Aieta, Praja a mare, la “Plaga sclavorum”, Tortora e Castrocucco, i normanni Scullando, Giffoni ed i Loria

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. In questo mio saggio mi occupo dei piccoli borghi di Aieta e Castrocucco, non molto distanti dalla terra di Maratea (PZ).

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco

BLANDA JULIA

Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta

Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che,  parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “: 

IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.

EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.

III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE

MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)

Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”.

C.I.L., vol. X, p. 964

Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via.mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

Lanzoni.PNG

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

La Grotta e la Madonna a Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 226-227, in proposito scriveva che: “Con la diffusione del Cristianesimo, che sulla costa ebbe certamente origine apostolica, il culto della Gran Madre fu sostituito da quello cristiano di S. Maria. Fu sostituzione lenta, e con adattamento al passato e tolleranza, almeno nella forma, da parte della nuova religione (134). Il simulacro ligneo della Madonna, che era stato sbarcato da un “bastimento raguseo” nel 1326 (135), fu rinvenuto da un pastorello ajetano sulla pietra levigata della Grotta. L’episodio è pervaso di alone leggendario. L’introduzione in Calabria di Madonne di fattura orientale, esempio classico ne è l’Hodigitria, è da collegarsi a diaspore monastiche basiliane dall’Athos, dall’Illyria e dall’Epiro, a causa delle persecuzioni iconoclastiche di Leone III Isaurico, 726, che si concludevano col massacro degli iconolatri (basso clero), con la chiusura dei monasteri e la confisca dei beni, con l’esilio delle comunità disciolte. La politica iconoclastica, in Oriente, si protrasse fino alla metà del IX secolo (136). E’ certa la presenza di basiliani nei pressi del Santuario della Grotta (137), forse già dai primordi del basilianesimo, in epoca pacomiana. Furono questi monaci eremiti che vivificarono il culto di S. Maria su vetuste reliquie d’un paganesimo, che non esauriva più le esigenze di genti perseguitate e indifese. Nonostante l’influenza di fedeli al Santuario, la “Piana”, soprattutto a causa delle incursioni saracene, ma anche per gli acquitrini che ne ammorbavano l’aria non è stata mai eccessivamente popolata, difatti come nara il Marafioti, agli occhi del padrone del bastimento, in quel lontano 1326, si presentò uno spettacolo desolante: un lido deserto, poche capanne ed una barchetta da pesca. Tre anni dopo, però ritornandovi, vide nella Grotta una cappella con altare, e, al piano, tuguri con numerosi abitanti. Come tutte le marine, anche quella di Praia aveva subito lo spopolamento a causa delle incursioni saracene, ad iniziare dalla metà del IX secolo, e, ripetutesi a singhiozzo, fino alle conquiste normanne. Etc…“. Il Campagna, a p. 226, nella nota (135) postillava che: “(135) Così afferma il Marafioti (Sacra Iconologia, etc., op. cit.) L’episodio è riportato da V. Lomonaco e dagli storici successivi. La statua della Madonna è stata trafugata dal Santuario della Grotta nella primavera del 1079.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (136) postillava che: “(136) Monaci basiliani che avevano lasciato l’Epiro nel 750, cacciati da Costantino Capronimo, fondarono il cenobio, nullius dioceseos, di S. Joannis ab Epyro, fiorentissimo fino al XVI secolo (P.M. Di Luccia, l’Abbazia di S. Giovani a Piro, etc., Roma (Stamp. L.A. Chracas), 1700; F. Palazzo, Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro, etc., Salerno 1960. Su Madonne greche nel Sud, G. Schirò, Vita di S. Luca, etc., Palermo, 1954; B. Cappelli, Iconografie bizantine della Madonna in Calabria, op. cit.; Idem, Madonne in Calabria, in “Almanacco calabrese”, 1962. Cessate le persecuzioni iconoclastiche, l’Illyria divenne esportatrice di icone, soprattutto in Calabria. G. Arcieri, Il Regno delle Due Sicilie, etc., II ediz. (Tip. Nobile), Napoli, 1853; A. Campolongo, Il culto della Schiavonea nella Valle del Mercure-Lao, in “CL”, a. XXIV, n. 1-2-3; F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, I, Napoli (Ed. Laurenziana), 1964.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (137) postillava che: “(137) V. Lomonaco, Monografia di Nostra Donna della Grotta, etc., op. cit.; D.L. Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, a. VIII (1938).”.

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significati appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.

Nel 1198, il monastero di S. ELIA SPELEOTA (Profeta) presso la Grotta di Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 227, in proposito scriveva che: Fra la metà del X e i primi dell’XI secolo, “nel castello delle Tortore” (142) avvennero delle guarigioni, grazie ad un indumento di S. Elia Speleota. Difatti con dell’acqua in cui era stata immersa la pianella sinistra del Santo, conservata da Saba di Collesano nel monastero dei Siracusani (143) – la destra era stata portata nel monastero di Malvito dal monaco Hilarione -, fu guarita una “donna lunatica”, figlia di Giovanni, “molto venerabile e celebre sacerdote” de castello. Lo stesso infuso diede la parola ad una donna muta dalla nascita, il sonno ad un’altra che non dormiva da diciotto giorni. Stupiti da questi miracoli, “l’habitatori di questo castello deliberarono tenersi per forza appresso loro la santificata, e benedetta pianella”. Ci vollero minacce di anatemi, perchè lo stesso sacerdote Giovanni riportasse la reliquia al monastero di provenienza (144).”. Il Campagna, a p. 227, nella nota (142) postillava che: “(142) V. Saletta, Vita di S. Elia Speleota secondo il Manoscritto Crypt. B., beta XVII, in “SM”, a. V, (1972) fasc. I, pag. 87″. Il Campagna, a p. 227, nella nota (143) postillava che: “(143) Monastero basiliano della “Regione mercuriana”, in J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit.; B. Cappelli, Il Monachesimo basiliano, etc., cit.”. Il Campagna, a p. 227, nella nota (144) postillava: “(143) Vita di S. Elia Speleota, etc., cit.”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “…; per quanto una carta del 1198 di un altro signore di Aieta, e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di un cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”. Il Cappelli, a p. 215, nella nota (33) postillava che: “(33) V. in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”. Sul monastero di S. Elia, il Cappelli, a p. 407, nell’Indice, alla voce “S. Elia profeta (mn) presso Praia a Mare, p. 208”, ovvero il monastero di S. Elia profeta (speleota) presso Praia a Mare. Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “Certo può corrispondere più a questo che a quella chiesa di S. Zaccaria ugualmente passata, per la munificenza di Normanno di Aieta, al monastero cavense tra il sec. XI ed il seguente e sita sulla marina di Aieta; e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di n cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”.  Il Cappelli, a p. 214, nella nota (33) postillava che: “(33) Vedi in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”.”. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: agli Scullando: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli, a p. 224, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapolis, 1865, p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli postillava citando Francesco Trinchera (….), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in Episcopali Neritino etc..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Dunque, Francesco Trinchera, nel 1865, pubblicò circa 15 carte manoscritte in greco tutte provenienti da Aieta. Queste carte erano conservate nel Grande Archivio di Napoli, le cui carte, nel 1943, in occasione di una deliberata incursione bellica dei Tedeschi nel sito di Belsito, dove erano state trasportate, andarono perdute. E’ grazie all’archivista Francesco Trinchera che ancora oggi ne manteniamo la loro memoria. Dunque, scrive il Cappelli che secondo il “Catalogum Baronum” (….), del 1198, il “monastero di S. Elia profeta”, si trovava “presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’Odierna Praia a Mare.”.  Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “…; per quanto una carta del 1198 di un altro signore di Aieta, e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di un cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”. Il Cappelli, a p. 215, nella nota (33) postillava che: “(33) V. in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”. Dunque, scrive il Cappelli che secondo il “Catalogum Baronum” (….), del 1198, il “monastero di S. Elia profeta”, si trovava “presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’Odierna Praia a Mare.”. Sempre secondo il Cappelli ed il Trinchera (….), nel 1198, Giovanni Scullando, signore di Aieta, donò  alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta” che era sito ad Aieta. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: agli Scullando: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. eTC…”. Sempre il Cappelli, a p. 220 riferendosi a GIOVANNI SCULLANDO aggiungeva pure che:  “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…) a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958. Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, a p. 16, in proposito scriveva che: “Nella Praja degli Schiavi esisteva un antichissimo monistero di Basiliani, di cui oggigiorno appena si veggono le ruine. Nel 1500 poco stante dall’abitato di Ajeta si costrusse un convento di Francescani che fu soppresso sotto l’Occupazione Militare……Ajeta era primamente di rito greco ed aveva per patrono S. Nicola di Bari. Non si conosce l’epoca, in cui divenne di rito latino.”. Sul monastero di S. Elia Speleota Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, p. 227, nella nota (142) postillava che: “(142) V. Saletta, Vita di S. Elia Speleota secondo il Manoscritto Crypt. B., beta XVII, in “SM”, a. V, (1972) fasc. I, pag. 87″. Si tratta di Vincenzo Saletta che pubblicò nella rivista “Studi Meridionali”, anno V (1975) un resoconto sul bios di S. Elia Speleota. Il Saletta, a p….., in proposito scriveva che: “…..

Itavetere = l’Ajeta Bizantina vicino Castrocucco, turma del thema bizantino di Calabria

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 217, in proposito scriveva che: “AJETA (m 524 s.l.m.) è toponimo greco e metteva in videnza la posizione dominante, da aquila, del primo agglomerato, semitrogloditico, sul costone di “Itavetere”. Nacque dalla fusione di nuclei di origine magnogreca con nuclei indigeni (84), per la necessità di una comune difesa (85).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, già alla prima metà del VII secolo, aveva ospitato una diaspora religiosa di Melchiti, i quali, sostenitori dell’imperialismo bizantino, avendo aderito ai postulati del Concilio di Calcedonia, furono cacciati dalla Siria, dalla Palestina e dall’Egitto da Cosroe II, che conquistò quei paesi dal 611 al 618 (91). I monaci si rifugiarono nei domìni occidentali dell’impero bizantino, per altro spopolati dalle guerre gotiche e longobarde-bizantine. Con la conquista araba di Siria, Palestina ed Egitto, 634-647, l’esodo di religiosi fu totale (92).”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (91) postillava che: “(91) F. Giunta, Civiltà siciliana, Sicilia bizantina, Vicenza, 1962.”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Tanto che presso toponimi greci  romani, si pensi al diffuso “Massa” del tardo impero, si hanno toponimi di origine semita, come Magarosa (tra Biblo e Sidone, in Siria (Fenicia), scorre il fiume Magaros), Rosello, Rosaneto, Valle di Aronne, Macariota o, connessi all’agiografia basiliana, apostolica e del Martirologio cristiano, S. Elia, Balzo di S. Basilio, S.Giovanni, S. Pietro, S. Cuono, etc.. (Alcune località appartengono all’attuale comune di Tortora).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………Dal nucleo bizantino di “Itavetere”, forse distrutto dai Normanni, prese l’avvio l’attuale centro di Ajeta, nel corso dell’XI secolo. Contrada “Castiglione fu certamente sede di un gastaldato longobardo con diritto misto (93): l’incastellamento o fu tollerato dalle autorità bizantine oppure si impose nei lunghi periodi di lassismo imperiale. Ecc…”. Dunque, il Fusco scriveva che vi era a Castrocucco un nucleo di origine bizantina dal nome “Itavetere”.  Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Sempre il Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 219-220, parlando di Aieta in proposito scriveva che: “Ancora frammentarie sono le notizie sui feudatari di Ajeta. Il nucleo fu inizialmente bizantino, sembra che sia stato una “turma” del “Tema” di Calabria. Contrada “Castiglione”, come le omonime della costa, fu sede d’un gastaldato longobardo con diritto misto e circoscrizione limitata: gastaldati che alle frange del dominio imperiale si ponevano, a volte, in alternativa, a volte, in tacita convivenza col labile potere bizantino. Il Goffredo, per cui si fece la donazione pro-anima alla Badia di Cava, doveva essere un longobardo, rappresentante di quel particolarismo feudale, così diffuso ai confini tra impero e principato di Salerno. Normanno, sposandone la vedova, divenne signore di Aieta; la dominazione normanna, spesso, si diffuse e si consolidò con parentela acquisita.”. Vincenzo Lomonaco (…., nel suo ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11 cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’. Il Lomonaco, a p. 11, in proposito di Aieta scriveva che: “Aieta, Comune della provincia di Cosenza,….Secondo Barrio venne così addimandata da ‘aetos (aètos) che in greco vuol dire ‘aquila’ (1). Fu detta ‘Macariota’ da ‘macariotes’ (…………….) voce che in greco significa felicità. Un’antichissima tradizione vuole che la dimora di Ajeta-‘vetera’ siasi circa 900 anni dietro abbandonata per trasmigrare nella novella. La cagione fu la frequenza di orribili tempeste, che desolavano le eminente altura che prima si era prescelta. Ecc..”.

Ajeta e Praja a Mare

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito agli Scullando: Giovanni e Matteo, parlando di Aieta, citava lo stemma dell’Acquila degli Scullando, Signori di Aieta e aggiungeva: “….monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…) a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11, e s. non parla del Matteo che restaurò la Chiesa di Aieta aggiungendoci uno spizio ma ciò probabilmento il Cappelli lo scrive traducendo il documento in questione citato dal Fusco. Il Lomonaco però ci parla dei Scullando e del loro simbolo, l’aquila. Il Lomonaco cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’. Il Lomonaco, a p. 11, in proposito di Aieta scriveva che: “Aieta, Comune della provincia di Cosenza,….Secondo Barrio venne così addimandata da ‘aetos (aètos) che in greco vuol dire ‘aquila’ (1). Fu detta ‘Macariota’ da ‘macariotes’ (…………….) voce che in greco significa felicità. Un’antichissima tradizione vuole che la dimora di Ajeta-‘vetera’ siasi circa 900 anni dietro abbandonata per trasmigrare nella novella. La cagione fu la frequenza di orribili tempeste, che desolavano le eminente altura che prima si era prescelta. Ecc..”.

Lomonaco, p. 11

(Fig…) Lomonaco, op. cit., p. 11

Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 42 in proposito ancora aggiungeva che: Nella non lontana ‘Terra’ di Aieta (Αετον nelle pergamene), nei pressi di Tortora, ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………Dal nucleo bizantino di “Itavetere”, forse distrutto dai Normanni, prese l’avvio l’attuale centro di Ajeta, nel corso dell’XI secolo. Contrada “Castiglione fu certamente sede di un gastaldato longobardo con diritto misto (93): l’incastellamento o fu tollerato dalle autorità bizantine oppure si impose nei lunghi periodi di lassismo imperiale. Nel 1065 Normanno risulta signore di Aieta. Il nome, in sè emblematico, mette in evidenza l’origine normanna dei nuovi padroni (94). In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”.

Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 79-80-81, in proposito alla venuta dei Normanni e riferendosi a Scalea ed alla sua contea scriveva che: “La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”.

Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria”, vol. I – A-B, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “Ajeta. – Comune (ab. 1595) della provincia di Cosenza. Vi si trova la località disabitata detta Valle del Savuto, dei Pali e d’Aronne. Il territorio si estende per 47,97 chilometri quadrati tra quelli dei Comuni di Laino Borgo, Laino Castello, Papasidero, Praia a Mare e Tortora, ed è sulle pendici occidentali di una quinta montuosa a nord del gruppo del Sirino. L’abitato è alle falde del Monte Ciagola, sulla sinistra della Valle del Noce, ed è posto a 524 metri sul livello del mare, a 140 chilometri da Cosenza.”. 

Nel 879, Niceforo Foca conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”.

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”. Da Wikipedia leggiamo che nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (12) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Wikipedia, nella nota (12) postillava: “(12) “Amantea” è tra l’altro il nome arabo dell’antica Nepezia: viene da Al Mantiah, La Rocca. Gabriele Turchi, Storia di Amantea, Cosenza 2002.”. Da Wikipedia, alla voce “Amantea” leggiamo che nel medioevo i greci bizantini, quando conquistarono la Calabria, fondarono nell’area dell’attuale Amantea vecchia una cittadella fortificata chiamata Nepetia (Νεπετία). Nepetia fu conquistata dagli arabi nel IX secolo, che la costituirono capitale di emirato e la ribattezzarono Al-Mantiah. Quando, nell’885, Niceforo Foca riconquistò la città, rimase il nome di Amantea. La cittadina fu elevata a sede vescovile finché non venne accorpata, sul finire dell’XI secolo, alla diocesi di Tropea. Pietro Ebner (…), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, nel vol. I, a pp. 66-67-68, in proposito scriveva che: “Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in un altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion’) di Salerno (232), chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perchè oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio (233), ci informa anche che il cenobio di S. Nazario, come molti di quelli sparsi nell’antica chora di Velia, erano stati fondati da religiosi del Mercurion e non da queli del Latinianon (234), come dimostrano alcuni toponimi viventi (235) che ricordano il maestro di S. Nilo, S. Fantino.”. Ebner, a p. 66, nella nota (232) postillava: “(232) Codex Criptensis B, II, f. 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Per la bibliografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Ebner, a p. 67, nella nota (233) postillava: “(233) ….Del resto lo stresso Cappelli (cit., p. 229) riporta dalla ‘Historia et laudes….’ cit., del patriarca di Gerusalemme Oreste, la descrizione del “Mercurion come solitaria provincia monastica incuneata tra i confini di Calabria e Longobardia, al limite cioè dell’impero bizantino e del principato di Salerno al controllo dei quali così sfuggiva, come all’altro del vescovato di Cassano alla Jonio”, provincia, però, sempre sottoposta a Bisanzio, come mostra il ‘Bios’ di S. Nilo, I, 5. Il Cappelli, p. 356, vedrebbe temporanea residenza del santo a ‘Palinodion’, ‘Palinasios’ l’odierno Palinuro che Oreste ubica “nei territori della Lucania”, ubicazione possibile se nel Lucania si vede il gastaldato. Il Cappelli, p. 278, ammette che il Mercurion e il Latinianon erano stati riconquistati da Niceforo Foca.”. Ebner, a p. 67, nella nota (234) postillava che: “(234) Sede del gastaldato omonimo ancora nel 950/1, come vorrebbe il ‘Chronicon salern., ma bizantino con Niceforo Foca. Cfr. il documento del 1041 che il Cappelli, p. 258, riprende da Robinson. Ma già nel 968 era stato sottoposto dal patriarca di Costantinopoli Poliento alla chiesa metropolitana di Otranto.”.

Nell’885, Praja a Mare, la “PLAGA SCLAVORUM”, la spiaggia degli Schiavoni

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre contrade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non grandi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di ‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cappelli scrive che le “masnade di musulmani frequenti sulle coste del Tirreno, anzi,  poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno”, aggiunge pure che: “…..‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca etc…”. Dunque, secondo il Cappelli, la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”.  Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a p. 59 e ss. parlando di S. Saba e di S. Nilo, in proposito scriveva che: Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Ma è lecito connettere questa nuova invasione musulmana con quelle che rinnovandosi di tanto in tanto provocarono, secondo la sua Vita, l’allontanamento del beato dalla regione del Mercurion ? Sembra di no. E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza. Etc…”. Dunque, il Cappelli ci parla di uno stanziamento stabile e permanente di Saraceni, sulla fascia costiera e nei piccoli borghi marinari della Calabria settentrionale da Praia a Mare risalendo verso il basso Cilento.  Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, a pp. 220 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli citava Vincenzo Lomonaco. Infatti, Vincenzo Lomonaco, nel suo “Monografia sul Santuario di Nostra Signora della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta e sul Comune di Aieta in Provincia di Cosenza”, a pp. 4-7, in proposito scriveva che: “I Saraceni invasero quelle contrade, e vi fondarono, pochi passi lungi dal mare un paesetto, che addimandarono Saracinello (3), di cui ora non rimangono, che le sole ruine…..Sulla frontiera del tenimento Calabro si vede una spiaggia popolata di bei casini……A cavaliere della spiaggia suddetta si scorge una montagna, nella cui cavità accorre frequente popolo diverso di abiti e di costumanze. Il nome del villaggio è ‘Praja degli Schiavi (Plaga Sclavorum), cosi detto degli Schiavi o degli Schiavoni, che molti secoli fa vi lasciarono una piccola colonia. Niuno ignora il commercio che esercitarono in quei lidi i legni Dalmatini, e precisamente Ragusei, i quali son chiamati anche oggidì Sclavi e Schiavoni. Il monte che siede a cavaliere del vasto lido e del paesetto, ed in gran parte lo domina; contiene nel so grembo un’ampia grotta incavata dal vivo sasso, divisa in più scompartimenti, ove si adora l’immagine di Maria SS. sotto il titolo di nostra Donna della grotta (1). Etc…”. Il Lomonaco, a p. 4, nella nota (3) postillava che: “(3) Vedasi la nostra nota 4 alla Canzone per S. M. Neap. 1836.”. Il Lomonaco, a p. 5, nella nota (1) postillava: “(1) Nel Poliorama Pittoresco, nel 1837 t. II, n. 5, p. 39 fu stampata in litografia la figura del suddetto santuario con una breve descrizione da noi fatta, si del villaggio che della grotta; la quale descrizione venne inserita sotto la voce di ‘Aieta’ nel dizionario geografico-storico-civile del Regno delle Due Sicilie del Sig. Mastriani, Napoli, 1838, t. 2 e dell’Omnib. di Napoli, 1856, p. 191.”. Il Lomonaco a p. 16, in proposito scriveva pure che: “Nella Praja degli Schiavi esisteva un’antichissimo monastero di Basiliani, di cui oggigiorno appena si veggono le ruine.“.  Il Lomonaco prosegue il suo racconto e a p. 7 scriveva che: “Le pie contribuzioni dei fedeli del Comune di Ajeta, nel cui perimetro è compreso nella spiaggia della ‘Praja degli Schiavi’ etc….Appartenendo il villaggio della Praja degli Schiavi al Comune di Ajeta che è sito tra una corona di montagne lungi dalla strada consolare, il santuario, di cui finora abbiam favellato, è rimasto ignoto a gran parte del nostro regno…..Per appagar la giusta curiosità dei lettori, riporteremo quì volentieri un frammento dell’opera di P. Ludovico Marafioti (1), intitolata ‘Sacra iconologia della Madonna per li Regni di Napoli e Sicilia (lib. 2, cap. 4). – “Nell’anno 1326 un bastimento Raguseo – carico di Turchi” , etc….diceva che: “passando per la Plaia degli Schiavi (così chiamano li naviganti la spiaggia di Ajeta) etc…”. Il Lomonaco cita anche un aneddoto dell’anno 1326 che dice essere stato riportato da Padre Ludovico Marafioti (….), nel suo “Sacra Iconologia della Madonna per li Regni di Napoli e Sicilia”, lib. 2, cap. 4. C’è anche Girolamo Marafioti (….) ed il suo “Calabria etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 222, in proposito scriveva che: “PRAIA A MARE (m 5 s.l.m.) dal 1928 Comune, a cui furono aggregate Ajeta e Tortora, fino al 1937 (115). Dalle ultime propaggini occidentali del monte Vingiolo, al di sotto delle grotte, si estendeva la “Plaga Sclavorum” (116), da cui il toponimo Praia. Gli SCLAVONI, stanziati in più località della costa (117), erano giunti nel Sud della Penisola durante il ducato longobardo di Aione (118). Si erano insediati nella “Plaga” su preesistenti, ma certamente sparuti, nuclei di origine arcaica. Difatti, tutta la zona rivela manifestazioni umane antichissime, ad incominciare dal Paleolitico Inferiore, a cui sono ascrivibili le “Amigdale” rinvenute in contrada “Rosaneto” di Tortora (119).”. Il Campagna, a p. 222, nella nota (116) postillava che: “(116) Della “Plaga”, con eccezione di “piana”, “contrada”, “regione”, scrisse V. Lomonaco, Monografia, etc., op. cit., Il Lomonaco riporta Marafioti”. Il Campagna, a p. 222, nella nota (117) postillava che: “(117) “Schiavo” è contrada di Majerà, dove l’insediamento “scalvone” avvenne su piccolo agglomerato magno-greco, presso una sorgente, ora proprietà eredi Giovanni Biondi e Luigi Casella. “Castel Schiavo”, sulla sinistra di Abatemarco, m. 967 s.l.m., è il “Castellum de Sclavis” riportato in un “Privilegium” di Enrico IV, riconfermato da Costanza e da Federico II alla Congregazione Florense, in D. Martire, La Calabria sacra e profana, cit., pag. 116 e ssg. Sulla costa è molto diffusa la coltura del fico, dal frutto color marrone, dolcissimo, noto come fico “schiaviello”. Nella seconda metà del XVI secolo, nell’imporre nuove tassazioni per un più completo sistema di torri marittime, il vicerè don Parafan de Rivera, duca di Alcalà, disponeva che Schiavoni ed Albanesi delle coste venissero tassati per metà canone, in G. Valente, Le torri costiere, etc., op. cit., p. 29″. Si tratta del testo di Gustavo Valente, Le Torri costiere della Calabria. Il Campagna, a p. 222, nella nota (118) postillava che: “(118) “Aione reggeva il ducato (Benevento) da ormai un anno e cinque mesi quando con molte navi sopraggiunse un esercito di Sclavi che si attendarono non lontano da Siponto (Sipontum, presso Manfredonia) e di nascosto da tutti cominciarono a scavare delle buche intorno all’accampamento….”, P. Diacono, Storia dei Longobardi, IV, 44, Milano, 1974; Idem (sugli Sclavi), IV, 7,10, 24, 28, 37 bis, 40; V, 22-23; VI, 24-26, 45, 51-52. Aione era succeduto ad Arichis nel ducato di Benevento, intorno al 641. Gli SCLAVONI, dal latino medioevale Sclavus, erano gli abitanti della Sclavonia, detta anche Slavonia, da cui Venezia traeva il maggior profitto nel commercio degli schiavi, in A. Peronaci, Evoluzione storica dei termini e dei concetti di servus, di scalvus, etc., in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, pag. 456.”. Dunque, il Campagna cita Paolo Diacono e la sua “Storia dei Longobardi” dove spesso il cronista cita i popoli Slavi. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 63, parlando della cittadina calabrese di Scalea, in proposito scriveva che: “I Greci, tuttavia, non dovevano essere l’unica etnia del territorio di Scalea, ma da alcuni indizi emerge una situazione assai più complessa. Abbiamo visto infatti che i Bizantini insediarono nel territorio anche gruppi di etnie diverse rispetto a quella greca (Armeni, Slavi, Arabi). Di insediamenti slavi nella zona, infine, abbiamo testimonianza del toponimo Schiavo, presso Buonvicino, nella tradizione locale che vuole l’abitato di Praia originario da uno stanziamento militare slavo (Plaga Sclavorum) e nel cognome Loschiavo, molto diffuso nella zona. Della presenza araba potrebbe essere testimonianza il toponimo Fischia, etc…”. 

Roberto Perrone Capano (….), nel suo “Sulla presenza degli Slavi in Italia e specialmente nell’Italia Meridionale” (estratto dagli Atti dell’Accademia Pontaniana, Nuova Serie – Vol. XII, Napoli, 1963), a p. 2 elencava diversi etc….e a p. 3, in proposito scriveva pure che: “L’Italia nella sua ampia area geografica-storico-culturale (1)….ha accolto per lunghi millenni i più diversi gruppi etnici, europei (2), nordafricani, orientali (3), che hanno rappresentato veramente una eccezionale varietà di stirpi, etcc…La lingua etc…. sono testimonianza ancor viva dei rapporti ampi e duraturi dei popoli e paesi d’Italia con quasi tutte le stirpi d’Europa, del Nord-Africa, dell’Asia, insediate in varia misura nelle tradizionali terre italiane. Di tali rapporti appare testimonianza del tutto particolare una serie di luoghi dai nomi (14) di antica impronta “slava”, taluno dei quali è abitato tuttora da slavi. Questi nomi di centri abitati o di semplici contrade si possono seguire con singolare ampiezza lungo i due versanti costieri e nell’interno dell’Italia meridionale……Inizia sulla “Cla degli Schiavoni” nell’isola di San Domino (Tremiti)(15); passa sul continente etc…Sembra poco studiato sinora il passato dell’elemento slavo nel nostro paese; etc…Accanto alla conoscenza del mondo slavo in Italia, ampiamente delineata nella recente opera del Cronia (63), utile appare una ricerca documentale e storica sulla presenza dell’elemento slavo in Italia, lo studio cioè dei rapporti italo-slavi in Italia e degli insediamenti o del passaggio di gruppi di slavi nelle varie regioni etc…Mentre una rilevante simbiosi latino-slava si sviluppa in Dalmazia, in Istria e nelle più orientali terre del Friuli, in val Padana e nella penisola una ben diversa entrata di slavi doveva aver luogo in misura notevole, dal secolo 7° in poi, mediante l’importazione di schiavi “Servi de genere Sclavorum” nelle maggiori città marinare dell’Adriatico e del Tirreno che praticavano quel commercio.”. Il Perrone Capano, a p. 5 scriveva pure che:  “Marinai schiavoni, imbarcati su navi venete nel porto di Napoli, cooperano alla ricostruzione di Castelnuovo danneggiato durante le guerre negli ultimi anni del ‘400 (88). Eretici bogomili di Bosnia “de Bossona” vengono ad incontrarsi con i Catari in Italia nei secoli XII-XIII in val Padana (presso Milano-Concorezzo)….Frequentissimo è l’ingaggio militare di Schiavoni al servizio di molti stati italiani e specie del Regno di Napoli: marinai e navi ragusee troviamo al servizio di Roberto il Guiscardo contro i Bizantini a Durazzo (1081) e Corfù (1084) nel tentativo del conte di Puglia di assicurarsi il dominio sulla riva orientale adriatica (96); soldati schiavoni troviamo etc…”. Il Perrone Capano, a p. 32, nella nota (63) postillava che:  “(63)  A. Cronia, La conoscenza del mondo slavo in Italia (Bilancio storico-bibliografico di un millennio). Ed. Stediv., Padova, 1958 pg. etc…”. Il Perrone Capano, a p. 33, nella nota (96) postillava che:  “(96)  G. M. Monti: L’Espansione mediterranea del mezzogiorno d’Italia e della Sicilia, Bologna, ed. Zanichelli, 1942, pag. 51-64”.

