d’epoca forse precedente al XV secolo. Per tentare una sia pur incerta datazione di questi due pavimenti, abbiamo visto che le due cappelle in questione forse appartenevano ad un altro edificio. Dalla Guida del T.C.I. sappiamo che la chiesa fu costruita alla fine del Duecento sul luogo dove sorgevano due monasteri femminili, uno intitolato a sant’Eufemia e l’altro a sant’Agata, su iniziativa di Giovanni Pipino da Barletta, conte palatino e maestro razionale della Curia, per volere del re Carlo II d’Angiò. La chiesa fu invece interessata nel corso dei secoli da numerosi rimaneggiamenti che ne hanno alterato sia l’aspetto esterno che interno. I primi lavori si ebbero tra il 1319 e il 1341 con interventi che vennero decisi dal re Roberto d’Angiò e da Andrea di Ungheria. Altri radicali restauri si ebbero anche per tutta la seconda metà del Trecento e Quattrocento; i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani. Ad oggi non esiste una guida organica sulla chiesa di S. Pietro a Maiella. Dunque, i due pavimenti oggi visibili nelle due cappelle, facevano parte di un antico impianto risalente alla costruzione angioina oppure furono ivi trasportati in occasione del trasferimento dalla chiesa di Santa Caterina a Formiello in seguito al trasferimento dei padri celestini ?. E se questa seconda ipotesi fosse vera si potrebbe dire che quindi questi due pavimenti molto simili tra loro esistenti oggi nelle due cappelle in S. Pietro a Maiella potrebbero provenire dalla chiesa molto più antica di S. Caterina a Formiello di cui abbiamo alcuni esemplari di pavimentazione maiolicata molto simile. Il Donatone, nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, pubblica dei particolari dei pavimenti nella Chiesa di S. Caterina a Formiello (vedi Tav. 51) del tutto diversi a quelli di cui tratto in questo mio saggio, ma nella Tav. 85 pubblica delle piastrelle dove si vedono dei motivi naturalistici e floreali molto simili ai due pavimenti in questione. Il Donatone postilla che: “Tav. 85, c) piastrelle con decorazioni araldiche dei d’Avalos e degli Acciapaccio, queste ultime provenienti dalla chiesa di S. Caterina a Formello. Fabbriche napoletane degli ultimi decenni del secolo XV e dei primi del XVI. Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte, Coll. De Ciccio.”.

L’interessante analogia con il pavimento della cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido a Napoli

Sempre riguardo questo pavimento, Gaetano Filangieri (….), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, a pp. 340 e 341 scriveva che: “Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative, a fronte di quelle degli impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla Sapienza, nonchè dei simili che sono in due cappelle a S. Lorenzo; a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di Ser Gianni Caracciolo, e nella cappella Caracciolo a S. Angelo a Nilo (I), ed infine nel pavimento della sacrestia addetta dei mansionarii nella Cattedrale di Capua, chiaramente appare come tutti questi lavori sieno prodotti di officine diretti da una stessa scuola, o da scuole affini.”. Dunque, il Filangieri a pp. 340-341 dopo aver parlato del pavimento con la scritta “Dimera de Sapri” mette questo pavimento tra quelli “…per la grande affinità” e, cita un pavimento simile e di cui, un frammento è conservato al Museo Artistico Industriale. Dunque, il Filangieri è il primo che segnala una certa affinità del pavimento maiolicato o invetriato che si vede una riggiola con il nome “Dimera de Sapri” ed altri simili pavimenti, più o meno ascrivibili allo stesso periodo e che si trovavano in chiese Napoletane. Il Filangieri, voleva che vi fosse una certa affinità tra il nostro pavimento e quello che fino al 1883 circa si trovava nella cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido o a Nilo (vedi fig. 3). Il Filangieri si riferiva al pavimento “e nella cappella Caracciolo a S. Angelo a Nilo (I)”. Gaetano Filangieri (….) credeva come affine il nostro pavimento maiolicato (vedi figg. 1-2) con quello della cappella Brancaccio a quello di S. Angelo a Nido a Napoli. Infatti, il Filangieri (….), riguardo il pannello illustrato in fig. 3 dava notizie più dettagliate nell’altra sua opera, vol. II nella sua nota (I) a p. 341 dei ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, postillando che: “(I) Il pavimento invetriato della cappella Brancaccio a S. Angelo a Nido, è appena un anno, che ivi non più vedesi, avendolo il patrono di essa cappella signor Gerardo Brancaccio Principe di Ruffano, cambiato con l’alto marmo. Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti sì da detta chiesa di S. Angelo a Nido, che dall’antico monastero di Donna Regina – (V. ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli – Napoli, 1873, p. 54).”. Dunque, riguardo questo pavimento, quello che un tempo si trovava nella chiesa di S. Angelo a Nido a Napoli, il pavimento nella cappella Brancaccio, citato a p. 80 dal Filangieri, la studiosa Luciana Arbace (….), Luciana Arbace (…), nel 1998, nel catalogo del Museo: Il Museo Artistico Industriale di Napoli, (Guida artistica Electa), a p. 37 pubblicava l’immagine di fig. 3 che illustra il pannello conservato nel Museo Palizzi a Napoli, che il Donatone illustrava con la didascalia 234. Per questo pannello (vedi Fig. 3) l’Arbace a p. 37 scriveva che: “Mattonelle con l’arma Brancaccio e temi figurati ‘Fabbrice napoletane, II metà secolo XV (attr. a) maiolica 20×10; 10×10 Prov: del perduto pavimento della chiesa di Sant’Angelo a Nilo. Inv. 676-696.”. In questo caso l’Arbace, a p. 37 scriveva: “del perduto pavimento”. Infatti, sempre riguardo l’origine di questo pavimento che il Filangieri (…) attribuiva ad un certo “Dimera de Sapri”, Guido Donatone (…), in un’altra sua opera a stampa ‘La maiolica napoletana dagli Aragonesi al Cinquecento‘, attribuiva questo pavimento al “Maestro della Cappella Brancaccio”.

