Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su tre incursioni di Corsari e di Turchi-ottomani che funestarono i piccoli paesi del Golfo di Policastro e del suo entroterra.
Incipit
In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Molte delle cause che produssero i “villaggi deserti”, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni e nelle guerre, le cui operazioni militari in quei secoli si svolsero principalmente sulle nostre plaghe. Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e della sua orografia, venne da sempre scelto e preferito per le diverse operazioni belliche finalizzate alla conquista delle terre dell’Italia meridionale. Ai primi del ‘500 (XVI secolo), le popolazioni del basso Cilento e del Golfo di Policastro, erano stremate a causa delle frequenti incursioni saracene (o barbaresche), delle armate turche-ottomane del sultano Dragut-Pascià, come la terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Policastro ed i piccoli centri del Golfo di Policastro, subirono due distruzioni ad opera dei pirati turchi: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552 (…), tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) che ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Ai primi del ‘500 (XVI secolo), le popolazioni del basso Cilento e del Golfo di Policastro, erano stremate a causa delle frequenti incursioni saracene (o barbaresche), delle armate turche-ottomane del sultano Dragut-Pascià, come la terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (…) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che i Vicerè Spagnoli, emanarono un ordine per la costruizione su tutta la costa del Cilento, di alcune nuove Torri cavallare e d’avvistamento di cui abbiamo parlato nel nostro studio: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, quelle già preesistenti perchè costruite in epoca Angioina e forse ancora prima della Guerra del Vespro, furono rinforzate, mentre altre come la Torre di Capobianco fu una delle Torri d’avvistamento fatte costruire dai Viverè Spagnoli. Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din detto Barbarossa e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “….la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti’ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre e per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale.”, e poi ancora scrivevo che: “Verso la fine del ‘500, a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni, che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi, il Vicerè spagnolo Don Pedro di Toledo emanò degli ordini per la costruzione di una catena di torri ‘cavallare’ costiere per l’avvistamento e la difesa delle coste.”. Nel mio studio (1) nella nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Infatti, i tristi episodi della nostra storia sono stati narrati da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro che nel 1831 pubblicò ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi curato in seguito nell’edizione del Visconti (…). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p. 38, parlando delle “Torri costiere nel Viceregno”, in proposito scriveva che: “In questo tempo, cioè verso la prima metà del secolo XVI, le spiagge del Cilento, e in generale tutta la costa dell’Italia meridionale, erano infestate dalle frequenti scorrerie dei Turchi, che incendiavano e depredavano tutto (6).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Credo che il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II che a p. 319, del vol. II, in proposito scriveva che: “I tempi più miseri del reame di Napoli furono, come si sa, da poi che esso addivenne provincia di Spagna. A parte l’insania degli ordinamenti economici che inaridirono ogni fonte di ricchezza pubblica, le piaghe più vive e profonde della convivenza ecc..ecc…(a p. 320). Ai corrucci dei banditi per i boschi aggiungete, per le terre accosto al mare, il cruccio perpetuo di Turchi e corsari. Pirati in corsa, o Turchi e barbareschi in guerra con la Spagna, piombavano periodicamente a stuoli sulle spiagge del Jonio e del Tirreno, e incendiando le messi ecc..ecc…”. Benedetto Croce, di quel periodo ha scritto nel suo “Storia del Regno di Napoli”, riferendosi al Viceregno Spagnolo, a pp. 103-104 leggiamo che: “La minaccia turca fu fronteggiata dalle operazioni militari eseguite nel Mediterraneo, come la presa di Tripoli nel 1510 e quella di Tunisi nel 1535, dalla successiva ripresa di Tripoli nel 1560 e di Tunisi nel 1573 e dalla difesa di Malta, e, infine, dalla vittoria di Lepanto; e, sebbene nel 1574 si riperdesse Tunisi e con essa il frutto della politica Africana di Carlo V, ai turchi, o piuttosto ai barbareschi, non rimase altro vigore offensivo verso l’Italia meridionale che d’incursioni, saccheggi e prede da corsari. Comunque dopo la repressione del 1528, le ribellioni dei baroni furono rarissime, affatto individuali e senza seguito; e il più notevole di questi tentativi terminò con la rovina del principe di Salerno, Ferrante Sanseverino; il quale, insieme con l’altro Sanseverino principe di Bisignano, rappresentava l’ultima superstite delle grandi case baronali del Regno, spariti da lungo tempo gli Orsini, i Caldora, i Del Balzo, i Ruffo, e di recente i Caracciolo, principi di Melfi: una casa, la sanseverinesca, che per secoli, era stata quasi annoverata fra le potenze italiane (2).”. Il Croce (…), nella sua nota (2) a p. 106, postillava che: “(2) Nonne omnes scire debemus quod Domini domus Sancti Severini fortiores et potentiores sunt domibus omnibus aliorum Dominorum Italiae universae ?”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Peggio avvenne quando, poco dopo, nelle guerre contro Carlo V, fu richiesto da Francesco I l’aiuto, come dicemmo, della flotta ottomana. Famosi capi corsari batterono i nostri mari, ubertose, ricche contrade furono poste a sacco e incendiate e popolazioni intere tratte in servitù. Nel Salernitano vennero nel 1531 devastate le contrade di Palinuro, distrutti alcuni casali; nel 1533 saccheggiata Policastro, nel 1543 Conca e Pisciotta, nell’aprile del 1544 Agropoli. Ai 27 giugno del 1544 fu posto inutilmente l’assedio alla stessa Salerno da una potentissima armata quella di Barbarossa, già di ritorno dalle stragi e devastazioni dell’isola d’Ischia, ma la flotta fu sconquassata a tempo da una furiosissima tempesta e tolto l’assedio. Pochi giorni dopo, ad opera dello stesso corsaro, furono incendiate Policastro, Bosco, S. Giovanni a Piro ed altri casali. Ancora, al 10 lugio 1552, per la terza volta ecc…”.
La presenza araba sulle nostre coste e sua influenza nella cultura del posto
Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio ), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc… (…). Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ (attillato), ‘scimmuzzo’ (tuffo nell’acqua del mare), ecc…(129) Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti’ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre e per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale.”. Nel mio studio, nella nota (129) postillavo che: ” (129) Rohlfs G., Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L.A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.”.
LE FONTI
Riguardo questi tristi episodi che verso la metà del ‘500 funestarono i piccoli casali del Golfo di Policastro, oltre ai documenti d’archivio della Real Camera della Sommaria Vicereale conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, nella nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Infatti, i tristi episodi della nostra storia sono stati narrati da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro che nel 1831 pubblicò ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi curato in seguito nell’edizione del Visconti (…). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, parlando delle “Torri costiere nel Viceregno”, ha accennato alle tre incursioni nel Golfo di Policastro. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Credo che il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II che a p. 319, del vol. II, ha citato i tre episodi. Interessante a riguardo l’incursione del turco Dragut è ciò che scriveva Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.“.

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro
Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il barone Giuseppe Antonini (…), ne parlò a p. 418 della Parte II, Discorso X, della sua ‘Lucania’, nella sua nota (1), parlando di Policastro postillava in proposito che: “Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Marco Fileto di Campagna che scrisse (secondo l’Antonini) una lettera a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi era Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Sto cercando di capire chi fosse il Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Francesco Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, pubblicato nel 1981, dedicò un intero capitolo all’azione corsara dal titolo: “Cap. II – Le incursioni barbaresche”, vedi da p. 85 e ssg. Sempre il Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII, a p. 88 in proposito citava il Laudisio e scriveva che: “La prima è del vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio e si riferisce a due saccheggi subìti da alcuni paesi costieri della sua diocesi.”. Infatti Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, poi nell’edizione curata in seguito nell’edizione del Visconti (…), raccontava le due incursioni del 1533 e del 1552. Sempre il Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII,a p. 89, parlando di Agropoli, in proposito nella sua nota (11) postillava che: “Anche i paesi del Cilento “storico” venivano in tale periodo devastati in modo del tutto simile alla zona di Policastro. Secondo la descrizione di Francesco Antonio Ventimiglia, particolarmente funesto per i cilentani fu l’anno 1563. Il 31 maggio di quell’anno duecento turchi, guidati da un rinnegato, assalirono Torchiara e, ecc..ecc… (cfr. A. Ventimiglia, Il Cilento illustrato, libro V, cap. II, ms. inedito conservato presso l’Archivio della Famiglia Vatolla).”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, riguardo questo periodo storico attinge molte notizie da Carlo Carucci (…), nel suo “D. Ferrante Sanseverino Principe di Salerno”, pubblicato a Salerno nel 1899.


Fonti: nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia, descrive gli eventi
Dal punto di vista prettamente storiografico, il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Nel 1700, il giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia, nel suo L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, ha scritto di quegli eventi che funestarono alcuni piccoli borghi del basso Cilento.

