PARTENZA DI GARIBALDI DA SAPRI

(Fig. n….) – Carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection.
Nella notte del 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi (secondo Agostino Bertani, Lacava e Treveljan) pernottò a Sapri in una capanna di paglia a Sapri ? Garibaldi, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860 dormì a Sapri e solo di buon mattino (alle 5) partì per passare da Vibonati ?
Sappiamo che Garibaldi, che, il 3 settembre 1860, il primo pomeriggio, alle ore 15,30 era arrivato a Sapri. Sappiamo che, Garibaldi lasciò Sapri diretto al Fortino del Cervaro (Fortino di Casaletto Spartano – frazione di Battaglia) dove, sappiamo che arrivò con la sua piccola comitiva il giorno 4 settembre 1860. Siamo certi che Garibaldi fosse diretto al Fortino. Sappiamo per certo che a Sapri, Garibaldi avesse deciso di andare al Fortino del Cervaro ed abbiamo un utile documento che lo attesta. Si tratta del telegramma che egli spedisce da Sapri al generale Turr che era già verso il Fortino. Turr era partito il giorno prima da Sapri. Nel telegramma a Turr, Garibaldi esprime la sua intenzione di risalire da Sapri al Fortino del Cervaro. Dopo essersi fermato a Sapri, Garibaldi lasciò Sapri per andare al Fortino di Casaletto Spartano (frazione di Battaglia). Ma quale percorso fece Garibaldi insieme ad Agostino Bertani ed insieme al generale Cosenz e gli altri della comitiva ?. Risalì direttamente al Fortino risalendo le crine da Sapri passando per Torraca oppure deviò per Vibonati come vogliono alcuni documenti ed alcune testimonianze recentemente pubblicate ?. Pare che la piccola ed importante comitiva non solo arrivò a Vibonati ma vi si fermò dove, pare che Garibaldi pernottò quella stessa notte. La volontà di passare da Vibonati, Garibaldi l’aveva espressa nel dispaccio che egli inviò al generale Turr avvisandolo che sarebbe arrivato al Fortino. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Dunque, il 3 settembre 1860 Garibaldi inviò al generale Turr che si trovava in avanscoperta nel Lagonegrese, il seguente messaggio: “Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Cosa era successo ? Perché mai Garibaldi volle passare da Vibonati deviando il suo percorso per il Fortino di Casaletto ? Garibaldi, era diretto al Fortino ma avrebbe potuto risalire per le strade poste al di sopra di Sapri e risalire direttamente verso il Lagonegrese. Questo percorso sarebbe stato più agevole ma, qualche motivo che non conosciamo spinse Garibaldi a passare da Vibonati. Pare che Garibaldi avesse scelto di risalire al Fortino passando prima per Vibonati (che è un piccolo paesino posto prima di Sapri), in quanto lì vi erano alcuni cittadini liberali che si erano impegnati particolarmente nell’organizzare la rivoluzione e contribuire, così facendo fattivamente alla riuscita della sua impresa. Ma ritorniamo alle testimonianze. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, la giornalista ingelese, riportava dal Diario del Bertani che: “Martedì 4 settembre all’alba.”. Bertani non diceva se si trattava della partenza da Sapri o della partenza da Vibonati come vogliono alcuni. Bertani annotava che il gruppo insieme a Garibaldi si era partito all’“alba del 4 settembre” (1860). Mi chiedo se il gruppo si fosse partito (per andare al Fortino) all’alba del 4 settembre da Sapri o da Vibonati ?. Bertani non lo dice ma scriveva che: “Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti.”. Inoltre, Bertani aggiunge che durante il percorso che portava al Fortino, i volontari facevano “…echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti.”. Mi chiedo se Bertani si riferisse alla partenza da Sapri o alla partenza da Vibonati, ovvero alla partenza all’alba del martedì del 4 settembre 1860 per risalire la “stretta vallata” verso il Fortino ?. Dalle parole di Bertani si potrebbe dedurre che si riferisse alla partenza da Sapri, dopo aver pernottato a Sapri, all’alba del 4 settembe, martedì, Garibaldi riparte con i volontari etc…Che il Bertani si riferisca alla partenza da Sapri e non da Vibonati, lo dice lo stesso Bertani quando nell’altro suo testo “Ire d’oltretomba” annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani scrive chiaramente che lui e Garibaldi partirono: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, etc…”. Ciò che scrive Bertani è chiaro. Se Bertani annotava che Garibaldi – e lui stesso – partirono da Sapri “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, ….”, è pacifico ritenere che Bertani volesse intendere che Garibaldi – che si trovava a Sapri il 3 settembre 1860 – partendosi da Sapri “l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina”, fosse rimasto a Sapri a dormire, fosse rimasto a Sapri dal 3 settembre fino alla mattina delle ore 5 del 4 settembre 1860. Dunque, ciò che scrive il Bertani fa automaticamente cadere tutte le notizie che alcuni hanno scritto circa il pernottamento a Vibonati e non a Sapri. E’ vero che lo stesso Garibaldi – in un dispaccio inviato da Sapri al generale Turr scriveva che (Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149), in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Ma, oltre a questa certezza, non sappiamo alcune cose. Su questo punto sono state dette diverse ipotesi dagli storici ma non vi sono certezze. Le uniche certezze sono le testimonianze di eccezione che ritroviamo negli scritti e nei Diari di Agostino Bertani e del colonnello Rustow. Gli storici hanno fatto diverse ipotesi. Sappiamo che a Sapri, insieme a Garibaldi, vi era il futuro ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Sappiamo che non vi era il generale Turr, ma era con Garibaldi Agostino Bertani ed altri che poi ritroveremo al Fortino. Non sappiamo se Garibaldi avesse pernottato a Sapri. E’ un’ipotesi che hanno fatto alcuni storici attenendosi alla testimonianza diretta di Agostino Bertani. Non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere dove Garibaldi avesse dormito nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860 ? Garibaldi dormì a Sapri ?. Se Garibaldi dormì a Sapri, dove dormì ? Garibaldi dormì in una capanna di legno sulla spiaggia di Sapri, dove lo trovò il colonnello Rustow ?, come sostiene lo storico Treveljan. Bertani scrive che, alle 5 del mattino del martedì 4 settembre 1860, lui e Garibaldi partirono da Sapri – e non da Vibonati. Inoltre Bertani testimoniava che chi era già a Vibonati, “i volontari già in cammino”. Erano i volontari garibaldini, le truppe della Brigata Milano condotta dal colonnello Rustow che si era avviato da Sapri, nel tardo pomeriggio su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre 1860. I passaggi del Bertani non lasciano dubbi sul fatto che Garibaldi riposasse a Sapri e non a Vibonati – dove nel frattempo era arrivato Rustow. Secondo queste notizie Garibaldi probabilmente passò da Vibonati ma non vi pernottò la notte tra il 3 settembre – che era a Sapri – e la mattina del 4 settembre 1860. Del resto è anche vero che Bertani scriveva che: “…..seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, riepilogando Garibaldi e la piccola comitiva – compreso Bertani – il 4 settembre 1860 dopo aver pernottato a Sapri partirono all’alba” e raggiunsero le truppe del Rustow e dei volontari garibaldini a Vibonati e da lì proseguirono attraverso “strette vallate” il Fortino. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Un altro testimone di eccezione, riguardo il viaggio e la strada da Sapri a Vibonati è il colonnello polacco Wilhelm Rustow. Rustow però contraddice ciò che aveva scritto Bertani. Rustow sosteneva che Garibaldi arrivò verso Villammare e da lì, insieme arrivarono a Vibonati. Il colonnello Rustow, nel racconto e traduzione di Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, a differenza del Pesce, il Rustow scriveva che “discendendo alla marina di Vibonate”, il “sentiero” era “orribile” e tutto ingombro di sozzure”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. La piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati, ma abbiamo visto che Bertani scrive il contrario. E’ vero ciò che scriveva Rustow: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna.”, ma non è verosimile che, insieme a Garibaldi: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, etc…”. Garibaldi si unì solo dopo a Vibonati con il suo piccolo gruppo e risalì verso il Fortino lasciando da solo Rustow con la brigata Milano. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Sulla scorta del Pesce (….), Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…“. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: “Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre ed in particolare “da Sapri” (e non da Vibonati), in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque, lo storico Treveljan, in proposito scriveva: “….per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. La tesi della permanenza nella nottata a Sapri di Garibaldi – e non a Vibonati – fu sostenuta anche dallo storico George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Dunque Treveljan scriveva che Garibaldi “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò e, solo il giorno dopo (il 4 settembre 1860) “Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo.”. Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: “Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre ed in particolare “da Sapri” (e non da Vibonati), in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Dunque, Treveljan scriveva tutt’altro rispetto a ciò che scriveva Rustow. Rustow scriveva che, all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”, confermando indirettamente che Garibaldi si era riunito alle colonne di insorti cilentani all’altezza di Capitello. Forse la tesi sostenuta dal Treveljan è docuta alla testimonianza – scritta in precedenza – del colonnello polacco Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: “Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Tuttavia, vi è da precisare che Rustow, andando avanti nel racconto suo, sosterrà l’altra tesi, ovvero che Garibaldi si spostò da Sapri non tanto tadivamente da quando si fosse spostato lui – che condusse la Brigata Milano a Vibonati. Rustow scriveva che Garibaldi giunse verso Villammare e si ricongiinse con lui e dunque indirettamente sostenne la tesi – sebbene non lo scrivesse espressamente – che, sia lui (Rustow) che Garibaldi raggiunsero – insieme – il piccolo paese di Vibonati – e questo avvenne nella tarda serata del 3 settembre 1860. Questa tesi – come vedremo – autorizzava alcuni scrittori postumi a scrivere che Garibaldi non aveva pernottato a Sapri ma a Vibonati, in casa della famiglia Del Vecchio. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi.“. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, il Quandel-Vial (…) scriveva che Garibaldi, arrivato a Sapri: “Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, l’ufficiale borbonico nei rapporti militari dell’epoca trova scritto che Garibaldi rimarrà a Sapri il giorno e la notte.Dunque, sin qui ho citato tre autori e sorici che vogliono Garibaldi partitosi da Sapri all’alba del giorno dopo e quindi – sottointendendo che Garibaldi fosse rimasto a Sapri per pernottarvi. Nel 1909, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, per Giacomo Racioppi e con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; onde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel Vallo di Diano.”. Racioppi, nel 1909 scriveva che Garibaldi, il giorno 4 settembre andò al Fortino del Cervaro conducendo con se le brigate sbarcate a Sapri. Racioppi non specifica da dove partì Garibaldi. Secondo le poche righe del Racioppi, resta la domanda se Garibaldi, che sicuramente si partì da Sapri, diretto al Fortino, fosse passato per Vibonati e poi da lì risalito al Fortino oppure si fosse partito separatamente dal Rustow, avesse fatto lo stesso percorso di Pisacane, risalito a Torraca e poi al Fortino, senza andare a Vibonati. Di sicuro sappiamo che Garibaldi partì da Sapri ma dopo tempo dal Rustow. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Dunque, Lacava scriveva a p. 701 che Garibaldi partì da Sapri il 4 settembre 1860, forse di buon mattino e giunge al Fortino del Cervaro. Lacava scrive 4 settembre e quindi secondo il Lacava, Garibaldi doveva essere partito da Sapri nella notte, di buon mattino. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….”Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Infatti, Michele Lacava cita il Diario del Bertani (….) che scriveva e testimoniava che la comitiva si partì da Sapri il giorno dopo, ovvero il 4 settembre 1860 – sottointendendo che Garibaldi avesse pernottato a Sapri. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Francesco Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Dunque, Agrati scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Nel 1909, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, per Giacomo Racioppi e con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; onde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel Vallo di Diano.”. Racioppi, nel 1909 scriveva che Garibaldi, il giorno 4 settembre andò al Fortino del Cervaro conducendo con se le brigate sbarcate a Sapri. Racioppi non specifica da dove partì Garibaldi. Secondo le poche righe del Racioppi, resta la domanda se Garibaldi, che sicuramente si partì da Sapri, diretto al Fortino, fosse passato per Vibonati e poi da lì risalito al Fortino oppure si fosse partito separatamente dal Rustow, avesse fatto lo stesso percorso di Pisacane, risalito a Torraca e poi al Fortino. Di sicuro sappiamo che Garibaldi partì da Sapri ma dopo tempo dal Rustow. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Cesare Cesari scriveva che Garibaldi ordinava a Rustow di avanzare e scriveva pure che Garibaldi, da Sapri, mandò a breve distanza le altre brigate (la Spinazzi e la Puppi) che ancora non erano del tutto sbarcate e riunite a Sapri. Bertani, nel suo Diario testimoniava che Garibaldi partiva da Sapri e non da Vibonati. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli.”. In questo breve passaggio, il Romagnano – a parte l’errore di Turr che non era a Sapri e dunque non accompagnava Garibaldi – scriveva che Garibaldi lasciò Sapri “nella notte dal 3 al 4 settembre” e “fu alla testa delle truppe”. Romagnano, a p. 146 aggiunge pure che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Dunque, Romagnano scriveva che Garibaldi lasciò Sapri “nella tarda sera”,. Dunque ne devo dedurre che Garibaldi dovette lasciare Sapri“Nella notte dal 3 al 4 settembre” e a tarda sera ? cosa significa ? Inoltre, Romagnano non cita affatto Vibonati. Romagnano scriveva che Garibaldi partendosi a tarda sera da Sapri “….Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”.
Nel tardo pomeriggio del 3 settembre 1860, Garibaldi lasciò Sapri e si unì al resto resto delle Brigate di Rustow a VIBONATI dove alcuni vogliono che vi pernottò la notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860 ?
Sappiamo che Garibaldi, che, il 3 settembre 1860, il primo pomeriggio, alle ore 15,30 era arrivato a Sapri. Sappiamo che Garibaldi, lasciando Sapri era diretto al Fortino del Cervaro dove, sappiamo che arrivò con la sua piccola comitiva il giorno 4 settembre 1860. Siamo certi che Garibaldi fosse diretto al Fortino. Sappiamo per certo che a Sapri, Garibaldi avesse deciso di andare al Fortino del Cervaro ed abbiamo un utile documento che lo attesta. Si tratta del telegramma che egli spedisce da Sapri al generale Turr che era già verso il Fortino. Turr era partito il giorno prima da Sapri. Nel telegramma a Turr, Garibaldi esprime la sua intenzione di risalire da Sapri al Fortino del Cervaro. Ma, oltre a questa volontà, non sappiamo alcune cose. Su questo punto sono state dette diverse ipotesi dagli storici ma non vi sono certezze. Le uniche certezze sono le testimonianze di eccezione che ritroviamo negli scritti e nei Diari di Agostino Bertani e del colonnello Rustow. Gli storici hanno fatto diverse ipotesi. Sappiamo che a Sapri, insieme a Garibaldi, vi era il futuro ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Sappiamo che non vi era il generale Turr, ma era con Garibaldi Agostino Bertani ed altri che poi ritroveremo al Fortino. Non sappiamo se Garibaldi avesse pernottato a Sapri. E’ un’ipotesi che hanno fatto alcuni storici attenendosi alla testimonianza diretta di Agostino Bertani. Non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere Garibaldi a che ora partì con la sua piccola comitiva da Sapri ?. La volontà di passare da Vibonati, Garibaldi l’aveva espressa nel dispaccio che egli inviò al generale Turr avvisandolo che sarebbe arrivato al Fortino. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Dunque, il 3 settembre 1860 Garibaldi inviò al generale Turr che si trovava in avanscoperta nel Lagonegrese, il seguente messaggio: “Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Mi chiedo se è andata proprio così ? Alcuni testimoni di eccezione scrivono che Garibaldi dormì (pernottò) a Sapri, mentre altri scrivono che Garibaldi, lasciò Sapri senza pernottarvi e, nel tardo pomeriggio raggiunse la truppa che era partita verso le 17,00 del 3 settembre 1860 da Sapri con Rustow – diretta a Vibonati. Infatti, alcuni vogliono che Garibaldi raggiunse Rustow e le sue truppe verso Villammare-Capitello e da lì insieme si portarono a Vibonati, dove alcuni scrivono che Garibaldi pernottò. Come si è visto il primo a dire che voleva recarsi a Vibonati fu proprio Garibaldi. Lo aveva scritto nel dispaccio al generale Turr. Nell’ipotesi che Garibaldi, insieme alla sua piccola comitiva avesse pernottato a Sapri, e non a Vibonati, come vogliono alcuni, non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere Garibaldi a che ora partì con la sua piccola comitiva da Sapri ?. La seconda incertezza è sapere quale fosse il percorso che Garibaldi, con la sua piccola comitiva, avesse fatto prima di arrivare al Fortino del Cervaro, frazione di Casaletto Spartano. Mi chiedo se Garibaldi andò al Fortino passando prima per Villammare, Capitello e Vibonati, come scriveva il Pesce ?. Alcuni scrittori e storici che hanno scritto dell’impresa dei “Mille” e di Giuseppe Garibaldi ritengono che Garibaldi si sia partito da Sapri, dove aveva pernottato, e da qui risalì direttamente al Fortino, passando da Torraca e rifacendo una galoppata che sostanzialmente ricalcava lo stesso itinerario di marcia, lo stesso percorso che, tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane. Secondo alcuni storici ed in particolare il testimone di eccezione che era Agostino Bertani, Garibaldi, Bertani e la sua ristretta comitiva risalirono direttamente al Fortino. Altri storici hanno creduto che Garibaldi, partendosi sempre da Sapri, avesse pernottato a Vibonati e solo da Vibonati risalì al Fortino. La volontà di passare da Vibonati ed ivi pernottarvi, Garibaldi l’aveva espressa nel dispaccio che egli inviò al generale Turr avvisandolo che sarebbe arrivato al Fortino. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Dunque, il 3 settembre 1860 Garibaldi inviò al generale Turr che si trovava in avanscoperta nel Lagonegrese, il seguente messaggio: “Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Cosa era successo ? Perché mai Garibaldi volle passare da Vibonati deviando il suo percorso per il Fortino di Casaletto ? Garibaldi, era diretto al Fortino ma avrebbe potuto risalire per le strade poste al di sopra di Sapri e risalire direttamente verso il Lagonegrese. Questo percorso sarebbe stato più agevole ma, qualche motivo che non conosciamo spinse Garibaldi a passare da Vibonati. Pare che Garibaldi avesse scelto di risalire al Fortino passando prima per Vibonati (che è un piccolo paesino posto prima di Sapri), in quanto lì vi erano alcuni cittadini liberali che si erano impegnati particolarmente nell’organizzare la rivoluzione e contribuire, così facendo fattivamente alla riuscita della sua impresa. Abbiamo visto in precedenza come un testimone di eccezione, Agostino Bertani scrivesse nel suo Diario chiaramente che Garibaldi avesse pernottato a Sapri e si fosse partito da Sapri alle 5 del mattino del martedì 4 settembre 1860. In seguito, questa notizia fu suffrata da un altro storico/testimone che scrive questa notizia è il colonnello polacco Wilhelm Rustow (….). Rustow ha contraddetto Bertani che invece si trovava al seguito di Garibaldi. La notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. Rustow, che, nel racconto e traduzione di Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, in questo breve passaggio, Rustow scriveva che nel viaggio suo con la truppa (la Brigata Milano) che doveva portare a Vibonati su ordine di Garibaldi – arrivarono alla “Marina di Vibonati” che dovrebbe trattarsi di Villammare-Capitello. Rustow aggiunge che: “Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere”, ovvero scriveva che, la sua colonna – la Brigata Milano – arrivata a Villammare si fermò per aggregarsi. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati. Dunque, arrivati a Villammare (la marina di Vibonati), la colonna si ferma. Rustow, a questo punto aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. Rustow scriveva e testimoniava che, nel “frattempo” a Villammare, Garibaldi “Giunse accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna.”. Dunque, mi chiedo se il racconto di Rustow può essere credibile ? Rustow aggiunge che, Garibaldi e Cosenz si misero alla testa della colonna e lo dice subito dopo aver detto che la colonna si era fermata a Villammare. Poi, proseguendo il suo racconto, Rustow aggiunge che sia Garibaldi, Cosenz e lui: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow scriveva e testimoniava chiaramente – contraddicendo Bertani – che anche Garibaldi si “arrampicò sull’altura dove è posto la città di Vibonate”. Ciò che mi suona strano è l’arrivo di Garibaldi – che anzicchè partirsi da Sapri il 4 settembre 1860, come vuole il Bertani – si partì da Sapri il 3 settembre 1860 – avendolo raggiunto a Villammare. Rustow non scrive nulla sugli incontri che Garibaldi ebbe a Vibonati. Questo passaggio non dimostra però, che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. La notizia del pernottamento a Vibonati della comitiva di Garibaldi proviene dallo storico lagonegrese Avv. Carlo Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III….Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure -etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III….Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure -etc…”. Il viaggio di Garibaldi che lasciò Sapri, nella notte, alle 5 del mattino del giorno 4 settembre 1860, è accennato da un testimone di eccezione che lo seguiva con la sua piccola comitiva. Leggendo ciò che scrive l’Avv. Carlo Pesce in merito all’arrivo e al pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 398 , in proposito trascriveva il testo del Bertani e scriveva che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Inoltre, il Pesce, aggiungeva nel suo racconto che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce racconta che Garibaldi si fermò a Sapri poche ore e che ripartì per Vibonati insieme al generale ungherese Stefano Turr. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Il Pesce, trascrivendo il testo tratto dal Diario del Bertani lo corregge. Dunque, il Pesce racconta che Garibaldi si fermò a Sapri poche ore e che ripartì per Vibonati insieme al generale ungherese Stefano Turr. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Sulla scorta del Pesce, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.”. Il Mazziotti, non conferma la notizia che Garibaldi partì da Sapri alle 5 del mattino del giorno 4 settembre ma avvalora l’altra notizia che Garibaldi partì da Sapri la sera del 3 settembre e di pernottare a Vibonati, dove a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati proveniva dal Pesce e su quella scorta anche il Mazziotti scriveva del pernottamento a Vibonati in casa Del Vecchio. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Sulla scorta del Pesce (….), Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…“. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…“. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Dunque, anche il Guida (….) scriveva che, Garibaldi: “….poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro, etc…”. Ricorre nello stesso errore anche Biagio Moliterni (….), nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. E ancora, Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, etc…”. Sia il Policicchio (….), che il Del Duca (….) – nel sostenere la tesi dell’arrivo e pernottamento a Vibonati di Garibaldi, si rifanno ai documenti conservati nell’A.P.M. Infatti, Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Infatti, le notizie storiche che riguardano Vibonati, ovvero il passaggio di Garibaldi da Vibonati, il suo pernottamento a Vibonati, il passaggio da Capitello ecc.., provendono e sono suffragate da alcuni documenti – che come vedremo – sono conservati nell’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino e sono stati pubblicati da due studiose, Anna Sole ed Eugenia Granito (….). Documenti questi interessantissimi ma su cui nutro dei dubbi. Le notizie storiche circa la presenza della colonna del De Dominicis a Capitello, il 3 settembre è suffragata da due documenti citati da Anna Sole (….) e da Eugenia Granito (….) che hanno pubblicato entrambe nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito – Documenti e testimonianze”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. I due documenti provengono entrambi dall’Archivio Privato della Famiglia Magnoni a Rutino. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Alcuni vorrebbero che egli fosse partito, alle 5 del mattino da Vibonati e non da Sapri, ma suffragati da quali prove ?