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando del monte Bulgheria e delle popolazioni Slave, in proposito che: Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria etc….”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi (….),  ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…‘, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: “Con gli Albanesi di Scanderberg trassero nel regno quelle colonie di razza e di lingua slava, che popolarono parecchi paesi della provincia di Campobasso; nella quale vive tutt’ora l’idioma slavo nei tre paesi di Acquaviva Colla-Croce, di San Felice e di Montemitri. Queste colonie oggi, da filologi competenti (3), non si ritengono come reliquie di quei Bulgari che Grimoaldo I duca di Benevento accasò quivi intorno a Bajano, ad Isernia, ed altrove, nel secolo VII. Invece come reliquie di questi slavi del secolo VII gli eruditi napoletani ritennero quelli, ond’è venuto (e dura ancora) il nome Bulgaria ad una montagna che si aderge tra il mare Tirreno sul golfo di Policastro e il paese di Rocca-Gloriosa. Il nome non è dubbio che accenni a stanziamenti di Bulgari o Schiavoni; ma dubito che possa riferirsene l’origine a quei barbari d’Aleczone, che la storia ricorda accasati nel ducato beneventano per opera di Grimoaldo. L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di novi”, a p. 77 parlando dello stanziamento di genti longobarde, in proposito scriveva che: “E’ da presumere che la forma pervenutaci (lombardo) si sia sovrapposta all’originaria (longobardo). Tra l’altro è da tener presente che nei pressi di Salento troviamo toponimi ‘Offoli’ e ‘Stàffoli’ (Omignano) e quello di ‘Lammardo’ presso Celle di Bulgheria, sede di un colonia di Bulgari alleati dei Longobardi. Ma un ‘Lammardo’ è pure nei pressi di Novi etc..”. Sempre Ebner, a p. 77, nella nota (113) postillava: “(113) F. Sabatini, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell’Italia mediana e meridionale, in “Atti e Memorie dell’Accademia toscana di scienze e lettere”, vol. XXVIII, 1963-1964, Firenze, 1964, p. 238 sgg. etc…”. Sul termine ‘Lammardo’, Ebner, a p. 349, in proposito scriveva pure che: “Sull’origine di Novi (1), formatosi etc….Abbiamo anche accennato ad uno stanziamento longobardo nel luogo che si evince sia dai locali toponimi, sia da residui elementi lessicali che da fonti storiche. Infatti, nei pressi di Novi è il toponimo ‘lammardo’ che troviamo anche nei pressi di Celle di Bulgheria, insediamento sicuro di Bulgari ausiliari dei Longobardi.”. Sempre Ebner, a p. 91, in proposito scriveva che: “Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). Etc…”. Ebner (….), a p. 91, nella nota (31) postillava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (v., ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro Chiesa e papato: Giannelli, “Atti VIII Congr. inter. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”. Sulle popolazioni di origine Bulgara, nelle nostre zone ha scritto pure Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 703-704-705 parlando del casale di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Paolo Diacono (1) scrive che ai tempi del duca Romoaldo di Benevento una colonia di Bulgari, guidati da un loro principe, Alzeco, giunse (680) nel ducato beneventano e pacificamente chiese di potersi stanziare nel territorio. Il duca Romoaldo consentì che s’insediassero nei luoghi deserti intorno a Cepino, Isernia e Boviano. Il principe assunse il titolo di gastaldo, di ufficiale del duca. Vi è notizia che ancora nel VIII secolo conservassero la loro nazionalità parlando la loro lingua, oltre il latino (2). Recenti ricerche tendono a mostrare (3) che il duca Romoaldo avesse consentito che parte della colonia s’insediasse pure nella zona di Paestum allora ridotta a sola riserva di caccia (‘ad capiendas aves’) e che di là si fossero spinti oltre l’Alento stanziandosi alle falde di un monte che da essi prese poi il nome (Monte Bulgheria). Goffredo Malaterra (4) poi ricorda che Roberto il Guiscardo avesse assoldato slavi di Celle (di Bulgheria) perchè conoscitori attenti di tutti i passi del territorio. Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Probabilmente sede di una laura con celle di monaci italo-greci, per cui il nome di Celle all’abitato sortovi intorno; il villaggio seguì le sorti di Roccagloriosa, di cui fu casale fino alla sua elevazione a sede comunale. E’ notizia però che il feudatario di Centola, oltre a esigere la bagliva di Foria esigesse anche quella di Poderia, ora frazione di Celle. Villaggio quest’ultimo di cui, a dire dell’Antonini (p. 381), furono baroni Latino Tancredi, autore del ‘de Naturae miraculis’ e del consigliere Giovanni Andrea di Giorgio, noto per le sue opere legali.”. Ebner, a p. 703, vol. I, nella nota (1) postillava che: “(1) Paolo Diacono, V, 29: Eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit sc. Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates (….) Usque hodie in iis, ut diximus, locis habitantes, quamquam et latinae loquantur linguae tamen propriae usum non amiserunt”. Ebner, a p. 704, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Hirsch cit., p. 42 ricorda TEOFANE, p. 546 ad a. 671 e NICEFORO, Breviarium (ed. de Boor, p. 33, i quali affermano che l’emigrazione avvenne ai tempi dell’Imperatore Costante, nel 669, e che la parte che venne in Italia si stanziò nella Pentapoli. Un documento posteriore del principe Sicardo (a. 833) ricorda il ‘Grauso Bulgarensis’ come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughell., p. 468).”. Ebner, a p. 704, nella nota (3) postillava che: “(3) V. D’AMICO, I bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era volgare. Loro speciale diffusione nel Sannio, Campobasso, 1933. Dello stesso autore, vedi pure ‘Importanza dell’immigrazione dei bulgari nell’Italia’, “Atti 3° Convegno internaz. Studi sull’alto medioevo”, Spoleto 1959, p. 372, Cfr. pure Ebner, Storia, cit. , p. 91 specialmente Economia e Società, cit., p. 28.”. Ebner, a p. 704, nella nota (4) postillava: “(4) G. Malaterra, I, 16.”.

Nel 885, la nascita di “Plaga Sclavorum” al tempo di Niceforo Foca

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “….‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, il Cappelli scriveva che la “Plaga Sclavorum” (o Praia a Mare), sorse al tempo di Niceforo Foca (…..). Il Cappelli, sulla scorta del Lomonaco scriveva che la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Nell’885-886, infatti, venne investito del comando in Italia il più celebre genio militare dell’epoca: Niceforo Foca, detto il Vecchio, per distinguerlo dal più famoso nipote omonimo, l’imperatore Niceforo II Foca (963-969). Egli giunge in Italia con un poderoso esercito, composto oltre che dalle forze di tutti i themata occidentali (Tracia, Macedonia, Cefalonia e Longobardia), anche da truppe scelte di quelli orientali, a cui si aggiunsero truppe armene guidate dal famoso (o meglio famigerato) Diakonitzis. Costui un tempo era stato seguace e sostenitore di Chrysochir, capo degli ertici pauliciani, una setta che per anni aveva dato filo da torcere alle truppe imperiali in Anatolia. Solo nell’872, infatti, Cristoforo, cognato dell’imperatore Basilio I e domestikos etc….Con le forze così considerevoli, dunque, ben presto le potenti roccaforti musulmane della Calabria, una dopo l’altra sarebbero state costrette ad aprirgli le porte. Sbarcato a Taranto, Niceforo si diresse rapidamente sul teatro delle operazioni e, congiunte le sue forze a quelle di Stefano, riuscì a sconfiggere i Saraceni presso Amantea, che subito si sottomise. Dopo questo successo, probabilmente sfruttando l’effetto sorpresa e lo scoraggiamento del nemico, si diresse a sud contro Tropea, anch’essa da anni nelle mani dei Saraceni. Superata anche qui in breve tempo la resistenza musulmana, decise di sferrare il colpo risolutivo e attaccare l’inespugnabile fortezza di Santa Severina……Dopo la morte di Basilio I (29 agosto 886), venne richiamato dall’Italia dal nuovo imperatore Leone VI e nominato domestikos della Scholai, per condurre la guerra contro i Bulgari. Sembra, tuttavia, che Niceforo abbia avuto il tempo di consolidare le sue conquiste, sia calabresi che lucane, e di predisporre un  nuovo assetto politico e militare: ll fatto che questa riorganizzazione potrebbe essere stata completata dal suo successore, Teofilatto, non muta sostanzialmente la sua portata e il suo valore. Vi sono molti indizi che deporrebbero a favore di una vasta riorganizzazione politico-amministrativa della Calabria in quest’epoca, con donazioni di terre ai veterani e fondazione di nuovi insediamenti urbani (Kastra) e comunità di villaggio (chorìa). Etc….

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro 

Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  E, proprio per ovviare ai danni conseguenti alla perdita di Siracusa (878), si concreta di lì a poco in una campagna militare che, al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio riconquista Amantea, Tropea e Santa Severina, occupate dai Saraceni, e ripristina l’antica unità politica dei territori lambiti dal Golfo di Taranto, congiungendo la Calabria settentrionale alla Lucania orientale e parte della Puglia, giacché in tali regioni si verifica, in pari tempo, un riflusso dei longobardi (92). Erc…”. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”.

Il kastron bizantino di Castrocucco

Cattura

(Fig…) Castello di Castrocucco di Maratea (PZ)

Da Wikipedia leggiamo che Niceforo Foca, detto anche Niceforo Foca il vecchio o Niceforo Foca patrizio; in greco: Νικηφόρος Φωκάς (Kappadokia, 830 circa – Bisanzio, 896 circa), è stato un condottiero bizantino, capostipite della famiglia Foca, a cui appartenne anche l’imperatore bizantino Niceforo II Foca (X secolo). Nobile armeno fu patrizio e domestikos tou scholai (Domestico delle Scholae) bizantino. Nell’885 fu inviato dall’imperatore Basilio I, su richiesta del papa Giovanni VIII, a difendere i temi bizantini della thema di Calabria e della Puglia dai Saraceni. Nel biennio 885-886 rioccupò Bari e Taranto in Puglia, Santa Severina, Tropea e Amantea in Calabria, respingendo gli invasori saraceni in Sicilia e nelle altre terre di origine; non riuscì invece la riconquista della Sicilia. Niceforo Foca conquistò inoltre anche i territori longobardi della Calabria e della Basilicata (il principato di Salerno e il ducato di Benevento divennero vassalli dell’Impero bizantino), portando così a termine la riunificazione di quasi tutta l’Italia meridionale sotto la sovranità di Bisanzio. Il generale si preoccupò di rafforzare la difesa dei territori dai Saraceni, invitando le popolazioni a stabilirsi in kastellion, borghi posti nelle alture più facilmente difendibili grazie alla configurazione naturale del terreno, secondo il motto “Ascendant ad montes” (traducibile con “Si stabiliscano sui monti”). Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando delle coste longobarde nell’antica Lucania, a p. 245, ci parla dei ruderi di un antico castello a Castrocucco di Maratea e in proposito scriveva che: “Da nuclei di marinai, stabili a “Sicca”, e da profughi dalla città sul “Palestro”, espugnata, probabilmente, da invasori longobardi, seguiti da altrettanto feroci incursioni saracene, intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4). A prima vista, i ruderi di Castrocucco evidenziano insediamenti avvenuti in due fasi diverse, anche se, cronologicamente vicine. In un primo tempo avvenne l’incastellamento, forse parte di un arimanno e del suo sparuto esercito, in “fara”. Tutto il complesso difensivo fu chiuso da mura con feritoie. Il piccolo agglomerato extra moenia è di epoca posteriore, edificato da “confugientes” della piana, insicura ed esposta a continue incursioni, sia saracene, sia di predoni slavi (5). E nuclei saraceni e schiavoni furono stabili da S. Nicola al Noce. L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X……Tuttavia, le notizie su Castrocucco sono tarde e frammentarie (8). Sappiamo che nel 1079, la piccola chiesa parrocchiale era alle dipendenze dell’episcopato di Policastro, latinizzata (9).”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Soprattutto intorno al 930, in G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; R. Perrone-Capano, Sulla presenza degli slavi in Italia, estrat. Atti Acc. Pontaniana, n.s., XII, 1963; P. Ebner, Storia di un feudo, etc., op. cit., p. 91.”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Quanto resta nell’ASN e ciò che hanno scritto D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce, etc, Sapri, 1965; Fulco, Memorie storiche, op. cit.”. Riguardo la nota (8) e Fulco, il Campagna si riferiva a Fulco A., Memorie storiche di Tortora, Ed. Intercontinentalia, Napoli. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Da documenti manoscritti presso la Curia vescovile di Policastro, Arch. cit.”. Riguardo l’ultima nota (9), il Campagna, fa riferimento alla cosiddetta “Bolla di Alfano I”, un antichissimo documento del 1079, di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio, dove nell’elenco delle 30 parrocchie appartanente alla ricostuita Diocesi Paleocastrense, figurava anche Castrocucco. Di Castrocucco ha parlato Mons. Damiano (…), nel suo ‘Maratea nella storia e nella luce’, etc, Sapri, 1965, in proposito scriveva che: “…………………”. Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 20 parlando della ‘Bolla di Alfano I’ del 1079, nella sua nota (62) postillava  che: “(62) ‘Castru Cuccu’ in ‘a’, ‘Castrocucco in ‘b’, ‘Castrocucco’ in ‘l’, ‘Castrucuccu’ in ‘v’. Il centro ubicato in territorio di Maratea, presso la foce del fiume omonimo, fu abbandonato nel corso del XVI secolo.”.

Il rito greco

Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: A quanto si conosce, fu sempre in vigore nella nostra Chiesa il rito latino, e neppure sotto la dominazione bizantina si potè introdurre il rito greco, che nel vicino Comune di Rivello fu adottato fino al 1572 nella Chiesa di S. Maria del Poggio, dove tuttora si trovano parecchie lapidi e pergamene con iscrizioni greche.”. La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: “Lagonegro…. Riferisce il Falcone che in un muro del Coro furono ritrovati ‘gli Statuti della regola benedettina, scritti a mano con caratteri longobardi’, e conservati fino ai tempi suoi, e nella Chiesa antichissimi scheletri di Frati Benedettini, che furono indi murati dietro l’altare maggiore. Ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a p. 244 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 244, in proposito scriveva che: “Mentre sono poi da citare….., nonchè i rozzi resti di un protiro con leoni stilofori, colonne e capitelli in una cappella di Lagonegro.”. Sempre il Cappelli a p. 245 scriveva che: “…e in una base di croce lapidea nella piazza grande di Lagonegro.”. Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc….Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Volpe (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”

Ajeta e S. Saba da Collesano

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 86, parlando dei monasteri e della regione Mercuriense, citava Ajeta. Il Campagna, a p. 86, in proposito scriveva che: “Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pressante richiesta di soccorso, a causa d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio di Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il racconto e le notizie intorno a S. Saba ed Ajeta sono tratte dallo sudio di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania, che fu pubblicato da Cozza- Luzi (…), nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘. L’opera del Cozza-Luzi, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana.

Gr-Z_0516-00904_122r - Copia

(Fig….) Particolare della carta dell’Italia contenuta Codice Veneziano Marciano greco n. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)(Archivio digitale Attanasio)

NEL 952, S. SABA, I SARACENI, TORTORA E L’ORIGINE DI TORTORELLA

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ipotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di ua zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. In effetti, la tesi del Fulco era già stata ampiamente affermata da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver raggiunto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66 e ss., in proposito scriveva che: Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè a S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion) di Salerno, (232) chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perché oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio, (233), etc…”. Ebner, a pp. 66, nella nota (232) postilla che: “(232) Codex Criptensis B, beta II, f 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che a Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Perla biografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”.

Terranuova di Ajeta

Girolamo Sambiasi (….), nel suo “Ragguaglio di Cosenza”, pubblicato a Napoli nel 1637 (citato da Attilio Pepe), a p. 94 (si veda edizione di Forni) parlando dei “Loria”, in proposito scriveva che Ruggiero di Lauria “Fu conte di Cosentania e fu Signor di Lauria, di Terranuova di Aita, Tortora, Lagonegro e di moltre altre Terre, e Castella poste in Calauuria, in Cicilia & in Ispagna.”. Dunque, il Sambiasi cita una Terra di “Terranova di Aita” che insieme a Tortora, Lauria e Lagonegro erano possedimenti che appartennero agli avi di Ruggero di Lauria. Questa Terra o possedimento o feudo fu citato anche da Rosanna Lamboglia (….) che citava il testo di Girolamo Sambiasi (….) del 1637. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, in proposito scriveva che: “Stando ancora al racconto summontiano, Ruggero sarebbe stato un gran Signore di Sicilia, e nel Regno di Napoli, possedendo molte terre particolamente Terranova (21).”. La Lamboglia, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Come scriveva Attilio Pepe (….), nel suo “Ruggiero di Lauria”, pubblicato a Roma per l'”Istituto Grafico Tiberino, a p. 95, “Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva. E’ molto probabile che questa Platea di beni del 1223 citasse l’antica terra di Terravova di Ajeta. La Lamboglia però fa notare che il Sambiase, nel suo testo, a p. “p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Vincenzo Lomonaco (…) nel suo ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, a p. 11, in proposito di Aieta scriveva che: “Un’antichissima tradizione vuole che la dimora di Ajeta-‘vetera’ siasi circa 900 anni dietro abbandonata per trasmigrare nella novella. La cagione fu la frequenza di orribili tempeste, che desolavano le eminente altura che prima si era prescelta. Ecc..”. Forse è per questo motivo che essa poi in seguito fu detta “Terranuova di Aita”.

Nel X sec., GOFFREDO DI AJETA, longobardo, Signore di Ajeta

Da Wikipedia leggiamo che le origini del borgo di Arena in Calabria sono antichissime, fu colonia greca contemporanea ad Ipponio e successivamente municipium romano all’epoca delle guerre puniche. In epoca medievale fu capoluogo di un feudo molto esteso appunto da meritare il nome di Stato di Arena. Primo signore fu Matteo De Arenis dei Conclubet. I Culchebret (o Conclubet di Arena, anche detti Scullandi) furono una famiglia normanna molto potente e influente nelle vicende storiche, culturali, politiche ed economiche dell’Italia meridionale e della Sicilia, a partire dall’XI secolo. Come vedremo nel mio saggio su Ajeta ritroviamo gli Scullando in alcuni documenti d’epoca Normanna. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 219-220, parlando di Aieta in proposito scriveva che: Il Goffredo, per cui si fece la donazione pro-anima alla Badia di Cava, doveva essere un longobardo, rappresentante di quel particolarismo feudale, così diffuso ai confini tra impero e principato di Salerno. Normanno, sposandone la vedova, divenne signore di Aieta; la dominazione normanna, spesso, si diffuse e si consolidò con parentela acquisita.”. Dunque, il Campagna (…), sulla scorta di un documento del 1065 (per il Campagna e per Leone Mattei-Cerasoli e per il Cappelli datato XI-XII sec.), in cui Normanno e la moglie Adelizia insieme ai figli fanno una donazione pro-anima all’Abbazia di Cava dei Tirreni di alcuni beni tra cui il monastero di S. Nicola di Tremulo ad Ajeta, presso Tortora, dice che il Goffredo “…..per cui si fece la donazione pro-anima alla Badia di Cava, doveva essere un longobardo”. Di Normanno (di Aieta) e di Adelizia ne parla Biagio Cappelli, citando il documento greco del sec. XI-XII, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “…..e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, ecc…”. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”:

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(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in A.S.C.L., VIII, pp. 177-178

Dunque, Goffredo di Ajeta, era un feudatario o Signore di Ajeta sicuramente precedente a “Normanno” che sposò sua moglie Adelizia. Goffredo di Ajeta, pare che figuri solo su questo documento Cavense, che il Campagna dice essere del 1065. Goffredo di Ajeta, sposò Adelizia che più tardi nel 1065 figurava nel documento cavense come sposa di Normanno. Forse Goffredo di Ajeta e Adelizia ebbero come figlio Roberto, infatti nel documento del sec. XI-XII, “Roberto” è detto “figliastro di Normanno”.

Le munifiche donazioni Normanne all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano. ……e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…Interessante a questo proposito è ciò che scriveva Gustavo Breccia (…) che, sulla scorta del Borrelli (…), riteneva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva pure che: “Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. Credo che l’Houben si riferisse al documento di cui stò per parlare. Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Ambedue i documenti sono membranacei e scritti in greco che il Trinchera riporta e traduce il testo in latino sulla parte destra. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in prposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa‘, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

La chiesa di S. Zaccaria ad Ajeta

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, in proposito scriveva che: Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta, ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1). “Ego Normannus et uxor mea Adelizia et Robertus privignus meus et filii mei et pro anima Goffredi de Aita et omnium parentum suorum atque meorum dono et concedo omnipotenti Deo monasterium sancti Nicolai de Tremulo cum pertinentiis suis ecclesiam sancti Zacharie, que est ecc…”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura ‘Arca CXV’, n. 86 è stato pubblicato da D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78.”.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a pp. 219-220, parlando dei signori di Aieta e degli “Scullando“, in proposito scriveva che: Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in un luogo troppo malagevole e battuto dalle tempeste (4). Il monte su cui sorgeva la primitiva Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) ecc..”. Il Cappelli a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11.”. Il Cappelli proseguendo il suo racconto parla della zona di ‘Tremoli’ e dell’omonimo monastero e del monastero di S. Zaccaria. Il Cappelli, a p. 221, aggiunge pure che “La chiesa di S. Zaccaria, cui si riferisce il documento preso in esame, che sorgeva alquanto lontano dal Mercurion dove si trovava anche un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Matina all’atto della sua fondazione (8). Le notizie invece date dal documento e cioè come presso la chiesa che li elevava sotto Aieta e vicino al mare si apriva una grotta, potrebbero a prima vista far supporre che S. Zaccaria si trovasse presso l’abitato di Praia a Mare in vicinanza dell’attuale notissimo Santuario-grotta della Madonna (9) che che molto pobabilmente fu nell’alto medioevo abitato da monaci basiliani.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (9) postillava che: “(9) V. Lomonaco, op. cit., pp. 4 e ssg.”. Infatti, Vincenzo Lomonaco, nel suo ‘Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’, a p. 4 in proposito scriveva che: “Sulla frontiera del tenimento Calabro si vede una spiaggia popolata di bei casini, ecc…A cavaliere della spiaggia suddetta si scorge una montagna, nella cui cavità accorre frequente popolo diverso di abiti e di costumanze. Il nome del villaggio è ‘Praja degli Schiavi’ (‘Plaga Sclavorum’), così detto dagli Schiavi o sia Schiavoni, che molti secoli fa vi lasciarono una piccola colonia. Niuno ignora il commercio che esercitarono in questi lidi i legni Dalmatini, e precisamente Ragusei, i quali son chiamati oggidì Sclavi e Schiavoni. Il monte che siede a cavaliere del vasto lido e del delizioso paesetto, ed in gran parte lo domina; contiene nel suo grembo un’ampia grotta incavata nel vivo sasso, divisa in più ecc..ecc..“. Sulla notizia che “Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio”, il Cappelli nella sua nota (4) a p. 224 postillava che: “(4) Lomonaco V., op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di N D. della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958, che a p. 11, e s. non parla del Matteo che restaurò la Chiesa di Aieta aggiungendoci uno spizio ma ciò probabilmento il Cappelli lo scrive traducendo il documento in questione citato dal Fusco. Il Lomonaco però ci parla dei Scullando e del loro simbolo, l’aquila. Il Lomonaco cita Giovanni Fiore e la sua ‘Calabria illustrata’Il Lomonaco, nella sua nota (1) a p…., postillava che: “(1) Barrio, De antiquitate de situ Calabrie, Roma, 1737, p. 83.”.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

Barbara Visentin (…), nel suo ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a p. 315, parla di: “Aieta-Tortora-Praia a Mare-Papasidero” e della chesa di “1. San Zaccaria. ‘Sancti Zachariae'”, scrivendo in proposito che: “Nell’Archivio dell’abbazia cavense si conserva una carta priva dell’indicazione dell’anno in cui venne redatta, ma in base all’esame paleografico assegnabile, secondo Leone Mattei-Crasoli, alla fine dell’XI o ai primi anni dell’XII secolo (1). Il documento contiene un atto di donazione ‘pro anima Goffredi de Aita’, concesso alla SS. Trinità da Normanno, la moglie Adelizia, il ‘privignus’ Roberto e gli altri figli di Normanno. L’offerta prevede l’ingresso nel patrimonio cavense del ‘monasterium Sancti Nikolai de Tremulo, cum pertinentiis suis’, e della chiesa di San Zaccaria, ‘que est iuxta mare suptus Aitam, accompagnata da tutta la vigna che lo circonda, ‘una cum cripta que est iuxta eam ‘ e da tutta la terra che va da Falconara’ fino a ‘Mali canale’ (2). Nonostante la brevità della carta i riferimenti topografici riportati dal notaio permettono di individuare l’area in cui doveva sorgere il monastero di S. Nicola di Tremulo e quella della terra di Falconara, nella quale era stata edificata la cappella di San Zaccaria. Nel primo caso, risalendo la valle del fiume Lao, si rintraccia la frazione di Tremoli, rientrante nella giurisdizione dell’attuale comune di Papasidero, nel cui toponimo sembra conservarsi il ricordo dell’antico cenobio di San Nicola ‘de Tremulo’ menzionato nella donazione di Normanno (3). L’ubicazione della chiesa di San Zaccaria va, invece, cercata vicino al mare, dove si trovano disseminate una serie di grotte, lungo il tratto che dalla contrada Falconara, oggi nel Comune di Praia a Mare, raggiunge a nord la fiumara di Castrocucco, che corrisponde al ‘Mali canale’ dell’atto.”. La Visentin (…), a p. 315, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AC, CXC 86, edito in L. Matti-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL”, 8 (1938), cit., pp. 175, 177-178. Cfr. anche B. Cappelli, Una carta di Aieta del secolo XI in “ASCL” 12 (1942), pp. 211-216, poi confluito in B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963, pp. 219-224.”. La Visentin (…), a p. 315, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Venereo, Dict., vol. II, p. 245; vol. III, p. 590.”. La Visentin (…), a p. 315, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il monatero potrebbe identificarsi con quello di S. Nicola ‘apud oppidum Mercurii’, ricordato nelle bolle papali dal 1100 al 1168 subito dopo il monastero di S. Pietro di Scalea. Cfr. la scheda della chiesa di S. Nicola di Scalea infra.”.

Nel 1057, Ruggero I d’Altavilla e SCALEA donatagli dal fratello Guglielmo, figlio di Fresenda e conte del Principato

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, gli mandò dei messaggeri invitandolo a venire da lui: gli fece sapere che avrebbe potuto condividere con lui quello che egli aveva e gli assicurò che, eccetto la moglie e ifigli, niente egli voleva possedere che Ruggero non considerasse anche suo. Al suo arrivo costui venne accolto con il dovuto onore. Dopo essere rimasto alquanto con il fratello, infine ricevette da lui un castello in località chiamata Scalea; e quindi, facendo molte incursioni in direzione del Guiscardo, non diede tregua per tutto il territorio. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni, riferendosi agli anni 1048-1049-1050 scriveva che: “Fu proprio durante questi anni di guerre e di confusione che Scalea venne occupata dai Normanni, ma non possiamo escludere che precedentemente, forse per breve tempo, fosse stata possesso del principe di Salerno. Comunque stiano le cose, nel 1057, alla morte di Umfredo, quando Roberto il Guiscardo, calpestando i diritti dei figli del defunto, assunse il titolo di conte di Puglia e di Calabria, Scalea non apparteneva direttamente a lui, ma proprio il fratello Guglielmo, conte del Principato. Ciò si desume dal fatto che, forse con l’intenzione di stringere con lui un’alleanza matrimoniale dandogli in moglie una figlia, Guglielmo cedette il castello di Scalea a Ruggiero, uno degli ultimi degli Altavilla a giungere in Italia, ma anche uno dei più capaci e valorosi, tanto che suo fratello Roberto lo aveva voluto al suo fianco nella conquista della Calabria: ma proprio nella spartizione del frutto dei saccheggi Ruggiero, sentendosi trascurato e defraudato della sua parte di bottino e di conquiste, ruppe con il fratello e si rifugiò a Scalea, cedutagli da Guglielmo. Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, ecc..”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, a p. 22, in proposito scriveva che: “I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà dell’XI secolo: erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla. Roberto il Guiscardo e Ruggero, con le loro truppe normanne, avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria. Mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della regione, improvvisamente i due fratelli litigarono e si divisero. Roberto andò verso il sud della Calabria, Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli, da suo fratello Guglielmo ‘braccio di Ferro’. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso tempo fece costruire un castello. Fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese: a nord la porta Marina e a sud quella ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo , comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica, oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria. Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile, a cui faceva capo anche la sua flotta, e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, detto ‘braccio di Ferro’, nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Interessante è la notizia riportata da Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione Mercuriense” etc…”, a p. 115 parlando di Grisolia scriveva che: “E’ lecito presupporre che il ………………, per sfuggire le incursioni normanne, sappiamo che Ruggero d’Altavilla usò come base operativa il castello di Scalea per la conquista dei casali della costa, abbia abbandonato la grancia di S. Nicola e S. Angelo (11), in posizione vulnerabile, e si sia rifugiato alla “Cupa”, ecc…”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Successivamente la grancia dipese dal monastero basiliano di S. Giovanni a piro, in P.M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Sempre il Campagna, a p. 130 riferendosi alle istituzioni monastiche sorte nell’area del “Mercurion” e sulla costa calabra, riferendosi a Majerà scriveva che: “La gente vi trovò protezione e sicurezza, soprattutto dopo la battaglia di Civitate (giugno 1053), e dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (16 luglio 1054), avvenimenti che diedero la sostituzione violenta del potere bizantino col normanno, mentre il rito latino veniva imposto alle abbazie ortodosse. Le più riottose, sottoposte ad azioni belliche del Guiscardo, da S. Marco, e di Ruggero, da Scalea, scomparvero.”. Orazio Campagna, a p. 169 scriveva pure che: “ora territorio di Diamante, ove i Basiliani, nonostante reiterate incursioni saracene, sarebbero rimasti fino al 1059, quando, dopo il concilio di Melfi, fu impresa vana resistere alle razzie del Guiscardo da S. Marco Argentano, alla sanguinosa guerriglia di Ruggero I da Scalea (210).”. Il Campagna, a p. 169, nella nota (210) postillava che: “(210) J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Ed. Mursia, 1974, pag. 92 e sgg. Scalea pag. 135 e sgg.”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “……gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Ecc…”. Dunque, il Colombaro scriveva che ad un certo punto la situazione economica in Calabria era diventata insostenibile che la povera popolazione si ribellò a Ruggero I d’Altavilla.  Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella. Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non ecqua di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, se l’ambizione del conte Ruggero non eguaglia la cupidigia smisurata di Roberto il Guiscardo, che spesso suol essere “in omnibus praesumptuosissimus et magnarum rerum audacissimus attentator”, talvolta essa lo costringe – e specialmente nei tempi della grama giovinezza – ad azioni, che gli fanno poco onore. Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, agli inizi del 1058, incollerito, Ruggero abbandonò il fratello Roberto. Uno dei vantaggi che gli derivava dall’essere giunto così in ritardo in Italia era che si trovavano ora saldamente stabiliti molti suoi fratelli, ed egli poteva rivolgersi ora all’uno ora all’altro; accettò pertanto l’invito di Guglielmo conte del Principato che, a soli quattro anni dal suo giungere in Italia, si era reso padrone di quasi tutto il territorio di Salerno a sud della città e che offriva a Ruggero di condividere con lui tutto ciò che possedeva in misura uguale “ad eccezione” come Malaterra ha cura di precisare “della moglie e dei figli”. Fu così che di li a poco Ruggero si trovò installato in un castello sul mare a Scalea, posizione strategica di prim’ordine della quale effettuare lucrose incursioni, specie per razziare cavalli e fare scorrerie nei territori appartenenti al Guiscardo. Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Norwich, a p. 134, nella nota (5) postillava che: “(5) Ruggero viene alle volte soprannominato Bosso; ma questo nome non viene usato di frequente, non è necessario né melodico, quindi può essere ignorato. Tende pure a confonderlo con il nipote: Ruggero Borsa, di cui faremo conoscenza più in là”Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 38 e ssg., in proposito scriveva che: “Ruggero porta a termine l’incarico ricevuto e rientra con un bottino abbondante, con il quale tutto l’esercito può trovare ristoro e recuperare le forze. Quando, però, chiede al fratello il denaro con cui pagare i soldati, costui, forse per gelosia per i suoi successi, gli oppone un rifiuto; allora ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo, che lo pone a capo della città di Scalea, da dove inizia a saccheggiare i possedimenti del Guiscardo. Nello stesso periodo continua, però, a comportarsi anche da predone: assalta dei ricchi mercanti amalfitani e con il bottino ricavato arma nuovi soldati e continua le incursioni contro le terre del fratello.”. Qui però il Credidio commette un grave errore scrivendo che Ruggero “ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo”. Guglielmo, conte del Principato, suo fratello perchè figlio di Fresenda non era in Puglia ma si trovava nei suoi possedimenti del Salernitano.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) la firma del patto per la spartizione dei territori

Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”.

Nel 1065, “Rogkerius Scelland (i)” in una carta greca del monastero di S. Maria della Mattina

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) …..Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque, il Cappelli nella sua nota (5) di p. 224, parlava di un personaggio Normanno che chiama “Rogkerius Scelland (i)”. Ruggiero Scellandi, dice il Cappelli, figura su un antichissimo documento (carta greca) del 1065, tra i presenti testimoni all’atto di donazione di alcuni beni alla chiesa di S. Maria della Mattina in Calabria. Sempre il Cappelli (…), a p. 221, parlando del monastero di S. Zaccaria esistente in questa stessa regione del Mercurio, a p. 221, ritorna sul documento del 1065 e dice: “un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Mattina all’atto della sua fondazione (8).”. Dunque il Cappelli quando dice di questo Rogkerius Scelland (i), si riferisce al documento di cui ora parlerò. Il Cappelli a p. 221, nella sua nota (8) postillava che: “(8) A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’ (Studie e Testi 197), Città del Vaticano, 1958, pp. 5, 9. ecc..”. Biagio Cappelli, si riferisce ad una carta o pergamena greca del 1065, un atto di donazion in cui figurerebbe un personaggio normanno certo “Rogkerius Scelland (i)”, tra i testimoni, cita le carte greche pubblicate da Alessandro Pratesi (…), nel suo ‘Carte latine di Abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’ che il Pratesi pubblicò nel 1958 a Città del Vaticano e di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio dal titolo: “Il 31 marzo 1065, Roberto il Guiscardo dona le due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e S. Nicola “de abbate Clemente” al monastero di Santa Maria della Matina in Calabria” nel mio saggio ivi: “Nel 1065, Roberto il Guiscardo e le nostre terre”. In particolare il Cappelli si riferisce a due carte pubblicate dal Pratesi a p. 5 e 9. Il Pratesi (…), a p. IX, ci spiega della carta latina, documento n. 1, la donazione del 1065, che si compone come vediamo di due parti: “la Notizia (1) della dedicazione della chiesa abbaziale e del Diploma di Roberto il Guiscardo e della moglie Sichelgaita rilasciato in quella occasione” :

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(Figg….) Pratesi Alessandro (…), pp. 3-4-5, pergamena (Documento n. 1 – Praeceptum) del 31 marzo 1065 (?), Atto di dedicazione al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria.