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)
Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Altra incursione segnalata dal Di Luccia (13) ecc..ecc..”. Il Palazzo nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo nella sua nota (13) postillava che: “(13) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro. In seguito e sulla scorta del Di Luccia (…) ha scritto e citato gli episodi in questione anche Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 37-38-39. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Un altro autore che ha scritto molto su questi episodi da cui poi in seguito si decise la costruzione generale delle Torri Vicereali lungo le nostre coste è stato Onofrio Pasanisi, nei suoi La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI; poi in ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’; e poi in ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964.
Fonti: un documento (protocollo) del notaio di Sanza Antonio de Onofrio di Sanza
Il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio (vedi versione del Visconti), nella sua “Synopsi etc…’, in riferimento ad alcune notizie storiche che riguardavano le tremende incursioni barbaresche di quegli anni, quella del 1534, del 1544 e quella di Dragut del 1552, a p. 78 (vedi edizione di G.G. Visconti), nella sua nota (67) postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Questo protocollo è una testimonianza del Notaio di Sanza Antonio de Onofrio. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “La sera del giovedì 15 luglio i Turchi spiegarono le vele alla volta di Napoli. (Laudisio: Synopsis: n. XXXI, in nota “Ex Protocollo Notarii Antonii de Onofrio, pag. I, in Arch. Matr. Eccl. Oppidi Sansii, Caputaq. Dioec.”, a p. 44).”. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Dette notizie sono state attinte dal Laudisio ad un potocollo del Notaio D’Onofrio Antonio (15) esistente nell’Archivio parrocchiale della vicina Sanza, nel quale, però, l’impresa viene attribuita al Corsaro turco DRAGUS RAJS.”. Il Palazzo, nella sua nota (15) postillaava che: “(15) Notaio A. D’Onofrio: Protocollo riportato nei ‘Cenni storici sulla Frazione di Scario, (III° parte del presente volume).”. Infatti, il Palazzo (…) a p. 166, parlando di Scario, in proposito scriveva che: “2) Una prova, più sicura dell’assorbimento bonario di Scario nella Contea di Policastro si ha nel protocollo del Notaio Signor Antonio D’Onofrio, esistente nell’Archivio Parrocchiale di Sanza (Salerno) ecc…”. Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Cataldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: “Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Ecc…”. Su Graziano Severino di Camerota, il Pasanisi (…), nei suoi ‘Camerota ed i suoi casali etc…’, a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio (o D’Onofrio come lo chiama il Palazzo), in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Principato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Dunque, questi documenti o protocolli, utili testimonianze sono state tratte dalla monografia su Camerota di Graziano Severino pubblicata nell’opera di Filippo Cirelli (…), Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Policastro, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ……(la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), ecc..ecc…”. Dunque, il Pasanisi, nel suo ‘Don Sancio etc…’, scriveva del documento (del protocollo segnato con gli anni 1534-1558) che è conservato presso l’Archivio Notarile di Vallo della Lucania. unque, riepilogando le notizie sul documento (il protocollo) del Notaio Antonio de Onofrio di Sanza, che il Laudisio (…), a p. 78 (v. Visconti), nella sua nota (67) postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”, e che altri autori scrivevano essere conservato nell’Archivio Parrocchiale di Sanza, il Pasanisi (…), invece, nella sua “Don Sancio Martinez de Leyna etc…”, scriveva trovarsi nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania.
Nel 1515, l’attacco ad Agropoli
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua La Lucania – discorsi,a p. 254 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “La terra è ben popolata (…) e murata, e le porte a certa ora della notta fu costume per lungo tempo chiudersi per tema dè Corsari: oggi non più si vive con tal timor panico (1).”. L’Antonini (…) nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel MDXV e nel MDXLII fu questa Terra barbaramente dà Turchi saccheggiata, e nella prima volta ne furono condotte in schiavitù più di trecento persone, la seconda nè pure una; poichè della di loro venuta unita à Franzesi era già precorsa la voce, e s’era la gente salvata dentro Terra.”. Dunque, l’Antonini (…), forse sulla scorta del Ventimiglia (…), scriveva che i Turchi attaccarono Agropoli nel 1515.
Khayr-al-Dìn (Ariadeno) Barbarossa
Khayr al-Dīn Barbarossa, detto in ambiente italico Ariadeno Barbarossa, conosciuto anche come Haradin, Kaireddin e Cair Heddin, è stato un corsaro e ammiraglio ottomano, Bey di Algeri, nonché comandante della flotta ottomana. Nell’estate del 1534 compie una terribile incursione sulle coste tirreniche alla testa di 82 galee: sbarchi e saccheggi si registrarono a Cetraro, San Lucido (900 prigionieri), Capri, Procida e Gaeta. Approdato a Sperlonga, e messo a ferro e fuoco il territorio circostante e la stessa città, tenta addirittura di rapire Giulia Gonzaga, vedova di Vespasiano Colonna e celebre per la sua bellezza, per farne dono al sultano Solimano I, ma questa riuscì a rifugiarsi rocambolescamente a Campodimele. Fondi da cui Giulia era fuggita, viene saccheggiata per 4 giorni, poi è la volta di Terracina e finalmente, riempite le navi di schiavi e di bottino, si dirige verso la Tunisia dove conquista Biserta e Tunisi. La reazione non si fa attendere. Nel 1535, Carlo V arma una flotta di 82 galee e 200 vascelli galee e la affida a Andrea Doria che riconquista Tunisi, ottenendo, dopo un saccheggio di due giorni, 10.000 schiavi. Barbarossa però, avendo previdentemente lasciato una piccola flotta a Bona, la raggiunge e, mentre l’Europa lo crede morto, e si celebrano ovunque festeggiamenti, si dirige verso le Baleari dove attracca a Minorca, conquistandola con l’inganno. Mette a ferro e fuoco il porto e poi assale Mahon e la mette a sacco. La rocca si arrende ma sono uccisi 400 abitanti ed oltre 2.000 sono condotti in schiavitù dall’isola di Minorca. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, a p. 171, parlando degli avvenimenti dopo la venuta a Napoli di Carlo V, in proposito scriveva che: “VI. Le marine del reame allora feramente infestate dai corsari massime da Ariadeno Barbarossa e divenuto poi re di Algeri, che con le sue navi faceva continue scorrerie lungo la costa dell’Ionio e del Tirreno, devastando e bruciando le città vicine e facendo prigionieri e schiavi quanti poteva avere in sua mano. Nè risparmiò in alcun modo la Provincia di Salerno. Nell’anno 1544 stava con le sue navi ecc..ecc..”.
Nel 1532, l’incursione barbaresca di Khayr-al-Dìn (Ariadeno) Barbarossa
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “…..la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore.”. Nel mio studio, alla nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N. M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114
A riguardo il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 192, in proposito scriveva che: “L’aggressione più violenta da parte di questi, il Castello la subì nell’anno 1532 per opera di Kair-ed-Din (detto pure Ariadeno Barbarossa), venuto nella zona in compagnia del fratello Horuh. Fu in questa incursione che, con Policastro bero a soffrire il saccheggio e l’incendio anche Vibonati, S. Giovanni a Piro, S. Marina, Bosco, Roccagloriosa, Torre Orsaia, con perdita di beni e di uomini, dei quali alcuni furono uccisi ed altri condotti schiavi (20).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (20) postillava che: “(20) Laudisio, op. cit. , p. 44.”. Questo triste episodio della nostra storia è ricordato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti), in proposito scriveva che: “Nel 1533, per la terza volta, Policastro fu saccheggiata e distrutta dal pirata Ariadeno Barbarossa, ecc..“. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p. 38, parlando delle “Torri costiere nel Viceregno”, in proposito scriveva che: “… frequenti scorrerie dei Turchi, che incendiavano e depredavano tutto (6). Questi guidati da Ariadeno Barbarossa, con le loro navi corsare, facevano razzia sulle coste dei mari Ionio e Tirreno, bruciandone paesi e traendone prigionieri e schiavi gli abitanti….Ecc….”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Credo che il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “Policastro subì tre invasioni: la prima nel 1532, da parte di Ariadeno Barbarossa (Kair-er-Din), accompagnato dal fratello Horuch, che saccheggiò il paese e i dintorni e ne condusse schiavi gli abitanti.”. Il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 37-38-39, sulla scorta del Di Luccia (…), in proposito scriveva che: “Ma una delle più gravi incursioni fu eseguita nell’anno 1533 dal Corsaro di Mitilene KHAIR-ED-DIN (Ariadeno) BARBAROSSA, il quale insieme al fratello HORUH infestava le coste italiane (11). Il Pirata, avendo ottenuto il Comando della flotta turca dal Sultano Solimano II, il quale, per allettarlo alla bieca missione, gli aveva promesso anche il governo di parte delle terre che avrebbe conquistate, dopo aver sparso il terrore sulle coste del Mediterraneo, nell’anno 1534, conquistò Tunisi e Biserta; nel 1535 venne a guerra con Carlo V ed occupò le Cicladi e, nel 1543, all’età di 78 anni, vincendo la flotta di Andrea Doria, conquistò Nizza per conto di Francesco I di Francia. Il Di Luccia (12) attribuisce l’impresa del BARBAROSSA su Policastro al Corsaro turco detto “IL GIUDIO”, il quale sarebbe “sbarcato con 12 Galere nella Marina dell’Oliva”, nel 1533, ed in tale occasione avrebbe distrutto il piccolo centro abitato con la perdita di “ottanta persone fra morti e viui“. Evidentemente per “viui” l’autore vorrà riferirsi ad un numero di prigionieri. Tale affermazione però, deve contenere un errore storico, in quanto il “GIUDIO”, che doveva trovarsi alla dipendenza del Corsaro KHAIR-ED-DIN BARBAROSSA, sarà passato alla storia, non come ideatore, ma come esecutore materiale del saccheggio, alla dipendenza del suo ammiraglio.”, postillando del Laudisio. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 così parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro: “Benchè detta Terra sia stata più volte saccheggiata, e distrutta da Turchi, conforme depongono per scienza in detto processo attitato avanti il Consiglier Lanario Tiberio Pace al fol. 8. Nicola di Luccia al fol. 10 Vito Antonio Tito al fol. 12. Girolamo di Lianza al fol. 16 & in particolare l’anno 1533. nel quale assalita ad hore due di notte dal scommunicato Corsale Turco detto il Giudio con dodici Galere, approdato alla dì lei Marina, restò de questo distrutta, e saccheggiata con perdita di ottanta persone trà morti, e viui, come anche l’anno 1552. nel quale fù di nuovo saccheggiata assieme con la totale distruzione, & abrugiamento delle vigne, e campagna dal perverso Sultano venuto per la ribellione del Principe di Salerno, nel quale saccheggiamento Gio: Antonio Sursaya ci perse il Padre, e Nicola di Luccia per scampare la vita, ammazzò un Turco, e per terzo per quanto io habbia havuto le notizie, che fosse stata saccheggiata circa l’anno 1644. dal Tiranno Barbarosso, portato ivi dalla fortuna del Mare, e circa le vent’una hora sorpresa, e brugiata; Tuttavia sempre è risorta nelle sue infelicità, a segno tale, che al precedente è stata cresciuta d’habitationi, e nobilitata con edificij. Tiene ecc…ecc..”.