GARIBALDI a VIBONATI ?

(Fig. n….) – il piccolo borgo di Vibonati abbarbicato su di uno sperone roccioso
Nella sera tra il 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi partendosi da Sapri e diretto al Fortino di Casaletto, giunse prima alla marina di Vibonati (Villammare) proseguì per Vibonati dove pernottò ?
Alcuni scrittori e storici che hanno scritto dell’impresa dei “Mille” e di Giuseppe Garibaldi ritengono che Garibaldi, partitosi da Sapri – dove aveva pernottato – risalì direttamente al Fortino, passando da Torraca e rifacendo una galoppata che sostanzialmente ricalcava lo stesso itinerario di marcia, lo stesso percorso che, tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane. E’ lo stesso Agostino Bertani – che faceva parte – insieme al generale Cosenz – della piccola comitiva dello Stato Maggiore del Generale – a testimoniarlo e a dirlo chiaramente. Secondo alcuni storici ed in particolare il testimone di eccezione che era Agostino Bertani, Garibaldi, Bertani e la sua ristretta comitiva risalirono direttamente al Fortino. Secondo il Bertani, Garibaldi, lui e Cosenz si partirono da Sapri, all’alba del mattino del 4 settembre 1860. Dunque, secondo la testimonianza del Bertani, Garibaldi non poteva che pernottare a Sapri nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani scrive chiaramente che lui e Garibaldi partirono: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, etc…”. Ciò che scrive Bertani è chiaro. Se Bertani annotava che Garibaldi – e lui stesso – partirono da Sapri “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, ….”, è pacifico ritenere che Bertani volesse intendere che Garibaldi – che si trovava a Sapri il 3 settembre 1860 – partendosi da Sapri “l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina”, fosse rimasto a Sapri a dormire, fosse rimasto a Sapri dal 3 settembre fino alla mattina delle ore 5 del 4 settembre 1860. Dunque, ciò che scrive il Bertani fa automaticamente cadere tutte le notizie che alcuni hanno scritto circa il pernottamento a Vibonati e non a Sapri. Secondo ciò che scrive il Bertani (….) – come ho già detto – Garibaldi, dopo aver pernottato a Sapri, fosse andato direttamente al Fortino partendo da Sapri e passando eventualmente da Torraca, dove aveva preso delle guide del luogo. Ma alcuni storici locali e coevi vogliono che Garibaldi, partendosi sempre da Sapri, avesse pernottato a Vibonati e solo da Vibonati risalì al Fortino. Secondo queste notizie storiche – che contraddicono un testimone di eccezione quale è stato il Bertani – la comitiva di Garibaldi si era partita da Sapri, nella serata del 3 settembre 1860 e non vi aveva dormito. Queste notizie storiche sul passaggio di Garibaldi per Vibonati aggiungono pure che egli incontrò alcuni capi insurrezionali come Michele Magnoni e che dormì in casa della famiglia Del Vecchio. Io stesso, ingannato da uno scritto di Infante (….), nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante riportavo la stessa sua notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati. La volontà di passare da Vibonati, Garibaldi l’aveva espressa nel dispaccio che egli inviò al generale Turr avvisandolo che sarebbe arrivato al Fortino. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Dunque, il 3 settembre 1860 Garibaldi inviò al generale Turr che si trovava in avanscoperta nel Lagonegrese, il seguente messaggio: “Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Pecorini-Manzoni si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Cosa era successo ? Perché mai Garibaldi volle passare da Vibonati deviando il suo percorso per il Fortino di Casaletto ? Garibaldi, era diretto al Fortino ma avrebbe potuto risalire per le strade poste al di sopra di Sapri e risalire direttamente verso il Lagonegrese. Questo percorso sarebbe stato più agevole ma, qualche motivo che non conosciamo spinse Garibaldi a passare da Vibonati. Pare che Garibaldi avesse scelto di risalire al Fortino passando prima per Vibonati (che è un piccolo paesino posto prima di Sapri), in quanto lì vi erano alcuni cittadini liberali che si erano impegnati particolarmente nell’organizzare la rivoluzione e contribuire, così facendo fattivamente alla riuscita della sua impresa. Ma ritorniamo alle testimonianze per la seconda ipotesi che avvalora Vibonati. Un altro testimone di eccezione, riguardo il viaggio e la strada da Sapri a Vibonati è il colonnello polacco Wilhelm Rustow. Rustow però contraddice ciò che aveva scritto Bertani. Rustow sosteneva che Garibaldi arrivò verso Villammare e da lì, insieme arrivarono a Vibonati. Il colonnello Rustow, nel racconto e traduzione di Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, a differenza del Pesce, il Rustow scriveva che “discendendo alla marina di Vibonate”, il “sentiero” era “orribile” e tutto ingombro di sozzure”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. La piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati, ma abbiamo visto che Bertani scrive il contrario. E’ vero ciò che scriveva Rustow: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna.”, ma non è verosimile che, insieme a Garibaldi: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, etc…”. Garibaldi si unì solo dopo a Vibonati con il suo piccolo gruppo e risalì verso il Fortino lasciando da solo Rustow con la brigata Milano. Dunque, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow scrive che Garibaldi oltre a dargli l’ordine di preparare le truppe gli disse pure: “Io stesso sarò con voi”. Rustow, a p. 29 continuando il suo racconto scrivevava: “Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 la marcia fu intrapresa.”. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5 – presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Questo passaggio è particolarmente interessante perchè è proprio in questo passaggio che Rustow testimonia l’aggregarsi di Garibaldi alle sue truppe che nel frattempo si erano fermate per riposarsi alla “marina di Vibonati” che presumo fosse Villammare. Dopo questo passaggio, Rustow testimonia e dice: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate.” e descrivendo l’evendo scriveva: “Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. A questo punto, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.” e poi, a p. 21, riprende il racconto della marcia per il Fortino: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, etc…”. Dunque, Rustow scriveva che egli e le sue truppe iniziarono a marciare per il Fortino, lasciando Vibonati il giorno 4 settembre alle 5 del mattino. Garibaldi era con loro ? Garibaldi era a Vibonati ?. Rustow, a p. 21 scriveva: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, etc…”. Dunque, Rustow scrive chiaramente che egli, le sue truppe e Garibaldi stesso iniziarono a marciare da Vibonati per recarsi verso il Fortino del Cervaro alle 5 del mattino del giorno 4 settembre. Del racconto di Rustow, un punto a me pare controverso ed è quando egli scrive, riferendosi alla marcia da Sapri e prima che giungesse Garibaldi: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. A quale luogo si riferiva Rustow, non molto distante dalla “buona strada vicina al Vallone del Molinello” prima di arrivare a Vibonati e, dove fu raccolta la truppa prima che arrivasse Garibaldi. Da Sapri, Rustow con le sue truppe sarebbe arrivato agevolmente alla “marina di Vibonate” (Villammare o Capitello) percorrendo la strada dell’Oliveto del Fortino di Sapri e l’Oliveto dove oggi si trova il Cimitero di Sapri per intenderci. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nela Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, questo è il racconto di Rustow che da Sapri portava la colonna sua di garibaldini verso Vibonati su ordine di Garibaldi che si trovava a Sapri e solo dopo si partirà da Sapri con la sua comitiva insieme a Bertani e Cosenz. Rustow però fa un racconto strano perchè scrive che da Sapri, “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile etc…” e poi aggiunge: “Alla marina”, presumo di Vibonati, la colonna fu fermata “per raccoglierla” per poi risalire al paese di Vibonati. Ma, mi chiedo perchè Rustow dice che da Sapri scese alla marina di Vibonati visto che la strada per Vibonati, passando per l’Oliveto del nostro attuale Cimitero è pianeggiante ?. Rustow è l’unico testimone che scriveva che Garibaldi arrivò da lì a poco e si ricongiunse con Rustow e Gandini per salire a Vibonati paese. Rustow (nel Porro), a p. 19, aggiungeva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli, e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna”. Rustow scriveva che Garibaldi ed il generale Enrico Cosenz, giunse alla maria di Vibonati, cioè a Villammare, dove Rustow aveva riunito le truppe, forse anche la brigata Puppi, oltre alla Milano e Parma. Rustow, a p. 19 scrive ancora che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si stendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, Garibaldi, Cosenz ed egli stesso insieme alle truppe salirono a Vibonati paese. Rustow scrive però “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello“. Esiste questo “Vallone del Molinello” ?. Il Vallone del Molinello è il vallone che scorre vicino a Vibonati e si butta nel mare del Golfo di Policastro all’altezza di Villammare-Capitello. Si trova tra Villammare e Vibonati paese ?. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection. Il vallone del Molinello scorre da Torraca verso la costa tra Villammare e Capitello e si vede anche attualmente. Il percorso fatto da Rustow, ed il suo racconto non collima con il racconto di Agostino Bertani, anch’egli testimone d’eccezione perchè accompagnava Garibaldi e con lui si partì da Sapri. Bertani, nel suo Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva Rustow. Al contrario, Rustow partì subito da Sapri, il giorno 3 settembre, su ordine stesso di Garibaldi e Garibaldi lo raggiunse solo il giorno dopo a Vibonati. Pesce, a p. 30 scriveva pure che Garibaldi: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, contraddicendosi, seguendo il racconto di Agostino Bertani nel suo Diario, a p. 32, in proposito scriveva: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina!. Da Sapri…etc…” e aggiunge lui stesso: “…(è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), etc…” e prosegue il racconto di Bertani: “l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc….”.”. Stessa cosa, il Pesce, scriverà nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, è un fatto che Pesce distorce e cambia la testimonianza di Bertani, che scriveva chiaramente “Da Sapri, l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Tuttavia, la versione di Eliseo Porro è diversa dalla versione del colonnello Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. In questa versione, la prima traduzione italiana del Rustow, non vi è scritto nulla di Garibaldi a Vibonati ma il passaggio delle truppe a Vibonati riguarda solo Rustow. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Dunque, il Mazziotti, sulla scorta del Pesce (….), in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Tuttavia credo che la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati in casa Del Vecchio provenga da Pesce e dalla sua notizia, in seguito venne quella del Mazziotti. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II.”. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Anche Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. L’Agrati scriveva che fu Turr a pernottare a Vibonati prima che risalisse al Fortino, ma ciò non corrisponde al vero secondo il racconto di Rustow. Turr non era in zona, veva lasciato Sapri, mentre Rustow si avviò alle 5 del pomeriggio con una parte della truppa di stanza a Sapri su ordine di Garibaldi. Rustow racconta di aver bivaccato con le sue truppe a Vibonati e di aver ivi pernottato. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Sulla scorta del Pesce (….) Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Dunque, anche il Guida (….) scriveva che, Garibaldi: “….poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Devo precisare a riguardo che De Crescenzo non scrisse “ospite della famiglia De Nicolellis” ma scrisse “ospite della famiglia Del Vecchio”. Tuttavia il palazzo della famiglia Del Vecchio, poi, in seguito appartenne alla famiglia De Nicolellis (….). Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Ricorre nello stesso errore anche Biagio Moliterni (….), nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, che, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV). Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Riguardo il presunto pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, ed al telegramma che Garibaldi, in suo dispaccio annunciava al Turr, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, etc…”. Sia il Policicchio (….), che il Del Duca (….) – nel sostenere la tesi dell’arrivo e pernottamento a Vibonati di Garibaldi, si rifanno ai documenti conservati nell’A.P.M. Infatti, Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Le notizie storiche che riguardano Vibonati, ovvero il passaggio di Garibaldi da Vibonati, il suo pernottamento a Vibonati, il passaggio da Capitello ecc.., provendono e sono suffragate da alcuni documenti – che come vedremo – sono conservati nell’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino e sono stati pubblicati da due studiose, Anna Sole ed Eugenia Granito (….). Documenti questi interessantissimi ma su cui nutro dei dubbi. Le notizie storiche circa la presenza della colonna del De Dominicis a Capitello, il 3 settembre è suffragata da due documenti citati da Anna Sole (….) e da Eugenia Granito (….) che hanno pubblicato entrambe nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito – Documenti e testimonianze”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. I due documenti provengono entrambi dall’Archivio Privato della Famiglia Magnoni a Rutino. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”.
Nella sera tra il 3 ed il 4 settembre 1860, ed il Verbale della Seduta Decurionale del 4 settembre 1860 (secondo Policicchio), che attesterebbe l’ospitalità data a Garibaldi a Vibonati
Nel 4 Settembre 1860, a Vibonati fu sottoscritto l’Atto deliberativo del Municipio di Vibonati per l’adesione al Governo Unitario


Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 325, in proposito scriveva che: “In quei giorni intanto numerosi comuni della provincia, seguendo l’esempio di Castrovillari e di Cosenza, dichiaravano decaduta la dinastia borbonica e proclamavano l’unità italiana sotto casa Savoia. Le deliberazioni comunali risentono dell’entusiasmo del tempo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 174-175, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Alle 8:00 del giorno 4 settembre il Brèsil approdava nelle acque di Sapri dove già vi erano cinque vapori garibaldini e 2 o 3 brigantini mercantili. All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale partito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessità fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Direttore Giuseppe Garibaldi” (238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona Sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(237) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit. pagg. 290-291.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV). La notizia è interessante e secondo Policicchio confermerebbe una serie di notizie sull’ospitalità data a Garibaldi dai Vibonatesi tra la notte del 3 al 4 settembre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 290-291, in proposito scriveva che: “Le Camicie Rosse da Vibonati partirono all’alba di martedì 4 settembre e, lo stesso giorno, l’asemblea Decurionale testualmente deliberò: “Visto lo stato di oppressione sia morale etc…(46).”. Il testo della Delibera pubblicato dal Policicchio è lo stesso pubblicato dal Del Duca. Dunque, Policicchio afferma che l’Assemblea del Decurionato di Vibonati, del 4 settembre 1860, deliberava il passaggio di Garibaldi. Policicchio, a p. 291, nella nota (46) postillava: “(46) Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1. Anche F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, cit., pag. 386.”. Dunque, Policicchio afferma esserci presso l’Archivio Comunale di Vibonati, la busta n° 3, foglio 1 che contiene il testo del Vebale della Seduta storica. Ferruccio Policicchio (…), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, nel vol. II, a p. 385 ci parla della Delibera Decurionale: “(28) ACV, B,3, F.1, Delibera del 22 ottobre 1860”, dove si parla del “sul conto del Magistrato locale, il Durionato espose: (….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia al suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica etc…”, e a p. 386, nella nota (26) postillava di un’altra delibera: “(26) ACV B.3 F.2. Delibera del 20 agosto 1872.”. Policicchio, a p. 384, nella nota (27) postillava: “(27) La somma veniva provata dalla seguente inconfutabile missiva inviata al Sincaco: “Salerno 22 novembre 1860 n. 75 = Governo del Principato Citeriore = Signore, con il suo rapporto del 15 volgente mese mi sono pervenute le contabilità, per la diaria somministrata a varie colonne dell’esercito meridionale Italiano del prode Dittatore Garibaldi, nell’ammontare di Dt. 487:80; e nell’atto che approvo detta cifra di esito, le fo conoscere che in giornata vado a provocare la rivaluta a codesta cassa dal ramo della guerra = Pel Governatore Il Segretario Calende.”. In questo documento non si parla di diaria per Garibaldi ma si parla delle truppe garibaldine passate a Vibonati con Rustow. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”. Riguardo gli Atti di adesione dei consigli Decurionali dei Municipi della zona ed in particolare del Municipio di Vibonati ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Buonabitacolo “il colegio decurionale” etc….; e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale etc…”(105). A Montesano, …a Torre Orsaia (grande l’entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”.

(Fig. n….) – Portale marmoreo della famiglia Peluso a Vibonati – oggi distrutto – foto Attanasio 1970
Nella notte del 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi a Vibonati fu ospitato e pernottò in casa del patriota e liberale NICOLA DEL VECCHIO ?

(Fig. n….) – Palazzo De Nicolellis (ex Del Vecchio), a Vibonati e, la camera da letto dove pare avesse pernottato Garibaldi nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860 – foto tratta dal testo di Policicchio
Alcuni storici coevi hanno scritto che Garibaldi, lasciato Sapri, prima di arrivare al Fortino del Cervaro si sia diretto da Sapri, prima a Villammare e poi a Vibonati, dove, pare che, nella notte tra il 3 settembre 1860 ed il 4 settembre, abbia pernottato, ospitato a casa della famiglia Del Vecchio. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante (….) riportavo la stessa sua notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. In questo mio saggio vorrei approfondire la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati, ed in particolare alla notizia che, secondo il Pesce ed il Mazziotti egli pernottò nella casa del patriota liberale Del Vecchio. Anche io, nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Scrivevo, sulla scorta di Infante (….) che, in seguito alla partenza di Rustow e di alcune sue Brigate, la sera del 3 settembre 1860, Garibaldi, “partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetti verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow testimonia del passaggio di Garibaldi e delle sue truppe a Vibonati ma non dice nulla sul pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio. Dunque, la notizia del pernottamento in casa Del Vecchio proviene esclusivamente dal Pesce, ed in seguito ripetuta dal Mazziotti che cita una lettera dell’amico di Torraca Perazzi. Perazzi apparteneva ad una famiglia di attendibili. Inoltre, come ho già scritto nel precedente saggio, Rustow, nell’altra versione della sua traduzione è molto diversa da quella di Eliseo Porro. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Il Bertani, che accompagnava Cosenz e Garibaldi non parla affatto di Vibonati. Invece, il colonello Rustow, nella traduzione di Porro è di tutt’altro avviso. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nela Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, questo è il racconto di Rustow che da Sapri portava la colonna sua di garibaldini verso Vibonati su ordine di Garibaldi che si trovava a Sapri e solo dopo si partirà da Sapri con la sua comitiva insieme a Bertani e Cosenz. Rustow però fa un racconto strano perchè scrive che da Sapri, “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile etc…” e poi aggiunge: “Alla marina”, presumo di Vibonati, la colonna fu fermata “per raccoglierla” per poi risalire al paese di Vibonati. Ma mi chiedo perchè Rustow dice che da Sapri scese alla marina di Vibonati visto che la strada per Vibonati, passando per l’Oliveto del nostro attuale Cimitero è pianeggiante ?. Rustow è l’unico testimone che scriveva che Garibaldi arrivò da lì a poco e si ricongiunse con Rustow e Gandini per salire a Vibonati paese. Rustow (nel Porro), a p. 19, aggiungeva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli, e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna”. Rustow scriveva che Garibaldi ed il generale Enrico Cosenz, giunse alla marina di Vibonati, cioè a Villammare, dove Rustow aveva riunito le truppe, forse anche la brigata Puppi, oltre alla Milano e Parma. Rustow, a p. 19 scrive ancora che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si stendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, Garibaldi, Cosenz ed egli stesso insieme alle truppe salirono a Vibonati paese. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Probabilmente Garibaldi raggiunse Rustow a Vibonati al mattino seguente dopo aver pernottato a Sapri. Della versione di Treveljan ho già parlato nel precedente saggio. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli. Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Dunque, il Guzzo ci parla della famiglia De Nicolellis e postilla di Gennaro De Crescenzo. Ma, Gennaro De Crescenzo non parla della famiglia De Nicolellis ma anch’egli ci dice della famiglia Del Vecchio. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Felice Fusco, a suffragio della notizia che Garibaldi si fosse fermato a Vibonati, dove pernottò a casa della famiglia Del Vecchio riporta il “Telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un Comitato di cittadini di Vibonati”, in occasione della morte del generale. Garibaldi morì a Caprera il 2 giugno 1882. Il telegramma pubblicato sulla Gazzetta del Circondario di Sala Consilina, n. 37, del 12 giugno 1882. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio, però, alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, a p. 393 pubblicò la foto della stanza e del letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 290, in proposito scriveva che: “Dopo il passaggio di Garibaldi alcuni Decurionati cominciarono a dichiarare decaduta la dinastia Borbone e, ancor prima del Plebiscito, riconoscendo l’annessione immediata e incondizionata, proclamarono l’Unità facendo trasparire dalle deliberazioni l’entusiasmo del tempo. Le Camicie Rosse da Vibonati partirono all’alba di martedì 4 settembre e, lo stesso giorno, l’assemblea Decurionale testualmente deliberò: “Visto lo stato di oppressione sia morale partito dalle popolazioni del Continente….Essendo pure questo popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Uninamente, liberamente, etc…(46).”.”. Policicchio, a p. 291, nella nota (46) postillava: “(46) Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1. Anche F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, cit., p. 386.”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) etc…“. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Le stradicciole di Vibonati sono talmente strette che anche con lo scooter ti tocca far manovra per poterti girare agli incroci. Ti arrampichi come puoi fino al budello su cui si affaccia palazzo De Nicolellis, il domicilio garibaldino del paese. Ne ammiri la facciata gentilizia mentre l’aria immobile di questo mezzogiorno assolato s’impregna di borotalco e soffritto. Dai tinelli che danno sul vicoletto escono frammenti domestici di un’estrema provincia a tavola. riesci a sentire il biascicare delle mandibole, il rumore delle posate che graffiano i piatti e l’immancabile tv. Una campana batte la mezza. Il palazzo, al cui interno si dice vi sia ancora il letto originale su cui dormì Garibaldi, però è evidentemente sbarrato e sta imboccando la via dell’abbandono. L’unica traccia della passata grandezza, è la solita lapide a futura memoria. Che questa volta esagera così: “In questa casa il 3 settembre 1860 sostò pernottandovi Giuseppe Garibaldi il cui grido, consonante con i sentimenti delle genti, si fece destino nel perseguimento dell’unità d’Italia e della conquista delle libertà che di lui furono pensiero, tormento e vita. Il comune di Vibonati a memoria pose, 16/1/1983”. Ti passa sotto il naso una signora di certa età che annaspa lungo la salita trascinando due pesanti borse della spesa. Decidi di fare il bel gesto in cambio, speri, di qualche informazione. Mentre le trasporti il carico davanti la porticina a piano terra cinquanta metri più avanti, in effetti riesci a farti raccontare che da alcuni mesi è morta anche Rosa, l’ultima discendente diretta dei De Nicolellis, fino all’ultimo residente nel palazzo. Prima assieme alla sorella Giuseppina e negli ultimi anni da sola. Ti spiega che il palazzo è finito ad una pletora di eredi che, almeno fino adesso, non si sono fatti vedere e qualcuno mormora addirittura possa essere in vendita.“. Il Fanelli cita la lapide che il Comune di Vibonati appose il 16 gennaio 1983 sulla facciata di casa De Nicolellis. La lapide marmorea ci dice che Garibaldi ivi sostò il 3 settembre 1860. Mi pare strano che si trattasse del 3 settembre e non della notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo. Questo Vincenzo del Vecchio è proprio colui di cui dubitava il Fusco. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.