In particolare si vede in basso, nella pagina pubblicata in alto (p. n. 5 del Pratesi) “Testes huius carte fuer (un)t R(osellus), Gualter) ius s(e)nescalco, (E)rverius coco, Rogkeruis Scelland(i), Luvellus de Braalardo (et Odo candi)daTUS.”, dunque un “Rogkerius Scelland (i)” fra i testimoni presente all’Atto di concessione di Roberto il Guiscardo con la moglie Sighelgaita. Ma chi era questo personaggio, forse pure lui Normanno detto nel documento Ruggero Scelland ?. A p. 5 il Pratesi pubblica la notizia della dedicazione e a p. 9 vi è l’atto vero e proprio. In particolare notiamo che in questo documento datato anno 1065, figura anche un “Nicholaus Scaranus”. Il cognome di Scarano, oggi, è molto diffuso nel basso Cilento. Troviamo molti Scarano a Scario. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito agli Scullando: Giovanni e Matteo, parlando di Aieta, citava lo stemma dell’aquila degli Scullando, Signori di Aieta e aggiungeva: “….signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma.”Sempre su Aieta e gli Scullando, in generale il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Sempre Biagio Cappelli (…), sui documenti della regione, a p. 222, in proposito scriveva che: “….nei documenti medioevali latini della regione. In vari di questi (12) ecc..”. Il Cappelli a p. 224, nella sua nota (12) postillava che: “(12) O. L. Mattei-Cerasoli, op. cit., in A.S.C.L., VIII (1938) p. 173, doc. del 1189; p. 277, doc. del 1117; IX (1939), p. 290, doc. del 1512; ecc…”. Sempre il Cappelli (…) a p. 224, nella sua nota (13) postillava che: “(13) D. Damiano, Maratea etc., Rovigo, 1954, ill. tra le pp. 64-65.”. Mons. Damiano (…), nel suo “Maratea nella storia e nella luce della fede”, sec. ediz., Roma, ed. Missioni, pubblicato nel …………., in proposito a Maratea scriveva che: “……………….”. Il Cappelli citava alcune carte latine pubblicate da Leone MatteiCerasoli (…). Si tratta di Leone Mattei-Cerasoli (…) e del suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938). Il Cappelli, citava i seguenti documenti latini: “p. 173, doc. del 1189; p. 277, doc. del 1117; ecc..”. Dunque una carta latina datata anno 1189 e un’altra carta latina datata anno 1117.

Nel 1065 (per il Campagna), ‘Normanno’ e la moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donarono il monastero di S. Nicola di Tremulo ad Ajeta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, in proposito scriveva che: Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta, ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1). “Ego Normannus et uxor mea Adelizia et Robertus privignus meus et filii mei et pro anima Goffredi de Aita et omnium parentum suorum atque meorum dono et concedo omnipotenti Deo monasterium sancti Nicolai de Tremulo cum pertinentiis suis ecclesiam sancti Zacharie, que est ecc…”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura ‘Arca CXV’, n. 86 è stato pubblicato da D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando di Aieta, citava i primi feudatari di ‘Ita Vetere’ e diceva che: Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente.”. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, ecc…”. Di Normanno (di Aieta) e di Adelizia ne parla Biagio Cappelli, citando il documento greco del sec. XI-XII, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG

Mattei-Cerasoli, ASPC, VIII, p. 178

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, pp. 177-178

Anche lo studioso Orazio Campagna parlò dell’antica donazione di Normanno e Adelizia pro-anima a Goffredo di Ajeta, che donarono il monatero di S. Nicola di Tremulo all’Abbazia di Cava dei Tirreni. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 218-219, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………Nel 1065 Normanno risulta signore di Aieta. Il nome, in sè emblematico, mette in evidenza l’origine normanna dei nuovi padroni (94). Ecc..”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (94) postillava che: “(94) Normanno, la moglie Adelizia, i figli, il figliastro fecero una donazione pro-anima alla Badia di Cava, per l’anima di Goffredo di Ajeta e di tutti i parenti, sia di Adelizia che di Normanno. Donarono, oltre il monastero basiliano di S. Nicola di Tremoli, la chiesa di S. Zaccaria, presso il mare, sotto Ajeta, con annessa vigna, una grotta con terreni, da Falconara a Malcanale, in D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava etc., in A.S.C.L., VIII (1938).”. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a p. 315, parla di: “Aieta-Tortora-Praia a Mare-Papasidero” e della chesa di “1. San Zaccaria. ‘Sancti Zachariae'”, scrivendo in proposito che: “Nell’Archivio dell’abbazia cavense si conserva una carta priva dell’indicazione dell’anno in cui venne redatta, ma in base all’esame paleografico assegnabile, secondo Leone Mattei-Cerasoli, alla fine dell’XI o ai primi anni dell’XII secolo (1). Il documento contiene un atto di donazione ‘pro anima Goffredi de Aita’, concesso alla SS. Trinità da Normanno, la moglie Adelizia, il ‘privignus’ Roberto e gli altri figli di Normanno. L’offerta prevede l’ingresso nel patrimonio cavense del ‘monasterium Sancti Nikolai de Tremulo, cum pertinentiis suis’, e della chiesa di San Zaccaria, ‘que est iuxta mare suptus Aitam, accompagnata da tutta la vigna che lo circonda, ‘una cum cripta que est iuxta eam ‘ e da tutta la terra che va da Falconara’ fino a ‘Mali canale’ (2). Ecc..”. La Visentin (…), a p. 315, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AC, CXC 86, edito in L. Matti-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL”, 8 (1938), cit., pp. 175, 177-178. Cfr. anche B. Cappelli, Una carta di Aieta del secolo XI in “ASCL” 12 (1942), pp. 211-216, poi confluito in B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli, 1963, pp. 219-224.”. La Visentin (…), a p. 315, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Venereo, Dict., vol. II, p. 245; vol. III, p. 590.”. Il Campagna, a p. 220 scriveva di Aieta dicendo che: “Il Goffredo, per cui si fece la donazione pro-anima alla Badia di Cava, doveva essere un longobardo, rappresentante di quel particolarismo feudale, così diffuso ai confini tra impero e principato di Salerno. Normanno, sposandone la vedova, divenne signore di Aieta; la dominazione normanna, spesso, si diffuse e si consolidò con parentela acquisita.”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219, in proposito a questa antichissima pergamena conservata negli Archivi della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, pubblicata dall’archivista Leone Mattei-Cerasoli (…) scriveva che: “Il documento mentre ha una certa importanza filologica ecc…ecc…, ci fa conoscere il nome di un altro monastero della regione del Mercurion e ci offre parecchi dati per l’ubicazione precisa di una chiesa posta sulla marina di Aieta. E tutti questi riferimenti topografici penso poter stabilire ancora più precisamente per avere una diretta conoscenza dell’intera zona indicata.”. Il Campagna, a p. 220 scriveva di Aieta dicendo che: “Il Goffredo, per cui si fece la donazione pro-anima alla Badia di Cava, doveva essere un longobardo, rappresentante di quel particolarismo feudale, così diffuso ai confini tra impero e principato di Salerno. Normanno, sposandone la vedova, divenne signore di Aieta; la dominazione normanna, spesso, si diffuse e si consolidò con parentela acquisita.”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito agli Scullando: Giovanni e Matteo, parlando di Aieta, citava lo stemma dell’Acquila degli Scullando, Signori di Aieta e aggiungeva: “….signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma.”Sempre sugli Scullando, in generale il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”.

Come è scritto nella pergamena di Aieta del 1198, “Matthaeo” dominus con la madre Clementia del feudo di Aieta, dunque Matteo Scullando figlio di Riccardo Scullando e di Clementia di Aieta. Dunque, il Matteo Scullando che troviamo nel documento del 1198 pubblicato dal Trinchera (…) era figlio di Riccardo Scullando di Aieta e di Clementia come si desume da questa pergamena pubblicata da Leone Mattei-Cerasoli (…) e citato dal Cappelli (…), in cui, nel sec. XI-XII, Normanno di Aieta, colla moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donano al monastero Cavense il monastero di S. Nicola di Tremolo e la chiesa di S. Zaccaria di Aieta. Del monastero di S. Nicola di Tremulo e della chiesa di S. Zaccaria ad Aieta. Ma il documento è interessante perchè da esso si comprende l’origine di questa anticihissima famiglia Normanna: gli Scullando.

Nel novembre 1089 (secondo l’Houben), due monasteri del Vallo di Diano: di S. Nicola al Turone e San Simeone (poi intitolato Santa Maria di Cadossa), furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava

Barbara Visentin (…), nel suo recentissimo, ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, non dice nulla su questo antico monastero basiliano. Scrive sempre la Visentin (…) a p. 75 che: “Secondo il Sacco il monastero di San Nicola di Padula sarebbe da identificare con il monastero di San Nicola al Turone che, nell’aprile del 1538, diviene una dipendenza della vicina Certosa di San Lorenzo (237), mentre il monastero di San Simeone di Montesano, in un’epoca imprecisata, avrebbe cambiato il proprio titolo in quello di Santa Maria di Cadossa, godendo di vita autonoma fino all’ottobre del 1514, quando risulta ugualmente sottomesso ai monaci di San Lorenzo (238).”. La Visentin (…), si riferiva all’opera di Antonio Sacco (…), al suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’, 4 voll…, Roma, Tipografia dell’Unione, 1914-1430, poi in seguito ristampato con premessa da Vittorio Bracco (….), nel 1982 per l’edizione Boccia. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (237) postillava che: “(237) A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, 1916-30, vol. II, pp. 133,153, 154.”. La Visentin (…) a p. 74, nella sua nota (238), riferendosi al Sacco (…) postillava che: “(238) Per i monasteri di S. Nicola ‘de Padule’ e di S. Simeone ‘de castello Montesano’, si veda anche la scheda relativa al monastero di S. Giovanni de Layta.”. La scheda di S. Giovanni de Layta citata dalla Visentin nella sua nota (238) a p. 75, si trova a p. 74 dove parla di “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula‘. La Visentin a pp. 74-75, parla dei monasteri di Padula – Montesano sulla Marcelliana ma si occupa del monastero di S. Nicola o “Sancti Nicolai, quod dicitur de Padula”, dove cita l’unico documento superstite che lo menziona, ovvero (dice) la ‘Cartula offertionis’ che, nel novembre del 1086, Ugo de Avena, una cum uxore Emma et filio Ugo’, concedono a Pietro, ‘venerabilis abbas’ della SS. Trinità di Cava (234). La donazione interessa le fasi iniziali della penetrazione cavense nelle terre del Vallo di Diano e riguarda l’offerta di ben tre monasteri, ciascuno accompagnato da ‘omnibus rebus sibi pertinentibus de cultum vel incultum, mobilibus et immoblibus’. Il primo ad essere ricordato è il cenobio di San Giovanni ‘in loco Layta’, nei pressi del ‘castrum Mercurii’, segue il ‘monasterium Sancti Nicolai, quod dicitur de Padule (235) e infine il ‘monasterium Sancti Simeonis’, edificato ‘in loco pertinentiis de castello Montesano’.”. La Visentin si riferisce ad un privilegio conservato nell’Archivio della Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, che fu citato anche da Biagio Cappelli. Il documento è stato trascritto anche da Carmine Carlone e prima ancora da Pietro Ebner. Citato pure dall’Antonini e dal Gatta. La Visentin (…), riguardo l’antico privilegio citato di Ugo d’Avena a p. 74, nella sua nota (234) postillava che: “(234) AC, C 9.”, ovvero Archivio Cavense, Arca, C 9. Su questa antichissima donazione di Ugo d’Avena, il documento del 1089, citato da Houben (…), è stato citato pure da Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

Mattei-Cerasoli, p. 176

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175Questo documento citato dalla Visentin non è solo “l’unico documento superstite che menziona il monastero di San Nicola di Padula”, ma è forse uno dei più antichi documenti risalente alla prima epoca Normanna nell’Italia Meridionale. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini’ nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48). Solo successivamente, e in un momento che lo studioso non è in grado di precisare, questo stesso cenobio avrebbe cambiato ‘titulus dedicationis’ per assumere quello di Santa Maria di Cadossa, restando, fino all’inclusione nel patrimonio della Certosa, sotto la reggenza benedettina (49).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 129, nella nota (49) postillava: “(49) “Non pare che Santa Maria sia stato il primo nome della badia di Cadossa, la quale nella sua prima origine si connette con la famosa badia di Cava dei Tirreni” (A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., vol. II, p. 82). In un momento imprecisato della sua storia San Simeone avrebbe cambiato intitolazione, ma l’A. non è in grado di stabilire né “come o quando ciò sia avvenuto”; egli si affida solamente “all’autorità del Giustiniani” il quale aveva appunto identificato San Simeone con Santa Maria senza disporre, per altro, di alcun riferimento documentario certo.”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva pure che: “Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. Credo che l’Houben si riferisse al documento di cui stò per parlare. Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Ambedue i documenti sono membranacei e scritti in greco che il Trinchera riporta e traduce il testo in latino sulla parte destra. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “…si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in proposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa’, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 44, in proposito scriveva che: “Nel 1086 il signore d’Avena – oggi frazione di Mormanno a mezza strada da Papasidero, in provincia di Cosenza – Ugo, insieme con la moglie Emma, donò alla Santissima Trinità di Cava (147) il monastero di San Nicola, ‘quod dicitur de Padula’, unitamente al San Simeone ‘in loco pertinenciis de Castello Montesano’ e al San Giovanni ‘in loco Layta, qui est propre Castro Mercurio’ (148). E’ il San Nicola al Torone, altrimenti detto “del monaterio”(149) in relazione alla sua destinazione, che lo distingueva dagli altri San Nicola del paese (150).”. Il Tortorella, a pp. 44-46, in proposito aggiungeva che: “La donazione alla Badia cavese rispondeva ad un’azione del potere normanno, sostenuto dalla Chiesa di Roma, volta contro la preponderanza di monaci e monasteri greci in una vasta area meridionale, i quali rappresentavano per i nuovi signori il pericolo di mantenere il territorio e le popolazioni, anche dopo la caduta di Bari e del ‘Catepanato’, nella sfera d’influenza, sprattutto religiosa e culturale, bizantina (152). Gli espliciti riferimenti contenuti nel’atto di donazione e l’esistenza, ormai accertata, del San Simeone di Montesano (153) possono bastere a confutare le ipotesi gratuite del Mattei-Cerasoli (154), il quale attribuisce le indicazioni topografiche a inesistenti località nei dintorni di Papasidero (155); simile è la posizione di Cappelli (156), che aggiunge, ad avvolorare la sua tesi, l’essere tuttora titolo dell’arciprete di San Giovanni Orsomarso (157) anche quello d’abate San Nicola.”.

Il monastero di S. Giovanni Battista ad Ajeta

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, a p. 329, parlando del monastero di S. Basilio Craterete, citava un altro monastero di Ajeta e scriveva che: “l’igumeno del quale era tenuto, insieme ai superiori di altri sei monasteri della diocesi di Cassano tra cui quello di S. Giovanni Battista ad Ajeta, a presentarsi personalmmente il giovedì santo e l’8 settembre di ogni anno vestito dei paramenti abbaziali al vescovo cui nella cattedrale cassanense offriva un tributo di omaggio (36).”. Il Cappelli a p. 344, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Minervini A., op. cit., p. 32.”. L’opera del Minervini è “Cenno storico della chiesa cattedrale di Cassano e sua diocesi”, Napoli, 1847.

Nel 1089, il monastero di ‘S. Giovanni di Layta’

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle “4.3. Le origini”, nel cap. 4.3, a p. 128, nella sua nota (48) postillava in proposito che: “(48) Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in ertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio (…) a pp. 128-129, in proposito scriveva che: “Nella ricostruzione proposta da Antonio Sacco la data di fondazione dell’Abbazia cadossana risalirebbe ad un’epoca anteriore al 1089, anno in cui, sotto l’antica intitolazione a San Simeone, lo stesso ente monastico sarebbe stato concesso alla S.ma Trinità di Cava dei Tirreni dal normanno Ugo d’Avena (48).”. La Alaggio, a p. 128, nella nota (48) postillava: “(48) A. Sacco, La certosa di Padula etc.., op. cit., Ibidem, p. 131. Insieme a San Simeone, “in pertinentiis castelli Montesani”, Ugo d’Avena donò anche il monastero di San Giovanni, “in loco Layta”, e quello di San Nicola, “quod dicitur de Padula” (AC, C, 9).”. La Alaggio, a p. 130, in proposito scriveva che: “Tutto il processo di ricostruzione proposto da Antonio Sacco prende inizio da un diploma del 1086 attestante la donazione del cenobio cadossano, sotto diversa intitolazione, alla S.ma Trinità di Cava. Lo stesso studioso, quindi, avrebbe registrato come un episodio del tutto occasionale e irrilevante la temporanea sottomissione, tra il XIV etc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che a p. 106, in proposito scriveva che: Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113).”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Infatti, Leone Mattei-Cerasoli (…), pubblicava questo documento intitolato “San Giovanni di Mercurio”, nel suo ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938, a p. 175.

Mattei Cerasoli, Aieta, p. 176.PNG

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, p. 175

Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Sempre a proposito delle origini benedettine di questo monastero, Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio ‘Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, riferendosi alla donazione di Ugo d’Avena del 1089, a p. 146, in proposito aggiungeva a p. 146 che: Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, secondo il Vitolo, sulla scorta del Guillaume, non solo la donazione di Ugo d’Avena del 1089 all’Abbazia di Cava dei Tirreni fu annullata ma, egli aggiunge pure che i due monasteri di S. Nicola e di S. Simeone: già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in propsito scriveva che: “Nel novembre del 1086 Ugo ‘de Avena’, accompagnato dalla moglie Emma e dal figlio, offre alla SS. Trinità di Cava, ‘ubi domnus Petrus venerabilis abbas preest’, ben tre monasteri, ‘unum quod dicitur Sancti Iohannis in loco Layta, qui est propre castro mercurio…..; alio vero monasterio Sancti Nicolay, quod dicitur de Padule….alio vero est monasterio Sancti Simeonis in loco pertinentiis de castello Montesano’ (8). Secondo le indicazioni fornite dal Sacco i cenobi donati risulterebbero dislocati in ambiti territoriali piuttosto distanti tra loro, riconoscendo per l’ubicazione delle comunità di S. Nicola e di S. Simeone l’area del ‘Vallum Diani’, all’interno dei quali si collocano i centri attuali di Padula e Montesano sulla Marcellana (9), mentre per il monastero di San Giovanni ‘de Layta apud castrum Mercurii’ (10) le terre tra i comuni di Papasidero, e Santo Janni, contrada a pochi chilometri ad est di Laino Castello. Dopo questa data i complessi monastici di Padula e Montesano non si rintracciano più nella poderosa mole della documentazione cavense, almeno non con la medesima indicazione riportata dalla ‘cartula offertionis’ di Ugo, sembrerebbe così che il possesso della Trinità sulle dipendenze dianensi non si sia mai trasformato in un dominio reale oppure abbia subito un annullamento immediato (1).”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), a p. 146, in proposito scriveva che: Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95).. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Dunque, il Vitolo scriveva che è molto probabile che la donazione di Ugo d’Avena non riguardasse, come sosteneva il Sacco, il monastero di San Simeone nel Vallo di Diano ma si trattasse di un monastero intitolato a S. Simeone posto nella regione del Mercurion. Il Vitolo, sulla scorta del Guillaume sosteneva che questo monastero (donato da Ugo d’Avena nel 1089 all’Abbazia di Cava), non figurava tra quelli citati nella bolla di papa Urbano II. Stessa cosa scrisse l’Houben, Orazio Campagna (…), la Visentin e l’Alaggio. Barbara Visentin, nelle ‘Fondazioni della Calabria’, del suo ‘Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV)’, a pp. 316-317, parla di: “LAINO-CASTELLO” e della chiesa di “1. San Giovanni. ‘Sancti Iohannis in loco Layta” in proposito scriveva che: “Nel 1938 Leone Mattei Cerasoli manifesta il suo scetticismo nel rintracciare l’ubicazione dei monasteri di S. Nicola e di San Simeone all’interno dei confini del ‘Vallum Diani (12), in un territorio morfologicamente e culturalmente alquanto lontano dal ‘castrum Mercurii’ (13), nei pressi del quale sorge il terzo dei monasteri acquisiti da Cava. I toponimi di Padula e Montesano sarebbero, dunque da rintracciare nelle terre limitrofe alle località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam località di Avena e Laino, dove il monastero di San Nicola potrebbe verosimilmente identificarsi con l”ecclesiam Sancti Nicholai apud oppidum Mercurii’ (14), menzionata dal 1100 al 1168 nelle bolle pontificie di Pasquale II (15), Eugenio III (16) e Alessandro III (17), e il monastero di San Simeone potrebbe aver mutato la propria dedicazione in quella di ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’, rintracciata nel 1089 all’interno del privilegio di Urbano II, tra le dipendenze ‘in Mercuri’ insieme all”ecclesia Sancti Iohannis’ (18). Ecc…”. La Visentin, a p. 317, nella nota (9) postillava: “(9) AC, C, 9 e la scheda dei monasteri di S. Nicola de Padule e S. Simeone de castello Montesano”. La Visentin, a p. 317, nella nota (12) postillava: “(12) L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in “ASCL” 8 (1938), cit., pp. 174-176.”. Infatti, la Visentin, sulla scorta del Guillaume aggiunge che il monastero di S. Simeone citato nella donazione di Ugo d’Avena doveva essere, molto probabilmente il monastero di S. Quaranta che ritroviamo nella bolla papale di Urbano II. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, nell’edizione pubblicata recentemente a cura di E. A.G. Ruocco (…), per i tipi di Palladio, nel 2018, a p. 80, in proposito scriveva nel 1877 che: “…i monasteri senza numero sottomessi all’abate Pietro e ai suoi religiosi”, ovvero i monasteri che furono donati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, all’epoca retta da Pietro da Pietro Pappacarbone erano numerosissimi e questi, tra cui anche (dice a p. 80), le donazioni: “Nel 1086 troviamo sucessivamente: Rainolfo Brittone che dona loro, oltre a un’infinità di chiese, il monastero di S. Pietro d’Olivella; Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, il monastero di S. Pietro di Polla; Ugo d’Avena monasteri di S. Giovanni di Layta, presso Noia, di S. Nicola di Padula e di San Simone di Montesano.”. Dunque, forse l’equivoco nasce proprio dal Guillaume. Ma sempre il Guillaume, a pp. 67-68, in proposito scriveva che: “Pochi giorni dopo il concilio di Melfi, Urbano II si reca a Venosa, e qui dà all’abate Pietro, suo confratello e correligioso (43), una bolla importantissima. Porta la data del 21 Settembre 1089 e fu redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, allora cardinale-diacono della Santa Chiesa e più tardi papa, con il nome di Gelasio II (1118-19). Con questa bolla il grande pontefice prende sotto la sua tutela e protezione particolare il manastero di Cava, che dichiara immediatamente ed esclusivamente sottomesso alla Santa Sede; poi enumera e conferma le abbazie, i priorati e le chiese principali che dipendevano dalla Santa Trinità; ugualmente conferma tutti i beni, borgate, castelli che le erano stati donati fino a quel giorno o che le sarebbero stati donati in avvenire etc…”. Il Guillaume, a p. 68, nella nota (45) postillava: “(45) Vd. il testo di questa bolla nell’Appendice, Let. F.”. Nel testo a cura della Ruocco, l’Appendice non viene riportata ma la ritroviamo nel testo francese del Guillaume ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits’, a p. XX, dove rileggendo i titoli delle chiese troviamo il monastero di S. Quaranta, ovvero ‘manaterium Sanctorum Quadraginta’ , come scriveva la Visentin e, come scriveva il Vitolo, i due monasteri, quello di S. Nicola e di S. Simeone non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava.

Blanda nel IV o V sec. d.C.

Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”.

Nel VI sec., le prime diocesi: Paestum, Bussento, Blanda

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (9), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

L’antica diocesi di Talao (Scalea) che ebbe solo un Vescovo

Angelo Bozza (…), nella sua “La Lucania etc…”, a p. 215 del vol. II, parlando di Scalea scrive che: “Si vuole che quì sia stata l’antica città di Lao, o Talao; ed avvalora un tal sospetto l’esservi rinvenute fuor delle mura dell’attuale edifizio, molti ruderi di acquedotti, di mura, di ipogei, ed un tempietto con un titolo di marmo, fatto spezzare da un’arciprete intollerante, con altre anticaglie.”. Nicola Maria Laudisio (4), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (17), dalle Memorie Lucane, Cap. II, p. 34 del Gatta (14), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (16), e dal Barrio (31), scriveva nel 1831 in proposito: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Laudisio (…) e tratta dal Barrio (…), secondo cui quindici località citate nella nota lettera pastorale o ‘Bolla di Alfano I’, nel 1831, al tempo in cui scriveva il Laudisio, appartenevano alla Diocesi di Cassano Ionico, ma che, secondo un’antica tradizione che si narra a Scalea, nella vicina Calabria, un tempo le quindici località, fossero appartenute all’antichissima diocesi di Talao, citata anche da Strabone, e che secondo la tradizione locale, in questa Diocesi, il primo suo vescovo fu ucciso, la sede vescovile su subito soppressa e le quindici località non furono più restituite alla Diocesi di Policastro. Il Laudisio (…), continuando il suo racconto sulle ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Benedetto Alfano I’, aggiungeva e citava la leggenda che si narra a Scalea sull’antica diocesi di Talao. Dunque, il Laudisio (…), continuando il suo racconto cita un’antica tradizione che si narra a Scalea secondo la quale: “la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località;”. Dunque, secondo questa leggenda orale, a Scalea si dice che le ultime quindici località elencate nella ‘Bolla di Alfano I’, nell’antichità facessero parte dell’anticihissima diocesi cristiana di Talao che però – sempre secondo la leggenda – ebbe solo un vescovo il quale fu ucciso. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Dunque, secondo la leggenda citata dal Laudisio, queste 15 località facevano parte della diocesi di Talao e poi furono aggregate nel 1079 alla restaurata diocesi di Policastro. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I°’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Dunque, nella ‘Bolla di Alfano I°’ i limiti ed i confini della restaurata Diocesi Paleocastrense sono: “Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro”. Tutte le località che si trovano a sud del fiume Fuienti (era un piccolo fiume ancora esistente tra gli attuali borghi di Rofrano e Alfano, forse corrisponde all’attuale fiume Alento). Inoltre, lungo il corso del fiume Alento sale sino alla località dove sorse il villaggio di Fujenti (un piccolo borgo oggi scomparso i cui abitanti secondo il Ronsini (…) andarono a fondare Rofrano Vetere e che nel 1079, come dice la ‘Bolla di Alfano’ “oggi è detto le Petrocelle”. Sul borgo delle “Petrocelle” io credo che si riferisca all’attuale Torre Orsaia, antica “Petrasia”. Inoltre, dice: dalle Petrocelle sino al castello che fu costruito sul ‘Monte Tufolo’. Si sviluppa poi verso Oriente e comprende oltre Bussento, che in quel momento si chiama Policastro con tutte le altre trenta località : “Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea“.

IMG_4628 - Copia

(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 8 in proposito scriveva che: “L’originale della lettera di Alfano è andato perduto nel corso dei secoli, ma se ne conosce ugualmente il contenuto attraverso alcune riproduzioni, la più antica delle quali è conservata nella Biblioteca Vaticana. Eccone il testo (10).”. Il Moliterni a p. 8 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Si è cercato di riprodurre il testo che segue nel modo più fedele possibile, conservando l’uso delle ecc..”. Il Moliterni si riferisce alla trascrizione della Bolla di Policastro’, come la chiama lui, conservata in un codice latino conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Moliterni a p. 10 scrive che: “Il documento è inserito nei fogli 30r – 32r del cosiddetto “Manoscritto Patetta 1621″, un codice membranaceo di ridotte dimensioni (mm. 175 x 105) ecc..”. Nel testo trascritto dal Moliterni le 30 località citate nella ‘Bolla di Policastro’ sono: “….Scilicet castellum quod dicitur de Madelmo, Cammarota, Arriuso, Caselle, Turturella, Turracca, Portu, Lacunigru. Revellu. Triclina. Ylice (12). Soluci. Latronicu. Agrimonte. Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia. cum ecc…”. Queste le trenta località elencate nella trascrizione della ‘bolla di Policastro’ in Biagio Moliterni tratta dal “Manoscritto Patetta”. Tuttavia ritengo che alcuni centri o località così elencate dal Moliterni non corrispondono a quelli effettivamente elencati nel “Manoscritto Patetta” e ritengo pure che molti dei toponimi elencati nel “Manoscritto Patetta 1621” non corrispondono ad altre ‘bolle di Alfano I°’ descritte da altri autori. Tuttavia, ritornando agli ultimi quindici centri elencati essi sono: “Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia”. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta ‘Bolla di Alfano I’ e nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I°’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Secondo il Campagna (…), a p. 91 in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, il Campagna nella sua nota (59) citava Francesco Russo (…), che a p….., riguardo la Diocesi di Cassano Ionio scriveva che: “……………………….”. Il Campagna, forse sulla scorta del Russo (…) scriveva che nell’anno 1058 papa Stefano IX aggregava la nuova restaurata Diocesi di Cassano Ionico a quella metropolita di Salerno e aggiunge che solo dopo l’anno 1098 alcune di queste località come Tortora furono assegnate alla Diocesi di Cassano Ionico. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede restaurata di Cassano Ionico, si aggiunge a ciò che scriveva il vescovo Nicola Maria Laudisio (…), quando raccontava che: “Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. In questo passo il Laudisio (…), chiedendosi il perchè dell’aggiunta delle ultime 15 località alla restaurata sede vescovile di Policastro, raccontava che un’antica tradizione narra dell’antica sede vescovile della città di “Talao” (Scalea) fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località”. Dunque, secondo il Laudisio, nell’antichità le ultime 15 località tra cui pure quelle di Tortora e di Castrocucco, vennero assegnate all’antica sede vescovile di Talao poi soppressa dopo che il primo vescovo fu ucciso non vennero più restituite all’antica sede vescovile di Buxentum. Dunque, secondo ciò che scrive il Laudisio, all’antica sede vescovile di Buxentum (…) vi erano aggregate ache le località di: …………………………..In seguito, fu creata la sede vescovile di Talao a cui furono aggregate le 15 località, ma essa fu subito soppressa perchè il vescovo fu ucciso. Nel 1079, con la creazione della restaurata sede vescovile di Policastro (ex “Buxentum”), le 15 località vennero aggregate alla sede di Policastro ma queste, restarono dipendenti dalla sede di Policastro fino a quando, nell’anno 1098 furono aggregate alla sede vescovile di Cassano Ionico, restaurata nel 1058. Dell’antica sede episcopale Bussentina ho parlato in un altro mio saggio. Ad un certo punto però con la venuta dei primi Longobardi le prime sedi diocesane fondate da S. Paolo scomparvero. Ma cosa accadde nelle nostre terre nei tre secoli successivi fino all’arrivo dei Normanni nel X secolo ?. Le notizie intorno alle prime sedi diocesane, si anno con le lettere di Papa Gregorio Magno. Ma dopo cosa accadde? Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni. Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Un’altra notizia utile alla ricostruzione storiografica delle nostre diocesi ci è sempre data dal Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nel 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898. – “.

Nel 1058, le restaurate diocesi di Buxentum, Blanda, Marsico, Talao e Cassano Ionico

Dell’antica sede episcopale Bussentina ho parlato in un altro mio saggio. Ad un certo punto però con la venuta dei primi Longobardi le prime sedi diocesane fondate da S. Paolo scomparvero. Ma cosa accadde nelle nostre terre nei tre secoli successivi fino all’arrivo dei Normanni nel X secolo ?. Le notizie intorno alle prime sedi diocesane, si anno con le lettere di Papa Gregorio Magno. Ma dopo cosa accadde ?. Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò ta le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. A tale anno risale infatti una discussa lettera inviata dall’arcivescovo metropolita “Alfano” di Salerno ai fedeli e al clero della diocesi di Policastro, nella quale l’alto prelato ricordava l’avvenuta nomina del vescovo “Pietro” a capo della locale comunità religiosa, indicava i centri posti sotto la sua giurisdizione ecc…”.

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(Fig. 3) Lettera di Papa Stefano IX ad Alfano I, Arcivescovo di Salerno, tratta da un dattiloscritto inedito di Biagio Cataldo (39), p. 124, donatoci dall’autore.