(Fig…) Di Luccia, op. cit., p. 129
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua La Lucania – discorsi, a p. 254 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “La terra è ben popolata (…) e murata, e le porte a certa ora della notta fu costume per lungo tempo chiudersi per tema dè Corsari: oggi non più si vive con tal timor panico (1).”. L’Antonini (…) nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel MDXV e nel MDXLII fu questa Terra barbaramente dà Turchi saccheggiata, e nella prima volta ne furono condotte in schiavitù più di trecento persone, la seconda nè pure una; poichè della di loro venuta unita à Franzesi era già precorsa la voce, e s’era la gente salvata dentro Terra.”. Anche il barone Giuseppe Antonini (…), ne parlò a p. 418 della Parte II, Discorso X, della sua ‘Lucania’, nella sua nota (1), parlando di Policastro postillava in proposito che: “Durò in suo splendore, e frequenza di gente la Città fino all’anno MDXLII, allorchè i Turchi in lega coi Franzesi, saccheggiarono le marine del Regno, rovinarono, e bruciarono Policastro, e tutti i luoghi intorno, anzi ritornativi, anni dopo, finirono di consumare ciò che alla prima rabbia non era scappato, senza contrarci quello che avevan fatto nel MDXXXIII (I).”.

L’Antonini, alla sua nota (1) postillava che: “Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Marco Fileto di Campagna che scrisse (secondo l’Antonini) una lettera a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi è Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Ma ancora non si riesce a capire chi fosse il Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc… Breve descrizione del castello abbiamo per questo periodo, prima cioè della sua distruzione, avvenuta nel luglio 1552. Fu fatta in occasione del relevio (tassa di successione feudale) presentato da D. Placido de Sangro per morte del padre Bernardino (32). Come si legge dal documento esso era così costituito ecc…(33).”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Evidentemente Lucrezia Caracciolo vedova, all’epoca del relevio, di Bernardino.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”.
Nel 1542 o 1544 (?), l’incursione barbaresca di Khayr-al-Dìn (Ariadeno) Barbarossa
A riguardo il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 192, in proposito scriveva che: “E come se ciò non bastasse, i barbareschi, in lega con i Francesi, vennero di nuovo tra noi nell’anno 1542, lasciando dietro di sè rovina e distruzione (21).”. Il Vassalluzzo (…), in proposito,dopo aver detto dell’altra incursione del 1542 a p. 194 nella nota (21) postillava che: “(21) Camera M., op. cit., vol. II, p. 114. Lo storico di Amalfi pone questa invasione nell’anno 1542, come ha fatto il De Giorgi, (op. cit., pag. 94), il Volpe (op. cit., pag. 118), il Porfirio, (Encicl. dell’Eccl., vol. IV, alla voce chiesa vescovile di Policastro), Damiano D., Maratea nella storia e nella luce della fede, Sapri, 1965, pag. 48, Racioppi, op. cit., p. 319.”. Anche nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N. M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114
Nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N. M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 124 della parte II, in proposito scriveva che: “Barbarossa, sbaragliato dalla tempesta, raccozzate le malconce sue navi, andò a gittar l’ancora nel Golfo di Policastro, ove dato il sacco alla città, con tutta celerità navigò per Lipari, ecc..ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, a p. 171, parlando degli avvenimenti dopo la venuta a Napoli di Carlo V, in proposito scriveva che: “VI. Le marine del reame allora feramente infestate dai corsari massime da Ariadeno Barbarossa e divenuto poi re di Algeri, che con le sue navi faceva continue scorrerie lungo la costa dell’Ionio e del Tirreno, devastando e bruciando le città vicine e facendo prigionieri e schiavi quanti poteva avere in sua mano. Nè risparmiò in alcun modo la Provincia di Salerno. Nell’anno 1544 stava con le sue navi ecc..ecc…”:

Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; ecc..”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din. Il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 così parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro: “….e per terzo per quanto io habbia havuto le notizie, che fosse stata saccheggiata circa l’anno 1644. dal Tiranno Barbarosso, portato ivi dalla fortuna del Mare, e circa le vent’una hora sorpresa, e brugiata; Tuttavia sempre è risorta nelle sue infelicità, a segno tale, che al precedente è stata cresciuta d’habitationi, e nobilitata con edificij. Tiene ecc…ecc..”. Dunque, il Di Luccia, testimonia i tre avvenimenti tra cui quello del 1544 ma sbaglia (forse vi è un errore di stampa), l’incursione del Barbarossa del 1544, scrivendo che questa era avvenuta nel 1644. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p…., parlando del turco-ottomano Ariadeno Barbarossa, in proposito scriveva che: “Nel 1544, la ciurmaglia del Barbarossa, che si trovava nel Golfo di Salerno, da una tempesta fu scacciata nel Golfo di Policastro, dove saccheggiò tutti i villaggi circostanti. Ecc…ecc…(6).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) ……………….Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “Policastro subì tre invasioni: la seconda nel 1544, da parte dei Mori, che, dopo l’assedio di Amalfi, Salerno e Agropoli, inseguiti da una tempesta, sbarcarono nel nostro Golfo. Assieme alla flotta vi erano il Barbarossa e il Barone Saint-Blancard, chiamato in aiuto dei Francesi che lottavano contro gli spagnoli per il predominio dell’Italia. Anche questa volta furono saccheggiati i villaggi del golfo.”. Anche il barone Giuseppe Antonini (…), ne parlò a p. 418 della Parte II, Discorso X, della sua ‘Lucania’, nella sua nota (1), parlando di Policastro postillava in proposito che: “…..anni dopo, finirono di consumare ciò che alla prima rabbia non era scappato, senza contrarci quello che avevan fatto nel MDXXXIII (I).”. L’Antonini, alla sua nota (1) postillava che: ” Oltre di tanti autori contemporanei, e Regnicoli, abbiamo di questa calamità una lettera scritta in quel tempo a Francesco d’Este da Marco Fileto di Campagna, dove si leggono le seguenti parole: “Interim piratae littera Lucaniae vis anierem Alintam Sinus Pestanus, Picentinos agros a Minervite Promontorio per Leucosiam, Brutiosque ad Regium usque piratico depopulantur bello.”. Marco Fileto di Campagna che scrisse (secondo l’Antonini) una lettera a Francesco d’Este. Molto interessante. Chi è Marco Fileto di Campagna (…) ?. In uno scritto di…………….…: “Lettera di Pasquale Magnoni al barone Giuseppe Antonini etc…”, a p. 69, in proposito scrive che: “Anzi voi al fol. 418 nella nota (1) parlando dè Turchi che in lega con i Francesi verso l’anno 1533. predavano i nostri luoghi marittimi, rapportate da una lettera scritta a Francesco d’Este, da Marco Fileto di Campagna, le seguenti parole: ecc..ecc..Ecco il Cilento disegnato dall’autore di questa lettera ecc…”. Ma ancora non si riesce a capire chi fosse il Marco Fileto o Filetto di Campagna. In un scritto si cita Marco Filetto Filioli di Campagna in una corrispondenza con Girolamo Julianis di Eboli. Scrive Vincenzo Tortorella in un suo scritto che: “Ebbene Filioli, vanta di aver posto le mani su un codice antico scritto in caratteri longobardi ecc..”. Un altro autore che ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc… Breve descrizione del castello abbiamo per questo periodo, prima cioè della sua distruzione, avvenuta nel luglio 1552. Fu fatta in occasione del relevio (tassa di successione feudale) presentato da D. Placido de Sangro per morte del padre Bernardino (32). Come si legge dal documento esso era così costituito ecc…(33).”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Evidentemente Lucrezia Caracciolo vedova, all’epoca del relevio, di Bernardino.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi, a p. 217, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. Riavutasi dalle devastazioni precedenti, fu nel giugno 1544 (non nel 1542 come affermava Antonini ‘La Lucania, Napoli, 1795, t. I pagg. 417 e 418 e Giustiniani nel suo ‘Dizionario Geografico, Napoli, 1805), con S. Giovanni a Piro, Bosco e casali rasa completamente al suolo dal Barbarossa, che, secondo esposero i cittadini delle suddette terre alla R. Camera, bruciò chiese, abbattè case, tagliò alberi, lasciando al suo passaggio soltanto rovine (‘Partium Somm., vol. 251 fol. 264 v.). Venne perciò esentata dai pagamenti fiscali fino a nuovo ordine. (ivi). A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a pp. 275-276, parlando di una relazione spedita alla Real Camera della Sommaria (un processo) in nota (1): “(1) E’ il processo di Camera in risposta al de Leyna, n. 5603, vol. 491 p.a., completato dai proc. – anch di R. Camera. – n. 1511, vol. 160 sudetto e n. 3749, ol. 315 p.a. Per il memoriale presentato dal de Leyna v. anche ‘Comune Somm. vol. 117, fol. 113.”, egli scriveva che: “, e dal quale attingiamo principalmente le notizie (1).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che:

(Fig…) Onofrio Pasanisi (…), op. cit.,
Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Peggio avvenne quando, poco dopo, nelle guerre contro Carlo V, fu richiesto da Francesco I l’aiuto, come dicemmo, della flotta ottomana. Famosi capi corsari batterono i nostri mari, ubertose, ricche contrade furono poste a sacco e incendiate e popolazioni intere tratte in servitù. Nel Salernitano vennero nel 1531 devastate le contrade di Palinuro, distrutti alcuni casali; nel 1533 saccheggiata Policastro, nel 1543 Conca e Pisciotta, nell’aprile del 1544 Agropoli. Ai 27 giugno del 1544 fu posto inutilmente l’assedio alla stessa Salerno da una potentissima armata quella di Barbarossa, già di ritorno dalle stragi e devastazioni dell’isola d’Ischia, ma la flotta fu sconquassata a tempo da una furiosissima tempesta e tolto l’assedio. Pochi giorni dopo, ad opera dello stesso corsaro, furono incendiate Policastro, Bosco, S. Giovanni a Piro ed altri casali. Ancora, al 10 lugio 1552, per la terza volta ecc…”.
Il turco-ottomano di Dragut-Pascià nel Golfo di Policastro
Turghud Alì, o Dragut, Turghut Reis, Darghout Rais, Turhud Rais, Dargut è stato un ammiraglio e corsaro ottomano. Fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din detto il Barbarossa. Viceré di Algeri, Signore di Tripoli, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam. La flotta turca-ottomana di Dragut-Pascià, la leggendaria dominatrice del mare Mediterraneo, operava in quegli anni frequenti incursioni anche e soprattutto sulle nostre coste e quelle della Calabria, impaurendo le già stremate ed esili popolazioni del luogo tanto che il vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera, Vicerè spagnolo, ordinò una serie di torri cavallare di avvistamento (quelle che nella tradizione popolare vengono chiamate ‘Torri Normanne’ da disseminare e costruire su tutto il litorale fino a Scalea (1). Dragut-Pascià fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din Barbarossa (che aveva assalito le nostre coste nel 1533). Viceré di Algeri, Signore di Tripoli e di al-Mahdiyya, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam e fu spesso lo spietato protagonista di credenze popolari, a causa della sua efferatezza. È ricordato anche per essere stato uno dei più grandi ammiragli (in turco Kapudanpasa) di etnia turca al servizio del sultano. La sua flotta ed i suoi uomini, nel 1552, furono gli autori di un’efferata operazione militare incursiva sulle nostre coste. La quarta per la precisione.
Nell’11 luglio 1552, Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Infatti, il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”.
Nel 9 luglio 1552, l’armata turca-ottomana di Dragut-Pascià sbarcò alla marina dell’Oliva (tra Scario e Policastro)
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “…..la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (128) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore.”. Nel mio studio, alla nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N.M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Ma Matteo Camera (…), a p. 114 come vediamo parla delle due incursioni barbaresche del corsaro Barbarossa. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II, in proposito scriveva che:

(Fig…) Matteo Camera, op. cit., p. 114
Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, a p. 175, parlando della fine della dinastia dei Sanseverino e dell’accoglienza che ricevette dal re di Francia Enrico II, dove si recò non essendo ben voluto dall’Imperatore di Spagna Carlo V, in proposito scriveva che: “Questi accolse lietamente il Principe, gli concesse alcuni feudi, una provvisione di 20 mila ducati e lo invitò ad armare una flotta che, nita alla Francese ed a quella del Sultano, con cui era in segrete intelligenze, si fosse recata verso Napoli per suscitare la rivolta del reame. Il Sultano mandò difatti una flotta la quale, dopo avere incendiate Reggio, Amantea e Policastro comparve nel 15 luglio 1552 presso Napoli. Ma non avendo trovato, come era stato inteso, nè le navi di Francia, nè il Principe di Salerno, dopo la lunga attesa partì per Costantinopoli.”. In questo breve passo, Matteo Mazziotti, racconta come nacque la distruzione di Policastro nel 1552 ad opera del turco-ottomano Dragut al comando della flotta del sultano Solimano II. Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; la seconda, da parte di Dragut pascià, nel 1552. Quest’ultima fu la più disastrosa perchè i turchi bruciarono tutte le case, con gli arredi, e gli archivi urbani (come quello del convento di S. Francesco). Uno storico ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: “….quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantem in fratres et conventum, verum etiam in sacres imagines, sacrasque suppellectiles fuit una cum illis in ingentem rogum coniecta (82).”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…). Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato etc…‘, a p. 129 così parlava degli eventi in questione che purtroppo interessarono anche il casale di San Giovanni Piro: “….come anche l’anno 1552. nel quale fù di nuovo saccheggiata assieme con la totale distruzione, & abrugiamento delle vigne, e campagna dal perverso Sultano venuto per la ribellione del Principe di Salerno, nel quale saccheggiamento Gio: Antonio Sursaya ci perse il Padre, e Nicola di Luccia per scampare la vita, ammazzò un Turco,….”. Nella cronaca dei fatti accaduti, il Di Luccia (…), a p. 129 si riferisce ad un processo svoltosi in cui testimoniarono alcuni cittadini di S. Giovanni a Piro: “Benchè detta Terra sia stata più volte saccheggiata, e distrutta da Turchi, conforme depongono per scienza in detto processo attitato avanti il Consiglier Lanario Tiberio Pace al fol. 8. Nicola di Luccia al fol. 10 Vito Antonio Tito al fol. 12. Girolamo di Lianza al fol. 16 ecc…”. Il Di Luccia (…), a p. 129, spiega da dove avesse preso dette notizie e scriveva che: “,…come si cava dall’esame fatta nella causa agitata davanti al Consigliere Gio: Antonio Lanario per l’Atti di Gio: Andre di Caro nell’anno 1579, tra l’Vniversità di detto S. Giovanni & i qu. Clerico Egidio Sorrentino Archidiacono di quel tempo di Policastro, ed effetto che si fosse chiusa una rottura fatta da lui in dette muraglie da me letta.”. Il Di Luccia, riferendosi alle “muraglie” si riferisce a quelle costruite nel 1534 dai cittadini di S. Giovanni a Piro, con la porta dell’Aquila, in seguito all’incursione (scrive il Di Luccia) del corsaro Barbarossa nel 1533. Del processo del 1577 per Andrea de Caro, o parlato in un altro mio saggio su S. Giovanni a Piro. Interessante a riguardo l’incursione del turco Dragut è ciò che scriveva Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Ecco ciò che scriveva in proposito il Gaetani sulla scorta del manoscritto del Mannelli:

Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”. Il Gaetani (…), sulla scorta del Mannelli (…), a p. 29, citava Tommaso Fazello (….) (il Gaetani lo chiama Fozzelli), che nel 1560 scrisse il suo ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560. Il Fazello (…), nel suo Indice dei nomi e dei luoghi, alla lettera “P”, riporta: “Policastrum a Friderico Rege eversum 520”.