(Fig. n….) – Costume di Vibonati tratto dal testo di Pietro Ebner, Chiese baroni e popolo nel Cilento, ed. …..
Nel 1860, VINCENZO DEL VECCHIO, Commissario Organizzatore del circondario di Vibonati nominato dal Governo Pro-Dittatoriale di Sala
Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza linee di una storia dalle origini etc…”, a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “Nei primi giorni di settembre il governo provvisorio emise i primi decreti: nomina dei commissari organizzatori nei singoli Circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato VINCENZO DEL VECCHIO (311) e nei capoluoghi di Distretto; disarmo di quanti non aderivano al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 349, nella nota (311) postillava: “(311) Uno dei decurioni salesi (D. Ottati, Dal feudo alla libertà, Firenze, Pananti, 1966, p. 129; P. Russo, Un brandello, etc…cit., p. 20, n. 34; p. 25, n. 48).”. Sempre il Fusco, a p. 349, nella nota (314) postillava che: “(314) Del Vecchio erano imparentati coi Gallotti: Nicola Del Vecchio (1801-73), che ospitò Garibaldi, aveva sposato Antonia Gallotti.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.
Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, il palazzo del liberale NICOLA DEL VECCHIO, in seguito palazzo DE NICOLELLIS e, del figlio FABRIZIO

(Fig. n….) – Palazzo De Nicolellis (ex Del Vecchio) a Vibonati, in via……………….., al civico 189 – foto Attanasio
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, a Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) etc…”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli. Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Qualcuno mi diceva che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo. Questo Vincenzo del Vecchio è proprio colui di cui dubitava il Fusco. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio parò alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate (….). I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Le stradicciole di Vibonati sono talmente strette che anche con lo scooter ti tocca far manovra per poterti girare agli incroci. Ti arrampichi come puoi fino al budello su cui si affaccia palazzo De Nicolellis, il domicilio garibaldino del paese. Ne ammiri la facciata gentilizia mentre l’aria immobile di questo mezzogiorno assolato s’impregna di borotalco e soffritto. Dai tinelli che danno sul vicoletto escono frammenti domestici di un’estrema provincia a tavola. riesci a sentire il biascicare delle mandibole, il rumore delle posate che graffiano i piatti e l’immancabile tv. Una campana batte la mezza. Il palazzo, al cui interno si dice vi sia ancora il letto originale su cui dormì Garibaldi, però è evidentemente sbarrato e sta imboccando la via dell’abbandono. L’unica traccia della passata grandezza, è la solita lapide a futura memoria. Che questa volta esagera così: “In questa casa il 3 settembre 1860 sostò pernottandovi Giuseppe Garibaldi il cui grido, consonante con i sentimenti delle genti, si fece destino nel perseguimento dell’unità d’Italia e della conquista delle libertà che di lui furono pensiero, tormento e vita. Il comune di Vibonati a memoria pose, 16/1/1983”. Ti passa sotto il naso una signora di certa età che annaspa lungo la salita trascinando due pesanti borse della spesa. Decidi di fare il bel gesto in cambio, speri, di qualche informazione. Mentre le trasporti il carico davanti la porticina a piano terra cinquanta metri più avanti, in effetti riesci a farti raccontare che da alcuni mesi è morta anche Rosa, l’ultima discendente diretta dei De Nicolellis, fino all’ultimo residente nel palazzo. Prima assieme alla sorella Giuseppina e negli ultimi anni da sola. Ti spiega che il palazzo è finito ad una pletora di eredi che, almeno fino adesso, non si sono fatti vedere e qualcuno mormora addirittura possa essere in vendita.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.
ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI
Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….). Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 173-174, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (236) postillava: “(236) F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, in Garibaldi e Garibaldini etc.., pp. 290-291.”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza linee di una storia dalle origini etc…”, a p. 349, nella nota (314) postillava che: “(314) Del Vecchio erano imparentati coi Gallotti: Nicola Del Vecchio (1801-73), che ospitò Garibaldi, aveva sposato Antonia Gallotti.”.
Nel 4 settembre 1860 (secondo Ferruccio Policicchio) Garibaldi, a Vibonati incontrò il giudice Regio del Mandamento di Vibonati, Francesco Saverio CAJAZZO
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita” (9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Sulla frase di ringraziamento che, secodo Policicchio, Garibaldi disse al Giudice Regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, Policicchio (….), sulla scorta del documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca (vedi nota 10 a p. 137: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”, Policicchio scriveva che Garibaldi rivolto al Giudice Regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo (in casa Del Vecchio): “….a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”, posso aggiungere e far notare che, la stessa frase pare che, Garibaldi l’avesse detta in un altra occasione. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Sul Pietro Paolo Perazzo o Perazzi, nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Sulla relazione del de Dominicis, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…..i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi” (238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.
Nel 4 settembre, 1860, Garibaldi (secondo Policicchio) nominò la GIUNTA INSURREZIONALE di Vibonati
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.
In seguito al 1857, Giovanni GIFFONI di Vibonati, perseguitato dalle autorità borboniche
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Un ricorso per risentimento, a nome Saverio Polito, accusava D. Giovanni Giffoni di Vibonati d’essere stato il “gran fabbro” dello sbarco di Pisacane. Egli, che esercitava la professione di cancelliere presso il Giudicato circondariale, nel 1848, si rese operoso nei processi politici, quindi, ben conosciuto dalle autorità (29). Consapevole dei malevoli sentimenti contro di lui nutriti per aver raccolto molta e profonda avversione, temendo effetti di reazione vendicativa a suo danno, quando sbarcò il “bel Capitano”, atterrito, il mattino del 29 giugno, si rifugiò a Camerota. ‘Raccoglieva larga messe di odiosità tra i suoi conterranei appunto per essersi reso operoso strumento in una processura politica qui compilata parecchi anni addietro a carico di molti individui; odiosità in cui incorsero seco lui per la stessa causa anche tre fratelli Perazzo nipoti di quel sacerdote D. Biase Perazzo, nella cui casa sarebbesi voluto trasformare in una settaria fucina, e non per questo la sua famiglia fu sempre ritenuta di sentimenti elevati al Real trono.”. Il sottointendente ritenne falsa la firma improntata al nome di Saverio Polito “per il niun risultato che si hanno avuto con le più efficaci investigazioni da me spiegate all’oggetto” e considero la denuncia “un complesso di abominevoli calunnie. La condotta del Giffoni in fatto di politica non soffre acciacco veruno”(30).”. Policicchio, a p. 208, nella nota (29) postillava che: “(29) Con missiva del 12 gennaio 1858 da Positano fu trasferito a Sanza.”. Policicchio, a p. 208, nella nota (30) postillava che: “(30) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 31, f. 42.”.
PARTENZA DI RUSTOW DA VIBONATI
Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, partenza del colonnello polacco Rustow, per raggiungere la strada Consolare verso il Vallo di Diano
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro, doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. Etc…Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Contemporaneamente la brigata Puppi….si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 20-21, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno.“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV…. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri.”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso”, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc….”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza , ritiravasi sopra Salerno , giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.
Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, la strada o il percorso che intraprese in marcia il colonnello polacco Rustow, insieme alle sue brigate raggiunse la crespa del “Feralunga” (monte Serralunga) sotto il monte Cocuzzo e, ridiscese nella gola del Gauro, che sbocca presso la Taverna del Fortino del Cervaro sulla strada consolare che va a Casalbuono

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi…..Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre. Nel suo racconto, in cui testimonia il percorso che le sue brigate fecero da Sapri a Vibonati e da Vibonati il giorno 4 settembre per risalire al Fortino. Forse passarono non molto distanti da Torraca. Nel suo racconto si evince che prima di arrivare al Fortino, Rustow ed i suoi volontari garibaldini, arrivarono alla “gola del Gauro” (una gola non molto distante dalla via consolare su cui si trovava la taverna del Fortino del monte Cervaro). Sempre nel suo racconto, Rustow cita alcuni luoghi come “discesimo (da Vibonati) pel Vallone del Molinello”, risalimmo “arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”, e poi, “raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare.”. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection. Probabilmente, “Gitto” è il cartografo collaboratore di Rizzi-Zannoni. La carta è estremamente interessante perchè in essa sono rappresentati diversi toponimi sconosciuti. Al momento posso dire che la carta si trova conservata presso la Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte. La “Bibliotheca Hertziana” è stata fondata a Roma nel 1913 da una fondazione di Henriette Hertz sotto la direzione di Ernst Steinmann. Da allora l’istituto ha sede nel Palazzo Zuccari a Roma. Nella carta del 1788, ad esempio, il “vallone del Molinello” è un piccolo torrente che oggi non viene riportato sulle carte fisiche del Golfo di Policastro. sfocia verso la costa di Villammare e risale con due un bracci verso Vibonati e con un altro braccio verso la Madonna dei Cordici da cui risale verso Torraca. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. Sulla destra di “Tempa degli Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”. La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti tra cui Affonnatora. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “….ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito …..Etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”.
Nel 4 settembre 1860, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati alla “Tempa dei Paglioli”
Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Dunque, il colonnello Rustow testimoniava che, messisi in marcia da Vibonati, le brigate dei volontari garibaldini, la mattina del 4 settembre 1860: “discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Rustow scriveva che una volta discesi al Vallone del Molinello, essi risalirono “gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”. Guardando una carta geografica dell’epoca, del 1788, si vedono chiaramente indicati questi luoghi e toponimi. Rustow testimoniava che essi per risalire al Fortino del Cervaro risalirono gli aspri dirupi della “Tempa degli Paglioli”. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. La “Tempa delli Paglioli” è indicata sulla carta come una “Tempa” (dolci colline), che si trovano tra il borgo di Torraca e quello di Battaglia, dove vicino, sulla destra e sotto, si trova il “Monte Cocuzzo”. Sulla destra di “Tempa dei Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”.
Nel 4 settembre 1860, il Tenente CRIVELLARI, ufficiale dei garibaldini di Rustow, e la valigia con documenti riservatissimi che portava con se, consegnata ad una guida di Vibonati, si perse nella marcia da Vibonati al Fortino
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “E proprio durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala, il 7 settembre al sindaco di Vibonati scrisse: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, scrisse degli eventi che seguirono l’arrivo di Garibaldi al Fortino. Antonio Alfieri d’Evandro, fu nominato da Garibaldi segretario del Governo Provvisorio di Sala Consilina. Policiccho scriveva che in occasione della marcia da Vibonati, l’Alfieri d’Evandro riferiva che: “…durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; etc…”. D’Evandro riferiva che, il 7 settembre, in qualità di Segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scriveva al Sindaco di Vibonati il seguente testo:“Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. D’Evandro, scriveva che cittadino Tenente Crivellari dell’Armata dei volontari garibaldini, marciando da Vibonati, verso il Fortino, aveva preso una guida datagli dal Sindaco di Vibonati. Questa guida di Vibonati, fornita al Crivellari dal Sindaco di Vibonati, il 4 settembre 1860, consegnò la Compagnia ad altra guida di Castelluccio, che il Tenente Crivellari però non conosce e non ricorda il nome. Scrive sempre D’Evando al Sindaco di Vibonati che, in questo “scambio di guide”, siccome il Tenente Crivellari si era addormentato non si è accorto che che nel frattempo la valigia, con “documenti riservatissimi” consegnata alla guida fornita da Vibonati, questi l’avesse consegnata all’altra guida di Castelluccio. D’Evandro chiedeva al Sindaco di Vibonati di indagare sulla valigia e ne chiedeva l’immediata restituzione della stessa. Policicchio, a p. 138 aggiunge: “Il secondo eletto di Vibonati, Francesco Curzio, (1801-1885) nel darne notizia ai sindaci del Circondario aggiunse: “Io quindi nel trascrivervi quanto di sopra interessato le LL.SS., ad occuparsi seriamente perché la valigia perduta sia rinvenuta facendo menare i bandi per gli abitati con pene rigorose contro colui che avesse rinvenuto la detta valigia o portata via senza presentarla (13).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (13) postillava: “(13) ACTLL (Archivio Comunale di Vallo), Documenti d’esito che figurano nel conto materiale dell’anno 1860, vol. III.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel diritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso”, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli etc…”.
PARTENZA di GARIBALDI da SAPRI
Nel 4 settembre 1860, la partenza di Garibaldi da Sapri o da Vibonati ?, dove avrebbe pernottato (?) si mise a cavallo e salì al Fortino del Cervaro passando per la strada non molto distante da Torraca, forse seguendo lo stesso percorso che seguì Carlo Pisacane
La notizia della partenza di Garibaldi da Vibonati, e non da Sapri per il Fortino e, quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, sebbene Rustow racconti di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc….“. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. La White-Mario che annotava il Bertani, a pp. 456, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Bertani non dice nulla di Vibonati e annotava che Garibaldi si partì per il Fortino da Sapri il giorno Martedì, 4 settembre. Bertani scriveva che Garibaldi, per andare al Fortino si mosse da Sapri e non da Vibonati. Bertani scrive che Garibaldi e la sua comitiva “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata“. Bertani aggiunge che Garibaldi fece lo stesso percorso di Pisacane non mi risulta passò per Vibonati. Pisacane salì da Sapri a Torraca e poi al Fortino. Bertani scriveva: “In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Dunque, Racioppi scriveva che “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino”, scriveva cioè che Garibaldi, da Sapri salì al fortino con la divisione di Turr che era sbarcata il giorno prima a Sapri. Discosta dalla testimonianza di Bertani, riportata anche, oltre che nel suo libro, anche dalla giornalista White-Mario, è quella dell’Avv. Carlo Pesce di Lagonegro. La ricostruzione storica di quegli eventi che fa il Pesce è arbitraria anche in un altro punto controverso e cioè se Garibaldi avesse pernottato e quindi si partì da Sapri o avesse pernottato a Vibonati e quindi si partì da Vibonati. Infatti, Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro Duce di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati dal Pisacane (1). Etc…”. Sempre l’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 32, si permette di cambiare “Sapri” e non in “Vibonati”, ed in proposito scriveva che: “narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme alla descrizione di quel viaggio etc…”Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Pesce, a p. 32, corregge il Bertani scrivendo “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre etc…”. Credo che sia stata proprio questa correzione che abbia dato origine alla notizia che Garibaldi, per recarsi al Fortino fosse partito da Vibonati, dove avrebbe pernottato in casa Del Vecchio e non da Sapri, dove come attesta Bertani, e poi lo storico Treveljan, avesse pernottato a Sapri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 29, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Etc…”. La ricostruzione storica che fece il Pesce non risponde a verità in quanto Pesce scriveva che il generale Garibaldi aveva incontrato il generale Turr a Sapri a casa del Gallotti, e con questi si recherà a Vibonati. Sappiamo invece che Garibaldi aveva inviato un dispaccio a Turr che da Sapri si era allontanato prima del suo arrivo. Turr non era a Sapri il 3 settembre quando arrivò Garibaldi. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Il 4 Garibaldi è al Fortino di Lagonegro, una taverna situata tra un gruppo di casette coloniche, ai confini lucani con la provincia di Salerno.“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Romagnano non è corretto quando scrive che “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria!”. Infatti, come si è visto, il generale Turr, su ordine di Garibaldi si era allontanato da Sapri al mattino prestissimo del giorno 3 settembre, senza Garibaldi ed il suo seguito che ancora non era arrivato a Sapri. Prima che Garibaldi partisse da Sapri per dirigersi verso il Fortino del Cervaro, furono le brigate del Turr, portate da Rustow che partirono per Casalnuovo e nella notte arrivarono a Vibonati dove pernottarono. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino….Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Etc…”. Policicchio citava il telegramma o dispaccio che Garibaldi da Sapri inviava a Turr. Proseguendo il suo racconto, Policicchio, a p. 285, riferendosi al telegramma a Turr, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Ma, stando alla testimonianza di Bertani che non parla affatto di pernottamenti a Vibonati, ne cita Vibonati, possiamo affermare che al contrario nutriamo dei seri dubbi che Garibaldi sia passato da Vibonati. Fu Rustow, con una parte dei volontari a fermarsi la notte a Vibonati. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.
GARIBALDI A TORRACA ?
PARTENZA di GARIBALDI da SAPRI ? o da VIBONATI ? per il FORTINO

Nel 4 settembre 1860, la partenza di Garibaldi da Sapri o da Vibonati ?, dove avrebbe pernottato (?) si mise a cavallo e salì al Fortino del Cervaro passando per la strada non molto distante da Torraca, forse seguendo lo stesso percorso che seguì Carlo Pisacane
La notizia della partenza di Garibaldi da Vibonati, e non da Sapri per il Fortino e, quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, sebbene Rustow racconti di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc….“. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. La White-Mario che annotava il Bertani, a pp. 456, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Bertani non dice nulla di Vibonati e annotava che Garibaldi si partì per il Fortino da Sapri il giorno Martedì, 4 settembre. Bertani scriveva che Garibaldi, per andare al Fortino si mosse da Sapri e non da Vibonati. Bertani scrive che Garibaldi e la sua comitiva “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata“. Bertani aggiunge che Garibaldi fece lo stesso percorso di Pisacane non mi risulta passò per Vibonati. Pisacane salì da Sapri a Torraca e poi al Fortino. Bertani scriveva: “In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Dunque, Racioppi scriveva che “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino”, scriveva cioè che Garibaldi, da Sapri salì al fortino con la divisione di Turr che era sbarcata il giorno prima a Sapri. Discosta dalla testimonianza di Bertani, riportata anche, oltre che nel suo libro, anche dalla giornalista White-Mario, è quella dell’Avv. Carlo Pesce di Lagonegro. La ricostruzione storica di quegli eventi che fa il Pesce è arbitraria anche in un altro punto controverso e cioè se Garibaldi avesse pernottato e quindi si partì da Sapri o avesse pernottato a Vibonati e quindi si partì da Vibonati. Infatti, Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro Duce di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati dal Pisacane (1). Etc…”. Sempre l’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 32, si permette di cambiare “Sapri” e non in “Vibonati”, ed in proposito scriveva che: “narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme alla descrizione di quel viaggio etc…”Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Pesce, a p. 32, corregge il Bertani scrivendo “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre etc…”. Credo che sia stata proprio questa correzione che abbia dato origine alla notizia che Garibaldi, per recarsi al Fortino fosse partito da Vibonati, dove avrebbe pernottato in casa Del Vecchio e non da Sapri, dove come attesta Bertani, e poi lo storico Treveljan, avesse pernottato a Sapri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 29, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Etc…”. La ricostruzione storica che fece il Pesce non risponde a verità in quanto Pesce scriveva che il generale Garibaldi aveva incontrato il generale Turr a Sapri a casa del Gallotti, e con questi si recherà a Vibonati. Sappiamo invece che Garibaldi aveva inviato un dispaccio a Turr che da Sapri si era allontanato prima del suo arrivo. Turr non era a Sapri il 3 settembre quando arrivò Garibaldi. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Il 4 Garibaldi è al Fortino di Lagonegro, una taverna situata tra un gruppo di casette coloniche, ai confini lucani con la provincia di Salerno.“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Romagnano non è corretto quando scrive che “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria!”. Infatti, come si è visto, il generale Turr, su ordine di Garibaldi si era allontanato da Sapri al mattino prestissimo del giorno 3 settembre, senza Garibaldi ed il suo seguito che ancora non era arrivato a Sapri. Prima che Garibaldi partisse da Sapri per dirigersi verso il Fortino del Cervaro, furono le brigate del Turr, portate da Rustow che partirono per Casalnuovo e nella notte arrivarono a Vibonati dove pernottarono. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino….Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Nel 1860, con l’arrivo dei garibaldini nel Vallo di Diano, giustizia fu fatta. Il 3 settembre, il Generale Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio de comune di Torraca) dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro La Cava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto etc…”. Dunque, è interessante che il Mallamaci parlando di Torraca chiama Nicola Del Vecchio “Nicola Del Vecchi”. Il Mallamaci poi si dilunga sulla questione del Sabino Laveglia trucidato a Sanza che non ha nulla a che fare con Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Etc…”. Policicchio citava il telegramma o dispaccio che Garibaldi da Sapri inviava a Turr. Proseguendo il suo racconto, Policicchio, a p. 285, riferendosi al telegramma a Turr, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Ma, stando alla testimonianza di Bertani che non parla affatto di pernottamenti a Vibonati, ne cita Vibonati, possiamo affermare che al contrario nutriamo dei seri dubbi che Garibaldi sia passato da Vibonati. Fu Rustow, con una parte dei volontari a fermarsi la notte a Vibonati. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.
Nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, a Torraca, Garibaldi dormì in casa dell’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca ?
Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: “Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune famiglie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.
I GALLOTTI di Torraca e l’abate don NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)
Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: “Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.
ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI
Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….). Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.
Nel 1860, a Torraca, la Famiglia Perazzo di Torraca ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO
Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: “Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri, “in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: “I soldati ebbero dono di ciliege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.