(Fig. 3) Arbace Luciana (…), (tratta da), pannello con frammento di pavimento della Cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido, conservato nel Museo ‘Palizzi’ a Napoli. Il frammento è molto simile a quello pubblicato da Donatone dove si legge “Dimera de Sapri”.

Dal Donatone (…) sappiamo che questo pavimento (un pannello con un frammento) si trova presso il Museo Artistico Industriale di Napoli. Dunque, il Filangieri ci informava che il pavimento maiolicato che si trovava nella cappella Brancaccio era visibile fino al 1883, ovvero fino a quando il proprietario della cappella Brancaccio Gerardo Brancaccio Principe di Ruffano lo fece rimuovere sostituendolo con una lapide marmorea. Il Filangieri a p. 341 aggiunge però nella sua nota che “un saggio degli antichi quadrelli” erano stati raccolti e conservati nel Museo Palizzi di Napoli. Il pannello illustrato nella fig. 3 conservato nel Museo Palizzi di Napoli presenta diverse analogie con quello nostro in questione. Interessante è ciò che scriveva il Donatone riguardo l’autore del pavimento maiolicato che si trovava nella cappella Brancaccio di cui oggi alcuni frammenti si possono ammirare al Museo Artistico Industriale di Napoli. Il Donatone lo chiamava “Maestro della Cappella Brancaccio”. Guido Donatone (…) pubblica questo pavimento nel testo citato e nell’appendice e, nella didascalia postillava che: “Tav. 18 a, – a) Pannello con le superstiti piastrelle del pavimento della cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido (fatte conservare da Gaetano Filangieri). Maestro omonimo. Napoli, Istituto d’Arte; ecc..”. Riguardo questo pavimento che il Filangieri lo voleva come “affine” a quello nostro in questione, il Donatone a p. 17 del testo citato in proposito scriveva che: “Al maestro di questi albarelli, in un primo tempo avevo assegnato il nome convenzionale di ‘Maestro del ritratto di Ferrante’, ma ho dovuto modificare tale definizione. Sono insomma pervenuto dopo approfondite analisi stilistiche al convincimento che il pittore dei vasi citati si identifichi con il più importante ceramista al servizio degli Aragonesi: il Maestro della cappella Brancaccio, autore dell’omonimo, perduto pavimento a decorazione iconica, di cui si conserva un pannello (tav. 18a) nell’Istituto d’Arte di Napoli e numerose piastrelle emerse in occasione di restauri. Lo comprova altresì la constatazione che anche il motivo della copiosa voluta di foglia a cartoccio, desunto dal repertorio ornamentale della miniatura (a mio avviso impropriamente ancora definito ‘gotico’), che spesso adorna il verso degli alberelli iconici, si presenta con le stesse caratteristiche grafiche ecc…”.Forse il maestro della cappella Brancaccio sia questo “Dimera de Sapri” ?. Sempre il Donatone a p. 21 parla di una possibile datazione di questi albarelli (vasi), che attribuisce al ceramista che lui chiama “Maestro della cappella Brancaccio”. Il Donatone a p. 21 in proposito scriveva che: “Una prima ricostruzione della personalità di tale eminente ceramista è stata proposta dallo scrivente nel 1993; poi altri aggiustamenti interverranno nei prossimi capitoli del presente volume. Al momento ribadisco che il ritratto di re Federico dimostra che il Maestro era attivo nel 1496 e quindi non seguì in Francia Carlo VIII, come fecero altri artisti portati con sè dal re francese quando lasciò Napoli.”. Già nel 1993 Guido Donatone (…) si occupa di nuovo del pavimeno maiolicato interno alla chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli, nel suo libro ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicata per i tipi di Gemini Arte. Il Donatone nel cap. II “La committenza Aragonese e la produzione di maiolica nella fabbrica di corte a Castelnuovo” ed in particolare nel paragrafo a p. 41 “Il Maestro della cappella Brancaccio”. Il Donatone a p. 42 vuole che il pavimento di cui lui stesso aveva pubblicato il pannello oggi conservato al Museo Filippo Palizzi di Napoli (vedi fig. 232) dove vi è la riggiola con il nome dipinto del “Dimera de Sapri”, invece vuole, crede e lo chiama “Maestro della cappella Brancaccio”. Anche questa interessante cappella conteneva mirabili opere di scultura e di notevole bellezza, basti pensare al sepolcro del Cardinale Rinaldo Brancaccio eseguito a pisa da Donatello, Michelozzo e da Pagno di Lapo Cortigiani ed inviato a Napoli via mare. Bellissimo il noto bassorilievo realizzato da Donatello, “l’Assunzione” realizzato con la tecnica dello “stiacciato” Donatelliano. La cappella Brancaccio si trova all’interno della Chiesa di S. Angelo a Nido o a Nilo a Napoli. La chiesa di Sant’Angelo a Nilo, o anche cappella Brancaccio, è una chiesa monumentale di Napoli sita nel centro storico, in piazzetta Nilo. La chiesa conserva al suo interno i sepolcri di diversi esponenti della famiglia Brancaccio, tra cui una delle opere di maggior prestigio della città, il monumentale sepolcro del cardinale Rainaldo Brancaccio, scolpito da