Biagio Moliterni (…), a p. 5 in proposito postillava che: “(2) Questo pontefice, eletto nel 1057 e morto nel 1058, è a volte indicato come Stefano X. La discordanza è dovuta al fatto che ad un suo predecessore, Stefano II, eletto papa nel 752 e morto prima di essere incoronato, non fu riconosciuto il titolo. Tuttavia alcuni studiosi lo considerano papa a tutti gli effetti, determinando così l’aumento della numerazione dei pontefici successivi che scelsero di chiamarsi con il suo stesso nome.”. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (3) postillava che: “(3) P. Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, Roma, 1982, vol. II, p. 332, nota 20, riporta uno stralcio della bolla del 1058, emanata appena nove giorni dopo la nomina di Alfano I a metropolita di Salerno, al quale il pontefice rivolse queste parole: “…..”. Nella bolla del 1058 trascritta da Pietro Ebner a p. 332 vol. II, le chiese sugfraganee della sede metropolita di Salerno sono: “Pestanensi civitate, et in civitate Consana et in civitate Acheruntina et Nolana, quoque et Cosentina, nec non in Bisianum et in Malvito, et in Policastro, et in Marsico, et in Martirano, et in Cassiano ecc..”. Dunque la bolla del 1058 citava le diocesi di Paestum, Marsico, Cassano Ionico, ecc.. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni. Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Un’altra notizia utile alla ricostruzione storiografica delle nostre diocesi ci è sempre data dal Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nel 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898. – “. Come si può vedere nel documento trascritto e tratto dal dattiloscritto del Cataldo (…), papa Stefano IX, la bolla, nel 1058 scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, tra cui quella di Policastro e di Cassano Ionico. Come si può leggere nel documento trascritto da Biagio Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, a p. 124 (vedi Fig….), con la ‘bolla’ di papa Stefano IX ad Alfano I° arcivescovo di Salerno, nel 1058 lo autorizzava a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Il Laudisio (4), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (17), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (14), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (16), e dal Barrio (31), a p. 72 (si veda versione del Visconti), nel 1831, in proposito che: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Ecc..”. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta ‘Bolla di Alfano I°’ e nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico.

Nel 1079, i confini e le trenta località della ricostruita diocesi di Policastro nella ‘Bolla di Alfano I’

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò ta le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. A tale anno risale infatti una discussa lettera inviata dall’arcivescovo metropolita “Alfano” di Salerno ai fedeli e al clero della diocesi di Policastro, nella quale l’alto prelato ricordava l’avvenuta nomina del vescovo “Pietro” a capo della locale comunità religiosa, indicava i centri posti sotto la sua giurisdizione ecc…”. Biagio Moliterni (…), a p. 5 in proposito postillava che: “(2) Questo pontefice, eletto nel 1057 e morto nel 1058, è a volte indicato come Stefano X. La discordanza è dovuta al fatto che ad un suo predecessore, Stefano II, eletto papa nel 752 e morto prima di essere incoronato, non fu riconosciuto il titolo. Tuttavia alcuni studiosi lo considerano papa a tutti gli effetti, determinando così l’aumento della numerazione dei pontefici successivi che scelsero di chiamarsi con il suo stesso nome.”. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (3) postillava che: “(3) P. Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, Roma, 1982, vol. II, p. 332, nota 20, riporta uno stralcio della bolla del 1058, emanata appena nove giorni dopo la nomina di Alfano I a metropolita di Salerno, al quale il pontefice rivolse queste parole: “…..”. Nella bolla del 1058 trascritta da Pietro Ebner a p. 332 vol. II, le chiese sugfraganee della sede metropolita di Salerno sono: “Pestanensi civitate, et in civitate Consana et in civitate Acheruntina et Nolana, quoque et Cosentina, nec non in Bisianum et in Malvito, et in Policastro, et in Marsico, et in Martirano, et in Cassiano ecc..”. Dunque la bolla del 1058 citava le diocesi di Paestum, Marsico, Cassano Ionico, ecc.. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto facoltà di nominare e di eleggere 10 vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrense un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, vescovo di Policastro. – Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della Sede. Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale. Ma, dopo tre anni di vita pastorale a Policastro, assetato di vita contemplativa, nel 1082 si ritirò nel monastero di Cava e successe alla reggenza dell’Abate Leone. Di lì passò al Monastero di Pedifumo, dove morì nel 1123, all’età di 80 anni. Dalla sua scuola uscì un ottimo alunno, Oddone di Chatillon, che fu papa Urbano II (1088-1099).”. Un’altra notizia utile alla ricostruzione storiografica delle nostre diocesi ci è sempre data dal Cataldo che a p. 16 scriveva che: “Nel 930 Paestum fu distrutta dai Saraceni e la sede passò a Capaccio, conservando il nome di Paestum fino al 1156. La nuova sede di Capaccio fu trasferita, sotto Sisto V (1585-89), a Diano (Teggiano), senza perdere il titolo, ecc…”. Sempre il Cataldo a p. 19 si chedeva “Quali furono gli antichi confini della nostra Diocesi ?. Della nuova sede policastrense, restaurata dopo 1013 anni, nel 1079, grazie all’iniziativa illuminata dell’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano, già autorizzato da papa Stefano IX nel 1057, e dal principe di Salerno, Gisulfo II, sappiamo i confini, più ampliati di quelli attuali, perchè abbracciavano con Policastro 30 parrocchie. Parrocchie della Diocesi di Policastro nel 1079. Molti di questi paesi sono compresi ancora nella Diocesi attuale. I centri abitati periferici passarono col tempo ad altre diocesi (Cassano Jonio e Capaccio) perchè i Vescovi, amministratori e signori delle terre, se le cedevano a vicenda. Così avvenne per Maratea, che nel 1098 passò da Policastro a Cassano Jonio, nuova diocesi eretta in cambio dell’antica Scalea. Però la “perla della diocesi bussentina”, col Santuario di S. Biagio, doveva ritornare per sempre sotto la primitiva giurisdizione nel 1898. – “. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Ma, come vedremo, la nota ‘Bolla di Alfano I’ oltre a riportare 15 località (le ultime) che oggi non fanno parte della Diocesi di Policastro-Teggiano e che come vedremo furono in seguito aggregate alla Diocesi di Cassano Ionico, non riporta alcune località che pure già esistevano sul territorio dell’entroterra del Golfo di Policastro. C’è da chiedersi come mai la lettera pastorale del primate Salernitano nel delimitare i confini della ricostruita diocesi di Policastro (ex diocesi dell’antica Bussento), non nominava località come Bonati, Sicilì, Morigerati, Casaletto, Battaglia. Forse che questi centri ricadevano in un’altra diocesi ?. Biagio Moliterni (29), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi: “medium castrum” (36), il “castellum quod dicitur de Mandelmo” (37), “Arriusu” (38), “Sanctum Athanasium” (39) e “Trolotinum” (40). Più sicuro appare il riconoscimento del “Portu” (41) e di “Caselle” (42), che sembrano avere delle corrispondenze rispettivamente con Sapri, un tempo porto e frazione di Torraca, e con Caselle in Pittari. “Ylice”, o forse “Ulice” (43), dovrebbe corrispondere all’attuale Lauria, se non proprio alla località lauriota di “Timpa di d’Elce”, “Timpa d’Ilice”, in dialetto, dove fino agli anni ’60 del secolo scorso erano ancora visibili degli antichi ruderi. Ecc..”. Il Moliterni, a p. 17, nella sua nota (36), postillava che: “(36) ………………………”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Anche per quanto riguarda la latinizzazione di chiese, grangie ed asceteri della costa il mandato pontificio fu devoluto all’episcopato di Salerno e alla Badia di Cava. Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”.

Patetta 11

(Fig. 15) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I. L’immagine illustra un particolare della pagina 30v., tratta dal “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, contenuta nel manoscritto Patetta 1621 (28), in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?).

Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai e arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…). L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (3), si citavano: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

stralcio delle località sulla bolla di Alfano

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Dunque, nella ‘Bolla di Alfano I’ i limiti ed i confini della restaurata Diocesi Paleocastrense sono: “Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro“. Tutte le località che si trovano a sud del fiume Fuienti (era un piccolo fiume ancora esistente tra gli attuali borghi di Rofrano e Alfano, forse corrisponde all’attuale fiume Alento). Inoltre, lungo il corso del fiume Alento sale sino alla località dove sorse il villaggio di Fujenti (un piccolo borgo oggi scomparso i cui abitanti secondo il Ronsini (…) andarono a fondare Rofrano Vetere e che nel 1079, come dice la ‘Bolla di Alfano’ “oggi è detto le Petrocelle”. Sul borgo delle “Petrocelle” io credo che si riferisca all’attuale Torre Orsaia, antica “Petrasia”. Inoltre, dice: dalle Petrocelle sino al castello che fu costruito sul Monte Tufolo. Si sviluppa poi verso Oriente e comprende oltre Bussento, che in quel momento si chiama Policastro con tutte le altre trenta località : “Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea”.

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 8 in proposito scriveva che: “L’originale della lettera di Alfano è andato perduto nel corso dei secoli, ma se ne conosce ugualmente il contenuto attraverso alcune riproduzioni, la più antica delle quali è conservata nella Biblioteca Vaticana. Eccone il testo (10).”. Il Moliterni a p. 8 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Si è cercato di riprodurre il testo che segue nel modo più fedele possibile, conservando l’uso delle ecc..”. Il Moliterni si riferisce alla trascrizione della Bolla di Policastro’, come la chiama lui, conservata in un codice latino conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Moliterni a p. 10 scrive che: “Il documento è inserito nei fogli 30r – 32r del cosiddetto “Manoscritto Patetta 1621″, un codice membranaceo di ridotte dimensioni (mm. 175 x 105) ecc..”. Nel testo trascritto dal Moliterni le 30 località citate nella ‘Bolla di Policastro’ sono: “….Scilicet castellum quod dicitur de Madelmo, Cammarota, Arriuso, Caselle, Turturella, Turracca, Portu, Lacunigru. Revellu. Triclina. Ylice (12). Soluci. Latronicu. Agrimonte. Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia. cum ecc…”. Queste le trenta località elencate nella trascrizione della ‘bolla di Policastro’ in Biagio Moliterni tratta dal ‘Manoscritto Patetta’. Tuttavia ritengo che alcuni centri o località così elencate dal Moliterni non corrispondono a quelli effettivamente elencati nel “Manoscritto Patetta” e ritengo pure che molti dei toponimi elencati nel “Manoscritto Patetta 1621” non corrispondono ad altre ‘bolle di Alfano I’ descritte da altri autori. Tuttavia, ritornando agli ultimi quindici centri elencati essi sono: “Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia“. Dunque, secondo il Laudisio, questi 15 centri o località appartenevano prima alla Diocesi di Talao (Scalea) e poi andarono alla Diocesi di Cassano Ionio – secondo il Campagna (…), nel 1098, venti anni dopo. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicata nel 1831, vol. II, a p. 66 (della 2° edizione del 1902, ristampata nel 1970), parlando delle origini di alcuni centri della Basilicata e, in particolare parlando di Lauria, in proposito scriveva che: “Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, nel 1079, Lauria è detta ‘Ulia’, con aferesi della prima sillaba ‘la’, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella ‘Paleocastren. Dioeceseos historia-cronologica. Synopsis’, etc, Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri,….’Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino)….Dida, (Dina, isoletta) Scalea….Laeta (Aieta), Marathia, etc….Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. – Altri avevano letto ‘Ulci’ la ‘Ulia’ di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria, ecc…”. L’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc….Sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è Lacusniger e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrumcome scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I” conservato all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I° ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 , riferendosi a Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone, parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “. La notizia di profughi e Slavi assoldati da Roberto il Guiscardo per la conquista delle Calabrie va ulteriormente approfondita ed indagata. Su Castrocucco ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 212-213, dove parlava anche di Aita, riferendosi a certe chiese o monasteri basiliani sorti in quell’area. Di Castrocucco ha parlato Mons. Damiano (…), nel suo ‘Maratea nella storia e nella luce’, etc, Sapri, 1965, in proposito scriveva che: “………………..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, nella sua nota (187), postillava che: “(187) Nel 1067 fu consacrato vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, cavense; nel 1079, avvenuta la restaurazione della territorio diocesano, furono aggregate a Policastro, sulla costa meridionale, le parrocchie di Porto (Sapri), Marathia, Castrocucco, Turtura, Laeta, Didascalea, Languenum (Laino), Avena, Mercuri, Abatemarco, da Bolla di Alfano, arcivescovo di Salerno, copia notarile del 1737, da cui copia manoscritta dalla Curia di Policastro, autenticata dal vescovo A. De Robertis e controfirmata dal cancelliere di Lauria, M. Lombardo, in data 20 gennaio 1745. Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”.

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 20, nella sua nota (62) postillava  che: “(62) ‘Castru Cuccu’ in ‘a’, ‘Castrocucco in ‘b’, ‘Castrocucco’ in ‘l’, ‘Castrucuccu’ in ‘v’. Il centro ubicato in territorio di Maratea, presso la foce del fiume omonimo, fu abbandonato nel corso del XVI secolo.”.

Nel 1083, ROBERTO DI SCALEA, Roberto detto Scalone o Scalione (“SCALIO”), primo conte di Scalea e di Malvito 

Da Wikipedia alla voce “Malvito”, leggiamo che il periodo di massimo splendore di Malvito fu quello della dominazione longobarda: istituito sede di gastaldato e di diocesi, in questo periodo si iniziò la costruzione del castello, completata successivamente in epoca normanna. Sotto la dominazione dei Normanni il feudo fu istituito in contea (il primo conte attestato è Roberto di Scalea nel 1083), ma perse gran parte della propria importanza strategica ed anche la sede vescovile alla fine del XII secolo, in favore della troppo vicina San Marco Argentano. Da Wikipedia si legge che Roberto il Guiscardo ebbe l’ultimo figlio con Sichelgaita, Roberto (1068 – 1110), detto Scalio. Dunque, qui lo si chiama ROBERTO DI SCALEA. Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo, dal matrimonio contratto nel 1058 circa con la principessa Longobarda Sighelgaita di Salerno nacque l’ultimo figlio: Roberto (nato 1070 circa – ?), detto Scalio (morto 1110) capostipite degli Scaglione. Dunque, Roberto detto “Scalio”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Roberto d’Altavilla, detto Scalio (1068 – aprile 1110), fu terzo e il minore dei figli maschi di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e della sua seconda moglie Sichelgaita di Salerno. Si hanno poche testimonianze certe della vita di Roberto. Pare abbia servito a fianco del fratellastro Beomondo nella sua campagna nei Balcani del 1084-1085. Fu fedele al fratello maggiore Ruggero Borsa quando questi fu nominato successore del Guiscardo alla guida del ducato di Puglia e Calabria (1). Il nome di Roberto Scalio compare in alcuni documenti di Ruggero sottoscritti da lui. Morì ad aprile del 1110. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Dunque, secondo il Vacchiano, all’anno 1083, ossia “due anni prima della morte di Roberto il Guiscardo” risale il più antico documento in cui figura Roberto detto Scalone o Scalione, che si fregiava del titolo di “conte di Scalea e di Malvito”. Roberto detto Scalone o Scalione era un figlio forse illegittimo di Roberto il Guiscardo. Si hanno poche testimonianze certe della vita di Roberto. Pare abbia servito a fianco del fratellastro Beomondo nella sua campagna nei Balcani del 1084-1085. Fu fedele al fratello maggiore Ruggero Borsa quando questi fu nominato successore del Guiscardo alla guida del ducato di Puglia e Calabria (1). Il nome di Roberto Scalio compare in alcuni documenti di Ruggero sottoscritti da lui. Morì ad aprile del 1110. In Wikipedia alla nota (1) postilla: “(1) Franco Pastore, Roberto d’Hauteville: Dramma storico in tre tempi, A.I.T.W. Edizioni, p. 12.. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Alla morte del Guiscardo, Cefalonia 17 luglio 1085, le contee di Malvito e di Scalea passarono al figlio, che dalla cittadina tirrenica aveva tratto il predicato di “Scalione” (15).”. Il Campagna, a p. 200, nella nota (15) postillava che: “(15) In A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit. “Roberti comitis diploma”, pag. 17; Idem, “Ruggero re di Sicilia….conferma alla chiesa di Malvito….due diplomi concessi rispettivamente a Gualtiero vescovo di Malvito da Ruggero duca e da Roberto (….)ione, figli di Roberto il Guiscardo”, Diploma n. 13, pag. 38. In E. Conti, Giurisdizione della Diocesi, etc., cit.; Idem, Due vie istimiche da Sibari al Tirreno, etc., estr. da “SM”, a. III, (1970), fasc. I-II.”. Dunque, il Campagna, sulla scorta di alcuni documenti scoperti da Alessandro Pratesi (….) scriveva che questo Roberto Scalione era figlio di Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”,……da una donazione del luglio 1093 (8) si apprende di Roberto, figliuolo di Roberto il Guiscardo, e di terreni nei pressi di Laurino, propriamente nella località detta Acqua dei cavalli (9).”. Ebner, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) Anche il figlio di Roberto il Guiscardo possedeva beni a Laurino, certamente pervenuti al duca per avocazione dei beni dei principi di Salerno e loro congiunti. L’inedito ABC, C 42, anzidetto, chiarisce che la donazione venne fatta per intercessione ‘domno natali preposito sancti symeonis, que constructum et edificatum est intus pertinensium laurenensium’.”.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.

IL RACCONTO DI GIOVANNANTONIO SUMMONTE, di ANDREOTTO LORIA e di SAMBIASE

In primo luogo bisogna dire che le notizie e le ricerche genealogiche sulle origini di alcuni personaggi, ed in particolare dei Oria e dei Loria, per tutte le notizie e gli autori che si citeranno dipesero da alcuni scritti del ‘600. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 19-20 scriveva che: Molte però erano, a proposito del Lauria, le imprecisioni che veicolava questa storiografia e per la quale deponevano a favore le attenuanti che il napoletano Giovan Antonio Summonte (17) evidenziò proprio sul nostro personaggio, ovvero la penuria di notizie che concernevano Ruggero e l’impegno che egli vi aveva nondimeno profuso per rintracciarle (18). A voler infatti prestar fede al Summonte, Ruggero di Lauria – nominato dell’Oria secondo un ricamo ortografico che può ragionevolmente ritenersi una libera, quanto originale iniziativa summontiana (19) – si sarebbe precocemente ribellato a Carlo I d’Angiò, in seguito all’uccisione del padre. Questa ribellione sarebbe altresì da presupporre insieme ad una residenzialità del Lauria nel Regno, poiché successivamente ad essa il Nostro si costituirebbe, per il tramite di Giovanni da Procida, tra gli affiliati di re Pietro, già III d’Aragona, il quale lo investe del ruolo di ammiraglio e lo pone a capo della sua armata (20).”. La Lamboglia, a p. 20, nella nota (18) postillava: “(18) L’opera di revisione e di pesante manipolazione a cui fu indotto il Summonte già pubblicati i primi due tomi, e che non gli valsero né a tutelarlo dalla condanna penale, né a scampare nuove messe all’indice dell’Historia, resero particolarmente complessa la vicenda editoriale di una storia suddivisa in parti – le cui prime due videro la luce a Napoli nel 1601-1602, presso la stamperia di Giovanni Giacomo Carlino e facevano giungere la narrazione fino al 1442; la terza fu stampata postuma, nel 1640, ancora a Napoli, per Domenico Montanaro, e continuava le vicende fino al 1500; quindi, la quarta ed ultima parte fu edita nuovamente per il Montanaro tre anni dopo, e si arrestava al 1582. Qui, come nei luoghi a seguire, si cita tuttavia dall’edizione Dell’Historia della città, e Regno di Napoli di Gio. Antonio Summonte napolitano (…), Seconda editione, In Napoli, a spese di Antonio Bulifon Libraro all’insegna della Sirena, 1675, 4 tomi, t. II, l. III, pp. 294-295.”. Sulle notizie e le ricerche genealogiche dei Loria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Su questo testo “Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?”, i due studiosi citano per D.A.L., Napoli 1878″. Su questo autore “D.A.L.”, citato da Augurio e Musella, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34 riferendosi a Ruggero dell’Oria scriveva che: In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63) offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti.”. La Lamboglia, a p. 33, nella sua nota (63) postillava su questo testo: “(63) Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: La famiglia di Ruggiero Loira è Catalana, Siciliana, o Calabrese? Per D. A. L. [sic], Napoli, Stabilimento Tipografico di S. Marchese, 1878. (64) Sotto l’acronimo “per D. A. L.”, si cela infatti il redattore, ovvero quel Davide Andreotti Loria, già autore di una Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno e di una Storia dei Cosentini, rispettivamente, degli anni 1863 e 1869-74 [cfr. D. ANDREOTTI, Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno, Cosenza, dalla tip. Bruzia, 1863 (poi anche come Cosenza, Tip. Municipale, 1869) e ID., Storia del Cosentini, Napoli, Stabilimento Tip. di S. Marchese, 1869-74, 3 voll., poi in varie riproduzioni fotomeccaniche, tra cui ID., Storia del Cosentini, Cosenza, Editrice Casa del Libro, 1958-1959, 3 voll., e con prefazione di S. DI BELLA, è D. ANDREOTTI, Storia del Cosentini, Cosenza, Pellegrini, 1978, parimenti in 3 voll.] Ulteriore conferma della coincidenza d’identità viene anche da uno stesso stile di scrittura ed una stessa modalità di argomentazione tra alcuni passi del vol. I della Storia ed il testo delle Memorie [cfr. ANDREOTTI, Storia dei Cosentini, vol. 2, p. 3 (qui, citata nell’edizione e ristampa anastatica, Cosenza, Brenner, 1987, 3 voll.).”. Dunque, D.A.L. è un acronimo con cui la Lamboglia ha chiarito essere un testo manoscritto di Andreotto Loria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62).”. La Lamboglia, a p. 33, nella nota (62) postillava: “(62) Gli studi relativi ai processi di formazione delle genealogie solo da qualche decennio a questa parte hanno cominciato ad interessare alcuni settori della storiografia italiana, per la quale si segnala soprattutto R. BIZZOCCHI, Genealogie impossibili. Scritti di Storia nell’Europa Moderna, Bologna, il Mulino, 1995 (Monografia, 22).”. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva.

Nel 1042, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di RUGGERO CONTE DELL’ORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase da regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Riguardo UGONE, padre di Ruggero dell’Oria, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un primo momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo chea Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa Onorio II fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. Ritornando alla genealogia dei ORIA e dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33, in proposito scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66).”. La Lamboglia scriveva che Ugone Tudextefen, era diventato signore dell’Oria, acquisendone i suoi feudi e territori a seguito del matrimonio con la nobile di origine longobarda Altrude. Altrude e Ugone avranno come figlio Ruggero dell’Oria che sposerà Bulfanaria, anch’essa di origine longobarda. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, secondo i due studiosi, BULFANARIA fu la seconda moglie di Ruggero dell’Oria, da cui ebbe Roberto e Gibel. Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Dunque, secondo i due studiosi Bulfanaria risulta la madre di Roberto di Lauria o dell’Oria e non di Gibel. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. In primo luogo faccio notare che qui la Lamboglia scrive “Bulfanaria de Oria”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, la Lamboglia scriveva che Bulfanaria era citata al n. 229 del ‘Catalogus Baronum’ dove è scritto che: “229. II. Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68)”, ovvero che è scritto che “Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze” e non madre di Gibel de Loria. La Lamboglia scrive che nel Catalogus Baronum Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria”. La Lamboglia dubita su queste notizie e opina che: “dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, ecc…”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nella nota (68) postillava che: (68) Catalogus, p. 56.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nella nota (68) postillava che: (68) Catalogus, p. 56.”. Nel ‘Catalogus Baronum’, al n. 178 “ROBBERTUS MUSTACZE feudatario di Thomasius de Sancto Johanne (n. 176) in castro fraz. Diso. Figlio di Bulfanaria (n. 229)“. Però, sempre nel ‘Catalogus baronum’ al n. 229 scrive che: “229. BULFANARIA mater ROBBERTI DE ORIA feud. in capite de domino Rege in Oria. E’ da identificare nella madre di Robbertus Mustacze (infra n. 178) tenuto alla riparazione del castello di Oria.”.

Nel 1127, il normanno RUGGERO conte dell’ORIA, figlio di UGONE e di ALTRUDA, e la moglie longobarda BULFANARIA, genitori di  GIBEL DI LORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe scriveva che “Ruggero il Normanno” (Ruggero II d’Altavilla) “trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo.”. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Il Pepe scriveva che Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO”. Dunque, il Pepe scriveva che GIBEL DE LORIA era l’ultimo loro figlio di RUGGERO DELL’ORIA e BULFANARIA. Il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che da GIBEL DE LORIA, figlio di Ruggero dell’ORIA (e di Bulfanaria) si originò il ramo collaterale dei Loria in Calabria. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. I due studiosi Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, secondo i due studiosi, BULFANARIA fu la seconda moglie di Ruggero dell’Oria, da cui ebbe Roberto e Gibel.

Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Riguardo le notizie raccolte sulle origini di questo GIBEL DE LORIA e sul padre Ruggero dell’Oria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, ecc….. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52..

Nel 1144, GIBEL DI LAURIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”.

Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Augurio e Musella, a p. 23 scrivono che: “Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio.Riguardo il GIBEL ed i riferimenti suoi nel Catalogus Baronum, Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Riguardo le notizie raccolte sulle origini di questo GIBEL DE LORIA e sul padre Ruggero dell’Oria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177. (71) Catalogus, p. 74. (72) Memorie genealogiche, p. 12: «V. Ultimo figlio di Ruggiero conte dell’Oria è Gibel, di cui è memoria nel citato Catalogo de’ Baroni, del quale si dice: Gibel de Loria sicut dicit Guerrerius tenet feudum I [sic] militis et cum augmento obtulit milites II [sic]. Idem Gibel tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II [sic] militum, et cum augmento obtulit milites IV [sic]. Idem Gibel Loriae de Policastro tenet villanos III [sic]. Il primo de’cennati (sic) feudi era in Montefusco – in Paduli il secondo – ed in Policastro il terzo. Ignorasi chi fosse la moglie di Gibel; ma se ne sanno con tutta precisione i figli – e di essi si parlerà nell’altro capitolo». (73) La Platea di Luca arcivescovo di Cosenza (1203-1227), a cura di E. CUOZZO, Avellino, Elio Sellino Editore, 2007. Sull’arcivescovo Luca, originario di Campagna, parte del Lazio meridionale (cfr. La Platea di Luca, p. XLVII) ed appartenente all’ordine cistercense, insignito poi della dignità arcivescovile della diocesi di Cosenza nel 1202 (o agli inizi del 1203) e stante, nella carica, fino al 1227, si veda N. KAMP, Kirche und Monarchie im staufischen Königreich Sizilien. I. Prosopographische Grundlegung: Bistümer und Bischöfe des Königreichs 1194-1166. 2. Apulien und Kalabrien, München, Wilhelm Fink Verlag, 1975, pp. 833-839.”.

Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. Secondo la nota (22), dei due studiosi, il nome di ‘Gibel’, appare nel ‘Catalogus Baronum’, commentato dal Cuozzo al n. 101, ma non è corretto. Infatti al Mingardo, durante la guerra del Vespro vi fu una tremenda battaglia. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. I due studiosi dicono essere indicato al n. 101. Infatti, il Cuozzo (…), nel suo commento al ‘Catalogo dei baroni’ scriveva di Gil al n. 101, ma non ho trovato nulla al n. 101. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Ma, scorrendo il ‘Catalogus baronum’, del Cuozzo o della Jamison non ho ritrovato alcun Gilbert al n. 101. Dunque, secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…), parlando di Torraca. Tuttavia, sull’influenza che i Sanseverino ebbero nelle nostre terre, non vi sono dubbi ed indagheremo ulteriormente. Riguardo il ‘Gibel de Loria’ presente secondo i due studiosi Augurio e Musella (…), nel ‘Catalogus baronum’ ci viene incontro Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

Ebner, p. 335

(Fig…..) Ebner (…), p. 334

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo, Gibel Lorie (v. n. 601) 3 vilani. Dunque, l’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti nell’opera pubblicata dalla Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto:  “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s  toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated  ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Evelyn Jamison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 117, in proposito scriveva che: “3….. Infatti, negli stessi Registri Angioini, e propriamente nell’atto di costituzione del Principato di Salerno, si legge che Carlo d’Angiò nel donare quest’ultimo, insieme alla contea ecc…., oltre Monteforte e Magliano (Francesco di Monteforte), Camerota e Molpa (Egidio di Blemur), Novi (Riccardo di Marzano) e Castelnuovo (Guido di Alemagna)(38).”. Ebner, a p. 117, nella sua nota (38) postillava che: “Reg. ang., VIII, p. 182 n. 464 (=Reg. 1272, XV, Ind. f CXXI), ma v. pure Reg. 1271, A, f. 218 t.”. Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 37-38, in proposito scriveva che: “2.1 – Legami familiari nel regno normanno-svevo ed angioino. Sembra proprio che un ‘Gibel de Lauria’ ed un ‘Gibellus de Loria’ sia uno dei primi sicuri rappresentanti del ceppo familiare a cui poi il nostro Ruggero sarebbe riconducibile, ma che sia cosa diversa ed azzardata porlo come capostipite (80). Gibel, infatti, è unicamente il primo dei Loria del quale si ha una qualche notizia documentale, sia nel ‘Catalogus Baronum’, sia in due documenti del Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone (81). Gibel de Loria è poi una figura significativa almeno per la territorialità a cui è legata, nel ‘Catalogus’, il suo nome. Egli è, infatti, individuato come colui che tiene tre villani in Policastro (82) e come colui che ricopre l’incarico di giustiziere regio del distretto di Val Sinni nel 1144 insieme a Roberto di Cles (83), entrambi chiamati a derimere, presso l’abate Ilario, una questione che coinvolge il Monastero di Carbone, minacciato nelle sue proprietà da un non meglio precisato nobile Gillius, signore di Calabria (84). I due sono poi legati al conte di Principato: Roberto di Cles, quale suffeudatario di Lampus de Fasanella (85) e Gibel quale suffeudatario del conte di Marsico (86), mediante ancora il tramite di un Gisulfo de Palude (87). Con Gibel, si delinea, dunque, un primo legame col territorio, secondo il quale, il ceppo familiare dei Loria insisterebbe per un verso con l’area più occidentale che dal Vallo di Diano (Campania) conduce fino almeno a Policastro e, per l’altro, con l’area più centro-meridionale dell’antica Lucania, corrispondente appunto al distretto di Val Sinni.”. La Lamboglia, a p. 37, nella sua nota (80) postillava che: “(80) 

Lamboglia, note a p. 37

Lamboglia, note a p. 38

Dunque, la Lamboglia scriveva che Gibel de Loria, nel 1144 ricopriva la carica di Giustiziere Regio del Distretto Normanno di Val Sinni e che, insieme a Roberto di Cles si recarono dall’abate Ilario dell’Abbazia o Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone per derimere un controversia sorta tra il Monastero ed un feudatario (non meglio precisato), un certo “Gillius”, signore di Calabria. Il documento fu pubblicato dalla Robinson (….), ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli (…), sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

GLI ‘SCULLANDO’

Da Wikipedia leggiamo che le origini del borgo di Arena in Calabria sono antichissime, fu colonia greca contemporanea ad Ipponio e successivamente municipium romano all’epoca delle guerre puniche. In epoca medievale fu capoluogo di un feudo molto esteso appunto da meritare il nome di Stato di Arena. Primo signore fu Matteo De Arenis dei Conclubet. I Culchebret (o Conclubet di Arena, anche detti Scullandi) furono una famiglia normanna molto potente e influente nelle vicende storiche, culturali, politiche ed economiche dell’Italia meridionale e della Sicilia, a partire dall’XI secolo. Come vedremo nel mio saggio su Ajeta ritroviamo gli Scullando in alcuni documenti d’epoca Normanna.

Nel 1144, Roberto Scullando, Signore di Ajeta in una carta greca del monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ) pubblicato da Getrude Robinson

Sugli Scullando, signori di Aieta,  Biagio Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli (…), sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII,

Robinson, pp. 33-34,

Robinson, 36-37

Robinson, pp. 38-39

Robinson, pp. 40-41

Robinson, p. 41

(Fig…) Robinson Gertrude, op. cit., pp. 30 e s.

Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Mattei-Cerasoli, p. 177.PNG

(Fig….) Leone Mattei-Cerasoli (…), in ASCL, VIII, pp. 177-178

Dunque, ciò che scrive il Cappelli ha una leggera analogia con quanto sostenuto dal Fusco. Dunque, secondo il Cappelli (…), il Signore di Aieta, Matteo, figlio del defunto Riccardo e di Clementa, che secondo il Fusco e la pergamena citata dal Fusco, fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (tov ……………………….)”, è Matteo Scullando.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Alcune considerazioni sui documenti pubblicati dal Trinchera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 436-437, nel capitolo “2. Adelasia reggente”, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Non rare volte Ruggero, nei suoi frequenti viaggi attraverso la Calabria e la Sicilia, suoi diretti domini, desiderò di essere accompagnato dalla giovane consorte (55); ed ella, da parte sua, non esitò a seguirlo fin sui campi di battaglia.”. Pontieri, a p. 437, nella nota (55) postillava: “(55) Ciò risulta da alcuni diplomi di concessioni fatte da Ruggero durante queste sue peregrinazioni; qualcuno di essi è firmato dalla stessa Adelasia. Il suo nome o il suo ricordo appare anche in alcuni atti di donazioni di terre da parte del conte Ruggero a Bruno di Colonia, il fondatore della celebre certosa di Calabria, sorta e favorita per il contributo che veniva a dare all’opera di rilatinizzazione di questa regione. Gravano però su questi documenti – tra i quali pure quelli firmati da Adelasia – fortissimi sospetti di falsificazione; vengono, ad esempio, denunciati i documenti: a) anno 1094, in ‘Regii Neapolitani Archivi Monumenta edita et illustrata, vol. V (Neapoli, MDCCCLVII), pp. 208-211, n. CCCCLXXX; b) anno 1098, Ibidem, pp. 245-46, n. CCCCXIV; anno 1098, Ibidem, pp. 249-54; d) anno 1102, Ibidem, pp. 278-80; e) anno 1097, in Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, cit., pp. 77-78, n. LX; f) anno 1101, Ibidem, pp. 86-88, n. LXIX. Gli originali di questi documenti, già conservati in gran parte nell’Archivio di Stato di Napoli, sono andati distrutti, per cui svanisce il desiderio di un riesame di essi dal lato sia paleografico, che diplomatico. Ma già tali carte, in seguito alla pubblicazione fattane dal Tromby, Storia critico-cronologica-diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo ordine Cartusiano, Napoli, 1773-79 (tomi 10), furono oggetto di accalorate controversie: la loro autenticità sostenuta dal Tromby, fu impugnata dal Vargas-Macciuca, Esame delle vantate carte e dei diplomi dei RR. PP. della Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria, Napoli 1775, dal Di Meo, Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, nel tomo VIII, e da altri (v. B. Capasso, Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 558 al 1500, ed. E. Mastroianni, Napoli, 1902, p. 96-7, n. 1). In tempi a noi più vicini un’analisi diplomatica, piutosto sommaria, è stata fatta da Chalandon, op. cit., vol. I, pp. 304-07, in nota. Certamente non pochi sono i documenti spuri relativi alla formazione del patrimonio terriero della Certosa di Calabria; tuttavia, senza entrare nell’intimo della grossa questione, mi pare che una condanna totale sia eccessiva. Ho l’impressione, per esempio, che il documento precedentemente indicato con b, appartenente al 1098 e collegantesi all’assedio di Capua, sia autentico non solo perchè in regola col formulario diplomatico della cancelleria del conte di Sicilia, ma anche perchè i dati storici ivi ricordati concordano con quelli analoghi forniti da altre fonti.”.

Nel 1171, RUGGIERO SCULLANDO, signore di Aieta

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito agli Scullando: Giovanni e Matteo, parlando di Aieta, citava altre carte greche: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; ecc..”. Il Cappelli, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 250.”. Infatti Francesco Trinchera (….), nel suo ‘Syllabus Graecorum Membranarum etc…’ a p. 250 pubblicava una pergamena del 1198. Ma l’indicazione del Cappelli nella sua nota (2) riuardo il documento del 1171 (che riguarda gli Scullando) è errata, perche il Trinchera lo pubblicava a pp. 233-234. La carta greca, citata dal Cappelli, è datata anno 1171. In questa carta o pergamena datata 1171, Indizione IV, è citato “Rogerius Scullandus dominus Aétae donat monasterio S. Protomartyris Stephani eiusque praeposito Gulielmo reditum olivarum extantium inter vineas eiusdem monasterii, in loco dicto Palaeochorio Suriani.”.

Trinchera, p. 233

Trinchera, p. 234

(Fig….) Trinchera F., op. cit. pp. 233-234

Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito agli Scullando: Giovanni e Matteo, parlando di Aieta, citava lo stemma dell’Acquila degli Scullando, Signori di Aieta e aggiungeva: “….signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma.”Sempre sugli Scullando, in generale il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Campagna, senza dirlo esplicitamente scriveva che tra i feudatari che governarono il feudo di Aieta, dopo gli Scullando’, dopo cioè il 1171 (vedi nota 101 a p. 220), vi furono i “Lauria” o i “Loria”. Orazio Campagna, si riferiva a “Gibel di Loria”, il feudatario vassallo di Gisulfo di Padula e di Silvestro di Marsico, come è confermato nei due documenti pubblicati dalla Robinson (…) che ho citato. Dunque, sempre riguardo agli Scullando, Matteo Scullando, figlio di Clementia, il Campagna, sulla scorta di due documenti pubblicati dalla Robinson (….), scriveva che gli Scullando furono i feudatari che nel 1171 governarono ad Aieta. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…).

A proposito di questo Ruggero, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ed. E.S.I., a p. 288 riferendosi alle fonti d’epoca Normanna, in proposito scriveva che: “Tre fonti storiche ci riconducono alle origini del cenobio. Nonostante la concisione, quella di Goffredo Malaterra possiede una particolare importanza, avendo egli, dopo il suo arrivo dalla Normandia nell’Italia meridionale, soggiornato per qualche tempo nel chiostro di Sant’Eufemia. Ci vengono da lui le notizie, secondo cui, il Guiscardo, essendo caduti nell’assedio di Aiellodue suoi familiari, Ruggero, figlio di Scolcando, e suo nipote Gilberto, che aveva carissimi, mandò a seppellire le loro spoglie “apud Sanctam Euphemiam, ubi tunc abbatia in honore Sanctae Dei Genitricis Mariae noviter incoepta instituebatu (5).”. Il Pontieri (…), a p. 288, nella nota (5) postillava che: “(5) Malaterra, l. II, c. 38, p. 47: il cronista aggiunge che il duca di Puglia “equos et coetera, quae habebant (ossia i defunti), eidem ecclesiae pro ipsorum salvatione contulit”. Aiello, oggi Aiello Calabro, nella provincia di Cosenza, a una quarantina di Km. da Sant’Eufemia”. Ma io dubito che si trattasse del paese di Aiello Calabro, come sostiene il Pontieri. Credo si tratti del castello di Ajeta nei pressi di Castrocucco e Tortora. Infatti, il cap. XXXVIII del libro II del cronista Goffredo Malaterra, ci parla dell’assedio di Rogerto il Guiscardo che, nell’anno 1065 assediò Policastro e subito dopo la località detta Aiello. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a pp. 169-170 (Libro II), in proposito scriveva che: “Cap. XXXVIII. Roberto il Guiscardo assedia Aiello. Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, e di fissare gli accampamenti lì vicino sul “monte delle tarantole”, Roberto assieme a Ruggero aveva espugnato e costretto sotto il suo dominio il castello di Rogel (69) nel territorio di Cosenza. Nello stesso anno, sempre in quella zona, il Guiscardo decise di attaccare un castello nella località detta Aiello e per quattro mesi vi pose l’assedio. Gli abitanti peraltro, ecc……Ruggero figlio di SCOLCANDO, trafitto da un dardo, venne sbalzato da Cavallo; anche GILBERTO suo nipote, nel tentativo di aiutarlo ….e così entrambi furono uccisi. Egli dispose quindi che i loro corpi venissero seppelliti a Sant’Eufemia (70), dove da poco era stata eretta un’abbazia in onore di Maria santa madre di Dio.: alla stessa chiesa fece anche pervenire, a suffragio delle loro anime, i cavalli ecc…Il Guiscardo….ricevette inoltre il castello, da loro sgombrato, e ne dispose a suo piacimento.”.

Nel 1198, GIOVANNI SCULLANDO, Signore di Aieta ed il monastero di S. Elia Speleota (Profeta) presso la Grotta di Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 227, in proposito scriveva che: Fra la metà del X e i primi dell’XI secolo, “nel castello delle Tortore” (142) avvennero delle guarigioni, grazie ad un indumento di S. Elia Speleota. Difatti con dell’acqua in cui era stata immersa la pianella sinistra del Santo, conservata da Saba di Collesano nel monastero dei Siracusani (143) – la destra era stata portata nel monastero di Malvito dal monaco Hilarione -, fu guarita una “donna lunatica”, figlia di Giovanni, “molto venerabile e celebre sacerdote” de castello. Lo stesso infuso diede la parola ad una donna muta dalla nascita, il sonno ad un’altra che non dormiva da diciotto giorni. Stupiti da questi miracoli, “l’habitatori di questo castello deliberarono tenersi per forza appresso loro la santificata, e benedetta pianella”. Ci vollero minacce di anatemi, perchè lo stesso sacerdote Giovanni riportasse la reliquia al mnastero di provenienza (144).”. Il Campagna, a p. 227, nella nota (142) postillava che: “(142) V. Saletta, Vita di S. Elia Speleota secondo il Manoscritto Crypt. B., beta XVII, in “SM”, a. V, (1972) fasc. I, pag. 87″. Si tratta di Vincenzo Saletta che pubblicò nella rivista “Studi Meridionali”, anno V (1975) un resoconto sul bios di S. Elia Speleota. Il Campagna, a p. 227, nella nota (143) postillava che: “(143) Monastero basiliano della “Regione mercuriana”, in J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit.; B. Cappelli, Il Monachesimo basiliano, etc., cit.”. Il Campagna, a p. 227, nella nota (144) postillava: “(143) Vita di S. Elia Speleota, etc., cit.”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “…; per quanto una carta del 1198 di un altro signore di Aieta, e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di un cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”. Il Cappelli, a p. 215, nella nota (33) postillava che: “(33) V. in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”. Infatti, Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: agli Scullando: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli, a p. 224, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapolis, 1865, p. 250.”. Il Cappelli postillava citando Francesco Trinchera (….), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in Episcopali Neritino etc..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Dunque, Francesco Trinchera, nel 1865, pubblicò circa 15 carte manoscritte in greco tutte provenienti da Aieta. Queste carte erano conservate nel Grande Archivio di Napoli, le cui carte, nel 1943, in occasione di una deliberata incursione bellica dei Tedeschi nel sito di Belsito, dove erano state trasportate, andarono perdute. E’ grazie all’archivista Francesco Trinchera che ancora oggi ne manteniamo la loro memoria. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…) a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958. Dunque, scrive il Cappelli che secondo il “Catalogum Baronum” (….), del 1198, il “monastero di S. Elia profeta”, si trovava “presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’Odierna Praia a Mare.”. Sempre secondo il Cappelli ed il Trinchera (….), nel 1198, Giovanni Scullando, signore di Aieta, donò  alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta” che era sito ad Aieta. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: agli Scullando: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. eTC…”. Sempre il Cappelli, a p. 220 riferendosi a GIOVANNI SCULLANDO aggiungeva pure che:  “Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…) a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. L’opera di Vincenzo Lomonaco (…) citata dal Cappelli è: ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta nella Praja degli Scavi e sul Comune di Aieta etc…’, Napoli, 1958. Dunque, scrive il Cappelli che secondo il “Catalogum Baronum” (….), del 1198, il “monastero di S. Elia profeta”, si trovava “presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’Odierna Praia a Mare.”.  Biagio Cappelli (…), nel suo “Voci del Mercurion”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 208, in proposito scriveva che: “…; per quanto una carta del 1198 di un altro signore di Aieta, e cioè di Giovanni Scullando, dia notizia dell’esistenza nella stessa località anche di un cenobio dedicato a S. Elia profeta (33).”. Il Cappelli, a p. 215, nella nota (33) postillava che: “(33) V. in questo volume il saggio: Una carta di Aieta del secolo XI”.

Trinchera, p. 328

(Fig…) Trinchera, op. cit, p. 328

Nel 1198, MATTEO SCULLANDO, signore di Aieta e l’Ospizio annesso alla chiesa di S. Michele Arcangelo

Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, cap. XXV (“I Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano – Gli Ospizi”), a p. 272, in proposito scriveva che: “Aieta aveva un ‘Ospizio’, presso la chiesa di S. Michele, costruito dalla munificenza di Matteo Scullando nei primi del secolo XI (10). A Scalea è da segnalare l”Ospedale’ annesso alla chiesa della SS. Annunziata, che è di evidente origine normanna ecc…”. Il Russo, a p. 272, nella sua nota (10) postillava che: “(10) B. Cappelli, Una carta di Aieta del sec. XI, in A.S.C.L., XII, 212.”. Infatti, Biagio Cappelli, nel suo “Una carta di Aieta del sec. XI”, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, anno XII, 1945, p. 212, in proposito scriveva che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna del castello di Aieta…ecc…”. Biagio Cappelli (…), nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, del suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi……(3). Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in luogo troppo malegevole e battuto dalle tempeste (4).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. Lomonaco, op. cit., p. 11”. Dell’origine bibliografica del documento, il Cappelli lo dice a p. 219 scrivendo che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta). Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi…..Matteo ecc..”. Il Cappelli, a p. 224, nella sua nota (2) dove postilava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Neapolis, 1865, p. 250.”. Il Cappelli ci parla di p. 250 ma il documento è stato pubblicato alle pp. 545 e ssg. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; ecc…”. Il Cappelli postillava citando Francesco Trinchera (….), Archivista dell’Archivio di Stato di Napoli, che pubblicò diversi documenti greci andati poi distrutti nel rogo della II Guerra mondiale, nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in Episcopali Neritino etc..a doctis frusta expetitae’, pugglicato a Napoli nel 1865. Il Trinchera riporta i testi greci con la traduzione in latino e la loro collocazione d’Archivio, aggiungendo talvolta una breve ricerca bibliografica della loro provenienza geo-storica. Il Trinchera pubblica diverse pergamene greche provenienti da Aieta, un piccolo borgo vicino Maratea e Castrocucco. Alcuni di questi documenti sono stati citati anche da Biagio Cappelli (…) e da Leone Mattei-Cerasoli (…). Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. Sono due documenti diversi. Il Trinchera (….), a pp. 545-546-547 pubblicava in “Appendice” il documento greco “VII. – Matthaeus dominus castri Aetae instaurat templum et hospitium S. Michaelis.”, non datato ma, presumibilmente del 1198 che, il Trinchera diceva, a p. 547 essere “ex membrana Archivi Neapolitani, n° 401” :

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Dunque, l’antico documento del 1198 scritto in greco e pubblicato dal Trinchera, nel 1865 faceva parte della raccolta conservata nel Grande Archivio di Napoli poi in seguito denominato Archivio di Stato. Purtroppo questo documento come la maggior parte dei documenti greci ivi conservati andarono persi nel rogo causato dai Nazisti nella ritirata dell’ultimo conflitto mondiale. Il Cappelli, ci parla di Matteo Scullando ed in proposito scriveva che: Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna del castello di Aieta…(4) ecc…”. Nel documento si parla di Matteo Scullando, Signore di Aieta, in Calabria, che fece costruire un ‘Ospizio’ annesso la chiesa di San Michele Arcangelo ad Aieta. Pare che, l’antico documento greco, oltre che ad Aieta, sia riferibile anche all’eremo ed all’antro di S. Michele a Caselle in Pittari. E’ un’ipotesi di uno studioso locale. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in riferimento alla donazione fatta dal Principe longobardo di Salerno Guaimario III, a pp. 41-42 parlando della storia di Caselle in Pittari in proposito ancora aggiungeva che: “Allo stato attuale delle ricerche è possibile operare soltanto un confronto con alcuni dati, davvero sorprendenti, desumibili da una pergamena accolta nel ‘Syllabus’ di Francesco Trinchera (75) e databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco sul documento scriveva che si trattava di “….databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76).. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”. Felice Fusco (…) nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, a p. 42 scriveva pure che: Nella non lontana ‘Terra’ di Aieta (Αετον nelle pergamene), nei pressi di Tortora, il Signore del tempo, Matteo (ματναιοσ…κυριοσ και δεσποτησ καστελλον αετον), del fu Riccardo e di Clementa, ‘pro animae salute et vita aeterna’ (προσ φνχηκην σωτηριαν και ζωην την αιωνιαν), fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo Michele ‘supra montem’ (του αγιον αρχιστρατηγον μηχαηλ) dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι ). Dal contesto par di capire che Πιτταρι, come a Caselle, sia un toponimo. L’accostamento, in tutt’e due le ‘Terre’, fra il luogo di culto di San Michele e il toponimo ‘Pittari’ forse costituisce la spia d’un legame che, allo stato della ricerca, non è ancora possibile precisare; d’altro canto anche i due abitati potrebbero risultare accomunati in virtù di tale collegamento.”. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta. Il Fusco (…), a p. 89, nella sua nota (77) sul toponimo di “Pittari” postillava che: “(77) Απορισ / αποριον (Apòris / apòion): il significato più verosimile è quello di ‘fundus’: “Aetòs (….) matthàios Kyrios cài despòtes castèllu aetu (….) pròs psychechèn soterian cài zoèn tèn aionian (…) tòn naòn tu aghiu archistrategu mechaèl àno èis to òros (….) tòn apòrin pittari = Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna….la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari”).”. Il Fusco, nota che in questa antichissima pergamena pubblicata dal Trinchera (…), documento redatto ad Aieta, vi è indicato un “et aporium Pittari finitimum”. Dunque, il Fusco, cita questa antica pergamena non datata ma di sicuro antichissima dove appare il nome dei due toponimi di Aieta e di “Pittari”. Dunque, analizzando l’antica pergamena, non datata, ma greca essendo stata pubblicata dal Trinchera, e rivedendo ciò che scriveva il Fusco, possiamo trarre alcune notizie utili su Caselle e su Aieta. Il Fusco scriveva che nella lontana terra di Αετος (Aieta) che in greco significa ‘aquila‘, il signore del tempo Matteo del fu Riccardo e di Clementa (presumibilmente nel 1198, se si guarda la datazione di due altri simili documenti) fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo S. Michele ‘supra montem’ “dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (τον αποριν (77) Πιτταρι )”. Dunque, è proprio attraverso questo documento che Felice Fusco (….) avanza l’ipotesi di un “Pittari” e che, l’eremo di S. Michele Arcangelo a Caselle in Pittari fosse quello di cui si parla nell’antico documento pubblicato dal Trinchera (….), a p. 545, ovvero che, la “chiesa di San Michele Arcangelo e l’annesso Ospizio” fatto costruire da Matteo Scullando, signore di Aieta fosse quello di Caselle in Pittari, di cui peraltro esiste un altro documento che riguarda un’antichissima donazione del Longobardo Guaimario III. Secondo il Fusco, Metteo Scullando (che fosse Scullando lo scrive il Cappelli), la chiesa “supra montem” ad Aieta (come vuole il Cappelli), fu dotata di vari “praedia” (fondi) fra cui quello di Pittari. Il Fusco, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Aieta…Matteo, signore e padrone del castello di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte….il fondo di Pittari.”. Il Fusco stesso dice che essa non è datata. Il Fusco (…), nella sua nota (76), a p. 89, postillava che: “(76) La pergamena (in ‘Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’indizione, è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.” E’ proprio a questo altro documento (uno dei due) che il Fusco si riferiva quando nella sua nota (76) postillava che: “(76) ….è databile con buona approssimazione, in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5) datate 1198.”. Dunque, il Fusco, sulla scorta di questo documento di Aieta datato 1198 scrive che con buona approssimazione anche l’altro documento n. VII pubblicato dal Trinchera potrebbe essere un documento del 1198. Come è scritto nella pergamena di Aieta del 1198, “Matthaeo” dominus con la madre Clementia del feudo di Aieta, dunque Matteo Scullando figlio di Riccardo Scullando e di Clementia di Aieta. Dunque, il Matteo Scullando che troviamo nel documento del 1198 pubblicato dal Trinchera (…) era figlio di Riccardo Scullando di Aieta e di Clementia come si desume da questa pergamena pubblicata da Leone Mattei- Cerasoli (…) e citato dal Cappelli (…), in cui, nel sec. XI-XII, Normanno di Aieta, colla moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donano al monastero Cavense il monastero di S. Nicola di Tremolo e la chiesa di S. Zaccaria di Aieta. Del monastero di S. Nicola di Tremulo e della chiesa di S. Zaccaria ad Aieta poi vedremo. Ma il documento è interessante perchè da esso si comprende l’origine di questa antichissima famiglia Normanna: gli Scullando. Sugli Scullando, Signori di Aieta, un piccolo borgo della Calabria, il Cappelli ha scritto che: “Alla fine del secolo XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171). Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che forse significa come questa famiglia fosse originaria del luogo dal cui nome aveva derivato la sua arma……Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Come è scritto nella pergamena di Aieta del 1198, “Matthaeo” dominus con la madre Clementia del feudo di Aieta, dunque Matteo Scullando figlio di Riccardo Scullando e di Clementia di Aieta. Dunque, il Matteo Scullando che troviamo nel documento del 1198 pubblicato dal Trinchera (…) era figlio di Riccardo Scullando di Aieta e di Clementia come si desume da questa pergamena pubblicata da Leone Mattei-Cerasoli (…) e citato dal Cappelli (…), in cui, nel sec. XI-XII, Normanno di Aieta, colla moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donano al monastero Cavense il monastero di S. Nicola di Tremolo e la chiesa di S. Zaccaria di Aieta. Del monastero di S. Nicola di Tremulo e della chiesa di S. Zaccaria ad Aieta. Ma il documento è interessante perchè da esso si comprende l’origine di questa anticihissima famiglia Normanna: gli Scullando. In questo documento del 1198, intitolato dal Trinchera: “CCXLVI. 1198 – Mense Dicembre 10 – Indict. II – Aetae”, si parla del “Testamentum domini Ioannes Scullandi domini Aetae”.

Trinchera, p. 333, su Scullando e Aieta

Trinchera, p. 328

(Fig…) Trinchera, op. cit, p. 328

I GIFFONE DI AJETA IN EPOCA SVEVA

Nel 1239, Federico II di Svevia conferma i feudi di Ajeta e Tortora a GILBERTO CIFONE

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, Orazio Campagna scriveva che il feudo di Aieta arrivò ai Loria, dopo gli Scullando, “ai quali era passata da una de Giffone (103).”. Secondo il Campagna, il feudo di Aieta passò ai Loria da una donna appartenente alla famiglia dei “de Giffone”. Chi era questa donna appartanente alla famiglia dei “Giffone”, vecchi feudatari di Aieta, subentrati ai Scullando ?. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria – vol. I da A-B”, a p. 21 alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Dunque, il Valente scriveva che il feudo di Aieta, dagli Scullando passò a GILBERTO GIFFONE, aggiungendo che il feudo di Aieta “una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Il Valente non dice chi fosse questa feudataria dei “GIFFONE”, figlia ed erede di GILBERTO GIFFONE e, che sposò qualche personaggio dei Loria. Chi erano questi feudatari ?. In primo luogo se il feudo arriva a Riccardo di Lauria in epoca Sveva, quale era l’epoca in cui dominavano i “de Cifone”. I Ciffone o Giffone dominavano la valle ed anche il paese di Tortora in epoca Sveva, ma erano feudatari di Tortora e Aieta fin dai tempi Normanni. Nel 1239, il feudo di Tortora fu confermato da Federico II di Svevia a “Gilberto Gifone”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg., parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni, che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normana era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, GILIBERTO CIFONE, era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio RINALDO, che viene citato nei primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Il Pucci scriveva che i Cifone conservarono il feudo di Ajeta anche in epoca Sveva. Essi dominarono la zona di Tortora e di Ajeta dal periodo Normanno a quello Svevo. Il Pucci (…) cita ancora il Gilberto Cifone a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria. Ecc…”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora”, ‘Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Per una distrettuazione del territorio in età normanna e poi sveva si rimanda a F. PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, in Storia della Basilicata. 2. Il Medioevo, a cura di C.D. FONSECA, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, pp. 86-124.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “Difatti, l’intero territorio in cui si circoscrivono la nascita ed i possedimenti di Ruggero indicati en passant come ventiquattro castelli dal Muntaner – e segnatamente quello più settentrionale, coincidente, oggi, con il cosiddetto Lagonegrese (59) – sconta lacune documentarie significative soprattutto per quanto riguarda i secoli centrali del Medioevo. Pertanto non stupisce come anche la pregevolissima Storia della Basilicata. 2. L’Età Medievale, pubblicata qualche anno fa dall’editore Laterza e curata da Cosimo Damiano Fonseca, non possa più di tanto indugiare su quelle terre situate a contermine con la Calabria settentrionale e coincidenti, in età normanna, in massima parte con i domini della signoria lucana dei Chiaromonte (60). Queste terre non entrarono a far parte del Catalogus Baronum (61) per il fatto di riferirsi, il Catalogus, solamente al Ducato di Puglia e al Principato di Capua, e le seconde – comprese nel pur longevo distretto di Val Sinni –, in sostanza, al territorio calabrese.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, nelle sue note (59-60-61) postillava che: “(59) Le difficoltà relative a questo territorio tuttavia non concernono solamente il Medioevo. Non meno problematiche sono le indagini in Età Moderna. Cfr., da ultimo, V. CAPODIFERRO, Il Lagonegrese borbonico. Note economiche sulla situazione preunitaria, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXIV, 2007, Roma, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, pp. 189-229. (60) Sui distretti feudali lucani e della Basilicata, si rimanda ancora a PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, p. 103, ma si veda anche S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera, pp. 129-158. (61) Catalogus Baronum, a cura di E. JAMISON, Roma, ISIME, 1972 (Fonti per la Storia d’Italia, 101*). Sul Catalogus, oltre allo studio preliminare premesso dalla Jamison, si vedano EAD., Additional Work by E. Jamison on the “Catalogus Baronum”, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoniano (e da ora BISIMEAM)», 83, 1971, pp. 1-63 e Commentario, a cura di E. CUOZZO, Roma, ISIME, 1984 (Fonti per la Storia d’Italia, 101**). Cfr., altresì, E. MAZZARESE FARDELLA, Il contributo di Evelyn Jamison agli studi sui Normanni d’Italia e di Sicilia, «BISIMEAM», 83, 1971, pp. 65-78.”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, come vedremo innanzi (anno 1239), Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, ecc…”. Inoltre, sempre dal Fulco (….), apprendiamo che ai tempi di re Carlo I d’Angiò, in una vertenza sorta tra Rinaldo Gifone, figlio di Gilberto e Paliana di Castrocucco, in proposito scriveva che i Gifoni, all’epoca di Corradino di Svevia “I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc…”.

Nel 1237, la battaglia di Cortenuova

Da Wikipedia leggiamo che l’Imperatore Federico in effetti non era mai venuto meno ai suoi propositi di sottomettere l’Italia all’impero germanico, favorendo l’instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche (la più potente fu quella dei Da Romano che governava su Padova, Vicenza, Verona e Treviso). Il 27 novembre 1237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova, conquistando il Carroccio, che inviò in omaggio al papa. Dopo questa sconfitta, la Lega Lombarda si sciolse; Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona si sottomisero al potere imperiale, mentre Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato riconfermarono la loro adesione alla causa ghibellina: Federico II era all’apice della sua potenza in Italia. Milano, che, erroneamente, non fu assediata da Federico II (la città era ora molto debole dal punto di vista militare), si offrì di firmare una pace, ma le eccessive pretese dell’imperatore spinsero i milanesi a una nuova resistenza. Fu così che l’imperatore non sfruttò il grande successo di Cortenuova: infatti non riuscì più a entrare nella città lombarda e anche l’assedio di Brescia fu tolto nel 1238.

Nel 1239, Federico II e i prigionieri Lombardi furono affidati ai Baroni e feudatari

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Giustiziere della valle del Crati era Tolomeo di Castiglione, il quale agì in conformità di un editto del grande Imperatore, così formulato: “Cum quosdam de Mediolano. Che vuol dire pressapoco: “Poichè abbiamo condotti nel regno degli uomini d’armi di Milano, di Piacenza e di Como destinati alla prigionia; e poichè vogliamo che alcuni di essi siano tenuti prigionieri da Baroni della tua giurisdizione a noi fedeli, ti ordiniamo di ricevere i prigionieri che ti sono stati assegnati e di affidarli, secondo l’elenco che ti accludiamo sigillato dei prigionieri e dei Baroni ai quali debbono essere affidati, ai Baroni stessi. Avvertili rigorosamente da parte nostra che facciamo custodire i prigionieri con ogni cura e che provvedano al loro vitto durante la prigionia. Fai fare pubblici elenchi della loro assegnazione, tenendone uno presso di te, e mandandone uno alla nostra Curia. Ordina pure che, nella tua giurisdizione, un uomo fidato ogni mese li vada ad ispezionare, rendendosi conto di come sono tenuti e se viene ad essi somministrato il vitto necessario. ‘Pisa, Dicembre 1239”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Ed ancora un documento federiciano di appena qualche giorno prima annovera Riccardo tra i trentadue feudatari del giustizierato di Basilicata ai quali vengono affidati gli ostaggi lombardi (97), presi in consegna, su mandato dell’Imperatore dal giustiziere di Capitanata Riccardo di Montefuscolo (98) con l’incarico di tradurli via mare nel Regno e, qui, poi smistarli tra i vari giustizieri a cui erano stati destinati (99).”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (97) postillava che: “(97) Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, vol. 1, doc. 335, pp. 323-350; il nome del Lauria è a p. 350. Il documento, però, eragià in J.A. HUILLARD-BREHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Paris, 1852-1861, 6 voll., 12 tomi, vol. V, tomo 1, pp. 617-619. Circa la natura del documento, si leggano le note esplicative della C. Carbonetti-Vanditelli, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ , vol. 1, pp. 324-328.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(98) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, doc. 317, pp. 317-318.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(99) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, docc. 328-333, pp. 320-323″. Chi erano questi “prigionieri lombardi dell’Imperatore” di cui uno fu dato in custodia ad un certo “Riccardo di Lauria” ?. A quale episodio dell’epoca Federiciana si riferiva il Racioppi ?. Racioppi si riferiva ad una lettera dell’Imperatore Federico II di Svevia che scrisse nel 1239 e che era contenuta nell’unico ‘Registro’ della ‘Cancelleria’ federiciana salvatosi nell’incendio di San Paolo Belsito vicino Nola nel 1943. Questi documenti furono annotati in un manoscritto anch’esso oggi introvabile “il manoscritto Broccoli” consultato in Inghilterra da Huillard-Bréholles (….) mentre lavorava alla sua ‘Historia diplomatica Friderici secundi’, a cui si riferisce il Racioppi (…). In questa opera vennero pubblicati i documenti della ‘Cancelleria’ federiciana dal 1239-1240, delle lettere dell’Imperatore. La parte rimasta abbracciava sette mesi a cavallo tra l’ultimo scorcio degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta del Duecento. Sono i mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX, tuttavia ‒ fatta eccezione per l’amara missiva indirizzata nel febbraio 1240 all’arcivescovo di Messina, il quale si era proposto inutilmente come mediatore tra l’imperatore e il pontefice ‒ nelle lettere non appare l’eco di questa vicenda, o almeno non direttamente; indirettamente invece numerose disposizioni rivelano a quale punto di tensione fosse giunto lo scontro tra i due sovrani: ad esempio quelle impartite per punire in maniera esemplare Benevento, l’enclave pontificia dove avevano trovato rifugio i sudditi siciliani partigiani del papa, o anche i ripetuti accenni a indagini e operazioni di controllo volte a intercettare lettere e messaggi diretti alla Curia romana, o i provvedimenti di espulsione ed esproprio con i quali Federico II esercitò una dura repressione nei confronti dei sudditi che avevano aderito alla causa papale.