(Fig….) Fazello Tommaso, op. cit., p…..
Dunque, il Fazello parla di Policastro nell’anno 1320 e poi, invece il Mannelli (…), aggiunge che Policastro fu ridistrutta di nuovo e saccheggiata da “Rusten Bassà”. Il Gaetani (…), a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), scriveva di Policastro, in proposito scriveva che: “Rifatta di nuovo (dice questo medesimo Autore), che fu poi presa e saccheggiata da Rusten Bassà. Ecc..”. Nel mio studio, nella nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N. M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”. Infatti, il triste episodio della nostra storia è narrato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: “Nel 1533, per la terza volta, Policastro fu saccheggiata e distrutta dal pirata Ariadeno Barbarossa, e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata Oliveto (si riferisce alla spiaggia dell’Oliveto tra Sapri e Villammare, e qui sono chiari i riferimenti filo-borbonici del vescovo sanfedista, dello sbarco di Carlo Pisacane). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67). Come Geremia, chino il volto nel cavo delle mani, pianse sulla sulla sorte di Gerusalemme, così il vescovo pianse sulla città deserta, con l’amarezza nel cuore. E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio di Civita. Si legge in un antico manoscritto che non soltanto trenta persone rimasero a Policastro. Ma dopo quella rovina nuovi villaggi incominciarono a sorgere dai paesi devastati, così che oggi le località della diocesi sono di numero uguale, anche per quanto riguarda gli abitanti, a quello delle località elencate dall’arcivescovo metropolitano di Salerno nella sua pastorale ecc…”. Il Laudisio (vedi versione del Visconti), a p. 78, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, in ‘deserto insidiati sunt’ nobis).”. Il Laudisio (…), citava il “Thren.”, ma non so a chi si riferisse. Il Laudisio (vedi versione del Visconti), a p…., nella sua nota (67) postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, a p…., in proposito scriveva che: “Nell’anno 1552, l’armata turca, al comando di Dragut, dopo il saccheggio di Policastro, e paesi vicini, assalì anche Camerota: ne incendiò il castello e sparse dovunque terrore e paura (7).”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che in seguito vedremo ciò che scriveva a riguardo. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II, in proposito scriveva che: “Nel 10 luglio del 1552 uno stuolo di vele aombra il golfo di Policastro; scendendo i Turchi, e saccheggiarono e incendiano Policastro, Bonati, San Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa, Castel Ruggero, poi Camerota e Pisciotta, ed altri ed altri paesi sulle coste salernitane, basilicatesi e calabre. A Policastro è fama non sopravanzassero allo sperpero che una trentina di persone appena! (1).”. Il Racioppi (…), a p. 321, nella sua nota 81) postillava che: “(1) Conf. Antonini, pag. 410; la ‘Paleocastren Dioeceseos Synopsis, etc., altrove citata.”. Dunque, il Racioppi, postillava che riguardo la notizia delle trenta persone rimaste a Policastro dopo l’incursione di Dragut, consigliava di guardare e confrontare l’Antonini p. 410 della sua Lucania, quando parla di Policastro e il Laudisio (…), che nella sua “Synopsis etc…”, citava la notizia (egli dice) tratta da un manoscritto e come ho già detto il manoscritto a cui si riferiva il Laudisio è quello del Manelli (…), ovvero la ‘Lucania Sconosciuta’ il cap. XI descritto e ripubblicato dal Gaetani (…). Policastro subì due distruzioni ad opera dei due turchi-ottomani: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552. Infatti, nel mio studio per il PRG di Sapri, nella mia nota (128) postillavo che: “(128) Laudisio N. M., op. cit., e vedi pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, dunque citavo che l’episodio era tratto da Matteo Camera (…), nel suo ‘Storia del Ducato di Amalfi’, a p. 114 del suo vol. II. Dunque, Mario Vassalluzzo (…), nella sua nota (7) postillava a riguardo che: “(7) Camera, Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114.”, che però a p. 31 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Camera M., Istoria della città e costiera di Amalfi.”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II. Insomma, se il Vassalluzzo si riferiva a Matteo Camera, egli non scrisse la ‘Storia del Ducato di Amalfi’ come il Vassalluzzo postillava ma scrisse altri testi dal simile titolo. Da wikipidia leggiamo che: “Nel luglio del 1552 assalì la cittadella di Camerota.”. Un altro autore che descrisse gli avvenimenti del 1552 fu il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 47, in proposito scriveva che: “Policastro subì tre invasioni. La terza, la più tremenda, da parte di Dragut Rais Bassà, comandante dell’armata turca, nella domenica 11 luglio 1552. La flotta turca, sbarcata presso Scario, tra la Torre dell’Oliva e la foce del Bussento il sabato precedente con 120 galee, si accampò la notte fra le macchie del lido. Il giorno seguente le acquile affamate di preda assalirono, incendiarono e saccheggiarono non solo Policastro, ma anche S. Marina, Vibonati, S. Giovanni a Piro, Bosco, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, e Castelruggero. – Quanti uccisi! Quanti presi e menati schiavi! quanti senza tetto erranti per i monti e per le boscaglie!….La sera del giovedì 15 luglio i Turchi spiegarono le vele alla volta di Napoli. (Laudisio: Synopsis: n. XXXI, in nota “Ex Protocollo Notarii Antonii de Onofrio, pag. I, in Arch. Matr. Eccl. Oppidi Sansii, Caputaq. Dioec.”, a p. 44). I pochi abitanti scampati colla fuga dalla violenta strage, iniziarono la costruzione dei casali sulle vicine colline. Sorse così S. Cristoforo, detto nei registri parrocchiali “Casale di Policastro”; poi Ispani, detto “Foruli”. Dal 1611, cioè 59 anni dopo l’ultima distruzione di Policastro, le chiese di S. Cristoforo Ecc…”. il Cataldo (…) a p. 48 continua e parlando di Torre Orsaia e del nuovo episcopio scriveva che: “Nel 1562, dieci anni dopo l’eccidio, Mons. Massanella poneva nel Campanile la campana grande, che ancora esiste intatta, collo stemma gentilizio, ecc…”. Il primo autore in assoluto che citò questi avvenimenti è Pietro Marcellino Di Luccia (…), di cui ha in seguito riferito Ferdinando Palazzo (…). Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a p. 39, sulla scorta del Di Luccia e del Laudisio (…), in proposito scriveva che: “Altra incursione segnalata dal Di Luccia (13) si sarebbe verificata nell’anno 1552, ad opera del Sultano Solimano II, il quale si sarebbe portato in questi luoghi per sedare una sommossa organizzata dal Principe di Salerno. Il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Maria Laudisio, nel suo trattato “PALEOCASTREN ecc…Dette notizie sono state attinte dal Laudisio ad un potocollo del Notaio D’Onofrio Antonio (15) esistente nell’Archivio parrocchiale della vicina Sanza, nel quale, però, l’impresa viene attribuita al Corsaro turco DRAGUS RAJS. Se non vi è stata confusione di nomi, può anche presumersi che il Dragut e il Dragus ecc…”. Il Palazzo nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo nella sua nota (13) postillava che: “(13) Di Luccia: pag. 129, op. cit.”. Il Palazzo, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Laudisio, op. cit, pag. 44, ed. De Dominicis, Napoli, 1831.”. Il Palazzo, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Notaio A. D’Onofrio: Protocollo riportato nei ‘Cenni storici sulla Frazione di Scario, (III° parte del presente volume).”. Infatti, Ferdinando Palazzo (…) a p. 166, parlando di Scario, in proposito scriveva che: “2) Una prova, più sicura dell’assorbimento bonario di Scario nella Contea di Policastro si ha nel protocollo del Notaio Signor Antonio D’Onofrio, esistente nell’Archivio Parrocchiale di Sanza (Salerno) nel quale si legge fra l’altro: “Il 10 luglio – giorno di Sabato – del 1552, DRACUS RAJS fermossi nel Golfo di Policastro, e precisamente nel porto della marina dell’Oliva con 123 vele, il giorno seguente scese a terra bruciò la detta Marina, in uno con tutti i paesi vicini, spingendoli fino a Pisciotta, ed il giorno seguente ripartì con molti prigionieri veleggiando verso Napoli. Dopo questa distruzione il porto dell’Oliva non fu più riedificato, poichè quegli abitanti tassati in quel tempo per 200 fuochi, furono completamente o morti o fatti schiavi, ‘tanto che il territorio divenne, poi, di proprietà dei Conti Carafa di Policastro, che, poi, gli fu riconosciuta e confermata alla fine del secolo decimo ottavo dal Duca di Rivoli e Principe Esling, quando, al comando delle truppe francesi, guerreggiò in questi luoghi”. Pertanto, poichè il Conte di Policastro divenne detentore legittimo di “Marina dell’Oliva” solamente dopo l’incursione del Corsaro Dragus Rais, (a. 1552) è chiaro che detto territorio non era stato in precedenza regolarmente annesso a quello della Contea, per cui bisogna ritenere che le fortificazioni di detta Marina, eseguite dal NORMANNO e da suo figlio Simone, nell’anno 1066, dovettero essere ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “Subì, a più riprese, assedi e distruzioni da parte di barbareschi, nonostante le torri costiere di Capitello e di Villammare, dell’Olivo e del Garagliano a Scario, dello Zancale a Marina di Camerota, oltre alle torri di Molpa e di Palinuro (88). Fu saccheggiata nel 1532 e nel 1544. L’11 luglio del 1552 la distruzione ad opera di Dragut Raìs Bassà fù pressocchè totale, tanto che gli abitanti si ridussero ad appena 30 uomini (89). La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(88) M. Vasalluzzo, Castelli torri e borghi nel Cilento, op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (89), postillava che: “(89) N.M. Laudisio, ‘Paleocastren Dioceseos ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”. Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: “Si era intanto detto D. Placido appena messo in possesso del feudo, quando, nel luglio 1552, un’immane sciagura funestò Camerota. Forze sbarcate da una potente armata turca, comandata da Dragut, dopo di aver saccheggiato Policastro e paesi vicini, assalirono, incendiando la torre e il castello, uccidendo persone e traendo gran numero di prigionieri. Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Il Greco riferisce: “Die martii quinta mensis julii, ecc…”. Il Pasanisi (…), continua il suo racconto a p. 14 e 15 ed aggiunge, riguardo il suddetto de Onofrio: Anno 1533 ecc…e anno 1552 ecc….(35).”. Il Pasanisi (…), a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio, in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Sempre il Pasanisi (…), a p. 14, continuando il suo racconto su Camerota scrive che: Molti anni più tardi il suddetto sacerdote Leone richiesto, in un processo, per una tentata riduzione al demanio della Terra di Camerota, fece la seguente dichiarazione: “Io don Tommaso de Leone, ecc..eccc., Napoli, li 20 di aprile 1594″ (36). I turchi così si presentarono nel Golfo di Policastro e propriamente nel luogo detto Oliva (odierna Scario) il 9 luglio 1552, di sabato. Il giorno successivo sbarcarono a Policastro, S. Marina, S. Giovanni a Piro, Bosco, Torre Orsaia e Roccagloriosa che misero a sacco. La popolazione fu raggiunta sui monti, e di quella che non potette avere scampo nella fuga, parte fu uccisa e parte catturata. Il marted’ successivo raggiunsero Camerota, già evacuata. Il castello fu messo a sacco, ed insieme la torre, incendiato. Commovente è il racconto del notaio Greco. Associa il ricordo della fuga sui monti, a quello del figlioletto Antonio, natogli pochi giorni prima dalla moglie Dianora. Meno fortunata fu invece la famiglia del sacerdote Leone, la madre e la sorella furono catturate e di esse non si ebbe più notizia. La cifra ufficiale dei mancanti (uccisi o prigionieri) fu, secondo una dichiarazione della Regia Camera, di fuochi 90 (l’unità demografica era costituita dalla famiglia, non dall’individuo). Di questi 90 fuochi, 40 appartenevano a Camerota, 20 a Licusati, e 30 a Lentiscosa (37) ecc….(38). Ecc…(40).”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Dal già Proc. R. Camera della Sommaria – Pandette, ant. n. 1550, vol. 163.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.S.N. Partium della Sommaria, vol. 278, fol. 129 t e vol. 389, foll. 9 e 85.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (38) postillava che: “(38) I dati relativi al numero dei fuochi di Camerota e dei due casali sono stati desunti dal su cit. ‘Dizionario’ del Giustiniani.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Id. Voll. ‘Partium’ su citati.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dal già ‘Processo della R. Camera della Sommaria, n. 550 su cit..”. Onofrio Pasanisi (…) nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc…”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi (…), a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari. Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a pp. 275-276, parlando di una relazione spedita alla Real Camera della Sommaria (un processo) in nota (1): “(1) E’ il processo di Camera in risposta al de Leyna, n. 5603, vol. 491 p.a., completato dai proc. – anch di R. Camera. – n. 1511, vol. 160 sudetto e n. 3749, ol. 315 p.a. Per il memoriale presentato dal de Leyna v. anche ‘Comune Somm. vol. 117, fol. 113.”, egli scriveva che: “, e dal quale attingiamo principalmente le notizie (1).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Roccagloriosa a p. 278, in proposito scriveva pure: Era stata perciò esentata dal vicerè dai pagamenti fiscali per tre anni. Ed aveva, ciò non ostante, contribuito alla costruzione della torre “in loco quo operat offendi” nella marina cioè di Policastro. Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1). La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Plancio de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione ecc..ecc…”. Il Pasanisi a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di ritorno da Policastro l’armata di Dragut rais saccheggiò, il 12 luglio 1552 Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e Licusati ecc…ecc..”. Il Pasanisi sempre nella sua nota (1) riferendosi a Camerota postillava che: “Proc. R. Camera Somm., n. 1550, vol. 136 p.a. fol. 56.”. Poi a p. 278, nella sua nota (2) postillava che: “Venne preso ed incendiato anche il Castello che fu riedificato poco dopo da don Placido de Sangro. Proc. R. Camera Sommaria, n. 1550 cit., fol. 55.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Ancora, al 10 luglio 1552, per la terza volta e ad opera di Dragut rais, succeduto al Barbarossa nella corsa dei mari, furono incendiate e finite di distruggere Policastro, Bosco, S. Giovanni a Piro, S. Marina, Torre Orsaia e Roccagloriosa che ebbe cento cittadini fra uccisi e catturati; e, due giorni dopo, il 12 luglio, incendiate e poste a sacco Camerota, Licusati, Lentiscosa con trecento prigionieri, secondo attestò il notaio Greco di quelle terre in un suo protocollo. Nel 1552, ad esempio, fu inviato a Policastro il Commissario Flavio del Riccio con l’ordine categorico di procedere ad informazioni sul numero preciso degli uccisi e degli scomparsi.”.
Nel 1552, Dragut distrugge il monastero di S. Francesco d’Assisi a Policastro
Nel corso di quest’ultima invasione fu distrutto il Convento di S. Francesco del XII sec., i cui ruderi sono tuttora visibili ad oriente dell’abitato.