Donatello e Michelozzo. Ma della cappella Brancaccio e della chiesa di S. Angelo a Nido parlerò in seguito. Il Doatone, nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘ ci parla di questo pavimento che presenta nella Tav. 7. Il Donatone presenta pure la Tav. 8 e, nella didascalia postillava che: “Tav. 8 a) Pannello composto con piastrelle provenienti da diverse chiese napoletane, come dimostrano gli stemmi di Poderico, dei Brancaccio, dei Cicinello, forse dei d’Avalos e di altre famiglie. “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Rotterdam, Museo Boymans van Beuningen; ecc…”. Dunque, il Donatone segnala che un pannello simile a quello della nostra Fig. 3, ovvero la sua Tav. 7, è attualmente (Tav. 8) conservato presso il Museo Boymans van Beuningen di Rotterdam in Olanda. Il pannello della Tav. 8 è del tutto simile a quello della Tav. 7 illustrati nel testo del Donatone e sono molto simili a quello illustrato ivi nella Fig. 3 tratto dal testo di Luciana Arbace e conservato nel Museo Palizzi di Napoli. Tra i due pannelli, vi sono delle evidenti analogie e similitudini ma alcune mattonelle che li compongono sono del tutto diversi. Infatti nel secondo pannello, quello della Tav. 8 vi sono alcune mattonelle che raffigurano stemmi araldici completamente diversi, ed è questo che fa ritenere al Donatone quando afferma che queste mattonelle “Piastrelle” sono “provenienti da diverse chiese napoletane, come dimostrano gli stemmi di Poderico, dei Brancaccio, dei Cicinello, forse dei d’Avalos e di altre famiglie.”. Il Donatone, tuttavia crede dover attribuire tutti queste piastrelle allo stesso autore o stessa manifattura, ovvero il “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. “. Dunque, lo stesso ragionamento potremo seguire per il panello dove troviamo la piastrella con il pomo trapassato da una lama con la scritta “Dimera de Sapri”. In quel pannello, quello della Fig. 3, troviamo diverse piastrelle con diversi stemmi che illustrano gli stemmi delle famiglie Cicinello (specie di colomba) dei Campanile (il campanile avvolto da una specie di serpe) che ricorrono spesso anche nello stesso pavimento ricomposto nella chiesa di S. Pietro a Maiella. Come ricorre spesso nello stesso pavimento in S. Pietro a Majella il cerbiatto che ricorre spesso anchenelle piastrelle accanto a quelle con lo stemma del Brancaccio. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldiche, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Dunque, il Donatone, illustrando con la Tav. 5 illustrando il pavimento che si trova nella cappella del SS. Corocifisso, ora Petra (ex cappella Campanile), afferma che le decorazioni illustrate nelle piastrelle di questo pavimento (vedi Fig. 5), sono attribuibili “dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Il Donatone, dunque, dimentica il “Dimera de Sapri”, la scritta citata da Gaetano Filangieri e attribuisce questi pavimenti alla mano di un maestro che egli chiama convenzionalmente “Maestro della Cappella Brancaccio”. Infatti, Guido Donatone (…), nel suo “La maiolica napoletana del Rinascimento”, pubblicata nel 1993, dimenticandosi della piastrella con su scritto “Dimera de Sapri”, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: Chi è questo ceramista ?Perchè è ad una stessa personalità che si debbono i profili di tali alberelli e di altri vasi, ma soprattutto, di alcuni pianciti, di cui non possiamo rinviare di molto la presentazione. Intanto, per la cronologia di tale maestro, dobbiamo convenire che egli è attivo a Napoli anche alla fine del Quattrocento perchè è suo lo splendido ritratto di re del grande alberello (tav. 137) con la iscrizione: R. FELISTALLE, probabilmente allusiva a R (ex) FE (dericus), e cioè al colto e sfortunato ultimo aragonese, Federico, succeduto al trono di Napoli nel 1496. Caposaldo per la ricostruzione della personalità di tale ceramista sono stati il pavimento della cappella del Crocifisso (tavv. 5 e 6), ancora in situ nella chiesa di S. Pietro a Maiella, e quello, di cui restano diversi brani, un tempo nella Cappella Brancaccio a S. Angelo a Nilo (tav. 7a), da cui prende il nome convenzionale di “Maestro della cappella Brancaccio”. Infatti sono numerose le piastrelle iconiche di tale impiantito, che dimostrano in modo palmare che egli è anche l’autore degli albarelli illustrati e di altri vasi. Entrambi i pianciti offrono un repertorio figurativo, naturalistico vegetale e con le consuete volute floreali, ecc…”. Sempre parlando dello stesso “Maestro della cappella Brancaccio”, il Donatone a p. 43 aggiunge che: “Nell’impiantito della cappella del Crocifisso i motivi iconici sono più rari ed è invece disseinato di decorazioni araldiche, ma va tenuto presente che spesso noi vediamo solo parti superstiti e ricomposte di opere, che invece decoravano più di una cappella (infatti brani di questo piancito (tav. 8a) sono da tempo emigrati e sono esposti nel museo Boymans-van Beuningen di Rotterdam). “.