Nel 25 dicembre 1239, Federico II di Svevia affida a Riccardo di Lauria i prigionieri Lombardi 

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Indubbiamente c’è un momento in cui questo Riccardo di Lauria acquista preminenza. Infatti, il 25 dicembre del 1239 è tra gli uomini incaricati da Federico II di recapitare agli undici giustizieri del Regno le istruzioni relative alla riscossione della colletta per l’anno corrente pari a quella riscossa l’anno precedente, e per la quale viene raccomandato di avere particolare cura affinchè non ne fosse diminuito il gettito (95) – nella fattispecie, Riccardo è inviato presso il giustiziere di Val di Crati e di Terra Giordana ed anche presso il giustiziere di Calabria (96).”. La Lamboglia, a p. 40, nella nota (95) postillava che: “(95) ‘Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240’ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, Roma, ISIME, 2002 (Fonti per la storia d’Italia Medievale, 19* e 19**), 2 voll, vol. 1, pp. 351-354. Sul registro di Federico II, sulla sua accidentata vicenda editoriale, cfr. l’Introduzione a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, all’Edizione, pp. XVII – LXXXII. Nondimeno si vedano i precedenti interventi di J. Mazzoleni, La registrazione dei documenti delle cancellerie meridionali dallepoca sveva all’epoca viceregnale, Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1971, pp. 12-25, che descriveva fisicamente il registro, e di W. Hagemann, La nuova edizione del registro di Federico II, VII Centenario della morte di Federico II imperatore e re di Sicilia. – (10-18 dic. 1959), Atti del Convegno di Studi Federiciani, a cura del Comitato Esecutivo, Palermo, Arti Grafiche A. Renna, 1952, pp. 315-336, per una storia del Registro, delle sue discutibili messe a stampa prima dell’edizione Carbonetti-Vanditelli.”La Lamboglia, a p. 40, nella nota (96) postillava che: “(96) Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, vol. 1, docc. 342-343, p. 354. Sull’evoluzione delle cariche, rispetto alla precedente età normanna ed in particolare su quella del Maestro Giustiziere e dei giustizieri, si rinvia a E. CUOZZO, La “Magna Curia” Al tempo di Federico II di Svevia, “Radici. Rivista Lucana di storia e cultura del Vulture”, 16, 1995, pp. 23-71 e a A. Kiesewetter, Il governo e l’amministrazione centrale del Regno, in Le eredità normanno-sveve nell’età angioina. Persistenze e mutamenti ne Mezzogiorno, Atti delle quindicesime giornate normanno-sveve, Bari, 22-25 ottobre 2002, a cura di G. MUSCA, Bari, Edizioni Dedalo, 2004, pp. 25-68.”. Filiberto Campanile (….), nel 1600, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, a p. 207, in proposito ai Loria scriveva che: Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari.”. Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.. I due studiosi però non davano alcun riferimento bibliografico dell’interessante notizia dell’epoca Federiciana. I due studiosi parlando di Riccardo di Lauria, spesso si riferivano all’epoca di re Manfredi ed allo Zurita (…). Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria e riferendosi a Riccardo di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. Nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Giacomo Racioppi traeva questa notizia da Hist. diplom., etc., di Breholles. (J.A. HUILLARD-BREHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Paris, 1852-1861, 6 voll., 12 tomi, vol. V, tomo 1, pp. 617-619). Infatti, Huillard Breholles, a p. 618, nel presentare il documento di Federico II di Svevia, a p. 618, del vol. V, per l’anno 1239, i : “Barones in Justitariatu Basilicate quorum custodie singillatim com- (fol. 43 verso) missi sunt prisones Lombardi” scriveva: “Riccardus de Loria……..Sixtum de Pizubunello Med.”. Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.“. I due studiosi però non davano alcun riferimento bibliografico dell’interessante notizia dell’epoca Federiciana. I due studiosi parlando di Riccardo di Lauria, spesso si riferivano all’epoca di re Manfredi ed allo Zurita (…). Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (…), nel vol. II a p. 179, ovvero che: “scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”,…..(2).”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. E’ nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de Loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Dunque, secondo il Racioppi (…) che scriveva sulla scorta dei documenti della ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia pubblicati dal Huillard-Bréholles (…), era detto “Riccardus de Loria” nel 1239.

Nel 1239, GILIBERTO GIFONE, Barone del feudo di Tortora è custode di alcuni prigionieri dell’Imperatore Federico II di Svevia

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, l’uomo d’armi piacentino Palmerio di Montedomini fatto prigioniero nella guerra di lombardia, come ad Enrico di Papasidero fu dato Pietro de Conio, pure di Piacenza; a Pietro di Trecchina, Borgognone Laccetti, a Guglielmo di Sanguineto, i milanesi Antelmo di Pizzobonelli e Morando Mariglione ed a Riccardo di Lauria, Sisto di Pizzobonelli, pure milanese. Giustiziere della valle del Crati era Tolomeo di Castiglione, il quale agì in conformità di un editto del grande Imperatore, così formulato: “Cum quosdam de Mediolano, etc…”. Che vuol dire pressapoco: “Poichè abbiamo condotti nel regno degli uomini d’armi di Milano, di Piacenza e di Como destinati alla prigionia; e poichè vogliamo che alcuni di essi siano tenuti prigionieri da Baroni della tua giurisdizione a noi fedeli, ti ordiniamo di ricevere i prigionieri che ti sono stati assegnati e di affidarli, secondo l’elenco che ti accludiamo sigillato dei prigionieri e dei Baroni ai quali debbono essere affidati, ai Baroni stessi. Avvertili rigorosamente da parte nostra che facciamo custodire i prigionieri con ogni cura e che provvedano al loro vitto durante la prigionia. Fai fare pubblici elenchi della loro assegnazione, tenendone uno presso di te, e mandandone uno alla nostra Curia. Ordina pure che, nella tua giurisdizione, un uomo fidato ogni mese li vada ad ispezionare, rendendosi conto di come sono tenuti e se viene ad essi somministrato il vitto necessario. ‘Pisa, Dicembre 1239”.

Fulco, p. 49

RICCARDO DI LAURIA E PALIANA DI CASTROCUCCO

Nel 12……, Riccardo di Lauria al tempo di Federico II di Svevia

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, il Campagna scriveva che la Terra di Aieta e di Lauria ebbero come signore e feudatario un Riccardo di Lauria. Il Campagna aggiunge pure che dopo la morte di Riccardo di Lauria, il feudo fu ereditato dal figlio che aveva lo stesso nome. Dunque, secondo il Campagna, vi erano due Riccardo di Lauria. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Antica famiglia che trasse il predicato dalla contea di Lauria. “Loria” è forma umanistica dello stesso predicato. La famiglia pare abbia avuto per capostipite un de Clojrat, omonimo d’una Terra di Normandia. Si ignora se fu uno dei quaranta cavalieri venuti nel Mezzogiorno d’Italia al servizio di Guaimario di Salerno o se sia venuto con gli Altavilla. Ebbero feudi che andavano da Lauria a Lagonegro, e, sul Tirreno, lungo le coste della Calabria, della Basilicata e della Campania (C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia madre di Manfredi, figlio naturale di Federico II. Dall’unione nacque nel 1250 nel castello di Scalea, Ruggero di Loria. Riccardo, a seguito della parentela acquisita, riottenne la sua baronia e si mostrò degno di fiducia verso la casa sveva per la quale nel 1266 morì gloriosamente a fianco di re Manfredi nella battaglia di Benevento.”.

Nel 12….. (?), Riccardo di Lauria (figlio di Gibel de Loria) si unisce in prime nozze con Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: “La Casa di Loria, ò vero dell’Oria, le cui armi sono tre fascie d’argento interposte in altre tante azzurre, è una delle più antiche del nostro Regno. Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari. Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina. Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”.

Campanile, p. 207

Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Su un blog in rete troviamo scritto che Riccardo (+ ucciso da Jeronimo Sambiase nella battaglia di Benevento 26-2-1266 – Re Manfredi muore nella medesima occasione tra sue braccia), Signore di Lauria dal 1254, Signore di Scalea nel 1266; aveva feudi in Basilicata (1239) e in Calabria, Vicerè e Capitano di guerra in Terra di Bari, Gran Privado del Re Manfredi di Sicilia. 1°) = Paliana di Castrocucco. 2°) = Bella d’Amico, figlia di Guglielmo d’Amico e di Macalda Scaletta Signora di Ficarra (+ all’ospedale di Messina, in miseria), fu la Governante della Regina Costanza d’Aragona e si risposò con Alaimo di Leontina. Rosanna Lamboglia (….) scriveva che i documenti ci riportano a due Riccardo di Lauria e a due matrimoni, con una “Paliana di Castrocucco”. Il primo Riccardo di cui si parla nei documenti è un Riccardo che in età sveva aveva sposato una certa “Paliana Pascale di Castrocucco”. Inoltre, i documenti angioini ci parlano di un “Riccardo di Lauria” che nel 1277 ha sposato una “Paliana o Palliana di Castrocucco”, figlia del Giustiziere di Basiliaca “Podiolo”. Sul “Riccardo di Lauria” d’epoca Sveva, la Lamboglia scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. Dunque, la Lamboglia scrive che questo Riccardo di Lauria visse al tempo di Federico II di Svevia e che ad un certo punto sposò in prime nozze con la nobile Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia che gli portò in dote i feudi di Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra che appartenevano al padre di lei, Podiolo, giustiziere di Basilicata al tempo di Federico II. Dalla prima moglie Palliana di Castrocucco, Riccardo di Lauria ebbe una figlia. Augurio e Musella scrivono che la figlia si chiamava “Beatrice”, mentre su Wikipedia leggiamo che Riccardo ebbe “Costanza di Lauria”. Augurio e Musella (….), a p. 24-25, in proposito scrivevano che: “Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Nel 12….., Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (137) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria sposò Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Ecc…”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”.

I Loria ad Ajeta

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105). Però, sia per il tumulto dei Vespri, le cui conseguenze, per oltre un ventennio, furono esiziali alle nostre coste, sia per la dissoluzione endemica della corte angioina, e per le guerre che ne dilaniarono i rami di Napoli, di Durazzo e d’Ungheria, la nota famiglia subì fasi alterne nel governo del feudo, anche con soluzione di continuità. All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Lauria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+ 1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi della famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria avesse partecipato alla congiura dei baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Per questo motivo la Terra di Ajeta fu donata, per benemerenze, a Giovanni de Montibus. Nella conquista del Regno di Napoli da parte del visconte di Lautrec, Odet de Foix, 1528, Francesco di Loria, barone di Ajeta, con Simone Tebaldi di Capaccio ebbero l’incarico della conquista della Calabria. A Capo d’Orso la defezione del Loria determinò la vittoria navale della Lega, 27-28 aprile 1528 (109). I feudi sottoposti, anche indirettamente, ai Loria aprirono le porte ai francesi: Cirella, Ajeta, Tortora, Fiumefreddo, Abatemarco (110). Durante la riconquista spagnola (il Lautrec era morto tra il 15 ed il 16 agosto 1528), il castello di Ajeta oppose resistenza. Infine si arrese, ma fu confiscato e concesso ad un Loquingen (111).”.

Dopo il 1240, dopo la congiura di Capaccio, Riccardo di Lauria cade in disgrazia

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Nondimeno, ‘Riccardus de Loria’ sembra essere stato giustiziere di Basilicata solamente al tempo di Federico II (101), poichè dopo il 1240, se ne perdono del tutto le tracce. E’ possibile che a partire da questa data intervenga un periodo di disgrazia, per il quale non è da escludere un provvedimento di destituzione dalla magistratura o anche un ordine di probabile esecuzione contro costui (102), entrambi come risultanze, parimenti verosimili, delle contromisure Imperiali prese a seguito della Congiura di Capaccio (103).”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (101) postillava che: “(101) FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 312.”. La Lamboglia, a p. 42, nella nota (102) postillava che: “(102) concorda su questo punto anche FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 316. etc….”. La Lamboglia, a p. 42, nella nota (103) postillava che: “(103) Sulla congiura del 1246 e sulle sacche di resistenza nelle fortezze di Sala e Capaccio, si rinvia a D. ABULAFIA, Federico II. Un Imperatore medievale, Torino, Einaudi, 2016 (ed. or. D. Abulafia, Frederick II. A medieval emperor, London, Allen Lane The Penguin Press, 1988), pp. 314-315. Una informazione sintetica della congiura è poi anche alla voce ‘Capaccio’ (1246), congiura di, a cura di E. CUOZZO, in EF, vol. 1, pp. 222-223.”.

Nel 1246, Federico II di Svevia dona le terre di Lauria e Lagonegro ad ‘Alemagno de Fallucca’

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 44, in proposito scriveva che: “Si apprende infatti che, a seguito della conquista, le terre di Lagonegro e di Laria furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119).”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (119) postillava che: “(119) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”.

Nel 1249, il matrimonio tra Riccardo di Lauria e Bella d’Amico (in seguito detta Isabella Lancia)

Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia era nipote di Isabella (Donna Bella) Amico. Isabella Amico o “Donna Bella” Lanza sposò in seconde nozze il conte di Lauria, Riccardo di Lauria o di “Loria” e, dalla loro unione nacque il grende ammiraglio Ruggiero di Lauria. Isabella Amico, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacquero Costanza e Manfredi di Svevia. Chi era Isabella Amico ?. Abbiamo visto chi fosse Bianca Lancia e le sue origini Aleramiche. Abbiamo visto che Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia era figlia di Bianca Lancia era la nipote di Manfredi II Lancia, fratello della madre Bianca Lancia che fu sposa di Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato). Dunque, Manfredi II Lancia era lo zio della futura sposa di Federico II di Svevia. Sappiamo che Isabella Amico o “Donna bella” Amico, che in seconde nozze andò sposa a Riccardo di Lauria era la zia di Bianca Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’ pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “….Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II” ma, su Bianca e Isabella Lancia, ovvero sulla madre di Ruggero di Lauria, non dice nulla. Augurio e Musella (…), a pp. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, ecc….Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredo, y murio’ con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Sivilglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, della seconda sposa di Riccardo, i due studiosi scrivevano che: “In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. I due studiosi a p….. scrivevano che: “Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Da Wikipedia leggiamo che “Bella Amico”, zia di Bianca Lancia, sposata in seconde nozze a Riccardo di Lauria e, madre di Ruggero di Lauria, oltre a Ruggero di Lauria ebbe una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia. Questa seconda figlia di Bella Amico e Riccardo di Lauria, forse Margherita, sposò Corrado I Lancia. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’ pubblicato nel 2000, a pp. 26-27, in proposito scrivevano che: “Oltre Bella vi erano altre italiane al seguito di Costanza. Ricordiamo innanzitutto sua figlia Margherita che più tardi entrò nel monastero di Sixena dotata di una cospicua rendita vitalizia, e dopo la morte fu nominata venerabile. Una seconda Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia, sposò Ruggiero di Lauria (36). Tra questi ricordiamo tre nobili italiani coetanei di Costanza: Ruggiero di Lauria figlio, come si è detto, della nutrice di Costanza e per questo suo fratello di latte, Corrado e Manfredi Lancia, suoi parenti per parte paterna. Tutti e tre, giunti molto giovani in Catalogna, furono educati a corte insieme ad altri rampolli fungendo da paggi di Costanza. Nella cronaca di Muntaner..”. Dunque, i due studiosi scrivevano che alla corte catalana d’Aragona si erano rifugiati e trasferiti dalla Sicilia i fratelli: Margherita, Corrado e Manfredi Lancia. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, ….aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Dunque, “Donna bella Lancia”, in seconde nozze sposò Riccardo di Lauria e dalla loro unione nacque Ruggero di Lauria. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Dunque, parlando di Riccardo di Lauria, wikipedia chiama la sua sposa “Bella Amico”, baronessa di Ficarra in Sicilia, in provincia di Messina.

I GIFONE O GIFFONI DI AJETA E TORTORA

Nel 1267, RINALDO GIFONE, figlio di Gilberto Cifone e padre di Paliana di Castrocucco, feudatario di Tortora e Ajeta è confermato feudatario di Aieta e di Tortora da re Carlo I d’Angiò

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: “I più antichi documenti feudali però che ci è stato possibile rinvenire su Tortora, si riferiscono al periodo angioino. Uno di essi è un rescritto reale che conferma Rinaldo CIFONE nel possesso di Tortora, pervenutogli dal padre Gilberto e dai suoi predecessori e reca la data del 1267. Il testo è il seguente: “Raynaldo de Turtura, provisio pro confirmatione castri Turturis quod fuit quondam Giliberti patris sui et predecessorum suorum”. V’è poi un atto d’assenso, anche reale, del 23 novembre 1270 per lo stesso Rinaldo, il quale aveva chiesto al re di poter contrarre matrimonio con Devidea de Insula. Abbiamo inoltre trovato un messaggio reale indirizzato al giustiziere della valle del Crati, da cui dipendeva Tortora, recante la data del 16 luglio 1267, col quale viene dato l’ordine al giustiziere stesso di non molestare Rinaldo Cifone che evidentemente aveva prodotto istanza al re avverso la condotta del Magistrato distrettuale nei suoi confronti. Fa scrivere, infatti, Carlo I d’Angiò: “Ex parte Raynaldi de Turtura fuit nobis expositum quod licet tam pater quam progenitores sui castrum Turturis a tempore quo non exat memoria tenuerunt pacifice et quiete. Tu tamen auctoritate cuiusdam mandate Karoli primogeniti nostri eundem Raynaldum, eo non vocato neque admonito, intendis possessione dicti castri destituere. Unde supplicavit Quare fidelitati tuae mandamus quatenus, si premissis veritas suffragatur, eum non destituas vel molestes”. Che significa: “Provvedimento per la conferma del territorio di Tortora a Rinaldo di Tortora che fu di Gilberto suo padre e dei suoi predecessori. Da parte di Rinaldo di Tortora ci è stato esposto che tanto il padre quanto gli altri suoi antenati ebbero da tempo immemorabile il continuo e pacifico possesso del territorio di Tortora. Ma che tu facendo uso dell’autorità d’un non so quale ordine del nostro figlio primogenito Carlo intendi spogliare del possesso di detto territorio Rinaldo medesimo, senza averlo chiamato in giudizio né ammonito. Perciò facciamo appello alla tua fedeltà di non destituirlo né molestarlo, se le premesse rispondono a verità”. Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. E’ nota la letteratura dell’avvenimento attraverso i secoli, come è parimenti nota la lirica del romantico Aleardo Aleardi che raggiunge punti di elevata commozione: etc…..Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”. Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, ecc..”. Il Fulco, sempre sui Gifone o Cifone continuando il suo racconto aggiunge che: “Comunque della spoliazione di Tortora si ha indiretta conferma dal bollettino araldico, dal quale veniamo informati che l’altro ramo dei Gifoni stanziato a Polistena e a Tropea fu confermato nei propri feudi. Lo stemma di questa famiglia consisteva in uno scaccato di nero e di argento di sei file con fascia diagonale in rosso. Oltre a Rinaldo, Bernardo e Tommaso che furono signori di Tortora, si distinsero in questa famiglia Gerardo Gifone che fu Contestabile di Carlo I in Calabria. Etc…”Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nei documenti feudali infatti risulta che……Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era RINALDO, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Chi fosse questo Rinaldo Cifone, figlio di Gilberto Cifone che “però perdette il feudo poco tempo dopo.” ? Questo “Rinaldo Cifone” era il padre di Paliana di Castrocucco che aveva sposato Riccardo di Lauria in epoca Sveva. Forse, dopo il 1267 egli perse il feudo a causa della venuta della casa Angioina. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Infatti, Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei Luoghi della Calabria – vol. I, da A-B”, a p. 21, alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E’, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò nella famiglia Lauria.”. Dunque, il Valente scriveva che da Gilberto de Giffone, il feudo di Ajeta passò da una sua erede alla famiglia Lauria. Si tratta di Paliana di Castrocucco che sposò Riccardo di Lauria. Paliana di Castrocucco fu “l’erede” di cui parlava il Valente. Infatti, il feudo di Ajeta che in età Normanna apparteneva a Gilberto de Giffone passò poi in seguito al figlio Rinaldo de Giffone che a sua volta lo dovette cedere in dote alla figlia Paliana di Castrocucco. Come vedremo in seguito questa “Paliana o Palliana di Castrocucco” che, aveva sposato il Riccardo di Lauria (quello d’epoca Angioina e fratello di Ruggero di Lauria) era figlia di RINALDO DE GIFFONE. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora” su Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”.

Nel 1269, i fratelli GIACOMO, ROBERTO e RICCARDO DI LAURIA e, lo stato di Laino, in epoca Angioina 

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Non si perdono invece le tracce di un Giacomo, di un Roberto e di un altro Riccardo di Lauria, fratelli, citati in un diploma angioino del 21 luglio 1269 e detti custodi del Castello di Laino (104). I tre erano infatti ricorsi all’autorità di Carlo I d’Angiò per chiedere la riscossione delle paghe loro (e di 25 servienti) sino a quel momento non percepite, avendo i Lauria prima espugnato il castello di Laino, in mano ai partiggiani di Corradino, e successivamente anche ottenutone la custodia dal giustiziere di Val di Crati. Evidentemente i Loria non si erano deputati affatto soddisfatti, né era bastoto loro il provvedimento per il quale re Carlo, il 13 giugno 1269, aveva già designato Roberto castellano del Castello di Laino, se quel Roberto di Laveria citato nel diploma (105), sembra essere, sulla fede del contenuto specifico, una regestazione onomastica impropria assunta dal Minieri Riccio (106) o in tal forma a lui derivata da un errore di scrittura del cancelliere. Non è neppure da escludere che la designazione risponda ad un provvedimento a caldo a favore di Roberto, mostrando infatti la documentazione collaterale un singolare avvicendamento di cariche con un Guglielmo di La Forest milite (107), già castellano del Castello di Laino al 1269 (108), declassato, nello stesso anno, quindi a custode (109).”. La Lamboglia, a p. 44 proseguendo scrive che: “…., mentre i rimanenti Jacobo (Giacomo) e Riccardo vengono esentati, dal prestare servizio militare in Acaia in soccorso di Guglielmo II di Villeharduin (115), poichè non posseggono un intero feudo (116). Di Giacomo di Lauria – comunque feudatario – sia pure di una porzione di feudo – nulla si dice invece nei documenti di cancelleria superstiti, se non quel poco che si ricava da un regesto di un documento, fatto a suo tempo dal Minieri-Riccio, e datato 18 luglio del 1271. In esso, re Carlo ordina al giustiziere della Basilicata di far pagare a Giacomo di Lauria, dai suoi vassalli, la sovvenzione dovuta secondo le consuetudini del Regno, poichè questo doveva essere cinto cavaliere ed insieme a Ruggero Sanseverino, conte di Marsico e vicario del Re a Roma, portarsi in quella città per faccende non del tutto precisate (117).”.

Lamboglia, p. 43

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Tale d’altronde era lo stato di Laino occupata da Giacomo, Roberto e Riccardo di Lauria, i quali ricorrono nel 1269 al re Carlo I d’Angiò perché, avendone espugnato il Castello tenuto dai fautori di Corradino e avendone ottenuto la custodia dal Giustiziere della Valle del Crati con una guarnigione di 25 uomini (che il documento chiama servienti) da quel tempo non avevano mai riscosso il loro soldo. Re Carlo I fa ripondere da Foggia in data 21 luglio ordinando al Giustiziere Matteo di Fasanella di soddisfare il Lauria in ragione d’un’oncia al mese per essi e mezzo augustale per ciascuno per i “servienti” dal giorno in cui fu ad essi affidata la custodia del Castello ribelle di Laino fino al 1° agosto dello stesso anno 1269. Ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Confermerebbe la prima ipotesi – quella cioè che individuerebbe Roberto, Giacomo e Riccardo di Lauria quali zii paterni di Ruggero – un documento angioino del 1306-1307 recante la ‘Forma commissionis officii viceamiracie’, che nell’ultimo capoverso annota: “PRESCRIPTA (sic) forma concessa fuit de novo dom. Riccardo de Lauria patruo dom. Rogerii de Lauria antiquitus tamen predecessoribus fuit in alia forma concessa (….)(123).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (123) postillava che: “(123) RCA, vol. XXXI, p. 71-74, n. 41.”.

GIACOMO DI AIETA E PALLANZA DI CASTROCUCCO

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: I Gifoni, ……., erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti.”. Dunque, Amedeo Fulco ci dice che “Pallanza” era vedova di “Giacomo d’Ageta o di Aieta” che era stato il feudatario di Aieta e Tortora e che il feudo, fu confiscato alla vedova Pallanza per mancanza di discendenti. Sulla “Pallanza di Castrocucco” ha scritto Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”. Augurio e Musella (….), infatti, a p. 25, in proposito scrivevano che: “Riccardo di Lauria……Fu vicerè nel bare ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria ‘Citra’; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze ecc…”. Augurio e Musella scrivono che il nome di Riccardo di Loria si trova annotato nel ‘Catalogus Baronum’, ma su Paliana Pascale di Castrocucco nessuna postilla. Riguardo il “Giacomo” ha scritto Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”Dunque, secondo Filiberto Campanile, questo “Giacomo”, cugino di Ruggero di Lauria, era il padre di Roberto di Lauria, che gli lasciò in dote alcuni feudi della Basilicata e della Calabria. Il Fulco ci parla di un “Giacomo di Ajeta o d’Ageta” che io credo sia lo stesso “Giacomo di Luria o Loria”. Egli, come abbiamo visto dal Fulco, sposò la nobile “Pallanza” di Castrocucco. 

Nel 1271, RINALDO GIFONE di TORTORA è citato in giudizio da Pallanza di Castrocucco, vedova di Giacomo di Aieta

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Rinaldo di Tortora, invece, è citato nell’ottobre del 1271 a comparire davanti alla Gran Corte di Napoli per discolparsi.”. Sulla faccenda, sempre Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Qui si cela una storia d’intrighi e d’interessi, non sappiamo fino a che punto confessabili, determinati certo da preoccupazioni di carattere politico. I Gifoni, infatti, che i Tortoresi chiameranno poi Cifoni e l’ultima dei quali Rachele Cifoni, maritata Ponzi, si è estinta qualche anno addietro, erano molestati nel loro possesso di Signori di Tortora da Pallanza, vedova di Giacomo d’Ageta o di Ajeta e dai suoi vassalli, i quali adducevano che il feudo di Tortora, prima posseduto dal marito di Pallanza, era stato confiscato alla di lui morte per mancanza di discendenti. Rinaldo e Bernardo Cifone al contrario asserivano che il feudo di Tortora era stato tenuto dal padre Giliberto, al quale era stato confermato dall’Imperatore Federico II, prima della sua deposizione, avvenuta, com’è noto, nel 1245, ad opera del Concilio di Lione. Ecc……Ma evidentemente Pallanza d’Aieta e i suoi vassalli cercavano d’insinuare il dubbio nell’animo del giustiziere della Valle del Crati circa i proclamati sentimenti di devozione verso casa d’Angiò da parte dei GIFONI che venivano accusati d’aver simpatie per la Casa degli Svevi e d’aver riposto le loro speranze da parte del nobile ma sfortunato tentativo di Corradino di riconquista del Regno di Sicilia, conclusosi col triste e sanguinoso eccidio di Piazza del Mercato a Napoli nel 1268. ……..poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore…..Ecc…”. Sempre sui “Gifone di Tortora” e Rinaldo “GIFONE” poi in seguito “cifone” di Tortora, Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a pp. 50-52-52, in proposito scriveva che: “Era quindi in atto per questi fatti in Calabria, come in tutto il regno del resto, una specie d’epurazione e, poichè la posizione dei Gifoni risultava effettivamente compromessa, cercavano di trarne profitto la vedova Pallanza di Aieta e i suoi vassalli, denunciando al Giustiziere della Valle del Crati i sentimenti di Rinaldo Gifone che si sentivano autorizzati a molestare come reo di lesa maestà ed usurpatore. Ecc…”.

Nel 1275, i due fratelli Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria si accordano per il possesso dei castelli di Ajeta e di Tortora

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p….., in proposito scriveva che: Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero]……Ci è noto da altro titolo (…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo……”, in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180.”. Dunque, la Lamboglia, a p. 49, nella sua nota (140) postillava che il documento da cui era stata tratta la notizia dal Racioppi era stato “(140) …..opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: ecc…”. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3). Ci è noto da altro titolo (4) che pel possesso dei castelli di Ajeta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato dei ‘Cloria’, come altri ha detto (5), o per isbaglio, o per artifizi ecc…”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Il Racioppi, nel vol. II, a p. 180, nella sua nota (4) postillava che: “Nella ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta (in Ajeta) di Vincenzo Lomonaco (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben noto erudito napoletano Minieri-Riccio – Ap. Palmieri, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria. – Lagonegro 1883 (II edizione. p. 11).”. La notizia venne riportata anche da Vincenzo Lomonaco (…), nel suo, ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, a p. 12 in proposito scriveva che: N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. Ecc…. Stessa notizia, sulla scorta del Lomonaco la citò il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna……Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”. Dunque, sia il Racioppi, che il Lomonaco che il Palmieri riportavano questa notizia sulla scorta del Di Costanzo (….9 e del Summonte (….).

Nel 1277, PALLANZA o PALIANA DI CASTROCUCCO e RICCARDO DI LAURIA si uniscono in matrimonio

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137). Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ecc…”. Dunque, sulla “Pallanza di Castrocucco”, Rosanna Lamboglia (….), in proposito scriveva che: Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia scrive che dalla documentazione d’epoca angioina troviamo nel 1277 un Riccardo di Lauria sposato con “una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. Ovvero i Registri angioini attestano che Riccardo di Lauria, nel 1277 sposò “Palearia de Castrocucco”, che evidentemente è la stessa di cui parla il Fulco, dove scrive che ella ricorse davanti ai giudici della corte di re Carlo II d’Angiò. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480”. La Lamboglia, nella sua nota si riferiva ai Registri della Cancelleria Angioina che saranno pubblicati dal Filangieri. Dunque, questo feudatario “RINALDO GIFFONE” era il padre dell’altra Paliana di Castrocucco che si sposerà con il Riccardo di Lauria d’epoca Angioina e fratello del grande ammiraglio Ruggero di Lauria. Riguardo i possedimenti che si portarono ai Loria e che erano amministrati dai Giffone, Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25 riferendosi però all’altro Riccardo di Lauria, padre dell’altro Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria, ed al primo matrimonio con l’altra Paliana di Castrocucco scrivevano che: Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra.. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (137) postillava e scriveva che queste notizie provengono anche da: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25.”.

Nel 1277, RINALDO GIFONE di TORTORA, si presenta davanti ai Giudici nel giudizio promosso da Paliana di Castrocucco o Pallanza di Aieta (Fulco)

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49-50-52, in proposito scriveva che: Rinaldo di Tortora, invece, è citato nell’ottobre del 1271 a comparire davanti alla Gran Corte di Napoli per discolparsi. Vi giunge però quando i Magistrati sono in ferie e l’atto di citazione gli viene prorogato per tutta la durata del mese, come attesta il seguente rescritto: “Cum Raynaldus de Turtura citatus coram Magna Curia se presentavit in die feriali quo iudices de licentia regia se absentaverunt, mandat ut terminus citationis prorogetur per totum mensem octubris”. Poichè Rinaldo di Tortora – dice il rescritto – citato davanti alla Gran Corte si è presentato di giorno feriale nel quale i giudici per licenza del Re sono in vacanza, si comanda che il termine della citazione sia prorogato per tutto il mese di ottobre”. Non ci è dato però di sapere con esattezza, per mancanza di documentazione, quale fosse l’esito del proceso; ma dobbiamo senz’altro propendere per l’ipotesi della destituzione dei Gifoni da Feudatari di Tortora, dove rimasero privati cittadini, sostituiti nel dominio da uno dei fratelli Lauria, già stanziati a Laino.”.

Nel 1276, la popolazione di Tortora

Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 84 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani.”.