(Fig…..) Convento di S. Francesco d’Assisi a Policastro Bussentino – XII secolo
Nel 1973, Pasquale Natella e Paolo Peduto, nel loro ‘Pixous – Policastro’, a pp. 515-516, riguardo quel periodo in proposito così scrivevano: “In ordine a tali eventi, e quando già il porto nel pieno del XVI secolo cominciava a perdere d’importanza per il Regno, anche a causa della non rinnovata presenza di mercanti genovesi in città, Policastro dovette sopportare le due ultime distruzioni, che la resero, come molte altre città costiere del Tirreno, rimpicciolita demograficamente ed economicamente: la prima ad opera di Khair-ed-Din, il Barbarossa, nel 1543; la seconda, da parte di Dragut Pascià nel 1552. Quest’ultima fu la più disastrosa perchè i turchi bruciarono tutte le case, con gli arredi, e gli archivi urbani (come quello del Convento di S. Francesco). Uno storico ne fece un rapido ma circostanziato riassunto: ‘…..quae (Policastro) saeviente Turcarum immanitate in seconda combustione, non tantum in fretres et conventum, verum etiam in sacras imagines, sacrasque suppellectiles, fuit una cum illis in ingente rogum coniecta’ (82).” che, tradotto è: “che (Policastro) turca sta infuriando l’enormità della seconda combustione, non solo sui Fratelli e sull’assemblea ma anche nelle immagini sacre, mobili sacri sono stati gettati insieme a loro in un enorme”. I due studiosi a p. 516, nella nota (82) postillavano che: “(82) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia….idest descriptio almae Provinciae Principatus fratrum minorum, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44. Si noti ecc..”. Si tratta del testo di padre Raffaele Da Paterno (…), ‘De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia’, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44.
Nel 12 luglio 1552, l’incursione di Dragut a Roccagloriosa
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, in proposito scriveva pure: “Roccagloriosa versava in condizioni miserrime. Aveva subito, l’anno innanzi, con Policastro (2) ‘maximum incendium et riunam’, con la perdita, per Roccagloriosa, di oltre cento cittadini fra uccisi e fatti schiavi.”. Il Pasanisi (…), a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) La storia di Policastro e quella dei suoi casali e terre convicine è storia dei saccheggi, incendi, di rovine. A 10 luglio 1552, di domenica (la data è del notaio Giovanni Greco di Camerota che l’annotò in un protocollo segnato con gli anni 1534-1558 che si conserva nell’Archivio Notarile di Vallo della Lucania), venne nuovamente devastata con Roccagloriosa e terre vicine da una potente armata, (‘Partium Somm., vol. 320 fol. 117), quella di Dragut rais succeduto al Barbarossa nella corsa dei nostri mari.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Roccagloriosa a p. 278, in proposito scriveva pure: Era stata perciò esentata dal vicerè dai pagamenti fiscali per tre anni. Ed aveva, ciò non ostante, contribuito alla costruzione della torre “in loco quo operat offendi” nella marina cioè di Policastro.”.
Nel 13 luglio 1552, l’incursione di Dragut-Pascià a Camerota, Lentiscosa e Licusati
Il triste episodio della nostra storia dell’incursione di Dragut Pascià è narrato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831, a p. 78 (vedi Visconti), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: “…..Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67).”. Il Laudisio (vedi versione del Visconti), a p. 78, nella sua nota (67) postillava che: “(67) ‘Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio’, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Il Vassalluzzo (…), nella sua nota (6) postillava a riguardo che: “(6) Racioppi G., op. cit., vol. II, pag. 114.”. Il Vassalluzzo si riferisca a Giacomo Racioppi, ed al suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, che a p. 319, del vol. II, in proposito scriveva che: “….poi Camerota e Pisciotta, ed altri ed altri paesi sulle coste salernitane, basilicatesi e calabre. A Policastro è fama non sopravanzassero allo sperpero che una trentina di persone appena! (1).”. Il Racioppi (…), a p. 321, nella sua nota 81) postillava che: “(1) Conf. Antonini, pag. 410; la ‘Paleocastren Dioeceseos Synopsis, etc., altrove citata.”. Da wikipidia leggiamo che: “Nel luglio del 1552 assalì la cittadella di Camerota.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “Subì, a più riprese, assedi e distruzioni da parte di barbareschi, nonostante le torri costiere di Capitello e di Villammare, dell’Olivo e del Garagliano a Scario, dello Zancale a Marina di Camerota, oltre alle torri di Molpa e di Palinuro (88). Ecc..”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(88) M. Vasalluzzo, Castelli torri e borghi nel Cilento, op. cit.”. Un altro autore ha molto parlato di questo episodio della storia del Golfo di Policastro ed è Onofrio Pasanisi (…) che descrive l’arrivo delle orde di Dragut a Camerota nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, pubblicato a Napoli nel 1964. Il Pasanisi a p. 13, nel capitolo “Saccheggio e incendio di Camerota”, in proposito scriveva che: “Si era intanto detto D. Placido appena messo in possesso del feudo, quando, nel luglio 1552, un’immane sciagura funestò Camerota. Forze sbarcate da una potente armata turca, comandata da Dragut, dopo di aver saccheggiato Policastro e paesi vicini, assalirono, incendiando la torre e il castello, uccidendo persone e traendo gran numero di prigionieri. Del funestissimo avvenimento ci sono pervenute scarse notizie, restano però le testimonianze di tre persone, quella del notaio Antonio de Onofrio da Sanza per Policastro, del notaio Giovanni Greco per Camerota, e del sacerdote D. Tommaso de Leone per Camerota. Ed ecco le testimonianze dei due notai, così, come si rinvengono pubblicate da Graziano Severino di Camerota, e che le trovò annotate in alcuni protocolli. Il Greco riferisce: “Die martii quinta mensis julii, ecc…”. Il Pasanisi (…), continua il suo racconto a p. 14 e 15 ed aggiunge, riguardo il suddetto de Onofrio: Anno 1533 ecc…e anno 1552 ecc….(35).”. Il Pasanisi (…), a p. 14, nella sua nota (35) riguardo la testimonianza del Notaio de Onofrio, in proposito postillava che: “(35) Dalla monografia di GRAZIANO SEVERINO su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36.”. Riguardo il Severino (…), citato dal Pasanisi (…), troviamo che nel …..pubblicò una monografia su Camerota, intitolata: “Camerota e suo Circondario etc…”, che poi in seguito fu pubblicata dal Cirelli nel suo vol. V sul Principato Citeriore. Sempre il Pasanisi (…), a p. 14, continuando il suo racconto su Camerota scrive che: “….Il martedì successivo raggiunsero Camerota, già evacuata. Il castello fu messo a sacco, ed insieme la torre, incendiato. Commovente è il racconto del notaio Greco. Associa il ricordo della fuga sui monti, a quello del figlioletto Antonio, natogli pochi giorni prima dalla moglie Dianora. Meno fortunata fu invece la famiglia del sacerdote Leone, la madre e la sorella furono catturate e di esse non si ebbe più notizia. La cifra ufficiale dei mancanti (uccisi o prigionieri) fu, secondo una dichiarazione della Regia Camera, di fuochi 90 (l’unità demografica era costituita dalla famiglia, non dall’individuo). Di questi 90 fuochi, 40 appartenevano a Camerota, 20 a Licusati, e 30 a Lentiscosa (37) ecc….(38). Ecc…(40).”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Dal già Proc. R. Camera della Sommaria – Pandette, ant. n. 1550, vol. 163.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.S.N. Partium della Sommaria, vol. 278, fol. 129 t e vol. 389, foll. 9 e 85.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (38) postillava che: “(38) I dati relativi al numero dei fuochi di Camerota e dei due casali sono stati desunti dal su cit. ‘Dizionario’ del Giustiniani.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Id. Voll. ‘Partium’ su citati.”. Il Pasanisi, a p. 15, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dal già ‘Processo della R. Camera della Sommaria, n. 550 su cit..”. Onofrio Pasanisi (…) nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 12, parlando della Torre di Layola costruita lungo il litorale di Camerota, in proposito scriveva che: “Un marinaio, tale Vincenzo Gambardella riferì, nel 1532, che, sorpreso dai turchi, trovò scampo, con molta gente in detta torre. Lo stesso ebbe a dire il magnifico Mario Galeota, anche di Napoli (31). Presa di mira dai turchi, venne incendiata, una prima volta, nel 1544 dall’armata del Barbarossa, di ritorno dalla distruzione di Policastro, ed una seconda volta, nel 1552, da quella non meno potente di rais Dragut, di ritorno, anche questa, da Policastro. Rifatta, da Don Placido ecc…”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) A.S.N. ‘Proc. R. Camera, n. 6514 già cit.”. Il Pasanisi (…), a p. 12, nella sua nota (33) postillava che: “(33) A.S.N. Relevi origiali, vol. 226, fol. 232 cit.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Roccagloriosa a p. 278, in proposito scriveva pure: Era stata perciò esentata dal vicerè dai pagamenti fiscali per tre anni. Ed aveva, ciò non ostante, contribuito alla costruzione della torre “in loco quo operat offendi” nella marina cioè di Policastro. Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1). La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Plancio de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione ecc..ecc…”. Il Pasanisi a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di ritorno da Policastro l’armata di Dragut rais saccheggiò, il 12 luglio 1552 Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e Licusati ecc…ecc..”. Il Pasanisi sempre nella sua nota (1) riferendosi a Camerota postillava che: “Proc. R. Camera Somm., n. 1550, vol. 136 p.a. fol. 56.”. Poi a p. 278, nella sua nota (2) postillava che: “Venne preso ed incendiato anche il Castello che fu riedificato poco dopo da don Placido de Sangro. Proc. R. Camera Sommaria, n. 1550 cit., fol. 55.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “….e, due giorni dopo, il 12 luglio, incendiate e poste a sacco Camerota, Licusati, Lentiscosa con trecento prigionieri, secondo attestò il notaio Greco di quelle terre in un suo protocollo.”. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…‘, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstriti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Dunque il Guzzo (…) accostava la notizia tratta dal Sinno (…) che 400 sapresi giravano per il Regno di Napoli accomodando caldare, l’accostava alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1809 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1809 e non al 1552 come il Guzzo voleva che fosse. Riguardo poi le notizie citate dal Vassalluzzo e del Guzzo riguardo le incursioni del ‘500, tratte dal Volpe (…), direi che la notizia del Sinno non centri proprio nulla. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”. Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Vassalluzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…”, ma come si può leggere non dice nulla circa i suoi abitanti nel 1811. Il Guzzo (…), sulla scorta del Vassalluzzo (…) a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Volpe, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, pubblicato nel 1881, dopo la pubblicazione del Laudisio che è del 1831, a p. 118 parlava delle incursioni barbaresche del ‘500 e riportava le stesse notizi. Postillava pure, nella sua nota (24) del Mannelli, dell’ex protocollo Notaio de Onofrio e del Porfirio (…). Il Porfirio (…) nel suo ‘Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 539 così scriveva:

Nel 13 luglio 1552, l’incursione al castello della Molpa
Francesco Volpe (…), nel suo ‘Il Cilento nel secolo XVII’, pubblicato nel 1981, a p. 98, in proposito scriveva che: “Doppiato il capo Palinuro, in prossimità della foce del Mingardo, su uno sperone di roccia, si trovava il castello della Molpa, peraltro già disabitato nel Cinquecento, per aver subito nel secolo precedente la sorte che abbiamo visto toccare a Castellammare della Bruca. Difatti, durante un’incursione di mori, il castello era stato sottoposto ad un saccheggio spaventoso, per cui buona parte degli abitantierano finiti schiavi mentre pochi superstiti si erano ritirati a vivere in “pagliare” in località San Serio, da dove nel 1484 i sei fuochi lì costituitisi avevano fatto pervenire istanza al re per essere esentati dal pagamento dei fiscali, a causa della loro estrema povertà (32). Scomparso il castello della Molpa, tra capo Palinuro e punta degli Infreschi troviamo tra Cinque e Seicento scarsi segni di vita: “una taverna con sette membri superiori e inferiori, di proprietà del marchese, nonchè un trappeto con un magazzino per riporvi le botti di olio” e una chiesetta dedicata a san Nicola, forse primo richiamo che attirò gli abitatori delle colline sul litorale della marina di Camerota (33). Dei paesi litoranei dell’ampio golfo di Policastro già abbiamo descritto la disastrosa incursione che subirono nel 1552 e del loro prograssivo spopolamento è testimone prprio l’andamento dei censimenti di Policastro: 164 fuochi nel 1552 e poi calo inesorabile per tuto il secolo fino a soli 5 fuochi del 1595. Irrilevante l’incremento del secolo successivo (16 fuochi) nel 1648, 10 nel 1669).”. Il Volpe, a p. 98, nella sua nota (32) postillava che: “(32) A. Silvestri, op. cit., p. XII.”. Il Volpe, a p. 98, nella sua nota (33) postillava che: “(33) O. Pasanisi, Camerota e i suoi casalei, Napoli, 1964, p. 49”.
Nel 26 novembre 1557 o 1577 (?), la quarta incursione corsara che distruge Forlì (Ispani)
Sempre il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, pubblicato nel 1934, parlando di Camerota e di Don Sancio de Leyna che acquistò il feudo di Camerota e la Molpa, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “Ancora nel 1557 a 26 novembre, il casale “delli Spani” di Policastro fu assalito verso le ore cinque di notte. La R. Camera accertò che su un centinaio di abitanti 15 o 20 soltanto furono gli scampati ‘Consultarum Somm.’, vol 59 fol. 3 e vol. 73 fol. 108.”. Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Nella distrutta Policastro, tornarono ancora nel 1577 incendiarono il casale di Ispani.”.
Nel 15…, Policastro fu distrutta dai Turchi che guerreggiavano con i Francesi contro Carlo V
Da wikipidia leggiamo che: “La reazione non si fa attendere. Nel 1535, Carlo V arma una flotta di 82 galee e 200 vascelli galee e la affida a Andrea Doria che riconquista Tunisi, ottenendo, dopo un saccheggio di due giorni, 10.000 schiavi. Barbarossa però, avendo previdentemente lasciato una piccola flotta a Bona, la raggiunge e, mentre l’Europa lo crede morto, e si celebrano ovunque festeggiamenti, si dirige verso le Baleari dove attracca a Minorca, conquistandola con l’inganno. Mette a ferro e fuoco il porto e poi assale Mahon e la mette a sacco. La rocca si arrende ma sono uccisi 400 abitanti ed oltre 2.000 sono condotti in schiavitù dall’isola di Minorca.”. Era forse riferita a questa notizia storica il manoscritto di Luca Mannelli quando la cita parlando di Policastro nel suo cap. XI. Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), scriveva di Policastro, in proposito scriveva che: “Nè gli giovò fusse ripopolata, mentre nel passato secolo venuta poderosa armata di Turchi à danni di questo Regno a richiesta di Francesco Re di Francia che guerreggiava con Carlo V, fu miserabilmente predata e diroccata, e di questi due ultimi avvenimenti notò il P. Ughelli ‘Bis sub Carrafis a Turcarum classe capta, ac pene solo aequata est (1). Dopo questa ultima caduta dopo più non risorse, non havendo attentato riedificarla nè quei cittadini che dalle spade turche scapparono nè altri forestieri qualunque sito opportuno ai traffici nè gli allettasse, perchè non vollero esporsi a si manifesto pericolo di restar ogni giorno bersaglio dè nemici di nostra fede.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”. Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictus est Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ac penè solo aequata est. Civitas illa paucas habet domos, & ab celi inclementiam intra diruta moenia anime fidelium vix triginta numerantur.”. In questo passo l’Ughelli racconta che a seguito dell’incursione Turca, a Policastro rimasero poche case e circa trenta persone.

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro
Nel 1562, la ripresa e la costruzione di alcuni centri
Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…) o Mandelli, citato pure dal Laudisio (…). Si tratta di Rocco Gaetani (…) e del suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, a p. 29, riferendosi a ciò che Tommaso Fazello (…), ovvero in seguito ad un’altra distruzione subita da Policastro a causa dei Turchi che per il re di Francia Francesco guerreggiavano contro l’Imperatore di Spagna Carlo V, in proposito scriveva che: “Dopo questa ultima caduta dopo più non risorse, non havendo attentato riedificarla nè quei cittadini che dalle spade turche scapparono nè altri forestieri qualunque sito opportuno ai traffici nè gli allettasse, perchè non vollero esporsi a si manifesto pericolo di restar ogni giorno bersaglio dè nemici di nostra fede.”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”. Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “…..bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ac penè solo aequata est. Civitas illa paucas habet domos, & ab celi inclementiam intra diruta moenia anime fidelium vix triginta numerantur.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”.
Nel 31 maggio 1563, i turchi sbarcarono a S. Marco di Agropoli
Un altra interessante notizia intorno a Policastro dopo l’incursione di Dragut, il Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che: “Nel maggio del 1563 i turchi sbarcarono a S. Marco di Agropoli ecc..”. Francesco Volpe (…), nel suo, Il Cilento nel secolo XVII,a p. 89, parlando di Agropoli, in proposito nella sua nota (11) postillava che: “Anche i paesi del Cilento “storico” venivano in tale periodo devastati in modo del tutto simile alla zona di Policastro. Secondo la descrizione di Francesco Antonio Ventimiglia, particolarmente funesto per i cilentani fu l’anno 1563. Il 31 maggio di quell’anno duecento turchi, guidati da un rinnegato, assalirono Torchiara e, ecc..ecc… (cfr. F. A. Ventimiglia, Il Cilento illustrato, libro V, cap. II, ms. inedito conservato presso l’Archivio della Famiglia Vatolla).”. Riguardo il manoscritto del Ventimiglia (…), “Il Cilento illustrato”, ha scritto il Francesco Volpe (…), vedi: “Cilento Illustrato” di Francesco Antonio Ventimiglia, a cura di Francesco Volpe, edizioni ESI, Napoli, 2003, dove il Volpe, nella sua introduzione scrive che: “Nella storia dei Ventimiglia di Vatolla ecc… nuovo impulso all’arricchimento della biblioteca di famiglia che sarebbe stato il vanto delle generazioni successive e che oggi costituisce il fiore all’occhiello della Biblioteca dell’Università di Salerno. Come primo frutto dei suoi studi Francesco Antonio nel 1788 mandò alle stampe presso l’editore napoletano Gaetano Raimondi il libro ‘Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dell’anno 840 fino al 1127’, ecc..ecc..”. Infatti, il Ventimiglia (…, vedi versione di Volpe) a p. 153, nel suo Cap. II: “Storia di alcuni rimarchevoli avvenimenti accaduti nel Cilento in questi tempi che un altro libro contiene”, in proposito scriveva che: “Il 31 maggio 1563 duecento turchi guidati da u rinnegato assalirono Torchiara. Ecc..ecc..Tornarono con maggiore impeto nello stesso anno 1563. Il “Rais Dragutte” con 28 galee fece calare ad Agropoli 2.000 uomini, che fecero grande scempio. Ecc…ecc..Il 29 giugno 1629 i turchi attaccarono Agropoli. (Si tralasciano i particolari che sono stati già riportati dal Maziotti nell’op. cit. (p. 33) ecc..ecc..”.
Le Torri marittime costiere costruite durante il Viceregno Spagnolo lungo il litorale del Golfo di Policastro ed oltre








(Fig….) Pasanisi Onofrio, op. cit., stà in Rassegna Storica Salernitana, 1997, fasc. 27
La mappa di Piri Re’is
Il cinquecento fu Mediterraneo il secolo della riscossa turca. Insediatisi sul Bosforo, era per i turchi logico e naturale riprendere il vecchio sogno pan-europeo di conquista delle terre italiane e mettere così piede sulla terraferma ai piedi dell’Europa e del mondo oc- cidentale. Non sto quì a raccontare le vicende storiche che caratterizzano quel periodo fino alla famosa battaglia di Lepanto nel 1571. Spentesi le mire espansionistiche dei mu- sulmani in occidente a causa anche delle lotte interne per la successione di Maometto II, le truppe ottomane si ritirarono dal Salento. Nel corso del XVI secolo, intorno ai primi del cinquecento, sono state redatte alcune carte geografiche da alcuni cartografi ottoma- ni. Si tratta di alcune carte navali di estrema importanza per i toponimi (nomi dei luo- ghi), in questo caso di porti conosciuti all’epoca. La seconda carta geografica è quella che conosciamo come la ‘mappa di Piri Re’is’ è un documento cartografico realizzato dall’am- miraglio turco Piri Reìs nel 1513. La mappa pergamenacea è conservata nella Biblioteca del Palazzo Topkapi di Istambul, dove fu rinvenuta nel 1929 durante i lavori di rifaci- mento per trasformarlo in museo: è una parte di un documento più ampio, di cui rap- presenta circa un terzo (o forse la metà) dell’estensione originaria. Essa reca la scritta: “Composta dall’umile Pīr figlio di Hajji Mehmet, noto come nipote per parte di padre di Ke- māl Reʾīs – possa Dio perdonarli -, nella città di Gallipoli, nel mese del sacro Muharram, nell’anno 919 [dell’Egira, corrispondente al marzo-aprile 1513.”, chiaro riferimento a Cristoforo Colombo. La mappa venne probabilmente realizzata da Piri Re’ìs per essere offerta al Sultano ottomano Solimano il Magnifico nel 1517. Probabilmente, subì alcuni ritocchi minori, successivi al 1519. Essa fu redatta sulla scorta di diverse informazioni, ricavate da carte nautiche e da mappamondi precedenti, rendendo il tutto coerente. Ol- tre a quattro portolani portoghesi, Pīrī Reʾīs si avvalse anche della cosiddetta “mappa di Colombo” (usata da Colombo come attesta lo stesso Piri Re’is nella scritta autografa sulla sua Mappa), che era stata razziata dopo la cattura di sette navi spagnole al largo di Va- lencia. Dopo la scoperta, le numerose note sulla mappa vennero tradotte nel 1935 – per esplicita volontà di Ataturk – da Bay Hasan Fehmi e Yusuf Akcura, per conto della “Socie- tà storica turca” (Turk tarihi kurumu). I due curatori allegarono l’integrale trascrizione delle legende della Carta di Piri Re’is (Piri Reis Haritasi), presenti in margine all’originale, in lingua turca moderna, tedesco, francese, inglese e italiano. La Carta è stata nuova- mente riprodotta nel 1966, anche in seguito all’approfondito studio di Ayşe Afetinan che, nel 1954, parlò dell’opera nel lavoro The oldest map of America.