Nel 4 settembre 1860, Marcello BRANDI (futuro Sindaco di Torraca), uno delle guide del Rustow per risalire da Torraca al Fortino
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Policicchio racconta questa notizia tratta da una poesia pubblicata dall’ex Preside Gioacchino Vaiano tratta dal testo “All’aria aperta”. Policicchio racconta che una guida garibaldina che marciò insieme ai volontari garibaldini di Rustow, fu “Marcello”, “u vavu” (nonno) del Preside Gioacchino Vaiano di Torraca. Gioacchino Vaiano ne parla in una sua lirica pubblicato a Sapri, nel 2008: “All’aria aperta”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Dunque, Policicchio scriveva che Turr, con un piccolo seguito si recò a Lagonegro “..e a spese del comune di Torraca”. E’ molto probabile che il generale Turr, allontanatosi da Sapri e dalle sue truppe che aveva lasciato a Sapri a Rustow, risalì verso il mandamento di Lagonegro passando prima da Torraca e, ricalcando lo stesso percorso che tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane con i suoi Trecento. Il percorso sarà descritto da Rustow che però risalirà da Vibonati, passando nel teritorio di Torraca ecc…Ma, la notizia fornitaci da Policicchio è quella che il comune di Torraca dovette partecipare alle spese per tale viaggio. Si trattava forse delle spese che bisognava approntare per tale viaggio, come ad esempio le spese per pagare delle guide che conoscevano bene il percorso aspro ed impervio che permettesse di risalire a Lagonegro o al Fortino senza avere sgraditi incontri ?. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Mezzo secolo prima, durante l’occupazione dei francesi, i Generali Reyner e Massena vi trovarono forte resistenza prima di giungere in fondo alla Calabria.”. Turr, con il suo piccolo seguito non conosceva il percorso e soprattutto doveva percorrere sentieri aspri e dirupi che permettessero a lui ed al suo piccolo seguito di non incappare in brutte sorprese e quindi passò per Torraca per ingaggiare, a spese del comune delle guide esperte di quei luoghi. Infatti, il colonnello Rustow, nel suo racconto tradotto da Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, etc..” e, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi.”. Sebbene Rustow non parlasse del viaggio intrapreso dal generale Turr, ma parlava del suo che intraprese il giorno dopo da Vibonati, descrive bene e testimonia l’angustia che dovettero affrontare i garibaldini per risalire verso il Fortino di Casaletto. Queste guide, perfetti conoscitori dei luoghi da percorrere, erano “persone del luogo”, come più tardi scriveva il colonnello Rustow. Sulle guide, di cui si servì sicuramente il generale Turr, dovendo risalire da Sapri al Fortino, troviamo un’altra notizia che riguarda una guida di Torraca. Si tratta di Marcello BRANDI, che poi, in seguito sarà Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Infatti, l’ex preside ed amico, Gioacchino Vaiano, nel suo “All’aria aperta – poesie”, ed. Il Papiro, Sapri, 2008, a p. 101, nella sua lirica “Racconti di famiglia”, scriveva: “U vavu Marciello, ch’era u figliu du Sinnacu Francesco Brandi ca fece u cambanaru, com’è scrittu oramaie ndà storia du paisu nuostu, pe se nzurà a vava Giuanna, l’abbrazzau etc…u diariu addò u maritu avìia scrittu quiddu fattu viecchiu de l’abbrazzu nzieme a tand’ate cose da famiglia. Ngera scrittu pure du cavaddu iangu ca Garebbalde avìia regalatu o vavu Marciellu, quannu veneddu da Vibonati pi Pagliuuoli, l’avìia accumpagnat versu u Furtinu, pa via adduv’era passatu Carlu. Come “chi era Carlu ?”, era Carlo Pisacane, ….U vavu Marciellu, nepote mìiu, etc…”. Dunque Vaiano racconta di questo scritto che aveva trovato sua nonna dove vi erano state appuntate alcuni fatti storici dell’epoca di Pisacane e di Garibaldi che avevano riguardato direttamente il nonno (u vavu) Marcello Brandi, figlio di Francesco Brandi, Sindaco di Torraca nel …….. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 203 scriveva: “Appendice – Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità – Francesco Brando dal 1906 al 1808.”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca.
Nel 4 settembre 1860, la GIUNTA INSURREZIONALE di Lagonegro (PZ)
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Il “Cerbaro”, frazione di Casaletto Spartano ed il Fortino Murattiano
Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois
Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: “Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).
LA TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO


Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervato ?
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che “Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proprietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri.
Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI, figlio di Carlo e nipote di don Giovanni o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortno, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere,così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valio del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza eccedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta” (57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio scriveva che: “Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio postillava dell’aneddoto riportato dall’Avv. Carlo Pesce. Infatti, Pesce scriveva che PAOLO GALLOTTI di Carlo e nipote del baronone di Bataglia, don Giovanni Gallotti, “seppe ben attendere ai doveri di ospitalità verso la gloriosa comitiva”. Pesce scriveva che a quel tempo la Teverna del Fortino era di proprietà di Paolo Gallotti. In seguito diverrà di proprietà dei CIOFFI. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….“. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.
Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI, nipote di Giovanni, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descriveva i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.
GARIBALDI al FORTINO del CERVARO
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il garibaldino lucano Giambattista PENTASUGLIA alle prese col telegrafo
Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861). Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 76, in proposito scriveva: “Fu nominato tenente del genio militare piemontese, e fu occupato negli uffici telegrafici. Nella guerra della II° Indipendenza (1859) contro l’Austria il tenente Pentasuglia, come telegrafista, rese segnalati servizi all’esercito italo-francese. Come si è detto, egli seguì Garibaldi fin da quando questi salpò da Quarto per la Sicilia, poi, fin al Volturno. Nessuna gratitudine ebbe per lui il nuovo governo italiano ed il valoroso Pentasuglia, disdegnato ma fiero della sua forte anima, si ritirò a Matera ove morì il 4 novembre 1880, povero e lieto di aver compiuto il suo dovere per la Patria.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 30-31, in proposito scriveva: “…è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano. Fra i Mille, che seguirono Garibaldi in Sicilia, vi era un cittadino di Matera, Giambattista Pentasuglia, telegrafista. Questi, appena sbarcato a Marsala, si affrettò a raggiungere l’ufficio telegrafico. Qualche minuto prima, l’impiegato addetto a tale ufficio, aveva comunicato a Palermo la notizia dell’arrivo di due piroscafi nel porto di Marsala. Il Pentasuglia, dopo aver puntato la rivoltella contro l’impiegato, telegrafò a Palermo che i due vapori “erano borbonici”, e che non vi era, pertanto, alcuna ragione di preoccuparsi.”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.“. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Pietro LACAVA e Nicola MIGNOGNA che consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Anche press’a poco alle 8 (a.m.) il Generale Garibaldi con le persone che l’accompagnano perviene sulla consolare per Sala ad un gruppo di case chiamato Fortino. Ivi il Generale trova i Signori Mignogna, Prodittatore di Basilicata, e Lacava venuti a salutarlo e per offrirgli D. 6000 in piastre e colonnati (beati tempi!!). E secondo il De Cesare il dono riesce molto gradito al Generale !!! Ed il Lacava fa sapere, che di tal somma il Dittatore ne fa tenere una parte al Generale Caldarelli: il quale marciando tra i nemici popoli ha chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di chi pagare i viveri dei suoi soldati. Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi…..Etc…. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Basilicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Gaetano Lancillotti, a p. 115, in proposito scriveva: “480 Gaetano Lancillotti, Conto sommario degl’introiti e degli esiti fatti dal Governo Provvisorio dlla Insurrezione Lucana nell’agosto e settembre 1860, s. 1., nè a. (1861). Il Prestito Nazionale fruttò al Governo prodittatoriale la somma di duc. 22.930,22 etc…Il resto del riscosso, duc. 6.000, venne consegnato a Giuseppe Garibaldi come risulta dalla lettera di Garibaldi a Giacomo Racioppi del 6 febbraio 1861 da Caprera con la quale si dà quitanza della somma ricevuta.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 1856-57, i Processi a diversi rivoluzionari antiborbonici: Nicolò MIGNOGNA
Maria Sofia Corciulo (….), nel suo “Opinione pubblica e processi politici nel regno delle due Sicilie: il caso Mignogna – De Pace (1855-56)”, in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005, a p. 395 ci parla del processo intentato nel 1856 contro Nicola Mignogna e, a p. 403, in proposito scriveva che: “Sorprendentemente, nonostante le peggiori aspettative, la sentenza fu mite: il 2 ottobre 1856, al Mignogna fu comminato l’esilio dal regno (il Mazzini era intervenuto in suo favore presso l’ambasciata inglese in Napoli). Agli altri imputati, con l’eccezione dei recidivi detenuti, Ventre, Mauro e De Angelis, ai quali furono aggiunti ai 20 che già stavano scontanto altri 12 anni di ferri, non furono inflitte pene eccessivamente dure: due anni al sacerdote De Cicco ed uno al monaco Ruggero. I restanti inquisiti vennero assolti, fra cui il De Pace (25). Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pepino-Carbonelli (….), nel suo Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli (1889).
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino, Garibaldi incontrò Francesco Paolo LAVECCHIA, comandante della Colonna di Tricarico e di stanza a Lagonegro
Pare che al Fortino, Garibaldi, oltre ad avere incontrato il messo di Depretis, Piola-Caselli e Mignogna e Lacava, avesse incontrato e ringraziato anche Francesco Paolo Lavecchia, comandante dei volontari che si trovavano di stanza nel Lagonegrese. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna. Il dittatore ringraziò Lavecchia sia per lo splendido lavoro compiuto nel lagonegrese, sia per avere con intelligenza raccolti e disarmati i gendarmi e i soldati borbonici in fuga, e sotto buona scorta avviati ai propri paesi, sia per aver preparato i viveri alle truppe garibaldine.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……
Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo
Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……“. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier, possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale. In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi, pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”. Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete ; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”.
AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Generale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”. Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .“. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, partenza di PIOLA-CASELLI da Sapri imbarcatosi per Palermo
Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.
Nel 4 settembre 1860, al Fortino, Garibaldi incontrò e ricevè anche il Commissario Mango
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 40, in proposito scriveva che: “Congedandosi il Generale dal Commissario Mango ebbe a dirgli in tuono energico e sicuro: ‘Mango, non una goccia di sangue dovrà spargersi’; ed in queste memorande parole è compendiato tutto il programma della gloriosa impresa.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………………..”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino di Lagonegro era stata presa la grande decisione nell’interesse della rivoluzione e dell’Italia. Qualche ora dopo Garibaldi si congedò dal Commissario civile di Lagonegro, avv. Mango, con queste prole: “Mango, non una goccia di sangue dovrà spargeri”.”.
Nel 4 settembre 1860, a Napoli, ultimo Consiglio di Guerra di Generali borbonici
Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a pp. 909-910, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, ebbe luogo un ultimo Consiglio di generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, né tra Campagna e Salerno, né tra Salerno e Napoli, e non rimanere altra linea di difesa che tra Capua e Gaeta, tra il Volturno e il Garigliano.”.
Nel 4 settembre 1860, Francesco II abbandonò l’idea di una battaglia nel Salernitano
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 493-494, in proposito scriveva che: “LVI. Dal sin qui detto manifestamente si scorge qual fosse il piano strategico dal Dittatore tracciato. tracciato . Come ad Alta Fiumara e a Soveria egli imaginava sorprendere l’armata e chiuderla da tutte le parti fra gl’insorti , il corpo condotto da Türr e le forze che egli stesso guidava all’assalto. Se Francesco II non si fosse per tempo ritirato, sarebbesi tosto veduto rinchiuso nel suo campo con Garibaldi di fronte, con Türr alle spalle , colla rivoluzione a sinistra e col mare alla destra. In tale frangente egli è chiaro che non altra via di salvezza gli sarebbe rimasta se non quella di cedere, capitolare ed arrendersi. LVII. Ma sia che Francesco prevedesse le mire nemiche e che quindi sentisse la necessità d’una pronta ritirata, sia ch’ egli non credesse conveniente accettar la battaglia in condizioni così svantaggiose, colla rivoluzione ai fianchi ed a tergo la capitale romoreggiante e mal fida, o non stimasse prudenza contare sul valore de’ suoi, i Borboniani inopinatamente levarono il campo e si diressero sulla via di Napoli. Infatti , anche non volendo calcolare sull’ esito delle mosse di Türr , che pure non poteva esser dubbio , l’esercito regio non avrebbe saputo resistere all’impeto di Garibaldi e de’ suoi. I soldati borbonici a chiari segni mostravano quanto di malavoglia s’ attendessero ad un conflitto, com’ eglino tremassero at nome solo del fortunato avversario e come fossero già vinti e soggiogati prima ancora di battersi. Dall’ altro canto l’audacia , le gesta e le marcie di Garibaldi apparivano così prodigiose e si strane che quelle anime ignare e fanatiche amavano piuttosto attribuirle ad una sopranaturale potenza etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 512, in proposito scriveva che: “LXXXIV. Garibaldi conobbe la ritirata del Re da Salerno mentr’ egli nel campo di Polla concentrava le sue forze ed apparecchiavasi all’ ultima e decisiva battaglia contro la dinastia del Borboni. L’inopinato ritiro del Re e dell’ esercito lo costrinse a cangiare i suoi piani ed a sollecitare etc…”.
RUSTOW, da Vibonati in marcia per il FORTINO e per CASALNUOVO
Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, la strada o il percorso che intraprese in marcia il colonnello polacco Rustow, insieme alle sue brigate raggiunse la crespa del “Feralunga” (monte Serralunga) sotto il monte Cocuzzo e, ridiscese nella gola del Gauro, che sbocca presso la Taverna del Fortino del Cervaro sulla strada consolare che va a Casalbuono

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli . Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala,… Etc…”. Dunque, Pesce, sulla scorta di Bertani ed altri, scriveva che Garibaldi, da Vibonati, il 4 settembre 1860, passando per Torraca salì sulle pendici del Monte Cervaro e così arrivò al Fortino. Ma, a parte la notizia che Garibaldi fosse partito da Vibonati, quale è stato il suo percorso ? Sappiamo pure che da Vibonati, e questa notizia è certa, Rustow, insieme ai suoi volontari risalì al Fortino del Cervaro. Ma quale percorso fecero i suoi volontari garibaldini ?. Un testimomone di eccezione è stato il colonnello polacco Wilhelm Rustow. Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi…..Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860. Nel suo racconto, in cui testimonia il percorso che le sue brigate fecero da Sapri a Vibonati e da Vibonati il giorno 4 settembre per risalire al Fortino. Forse passarono non molto distanti da Torraca. Nel suo racconto si evince che prima di arrivare al Fortino, Rustow ed i suoi volontari garibaldini, arrivarono alla “gola del Gauro” (una gola non molto distante dalla via consolare su cui si trovava la taverna del Fortino del monte Cervaro). Sempre nel suo racconto, Rustow cita alcuni luoghi come “discesimo (da Vibonati) pel Vallone del Molinello”, risalimmo “arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”, e poi, “raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare.”. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection. Probabilmente, “Gitto” è il cartografo collaboratore di Rizzi-Zannoni. La carta è estremamente interessante perchè in essa sono rappresentati diversi toponimi sconosciuti. Al momento posso dire che la carta si trova conservata presso la Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte. La “Bibliotheca Hertziana” è stata fondata a Roma nel 1913 da una fondazione di Henriette Hertz sotto la direzione di Ernst Steinmann. Da allora l’istituto ha sede nel Palazzo Zuccari a Roma. Nella carta del 1788, ad esempio, il “vallone del Molinello” è un piccolo torrente che oggi non viene riportato sulle carte fisiche del Golfo di Policastro. sfocia verso la costa di Villammare e risale con due un bracci verso Vibonati e con un altro braccio verso la Madonna dei Cordici da cui risale verso Torraca. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. Sulla destra di “Tempa degli Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”. La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti tra cui Affonnatora. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito …..Etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 4 settembre 1860, RUSTOW e le sue brigate marciò ed arrivò al Fortino del Cervaro, alle 11 e mezzo, seguito giorni dopo dalla brigata Spinazzi e la brigata Bologna o Puppi
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redassi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Il generale Gandini, comandante della brigata Milano, era arrivato anch’egli a Vibonati, da dove il giorno dopo ripartì attraversando il Passo del Monte Cocuzzo e Casalbuono, al fine di ostacolare eventuali spostamenti di forze nemiche.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi e di Turr, il 4 settembre 1860, di mattina marciarono, ma non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 5 settembre. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro, doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. Etc…Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Dunque, Rustow testimoniava che le sue brigate arrivarono al Fortino alle 11 e mezzo del mattino e verso la sera marciarono per Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”. Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi…..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri – Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore….(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora riprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna del Fortino (o a Casalnuovo ?), il generale Turr manda un telegramma con richiesta di vettovaglie
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 408, in proposito scriveva che: “Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’insurrezione etc….Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).”. Pesce, a p. 408, nella nota (1) postillava: “(1) Rilevasi dalla deliberazione del Decurionato del 10 Gennaio 1861: “Il Sindaco Ladaga ha dato lettura d’un uffizio del Commissario Civile del 5 settembre 1860, contenente un telegramma del Generale Garibaldi, che ordinava di tener pronto questo Comune 25 mila razioni viveri per le truppe da passare….Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………….”.
Nel 4 settembre 1860, Peard, Forbes e Fabrizi erano ad Eboli ed il telegramma di Peard a Pietro Ulloa
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Sempre Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. Che cosa frattanto era avvenuto ? Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Cardarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata fra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e baciargli la mano. Etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….), lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416-417, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala avevan preso il Peard per il Dittatore ! E quando poco dopo il Forbes aveva raggiunto l’amico in un vicino paese l’aveva trovato, col colonnello Fabrizi e col Gallenga, corrispondente del Times, alloggiato con tutti gli onori in casa del Sindaco, che, al par di tutti lo credeva Garibaldi in persona. Il Peard aveva ritenuto opportuno non dissipare ma anzi confermare l’equivoco, industriandosi di trarne profitto. Continuando nella burla in tutti i paesi che incontrava, preordinava in quelli in cui sarebbe giunto il dì dopo, alloggi e viveri per migliaia di persone con le quali egli, firmandosi Garibaldi, si diceva prossimo ad arrivare. E questa notizia, sùbito ritelegrafata a apoli, aveva aumentato la confusione e il terrore negli alti comandi e nei circoli di Corte. l Forbes ed il Peard sono ad Eboli il 4 settembre. Anche qui il creduto Garibaldi riceve accoglienze di indescrivibile entusiasmo. Vengono ad ossequiarlo le autorità e molti cospicui cittadini col Vescovo alla testa. Peard dà ordini, disposizioni, istruzioni e sosptiene come può la sua parte nella commedia. Ma temendo che a lungo andare la beffa si scopra, si ritira a riposare, ordinando ad un compagno,segretario posticcio, di rispondere ai visitatori che il Dittatore dorme. Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa hiamre l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con altre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli consiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, etc…“. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VII. Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del Times – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Caldarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata tra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e per baciargli la mano. “Una vera seccatura però – continuava a raccontare – quando deputazioni di ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signora illustrissima, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”.
Nel 4 settembre 1860, la fuga del generale PIANELL, Ministro della Guerra di Francesco II
Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua “Introduzione”, a p. 609, in proposito scriveva che: “Nel luglio 1860 il generale Pianell, richiamato dagli Abruzzi, fu nominato da Francesco II ministro della Guerra. La sua condotta, debolmente difensiva allo sbarco e all’avanzata di Garibaldi, fu aspramente criticata e produsse, o forse contribuì a produrre, una resa quasi totale dell’esercito napoletano in Sicilia e in Calabria. Il 4 settembre, in momenti di grande confusione, il generale Pianell e la moglie Eleonora abbandonarono Napoli con un lasciapassare del Re per un periodo di sei mesi di aspettativa. Erano diretti prima a Civitavecchia su un vapore inglese e poi a Roma; qui furono dal governo vaticcano garbatamente allontanati come non desiderabili e si diressero prima a Marsiglia e poi a Parigi. Etc…Il Regno delle Due Sicilie non esisteva più. Il generale e sua moglie, con un lasciapassare del Console del re di Sardegna a Parigi, rientrarono in Italia e si fermarono a Torino. I genitori di Eleonora, fuggiti anch’essi da Napoli nel settembre 1860, si erano rifugiati a Firenze. A Torino il generale si recò da Cavour con una lettera di presentazione del Conte Vimercati.”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Salvatore Pianell (Palermo, 9 novembre 1818 – Verona, 5 aprile 1892) è stato un generale e politico italiano. Conte dal 1856. Fu nominato Ministro della Guerra del Regno delle due Sicilie nel luglio 1860, nei giorni cioè dell’Impresa dei Mille. Il 31 agosto Pianell, deciso ad agire anche da solo, scrisse una lettera al re (che gli consegnò il 2 settembre) nella quale si dichiarava esonerato di fatto dalla carica di Ministro della Guerra. Il giorno dopo, il governo diede ufficialmente le dimissioni. Per opposti motivi si dimisero dalle loro cariche militari anche il Conte di Trapani e il Conte di Trani (che però rientrò nei ranghi qualche mese dopo). Una seconda lettera di Pianell a Francesco II, recapitata il 3 settembre, spiegava chiaramente i motivi delle dimissioni, causate soprattutto dalla incompatibilità fra il generale e l’ambiente di corte. C’è da aggiungere che, come rivela nelle memorie e in una lettera del 1877 indirizzata a Francesco II ma mai spedita, Pianell sottovalutò la volontà di resistenza del re. Quando infatti Francesco II parlò di lasciare la capitale, Pianell credette che alla fine si sarebbe imbarcato sul piroscafo spagnolo Villa di Bilbao e sarebbe partito per la Spagna. Allo stesso modo Pianell sottovalutò la resistenza delle truppe napoletane rimaste fedeli. Ottenuto il congedo dal re, partì il 5 settembre via mare per la Francia dove la moglie aveva parenti e dove trascorse i mesi fin quasi alla proclamazione del Regno d’Italia. Il 2 marzo 1861, infatti, dissolto il Regno delle Due Sicilie, Pianell tornò in Italia. Favorevole ad un’alleanza con il Piemonte e all’applicazione della costituzione promulgata da Francesco II, si trovò per questo avversario di buona parte della corte borbonica. Diede le dimissioni dopo poche settimane di ministero e, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia, chiese e ottenne di entrare nell’Esercito italiano con il grado di generale.
Nel 4 settembre 1860, a Sala, Giovanni MATINA creò dei dicasteri e Giunte Insurrezionali per ogni paese
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 392, in proposito scriveva che: “Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”.