Un’altra interessante analogia che il Donatone cita è quella con un pavimento nel Cilento. Si tratta del pavimento nella chiesa di ……………………Riguardo questo antico pavimento, il Donatone, nel suo testo “La maiolica napoletana del Rinascimento”, a p. 92 nella sua nota (58) postillava che: “(58) Il pavimento è stato segnalato nel Catalogo della Mostra ‘Il Cilento ritrovato’, a cura della Soprintendenza B.A.A.A.S. di Salerno ed Avellino, Certosa di Padula, 1990, p. 44. Analogie con i profili di tale Maestro si colgono in due piatti del Museo di Berlino, con ritratti muliebri (Cfr. T. Hausmann, ‘Majoilika’, Berlin, 1972, figg. 112-113), ma non ho potuto esaminare da vicino i due pezzi.”.   

I pavimenti o “impiantiti” di “quadrelli” o “rajole” (rigiole) napoletane

Gaetano Filangieri (…), nel suo “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, pubblicato a Napoli, nel 1881, a p. 62 così scriveva in proposito alla manifattura di questi pavimenti del XV secolo, di cui un tempo erano piene le chiese ed i palazzi Napoletani:

L’interessante analogia del pavimento in S. Pietro a Majella con quello nella Cappella del Pontano

Riguardo poi possibili analogie con altri pavimenti dell’epoca, volendo dare un’identità a questo maiolicaro Dimera di Sapri, il Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, continuando il suo discorso sul pavimento in questione, a pp. 240-241 in proposito scriveva che: Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla Sapienza ecc..”, cita diversi pavimenti che a suo modo “chiaramente appare come tutti questi lavori sieno prodotti di officine diretti da una stessa scuola, o da scuole affini.”. Il Filangieri a pp. 399-400, scriveva di questo pavimento fosse molto simile a quello della Cappella del Pontano a Napoli. Il Filangieri a p. 400 scriveva che: “…e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano. Nelle pareti laterali sono infissi i monumenti funebri di Valentino e Domenico Petra, opera dello scultore Lorenzo Vaccaro, attivo nella seconda metà del secolo XVII.”. Il Boccia (…) ci segnala una interessante analogia con il pavimento maiolicato che si trova nella Cappella della famiglia Pontano che l’umanista Giovanni Gioviano Pontano fece erigere alla morte della moglie Adriana Sassone li vicino. La cappella dei Pontano (anticamente nota col nome “Ad Arcum” De Arco”, a causa dei due archi convergenti che sorreggono la torre ad essa adiacente) è un piccolo tempio di epoca rinascimentale di Napoli che si trova nel centro antico della città, lungo il decumeno maggiore, tra via del Sole e via dei Tribunali. Presso l’edificio si trova inoltre la chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Nello stesso testo, il pavimento maiolicato all’interno della cappella Pontano, effettivamente molto simile a quello di cui parliamo è illustrato nell’immagine n. 81 di cui la sua didascalia dice che: “(81) Cappella Pontano, ca 1492, pavimento”. Il Boccia a p. 411 in proposito scriveva che: “L’ambiente vive del contrasto tra la semplicità delle pareti ed il bellissimo pavimento in maiolica, coevo all’ultimazione della cappella; caratterizzato da ottagoni formati da un elemento centrale quadrato e da quattro mattonelle esagonali, presenta varietà decorative e cromatiche evidentemente influenzate da prototipi ornamentali islamici e valenzani. La tipica decorazione floreale di questo genere di pavimenti è qui alternata ad un profilo maschile e a cartigli riportanti alternativamente le scritte: “Ave Maria, Pontanus Fecit, Adriana Saxona, Laura bella. La decorazione della mattonella centrale riporta gli stemmi del Pontano e di Adriana Sassone.”. Tuttavia, sebbene siano i due pavimenti molto simili per fattura e per disegno, io credo che il nostro in questione, molto più rozzo di fattura, sia di molto anteriore a questo della Cappella Pontano. Nel 1994, a Napoli, venne pubblicata una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici e di Nicola Spinosa, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), illustra e parla della chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’ ed a p. 395 nelle due note 34 e 37 postillava che: “(34 e 37) San Pietro a Maiella, Cappella del SS. Crocifisso, manifattura napoletana della seconda metà del secolo XV, pavimento.”, le due didascalie delle due foto che illustrano il pavimento in questione fotografate in posizioni e porzioni diverse e dove, forse a causa dell’angolatura di ripresa, non si vedeno la scritta in questione “Dimera di Sapri” (suo probabile esecutore) e non si vedono le due lapidi marmoree come quelle illustrate nell’immagine di fig. 4. A pp. 399-400, in proposito è scritto che: “La prima cappella a sinistra del presbiterio è invece famosa per il prezioso pavimento maiolicato. …….Raffigurano stemmi araldici, uccelli e animali vari e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano.”. Il Boccia (…) ci segnala l’interessante analogia con il pavimento maiolicato che si trova nella vicina Cappella della famiglia ‘Pontano‘ che l’umanista Giovanni Gioviano Pontano fece erigere alla morte della moglie Adriana Sassone. La cappella dei Pontano (anticamente nota col nome “Ad Arcum” De Arco”, a causa dei due archi convergenti che sorreggono la torre ad essa adiacente) è un piccolo tempio di epoca rinascimentale di Napoli che si trova nel centro antico della città, lungo il decumeno maggiore, tra via del Sole e via dei Tribunali. Presso l’edificio si trova inoltre la chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Nello stesso testo, il pavimento maiolicato all’interno della cappella Pontano, effettivamente molto simile a quello di cui parliamo è illustrato nell’immagine n. 81 di cui la sua didascalia dice che: “(81) Cappella Pontano, ca 1492, pavimento”. Il Boccia a p. 412, in proposito scriveva che: “L’ambiente vive del contrasto tra la semplicità delle pareti ed il bellissimo pavimento in maiolica, coevo all’ultimazione della cappella; caratterizzato da ottagoni formati da un elemento centrale quadrato e da quattro mattonelle esagonali, presenta varietà decorative e cromatiche evidentemente influenzate da prototipi ornamentali islamici e valenzani. La tipica decorazione floreale di questo genere di pavimenti è qui alternata ad un profilo maschile e a cartigli riportanti alternativamente le scritte: “Ave Maria, Pontanus Fecit, Adriana Saxona, Laura bella. La decorazione della mattonella centrale riporta gli stemmi del Pontano e di Adriana Sassone.”. Tuttavia, sebbene siano i due pavimenti molto simili per fattura e per disegno, io credo che il nostro in questione, molto più rozzo di fattura, sia di molto anteriore a questo della Cappella Pontano. Si sà inoltre che il Pontano, per la costruzione della cappella funebre da dedicare alla moglie da poco defunta, acquistò alcune case ivi adiacenti il fondaco e da cui forse provenivano i bellissimi pavimenti maiolicati ivi impiantati. Sappiamo pure che il Pontano, in seguito alla caduta e morte dei Petrucci, conti di Policastro, li sostotuì nella segreteria del re come primo Ministro. Ritengo plausibile che il pavimento in questione si possa attribuire al maiolicaro “Dimera di Sapri” che operò a Napoli all’epoca aragonese del Regno di Ferrante I d’Aragona, quando, nella nostra zona, Antonello Petrucci diventò padrone incontrastato di queste terre ed il figlio Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, segretario regio della corte di Napoli e accademico Pontaniano, giustiziato in seguito alla congiura. Della Cappella Pontano (…), ha scritto Raffaello Causa (…). La cappella, completata nel 1492, fu commissionata dal famoso letterato e umanista Giovanni Pontano nel 1490 a pochissimi passi dal suo palazzo (oggi non più esistente e sostituito nella prima metà del XX secolo dall’edificio della scuola Diaz) per adibirla a tempio funerario per sua moglie, Adriana Sassone, venuta a mancare il primo marzo del 1490. Infatti da wikipidia leggiamo che: Una menzione speciale merita senza dubbio il pavimento maiolicato a formelle esagonali e motivi decorativi di grande effetto costituiti da ritratti, stemmi, iscrizioni, figure allegoriche; la fattura della pavimentazione sembra essere napoletana o, secondo alcuni autori, fiorentina.