Nel 1277, i due fratelli Riccardo di Lauria e Ruggero di Lauria (celebre ammiraglio), figli di Riccardo di Lauria

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: La figura di questo Riccardo di Lauria di età primo-angioina è poi oltremodo interessante per il biografo di Ruggero, poiché mostrerebbe nuovamente come sia stata plausibile la sovrapposizione di notizie di cui si diceva all’inizio, poi riversatasi in vari travasi bibliografici.. Riguardo l’altro “Riccardo di Lauria”, sposato nel 1277, epoca Angioina, la Lamboglia aggiungeva pure che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Nondimeno, queste singolari coincidenze non sgombrano il campo dalla eventualità che vi sia stata proprio una sovrapposizione di figure per via dell’omonimia. E che dunque debba essere quantomeno ventilato il dubbio che il padre di Ruggero fosse quel Riccardo di età sveva, tanto accreditato dalla tradizione, e che tale anche si chiamasse. La situazione documentale non consente di risolvere l’aporia su Riccardo, il quale sarebbe da indicare, a questo punto del discorso, più correttamente solo come presunto padre di Ruggero, secondo un’opzione metodologica che preferisce considerare i dati della tradizione e il perché del consolidarsi di una tradizione, rispetto alla soluzione più economica di Andreas Kiesewetter, secondo cui del padre di Ruggero non si conosce il nome (139). Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (139) postillava che: “(139) Cfr. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, p. 98.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero] Crebbe in corte di Aragona(…); ove il re gli die’ sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ed ivi si segnalò capitano di navi catalane in fatti audacissimi sopra i Saraceni (…). Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di Carlo II [sic] parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo Lauria per sé, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegra e di Castelluccio (…). Ci è noto da altro titolo (…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato di Cloria, come altri hanno detto (…), o per isbaglio, o per artifizi di genealogisti, ma sì di Lorìa, che è parola stessa di Laurìa, con fonetismo francese, come è ritenuto fosse pronunziato il temuto nome nella corte francese dei re angioini (…)», in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180. (141) Cfr. P. HERDE, Die Schlacht bei Tagliacozzo, Eine historisch-topographische Studie, «Zeitschrift für Bayerische Landesgeschichte», 25, 1962, pp. 679-744. (142) In proposito, si rimanda, soprattutto alle ricerche di E. PISPISA, Il regno di Manfredi. Proposte di interpretazione (vd. nota n. 35) e ID., I Lancia, gli Agliano e il sistema di potere organizzato nell’Italia meridionale ai tempi di Manfredi, in Bianca Lancia D’Agliano, pp. 165-181, e segnatamente, pp. 165-173 (ristampato anche in ID., Medioevo meridionale. Studi e ricerche, Messina, Intilla Editore, 1994, pp. 121-144).”. Infatti, Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corrado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.“. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Dunque, il Campagna scrive che la Terra di Ajeta era passata da un Giffone a Riccardo di Lauria. Chi fosse questo Riccardo di Lauria Signore della Terra di Ajeta ?. Il Campagna lo spiega nella sua nota (104) a p. 220 dove postillava che: “(104) Riccardo sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, ‘Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, 1904.”. Il Campagna, sempre a p. 220, continuando il suo racconto ci parla di questo Riccardo di Lauria e scrive che: “Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggero di Lauria, in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V. E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Dunque, per l’altro Riccardo di Lauria, il Campagna scrive sulla scorta del Pepe (….). Il Campagna a pp. 220-221 prosegue e scriveva che: “Però, sia per il tumulto dei Vespri, le cui conseguenze, per oltre un ventennio, furono esiziali alle nostre coste, sia per la dissoluzione endemica della corte angioina, e per le guerre che ne dilaniarono i rami di Napoli, di Durazzo e d’Ungheria, la nota famiglia subì fasi alterne nel governo del feudo, anche con soluzione di continuità. All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Lauria, ecc…”. Il Campagna, a p. 220, nella nota (106) postillava che: “V. Lomonaco, Monografia sul Santuario, etc., op. cit.”. Si tratta del testo di Vincenzo Lomonaco (…), ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Infatti, prima del Campagna, nel secolo precedente, il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”

Lomonaco, Monografia, etc.., p. 12

Il Lomonaco, a p. 12 in proposito scriveva che: Dopo le più lunghe pazienti e minuziose indagini fatte nell’archivio del nostro Regno si sono raccolti i seguenti fatti e documenti. La terra di Ajeta si appartiene fin dai tempi di Carlo I. d’Angiò alla illustre prosapia detta or ‘de Cloyra, or ‘de Cloyra’, or ‘Loria’, or ‘Lauria’. N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. A Ruggiero successe il figliuolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu investito ai 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello, figliuolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che n’ebbe l’investitura ai 10 marzo 1310. Estinta colla morte di questo ultimo la linea discendente maschile di Ruggiero de Cloria; Carlo Duca di Calabria e Vicario Generale di suo Padre Roberto dichiarò devoluti alla corona i feudi possedut dalla famiglia suddetta tranne quelli assegnati per dote alle sorelle di Ruggiero Berengario. Si legge nell’Archivio generale una supplica della vedova di costui Giovanna di Tortora, con cui chiese ed ottenne dal Re Roberto addì 8 luglio 1331, che le fosse condonato il pagamento dell’aloe in once 28, tarì 26, e grana 5 per la Rocca di Ajeta (Rocce di Ageta) che disse per le precedenti guerre ridotta a stato deplorevole, e presso che disabitata: (ognuno conosce quanta parte si ebbe la famiglia de Loria nell’uragano politico onde fu sì miseramente e lungamente agitato il nostro Reame).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Scrive sempre il Palmieri che: “Se dunque il padre di Ruggiero, che si chiamava Riccardo, aveva il cognome di de Cloira, Ruggiero figlio a Riccardo Barone e giustiziere della Basilicata, doveva avere come al padre il Cognome di de Cloira.”Il Palmieri (…), a p. 10, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le notizie di cui fa cenno il Sig. Lomonaco furono rilevate dal grande Arch. di Napoli dal suo amico Minieri Riccio, solerte cultore di patria antichità.”. Il testo citato dal Palmieri nella sua nota (1) si riferisce agli Archivi Angioini pubblicati dal Minieri Riccio (…) e poi ricostruiti dalla Jole Mazzoleni (…). Dunque, secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così che i Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà e della nobile famiglia dei de Cloira o Loria,  nella sua nota (9) postillava che: “(9)…..Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”. Il Campagna, scrivendo che Riccardo di Lauria fosse figlio (dell’Ammiraglio) di Ruggiero di Lauria si sbagliava perchè il Riccardo di Lauria non era il figlio di Ruggiero di Lauria ma era suo fratello. Riccardo e Ruggiero erano entrambi figli di Riccardo di Lauria padre, amico di re Manfredi. Il Campagna (…), nella sua nota (6) a p. 72 della ‘Storia di Majerà’, postillava che: “E’ importante rilevare che da Costanza Isabella e Ruggiero (Sambiasi o Sambiase) nacquero Matteo, Filippo, Giacomo e Pippa, che andò sposa a Riccardo di Lauria, figlio del noto ammiraglio.”Il Campagna (…) a p. 72, in proposito a Majerà scriveva che: “Dal 1271-1272 risulta signore di Majerà Guglielmo Matera, cosentino (5). Dai Matera il feudo passò ai Sangineto. Intorno al 1329 ne era signore Costanza Isabella, che, in seconde nozze, lo portò in dote a Ruggero Sambiasi II (6). Costanza Isabella era sorella di Filippo Sangineto, conte di Altomonte e di Corigliano.”. Dunque, secondo il Campagna (…) Costanza Isabella e Ruggiero Sambiasi o Sambiase, nacque Pippa Sambiase che sposò Riccardo di Lauria. Riccardo di Lauria il fratello dell’ammiraglio Ruggero ?. Orazio Campagna confondeva con Riccardo di Lauria e di Tortora fratello di Ruggiero di Lauria. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 84, parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Sarà Gilberto o il Gilbert di Loria ?. Gilberto Cifone. Su Gilberto Cifone, il Pucci (…) lo cita ancora a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496). Nel 1276 il paese contava una popolazione di soli 538 abitanti ed era tassato di 10 once, 22 tarì, 16 grani. Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. I due studiosi Augurio e Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria – Signore del Mediterraneo’, a p. 34, scrivono che Ruggierone (figlio di Ruggiero di Lauria): Sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora, ed ebbe un figlio di nome Riccardo (di lui parleremo in seguito).”. Dunque secondo i due studiosi che hanno basato la loro ricostruzione storiografica sul Muntaner (…), il figlio di Ruggero di Lauria, Ruggierone di Lauria, morto giovanissimo all’età di 22 anni, sposatosi con Giovanna di Tortora ebbe un figlio chiamato Riccardo di Lauria che sarà signore di Tortora. Ruggierone di Lauria e Giovanna di Tortora, figlia di Rinaldo di Tortora ebbero un figlio chiamato Riccardo.

Nel 1289, Carlo II d’Angiò ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello di recarsi al Castello di Tortorella

Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (…) e, in proposito scriveva che: È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Forse è a questo “Riccardo de Ruggiero” che si riferiva Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, quando parlando di Tortorella ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1289 le Terre di Tortorella erano invece possedute da Riccardo de Ruggiero. Fu probabilmente in questo periodo che dette Terre di Tortorella entrarono a far parte del feudo di Lauria.”. Dunque, il Montesano riporta la notizia che nel 1289, la terra di Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia appartenevano ad un certo “Riccardo de Ruggero”, mentre Pietro Ebner ci parla di un ordine impartito da re Carlo II d’Angiò in cui si obbligava i “salernitani” “Riccardo de Ruggiero” a recarsi immediatamente “rispettivamente al castello di Tortorella”, “sotto pena di confisca dei loro beni”, “ne gravetur ab hostibus” (9)”. La notizia proviene dai Registri Angioini pubblicati da Carlo Carucci. Ebner, nella nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Dunque, Ebner postillava di Carlo Carucci e del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII. La notizia è tratta dal vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII, pag. 204, documento n. 97. Chi era questo “Riccardo de Ruggero” ?. Riccardo de Ruggero era sicuramente uno dei Loria, o dell’Oria. Non si tratta del Riccardo di Lauria dell’epoca federiciana ma, di un personaggio del 1289. Nel 1289, le nostre terre erano occupate dagli Angioini. Erano da poco tempo concluse le operazioni militari delle guerre del Vespro. Da li a poco interverrà (a. 1301), la pace di Caltabellotta tra gli Angioini e gli Aragonesi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).. Il Campagna (….), a p. 220, nella nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, ecc…”. Dunque, il Campagna non si riferisce al Riccardo di Lauria, d’epoca Federiciana. Il Campagna, però riferendosi alla morte di Riccardo di Lauria aggiungeva che: Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna (….), a p. 220, nella nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggero di Lauria, in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V. E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Dunque, in sostanza, forse Ebner, sulla scorta del documento angioino pubblicato dal Carucci, si riferiva ad un “Riccardo di Loria”, ovvero figlio di Riccardo di Loria e fratello del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria. Infatti, dopo la morte di Riccardo di Loria, nel 1266, forse proprio in occasione della Battaglia di Tagliacozzo in cui le forse di Manfredi furono vinte da Carlo I d’Angiò, si aprì la successione ai suoi feudi tra cui Scalea e la contea di Lauria che ereditarono i suoi figli maschi: Riccardo e Ruggero, il celebre ammiraglio. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p….., in proposito scriveva che: Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (140) postillava che: “(140) In proposito, esemplare è il documento citato da Giacomo Racioppi, opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: «[Ruggero]……Ci è noto da altro titolo (…) che pel possesso dei castelli di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo……”, in G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ristampa anastatica dell’edizione di Roma 1902, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Roma 1970, (1a ed., Roma, Loescher, 1889), 2 voll., vol. 2, p. 180.”. Dunque, la Lamboglia, a p. 49, nella sua nota (140) postillava che il documento da cui era stata tratta la notizia dal Racioppi era stato “(140) …..opportunamente confrontato col regesto presente in RCA, vol. XIII, p. 211, n. 65: ecc…”. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3). Ci è noto da altro titolo (4) che pel possesso dei castelli di Ajeta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, alla morte del primo, tornassero nel patrimonio della famiglia del secondo. La quale non ebbe il casato dei ‘Cloria’, come altri ha detto (5), o per isbaglio, o per artifizi ecc…”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Il Racioppi, nel vol. II, a p. 180, nella sua nota (4) postillava che: “Nella ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta (in Ajeta) di Vincenzo Lomonaco (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben noto erudito napoletano Minieri-Riccio – Ap. Palmieri, ‘Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria. – Lagonegro 1883 (II edizione. p. 11).”. La notizia venne riportata anche da Vincenzo Lomonaco (…), nel suo, ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, a p. 12 in proposito scriveva che: N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. Ecc…. Stessa notizia, sulla scorta del Lomonaco la citò il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna……Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”.

Nel 1300, le terre di Lauria, Lagonegro

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 46, in proposito scriveva che: “Quanto al valore economico delle terre, antichi possedimenti dei Lauria (126) e la causa della confisca, il Giustiziere nulla dice di sapere a riguardo. Su di esse vengono solo ribadite le prerogative curiali e la giurisdizione dei Loria (127). Ma che di queste terre vi fosse un sistema di insuffeudazione sembra più che certo, sia per quanto si diceva a proposito della designazione a cavaliere di Giacomo di Lauria alcune righe addietro, sia per ciò che si evincerebbe da un altro diploma angioino perduto e transumato dal De Lellis (128), nel quale si inviava al gistiziere di Val di Crati e di Terra Giordana, tra il 1278 ed il 1279, l’ordine di definire il confine delle terre sul versante meridionale del Giustizierato di Basilicata, evidentemente per il sorgere di controversie tra i vari piccoli feudatari, ivi titolari (129).”. La Lamboglia, a p. 46, nella nota (126) postillava che: “(126) dalla Cedola ‘Taxationis generalis subventionis in Iustitieratus Basilicate’ (sic) e relativa ancora al 1277, si apprende che la terra di Lagonegro deve per 120 fuochi 30 once, quella di Lauria deve per 241 fuochi 40 once, 8 tarì e 8 grani, in RCA, vol. XXIII, p. 310-314, n. 400. Sul confronto dei fuochi per ciascuno altro centro menzionato, si deduce per le terre di Lagonegro un popolamento medio e per Lauria un popolamento medio-alto. Su questi temi già il G. Racioppi, Geografia e demografia della Provincia di Basilicata nei secoli XIII e XIV, Archivio Storico per le Province Napoletane, XV, 1890, pp. 565-582 e S.N. Cianci, I Campi pubblici in alcuni castelli del Medioevo in Basilicata. Studi giuridico-feudale con documenti, Napoli, Tip. R. Pesole, 1891. Relativamente, invece, alle modalità di esazione dei vari distretti le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati si vedano S. Morelli, Giustizieri e distretti, le indagini propografiche sono tuttora in corso; nondimeno, per i primi risultati, si vedano S. MORELLI, Giustizieri e distretti fiscali nel Regno di Sicilia durante la prima età angioina, in Medioevo Mezzogiorno Mediterraneo. Studi in onore di M. Del Treppo, a cura di G. ROSSETTI e G. VITOLO, 2 voll, vol. 2, Napoli, Liguori Editore, 2000, vol. 1, pp. 301-323, segnatamente, pp. 303-312.”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (129) postillava che: (129) RCA, vol. XX, p. 248, n. 662. Quanto alle terre suffeudatarie facenti capo alla baronia di Lauria in un arco temporale compreso tra il 1269 ed il 1343, si veda la carta Feudataires de Basilicate (1269-1343), approntata da S. POLLASTRI, L’aristocratie napolitaine au temps des Angevins, in N.-Y. TONNERRE et E. VERRY (sous la direction de), Les Princes angevins du XIIIe au XVe siècle. Un destin européen, Actes des journées d’étude des 15 et 16 juin 2001 organisées par l’université d’Angers et les Archives départementales de Maine-et- Loire, Rennes, Presses universitaires de Rennes-Conseil général de Maine-et- Loire, 2003, p. 179. I dati archivistici elaborati cartograficamente individuano, nei confini della baronia di Lauria, le terre suffeudatarie di Lagonegro, Rivello, Trecchina, Avena (sulla costa tirrenica), Maratea, Papasidero, Rotonda nella valle di Laino e Castelluccio.”.

Nel 1277, RUGGERO DI LAURIA e la Contea di Lauria

Leggiamo da Wikipidia che A Ruggiero di Lauria fu concesso di fregiarsi dei titoli di signore di Lauria, di Lagonegro (dal 1297), di Rivello, di Maratea, di Castelluccio, di Rotonda, di Papasidero e di Laino (dal 1301), di Gerba (dal 1284), di Cercara (per lettera di Bonifacio VIII, 11 agosto 1295), di Castellammare (da Carlo II, 22 febbraio 1301); ammiraglio del regno di Aragona e Sicilia, grande ammiraglio di Carlo II d’Angiò e, infine, barone di Cocentaina. Il 31 agosto 1302, con la pace di Caltabellotta che chiudeva la lunga guerra del Vespro, Ruggiero fece atto di sottomissione a Federico di Sicilia il quale, a seguito di ciò, gli rese i possedimenti confiscati. Nel 1279 rimase vedovo di Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia dalla quale aveva avuto un figlio, Ruggiero, e tre figlie, Beatrice, Gioffredina e Ilaria. Si ritirò in Catalogna e morì a Cocentaina, presso Valencia, nel gennaio del 1305. Ruggiero di Lauria, morì nel 19 gennaio 1305 a Cocentaina in Spagna, lasciando eredi i suoi figli. Giacomo Racioppi (…)m nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, in proposito scriveva che: “Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘espri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro”. Racioppi (…), a p. 180, continuando il suo racconto scriveva che: “Ci è noto da altro titolo (4) che del possesso di Aieta e di Tortora surse litigio tra Riccardo e Ruggiero; e fu composto con patto che, ecc..ecc..”. Il Racioppi a p. 180, nella sua nota (4) postillava che: “Nella ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grazia (in Aieta) di Vinc. Lomonaco (Napoli, 1858), che dice avere avuto le notizie dal ben erudito napoletano Minieri-Riccio – Ap. Palmieri, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugg. di Lauria’ – Lagonegro 1883 (II edizione, p. 11).”. I suoi beni furono ereditati da suo figlio Ruggiero e, alla morte di questi, da Berengario. I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 20, segnalano che il Muntaner (…), nel suo ‘Cronache catalane del secolo XIII e XIV. Una di Raimondo Muntaner l’altra di Bernardo d’Esclot’, pubblicato nel 1844 voleva che “la sua baronia era in Calabria e comprendevasi di ventiquattro castella riunite; e il loco principale di questa baronia chiamasi Lauria” (10). I due studiosi citano anche il tomo II, p. 294 del ‘Dell’historia della Città e Regno di Napoli‘. I due studiosi citano Prospero Parisio (…) “in quella sua topografia di Calabria, ove dice che gli fu cosentino” (11).”. Prospero Parisio fu un cartografo di poco successivo all’Alberti (…), che pure ho citato diverse volte e molto citato dall’Antonini e dal Gatta (…). I due studiosi scrivono ancora che: “lo scrittore di patrie memorie cosentine, Girolamo Sambiase, nel 1639, affermava che “non è di noi chi dubiti, che non sia figlio della nostra patria” (12). I due studiosi a p. 21, nella loro nota (12) postillavano che: “(12) G. Sambiase, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Napoli, 1639, pp. 89-95.”. I due studiosi a p. 21 citano un biografo dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, il V. Visalli (…), che nel 1900, scrisse ‘Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche’. Secondo Wikipidia, Ruggiero di Lauria ebbe come figli Ruggiero e Brengario, mentre Orazio Campagna ci parla di Riccardo di Lauria. Il sacerdote Nicola Palmieri (…), citando Vincenzo Lomonaco (…), ovvero il suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, a p. 10 in proposito riportava le parole di Lomonaco e riferendosi ai due fratelli figli di Riccardo di Lauria, riferiva che: “dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”.

Nel 1305, Ruggierone di Lauria successe al padre Ruggero di Lauria ma morì a 22 anni

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta…..All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106).”. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Lomonaco (….) scriveva che nel feudo di Ajeta, a Ruggero di Lauria subentrò il figlio Ruggerone. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Si tratta del testo di Vincenzo Lomonaco (…), ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858. Infatti, prima del Campagna, nel secolo precedente, il sacerdote di Lauria, Nicola Palmieri (….), nel suo “Ruggiero di Lauria etc.,…”, a p. 10, citava Vincenzo Lomonaco (…) e scriveva che: “Vincenzo Lomonaco, col titolo, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta, stampato in Napoli l’anno 1858, dalla Tipografia Sirena (1) scriveva che: “La terra di Aieta, egli dice a p. 12, si apparteneva sin dai tempi di Carlo I d’Angiò all’illustre prosapia detta or de Cloria or de Cloyra. Ne era Signore “Riccardo uno dè Baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litigio tra i due suoi figlioli, l’uno chiamato Riccardo come il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna….Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Aieta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente”……Si inferisce inoltre dalle parole citate dal Sig. Lomonaco, che Ruggiero avendo ceduti al fratello Riccardo i castelli di Aieta e Tortora, la baronia di Lauria dovette necessariamente rimanere per se, perchè apparisce nel modo più lampante degli Annali del regno di Aragona, libro III, Capo 81, pag. 203, che il padre di lui era specificatamente, Signore di Lauria. Le terre di Basilicata, oltre quelle di Calabria e nel Principato, che furono restituite a Ruggiero da Carlo II d’Angiò, dietro la pace tra essi avvenuta, non sono forse i possedimenti che Ruggiero aveva in Lauria ? (2).”. Il Palmieri, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Costanzo lib. 3 e Summonte p. 2, lib. 3, Capo 2.”. Il Lomonaco, a p. 12 in proposito scriveva che: Dopo le più lunghe pazienti e minuziose indagini fatte nell’arcivio del nostro Regno si sono raccolti i seguenti fatti e documenti. La terra di Ajeta si appartiene fin dai tempi di Carlo I. d’Angiò alla illustre prosapia detta or ‘de Cloyra, or ‘de Cloyra’, or ‘Loria’, or ‘Lauria’. N’era signore Riccardo uno dei baroni del giustizierato di Basilicata, dopo la cui morte surse lungo ed accanito litizio tra i suoi figliuoli l’uno chiamato Riccardo siccome il padre, e l’altro Ruggiero così celebre nella storia come uno degli autori principali del Vespro Siculo, ed ammiraglio di Sicilia e Catalogna, e quel che forma la gloria principale, per la sua grande valentia nelle cose guerresche e marittime, la quale fu per lo più sorrisa da propizia fortuna. Il fraterno dissidio fu composto così: Ruggiero cedeva i castelli di Ajeta e di Tortora a Riccardo con patto che dopo la costui morte dovessero ricadere alla famiglia del cedente: e tal convenzione era addì 12 aprile 1301 rifermata dal Sovrano beneplacito di Carlo II. A Ruggiero successe il figliuolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu investito ai 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello, figliuolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che n’ebbe l’investitura ai 10 marzo 1310. Estinta colla morte di questo ultimo la linea discendente maschile di Ruggiero de Cloria; Carlo Duca di Calabria e Vicario Generale di suo Padre Roberto dichiarò devoluti alla corona i feudi possedut dalla famiglia suddetta tranne quelli assegnati per dote alle sorelle di Ruggiero Berengario. Si legge nell’Archivio generale una supplica della vedova di costui Giovanna di Tortora, con cui chiese ed ottenne dal Re Roberto addì 8 luglio 1331, che le fosse condonato il pagamento dell’aloe in once 28, tarì 26, e grana 5 per la ROcca di Ajeta (Rocce di Ageta) che disse per le precedenti guerre ridotta a stato deplorevole, e presso che disabitata: (ognuno conosce quanta parte si ebbe la famiglia de Loria nell’uragano politico onde fu sì miseramente e lungamente agitato il nostro Reame).”. Secondo il Lomonaco (…), dopo la morte di Riccardo di Lauria, nel 12 aprile 1301, i due suoi figli Ruggiero e Riccardo di Lauria, si divisero i beni ed i feudi e a Ruggiero di Lauria, l’ammiraglio, andarono i possedimenti di Lauria. E’ per questo motivo che secondo il Palmieri (…), il predicato di Lauria venne aggiunto al nome di Ruggiero. Il Lomonaco (…), riferendosi all’accordo stipulato tra i due fratelli Ruggiero e Riccardo di Lauria, figli entrambi del feudatario Riccardo, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…”. Secondo la ricostruzione storiografica delle origini di Ruggiero di Lauria che fanno i due studiosi Augurio e Musella (…), Ruggierone, figlio di Bianca Lancia e di Ruggiero di Lauria. Ruggierone sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora da cui ebbe un figlio di nome Riccardo. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, parlando della successione a Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca. Il primo figlio ebbe nome Ruggerione e, divenuto adulto, collaborò col padre in casi spesso complessi. Tra le carte conservate nell’Archivio Real de la Coron d’Aragon’ di Barcellona, pubblicate dallo Scarlata, troviamo il testamento di Ruggierone, stilato nel 1307 (64). Si tratta di un documento per uso interno della cancelleria. Entrando nel merito del documento troviamo che viene istituito erede univerale Berengario, figlio di secondo letto. Dispone inoltre che il debito contratto da Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, per il matrimonio contratto con la sorella Goffredina sia assegnato alla sorella Margherita per il suo matrimonio. Lascia, infine alla sorella Ilaria il feudo di Ricigliano in Calabria. Ruggierone, ricevette dal padre la baronia di Tirello, Ursomarso e Abbatemarco. Mostrava già i segni di uomo di gran merito quando morì a soli 22 anni. Sposò Giovanna, figlia di Rinaldo di Tortora, ed ebbe un figlio di nome Riccardo (di lui parleremo in seguito).”. Augurio e Musella, a p. 32, nella nota (64) postillavano che: “(64) M. Scarlata, op. cit., pp. 307-311.”. Augurio e Musella si riferivano al testo di Mario Scarlata (….), Carte reali diplomatiche di Giacomo II d’Aragona (1291-1327) riguardanti l’Italia, Palermo, 1993; Acta siculo-aragonensia, Palermo, 1972.

Nel 14 ottobre 1308, Carlo di Loria o di Lauria, fratello di Ruggerone e figlio di Ruggero di Lauria, signore di Ajeta

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo investito il 14 ottobre 1308, e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Lauria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+ 1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi della famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107).”.

I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca.”.  Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita.”. I due studiosi, per la ricostruzione della discendenza di Ruggiero di Lauria hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Infatti, Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, parlando di Tortora e della successione a Ruggiero di Lauria dei suoi figli nella Contea di Lauria e Maratea, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, ecc..ecc…”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”.

Nel 10 marzo 1310, Ruggiero Berengario di Lauria, ultimo figlio di Ruggiero di Lauria, fu investito della Contea di Lauria

I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca.”.  Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita. Quest’ultima sposò in pime nozze Ugo di Chiaromonte, appartenente ad una delle prime famiglie di Sicilia, da cui discese Costanza di Chiaromonte, regina di Napoli. Ad Ugo di Chiaromonte fu affidato dall’Ammiraglio il baliato del figlio minore, Berengario. Dopo la morte di Ugo, Margherita sposò in seconde nozze Bartolomeo di Capua, ecc…ecc…”. I due studiosi, per la ricostruzione della discendenza di Ruggiero di Lauria hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…). Infatti, Vincenzo Lomonaco (…), nel suo ‘Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta’, pubblicato nel 1858, parlando di Tortora e della successione a Ruggiero di Lauria dei suoi figli nella Contea di Lauria e Maratea, in proposito scriveva che: “….A Ruggiero successe il figliolo Ruggerone, a costui il fratello Carlo che ne fu ‘investito’ il 14 ottobre 1308: Carlo fu seguito dall’altro fratello figliolo ultimo di Ruggiero detto Ruggiero Berengario che ne ebbe l’investitura il 10 marzo 1310. Estinta colla morte di quest’ultimo colla morte discendente ecc…ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107). Ecc..ecc..”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”. Dunque, secondo la ricostruzione storiografica delle origini di Ruggiero di Lauria che fanno i due studiosi Augurio e Musella (…), Ruggierone, figlio di Margherita Lancia e di Ruggiero di Lauria. Ruggiero di Lauria ebbe dall’altra moglie Saurina d’Entenca un altro figlio chiamato Ruggiero Berengario. Il Pucci (…), a p. 85 scrivendo che: “A Tortora….Per tutto il periodo angioino il feudo tortorese rimase in mano alla famiglia Lauria: Ruggiero, Ruggiero Berengario, Roberto e Tommaso, l’ultimo feudatario della famiglia di Tortora (1496).”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: All’ammiraglio successe il figlio Ruggerone, poi il fratello di lui Carlo, investito il 14 ottobre 1308 e, successivamente, l’altro fratello, Ruggero Berengario, investito il 10 marzo 1310 (106). Con Berengario si estinse il ramo dei discendenti di Ruggero di Luria, per cui il duca di Calabria Carlo d’Angiò (+1328), figlio e vicario di Roberto (+1343), nominalmente, questi, re di Sicilia, di fatto re di Napoli, devolvette in favore della corona partenopea i feudi di famiglia, escludendo quelli che erano stati dotati alle sorelle di Berengario (107).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”.

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 30, in proposito scriveva che: Entrambi i dati, infatti, sono suffragati dalla documentazione archivistica e da essi risulta chiara la dimensione di Lauria quale feudo baronale dalla fine del XII secolo e da qui continuata, sia pure con avvicendamenti di feudatari, secondo quanto attestato dalla successiva documentazione. Romolo Caggese cita un diploma angioino, in cui si riferisce di una vertenza, nel 1318, tra Berengario di Lauria, figlio ed erede legittimo di Ruggero, e le Università ribellatisi alla sua autorità, per averlo le seconde defraudato e spogliato del suddetto feudo (53). Di una baronia e non solamente di feudo, si parla invece in una carta dell’Archivio della Badia della S.ma Trinità di Cava dei Tirreni, datata 1353 e relativa a Tommaso <III> Sanseverino conte di Marsico, indicato come signore delle baronie di San Severino, di Lauria, del Cilento e di Castel S. Giorgio e gran connestabile del Regno di Sicilia (54).”. La Lamboglia, a p. 30-31, nelle sue note (53-54) postillava che: (53) R. CAGGESE, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, R. Bemporad & Figlio, 1922 (qui, nell’ed. Bologna, Il Mulino, 2001 [Istituto italiano per gli Studi Storici, Ristampe anastatiche, 17), 2 voll., vol. 1, p. 461, nota n. 1. Riferisce il Caggese che il documento era contenuto nel Reg. 220, ff. 333r-333v. (54) AC, arca LXXIII, n. 4, citata in I Regesti dei Documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di C. CARLONE, Salerno, Carlone Editore, 1996, p. 177. (55) In proposito, si veda la Carte I. Le paysage féodal en Basilicate à la fin du XIIe siècle: les espaces comtaux, approntata da S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera sous Les Angevins (XIIIe-XIVe siècles), in Archivi e reti monastiche tra Alvernia e Basilicata: il priorato di Santa Maria di Juso e la Chaise-Dieu, Atti del Convegno internazionale di Studi Matera-Irsina, 21-22 aprile 2005, a cura di F. PANARELLI, Galatina, Congedo Editore, 2007, p. 133. Per un discorso più ampio e generale sulle ripartizioni amministrative, rivolto cioè all’intero Regno di Sicila in età normanna, si vedano E. CUOZZO, Intorno alla prima contea normanna nell’Italia meridionale, in Cavalieri alla conquista del Sud. Studi sull’Italia normanna in memoria di Léon-Robert Ménager, a cura di E. CUOZZO e J.-M. MARTIN, Roma-Bari, Editori Laterza, 1998, pp. 171-193; ID., Le istituzioni politico-amministrative legate alla conquista. Le ripartizioni territoriali: i comitati, in I caratteri originari della conquista normanna. Diversità ed identità nel Mezzogiorno (1030-1130), Atti delle sedicesime giornate normanno-sveve, Bari, 5-8 ottobre 2004, a cura di R. LICINIO e F. VIOLANTE, Bari, Edizioni Dedalo, 2006, pp. 287-304 e J.-M. MARTIN, Les institutions politico-administrati ecc..”.

Nel 1326, il clero di Tortora pagava la decima al clero di Aieta

Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 84 e ssg. parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1326 Tortora pagava la decima al clero di Aieta, con tutto che aveva un clero proprio con quattro chiese: Il Purgatorio, S. Sofia, S. Vito e S. Sebastiano.”.

Nel 1495-97, Tommaso Loria fu estromesso dal feudo di Ajeta dal re Ferdinando II o Ferrandino

Nell’ottobre 1496, re Ferdinando II d’Aragona (“Ferrantino”) estromette Tommaso di Loria dal feudo di Aieta

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, parlando di Ruggiero di Lauria e della famiglia dei Loria e dell’omonima Contea, in proposito scriveva che: Il feudo di Ajeta ritornò, successivamente, ai Loria, fino a quando Tommaso ne fu estromesso, 1496, da Ferdinando II o Ferrandino, re di Napoli per la seconda volta (7 luglio 1495-7 ottobre 1496), dopo la partenza di Carlo VIII. Pare che Tommaso di Loria, avesse partecipato alla congiura dei Baroni, provocata dal dispotismo esasperante di Alfonso (II), figlio di Ferdinando I d’Aragona (108). Per questo motivo la Terra di Ajeta fu donata, per benemerenze, a Giovanni de Montibus.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (106) postillava che: “(106) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (107) postillava che: “(107) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 221, nella sua nota (108) postillava che: “(108) Non sappiamo se partecipò alla congiura del 1484-1485, come è probabile, o alla precedente del 1459-1464, in G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965.”.

Nel 1528, il castello di Ajeta e Odet de Fox

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 221 in proposito scriveva che: Nella conquista del Regno di Napoli da parte del visconte di Lautrec, Odet de Foix, 1528, Francesco di Loria, barone di Ajeta, con Simone Tebaldi di Capaccio ebbero l’incarico della conquista della Calabria. A Capo d’Orso la defezione del Loria determinò la vittoria navale della Lega, 27-28 aprile 1528 (109). I feudi sottoposti, anche indirettamente, ai Loria aprirono le porte ai francesi: Cirella, Ajeta, Tortora, Fiumefreddo, Abatemarco (110). Durante la riconquista spagnola (il Lautrec era morto tra il 15 ed il 16 agosto 1528), il castello di Ajeta oppose resistenza. Infine si arrese, ma fu confiscato e concesso ad un Loquingen (111).”.