A CASALBUONO
Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo (odierno Casalbuono), Garibaldi arrivò alle 17,00 e ospitato in casa Sabatini, ivi pernottò
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “Dopo sole tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….“. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….“. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Dunque, Racioppi, dopo aver premesso dell’osteria del Fortino del Cervati fa incontrare Garibaldi ed il Mignogna nel piccolo borgo di Casalnuovo e non all’osteria del Fortino come vogliono altri. Tuttavia, Garibaldi ed il suo piccolo seguito si recarono in carrozza a Casalnuovo, oggi Casalbuono, un piccolo brogo non molto distante dal Fortino. Dal 1811 al 1860 fece parte del circondario di Montesano, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia, fece parte del mandamento di Montesano sulla Marcellana, appartenente al Circondario di Sala Consilina. Casalnuovo si trovava sulla via per le Calabrie. Il Racioppi scriveva: “….e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Etc…”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalnuovo (18) – paese che segue il confine tra la Provincia di Salerno e la Basiicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 pm. del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti Carlo Arrivabene ed Antonio Gallenga, volontari e corrispondenti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’…..Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono. Con lui erano, fra gli altri, il Turr, il Sirtori, il Caldesi, il Nullo, il Serafini, il Cosenz, l’Avezzana, il Mordini e Musolino e i giornalisti Antonio Gallenga e Carlo Arrivabene, ambedue corrispondenti della stampa inglese. Il Generale fece sosta in Piazza Croce, (dopo divenuta Piazza Garibaldi), attraversò poi tutto il paese a cavallo, salutò il popolo festoso, poi stanco si riposò in casa di Raffaele Sabatini, dove passò anche la notte. Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale…..Etc…“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò BERTANI Segretario Generale della Dittatura
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’inciente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “….Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “…..e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Etc..”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: “VI. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Agrati scriveva che, il 5 settembre 1860, da Sala Consilina, Garibaldi “diramò” il decreto che però aveva già scritto a Casalnuovo. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elargire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque. A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………..”.
Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la banda del De Dominicis che era a Sanza e che aveva ucciso Sabino Laveglia
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 117, parlando di Casalbuono e riferendosi al 4 settembre 1860, in proposito scriveva che, Garibaldi arrivato in carrozza a Casalbuono alle 5 pomeridiane del giorno 4: “….decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Sulla scorta del De Crescenzo, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Come vedremo innanzi, parlando del 7 settembre 1860 parlerò dell’uccisione dei responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane e del Pisacane in particolare perchè dalla documentazione storica pare che questa sia la data della loro uccisione proprio da parte della colonna di Cristofaro Ferrara, che si trovava a Sanza insieme alla colonna del Passero e che avevano imprigionato alcuni di Sanza tra cui il Sabino o Sabatino Laveglia. Dunque, la notizia dell’Infante (….), risulta strana. La notizia che ci dà Infante, che a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la colonna del De Dominicis che si trovava a Sanza, dovrebbe essere ulteriormente approfondita, in quanto se ciò accadde il 5 settembre 1860 come può essere possibile che i rivoltosi uccidessero il Laveglia il 7 settembre 1860. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i clpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………………“.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, il colonnello BOLDONI venne a salutare Garibaldi che aggregò la Brigata LUCANA alla brigata del Generale Cosenz
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1).”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglione detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Giacomo Racioppi proseguendo il racconto sul Boldoni e la brigata Lucana dirà che dopo l’entrata di questo trionfale a Napoli, il 19 settembre, il colonnello Boldoni fu sostituito da Clemente Corte che la chiamerà Brigata di Basilicata. Racioppi scriveva che dopo Napoli, il Boldoni fu rimosso perchè apparteneva al partito di Cavour ed era inviso a Garibaldi. Sul colonnello Boldoni e la sua Brigata Lucana ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………….”.
Nel 5 settembre 1860, Rustow e le sue brigate garibaldine erano a Casalnuovo (odierno Casalbuono)
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. De Crescenzo scriveva che Garibaldi decretò lo scioglimento della colonna del De Dominicis, “che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che la colonna del De Dominicis fu sciolta da Garibaldi a Casalnuovo dove fu incorporata nelle file del Fabrizi. La colonna del De Dominicis fu inclusa nell’Esercito Meridionale. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Ala punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 54 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “L’Aldinio, giovane, forte, coraggioso ed aitante della persona, spinto da quell’ondata d’entusiasmo e di fede, ed indossata la camicia rossa, che tutt’ora si conserva dall’affetto filiale, fece parte dello stato maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi fu nominato Ricevitore delle Privative in Reggio Calabria, ma non accettò l’impiego per non parere d’aver tratto profitto dal suo patriottismo (1). Ritiratosi in patria, fu nominato Capitano della 1° Compagnia della Guardia Nazionale al posto del fratello Gennaro, e serbò sempre per Garibaldi un culto ed una venerazione introducendo pure, nei primi anni dell’unità italiana, una splendida festa patriottica e commemorativa nel giorno onomastico dell’Eroe. Morì fra il compianto generale nel 1892 in patria, lasciando larga eredità di affetti e di sangue.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’ Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 5 (?) settembre 1860, a Casalnuovo (?), MIGNOGNA consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Dunque, dal taccuino di Agostino Bertani si evince che Mignogna arrivò al Fortino e non a Casalnuovo. Bertani annotava dal Fortino partirono per Casalnuovo (attuale Casalbuono), il 4 settembre 1860 ed il 5 settembre 1860 erano a Casalbuono, dove Garibaldi emise l’ordine della nomina a Bertani. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………..“. Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto….”. Su Nicola Mignogna si veda Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 ed in particolare Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 117, in proposito scriveva che: “Fallito il tentativo di invadere il territorio dello Stato Pontificio, venne distaccato da Giuseppe Garibaldi in Basilicata con l’incarico di controllare l’attività del movimento liberale lucano che, organizzato da Giacinto Albini, aveva incondizionatamente aderito al programma del Comitato dell’Ordine. Nonostante la sua attiva partecipazione alla insurrezione lucana, la sua missione non raggiunse lo scopo per cui egli era stato inviato in Basilicata: i posti di maggiore responsabilità vennero affidati dall’Albini ad esponenti del Comitato dell’Ordine. Nel settembre del 1860 si riunì all’esercito garibaldino e si distinse nella battaglia di Maddaloni.”. Poi, a p. 117 aggiunge pre che: “Della monografia del P. C. interessa direttamente la Basilicata quanto si riferisce ai contrasti tra le varie correnti liberali ed al periodo in cui, tra l’agosto ed il settembre del 1860, il Mignogna fu prodittatore con l’Albini (pp. 175 ss.). “. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Rogliano , 31 Agosto 1860. Caro Mignogna, Vi ringrazio della vostra del 23. Io vi fo i miei complimenti per quanto avete fatto di bene alla nostra Patria. Il Capo militare che mi chiedete è Cosenz, col quale io vi vedrò ad Auletta fra pochi giorni. Vostro G. GARIBALDI.”. Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata . Ivi Nicola Mignogna , in nome della provincia, gli dà il benvenuto presentandogli l’offerta pecuniaria de ‘ Lucani ( 1 ) . Garibaldi gli stende la mano , gli ripete con voce incantevole : « Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria ! » A cui il Mignogna : « Tutto è possibile , Generale , quando voi volete . » E si dicendo , gli porge un foglio. È un telegramma di Giuseppe Libertini , presidente del Comitato Unitario che annunzia: « Francesco II, preso congedo da ‘ Napoletani , s’imbarca per Gaeta, concentrando l ‘ esercito rimastogli fedele, nelle fortezze di Capua , Gaeta , Pescara, Civitella ; proponendosi di tener il campo dietro il Volturno . » Garibaldi scorse rapidamente lo scritto , poi girò intorno le sue grandi pupille fosforescenti , profonde come il mare e come questo trasparenti, e sclamò : << andiamo, per ora, a Napoli – Viva l’Italia ! » L’emozione , l’entusiasmo degli astanti non si osa descrivere . La storia si fa inno l’uomo diventa mito l’opera sua leggenda ! –– Ad Auletta il Generale dice a Mignogna : « Venite meco a Napoli ; » e nomina Giacinto Albini governatore, con potestà illimitata, della Basilicata. Garibaldi sapeva già che in Napoli i seguaci di Cavour avevano adoperati tutti i mezzi per compiere la rivoluzione senza il suo intervento . « In caso estremo — aveva telegrafato e scritto il Cavour – etc….”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). « Dal signor avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila ( pari a L. 25,500 ) , offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segret. Generale della Dittatura AGOSTINO Bertani.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil….Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proprie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi decretò aiuti ai soldati borbonici in fuga
Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: “Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “…..e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore!”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico. “Era increscevole e doloroso” scrive giustamente il Racioppi, la vista di numerosissimi infelici che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso con durezza imprudente e schernevole veniva negato” (1).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (1) postillava: “(1) Racioppi, op. cit.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “….affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI….ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…“. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…..”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò il generale SIRTORI Capo di Stato Maggiore in sua assenza
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Alcuni storici però scrivono che la nomina a Sirtori non avvenne a Casalnuovo ma avvenne ad Auletta. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc…”. Proseguendo la sua narrazione, Agrati scriveva che Garibaldi comunicherà queste decisioni prese a Casalnuovo solo dopo ad Auletta, il 6 settembre 1860 con dispacci diramati via telegrafo.
Nel 5 settembre 1860, a Palermo, il rientro di PIOLA-CASELLI che porta a Depretis la lettera di risposta di Garibaldi ricevuta in occasione del colloquio al Fortino
Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: “Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Maraldi, a p. 87, nella nota (175) postillava che: “(175) Idem. = A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze 1869- pag. 74-75.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Vibonati, proveniente da Sapri, passava la Brigata PUPPI (ex Bologna) che marciava arrivando a Casalnuovo (odierno Casalbuono) alle 19,00
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Dunque Lacava scriveva che la brigata Puppi passava da Vibonati il giorno 5 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. La Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: “A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 5 settembre 1860 aveva già scritto: “5 Settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “4 Settembre….Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 5 settembre 1860, ad Acciaroli, Leonino Vinciprova e Cristofaro Muratori sbarcarono dalla goletta Emma di Alessandro Dumas, armi per i rivoltosi del Cilento per la causa di Garibaldi
Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI….Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò alla rada di Acciaroli. La attendeva Leonino Vinciprova, che aveva preso parte a la Spedizione dei Mille ed era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristofaro Muratori, siciliano, ardente patriota e già segretario del Crispi (1). Il Muratori scese a terra portando un buon numero di Camicie rosse, di armi e di munizioni, e postosi a la testa di un gruppo di insorti, proseguì per Cannicchio e per Celso ove prese alloggio la sera in casa del barone Mazziotti. Il giorno dopo si tenne nel palazzo di lui una numerosa adunanza di liberali, con i quali percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trni, Tipografia Cannone, 1861.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10. Lo stesso giorno alle due del pomeriggio poco lontano dalla spiaggia di Acciaroli si fermò la goletta Emma. Su di essa era il noto romanziere francese Alessandro Dumas (padre), che dopo la battaglia di Milazzo si era precipitato a Salerno per consegnare le armi alle masse rivoluzionarie, ed era venuto ad Acciaroli, dove era ad attenderlo il Vinciprova. L’eroe cilentano si precipitò subito sulla goletta nella quale incontrò anche il Muratori. I tre, senza perdere tempo prezioso, stabilirono che il Muratori si fermasse ad Acciaroli con il compito di radunare quanti più uomini fosse possibile e raggiungere con essi Garibaldi in marcia verso Salerno. Infatti, il Muratori “con una garibaldina sulle spalle” scese a terra, attorniato da una moltitudine di gente e fu festeggiato lungamente. Molti volenterosi si fecero innanzi disposti a seguirlo, già pronti con armi sulle spalle e munizioni nelle tasche. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, in proposito scriveva che: “…..”. Dai racconti dello stesso Dumas si capisce che la città svolge un ruolo strategico per la conquista di Napoli. «Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!… Una delegazione del comune viene verso l’Emma e esprime il suo unanime consenso per la causa Italiana; Salerno s’illumina come un palazzo incantato» . L’episodio è raccontato in un libretto di Marciano Beniamino, Salerno nella Rivoluzione del 1860. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “La battaglia di Milazzo venne descritta da Alessandro Dumas, l’autore dei “Tre Moschettieri”, il quale – dal “faro” a Napoli – fu con Garibaldi, in quella vittoriosa marcia che venne conclusa con le armi al “Volturno”. Ed il Dumas, nella lettera inviata al Generale Carini, dopo la vittoriosa azione, così si espresse etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “XII. Solamente il 5 settembre, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano – e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza, nel Salernitano. Chi avrebbe potuto preparare il terreno politico nelle nostre zone se non il Vinciprova che conosceva addentro uomini e cose, avendo partecipato, credente convinto dell’unità della patria, a tutti i moti liberali della sua provincia ? Il patriota cilentano “rivoluzionario di cuore e di fatti”, come lo chiama l’Oddo, montò una barchetta con alcuni marinai e salì a bordo della goletta che, di tanto in tanto, mandava colpi di fucile, e gli si presentò dapprima un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo, ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra di una bianca e di una rossa (40). Era costui il romanziere Dumas, accompagnato dal frate Giovanni Pantaleo e da un focoso giovane siciliano in divisa di ufficiale garibaldino, Cristoforo Muratori…Costui, poco dopo, presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto. Etc…(41).”. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava: “(41) Cfr. L. Minervini, Dichiarazione cronologica sopra i fatti della Rivoluzione di Napoli, Trani, Cannone, 1861”. Si tratta del testo di Luigi Minervini (….). De Crescenzo, a p. 99 continuando il suo racconto scriveva: “XIII. Si diresse poi quella massa di volontari al villaggio di Cannicchio e di là, la sera stessa, arrivò a Celso, altro villaggio di circa ottocento abitanti su di un vasto piano dominato dal monte Stella, dove fu lietamente accolta nella casa del barone Mazziotti, noto per sentimenti liberali; etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “Prima di continuare a parlar di Dumas e di certi fatti rivoluzionari combinati nelle acque di Napoli tra lui ed altre persone diremo ancora dell’ Emma, di quella goletta che ha la sua parte nella storia della nostra rivoluzione . Essa aveva portato armi in Salerno , e nei primi di settembre altre armi portava alla marina di Acciaroli. I volontari del Cilento partivano i primi di settembre, ed avviavansi verso il Vallo Diano per unirsi agli altri dei vicini paesi e raggiungere Garibaldi. Certo Vinciprova , rivoluzionario di cuore e di fatti , recossi alla marina di Acciaroli per attendervi armi già promesse, ma che non erano ancora arrivate. Verso le 2 pomeridiane del 5 settembre si fermò poco lungi dalla spiaggia la goletta Emma, che di tratto in tratto interrompeva il silenzio con colpi di fucile. Il Vinciprova montò una barchetta con alquanti marinai , si accostò all’ Emma, sali a bordo , ed oltre a Dumas vi trovò Cristoforo Muratori , che i nostri lettori conoscono. Egli era vestito da ufficiale garibaldino ; sua missione era di sollevare il resto della provincia. Si stabilì che il Muratori scenderebbe a terra, vi radunerebbe tutta la gioventù volonterosa di combattere, ne prenderebbe il comando , e raggiungerebbe Garibaldi . In questo frattempo l’Emma era circondata da tutte le barchette che ritrovavansi in Acciaroli ; si dispensarono quantità di camicie rosse, ed armi e munizioni, ed il Muratori, presa una carabina sulle spalle , scese con gli altri , festeggiato dalla moltitudine , che, come per incanto , erasi tutta vestita di rosso . Il telegrafo segnalò un disbarco di garibaldini.”.
A PADULA
Nel settembre 1860, a Padula, la Certosa di S. Lorenzo
Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Chartreuse de San-Lorenzo. Fondé en 1308 par Tommaso Sanseverino, comte de Marsico, ce monastère, richement doté par son créateur, reçut d’autres encore de grandes donations territoriales, et devint la plus considérable à la fois et la plus riche des Chartreuses de l’Italie, après celles de Rome et de Pavie. Ses bâtiments sont si vastes qu’en les voyant du haut de la- Cività ils avaient presque l’apparenced’une petite ville. Nous descendons pour le visiter, car il constitue l’un des édifices monastiques les plus notables des provinces napolitaines, et M. Barnabei est chargé d’en inspecter l’état pour son ministère. Supprimée une première fois sous le gouvernement du roi Joseph, la Chartreuse de San-Lorenzo fut rétablie à la Restauration. Mais il n’y revint qu’une dizaine de pères, qui y vivaient misérablement,comme campés dans des bâtiments beaucoup trop étendus pour leur petit nombre. En 1868 le gouvernement italien l’a fermée de nouveau, en dispersant les moines et en confisquant ce qu’elleavait encore de biens. Il n’y est resté qu’un unique custode les meubles ont été vendus à l’encan, et les édifices abandonnés dépérissent rapidement, faute de réparations depuis quinze ans. Cette année enfin; le gouvernement etc…”, che tradotto significa: “….Certosa di San Lorenzo. Fondata nel 1308 da Tommaso Sanseverino Conte di Marsico, questo monastero, riccamente dotato dal suo creatore, ricevette altri ancora ingenti donazioni territoriali, e divenne allo stesso tempo il più considerevole e il più grande ricca delle Certose d’Italia, dopo quelle di Roma e Pavia. I suoi edifici sono così vasti che vedendoli dall’alto della Cività avevano quasi l’aspetto di una piccola città. Scendiamo a visitarlo, perché costituisce uno degli edifici i più illustri monaci delle provincie napoletane, e il Sig. Barnabei è responsabile del controllo lo Stato per il suo ministero. Eliminato prima volte sotto il governo del re Giuseppe, la Certosa di San-Lorenzo fu ristabilito alla Restaurazione. Ma tornarono solo una decina di padri, chi viveva lì miseramente, come se fosse accampato edifici decisamente troppo grandi per i loro piccoli numero. Nel 1868 il governo italiano richiuse, disperdendo i monaci e confiscando i beni che ancora le erano rimasti. Non c’è rimaneva solo un quarto di pannello, i mobili stati venduti all’asta e gli edifici abbandonati stanno rapidamente scomparendo a causa della mancanza di riparazioni quindici anni. Quest’anno finalmente; il governo etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula, il generale Giuseppe LA MASA e le truppe del generale Caldarelli
Da Wikipedia leggiamo che il generale Filippo La Masa recatosi in Toscana, durante il Governo Provvisorio Toscano, ne fu espulso da Bettino Ricasoli per le sue posizioni unitarie. Partecipò così attivamente alla Spedizione dei Mille, occupandosi soprattutto del coordinamento dei volontari siciliani (chiamati picciotti), in particolare durante l’insurrezione di Palermo. Nominato generale da Garibaldi, fu al comando della brigata Sicula, sostituito a fine ottobre da Giovanni Corrao. Non seguì infatti Garibaldi sul continente. Dopo l’Unità fu inserito col grado di maggior generale nei ruoli del Regio esercito. Giuseppe La Masa scrisse un libro testimonianza, “Alcuni fatti e documenti della rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860 (1861)”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli. Il giorno 6, la brigata Milano , continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula o a Lagonegro in casa Aldinio (?), il generale Giuseppe LA MASA e l’accordo per la capitolazione e la resa del generale borbonico Caldarelli
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: “Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato La Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.“. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.“. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “…è uopo ricordare che la casa di Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone per bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Charles Stuart Forbes (….), comandante della Marina inglese. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently“ che tradotto significa: “L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “L’”invito” fu conseguente all’accordo appena fatto tra il Commissario di Garibaldi, La Masa, e lo stesso Caldarelli che decise di rimanere internato a Padula (20). Ciò risulta anche, confermando la tesi da noi sostenuta, delle memorie del Colonnello Rustow, il quale, informato da un ufficiale della Guardia Nazionale di Padula che un’intera brigata borbonica si trovava in S. Lorenzo, dice: “(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”(21)”. Policicchio, a p. 141, nella nota (21) postillava: “(21) E. Porro, La brigata Milano…cit., p. 23.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 23, che in proposito scrivea che: “”(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Intanto: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno (….)(16).”.”. Policicchio, a p. 139, nella nota (16) postillava: “(16) La guerra italiana del 1860….cit., p. 301.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, ovvero il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 301 (secondo la postilla di Policicchio ma è sbagliato perchè si tratta di pag…..), in proposito scrivea che: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno Etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 127 in proposito scriveva: “A Padula, nella Certosa di S. Lorenzo, era anche andato il generale Giuseppe La Masa (33), in compagnia del suo aiutante Nizzari e di un tal Pareto di Genova, guida del Dittatore, per scongiurare ogni incidente tra garibaldini e soldati regi ivi alloggiati; ma il 7 se ne partì, perchè ricevette un telegramma da Garibaldi con l’ordine di andare a raggiungerlo in Eboli. I soldati del Caldarelli, invece di raggiungere Capua il resto della truppa, passarono a Nocera, dove deposero le armi e si sciolsero. Così tremila soldati passarono a Garibaldi. Il Turr ne dette notizia da Salerno al Sirtori alle 2 pm. del 5 settembre: “Col Generale Garibaldi e con la mia 3° brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di organizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta, etc….”.”. De Crescenzo, a p. 127, nella nota (33) postillava: “(33) G. Oddo Bonafede, Cenno storico politico militare sul generale G. La Masa e documenti correlativi, Verona, 1879.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli , e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana.“. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula, le truppe del generale borbonico Caldarelli internate nella Certosa di S. Lorenzo
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “…Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano….Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. “. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: “Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: “Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “….partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale.“. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “.. – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 208, riferendosi al Peard e altri, in proposito scriveva che: “……essi partirono e strada facendo incontrarono centinaia di regi che senz’armi, languenti di fame e di miseria si trascinavano a stento o si gettavano bocconi sul ciglio della strada. Garibaldi aveva distribuito loro tutto il denaro che aveva allora alla mano, ma il loro stato era tale da muovere a pietà.“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.“. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.“. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana. Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli.”.
Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre 1860, Francesco II decise di spostare altrove la guerra e di sgomberare Salerno
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”.
Nel 5 settembre 1860, Garibaldi passava nei pressi di Padula
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 150, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra ed a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; e là, poste su un’altura, simigliante ad un altare, facevano capolino le case di Teggiano: centro di storia e di leggenda, e patria di Giuseppe Matina. Garibaldi ammirò l’interessante scenario, e nel volgere lo sguardo verso Padula, non potè non ricordare il rovescio di Pisacane là a San Canione, e collocare, col pensiero, sul più alto colle della contrada – come un monumento – la figura del patriota Garibaldino Don Vincenzo Padula, ministro di Dio, immolatosi a Milazzo (1).”. Romagnano, a p. 150, nella nota (1) postillava: “(1) Per il vivo interessamento dell’Amministrazione Comunale di Padula (Sindaco Avv. Rienzo) è stata restaurata la Chiesa della SS. Annunziata, nella quale sono state traslate e definitivamente inumate le salme dei generosi di Pisacane, che caddero dopo la battaglia di San Canione.”.