Come si può vedere chiaramente nelle immagini che lo illustrano (vedi figg. 2-3-4), nel pavimento in questione oltre al nome del suo probabile esecutore, su un’altra piastrella vi era raffigurato lo stemma della famiglia “Campanile” o “Campanili” (come scrive il Donatone), un campanile, una nobile famiglia napoletana di cui uno dei componenti si fece costruire la cappella omonima, poi in seguito passata alla famiglia “Petra” che oggi si può vedere all’interno della chiesa di S. Pietro a Maiella, annessa al grande complesso monumentale del Conservatorio di Musica a Napoli. Lo studioso napoletano Gaetano Filangieri, nel suo vol. I del suo “Indice degli artefici delle arti maggiori e minori ecc..da studi e documenti raccolti e pubblicati da Gaetano Filangieri, Napoli, 1891, vol. I, non cita il “Dimera”. Nell’indice che va dalla lettera A alla G (vol. I)a p. 162 salta da Didama Domenico a Dini Pietro. Nell’Appendice del vol. I, il Filangieri a p. 476 cita “Dominico (de) Santillo – di Cava de Tirreni, maestro nell’arte del fabbricare (1586) – vedi Dominico (de) Pietro.”. Forse questo Domenico de Santillo doveva essere quel mastro a cui nel 1481 gli fu concesso di fabbricare una cappella a Torraca nel territorio saprese. La scritta “DIMERA DE SAPRI”, sulla riggiola del pavimento in questione potrebbe essere anche “DIOMEDE SAPRI”, che il Filangieri a p. 474 pone come artefice un certo “DOMENICO (DE) DIOMEDE”, di Cava de Tirreni, imprenditore e maestro nell’arte del fabbricare (v. p. 164).”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1787, nel suo tomo I, a p. 163 parla di Giovanni Antonio Campanile, vescovo. Il Giustiniani (…), nel tomo I, a p. 164, parlando del vescovo d’Isernia Giovanni Girolamo Camapanile scriveva che: “fu seppellito nella chiesa di S. Pietro a Maiella nella Cappella di lor famiglia, siccome son di avviso anche Giovan Vincenzo Ciarlante nativo d’Isernia (3) e Niccolò Toppi (4).”. Riguardo il Toppi, il Giustiniani nella sua nota (4) p. 164 postillava che: “(4) Toppi, ‘Bibliot. napolet., p. 146”. Non dice nulla di più. Un’altra particolarità che potrebbe avvicinare il possibile esecutore Dimera di Sapri è un personaggio di Diano nel 1328. Cesare d’Engenio Caracciolo (…), a p….., nella sua ‘Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo‘, del 1623, quindi prima del De Lellis (…), a p……, in proposito scriveva che tra le iscrizioni lapideee e funebri murate dentro la cappella del SS. Crocifisso vi era quella dove è scritto: “Hic iacet nobilis magnificus vir Dominus Ioannes de Diano, miles Regij, & Ducalis ospicij Magistri Rationalis qui objit Anno domini 1328 ecc…”. Altra interessante singolarità è quella che la contea di Lacedonia in cui fu vescovo il Giovanni Girolamo Campanile, dottore in utroque, cioè in due discipline canoniche, nominato nel 1608 Vescovo di Lacedonia, feudo in provincia di Avellino, appartenuto ai Pappacoda e poi da 1584 ai Doria. Dunque, sappiamo che la famiglia Pappacoda possedette il feudo di Pisciotta e di Centola è possibile che vi sia un’analogia con la cappella poi in seguito denominata “Petra”, la famiglia Campanile e i Pappacoda di Pisciotta.

Altra interessante analogia con il pavimento della cappella dei Poderico in S. Lorenzo Maggiore a Napoli

Un’altra interessante analogia di questo pavimento con altri di simile fattura e periodo d’esecuzione la fa sempre il Donatone (…), sulla scorta di Ceci …(…) e di Rebuffat O. (…), quando a p. 595 scrive che: “Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.) e quello, appena ricordato, dei Poderigo in S. Lorenzo (vd. ill.) impiantito che vede come anello di congiunzione tra quello di Donnareggina e quelli di gran lunga più pregevoli del secolo XV. Ecc…”. Infatti, secondo O. Rebuffat (…), potrebbero esserci delle analogie con il pavimento in questione (del secolo XIV) e quello dei “Poderico” in S. Lorenzo Maggiore a Napoli. Nella zona di Camerota esistono diversi nomi che richiamano alla famiglia napoletana dei Poderico. Ricordiamo che S. Lorenzo Maggiore è anch’essa una chiesa gotica come S. Pietro a Maiella. Infatti, il Donatone (…) illustra il pavimento nella cappella Poderico nell’immagine di fig. n. 233) postillando nella didascalia che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.