(Fig….) la mappa di Piri Re’is, del 1521 (…).
Nel 1525-26, le mappe del Kitab-i Bahriye di Piri Re’is
L’ammiraglio turco Piri-Re’is, nel 1525-26, scrisse il libro noto con il nome di Kitab-i Bah- riye (Libro della marina) (Fig….). Una versione più ricca, composta nel 1525-26, realiz- zato con l’utilizzo di abili amanuensi e miniatori, fu preparata dallo stesso Piri Reis ap- positamente per il sultano Solimano il Magnifico (Fig….).

(Fig….) Il Kitab-i Bahriye ( it. Libro della marina) è un portolano del Mediterraneo
Si conoscono ventidue di copie della prima versione e una decina della seconda, conservate in biblioteche di tutto il mondo. Recentemente, lo studioso Vito Salierno (…) ha pubblicato alcune carte annesse al Kitab-i Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reis. Nella prima e seconda stesura, sono stati tramandati una trentina di esemplari di questo libro, conservati nelle biblioteche europee e turche. De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin (1), nel commento alle tavole, pubblicano due dei 224 fogli in pergamena annessi al Kitab-i Bahriyye, fogli in pergamena manoscritte miniati, conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi (1). I due studiosi francesi, nel loro commento alle tavole (1), scrivo- no in proposito: ”questi documenti miniati, provengono dal libro di istruzioni nautiche che l’ammiraglio turco Piri Re’is dedicò al suo sovrano Solimano II detto il Magnifico, nell’an- no 1526. Noto con il nome di Kitab-i-bahriye, questo libro del mare, che contiene al tempo stesso una documentazione scritta ed un’altra figurata, è un documento fondamentale nella storia della cartografia nautica mediterranea. Prima di questo libro, malgrado l’esistenza dei manuali nautici occidentali come il Compasso da navigare,….,nessun documento marittimo descriveva l’insieme delle coste, dei porti e delle isole del mediterraneo con tanti detta- gli. Per il suo studio, Vito Salierno, ha utilizzato il manoscritto Marsili 3609, posseduto dalla Biblioteca Universitaria di Bologna che, nei disegni a colori di 425 x 250 mm su complessive 206 carte, dedica ben 33 carte all’Italia ed ai suoi porti, riportando decine di toponimi e scritte interessantissime in turco ottomano. Le 33 carte dell’Italia annesse ai due codici miniati conservati nella Biblioteca Universitaria di Bologna, il Marsili 3609 (utilizzata da Vito Salierno) ed il Marsili 3612, dovrebbero essere ulteriormente indagati, ma soprattutto bisognerebbe leggere meglio il testo scritto originale in arabo e tradotto poi in latino dall’arabo. Di queste 33 carte, noi pubblichiamo l’immagine della carta che riproduce La Penisola sorrentina ed il Golfo di Napoli (Fig. 4). Dice il Salierno (1) che in questa carta (Fig. 4) e nel testo scritto in arabo, il cartografo del sultano, scrive: “lungo la costa verso Est, i borghi di Palinuro (Palmura) e Policastro (Polo Castri) tra i Capi Licosa (Liqoze), Palinuro e Punta degli Infreschi (?) (Firasta).” (1).

(Fig….) Le coste della Campania e della Calabria nel Kitab-i Bahriyye dell’ammiraglio turco Piri Reis (1).

(Fig….) le coste della Calabria nel Kitab-i Bahriyye dell’ammiraglio turco Piri Re’is
Nel 1559, la costruzione delle Torri maritime cavallare di avvistamento lungo le coste
Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Verso la fine del ‘500, a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni, che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi, il Vicerè spagnolo Don Pedro di Toledo emanò degli ordini per la costruzione di una catena di torri ‘cavallare’ costiere per l’avvistamento e la difesa delle coste.”. Sull’argomento rimando ad alcuni miei saggi ivi pubblicati. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, pubblicato a Salerno nel 1935, in proposito scriveva che:


(Fig…) Onofrio Pasanisi (…), op. cit.,
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Fariello Aniello, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981, vedi p. 98 e s. (Archivio Storico Attanasio)
(…) Severino Graziano, Monografia su Camerota, pubblicata nel “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, opera edita a cura di Filippo Cirelli nel 1855. Prinicipato Citeriore, vol. V, pag. 36. Riguardo il Severino (…), citato dal Pasanisi (…), troviamo che nel …..pubblicò una monografia su Camerota, intitolata: “Camerota e suo Circondario etc…”, che poi in seguito fu pubblicata dal Cirelli nel suo vol. V sul Principato Citeriore.
(….) p. Padre Raffele Da Paterno, De alma Principatus Provincia, idest Chronologica, historica ac fidelis descriptio almae provinciae principatus Fratrum sancti Francisci de observantia, Napoli, Rinaldi e Sellitto, 1880, pp. 44
(…) (Fig….) è stata pubblicata anche recentemente da Vito Salierno, Il cartografo di Solimano – i porti italiani nel Kitab-i Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reis, stà nella rivista ‘Charta geographica’, n. 90, vol. 2, anno 16, 2007, Padova, p. 19; si veda pure: Brotton J., Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pp. 90-91-92-93. Si veda pure: Monique de la Roncière e Michel Mollat, Les portulans: cartes marines du XIII au XVII siècle, Parigi 1984, e dello stesso autore: De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, tav. n. 28 a colori e, commento alla tavole, pagg. 211-212 e tavole 35-36 e commento alle tavole del Kitab-i Bahriye, pp. 218-219. I due autori francesi, nel commento alle tavole, pubblicano due dei 224 fogli in pergamena an- nessi al Kitab-i Bahriyye, fogli in pergamena manoscritte miniati, 350 x 460 mm., conser- vati alla Biblioteca Nazionale di Parigi, Ms turc Supplement 956
(…) Fazello Tommaso, ‘De rebus Siculis decades duae nunc poster decad etc..’, Panormi, 1560, si veda cap. IX (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(…) Ughelli F., Italia Sacra, tomo VII, col. 758 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(…) Carucci Carlo (…), D. Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, Salerno, 1899, Stabilimento Tipogafico Nazionale
(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383
(…) Bosio (J.) Giacomo, ‘Dell’Istoria della sacra Religione et ill.ma Milizia di San Giovanni Gierosolimitano di Iacomo Bosso’, Napoli, 1600; si veda vol. III, fol. 177 (Archivio Storico e digitale Attanasio); secondo il Guzzo (…), si veda parte III, a p. 136
(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836; si veda pure dello stesso autore: Matteo Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli; si veda pure dello stesso autore: ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, e pure: Camera Matteo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, cronologicamente ordinate e continuate sino al secolo XVIII” , pubblicato a Salerno 1882, a p. 114 della Parte II (Archivio Storico e digitale Attanasio)
(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881, vedi ristampa Ripostes, vedi pag. 118 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore, pag. 36 (il Guzzo dice a p. 63) (Archivio Storico Attanasio). Filippo Cirelli, nel suo vol. V dedicato al Prinicipato Citeriore, pubblicò “Camerota e suo Circondario etc…” di D. Graziano Severino; “S. Giovanni a Piro” di Vincenzo Sebastiano Petrilli; “Pisciotta” di Leopoldo Pagano, ecc..


(…) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(…) Campanile Filiberto, L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (Archivio Storico e digitale Attanasio).
(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Storico Attanasio)
(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87
(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, ‘Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.
(…) Ventimiglia F. A., Il Cilento illustrato, libro V, cap. II, ms. inedito conservato presso lo ( Archivio della Famiglia Vatolla)(Archivio Storico e digitale Attanasio; si veda pure: ‘Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dell’anno 840 fino al 1127’, Napoli, ed. Raimondi, 1788 (Archivio Storico e digitale Attanasio)
I Quinternioni feudali del Regno di Napoli
(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc….Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Pasanisi Onofrio (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964.

(…) Pasanisi Onofrio, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. storico per la provincia di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e sgg.. (Archivio Attanasio)
(…) Rohlfs Gerald, ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996
(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, Registri ‘Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’.
(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c)
(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.

(…) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura Italiana, 1973, Roma, 1973 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.
(…) Coniglio Giuseppe, Il viceregno di Napoli e la lotta tra gli spagnoli e i turchi nel Mediterraneo, editore Giannini, Università di Napoli, Quaderni della Facoltà di Scienze Politiche, n. 22, vol. I, Napoli, 1987 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Summonte G. A., Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli, 1675, tomo II, pp. 294; si veda edizione Gio Jacomo Carlino, Napoli, 1602 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, la cui datazione potrebbe risalire a molto prima del ‘600. Scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’ (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, credeva che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371 (anno 1601-1700). Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (13). Si veda pure Padiglione C. (14), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (4), op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano I, è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit. (6), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (15), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v.
(…) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848, a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)