A SALA CONSILINA
Nel 5 settembre 1860, Garibaldi, a Sala Consilina, dove fu ospitato in casa del maggiore DE PETRINIS
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depetrinis, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Il giorno di mercoledì 5 il generale partì con il suo seguito, in carrozza da Casalbuono per Sala, accolto da le più insistenti ovazioni…..Il Dittatore riposandosi alquanto nel palazzo municipale, ricevè alcune deputazioni e pranzò alle 2 con il generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, il colonnello Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, ed i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, in casa del maggiore Giuseppe De Petrinis (2)…“. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2) postillava di Treveljan e di Iessie Whitte Mario, op. cit., p. 188. Si tratta di Jessie White Mario. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta. Etc…”. Sul maggiore De Petris, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”. De Petrinis pare fosse un attendibile. Degli attendibili, nel basso Cilento, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, dal capitano Antonio Carrano e dalla giunta insurrezionale centrale. Alle 2 pm. era in casa De Petris, dove riposò due ore e, dopo circa venti minuti di sonno, fu invitato dal maggiore Giuseppe ad un pranzo che riuscì felicissimo (30). Gli facevano corona i generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, i colonnelli Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, e parecchi altri zelanti patrioti.”. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, in proposito scriveva che: “La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Baldassarre di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e dal tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza. Un particolare nel quadro grande: una donna garibaldina, pervasa da viva manifestazione di gioia, muore in casa di luigi Gennuario (25). Etc…”. De Crescenzo, a p. 119, nella nota (25) postillava: “(25) Non mi è riuscito identificare il nome di questa donna nè il Racioppi (Storia dei moti di Basilicata, ecc.., op. cit.) ce lo fa sapere.”. De Crescenzo, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “VIII. Sulla strada consolare che mena a Sala fu raggiunto da un manipolo di mille uomini al comando di mille uomini al comando del canonico Domenico Pessolano e di altri cittadini…etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 154, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico; perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli. Il ricevimento ebbe luogo nel Palazzo del Governo provvisorio, ove Garibaldi riposò venti minuti, e fu ospitate, poi, col seguito, di Giuseppe De Petrinis, nella cui casa fu messo “vangale”, ed a tavola, lo stesso De Petrinis – nominato Maggiore della Guardia Nazionale – volle servire il ‘Dittatore’, del quale, per lungo tempo, venne conservato gelosamente un mozzicone di sigaro, lasciato da Garibaldi in quella felicissima occasione. Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso.”. Sul maggiore de Petrinis ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “IX. Il maggiore della guardia nazionale Giuseppe De Petrinis ed il sottointendente Luigi Guerritore s’incontrarono con le colonne sulla strada provinciale. Il Matina, che seguiva la colonna, fu dal Guerritore etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 64, in proposito scriveva che: “……………..”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi ricevette Raffaele PIRIA e Salvatore TOMMASI, del Comitato dell’Ordine di Napoli
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Egli non sa che la Francia è con noi, che immensa in Europa è la simpatia per noi , che egli è impotente a frenarla o dominarla. A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli . » E si sedeva ; e poi soggiunse: « Oh ! Nizza ha da serrargli la gola e l’ ha da strozzare, e noi la riprenderemo . Vittorio Emanuele sa quanto io gli sia amico, ma vogliamo dargliela tutta l’Italia ; farlo.“. Dunque, secondo il taccuino di Bertani, Piria e Tomasi arrivarono ad Auletta, mentr altri storici scriveranno che essi incontreranno Garibaldi a Sala Consilina.Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Dunque, secondo il De Cesare (….), Garibaldi ricevè Raffaele Piria e Salvatore Tommasi a Casalnuovo, non a Sala Consilina come scrivono alcuni. Il De Cesare scrive che in seguito, arrivato ad Auletta, Garibaldi scrisse ai componenti dei Comitati per invitarli ad una maggiore concordia. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso….Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Il Forbes racconta che a Sala si presentò a Garibaldi un dottor Tomasi, inviato del Comitato dell’Ordine di Napoli, il quale osò leggergli un indirizzo che veniva a concludere press’a poco che egli, Garibaldi, era una gran brava persona, ma che però in Napoli non lo si voleva. Si costituiva invece un Governo provvisorio che avrebbe proclamato l’immediata annessione al Piemonte, così che Cavour avrebbe subito prese le redini d’ogni cosa senza bisogno né di Dittatura nè di Dittatore. E il Tomasi presentava anche, già bell’e stampato, un manifesto coi nomi degli individui di quel Governo provvisorio. Garibaldi, indignato per tanta sfacciataggine, avrebbe risposto risoluto che il Dittatore delle Due Sicilie era lui, – veramente una regolare assunzione della dittaura per le provincie continentali non c’era stata -, che tale intendeva restare, che non voleva sentir parlare d’annessione fino a quando non gli fosse dato invitare Vittorio Emanuele a incoronarsi Re d’Italia in Campidoglio. E’ vero il racconto del Forbes ? Che la costituzione di un Governo provvisorio cavouriano siasi tentato in Napoli è verissimo, ma che Garibaldi ne sia stato informato a Sala Consilina una prova sicura, ch’io sappia, non esiste.”. Agrati citava il testo di C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 il suo impegno politico a favore dell’unificazione d’Italia si espresse nella missione di mediazione per conto del governo Cavour tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II e nella promozione dell’annessione degli Abruzzi nel Regno d’Italia. Il 13 marzo 1864, per i suoi alti meriti patriottici e scientifici venne nominato senatore nel Parlamento italiano. Riguardo invece Raffaele Piria, nel 1860 Garibaldi, proclamatosi provvisoriamente a Napoli dittatore del Regno delle Due Sicilie, lo nominò Ministro della Pubblica Istruzione. Piria, inoltre, elaborò una riforma per la scuola elementare che non fu mai realizzata. Il suo impegno politico culminò nella sua nomina a senatore nel 1862. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 129-130, in proposito scriveva pure che: “I comitati dell’Ordine e dell’Azione inviarono a Garibaldi gli uomini più capaci di concordia in quei momenti difficili, per ottenere che il Dittatore, entrando in Napoli, prendesse consiglio e suggerimento dai rispettivi comitati (36), e cioè il clinico e fisiologo Salvatore TOMMASI (37), il chimico calabrese RAFFAELE PIRIA (38), e GIUSEPPE LIBERTINI, capace di accogliere intorno a sè gli spiriti più accesi. Ed il Generale, a scopo di concordia, scrisse un telegramma ad alcuni componenti più ragguardevoli dei due Comitati opposti, cioè Libertini, Raffaele Conforti (39), Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo marchese di Bella (40), Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna, pregandoli “per il bene della causa dell’unità italiana di riunirsi a comporre il Comitato Unitario Nazionale”(41), ed aggiungendo che “attendeva ogni aiuto dal loro illuminato ed ardente patriottismo”(42). Ma tale, Comitato, che si credè Governo per ventiquattro ore, non fece che provocare maggiori ire e più profondo dissidio tra le due parti (43).”. Poi il Dittatore, dopo aver consumato un modesto pranzo partì con Mario, Mignogna, Nullo ed altri pochi intimi. XII. Il 6 mattina fu ad Eboli, etc…”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (36) postillava che: “(36) Cfr. R. De Cesare, La fine di un Regno, parte II, Lapi, 1909”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (37) postillava che: “(37) Nacque a Tricase (Sulmona. Esule a Torino, vi pubblicò le ‘Istituzioni di fisiologia’, che, destarono l’ammirazione di tutti gli scienziati per il loro altissimo pregio. Deputato dalla VIII alla XIII lesgislatura. Nel 1848 deputato al Parlamento napoletano. Ministro di Grazia e Giustizia. Morì nel 1879. “. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (38) postillava che: “(38) Insegnò nelle niversità di Pisa e di Torino. A Napoli fu segretario della Luogotenenza e Ministro della Pubblica Istruzione. Morì a Torino il 18 luglio 1865. “. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (39) postillava che: “(39) Il Conforti era indeciso tra i due comitati, ma inclinante più a quello d’Azione.”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (40) postillava che: “(40) Nacquw nel 1822. Era fratello del Principe di Torella. Con Decreto dell’8 settembre 1860 Garibaldi lo nominò inviato straordinario a Napoleone III. Etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi nominò Giovanni MATINA Governatore del Salernitano
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano “con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Dunque, il Racioppi scriveva che il Matina fu nominato da Garibaldi a Sala il 6 settembre e non il 5 settembre 1860. Garibaldi si fermò a Sala Consilina il 5 ed ivi pernottò per ripartire per Auletta il 6 settembre 1860. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, ….”.
AD AULETTA
Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, ad Auletta fu ospitato in casa Mari e proclamò Giacinto Albini Governatore della Basilicata e, la richiesta di concordia fra i due Comitati
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini, capo del governo temporaneo della Lucania, a governatore di Basilicata con quella podestà che disse illimitata, e che meglio sarebbe a dirsi indefinita. E quivi giunsero a lui gl’inviati dai due comitati dell’Ordine e dell’Azione; i quali capaci della necessità della concordia e delle unite forze nei momenti supremi e terribili, erano venuti, perchè il battesimo del Dittatore segnalasse alla fiducia pubblica quelli che delle due parti meritassero la sua fiducia, per reggere lo Stato che si sfasciava nel momento che un ordine cessa e un altro incomincia. E il generale scrisse queste parole, quasi invito di concordia alle due parti, e mandato di confidenza agli uomini che men paressero discordi dal suo indirizzo. “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo d Bella, Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna. Per il bene della causa della Unità Italiana vi prego d riunirvi a comporre il comitato Unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato ed ardente patriottismo. Auletta 6 settembre 1860”.“. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’. Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo. Garibaldi, troppo sicuro di sè, precedeva l’Armata, sfidando i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata Cosenz giunse nel Vallo solamente l’11 settembre, e cos’ pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli. Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre. Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano di Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Credo che qui vi è un errore di trascrizione perchè si trattava del generale Turr non Burr. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “In casa Mari – ove pernottò – Garibaldi ricevé l’omaggio di molti notabili e rappresentanti di Comitati d’Azione; da Auletta telegrafò a Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti e Giuseppe Pisanelli, patrioti e uomini insigni, per esortarli a riunirsi nel “Comitato Unitario Nazionale”; e da Auletta fu spedito il famoso telegramma: “Oggi qui, domani a Napoli”. Né possaimo non riportare una “cronaca” del tempo, secondo la quale, in casa Mari, il Signor Gerardo Isoldi di Caggiano volle fare dell’accademia, recitando, alla presenza del Dittatore, un sonetto contro Ferdinando II.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il giorno 6 le due brigate Milano e Spinazzi col generale Turr erano ad Auletta,e si preparavano ad avanzare verso Salerno mentre che il Dittatore partiva per Eboli con una piccola scorta.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “ Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardı e Andrea Colonna : Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„ . Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al comitato di Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due , ma aveva la fiducia di entrambi. La sera di quel giorno , Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.“. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, …5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 117-118, in proposito scriveva che: “La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’.”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Etc…”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, Garibaldi decreta e cedeva al generale SIRTORI il comando generale dell’Esercito e della flotta. Sirtori si trovava in viaggio col suo Stato Maggiore ed arrivava il 7 a Lagonegro
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc….”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, il generale TURR scriveva al tenente Fraissignano, che si trovava a Lagonegro, ordinandogli di…..
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano a Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Romagnano citava il tenente “Fraissignano”, che si trovava a Lagonegro con altre truppe e gli ordinava di avanzare con i cavalli sulla strada Consolare per Salerno. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, arrivò la compagnia della Brigata PUPPI, che marciò da Sapri
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Mazziotti scriveva che la Brigata Puppi arrivò a Sapri in giorno 3 e scriveva pure che questa Brigata faceva parte della Divisione Turr. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli aveva fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909.
Nel 6 settembre 1860, Peard, Turr e Ashley entrarono in carrozza a Salerno
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 207, in proposito scriveva che: “Intanto il pseudo Garibaldi e la sua comitiva, …..Saputo poi che i regi avevano evaquate le loro posizioni, il Peard, richiestone da Garibaldi, riprese in fretta la via di Salerno, entrandovi in trionfo alle cinque antimeridiane del 6 settembre. La città intera si riversò nelle strade ad acclamare il “Dittatore” che spese la mattinata ricevendo deputazioni in pubblico senza che nessuno fiutasse l’inganno tranne un solo ufficiale che gli sussurrò il suo nome all’orecchio. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Alle cinque di sera del 6 settembre, con due giorni di vantaggio sulle truppe più vicine, quelle del Turr (1), e molti più sul rimanente dell’esercito, Garibaldi e il suo Stato Maggiore entravano in Salerno in carrozza. Il Sindaco, la Guardia Nazionale e il suo “predecessore” inglese, ora deposto, gli andarono incontro fuori le porte della città. “Viva Garibaldi” gridò egli scoprendosi la testa in omaggio al Peard, e tutti unirono la loro voce alla sua con grida d’ilarità e d’evviva. L’oscurità li avvolse mentre si aprivan passo passo la via dentro Salerno in mezzo al delirio di 20000 anime che sembravano determinate a fare a pezzi il vero Garibaldi. La città era illuminata e nella lontananza tutte le alture di Amalfi e Sorrento rosseggiavano di fuochi di festa (1). La sera stessa l’ultimo dei Borboni e la Regina abbandonarono la reggia di Napoli e salpavano per Gaeta.”. Dobelli, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “La piccola brigata del Peard partì nascostamente da Eboli durante la notte, ricalcando la via già percorsa fino a Sala. Lì ebbe ordine da Garibaldi di recarsi immediatamente a Salerno. Ed il 6 mattina vi entrò, ed anche lì fu scambiato per l’Eroe ed acclamato come facilmente può pensarsi. Simpatico equivoco davvero verificatosi, come abbiamo visto, più volte, e dovuto al colore biondo della sua barba !.”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: “Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi n’erano partiti la notte innanzi, avendo saputo che Garibaldi era giunto a Cava, mentre a Cava non era giunto che un inglese, certo Peard, uno stravagante, il quale somigliava molto nel fisico al dittatore e faceva la campagna per conto proprio. A Cava chiesero del sindaco etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “In quello stesso pomeriggio, Garibaldi stava per giungere a Salerno. Era partito all’alba da Auletta, preceduto dal Battaglione “Tanagro” della colonna Fabrizi, che aveva schierato avamposti di sicurezza – come scrisse il suo Comandante – alla “Duchessa” di Postiglione, e raccolto la riserva alla “Taverna dell’Olmo”…..(p. 170) Sullo Scorzo, altro schieramento di volontari in armi; ma su tutto il percorso, anche là dove non sorgevano case, si allineavano, sui ciglioni dei poderi, creature semplici, ansiose di vedere l’Eroe da vicino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 174 e ssg., in proposito scriveva che: “Era giunto il libeatore nella città tanto cara all’Aquinate: una dell quattro preminenti di tutta Europa, conosciuta principalmente per la celebre “Scuola di Medicina” che in essa ebbe stanza per molti secoli. Era la terra attraversata dalla Croce del Giuscardo, ed ove l’Aquila della Chiesa venne a morire ed a santificarsi. Fu accolto il Dittatore dalle più note personalità del capoluogo e della provincia: dal Sindaco Pacifico, da Matteo Luciani, medico valoroso, dall’inglese Peard, dal marchese Mezzacapo, maggiore della Guardia Nazionale, da G.B. Bottiglieri di Petina, che fu poi nominato membro del Governo Provvisorio, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 174-175 e ssg., in proposito scriveva che: “Quella sera, furono pure accanto a Garibaldi, Bertani, Cosenz, Missori, e il capo della polizia Gozzolongo, e sul tardi – da Napoli – giunse Alessandro Dumas, dal quale si ebbe notizia degli ultimi avvenimenti che si erano succeduti a Corte, culminati con la partenza del Re per Gaeta. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”.
Nel 6 settembre 1860, re Francesco II si imbarca nel porto di Napoli ed abbandona la capitale del Regno
Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli”, a p. 419, in proposito scriveva che: “Narra il D’Ayala che nel pomeriggio del 6 settembre erano raccolti su la nave regia sarda ‘Maria Adelaide’ il Pisanelli, lo Scialoia, il Mezzacapo ed alcuni altri esuli napoletani da breve tempo tornati nel Regno (2). Sotto i loro occhi si compiva un singolare avvenimento !. Il re Francesco II, il discendente di una dinastia che aveva regnato nel Mezzogiorno d’Italia per ben centoventisei anni, abbandonava per sempre la sua capitale etc…”. Mazziotti, a p. 419, nella nota (2) postillava: “(2) Memorie, pag. 306.”. Si tratta del testo di Michelangelo D’Ayala, e del suo “Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (1808-1877). Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…..il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183, in proposito scriveva: “Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”.
Dopo il 6 settembre 1860, Giovanni Matina ed il suo GOVERNO DELLA PROVINCIA DI SALERNO, con Poteri illimitati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche al Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E perciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni di partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontei, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difes dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”.. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 397, in proposito scriveva che: “Ed era naturale che la borghesia gli si opponesse! Si trattava di riorganizzare a tempo di primato tutta l’impalcatura dell’amministrazione provinciale, che si era schiantata; si trattava di sgomberare il terreno dei vecchi relitti del passato; di abbattere vecchi numi locali, boriosi quanto incompetenti; di combattere gli antichi borbonici diventati d’un tratto liberali con allegra e sfacciata manovra trasformistica; di dare al popolo, mediante saggi provvedimenti, una prova tangibile che una vera rivoluzione era in corso di attuazione; si trattava infine di stroncare energicamente i tentativi di reazione, fomentati dai borbonici e dal clero (34).”. Cassese, a p. 397, nella nota (34) postillava: “(34) Per le condizioni politiche della Capitale e delle province vedi il bel volume aneddotico di Gustav Rash, Garibaldi a Napoli nel 1860, Bari, Laterza, 1938, pp. 108 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, in proposito scriveva che: “E’ un vero peccato che tutti gli atti del periodo di Governatorato del Matina siano andati irrimediabilmente perduti, perché in base ad essi si sarebbe potuto disegnare il quadro della sua energica attività, intesa a dare un assetto nuovo alla provincia, rispondente ai suoi principi politici. Si sa che egli fu fieramente avverso alla borghesia neghittosa e in massima parte fino a pochi giorni innanzi ancora borbonica: fu intransigente, violento ed irruento, secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati.”.
Dopo il 6 settembre 1860, Giacinto ALBINI, nominato da Garibaldi Governatore della Provincia di Basilicata con “Poteri illimitati”
Dalla Treccani on-line leggiamo che il 10 settembre, dopo avere sciolto le giunte insurrezionali, l’Albini assumeva, in forza di un decreto di Garibaldi del 6 settembre, la carica di governatore della Basilicata con poteri illimitati. Tale carica conservò fino alla metà dell’ottobre seguente, eliminando in questo breve periodo i funzionari e i magistrati borbonici. Da Wkipedia leggiamo che storicamente, la Basilicata fu governata da Giacinto Albini, nominato da Giuseppe Garibaldi con poteri illimitati durante il periodo della spedizione dei Mille. Questo governatorato con poteri illimitati serviva a gestire il territorio durante un periodo di transizione. La figura storica che hai menzionato è Giacinto Albini, nominato “Prodittatore e Governatore della provincia di Basilicata” da Giuseppe Garibaldi nel 1860 con poteri illimitati. Questo avvenne in seguito all’incontro tra Garibaldi e Albini ad Auletta il 5 settembre 1860. Albini divenne quindi il capo della Basilicata in un periodo di transizione dopo l’unificazione italiana. Il 10 settembre il Governo Prodittatoriale della Basilicata si sciolse e la provincia passò agli ordini di Garibaldi dittatore di Napoli. Risale, infatti, al 10 settembre l’ultimo atto del Governo Prodittatorialeː «Italia e Vittorio Emanuele Il Governatore generale della Basilicata Sulla considerazione, che lo scopo per cui furono create le Giunte insurrezionali Municipali è ormai raggiunto, e che cessate le condizioni straordinarie, tutt’i pubblici poteri rientrar debbono nella sfera di azione loro attribuita dalle leggi ordinarie; dispone: Le Giunte insurrezionali municipali create con ordinanza del 19 agosto restano abolite; e le facoltà concesse a’ commissarii delegati ad installarle sono ritirate. Potenza, il dì 10 settembre 1860.». Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: “Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Riviello, a p. 250 scriveva che: “Cessato il Governo provvisorio della Prodittatura, cominciarono i ‘poteri illimitati’ del Governatore della Provincia di Basilicata – In virtù dei poteri illimitati conferitigli dal Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi, con Decreto 6 Settembre 1860 – Nomina – a Segretario Generale della Provincia il Sig. Giacomo Racioppi – Potenza 10 Settembre 1860. Giacinto Albini (1)”. Nel 16 e nel 17 Settembre poi il Governatore mise fuori una lunghissima filza di nomine, di destituzioni, di promozioni, di traslocamenti per le diverse magistrature della Gran Corte Criminale, della Corte Civile e dei Giudicati Circondariali…etc…(p. 251) Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri etc…”. Riviello, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “….Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’. Così si chiude la vita e l’attività della Prodittatura, sorta dall’entusiasmo e dalla fede di un popolo etc…La vita della Prodittatura (potere che nel suo stesso nome ha qualche cosa di anormale, giacchè si può parlare di dittatura e non di prodittatura) fu molto breve, della durata di pochi giorni. Tuttavia può avere un alto interesse storico in quanto fu tratto di transizione e di unione tra la rivolta ancora incoerente e la costituzione di un potere provvisorio che aprì la via ad un altro potere meno effimero, e poi definitivo.”. Il figlio Decio (1865-1923), che fu presidente del Comitato romano della Società per la storia del Risorgimento, cercò di dimostrare, in una serie di brevi lavori sul Risorgimento lucano, il mazzinianesimo del padre: egli fu anche il fondatore di diverse riviste lucane. Ma la sua attività prevalente fu quella di medico chirurgo, con un particolare inteper i problemi dell’ infanzia. Per meglio comprendere la figura di Giacinto Albini e dei “Poteri illimitati”, ottenuti unitamente alla nomina di Governatore della Basilicata, in un suo saggio, Ernesto Pontieri (….), mette seriamente in luce la sua figura quale essa veramente era. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) ….Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. Etc…”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti del Congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Sempre il Pesce, a p. 59, in proposito scriveva che: “Il Governatore della Basilicata Giacinto Albini abolì tosto le giunte insurezionali, i comitati locali ed i commissari civili, e così fu richiamato a Potenza da Lagonegro il Commissario Giuseppe Mango, il quale, lungi dall’abusare del potere goduto, seppe conservare e rafforzare il plauso e la gratitudine dei suoi concittadini, ed in premio degli utili servizi resi alla rivoluzione fu nominato Giudice della Gran Corte Criminale di Potenza. Al posto del Mango fu mandato come Sotto-Governatore o Sotto-Intendente pel Distretto di Lagonegro il valoroso giovane Pietro Lacava, che tanta parte onorevole aveva presa in quei moti insurrezionali. Questi, venuto in Lagonegro nei primi giorni d’Ottobre, attese con tutta energia e con impareggiabile zelo al consolidamento del nuovo ordine di cose, e seppe in breve conquistare lo affetto e la stima di tutta la cittadinanza dell’intero Distretto, dove lasciò memorie ed amicizie imperiture.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. Etc…”. Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava, il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Divenuto vice-governatore a Lagonegro, represse le manifestazioni legittimiste dell’ottobre del 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 83-84, in proposito scriveva: “4) Il Governo Prodittatoriale…..”.