Il Museo Artistico Industriale ‘Filippo Palizzi’ dell’Istituto d’Arte di Napoli

Lo studioso napoletano Guido Donatone (…), nel suo saggio “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”, pubblicava l’immagine della didascalia 232) che illustra una formella o un pannello con un frammento del pavimento maiolicato (vedi fig. 1) dove troviamo una delle piastrelle o riggiole con l’immagine della scritta “Dimera de Sapri”, forse proprio il suo probabile esecutore. Il Donatone nella didascalia 232) in proposito postillava che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque il Donatone (…), scriveva che l’immagine di fig. 1 era tratta da una formella o pannello con riggiole di un frammento di pavimento conservato a Napoli presso l’Istituto Statale d’Arte. Oggi, l’Istituto Statale d’Arte di Napoli si chiama “I.S.I.S Boccioni-Palizzi – Liceo Artistico Coreutico Musicale” di Napoli. Il Donatone si riferiva al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli. Da WIkipedia leggiamo che: l’istituto statale d’arte Filippo Palizzi (Regio Istituto d’Arte, poi Liceo Artistico Statale “Filippo Palizzi” ed oggi liceo artistico Boccioni-Palizzi) è attivo a Napoli, presso il Museo Artistico Industriale, nell’ex collegio della Marina Borbonica già convento di Santa Maria della Solitaria. Il Museo Artistico Industriale Palizzi, sito in Napoli alla piazzetta Salazar, voluto da Gaetano Filangieri principe di Satriano e da Gaetano del Pezzo duca di Caianiello, non solo come museo ma principalmente come sussidio per gli studenti dell’annesso Istituto d’Arte “Filippo Palizzi”, ha circa 6.000 manufatti di ceramica, metallo, oreficeria e di ebanisteria. Di grande interesse sono le riggiole (mattonelle) di maiolica, vasi dipinti a mano e notevoli bronzi, realizzate da Filippo Palizzi. Negli ultimi anni, il Miur ha accorpato il Liceo Artistico Statale con l’Istituto Statale d’Arte di Napoli che nei primi dell’800 il Principe di Satriano Gaetano Filangieri (…), volle anche Museo. Infatti, il Filangieri (…), nella sua opera citata, parlando e descrivendo il suddetto pavimento in proposito scriveva che: “Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico-Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti sì da detta chiesa di S. Angelo a Nido, ecc…”. Il Filangieri si riferiva a dei saggi o copie realizzate da Filippo Palizzi per il detto Museo oppure si tratta di frammenti originali ?. Questo fatto non ci è dato saperlo ancora con certezza. Recentemente ho acquisito il testo del 1984 di Autori vari, Il sogno del Principe. Il Museo Artistico Industriale di Napoli: la ceramica tra otto e novecento, collana diretta da Gian Carlo Bojani, per i tipi del Centro Di del Museo Internaziole delle Ceramiche di Faenza, che sebbene parli del Museo Artistico Industriale di Napoli (vedi saggio di Eduardo Alamaro a p. 11) che racconta della mostra e del concorso in Vaticano per i pavimenti delle Sale Borgia, non dice molto sulle opere ivi conservate ed esposte. Nel 1984, Edoardo Alamaro (…), curò la pubblicazione del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”. A seguito del dibattito scaturito dalle Grandi Esposizioni d’arte, un decreto del ministro della pubblica istruzione Francesco De Sanctis del 25 novembre 1878, seguito da una ministeriale al principe Gaetano Filangeri di Satriano dell’11 dicembre, nominava una Commissione per l’istituzione di un Museo d’arte applicata all’industria, presso l’Istituto di belle arti, con lo stesso Filangeri come presidente e Dimetrio Salazar come segretario. Il Museo venne istituito con decreto del Ministero della pubblica istruzione del 15 ottobre 1880 e si configurò come Museo-Scuola-Officina con il compito di formare quadri tecnico-artistici e di conservare al tempo stesso i prodotti artistico industriale. Lo scopo dichiarato era quello di favorire e valorizzare le manifatture artistiche napoletane. Personalità come Filangeri, Salazaro, Gaetano del Pezzo e Annibale Secco, pittori come Filippo Palazzi e Domenico Morelli contribuirono a collegare la ricerca artistica alla tecnica applicativa, le antiche manifatture all’industria moderna. Con la legge dell’8 luglio 1885 il Museo ottenne ufficialmente la sede a Monte Echia, già consegnata dal demanio nel dicembre 1881, e fu inaugurato il 7 febbraio 1889 con un discorso pronunciato dal presidente Gaetano Filangeri. Attualmente il Museo è parte dell’Istituto statale d’arte “Filippo Palazzi”. Il Museo Artistico Industriale ‘Filippo Palizzi’ è un museo di Napoli, istituito alla fine del XIX secolo da Gaetano Filangieri, principe di Satriano. Gaetano Filangieri (…), pubblicò anche la “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881. La maggior parte dei manufatti presenti è costituita da ceramiche (circa 6000 pezzi), che sono distribuiti in diverse sezioni; una sala è intitolata a Filippo Palizzi, pittore ottocentesco, di cui il Museo conserva opere interessanti, come il disegno preparatorio del tondo con Leone e scena di caccia grossa (1881) e la Fontana con elementi naturalistici (1884). Tra le ceramiche italiane, eseguite in un arco di tempo che va dal Quattrocento all’Ottocento, spiccano senza dubbio i pavimenti maiolicati (molto presenti a Napoli sin dal tempo di Alfonso I d’Aragona) e una serie di pezzi, sempre in maiolica da tavola e da farmacia. Riguardo la raccolta di frammenti di pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese conservati ed esposti nel Museo Artistico-Industriale ‘Filippo Palizzi’ di Napoli, ed in particolare all’immagine della didascalia 232) in Donatone, che riguarda il pavimento in questione, ho cercato nelle pubblicazioni a stampa dei cataloghi fino a questo momento realizzati ma pare che non ve ne siano tranne che nel Donatone. Infatti, anche Edoardo Alamaro (…), che nel 1984 curò la pubblicazione a stampa del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, a riguardo questo argomento, nella sua nota (98) a p. 29 scriveva che: “L’ordinamento di questo settore del Museo napoletano è in fase di attuazione e, nell’ambito del gruppo operativo, è a cura del sottoscritto la ricerca delle fonti archivistiche e la ricostruzione storica di questo importante settore roduttivo. Ricordiamo in tal senso il recente, prezioso contributo di Guido Donatone, ‘Pavimenti e rivestimenti maiolicati in Campania, Napoli, 1982, il quale ha lanciato l’idea dell’istituzione nella città partenopea di un ‘Museo della riggiola’ (ivi, p. 63), il cui nucleo storico iniziale potrebbe coincidere con la Raccolta già esistente nel nostro Museo. E’ fondamentale in questa prospettiva l’attività scientifica, ricontrabile in numerosi saggi apparsi su “Napoli nobilissima” (vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982) di Gennaro Borrelli.”. In verità, il Filangieri, nel testo citato, riguardo il Museo “Filippo Palizzi”, ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli‘, non ne parla a p. 54 ma a p. 55 (Cap. V) dove scrive che: “Il nostro Museo Nazionale nella sua grande collezione di terre cotte, ha parecchi saggi d’invetriatura, in oggetti rinvenuti, tanto a Pompei, che in altri scavi delle nostre provincie.”. Il Filangieri quindi continuando a descrivere le meraviglie raccolte e conservate nel Museo Artistico Industriale di Napoli, a p…. scriveva pure che: “…..