Nel ………, Donna Lucrezia Salone, figlia del Barone di Castrocucco e sposa a Vespasiano Palamolla, 3 barone di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, 3° Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone, figlia del Barone di Castrocucco “. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: …..a lui successe Vespasiano, sposato a Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc..”. Su donna Lucrezia Salone, baronessa di Castrocucco e figlia di del Barone di Castrocucco vi sono alcue notizie tratte dalla rete.  Lo storico, verso il 1890 Michele Lacava (….) chiese e ottenne da Bartolomeo Capasso, all’epoca direttore dell’archivio, un sunto di quei documenti per un suo libro; dai suoi appunti possiamo seguire, a grandi linee, la successiva storia del feudo. Lacava appuntò come «nel 1470 Re Ferrante investì Galiotto Pascale di Policastro del castello diruto e disabitato di Castrocucco in Provincia di Valle di Crati e Terra Giordana, cum eius arce juribus etc. Nel 1563 il detto castello fu venduto a Giulia De Rosa dall’incantatore del Sacro Regio Consiglio per esecuzione contro Antonio Varavalle. Nel 1573 lo stesso castello fu venduto a Giovan Cola de Giordano… Nel 1603 era possessore di Castrocucco, Fabio Giordano… Nel 1680 Domenica Giordano, Baronessa di Castrocucco, legittima moglie di D. Bonaventura Salone Caracciolo donò a D.a Francesca Greco sua figlia primogenita la Terra seu Castello di Castrocucco sito in Provincia di Basilicata» . Dunque, secondo i ‘Cedolaria’ e il Lacava, nel 1680 un Don Bonaventura Salone Caracciolo, Barone di Castrocucco, forse era il padre di donna Lucrezia Salone Caracciolo che era andata sposa a Vespasiano Palamolla. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 243, in proposito scriveva che: “Con la Repubblica Partenopea dello Championnet, 1799, Tortora fu aggregata al Cantone di Lauria. Con la conquista francese di Giuseppe Bonaparte, 1806, fu sottoposta da parte di briganti filoborbonici a vessazioni, spoliazioni, uccisioni. In una relazione, 20 luglio 1807, dell’Intendente di Calabria Citra al Miot, ministro dell’Interno sotto Giuseppe Bonaparte, si legge: “Nel distretto di Castrovillari vi si aggirano diverse orde di briganti. I comuni di Verbicaro e di Tortora sono stati requisiti per più centinaia di razioni colla minaccia in caso di furto di rinnovarsi le sanzioni scene che commetterono mesi addietro”(196). Difatti, atroci misfatti erano stati commessi nella cittadina il 6 maggio dello stesso anno. Il 5 fu saccheggiata casa Mazzei, e, dopo, prelevati don Vincenzo Mazzei, sacerdote, e i nipoti Pietro e Francesco (197). L’indomani, 6 maggio 1807, furno fuucilati. Con l’eversione della feudalità, inizio 2 agosto 1806, in base alla legge 19 gennaio 1807, Tortora divenne Luogo o Università del Governo di Scalea (198). Il miraggio giacobino e riformista durò meno d’un decennio, anche se, nononstante la restaurazione e le conseguenti repressioni borboniche, la fiammella della libertà alitò ancora sotto la cenere. E l’attesa ebbe il più ambito dei premi: il 3 settembre 1860, in pieno mattino, giunse fra questa gente, semplice e generosa, il più semplice e generoso degli eroi, Giuseppe Garibaldi (199).”. Campagna, a p. 244, nella nota (199) postillava: “(199) L’avvenimento è ricordato da una iscrizione su marmo, posto sulla facciata di casa Lomonaco.”.

Nel 2 settembre 1860, il generale Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivano, pare, a Scalea e poi a Tortora

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica: un prete concitato vuole l’ordine d’arresto per il notaio Marsigli che accusa di delitti reazionari; reclama giustizia pel martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora contro il prete. Entra il Sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che suo fratello ha defraudata la sorella del notaio. “Fate per la pace voi, mio bello”, dice una buona vecchierella al generale il quale, ordinando il rilascio del notaio, traccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica: un prete concitato vuole l’ordine di arresto del notaio Marsigli che accusa di delitti reazionari; reclama giustizia pel martirio sofferto; il popolo si affolla, mormora contro il prete, Entra il sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che il fratello ha defraudato la sorella del notaio. “Fate far la pace, voi, mio bello,“ dice una buona vecchierella al generale il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sa quanto male ha fatto e farà. Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole,  là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Pucci, a p. 96, in proposito scriveva che: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto a Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la brigata Caldarelli era già partita”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 131, in proposito scriveva che: “I. Garibaldi…Il Dittatore trionfante part’ da Cosenza la notte del 2 al 3 settembre arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1). Nella mattina di lunedì 3 settembre, etc…”. Mazziotti, a p. 131, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, pag. 702; Trevelyan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogno altro il viaggio del dittatore. Questi scese alla marina da un punto non molto discosto da Torraca e Maratea.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don  Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale  su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quei punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il Marsiglia era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia; egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Perrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento della folla , alla mediazione del sindaco e alla invocazione di una ‘vecchierella (1).”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) Jessie White Mario in “Agostino Bertani e i suoi Tempi – ed. G. Barbera – Firenze 1888, pag. 455-456”. Sempre il Pucci, a p. 100, in proposito scriveva che: “Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Fonti. Fra le prove sicure del passaggio di Garibaldi per Tortora ci sono anzitutto quelle orali raccolte nel corso della generazione successiva a quella dei protagonisti dell’avvenimento: 1) la tradizione popolare e quella familiare dei Lomonaco, attendibile poiché menziona fatti risalenti ad appena due generazioni prima che il Fulco la raccogliesse (2) (il figlio di don Biagio Lomonaco, Guglielmo, è vissuto fino al 1923); 2) la testimonianza di Paolo Maceri, che, allora adolescente pastorello, aveva visto, al passo del Carro, passare il gruppo dei generali capeggiati da Garibaldi, al quale aveva anche fornito informazioni sulla via per Tortora, racconto da lui ripetuto infinite volte nella sua lunga vita (1); la testimonianza è stata raccolta per ascolto diretto da Amedeo Fulco e riportata nell’opera citata (2); 3) la menzione dell’evento da parte dell’aietano don Pietro Lomonaco, fratello di don Biagio Lomonaco Melazzi, nel discorso tenuto il 9 luglio 1882 ai soci della Società Operaia ‘Silvio Curatolo’ della quale don Pietro era il Presidente (2), per commemorare la morte di Garibaldi, avvenuta il 2 giugno 1882.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, pag. 129 e ssg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (3) postillava: “(3) ‘Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi’, vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988, p. 229.)”. Pucci, ancora, a p……, in proposito trascriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora preceduto da un corriere recante una missiva segreta per Don Biagio Maceri, medico umanista e filosofo, il cui figlio, Francesco, aveva sposato una De Rinaldis, donna Filomena, … dopo aver ricevuto assicurazione di non andare incontro a spiacevole avventura …il primo tortorese a veder Garibaldi e i suoi quattro compagni di viaggio fu mastro Paolo Maceri , allora adolescente che sullecolline del Carro badava all’armento” … “si era a due ore dall’alba … quando fui attratto dalla presenza di cinque uomini a cavallo ad un 30 metri circa da me … uno di essi mi chiamò … mi chiese se fossi di Tortora e quale il sentiero per giungevi … era Garibaldi in persona, … ne ho avuto conferma in seguito da ritratti. … Avute le informazioni richieste … ripresero il loro cammino in direzione del paese. … Era lunedi … verso le 10,30” giunsero alla piazzetta Sandu Jàculu … “seguirono le presentazioni dei ‘notabili’ del paese, del clero … andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa,” … qui fu però notata l’assenza …di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, … Si vuole che il Sindaco avesse fatto balenare nella mente degli ospiti l’eventualità di un’ imboscata da parte degli uomini (del Marsiglia) … si vuole che sarebbe stata questa la ragione per la quale Garibaldi avesse stilato … l’ordine di cattura e fucilazione di Don Francesco Marsiglia … lacerato per intercessione del dotto sacerdote don Mansueto Perrelli … il loro imbarco avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola in territorio di Maratea alle ore 14 dello stesso giorno”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie. Ma il generoso Dittatore ad esvitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno etc…”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 24-25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la sua marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio etc…”. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 244 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: Il miraggio giacobino e riformista durò meno d’un decennio, anche se, nononstante la restaurazione e le conseguenti repressioni borboniche, la fiammella della libertà alitò ancora sotto la cenere. E l’attesa ebbe il più ambito dei premi: il 3 settembre 1860, in pieno mattino, giunse fra questa gente, semplice e generosa, il più semplice e generoso degli eroi, Giuseppe Garibaldi (199).”. Campagna, a p. 244, nella nota (199) postillava: “(199) L’avvenimento è ricordato da una iscrizione su marmo, posto sulla facciata di casa Lomonaco.”.

Nel 3 settembre 1860, la galoppata di Garibaldi che da Rotonda arriva a Laino e si dirige a Tortora

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “…Garibaldi…fa sosta a Rotonda e quì apprende etc…, “Per evitare quelle truppe – scrive Carlo Agrati – che potrebbero riservargli qualche sorpresa, nella notte del 3, parte a cavallo e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre sono tracciati sentieri. Poi – continua l’Agrati nel suo libro dal titolo ‘Da Palermo al Volturno’ – ad una dozzina di chilometri da Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni (cinque in tutto, dice il Bertani) a Sapri. Come si vede l’Agrati non nomina Tortora. Anzi, dalla tavola IV del suo documentatissimo libro in cui è segnato in rosso l’itinerario di Garibaldi nel suo viaggio dalle Calabrie verso Napoli, si ricava che, anzicché per Tortora, Garibaldi sarebbe passato per Papasidero, e da quì, lasciandosi a sia il fiume Lao e Scalea, avrebbe raggiunto il mare presso la stretta baia di S. Nicola Arcella, dove si sarebbe imbarcato per Sapri, unendosi quindi al generale Turr che l’aveva preceduto al comando dei suoi uomini e dei 1500 del Bertani ch’era con Garibaldi. Niente di più inesatto !. Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con i generali Bixio, ….Cosenz, Medici, Bertani, si diresse a Tortora attraverso il territorio di Laino puntando sul Carro, secondo le istruzioni avute dalla famiglia ospite di Rotonda. E venne a Tortora preceduto da un corriere recante una missiva segreta per Don Biagio Maceri, medico, umanista e filosofo, il cui figlio, Francesco, aveva sposato una De Rinaldis, Donna Filomena, la “Signorina” come fu sempre chiamata a Tortora, dopo aver ricevuto formale assicurazione di non andare incontro a spiacevole e pericolosa avventura che avrebbe compromesso irrimediabilmente l’esito d’un’impresa cui erano legati i destini d’Italia. Il primo tortorese a veder Garibaldi e i suoi quattro compagni di viaggio fu Mastro Paolo Maceri, allora adolescente che sulle colline del Carro badava all’armento. “Si era anche a due ore dall’alba – ci diceva vent’anni addietro Mastro Paolo Maceri che conservò una vigoria fisica ed una lucidità di mente sorprendenti fino alla tardissima età – quando fui attratto dalla presenza di cinque uomini a cavallo apparsi ad un 30 metri circa da me, sulla sboccata dell’erta proveniente da Laino, indecisi, ora che avevano innanzi a sé l’ampio orizzonte dell’altipiano del Carro e la discesa, sulla pista mulattiera da imboccare. Uno di essi mi chiamò ad alta voce in tono energico ma affettuoso e, quando gli fui vicino, mi chiese se fossi di Tortor e quale sentiero per giungervi. Dalla descrizione che me ne fecero in paese quando la domenica successiva vi ritornai, ebbi la certezza che a chiamarmi, a domandarmi e a fissarmi dolcemente negli occhi, era stato Garibaldi in persona. Ne ho conferma in seguito dai ritratti. Erano tutti e cinque meravigliosi nella loro tenuta su cui spiccava la camicia rossa e nelle loro splendide armature. Più bello però, commentava Mastro Paolo con un lampo d’orgoglio negli occhi, era Garibaldi. Etc…”. Fin qui la ricostruzione del racconto tante volte ripetutoci dal vecchio Paolo Maceri. Avute le informazioni richieste, Garibaldi e i compagni, spronati i cavalli, ripresero il loro cammino in direzione del paese.”. Interessante il racconto del settantenne Paolo Maceri, la cui ricostruzione dall’ascolto è stata trasmessa da Amedeo Fulco. Maceri quindicenne che si trovava sull’altipiano del “Carro” a pascolare capre e pecore, dice di aver incontrato cinque uomini a cui indicò il sentiero per arrivare a Tortora. Maceri racconta che l’indomani domenica andò a Tortora ed i paesani gli confermarono essere la comitiva con Garibaldi.

Nel 3 settembre 1860, a Tortora, Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivano e saranno ospiti in casa Lomonaco-Melazzi

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica: un prete concitato vuole l’ordine di arresto per il notaio Marsigli che accusa di delitti reazionari; reclama giustizia pel martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora contro il prete. Entra il Sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che suo fratello ha defraudata la sorella del notaio. “Fate far la pace voi, mio bello,” dice una buona vecchierella al generale il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso ! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sà quanto male ha fatto e farà. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli.. Il racconto prosegue con l’arrivo a Tortora, dove è ospitato in casa Lomonaco-Melazzi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 27, riferendosi a Garibaldi il 3 settembre 1860 fermatosi a Tortora, in proposito scriveva che: Dopo breve sosta, nel susseguente mattino (3 settembre), a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava (….), scriveva che Garibaldi e la sua piccola comitiva (Bertani etc..), il 3 settembre 1860, di mattino, si fermò a Tortora in casa Lomonaco e poi in raggiungevano la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Mazziotti aggiunge anche: 4 – Rosagutti; 5 – Nullo; 6 – Nullo; 7 – Gusmaroli. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 96 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto a Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la brigata Caldarelli era già partita”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino…..Il giorno 2 settembre toccò Rotonda (1), primo paese della Basilicata.”. Lacava, a p. 700, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi. Etc…”. Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don  Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale  su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quei punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il Marsiglia era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia; egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Perrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento della folla, alla mediazione del sindaco e alla invocazione di una ‘vecchierella (1).”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) Jessie White Mario in “Agostino Bertani e i suoi Tempi – ed. G. Barbera – Firenze 1888, pag. 455-456”. Pucci, a p. 96, in proposito scriveva che: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Sempre il Pucci, a p. 100, in proposito scriveva che: “Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Amedeo Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Fonti. Fra le prove sicure del passaggio di Garibaldi per Tortora ci sono anzitutto quelle orali raccolte nel corso della generazione successiva a quella dei protagonisti dell’avvenimento: 1) la tradizione popolare e quella familiare dei Lomonaco, attendibile poiché menziona fatti risalenti ad appena due generazioni prima che il Fulco la raccogliesse (2) (il figlio di don Biagio Lomonaco, Guglielmo, è vissuto fino al 1923); 2) la testimonianza di Paolo Maceri, che, allora adolescente pastorello, aveva visto, al passo del Carro, passare il gruppo dei generali capeggiati da Garibaldi, al quale aveva anche fornito informazioni sulla via per Tortora, racconto da lui ripetuto infinite volte nella sua lunga vita (1); la testimonianza è stata raccolta per ascolto diretto da Amedeo Fulco e riportata nell’opera citata (2); 3) la menzione dell’evento da parte dell’aietano don Pietro Lomonaco, fratello di don Biagio Lomonaco Melazzi, nel discorso tenuto il 9 luglio 1882 ai soci della Società Operaia ‘Silvio Curatolo’ della quale don Pietro era il Presidente (2), per commemorare la morte di Garibaldi, avvenuta il 2 giugno 1882.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, pag. 129 e ssg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (3) postillava: “(3) ‘Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi’, vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988, p. 229.)”. Sul passaggio di Garibaldi da Tortora, Biagio Moliterni (….) scriveva che, il 9 luglio 1882 Pietro Lomonaco-Melazzi lo rievocò in un discorso tenuto alla Società Operaia «Silvio Curatolo» di Aieta: «Il 3 settembre 1860 il Comune vicino di Tortora ebbe l’onore e il piacere di alloggiarlo fra le sue mura; anzi dimorò per varie ore in casa di mio fratello Biagio ch’è domiciliato e residente a Tortora, ove prese una refezione insieme ai Generali Bixio, Cosenz, Medici e Bertrani, soli, senza niuna forza». L’evento è confermato da un telegramma che l’Eroe dei Due Mondi inviò il 7 febbraio 1875 allo stesso don Biagio Lomonaco Melazzi: «Caro Melazzi, Grazie per la vostra del 1° e per il gentile ricordo. Salutatemi il fratello  …Vostro G. Garibaldi». Michelangelo Pucci, ancora, a p……, in proposito trascriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora preceduto da un corriere recante una missiva segreta per Don Biagio Maceri, medico umanista e filosofo, il cui figlio, Francesco, aveva sposato una De Rinaldis, donna Filomena, … dopo aver ricevuto assicurazione di non andare incontro a spiacevole avventura …il primo tortorese a veder Garibaldi e i suoi quattro compagni di viaggio fu mastro Paolo Maceri , allora adolescente che sulle colline del Carro badava all’armento” … “si era a due ore dall’alba … quando fui attratto dalla presenza di cinque uomini a cavallo ad un 30 metri circa da me … uno di essi mi chiamò … mi chiese se fossi di Tortora e quale il sentiero per giungevi … era Garibaldi in persona, … ne ho avuto conferma in seguito da ritratti. … Avute le informazioni richieste … ripresero il loro cammino in direzione del paese. … Era lunedi … verso le 10,30” giunsero alla piazzetta Sandu Jàculu … “seguirono le presentazioni dei ‘notabili’ del paese, del clero … andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa,” … qui fu però notata l’assenza …di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, … Si vuole che il Sindaco avesse fatto balenare nella mente degli ospiti l’eventualità di un’ imboscata da parte degli uomini (del Marsiglia) … si vuole che sarebbe stata questa la ragione per la quale Garibaldi avesse stilato … l’ordine di cattura e fucilazione di Don Francesco Marsiglia … lacerato per intercessione del dotto sacerdote don Mansueto Perrelli … il loro imbarco avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola in territorio di Maratea alle ore 14 dello stesso giorno”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 99, in proposito scriveva che: “A casa Lomonaco-Melazzi. A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il notaio era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia, egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Parrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento del popolo, del sindaco e di una ‘vecchiarella’.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Ma il generoso Dittatore ad esvitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Raffaele De Casare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno etc…”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava della marina di Tortora. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 244 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: Il miraggio giacobino e riformista durò meno d’un decennio, anche se, nonostante la restaurazione e le conseguenti repressioni borboniche, la fiammella della libertà alitò ancora sotto la cenere. E l’attesa ebbe il più ambito dei premi: il 3 settembre 1860, in pieno mattino, giunse fra questa gente, semplice e generosa, il più semplice e generoso degli eroi, Giuseppe Garibaldi (199).”. Campagna, a p. 244, nella nota (199) postillava: “(199) L’avvenimento è ricordato da una iscrizione su marmo, posto sulla facciata di casa Lomonaco.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 253 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Tre anni dopo, da Tortora e dopo una sosta a Castrocucco nel castello del barone Labanchi, giunsero a Sapri, via mare, Garibaldi ed alcuni ufficiali della spedizione, erano le 14 del 3 settembre 1860 (50).”. Campagna, a p. 253, nella nota (50) postillava: “(50) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit..; A. Fulco, Memorie storiche di Tortora, op. cit.; D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce della Fede, op. cit. Il Dumas (padre) aveva proposto a Garibaldi di sbarcare nel basso Cilento, “la terra del patriottismo”, e non a Salerno, in “Rassegna Storica salernitana”, 1966. “. Biagio Moliterni su un blog in rete scriveva che: “L’unica eccezione fu quella del notaio Francesco Marsiglia che, fedele al regime borbonico, si rifiutò di rendere omaggio all’Eroe e che per questo motivo rischiò di essere passato per le armi. L’ordine di fucilazione fu però strappato dallo stesso Garibaldi, il quale, per intercessione del sacerdote don Mansueto Perrelli, optò per la presa in ostaggio del giovane figlio del notaio, Domenico. Questi, portato con sé a cavallo dal Medici, fu poi liberato intorno alle ore 14,00, ovvero nel momento in cui il gruppo di garibaldini, lasciata Tortora, si imbarcò per Sapri all’Agnola di Castrocucco, in territorio di Maratea.”. La notizia ivi riportata è forse tratta dal testo di Filippo La Gioia (….), L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia, Lauria 1891. Sempre il Moliterni, cita un altro testo aimè introvabile, il testo di A. Pepe (….), I sei garibaldini che passarono da Tortora assieme col Generale il 3 settembre 1860, in “Cronaca di Calabria” del 2 ottobre 1960 (Gazzettino Calabrese) del 2 ottobre 1960. Moliterni aggiunge che: “P.S. Il sedicenne Carlo Mazzei di Maratea, nipote acquisito di don Biagio Maceri, raggiunse i garibaldini a Lagonegro e morì in battaglia il 1° ottobre 1860 presso Aversa. Era anche chi ci credeva davvero!”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “…..il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno. A Tortora fu entusiasticamente acclamato dalla popolazione e ricevuto alle porte del paese da una deputazione di distinte signore, tra cui Isabella Lauria Pelagano. Si recò in casa del sacerdote don Giuseppe Salmena, noto per le sue idee anti borboniche e acceso fautore di Garibaldi. L’eroe dei Mille ebbe dal Salmena e dal Vice Pretore don Biagio Lomonaco-Melazzi esaurienti informazioni sulla situazione locale e dei paesi vicini. Garibaldi scese poi sulla spiaggia di Castrocucco alla destra del fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, dopo di aver evitato l’incontro dei doganieri (il giorno avanti v’erano state segnalate delle truppe borboniche), e una breve sosta al vecchio castello del barone Labanca, Garibaldi e i suoi sei compagni prendono il mare su una barcaccia (giunta da Maratea, dice il Bertani), la quale spinta da due remiganti, e rasentando la costa di Maratea, Cersuta ed Acquafredda, dopo tre ore di penoso tragitto, giunse a Sapri.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 314, in proposito scriveva: “Anche a Tòrtora Garibaldi è fatto segno ad accoglienze entusiastiche. Una deputazione di gentildonne, tra le quali il Maturi ricorda ‘Isabella Lauria Palagano’, lo attende all’ingresso del paese. Egli è ospitato – come abbiamo detto – coi suoi in casa Lomonaco-Melazzi e vi riposa nel resto della notte dal 2 al 3. A Tòrtora (l’erede dell’antica Blanda-Julia, prima greca poi colonia romana) anche oggi si mostra al visitatore la stanza in cui il Dittatore dormì e con le stesse suppellettili di allora: il letto e il sofà. Si racconta che, accarezzando con affetto paterno un ragazzetto che gli si presentò, gli disse: “Cresci per la Patria”. E, a memoria del suo passaggio, vi si conserva un quadro in cui si legge: “Giuseppe Garibaldi – Di passaggio alla conquista di Napoli – A 3 settembre 1860 – Onorò colla sua dimora – Questa casa – A tanto nome – Il mondo intero s’inchina”. E si conserva tuttavia la seguene letterina, datata da Roma il 7 febbraio ’75, diretta dal Generale al Melazzi, dalla quale mi fece prendere visione il compianto notaio di Aieta Nicola Lomonaco: “Caro Melazzi, Grazie della vostra del 1° e per il generale ricordo. Salutatemi il fratello e credetemi sempre – Vostro G. Garibaldi”. Questi rimase grato al suo ospite di Tòrtora. La letterina, contrariamente a quanto dice il Maturi che la riporta nel suo opuscolo, non è tutto di pugno del Generale, soltanto la firma è sua, il resto è scritto dal Basso, suo segretario particolare.”Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 315, in proposito scriveva: “Garibaldi bacia una vecchia madre. A questo punto ci viene offerta l’occasione di riferire un altro episodio ignorato da tutti i predetti autori, e che togliamo di peso da un opuscolo oggi introvabile di Filippo La Gioia di Aieta, che conoscemmo di persona nella nostra adolescenza, allora vecchio cancelliere in ritiro, il quale giovanissimo aveva preso parte ai moti del ’48 e, come rappresentante del Comitato rivoluzionario di Aieta, al fatto d’armi di Campotenese, onde soffocati i moti, ebbe a soffrirne il carcere. Il La Gioia dice di aver conosciuto nelle carceri di Cosenza Francesco De Sanctis. Quando Garibaldi coi suoi compagni scendeva da Tòrtora alla marina, il La Gioia si trovava insieme colla madre in mezzo alla folla che attendeva il Generale al suo passaggio. “Anche noi – egli scrive – ebbimo l’onore di stringergli la mano etc….”. I testi citati da Pepe sono quello di Filippo La Gioia (….), e quello di Egidio Maturi (….). Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”.

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 131-132, in proposito scriveva che: “Era lunedì, e i tortoresi….Molta gente era pure ai balconi dei Salmena e dei Lauria, dove le Signore dei “galantuomini” facevano corona a Donna Isabella Palagano,, moglie di Don Zaccaria Lauria dalla fluente e catoniana barba. Ad un tratto, verso le 10,30, si udirono gli evviva, la folla si animò, i giovani e i ragazzi accorsero verso la Casa della vecchia per essere i primi a vedere da vicino. Garibaldi, Bixio, Medici, Cosenz e Bertani, vista dall’altra parte del vallone della Castagnara, scendendo per i Sarri, la folla in festa, ……Garibaldi scese da cavallo, etc…, Don Biagio Maceri gli rivolse il saluto della popolazione, …..che fu quel giorno investito del grado di Capitano della Guardia Nazionale….Seguirono poi le presentazioni dei “notabili” del paese, del Clero che v’era in gran numero, e in corteo si andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa, dove, nella “galleria” affollata di gente, Garibaldi e i suoi generali, dopo avere amirato il magnifico affresco del soffitto dipinto dal neoclassico Genesio Gualtieri nel 1804 e raffigurante Mosé salvato dalle acque del Nilo, si riposarono dalla fatica del viaggio a cavallo da Rotonda a Tortora, e fecero colazione. Qui fu però notata l’assenza d’uno degli esponenti maggiori del paese. Trattavasi di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, uomo molto devoto alla causa dei Borboni etc…L’evento storico è confermato, oltre che da fonti orali, da una lettera con firma autentica di Garibaldi datata da Roma 7 febbraio 1875 e conservata in casa Lomonaco, e dall’accenno che ne fece Pietro Melazzi Lomonaco, presidente della Società Operaia Silvio Curatolo di Aieta, nel suo discorso commemorativo di Garibaldi, tenuto ai soci di quel soldalizio il 9 luglio 1882. “Il 3 settembre 1860- egli disse – il Comune vicino di Tortora ebbe l’onore e il piacere di alloggiarLo fra le sue mura; anzi dimorò per varie ore in casa di mio fratello Biagio ch’è domiciliato e residente a Tortora, ove prese una refezione insieme ai Generali Bixio, Cosenz, Medici e Bertani, soli, senza niuna forza”. Scrisse il Bertai di quel viaggio: “La luna splende sui monti, l’aria fresca ci tiene svegli. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti e sette vi entriamo. I due naviganti etc…”. Fusco, a questo punto del racconto cita il Diario di Agostino Bertani, unico testimone di questi eventi. Fulco prima dice che Bertani scriveva essere in cinque in tutto e ora accenna a sette. Inoltre nutro dei dubbi sulla presenza di Nino Bixio e di Medici. Come Vedremo Bixio non era con Garibaldi e neanche Medici.

Nel 1875, il discorso di Pietro Melazzi Lomonaco, Presidente della Società Operaia “Silvio Curatolo” di Aieta

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 131-132, parlando del passaggio di Garibaldi a Tortora, Fulco cita il discorso di Pietro Melazzi Lomonaco: L’evento storico è confermato, oltre che da fonti orali, da una lettera con firma autentica di Garibaldi datata da Roma 7 febbraio 1875 e conservata in casa Lomonaco, e dall’accenno che ne fece Pietro Melazzi Lomonaco, presidente della Società Operaia Silvio Curatolo di Aieta, nel suo discorso commemorativo di Garibaldi, tenuto ai soci di quel soldalizio il 9 luglio 1882. “Il 3 settembre 1860- egli disse – il Comune vicino di Tortora ebbe l’onore e il piacere di alloggiarLo fra le sue mura; anzi dimorò per varie ore in casa di mio fratello Biagio ch’è domiciliato e residente a Tortora, ove prese una refezione insieme ai Generali Bixio, Cosenz, Medici e Bertani, soli, senza niuna forza”.”.

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Figg….) Particolare della carta dell’Italia contenuta nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio digitale Attanasio)

Robinson Gertrude

(….) Robinson Gertrude, ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss.

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(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

Il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano parla di Lagonegro: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) ‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’, parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I- I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77.

(…) Mattei-Cerasoli D. L., La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Attanasio); si veda pure: Mattei Cerasoli, ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945; si veda pure: D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963 (Archivio Attanasio)

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 83

(…) Lomonaco Vincenzo, ‘Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958 (Archivio Attanasio)

(….) Mons. Damiano Domenico,  ‘Maratea nella storia e nella luce’, etc, Sapri, 1965 (Archivio Attanasio, II edizione)

(….) Fulco A., Memorie storiche di Tortora, con uno studio critico sull’antica Blanda, Napoli, Libreia Intercontinentalia, 1950

(…) Houben Hubert, L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni, stà in ‘Atti del Convegno internazionale di studio Potenza-Carbone etc.. – Il monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’Età Moderna nel millenario della morte di S. Luca Abate’, a cura di Fonseca D. e Lerra A., Università degli Studi della Basilicata, ed. Congedo, 1995, p. 111 e s. (Archivio Attanasio)

Martire Domenico

(…) Martire Domenico, La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150-151 e s.

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio).

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(…) Curzio Nicola, Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

Nel 1958, Alessandro Pratesi (…), pubblicò le carte greco-latine dell’archivio della nobile famiglia romana Aldobrandini (…). Si tratta di 190 carte, provenienti da alcuni monasteri della Calabria, alcune delle quali confermavano alcune interessanti ipotesi circa l’origine di alcuni antichissimi cenobi e monasteri basiliani del basso Cilento, come ad esempio quello di cui stiamo parlando nel nostro saggio. I documenti sono stati scritti in Calabria di età normanno-sveva, sono quelli pubblicati nel 1958 da Alessandro Pratesi nella collana Studi e testi della Biblioteca Apostolica Vaticana (…). Si tratta di 190 carte, le più antiche tra quelle latine provenienti dall’Archivio della casa dei principi Aldobrandini, e sono conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano e nella Biblioteca Apostolica. Si riferiscono tutte alle tre abbazie calabresi di S. Maria della Matina, di S. Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 269, riferendosi alle carte greche scoperte , riordinate e pubblicate dal Pratesi nel 1958, scriveva in proposito: “La luce più viva viene però dai tre monasteri , donde provengono i tre gruppi di carte qui riunite, Santa Maria della Matina, Santa Maria della Sambucina e Sant’Angelo ‘de Frigillo’. Non esito a dire che oggi è possibile fare di questi tre monasteri la storia che finora mancava (1).”. Il Manselli (…), a p. 267, scriveva sulle carte scoperte dal Pratesi (…), che “Proprio perciò mi sembra che opportunamente il Pratesi abbia isolate dal complesso dell’Archivio Aldobrandini queste carte calabresi, che vi si erano confuse con altre provenienti e da Benevento e da altrove (si veda l”Introduzione’ alle pp. XV-XII), senza una qualsiasi organicità e solo perchè le vicende dei vari organismi, di cui le carte erano espressione, avevano messo capo alla famiglia Aldobrandini. Ricondotti infatti alla loro originaria provenienza, i documenti pubblicati dal Pratesi acquistano una portata ed un respiro maggiore, che non disseminati insieme ad altri di altre località, anzi di altre regioni.”. Il Manselli, nella sua nota (1) a p. 269, postillava che: “(1) Non vorrei sembrare ingiusto dimenticando l’opera di Giuseppe Marchese, La Badia di Sambucina, (Saggio storico sul movimento cistercense nel mezzogiorno d’Italia, Lecce, 1932), che ha avuto il merito di voler dare un primo profilo storico della celebre abbazia.”, dove però Manselli, avvertiva il lettore di alcuni errori del Marchese. Il Manselli (…), a p. 270, parlando del Monastero di S. Maria della Mattina e delle carte pubblicate dal Pratesi (…), scriveva in proposito all’opera del Marchese (…), che: “Il Pratesi, nella sua introduzione, non si sottrae, ovviamente, all’esigenza di dare una prima impostazione alla storia dei tre monasteri. Specialmente ardua la questione dell’origine di Santa Maria della Matina, di questo celebre monastero, i cui documenti più antichi sono stati sottoposti ad una critica assai severa ed attenta da W. Holtzmann e poi, appunto, dal Pratesi. Il risultato di questo esame è che i documenti più antichi difficilmente possono essere autentici, anzi lo stesso R. L. Menager, che si sforza (nell’art. cit.) di difendere l’autenticità del documento di fondazione e di quelli immediatamente successivi, finisce poi con l’inficiare l’autenticità di altri, tra cui quello rilasciato dal Principe Boemondo d’Antiochia e da sua madre Costanza, che pure è, nei suoi caratteri esterni, assolutamente ineccepibile.”.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974

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(…) Palmieri Nicola, Biografia dell’illustre Ammiraglio Rugero di Lauria per sacerdote Nicola Palmieri, Lauria, (PZ), Tipografia editrice F.lli Rossi, ed. 1898 e 1914 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Minervini A., Cenno storico della chiesa cattedrale di Cassano e sua diocesi”, Napoli, 1847, vedi p. 31 e 47

(…) Fulco Aleardo Dino, ‘Blanda sul Paleocastro di Tortora’, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Attanasio)

(….) Pucci Michelangelo Angelo, ‘Tortora – Natura Storia Cultura’ ed. Zaccara, Lauria (PZ), 2017 (Arcivio Attanasio)

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