GARIBALDI A EBOLI
La sera del 6 settembre 1860, dopo aver costituito il Governo provvisorio di Sala, Giuseppe Garibaldi affrontando una pioggia inarrestabile, si recò ad Eboli per incontrare i rappresentanti del comitato rivoluzionario della città di Salerno. Al seguito di Garibaldi tra i tanti intellettuali europei c’era lo scrittore Maxime du Camp che ha raccontato l’intrepida avanzata dei Mille da Sala Consilina fino a Salerno. Del suo biennio rivoluzionario, Marciano, trent’anni dopo, scrive un libretto: “Salerno nella Rivoluzione del 1860” , che si scopre ancora oggi fonte storica attendibile. Dalle memorie di Marciano vale la pena raccontare la cena a Eboli a casa di Francesco La Francesca con Garibaldi alla vigilia della partenza per Napoli in treno da Vietri sul Mare. «La sera del 6 settembre gli condussi in casa Garibaldi col seguito perché ci desse da mangiare. La scena seguì a Eboli, e ciò che avvenne tra me l’avvocato La Francesca si può immaginare …». L’episodio della cena a Eboli è poco ricordato dalla storiografia ufficiale e tuttavia rappresenta un esempio chiaro dell’impegno dei rivoluzionari salernitani favore della causa dell’Unità d’Italia. Il responsabile del Comitato dell’Ordine era Beniamino Marciano, patriota bergamasco, inviato in città dal comitato insurrezionale napoletano per preparare la Rivoluzione nell’attesa dell’arrivo nel salernitano dell’eroe dei due mondi. La vita del giovane garibaldino si intreccia con una vera eroina del Risorgimento Antonietta De Pace, una giovane mazziniana originaria di Gallipoli. L’incontro dei due rivoluzionari avviene nel 1858, Salerno, quando Antonietta De Pace dopo aver trascorso in carcere 18 mesi senza aver subito alcun processo per l’accusa di aver partecipato ai moti del ’ 48 a Napoli, decide di aggregarsi ai cospiratori salernitani. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re , radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.
GARIBALDI A SALERNO
Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, da Eboli arriva a Salerno
Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 85, in proposito scriveva che: “In sette od otto compagni al Duce, la sera del 6 settembre da Eboli fummo a Salerno, ov’era luminaria e popolo a festa, plaudente e Lacerati i gigli borbonici, buttavansi a pazzo. ludibrio dei festanti. Alle 10 smontammo al palazzo d’Intendenza. Bello per copiosa luce, maestoso per fabbrica, ci consolò, non usi da un pezzo a siffatte dimore. Venne rappresentanza, confabulo, e ci offerse pranzo, che accettammo. Nulla v’era a dire di serio con essa, e senza notizie, trepidava ai chiesti ragguagli. Godemmo in gran salone, l’aspetto di signore venute da vicine ville, gentili nosco da non dirsi. Eleganti e tutte in bianco, come in antico a festa sacra. Alcune additate per altezza ed avvenenza, eran di paesino non lungi, che vanta l’eletta del nobil sesso. Ci strinser le mani le graziose, le loro candide, morbidissime, abbronzite le nostre. Fummo lieti, e preso commiato, ringraziammo.”. Dunque, Zasio, che era insieme a Garibaldi testimonia che a Salerno, insieme a lui e a Garibaldi, vi erano altri “sette o otto compagni del Duce”. Vi era Nullo, vi era Mario, vi erano pure….Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 86, in proposito scriveva che: “….udimmo di venuta da Napoli di scelta Commissione, con mandato d’invito al Duce d’entrarvi , fuggitone a Gaeta Francesco, timoroso di rivolta. Seco trasportò cento e più cavalli, i migliori, é quanto vi aveva di prezioso nella regia. Vennero De-Suget, vecchio generale, Colonna il Sindaco, Lorenzi. maggiore della guardia istituita a guarentigia popolare, e da Garibaldi accolti, ebbero ad esporre senz’ambagi domande e desiderii. Precedettero gl’inchini e il lungo complimentare cui il Duce pose fine con dignitoso gesto. Li fece sedere, e constatati i nomi, dissero : Eccellenza ! Tal parola il Generale fe’ osservare gentile si la sciasse, e proseguirono . Veniamo d’ordine di Napoli per dirvi l’esultanza addimostrata nell’udire i prodigi immensi di valore operati dall’E. V. da Marsala fino allo stretto, e di là fino a noi. L’Italia ha in voi una spada invitta, e….. Il Generale ringraziò e pregò d’esporre le condizioni di Napoli. Ripresero: è meglio che differiate di qualche di l’ingresso per l’accoglienza che a voi s’addice . — Son cittadino, rispose, anch’io, e come tale debbo entrare; le feste, gli archi facciansi pei Grandi ; debbo sollecitare e voi lo consentirete. Vorremmo, aggiunsero, la proprietà rispettata, e tutto predisposto. Sorrise allora , e mostrò che proprietà e vite furon rispettate ovunque ebbe comando e direzione.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.
GARIBALDI A SALERNO
Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, da Eboli arriva a Salerno
Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 85, in proposito scriveva che: “In sette od otto compagni al Duce, la sera del 6 settembre da Eboli fummo a Salerno, ov’era luminaria e popolo a festa, plaudente e Lacerati i gigli borbonici, buttavansi a pazzo. ludibrio dei festanti. Alle 10 smontammo al palazzo d’Intendenza. Bello per copiosa luce, maestoso per fabbrica, ci consolò, non usi da un pezzo a siffatte dimore. Venne rappresentanza, confabulo, e ci offerse pranzo, che accettammo. Nulla v’era a dire di serio con essa, e senza notizie, trepidava ai chiesti ragguagli. Godemmo in gran salone, l’aspetto di signore venute da vicine ville, gentili nosco da non dirsi. Eleganti e tutte in bianco, come in antico a festa sacra. Alcune additate per altezza ed avvenenza, eran di paesino non lungi, che vanta l’eletta del nobil sesso. Ci strinser le mani le graziose, le loro candide, morbidissime, abbronzite le nostre. Fummo lieti, e preso commiato, ringraziammo.”. Dunque, Zasio, che era insieme a Garibaldi testimonia che a Salerno, insieme a lui e a Garibaldi, vi erano altri “sette o otto compagni del Duce”. Vi era Nullo, vi era Mario, vi erano pure….Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 86, in proposito scriveva che: “….udimmo di venuta da Napoli di scelta Commissione, con mandato d’invito al Duce d’entrarvi , fuggitone a Gaeta Francesco, timoroso di rivolta. Seco trasportò cento e più cavalli, i migliori, é quanto vi aveva di prezioso nella regia. Vennero De-Suget, vecchio generale, Colonna il Sindaco, Lorenzi. maggiore della guardia istituita a guarentigia popolare, e da Garibaldi accolti, ebbero ad esporre senz’ambagi domande e desiderii. Precedettero gl’inchini e il lungo complimentare cui il Duce pose fine con dignitoso gesto. Li fece sedere, e constatati i nomi, dissero : Eccellenza ! Tal parola il Generale fe’ osservare gentile si la sciasse, e proseguirono . Veniamo d’ordine di Napoli per dirvi l’esultanza addimostrata nell’udire i prodigi immensi di valore operati dall’E. V. da Marsala fino allo stretto, e di là fino a noi. L’Italia ha in voi una spada invitta, e….. Il Generale ringraziò e pregò d’esporre le condizioni di Napoli. Ripresero: è meglio che differiate di qualche di l’ingresso per l’accoglienza che a voi s’addice . — Son cittadino, rispose, anch’io, e come tale debbo entrare; le feste, gli archi facciansi pei Grandi ; debbo sollecitare e voi lo consentirete. Vorremmo, aggiunsero, la proprietà rispettata, e tutto predisposto. Sorrise allora , e mostrò che proprietà e vite furon rispettate ovunque ebbe comando e direzione.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.
Nel 7 settembre 1860, Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scrisse una lettera al Sindaco di Vibonati, dove informava della valigia del Tenente Crivellari, dispersa nella marcia delle brigate garibaldine condotte da Rustow da Vibonati a Casalnuovo.
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “E proprio durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala, il 7 settembre al sindaco di Vibonati scrisse: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, scrisse degli eventi che seguirono l’arrivo di Garibaldi al Fortino. Antonio Alfieri d’Evandro, fu nominato da Garibaldi segretario del Governo Provvisorio di Sala Consilina. Policiccho scriveva che in occasione della marcia da Vibonati, l’Alfieri d’Evandro riferiva che: “…durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; etc…”. D’Evandro riferiva che, il 7 settembre, in qualità di Segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scriveva al Sindaco di Vibonati il seguente testo: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. D’Evandro, scriveva che cittadino Tenente Crivellari dell’Armata dei volontari garibaldini, marciando da Vibonati, verso il Fortino, aveva preso una guida datagli dal Sindaco di Vibonati. Questa guida di Vibonati, fornita al Crivellari dal Sindaco di Vibonati, il 4 settembre 1860, consegnò la Compagnia ad altra guida di Castelluccio, che il Tenente Crivellari però non conosce e non ricorda il nome. Scrive sempre D’Evando al Sindaco di Vibonati che, in questo “scambio di guide”, siccome il Tenente Crivellari si era addormentato non si è accorto che che nel frattempo la valigia, con “documenti riservatissimi” consegnata alla guida fornita da Vibonati, questi l’avesse consegnata all’altra guida di Castelluccio. D’Evandro chiedeva al Sindaco di Vibonati di indagare sulla valigia e ne chiedeva l’immediata restituzione della stessa. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “……
Nel 7 settembre 1860, Francesco CURZIO, secondo eletto di Vibonati dava notizia dell’accaduto ai Sindaci del Circondario
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138 aggiunge: “Il secondo eletto di Vibonati, Francesco Curzio, (1801-1885) nel darne notizia ai sindaci del Circondario aggiunse: “Io quindi nel trascrivervi quanto di sopra interessato le LL.SS., ad occuparsi seriamente perché la valigia perduta sia rinvenuta facendo menare i bandi per gli abitati con pene rigorose contro colui che avesse rinvenuto la detta valigia o portata via senza presentarla (13).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (13) postillava: “(13) ACTLL (Archivio Comunale di Vallo), Documenti d’esito che figurano nel conto materiale dell’anno 1860, vol. III.”. Dunque, Ferruccio Policicchio scriveva che Francesco Curzio, secondo eletto di Vibonati. Chi era Francesco Curzio e che ruolo ebbe nella Insurrezione garibaldina contro il Regno di Francesco II ?. Policicchio cita i documenti conservati presso l’Archivio Comunale di Vallo della Lucania “Documenti d’esito che figurano nel Conto materiale dell’anno 1860”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “N.° 9 Il Pro-Dittatore della Provincia di Salerno…Dispone…2. Dovendosi installare uguali Giunte Municipali in tutta la Provincia, destiniamo a questo incarico i Commissari organizzatori distrettuali, i quali saranno membri componenti di dritto delle Giunte de’ Municipii di loro residenza. Essi si metteranno immediatamente in missione con pieni poteri, trascegliendo per far parte delle Giunt i cittadini più noti per energia rivoluzionaria, per principii unitarii e probità personale. 2. Nominiamo all’ufficio di Commissarii Organizzatori distrettuali per lo distretto di Sala i Cittadini: D. Andrea Curzio di Sant’Angelo. Sala 31 Agosto 1860. Pel Dittatore Garibaldi. – Il Pro-Dittatore – G. Matina etc…”. Dunque, con questo decreto il Matina nominava il cittadino Andrea Curzio tra i Commissari Organizzatori distrettuale di Sala. Ma, sempre il d’Evando, a p. 17, nei “Documenti”, scriveva: “N.° 20. Quarto ordine del giorno. Il Dignor Capitano Lorenzo Curzii è nominato, come dall’ordine del Giorno numero secondo, Capo di Stato Maggiore. Il Comandante Militare – Firmato – Luigi Fabrizi.”. Qui il d’Evandro cita il documento n. 20 dove il colonnello Fabrizi nomina Lorenzo Curzii capo di Stato Maggiore, che probabilmente non è il Francesco Curzio di cui accenna Policicchio.
Nel 7 o nell’8 settembre 1860 (?), a Sanza, venerdì, un manipolo d’insorti Cilentani, agli ordini di Cristofaro FERRARA uccisero per vendetta i responsabili del massacro dei Trecento di Carlo Pisacane, tra cui Sabino o Sabatino LAVEGLIA
Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, parlando di “Sanza”, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, credendo vendicare i loro fratelli restati vittime in Sanza, dopo d’avere imprigionato Savino la Veglia, voluto retrivo e colpevole della morte di quelli, senza giudicatura di sorta, venne archibugiato di una scarica di moschetteria nella stessa prigione. Noi, come cronisti, riferiamo, scevri di passione, questi fatti, lasciando ai posteri il carico di giudicarli !.”. Qui però il Macchiaroli scriveva che la colonna del Ferrara aveva imprigionato Sabino Laveglia e gli altri a Luglio del 1860, mentre tutte le fonti storiche ci parlano dell’Agosto 1860. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Dans les fureurs aveugles des guerres civiles le sang appelle le sang; la conscience s’oblitère et l’on se croit en droit de châtier les atrocités par d’autres atrocités. Au mois d’août 1860, une colonne de l’armée garibaldienne prenait terre, à Sapri pour opérer dans le Cilento parallèlement au mouvement en avant du corps principal; c’était le colonel Pianciani qui la commandait. Il envoya undétachement à Sanza. Un nommé Savinu La Veglia, que la voix publique désignait comme ayant porté le premier coup à Pisacane désarmé, fut arrêté chez lui et fusillé sans jugement dans la prison. C’était répondre au meurtre par le meurtre. L’homme que l’on traitait ainsi pouvait être un assassin; ceux qui le mirent ù mort sans observer aucune forme, sans débat contradictoire, ne se firent pas des justiciers, comme ils se l’imaginaient, mais eux-mêmes des assassins. Au moment de partir de Gènes, Pisacane avait écrit un testament, que les journaux publièrent après sa mort. « Je suis persuadé, y disait-il, que si l’entreprise réussit j’obtiendrai les applaudissements universels; si je succombe, le public me blâmera, on m’appellera fou, ambitieux, turbulent, et ceux qui, ne faisant jamais rien, passent leur vie h critiquer les autres, examineront l’oeuvre minutieusement, mettront à découvertmes erreurs et m’accuseront d’avoir échoué faute d’esprit, de coeur et d’énergie. » Il se trompait. Sa tentative avait lieu dans des conditions qui rendaient le succès impossible elle a misérablement échoué. Mais trois ans ne s’étaient pas écoulés qu’il passait grand homme et que sa mémoire recevait les hom…mages réservés aux plus glorieux martyrs de la cause nationale. Sur le quai de la Marine à Salerne, le chef-lieti de la province où il mourut, on voit une statue élevée a Carlo Pisacane, precursore di Garibaldi. Dans tout l’ancien royaume napolitain il n’est presque pas une ville où l’on ne rencontre une rue ou une place Pisacanc. J’ai même lu à ce sujet chez un voyageur français, homme de beaucoup d’esprit et des mieux pensants, mais qui avait eu là une distraction singulière, deux pages d’indignationéloquente, flétrissant l’abaiesomentmoral dans lequel est tombée l’Italie piémontisée, qui donne aux rues de ses villes le nom d’un « criminel vulgaire qui a tenté l’assassinat d’un roi. 1) Carlo Pisacane confondu avec Agesilao Milano! la méprise est forte. Il serait bon de s’informer un peu plus exactement des choses avant de se mettre en frais de morale indignée. Du reste il ne faut pas s’y méprendre, l’aventure de Pisacane, qui avait semblé au premier abord une folie piteusement avortée, fut par ses conséquences un événement fort considérable. L’effarement et le désarroi que le gouvernement de Naples avait montré devant celle entreprise d’une poignée d’hommes, la façon dont, avant d’être arrêtés par etc…“ che tradotto significa: “….Nelle furie cieche delle guerre civili il sangue chiama sangue; la coscienza è cancellata e crediamo di avere il diritto di punire le atrocità con altre atrocità. Nell’agosto 1860, una colonna dell’esercito garibaldino prese terra, a Sapri ad operare nel Cilento al fianco del movimento in avanti del corpo principale; era il Il colonnello Pianciani che lo comandava. Ha inviato un distaccamento a Sanza. Qualcuno di nome Savino La Veglia, che la voce pubblica ha designato come avendo sferrato il primo colpo al disarmato Pisacane, è stato arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel prigione. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio. L’uomo che è stato trattato in questo modo avrebbe potuto essere un assassino; coloro che lo hanno messo a morte senza osservare nessuna forma, senza dibattito contraddittorio, lo è non hanno agito da vigilantes, come immaginavano, ma loro stessi sono assassini. Quando lasciò Genova, Pisacane aveva scritto un testamento, che i giornali pubblicarono dopo la sua morte. “Sono convinto”, ha detto, “di questo se l’impresa riesce mi prenderanno gli applausi universale; se soccombo, il pubblico darò la colpa, sarò chiamato pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza fare mai nulla, spendono il loro la vita h critica gli altri, esaminerà il lavoro con attenzione, esporrò i miei errori e mi accuserà di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore ed energia. » Aveva torto. Il suo tentativo si è svolto in condizioni che hanno reso il successo impossibile, fallì miseramente. Ma non erano passati tre anni come passò lui grande uomo e che la sua memoria ha ricevuto maghi riservati ai martiri più gloriosi della causa nazionale. Sulla banchina della Marina a Salerno, il capo lieti della provincia dove morì, vediamo una statua eretta a Carlo Pisacane, precursore del Garibaldi. In tutto l’antico regno napoletano non c’è quasi una città dove non ci incontriamo una strada o una piazza Pisacane. Ho letto anche questo soggetto in un viaggiatore francese, un uomo dai molti di ingegno e di pensiero migliore, ma chi l’aveva avuto c’era una singolare distrazione, due pagine di eloquente indignazione, appassendo l’umiliazione morale in cui cadde l’Italia piemontese, che dà il nome alle strade delle sue città ad un “criminale”. volgare che ha tentato l’assassinio di un re (1). Carlo Pisacane confuso con Agesilao Milano! l’equivoco è forte. Sarebbe bello scoprirlo un po’ più esattamente sulle cose prima di iniziare a spese della moralità indignata. Inoltre, non dovrebbe esserci errore, l’avventura di Pisacane, che a prima vista era sembrato una follia pietosamente abortita, fu dalle sue conseguenze un evento molto significativo. Lo sgomento e lo sgomento che ha suscitato il governo di Napoli aveva mostrato davanti a questa compagnia una manciata di uomini, il modo in cui, prima di essere arrestati da etc…”. Il Lenormant ci parla dell’Agosto 1860, non di Luglio e non di Settembre. Il Lenormant, a p. 134 aggiungeva che: “D’ailleurs l’exemple de Pisacane ne fut pas perdu pour Garibaldi. Il lui montra que la République faisait peur aux populations du royaume de Naples, qu’elles tenaient au principe de la monarchie et que si l’on voulait les ……” che, tradotto significa: “Inoltre, l’esempio di Pisacane non andò perduto a Garibaldi. Lui lui dimostrava che la Repubblica spaventava le popolazioni del regno di Napoli, che detenevano principio della monarchia e questo se li volessimo etc….”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane. E infatti Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, reo, secondo i garibaldini, di aver allertato la popolazione della presenza di Pisacane nei pressi di Sanza facendo sfondare la porta della torre campanaria per suonare le campane a martello, di Sabino Laveglia sottocapo delle guardie urbane del comune e esecutore materiale, secondo le sue stesse dichiarazioni negli atti dibattimentali del processo che ne seguì, dell’omicidio di Pisacane, oltre che di Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, anche essi ritenuti in qualche modo responsabili del delitto. L’otto settembre, quindi dopo pochi giorni, dopo un processo ovviamente sommario, i quattro vengono messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza (152).”. Dunque, il Montesano, sulla scorta del Cassese scriveva che fu Garibaldi che ordinò sia l’arresto dei quattro e la loro esecuzione. Montesano, a p. 111, nella nota (152) postillava: “(152) Leopoldo Cassese, La spedizione di Sapri, op. cit., pagg. 72-73.”. Dunque, il Montesano scriveva che “Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, etc…”. Dunque, secondo il Montesano fu Garibaldi che ordinò la morte di Laveglia e degli altri. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V. il verbale della cremazione, e v. gli interrogatori del Laveglia e dell’Inter, che si pubblicano per la prima volta in ‘Appendice’. Essi chiariscono definitivamente i particolari della morte, della cremazione e del seppellimento di Pisacane e dimostrano quanto poco veritiere fossero le affermazioni del Bilotti (op. cit., p. 327) che diede credito a poco attendibile fonte orale.”. Dunque, il Cassese metteva in dubbio ciò che scrisse Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 327, dove presentava l’interrogatorio di Gaetano Enter. Inoltre, Cassese, a p. 73, nella nota (60) aggiungeva pure che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo quelli che la voce pubblica accusava come esecutori materiali del delitto. Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Dunque, l’accusa della morte dei quattro a Sanza, che Montesano indirizza al generale Garibaldi non è corretta. Il Cassese, sulla scorta della documentazione in Atti, non dice che fu Garibaldi a far uccidere i quattro ordinandone la loro esecuzione ma dice che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo etc…”. Il Cassese parla correttamente delle truppe Garibaldine non di Garibaldi. Garibaldi ne ordinò solo il loro arresto ma non ordinò le sevizie inflitte. Infatti, Leopoldo Cassese scriveva: “Nel 1860….Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Il Cassese scriveva che furono arrestati l’8 settembre 1860. Il Mazziotti non concorda sulla data dell’Atto di Morte dello Stato Civile dei rei trucidati. Il Cassese scriveva l’8 settembre 1860 secondo un documento del Comune di Sanza presso l’Archivio di Stato di Salerno, mentre il Mazziotti ci parla del 7 settembre 1860. Nel groviglio e la veridicità di tali notizie resta però il dubbio di quanto alcuni hanno voluto intendere. Resta il fatto che, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117, in proposito scriveva che, Garibaldi, a Casalnuovo: “E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.“. La notizia è tratta dal testo del segretario del Governo, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Il movimento fu unanime , popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto sì permisse e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di un orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Su alcuni componenti il manipolo d’insorti Cilentani che Garibaldi incontrò nel percorso che fece da Sapri recandosi a Vibonati, come ad esempio Cristofaro Falcone di Policastro, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a p. 156, in proposito scriveva che: “Fin dalla metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta del Cilento, avea fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci.”. Forse il nome di Cristoforo Falcone di Policastro veniva confuso da alcuni storici con quello di Ferrara. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “….e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.“. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo “Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Dunque, secondo il Di Capua, che scriveva la notizia sulla scorta di Gennaro De Crescenzo, Onofrio Pacelli, insieme a Magnoni (forse Salvatore) di Rutino, si era recato a Sanza per punire i responsabili dell’uccisione di Pisacane e di Giovan Battista Falcone. Felice Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I.“. Dunque, secondo Fusco, che scriveva sulla scorta di Di Capua, nella colonna di Cristofaro Ferrara di S. Biase, vi era Onofrio Pacelli, amico di Nicotera. Onofrio Pacelli era nativo di Ricigliano e partecipò all’insurrezione garibaldina per procedere verso Napoli. Felice Fusco, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (89) postillava: “(89) Il registro (Liber Defunctorum, 1823 – 1861), che si trova tra le carte dell’archivio Campolongo, si è potuto consultare solo in questi ultimi tempi. L’arciprete Bianco (è il caso di ribadirlo) è lo stesso che nel ’57 si era messo in luce più per i contrasti con Sabino Laveglia che per la partecipazione all’eccidio di Pisacane.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 149 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “Ciò che non scrisse l’impiegato d’anagrafe negli Atti di Morte lo annotò con cura l’arciprete Francesco Bianco nel ‘Liber Defunctorum’ negli anni 1823-1861 (89)….L’esposizione dell’archiprèsbyter consente di chiarire non pochi aspetti della morte di Sabino e degli altri arrestati. Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93) etc…”. Dunque, il Fusco scrive che “Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93)”. Fusco, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…”).”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento……….I Celentani allora……, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i colpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò “alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri..etc…”. In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, La Signora di Sapri, ed. A. Paolini, Roma, 1879. Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, (si veda bibliografia in fondo) ed in particolare in questo testo egli racconta della giovane Gioconda Walvesky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo. Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. II, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi. Sostando a Sanza in attesa di raggiungere Sala, fece chiudere nel carcere circondariale in Via S. Angelo a Corte (320) 4 dei responsabili dell’eccidio del 2 luglio del 1857: il cavaliere Sabino Laveglia, il fratello Domenico Laveglia, il farmacista Filippo Greco Quintana e l’ex urbano Giuseppe Citera di Sabino; il gendarme in congedo Gaetano Enter era morto alla fine del gennaio del 1860 (321). Sabino aveva capito che era arrivata la sua ora era giuna e volle confessarsi con uno dei tanti sacerdoti del borgo bensì col suo noto avversario: l’arc. don Francesco Bianco. Al ritorno da Sala, venerdì 7 settembre 1860, Cristoforo Ferrara “senza giudicatura di sorta” (322) fece letteralmente massacrar in carcere i 4 reclusi. Annotò …..”.