(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., p. 80

Gaetano Filangieri (…) a p. 80, riguardo alcuni frammenti di pavimenti napoletani conservati nel Museo Palizzi di Napoli in proposito scriveva che: “E così pure i mattoni smaltati, che veggonsi negli impiantiti del XVI° secolo della chiesa di S. Pietro a Maiella nella cappella degli ‘Staibano’, ed in quella contigua degli ‘Altemps dei Marchesi Petra di Caccavone’; quelli della cappella di S. Giovanni Battista, detta del ‘Pontano’, alla Pietra Santa, come gli altri a S. Giovanniello alla Sapienza, nonchè in due cappelle a S. Lorenzo; ed a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’. In molti di tai quadrelli, oltre agli stemmi ripetuti di sovente, son pure rappresentanze di fiori, di frutta di uccelli ed assai belle ornature, ognora a colori vivacissimi, e di disegno franco e spedito.”. Dunque, il Filangieri parlando delle meraviglie contenute nel Museo cita pure il pavimento “ed a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’, ecc..”. Dunque, il Filangieri, nella sua ‘Relazione‘ sul Museo Palizzi non parla del pavimento nella cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido ma parla della cappella di “Ser Gianni Caracciolo” in S. Giovanni a Carbonara sempre a Napoli. In questo passaggio però il Filangieri forse commette un imperdonabile inesattezza perchè citando tutti i nostri pavimenti napoletani ed in particolare i due pavimenti nelle due cappelle contigue in S. Pietro a Maiella afferma essere “E così pure i mattoni smaltati, che veggonsi negli impiantiti del XVI° secolo, ecc…”. Come si è cercato di dimostrare da più parti questi pavimenti “impiantiti” “invetriati” appartengono ad un’epoca forse addirittura anteriore al secolo XIV.

La cappella del SS. Crocifisso a S. Pietro al Tanagro

Questo edificio sacro fu costruito nel 1899 sul monte Ausiliatrice, conosciuto anche come “Monte del Crocifisso”. Di notte la chiesetta è molto suggestiva, perché è l’unico edificio ad essere illuminato tra l’oscurità dei monti. A causa dell’assenza di una strada adeguata al trasporto dei materiali, la Chiesa fu costruita dagli stessi sanpetresi con le uniche pietre a disposizione sul monte, spronati dalla fede e dal desiderio di poter istituire la festa del SS. Crocifisso. Ancora oggi la Cappella può essere raggiunta solo a piedi e questo rende il pellegrinaggio molto faticoso. Il 21 settembre 1899 fu celebrata per la prima volta la festa del Crocifisso. Oggi questa celebrazione si tiene la terza domenica di settembre. In questa occasione i fedeli si recano sul monte per assistere alla messa celebrata all’alba per poi scendere trasportando la statua del Cristo. Alla vigilia di questo evento gli abitanti del paesino portano in processione la Guglia, una struttura in legno a forma di croce sul cui fronte è dipinto Gesù Crocifisso. La processione del sabato sera ha inizio dalla casa di don Giuseppe Procaccio, il giovane sacerdote che incitò i sanpetresi a costruire la Chiesa. La Guglia è, infatti, custodita nella casa del sacerdote.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)

(…) Donatone Guido, ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , stà in “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, vol. IV, da pp. 579 e s.; dello stesso autore si veda pure: ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, ed. Gemini Arte, Napoli 1994; oppure anche: “La maiolica napoletana dell’età aragonese”, d. Associazione Amici dei Musei di Napoli, 1976, quaderno n. 3 (Archivio Attanasio); sempre dello stesso autore si veda pure ‘La maiolica napoletana dagli Aragonesi al Cinquecento‘, edizioni Paparo, 2013 (Archivio Attanasio)

(…) Tesorone Gaetano, A proposito dei pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo delle chiese napoletane”, in Napoli noblissima, vol. X, 1901, da pp. 115 a p. 124 (Archivio Attanasio). Guido Donatone (…) nella sua nota (71) a p. 622, postillava e citava il testo di Gaetano Tesorone (…), “A proposito dei pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo delle chiese napoletane”, in Napoli nobilissima, vol. X, 1901, da pp. 115 e s. :

(Fig…..) Gaetano Tesorone (…), op. cit., p. 115

(…) Rebuffat Orazio, I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli, in “Atti Ist. Incor. di Napoli, ivi, 1915, pp. 3-5 e si veda pure nota (74) op. cit., p. 5; Id., in “Faenza”, 1917, fasc. III-IV.”, si veda pure dello stesso autore la rivista Faenza, ristampa anastatica a cura della Libreria Antiquaria Tonini, Ravenna, 1977, vedi da pp. 67 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Filangieri Gaetano principe di Satriano, “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881 (Archivio Attanasio)

(…) Filangieri Gaetano principe di Satriano, “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881; si veda pure dello stesso autore: ) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella” sta in , Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano, vol. II, Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze, , Napoli, 1884 (Archivio Attanasio); si veda pure: “Indice degli artefici delle arti maggiori e minori ecc..da studi e documenti raccolti e pubblicati da Gaetano Filangieri, Napoli, 1891, vol. I.

(…) Riguardo Alfonso d’Aragona, figlio di Ferdinando I d’Aragona, il Borsari in Treccani riportava la seguente bibliografia: Fonti e Bibl.: Cronaca di Napoli di Notar Giacomo, a cura di P. Garzilli, Napoli 1845, pp. 125, 165, 172; Joampiero Leostello, Effemeridi delle cose fatte er il Duca di Calabria (14841491), a cura di G.Filangieri Napoli 1883, pp. 151-153, 161-162, 165, 171, 177, 220, 238; N. Barone, Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dall’anno 1460 al 1504,in Arch. stor. per le prov. napol., IX(1884), pp. 634, 635; Regis Ferdinandi Primi Instructionum Liber (10 maggio 1486-10 maggio 1488), a cura di L. Volpicella, Napoli 1916, nn. XXI, XXXV, XLIV, LXIIL LXXIII e pp. 264-265; B. Croce, Giovanni Cosentino, in Aneddoti di varia letteratura, 2 ediz., I, Bari 1953. pp. 95-96, 101.

(…) Alamaro Edoardo, curò la pubblicazione del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, Firenze, 1984, ed. Centro Di (Archivio Attanasio)

(…) Borrelli Gennaro, alcuni suoi saggi apparsi sulla rivista ‘Napoli Nobilissima’: vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982, ottimi studi ma riguardano la maiolica dal ‘600 in poi.

(…) AA.VV., Il sogno del Principe. Il Museo Artistico Industriale di Napoli: la ceramica tra otto e novecento, collana diretta da Gian Carlo Bojani, per i tipi del ‘Centro Di’ del Museo Internaziole delle Ceramiche di Faenza, Firenze, 1984 (Archivio Attanasio)

(…) Bologna Ferdinando, I pittori alla corte angioina di Napoli 1266-1414. E un riesame dell’arte fridericiana, Roma 1969, The Rome university,

(…) Ceci Giuseppe, La chiesa ed il convento di S. Caterina a Formello, in ‘Napoli nobilissima’, vol. X, 1901, da pp. 35 a 39, 101 a 105, 178 a 183 (Archivio Attanasio)

(…) De Simone Giuseppe, Le chiese di Napoli descritte e illustrate, Napoli, 1845, parla di S. Pietro a Maiella da pp. 140 a p. 147 (Archivio Attanasio)

(…) De Lellis Carlo (…), Aggiunta alla Napoli sacra del d’Engenio, tomo I, ed. ……., Napoli, 1654; si veda pure la ristampa a cura di Francesco Aceto, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1977 (Archivio Attanasio), si veda pp. 267 e s.

(…) AA.VV., Napoli Sacra, ed. Elio De Rosa, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, Napoli, 1994 (Archivio Attanasio)

(….) d’Engenio Caracciolo Cesare, Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1623 (Archivio Attanasio)

(…) Giustiniani Lorenzo, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Napoli, 1787 (Archivio Attanasio), si veda tomo I, p. 163, dove parla di Campanile e tomo III, p…., dove parla di Petra

(…) Bignardi Massimo, La città di Masuccio: il gusto, il decoro, lo spazio immaginario’, stà in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, ed……….., Salerno, anno VIII, n. 2, 1990 (Archivio Attanasio), v. da p. 17 e s.

(…) Arbace Luciana (a cura di)(S.B.A.S., Napoli), Il Museo Artistico Industriale di Napoli, Guide Artistiche Electa, Napoli, 1998 (Archivio Attanasio)

(…) Fava Onorato, Il Museo Artistico Industriale, in ‘Napoli d’oggi’, Napoli, 1900, pp. 404-440 (Archivio Attanasio)

(…) Balestrieri L., La verità sul Museo Artistico Industriale di Napoli, Napoli, 1927

(…) Tropea G., Il Museo Artistico Industriale e il Regio Istituto d’Arte di Napoli, Firenze, 1941

(…) Touring Club d’Italia, Guida d’Italia – Napoli e dintorni, ed. 2008, vedi p. 193

(…) Mosca Luigi, Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, Fausto Fiorentino editore, Napoli, ristampa del 1963 dell’originale del 1908 (Archivio Attanasio)

(…) Cesarino Felice, Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri’, stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, Sapri, Tip. Faracchio, 1979 (Archivio Attanasio). La notizia fu da me riferita nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 e, sulla scorta del mio studio redatto per il Comune di Sapri nel lontano 1979 fu ripubblicata nel 2017 sul PUC (Piano Urbanistico Comunale), redatto da diversi autori e dove, a p. 39 è scritto: “Da una ricerca condotta da Felice Cesarino finalizzata ad indagare da quando il nome di Sapri compare nei documenti storici si ricavano le seguenti informazioni (4): Un pavimento in maiolica del XV secolo è firmato “Dimera di Sapri”, l’opera è conservata presso l’Istituto d’Arte di Napoli (5); ecc…”. Il relatore, a p. 39, nella sua nota (4) postillava che: “Cesarino Felice, “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri”, in raccolta del Gruppo Archeologico Golfo di Policastro, Sapri, 2009.”. Dunque, non più l’edizione del 1979 che io posseggo ma l’edizione (raccolta) del 2009. Sempre a p. 39, nella sua nota (5) postillava che: “Donatone Guido “La maiolica Napoletana del Rinascimento”, Gemini Arte Napoli 1993″.

(…) Leostello Giampiero Volterrano, Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio). Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), oppure Codice Italiano già 9996.

(…) Celichi Sauro, ‘La maiolica italiana della prima metà del XV secolo. La produzione in Emilia-Romagna e i problemi della cronologia, “Archeologia Medievale”, XV, 1988, pp. 65-104