RUSTOW E LA BRIGATA MILANO A EBOLI
Nel 7 settembre 1860, RUSTOW è a Eboli e riceve l’ordine di marciare verso Salerno e poi a Napoli
Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano : Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito, Sica Oraziantonio , Caniato Donato, Pintozzi Luigi , di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “Il giorno 6, la brigata Milano, continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”. Dunque, l’Oddo, a differenza di altri storici scriveva che la Brigata Milano con Rustow giunse ad Eboli il giorno 7 settembre 1860.
Nel 7 settembre 1860, a Eboli, il colonnello Rustow e la sua Brigata MILANO
Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. Avutone l’ordine da Eboli, dov’era giunto il mattino dell’8, prese carrozze, carri, muli. asini e ogni maniera di vetture, ed entrò alla grottesca in Salerno, fatto accogliere con una nostra musica militare ch’era lì reata indietro. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano : Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito , Sica Oraziantonio , Caniato Donato, Pintozzi Luigi , di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”.
Nell’8 settembre 1860, da Eboli, il colonnello Rustow e la sua Brigata MILANO partirono per Napoli
Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. Avutone l’ordine da Eboli, dv’era giunto il mattino dell’8, prese carrozze, carri, muli. asini e ogni maniera di vetture, ed entrò alla grottesca in Salerno, fatto accogliere con una nostra musica militare ch’era lì reata indietro. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ?(40). Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano: Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito , Sica Oraziantonio, Caniato Donato, Pintozzi Luigi, di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”.
GARIBALDI A NAPOLI
Nel 7 settembre 1860, Garibaldi, da Salerno parte in carrozza ed arriva a Napoli, Capitale del Regno Borbonico delle Due Sicilie
Da Wikipedia leggiamo che il 6 settembre re Francesco II abbandonava Napoli, imbarcandosi con la famiglia sul vapore Messaggero, cercando di riorganizzare il suo esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Così, il 7 settembre, Garibaldi, precedendo il grosso del suo esercito, viaggiando su un treno, che da Torre Annunziata dovette procedere lentamente per non travolgere le ali di folla festante, poté entrare in città accolto da liberatore Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 380 e ssg., in proposito scriveva che: “….CAPITOLO XIV. Ingresso in Napoli, 7 settembre 1860. L’ingresso nella grande capitale ha più del portentoso che della realtà . Accompagnato da pochi aiutanti, io passai framezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l’armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali . Il 7 settembre 1860 ! E chi-dei figli di Partenope non ricorderà il gloriosissimo giorno ? Il 7 settembre cadeva l’abborrita dinastia che un grande statista inglese avea chiamato « Maledizione di Dio ! » e sorgeva sulle sue ruine la sovranità del popolo, che una sventurata fatalità fa sempre poco duratura. Il 7 settembre un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici che si chiamavano aiutanti, ‘ entrava nella superba capitale dal focoso destriero acclamato e sorretto dai cinquecentomila abitatori, la cui fervida ed irresistibile volontà, paralizzando un esercito intiero, li spingeva alla demolizione d’ una tirannide, all’ emancipazione dei sacri loro diritti ; quella scossa avrebbe potuto movere l’intiera Italia, e portarla sulla via del dovere, quel ruggito basterebbe a far mansueti i reggitori insolenti ed insaziabili, ed a rovesciarli nella polve !.”.Garibaldi, a p. 380, nella nota (1) postillava: “Missori , Nullo , Basso, Mario, Stagnetti , Canzio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali, era arrivato con un treno diretto nella città, dove lo aspettava la guardia nazionale.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the making of Italy”, a pp. 226-227 , in proposito scriveva che: “Annunziato telegraficamente il suo arrivo alla capitale per le undici di quel venerdì 7 settembre, il Dittatore e il suo seguito lasciaron Salerno in vettura alle nove e mezzo in punto, accompagnati da un altro scoppio di entusiasmo frenetico (1). A Vietri, stazione di confine, montarono in un treno speciale che traboccò subito di gente, Garibaldi, il suo Stato Maggiore e i suoi amici personali, una ventina di Guardie Nazionali salernitane etc…”. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 96, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Etc…(191).”. Maraldi, a p. 97, nella nota (191) postillava: “(191) Dal “Diario del Bertani”, pubblicato dalla Mario, op. cit., vol. II, pag. 188. Si noti pure che l’idea di riprendere Nizza all’odiato Bonaparte non era poi completamente estranea al pensiero di Garibaldi etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Ivi, nel mattino del 6 Settembre, ……Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, gli resero gli onori militari, mentre nel giorno innanzi il Re Francesco, con tutta la Corte, era partito per mare per la fortezza di Gaeta in cerca d’asilo ed in attesa degli aiuti dimandati dall’Europa, che si mostrò sorda a quell’invito.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 929, in proposito scriveva che: “All’alba del 7 settembre, il Di Lorenzo e il Rendina furono presentati da Cosenz a Garibaldi, che loro fece cordialissima accoglienza. Si parlò del prossimo arrivo del sindaco e del comandante della guardia nazionale, che Garibaldi era impaziente di vedere. Etc…(p. 930) A nulla valsero le preghiere del Bertani e del Nullo, i quali sapevano essere a Nocera ancora occupata dalle truppe bavaresi, e i castelli di Napoli dai soldati borbonici….Etc…(p. 931) Si partì da Salerno alle nove e mezzo. La guardia nazionale e le squadre insurrezionali del Salernitano volevano seguire Garibaldi, ma egli non volle. Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore della giornata, Emilio Visconti Venosta, che era ancora a Napoli, incontrò in piazza Ferdinando il Frapolli, prima camicia rossa che si vedesse per le vie di Napoli, alcune ore avanti che Garibaldi arrivasse. Egli conosceva il Frapolli, che era stato per poco tempo ministro della guerra a Modena col Farini. Il Frapolli, informato il Visconti della sua missione, gli annunziò che Garibaldi sarebbe arrivato fra poche ore, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, riferendosi al 6 settembre 1860, in proposito scriveva che: “La sera di quel giorno, Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.“. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL…..Erano passati appena undici giorni dallo sbarco in Calabria, quando Garibaldi, accompagnato soltanto da alcuni aiutanti di campo, precedendo il suo piccolo esercito che lo seguiva a marcie forzate, entrava in Napoli, circondato da una folla delirante. Trovava il « nido caldo » come disse egli stesso . Il giorno prima Francesco II aveva lasciato il palazzo reale per recarsi a Capua ad organizzarvi le estreme difese. Le truppe borboniche occupavano ancora la città ; trascinate dall’entusiasmo generale presentarono le armi all’eroe trionfante . Era il 7 settembre.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 68-68 e ssg. trascriveva una lettera dell’8 settembre ed in proposito scriveva che: “Sapri, Policastro, le 8 september. Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée, accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En de pit du temps qui parait vpouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui merite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents ames. On lui donne sans doite ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prete son nom au golfe qui s’etend devant elle. D’apres un historien digne de foi, elle fut, en 1055, entierement detruite par Robert Guiscard, etc…”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. Vi è entrato ieri in giornata, accompagnato solo da alcuni suoi amici (1). Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, cittadina che oggi merita a malapena il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. Le viene dato senza dubbio questo titolo in ricordo della sua passata importanza e perché dà il nome al golfo che si estende davanti ad essa. Secondo uno storico attendibile fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, etc…”. Il volontario garibaldino scriveva di Sapri che era un piccolo paesino di 400 anime. Maison, a pp. 68-69, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passa par Eboli . A Salerne etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia.”. Mason cita M. Edwin James (….), il cui testo è di un giornale curato da Ms. Edwin James’s. Egli scrisse “Garibaldi and his advisers”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 86, in proposito scriveva che: “……………”.
Dopo il 7 settembre 1860, Garibaldi a Napoli ed il suo Governo provvisorio (Pro-Dittatura)
Da Wikipedia leggiamo che dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d’Italia in seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana e ai successivi plebisciti. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. Il governo provvisorio di Garibaldi a Napoli si instaurò dopo l’ingresso trionfale dei Mille a Napoli il 7 settembre 1860, in seguito alla spedizione in Sicilia e alla successiva conquista del Regno delle Due Sicilie. Questo governo, guidato da Garibaldi in qualità di dittatore, ebbe come obiettivo principale l’unificazione del Mezzogiorno con il Regno di Sardegna. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. La campagna dei Mille, iniziata a maggio, e il plebiscito di ottobre che sancisce l’annessione al Regno di Sardegna, sono passaggi fondamentali verso la nascita del Regno d’Italia. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Sempre da Wikipedia, alla voce “Francesco Crispi” leggiamo che a Napoli il governo provvisorio di Garibaldi era in gran parte nelle mani dei fedeli di Cavour. Crispi, che arrivò in città a metà settembre, insistette con il generale e ottenne di concentrare il potere nelle sue mani. Tuttavia, la spinta rivoluzionaria che aveva animato la spedizione andava affievolendosi, specie dopo la battaglia del Volturno. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 145-146, in pproposito scriveva che: “Né il rapido ingresso di Garibaldi a Napoli fu una imprudenza, come si è spesso affermato nella stampa tedesca; fu invece un’urgente necessità per la città. Il partito graibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile. Si era gia arrivati alla formazione di un ministero secondo gl’intenti del partito cavouriano; da un momento all’altro potevano scoppiare disordini; l’atteggiamento delle truppe che occupavano ancora il Castel Nuovo e Sant’Elmo era cupo e minaccioso. L’arrivo di Garibaldi che entrò in città col generale Cosenz e qualche ufficiale del suo stato maggiore, in vettura scoperta, accompagnato da alcune guide, troncò l’attesa di tutti i dubbiosi e gl’indecisi, il lavorio dei partiti e l’eventuale resistenza delle truppe borboniche rimaste. L’entusiasmo dei Napoletani non conosce limiti. Prima di mezzogiorno il generale Cosenz aveva formato un Governo; la sera, il generale Turr faceva ingresso in città con l’avanguardia della sua Divisione. Il giorno stesso le truppe borboniche sgomberavano il Castel Vecchio e alcuni punti fortificati; l’indomani capitolò Sant’Elmo, …..Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino. Si sviluppò la Guardia Nazionale. Si sviluppò la Guardia Nazionale….Garibaldi si condusse con somma moderazione e saggezza. La sua situazione era difficile, tra annessionisti, repubblicani ed ex soldati e ufficiali regi. Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 205, in proposito scriveva che: “Tantosto il dittatore si fece il ministero. Confermò D. Liborio, e i direttori Giacchi e De Cesare, che anime di fango non arrossirono del pubblico tradimento. Mise alla Guerra Cosenz, con direttore Guglielmo Sauget nostro tenente colonnello figlio del generale. Alla giustizia il Pisanelli, quello del governo provvisorio; alla polizia fu direttore un Giuseppe Arditi; e rimase prefetto il Barbari per un giorno solo, a non sfuggir la vergogna del servire due padroni in un giro di sole.”. Il barone di Roccagloriosa, Rodolfo d’Afflitto fece parte del governo provvisorio di Giuseppe Garibaldi, pur adoperandosi a sollecitare l’intervento delle truppe piemontesi e la pronta annessione, infatti, negli ultimi quattro mesi del 1860 il D’Afflitto partecipò attivamente alla vita politica napoletana, un breve ma intenso periodo in cui furono affrontati i molti problemi meridionali e attuato il passaggio da capitale di un regno indipendente a semplice capoluogo di una delle province del Regno d’Italia. Egli fu uno degli esponenti del moderatismo meridionale che collaborarono in tale azione con gli inviati del governo torinese, con l’intento, alquanto palese, di attutire le spinte rivoluzionarie di stampo garibaldino e di operare un amalgama con la classe dirigente settentrionale. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 315, in proposito scriveva: “….Garibaldi si occupò seriamente della necessaria organizzazione amministrativa. Del vecchio ministero non rimase che Liborio Romano; tutti gli altri ministri furono rinnovati, nel che Garibaldi pose diligenza a mettere al governo gli uomini più possibilmente moderati. Ministro della guerra fu nominato il generale Cosenz, Pisanelli ebbe il ministero della giustizia, Antonio Ciccone quello dell’istruzione pubblica, Rodolfo Afflitto i lavori pubblici, Scialoja, che trovavasi tuttora a Torino, venne nominato ministro delle finanze. Andrea Colonna venne eletto sindaco della città. Anche alle ambasciate si provvedette con nuovo personale; a Torino venne spedito Pier Silvestro Leopardi, a Parigi il marchese De Bella, Carlo Cattaneo venne destinato all’ ambasciata di Londra. Se di molti di questi uomini quasi poteva dirsi che fossero cavouriani, non fece invece poca sensazione la nomina di Bertani a segretario generale del dittatore, e verosimilmente avrebbe prodotto la stessa impressione quand ‘ anche Bertani meravigliosamente non avesse in pari tempo ottenuto il titolo di colonnello.”.
Alfonso Maria Tufano (….) nel capitolo di storia del testo Padula prima e durante la Certosa – ecc…, Associazione Amici del Cassero, Grafiche Zaccara, Lagonegro, 1995, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “Nell’estate del 1860, il colonnello Luigi Fabrizi, comandante in capo delle forze insurrezionali salernitane pro-Garibaldi, sceglie la Certosa di San Lorenzo come caposaldo a sud dello schieramento contro le truppe borboniche, tagliando le comunicazioni tra Napoli ed il resto del Regno delle due Sicilie e garantendo l’avanzata al Generale di Nizza, che il 5 settembre, proprio a Padula, stipulò la resa con il pari grado borbonico Cardarelli, già sconfitto in Calabria.”.
Nel settembre 1860, Rodolfo D’AFFLITTO, dei baroni di Roccagloriosa fu Ministro dei Lavori Pubblici del governo prodittatoriale di Garibaldi
Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, Grafica Jannone, Salerno, 1986, a p. 74, in proposito scriveva che, di Roccagloriosa era: “Rodolfo D’Afflitto, grande politico. Favorì con discorsi e con opere la politica di Cavour e di La Farina. Collaborò alla spedizione di Garibaldi in Sicilia e l’annessione del Napoletano al Regno. Rifiutò la carica di ministro. Nel 1872 fu mandato a Genova in qualità di Prefetto, e di lì venne trasferito a Napoli, dove morì.“. Romaniello, a p. 74, nella nota (119) postillava: “(119) De Crescenzo G., o.c., p. 134”. Romaniello citava il testo di Gennaro De Crescenzo, “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, ma a p. 134, non troviamo nulla. P. Agatangelo di Roccagloriosa ed il cav. Domenico Falco, nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, Salerno, 1968, a p. 51, in proposito scriveva: “Rodolfo D’Afflitto, grande politico. Favorì con discorsi e con opere la politica di Cavour e di La Farina. Collaborò alla spedizione di Garibaldi in Sicilia e l’annessione del Napoletano al Regno. Rifiutò la carica di ministro. Nel 1872 fu mandato a Genova in qualità di Prefetto, e di lì venne trasferito a Napoli, dove morì.“. Infatti, su Wikipedia leggiamo che Rodolfo d’Afflitto (Ariano, 19 marzo 1809 – Napoli, 26 luglio 1872) è stato un politico italiano, duca di Campomele e di Castropignano, marchese di Montefalcone, di Frignano Maggiore e d’Agropoli, patrizio di Scala. Appartenente alla famiglia d’Afflitto, del ramo dei marchesi di Montefalcone, era figlio di Luisa d’Evoli e di Pantaleone. La sua carriera ha inizio nel 1834, dopo aver studiato legge ed amministrazione dopo una carriera nella burocrazia borbonica, fu arrestato nel 1859 come cospiratore liberale nel Comitato dell’Ordine, ma fu subito rilasciato. Dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Il comitato si impegnò prima ad ottenere un pronunciamento dell’esercito a favore dell’annessione al Piemonte e poi – dopo il fallito colloquio del D. con il generale De Sauget – a provocare l’insurrezione del continente prima dell’arrivo di Garibaldi, per impedire una svolta rivoluzionaria. Anche questa seconda iniziativa non ebbe l’effetto desiderato, provocando solo una parziale insurrezione in Basilicata. Frattanto il D’Afflitto era stato inserito in alcuni organismi consultivi creati da Francesco Il nel mese di luglio, ma ormai il rovescio era imminente e dopo poco, il 7 sett. 1860, Garibaldi faceva il suo ingresso in Napoli. Dopo la spedizione dei Mille, fu ministro dei Lavori pubblici nel governo provvisorio garibaldino, e fece poi parte della luogotenenza di Luigi Carlo Farini. Nel governo provvisorio, creato nel settembre da Garibaldi, il D. fu ministro dei Lavori pubblici, ma ben presto si scontrò – come gli altri ministri – con il segretario della dittatura, il Bertani, che compiva atti e emanava decreti in contrasto con il moderatismo del governo di L. Romano. Dopo l’annessione al Regno d’Italia fece parte, nel novembre, della luogotenenza Farini, prima come consigliere ai Lavori pubblici e dopo pochi giorni agli Interni. Da Wikipedia leggiamo che anche nelle ex province napoletane del regno delle Due Sicilie si nominò il 6 novembre 1860 come luogotenente generale del re Luigi Carlo Farini. Arrestato nell’ottobre 1859, fu presto liberato e nell’anno successivo fece parte del governo provvisorio di G. Garibaldi, pur adoperandosi a sollecitare l’intervento delle truppe piemontesi e la pronta annessione. Ancora ministro durante la luogotenenza di Luigi Carlo Farini. Negli ultimi quattro mesi del 1860 il D’Afflitto partecipò attivamente alla vita politica napoletana, un breve ma intenso periodo in cui furono affrontati i molti problemi meridionali e attuato il passaggio da capitale di un regno indipendente a semplice capoluogo di una delle province del Regno d’Italia. Egli fu uno degli esponenti del moderatismo meridionale che collaborarono in tale azione con gli inviati del governo torinese, con l’intento, alquanto palese, di attutire le spinte rivoluzionarie di stampo garibaldino e di operare un amalgama con la classe dirigente settentrionale. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 205, in proposito scriveva che: “Tantosto il dittatore si fece il ministero. Confermò D. Liborio, e i direttori Giacchi e De Cesare, che anime di fango non arrossirono del pubblico tradimento. Mise alla Guerra Cosenz, con direttore Guglielmo Sauget nostro tenente colonnello figlio del generale. Alla giustizia il Pisanelli, quello del governo provvisorio; alla polizia fu direttore un Giuseppe Arditi; e rimase prefetto il Barbari per un giorno solo, a non sfuggir la vergogna del servire due padroni in un giro di sole.”.
